Il libro nero della Rivoluzione francese



Michele Fabbri

La Rivoluzione francese è indubbiamente l’avvenimento storico che più di ogni altro si presta a esemplificare le dinamiche della sovversione. Col 1789 finisce un mondo fondato sulla gerarchia e comincia un mondo ispirato ai disvalori egualitari che hanno portato l’Occidente a sprofondare nel baratro della società multicriminale.

A cavallo dei secoli XX e XXI alcuni coraggiosi intellettuali hanno intrapreso la via del revisionismo storico per cercare di correggere i troppi errori di prospettiva che hanno inficiato molta storiografia contemporanea. In Francia, dopo la pubblicazione de Il libro nero del comunismo, è stato pubblicato anche Le livre noir de la Revolution française, che si propone di analizzare con taglio fortemente critico gli avvenimenti che sono stati assunti come una vera e propria Genesi della modernità. Il lavoro è stato coordinato dal Padre domenicano Renaud Escande; il libro, infatti, è pubblicato dalla casa editrice Cerf, che è l’editore dell’Ordine Domenicano di Francia, un piccolo editore quindi, specializzato in testi di storia e di teologia e con scarsa capacità di diffusione. Tuttavia l’importanza dell’argomento trattato ha fatto di questo libro un eccezionale successo di vendite in Francia, nonostante le recensioni negative della grande stampa, tutta asservita a una classe dirigente che seppure a vario titolo si richiama all’evento fondante della Repubblica Francese.

Il libro è una raccolta di saggi scritti da diversi specialisti della materia: professori universitari di storia, di diritto, di letteratura, giornalisti, saggisti. Il volume è diviso in tre parti: la prima ricostruisce alcuni avvenimenti chiave riportandoli alla loro effettiva portata, la seconda parte è dedicata agli intellettuali che hanno riflettuto e scritto sugli avvenimenti rivoluzionari, la terza parte è un’antologia di testimonianze dell’epoca rivoluzionaria.

Naturalmente l’avvenimento che è stato preso a simbolo della Rivoluzione è la presa della Bastiglia, che viene presentata nei manuali di storia come un fatto di portata apocalittica. In realtà il 14 luglio 1789 si svolse un’azione essenzialmente dimostrativa: una folla di esaltati, sobillati dagli affiliati alle logge massoniche, assalta la fortezza-prigione e al termine della giornata restano sul terreno un centinaio di morti. Un’inezia rispetto a quello che accadrà negli anni successivi. A partire da quel momento l’autorità del re comincia a vacillare: l’Assemblea Nazionale sembra prendere la strada di una monarchia costituzionale, ma gli avvenimenti precipitano e la tensione si accumula minacciosamente nella vita politica francese.

Il gran ballo rivoluzionario comincia con l’assalto al reggimento della Guardia Reale. Il re di Francia aveva, come il papa, un reggimento di guardie svizzere che vegliava sulla sicurezza della famiglia reale. Gli Svizzeri del re erano reclutati sia nei Cantoni cattolici che in quelli protestanti: si trattava di un corpo d’élite in cui le divisioni religiose erano superate in nome della comune fedeltà al sovrano. Il 10 agosto 1792 una canaglia di ubriachi attaccò il palazzo delle Tuileries travolgendo le guardie svizzere che vennero massacrate in breve tempo dagli aggressori che erano in numero soverchiante. I rivoluzionari si accanirono sui cadaveri mutilandoli e agitandoli come burattini, alcune donne tagliarono il sesso ai morti portandolo in giro come un trofeo…

Questo episodio diede una pessima impressione all’estero della Francia rivoluzionaria, e la Svizzera dovrà patire ancora le violenze francesi quando gli eserciti repubblicani occuperanno il territorio elvetico seminando il terrore: al canto degli inni rivoluzionari i Francesi incendiavano le chiese parrocchiali dopo avervi chiuso dentro gli abitanti dei villaggi!

terroreI testi sulla figura di Luigi XVI sono tra i più interessanti. L’ultimo sole di Versailles venne dipinto dai rivoluzionari come un mostro autoritario e dispotico, ma in realtà il re aveva un carattere estremamente mite e quasi arrendevole (un tratto, questo, che lo accomuna a Nicola II, l’ultimo zar). L’operato di Luigi XVI non è diverso da quello di altri monarchi illuminati del tempo: impulso agli studi scientifici, concessione della libertà religiosa a ebrei e protestanti, sviluppo della marina militare e mercantile…

Ma per i rivoluzionari era importante colpire l’istituzione monarchica e dare l’esempio a future rivoluzioni. Nel processo-farsa celebrato contro il monarca l’accusa si scatenava in insulti che sfioravano il grottesco: tigre, coccodrillo, rinoceronte…

Alcuni giacobini enunciavano il concetto che uccidere un re non è reato: slogan simili hanno avuto grande fortuna anche in circostanze più vicine a noi!

