LA FINANZA E IL POTERE

Brani estratti dal libro : “LA FINANZA E IL POTERE” edizioni di Ar http://www.libreriaar.it/
va fatto notare che l’opera è stata scritta nel 1979.Quindi c’è qualche differenza tecnica rispetto ad oggi.
Ma la sostanza non è cambiata,se non in peggio.
“che cosa è lo sfondare una banca, di fronte al fondare una banca” Bertold Brecht