Robespierre definì Luigi XVI un “criminale contro l’umanità” aprendo la strada a concetti che troveranno applicazione in procedure giuridiche inverosimili: dal processo di Norimberga a quello contro Saddam Hussein.

Luigi XVI col suo atteggiamento fatalistico non tentò nemmeno una difesa efficace e salì alla ghigliottina recitando il Salmo 3:

«Signore, quanto sono numerosi i miei nemici».

Analoga sorte toccherà a Maria Antonietta. La moglie di Luigi XVI era famosa per il suo stile di vita lussuoso e superficiale, ma della regina di Francia tutto si poteva dire tranne che fosse cattiva o che avesse un brutto carattere. Eppure nemmeno a lei furono risparmiati gli sberleffi e le crudeltà. Rinchiusa in carcere con i figli, fu poi separata dall’erede al trono, il piccolo Luigi XVII. Quando i carcerieri vennero a prendere il bambino Maria Antonietta per oltre un’ora oppose resistenza, finché le guardie dovettero minacciare di uccidere il fanciullo. Il Delfino di Francia venne chiuso in una cella vicina da dove la madre poteva sentirlo piangere quando i carcerieri infierivano contro di lui con ogni genere di maltrattamenti. Il capitolo dedicato al martirio dell’erede al trono è il più toccante di tutto il libro: è difficile credere che ci si possa essere accaniti a quel modo su un bambino di otto anni che non poteva avere alcuna responsabilità politica. Dopo averlo separato dalla madre i carcerieri lo tennero da solo in un’altra cella, poi lo chiusero in una cella d’isolamento completamente buia dove gli veniva passata la scodella del rancio da una fessura. Dopo sei mesi dei medici entrarono nella cella per visitare il detenuto: il bambino era in stato di semicoscienza, coperto di escrementi, di pulci e di vermi, con le membra rattrappite doloranti ad ogni movimento. Morì dopo qualche settimana di agonia. I testimoni che lo hanno visto in carcere affermano che mai sentirono parole di odio da lui: il piccolo Luigi non fece altro che invocare il perdono di Dio sui suoi carnefici (e quando gli aguzzini lo vedevano pregare gli gettavano addosso un secchio di acqua gelata).

Il libro propone anche riflessioni su personaggi che si prestano a interpretazioni originali, uno di questi è Saint-Just che per certi versi si può considerare come un precursore del fascismo. I presupposti egualitari della Rivoluzione francese sono certamente inconciliabili coi valori gerarchici dei regimi fascisti, ma una certa concezione centralizzata e monolitica dello stato elaborata dai rivoluzionari è stata assunta anche dal nazifascismo. Saint-Just fu un convinto sostenitore di queste idee, inoltre la passione per gli esercizi fisici e per le imprese militari lo rende simile a certi stereotipi cari a Mussolini e Hitler; tanto più che Saint-Just era assillato da un’ansia di purificazione radicale della società che ispirerà anche i regimi di estrema destra. Saint-Just mostrò una dedizione totale alla causa rivoluzionaria guadagnandosi il soprannome di “Arcangelo del Terrore”, e nel 1794 seguirà sulla ghigliottina il suo capo carismatico, Robespierre. Dunque un accostamento un po’ ardito quello tra Saint-Just e il fascismo, ma non del tutto peregrino e meritevole di ulteriori approfondimenti.

rivoluzionefrancesesLa cultura illuminista, che si era affermata in nome della tolleranza, non appena giunta al potere getta la maschera cominciando la persecuzione antireligiosa. Comincia quindi l’epoca delle battaglie laiciste che pretendono di cancellare il sentimento religioso non solo dalla vita pubblica ma anche da quella privata, al grido di “nessuna tolleranza con gli intolleranti”, altro slogan che gode di grande fortuna ancora oggi. Nel periodo del Terrore circa 8000 religiosi vennero giustiziati. Inoltre frati e suore vennero sciolti dai voti e invitati a lasciare i monasteri, ma in realtà furono una minoranza coloro che scelsero di tornare alla vita laica, quindi non erano poi tanti i reclusi forzati di cui parlavano i philosophes illuministi.

Lo specialista Reynald Secher affronta il delicato tema della guerra di Vandea, scheletro nell’armadio della Rivoluzione. Il conflitto della Vandea è la prima guerra di sterminio dell’epoca moderna e per molto tempo è stato oggetto di una manipolazione della memoria che si è tradotta in un vero e proprio “memoricidio” che ha segnato a lungo la coscienza civile francese.

Il libro si sofferma anche sulle devastazioni al patrimonio culturale causate dalla furia rivoluzionaria: nella fase più accesa del movimento sovversivo furono devastate le chiese, distrutti emblemi araldici e statue di nobili e di sovrani. Nel caos rivoluzionario si verificarono gravi danni anche alle biblioteche soprattutto monastiche: molti preziosi codici medievali vennero dati alle fiamme o furono utilizzati per fabbricare cartucce.

Ci sono episodi che mostrano a quale livello di delirio e di deformazione della realtà possa arrivare l’atteggiamento ideologico della mentalità rivoluzionaria. Emblematico è il caso della marina militare. Luigi XVI, appassionato di viaggi navali, aveva dedicato molte energie alla ristrutturazione della marina militare, e raccolse i frutti del suo impegno: nel corso della Rivoluzione americana la marina francese ottenne brillanti successi contro gli Inglesi, mettendo a rischio la consolidata supremazia della marina britannica. Nella marina militare gli ufficiali erano tutti nobili, chi non era di famiglia nobile poteva comandare solo navi mercantili. Con la Rivoluzione, nelle navi militari si formano assemblee di marinai che prefigurano i Soviet del 1917; molti ufficiali nobili vengono uccisi o incarcerati e agli ufficiali della marina mercantile viene data la facoltà di comandare navi militari senza nemmeno verificare la loro effettiva preparazione. Un ufficiale militare doveva avere competenze tecniche di eccellenza per guidare una nave in combattimento, per fare manovre di squadra e per dirigere il tiro dell’artiglieria: l’inesperienza degli ufficiali mercantili incide pesantemente sull’esito delle battaglie navali e la marina di Sua Maestà Britannica comincia a inanellare una serie di spettacolari vittorie sulla flotta francese. Pochi anni dopo Napoleone dovrà rimpiangere la Marine Royale!

Nel campo legislativo i rivoluzionari volevano attuare le utopie illuministe: si pensava di poter arrivare alla massima semplificazione del diritto in modo da permettere a tutti di fare a meno degli avvocati! In realtà fin dall’inizio il governo rivoluzionario si caratterizza per una assurda proliferazione di leggi: le democrazie moderne sotto quest’aspetto sono davvero le degne eredi della Rivoluzione…

Ma per certi versi il diritto fu effettivamente semplificato: negli anni del Terrore i processi per reati politici si svolgevano sulla base di sospetti e delazioni e gli imputati erano condannati con procedimenti sommari e improvvisati!

Un campo in cui i rivoluzionari si impegnarono particolarmente era quello del diritto di famiglia. Nelle legislazioni dell’Ancien Régime la figura del padre di famiglia corrispondeva a quella del sovrano nella nazione, per cui preoccupazione eminente dei rivoluzionari era l’abbattimento dell’autorità patriarcale, l’introduzione del divorzio, l’allentamento dei vincoli famigliari. Si cominciava a parlare di femminismo e di “educazione collettiva”: la società contemporanea ha portato a termine quest’opera di dissoluzione della famiglia naturale in un modo che non poteva essere più completo!

Molto interessante è il saggio di Jean Tulard sull’atteggiamento di Napoleone verso gli avvenimenti rivoluzionari. Le testimonianze disponibili mostrano che al giovane Bonaparte interessava una sola cosa: la battaglia per l’indipendenza della sua Corsica. La Rivoluzione sembra lasciare indifferente il giovane ufficiale d’artiglieria, che comincia a entrare nella vita politica solo in virtù dei suoi incarichi militari. Napoleone cavalca i miti rivoluzionari, ma una volta giunto al potere instaura lui stesso una nuova monarchia che scontenta i partigiani più “progressisti” del 1789. Non c’è dubbio comunque che l’Imperatore dei Francesi sarà sempre legato alla diffusione delle idee illuministe su scala europea.

Stéphane Courtois, lo storico che ha coordinato il lavoro per la pubblicazione de Il libro nero del comunismo, evidenzia le similitudini fra la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa. Il parallelismo dei due fenomeni è evidente, e gli stessi rivoluzionari russi prendono a modello Robespierre: in effetti il comunismo non ha fatto altro che amplificare ed elevare all’ennesima potenza la prassi operativa del Terrore. È indicativo come entrambe le rivoluzioni abbiano anche imboccato la via dell’autoassoluzione: quando Krusciov denuncia i crimini di Stalin in realtà denuncia l’apparato di potere cui lui stesso appartiene, così come la Repubblica Francese inscenò un processo-farsa per i crimini di guerra in Vandea, crimini di cui erano responsabili gli stessi membri della Convenzione, che ebbero la faccia tosta di presentarsi come salvatori della patria dopo aver mandato alla ghigliottina il loro dittatore Robespierre.

Michaël Bar Zvi tratta del rapporto fra ebrei e Rivoluzione francese. Questo breve saggio è decisamente spiazzante, poiché Bar Zvi ritiene che l’emancipazione ebraica abbia…esposto gli ebrei a ulteriori discriminazioni! In realtà l’effetto forse più gravido di conseguenze del 1789 è proprio l’abolizione delle interdizioni giudaiche che ha permesso agli ebrei un’irresistibile ascesa ai vertici della scala sociale, anche se è verosimile pensare che all’epoca i piani sionisti fossero confinati a una ristretta cerchia di rabbini. Nell’Assemblea Nazionale del 1789 si enunciò il principio per cui occorreva riconoscere tutto agli ebrei in quanto individui e nulla in quanto comunità religiosa. Il principio sul piano giuridico non fa una grinza, ma gli ebrei continuarono ad avere un atteggiamento settario, al punto che lo stesso Napoleone dovrà tornare sui passi rivoluzionari rimettendo in vigore alcune restrizioni nei confronti della comunità ebraica. Le tesi di Bar Zvi sono mutuate da quelle della filosofessa ebrea Hanna Arendt, che riteneva inaccettabile che gli ebrei rinunciassero allo statuto di “popolo eletto” sottoponendosi all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Alla luce di quanto è avvenuto negli ultimi due secoli, si deve constatare che la lobby ebraica deve tutto ai principi egualitari dell’89. Più interessante sarebbe piuttosto approfondire la storia della famiglia ebraica Rothschild, che proprio nel periodo delle guerre napoleoniche incrementa immensamente le sue fortune economiche finanziando gli opposti schieramenti e mantenendo uno stato di perenne conflittualità fra le nazioni d’Europa.

Il Padre domenicano Jean-Michel Potin analizza i famosi concetti rivoluzionari liberté, égalité, fraternité, mostrandone tutta l’astrattezza e la pretestuosa applicazione. Questi concetti, infatti, sono estremamente vaghi e suscettibili di interpretazioni che possono essere le più svariate e le più antitetiche: dal Cristianesimo all’illuminismo, dal comunismo al nazionalismo queste parole sono state adattate ai contesti più eterogenei.

La seconda parte del libro esamina l’interpretazione critica degli avvenimenti rivoluzionari da parte di alcune importanti figure intellettuali. Da Rivarol che appassionò Ernst Jünger, a Nietzsche, il più penetrante critico dell’egualitarismo, ai cattolici militanti come Bloy, Péguy, Bernanos…

Fra i pensatori controrivoluzionari i più interessanti sono indubbiamente Joseph de Maistre e Louis de Bonald. Il savoiardo de Maistre è tra i primi a rilevare come gli ideali pacifisti dell’illuminismo nella loro attuazione pratica abbiano scatenato l’era delle guerre totali e della militarizzazione della vita civile. Louis de Bonald elabora una sorta di ideologia controrivoluzionaria organizzata sul concetto di ordine trinitario: clero, nobiltà, borghesia, e nel microcosmo famigliare padre, madre e figli. Quasi una rivisitazione delle concezioni tripartite degli Indoeuropei!

Un’importante figura che segna un salto di qualità nel pensiero conservatore è quella di Donoso Cortés, che riflettendo sugli avvenimenti del 1848, ispirati al 1789 e aggravati dal nascente virus del comunismo, comincia a elaborare l’idea di una risposta radicale all’egualitarismo rivoluzionario: per opporsi alle rivoluzioni occorre una dittatura che assume i connotati di un intervento miracoloso nell’ordine divino.

Una figura da tener presente è quella dello storico Augustin Cochin (1875-1916) che ha dedicato la sua attività di ricerca al ruolo della Massoneria nella Rivoluzione francese. Questo originale studioso ha messo in luce le assurde imposture della cultura “democratica”, che elabora nel segreto delle logge le parole d’ordine che vengono poi divulgate come espressione della “volontà generale”. Il XXI secolo ha portato alle estreme conseguenze queste strategie di comunicazione col risultato di una totale alienazione degli individui dalla sfera della politica.

Fra i critici della Rivoluzione non si può non menzionare Charles Maurras. Il faro intellettuale dell’Action Française denunciava il sistema plutocratico nato dal 1789, l’emancipazione degli ebrei, nonché la dittatura delle parole, che ha impoverito e standardizzato il linguaggio. Inoltre Maurras stigmatizzava la cancellazione delle identità locali messa in atto dalla concezione rivoluzionaria della patria “una e indivisibile”.

La terza parte del libro raccoglie testimonianze dell’epoca che ci informano su alcuni momenti salienti del processo rivoluzionario. Leggere queste pagine lascia ancora oggi esterrefatti per la brutalità e l’efferatezza degli avvenimenti narrati. Rasenta l’inverosimile la descrizione dei cimiteri parigini nel periodo del Terrore. Nella sola Parigi si poteva arrivare a giustiziare centinaia di persone al giorno e i cadaveri dei ghigliottinati erano talmente numerosi che venivano sepolti a fior di terra: le salme emanavano un fetore insopportabile e dai cimiteri colavano rivoli di carne umana in decomposizione. Le autorità dovettero provvedere a un eccezionale ampliamento delle aree cimiteriali e un architetto arrivò perfino a progettare un gigantesco forno crematorio a forma di piramide: un simbolo molto caro alla Massoneria…

Queste pagine che testimoniano della inaudita violenza rivoluzionaria dovrebbero sempre essere richiamate alla memoria quando la classe dirigente democratica esibisce la sconcia retorica delle “pari opportunità”. Il mondo moderno, nato dalla Rivoluzione dell’89, è ancora oggi in larga parte influenzato dalla prassi rivoluzionaria. La lunga ombra del Terrore arriva fino a noi, con i diktat paranoici della correttezza politica, che si ispirano ai “certificati di civismo” istituiti dal governo rivoluzionario, con la “legge dei sospetti” di Robespierre che si prolunga nei moderni reati d’opinione: razzismo, antisemitismo, revisionismo, sessismo, omofobia…

L’appiattimento della personalità prefigurato dall’illuminismo è stato pienamente attuato dalla società di massa contemporanea, e la distruzione delle caste naturali ha lasciato il campo a caste artificiali i cui privilegi non sono giustificati da alcuna funzione sociale.

La Francia ha celebrato trionfalmente i primi due centenari della Rivoluzione, ma oggi ci si chiede se sarà festeggiato un terzo centenario. L’Europa è avviata a un processo di putrefazione multietnica forse irreversibile. Verosimilmente fra qualche decennio i musulmani saranno una larga maggioranza in Europa, quindi i “valori laici” della Rivoluzione andranno letteralmente…a farsi benedire!

Se poi l’Europa dovesse vivere un sussulto di orgoglio identitario che risvegli le coscienze assopite dei suoi popoli, allora le istanze egualitarie del 1789 saranno il nemico pubblico numero uno in sistemi politici basati sulla gerarchia. Pare insomma che non ci sia alcun futuro per i sacri principi dell’89, che alla prova della storia mostrano di essere stati la condanna a morte della civiltà europea.

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AA. VV., Le livre noir de la Révolution française, Cerf, Paris 2008, pp.882 € 44,00 www.editionsducerf.fr

http://www.centrostudilaruna.it/il-libro-nero-della-rivoluzione-francese.html

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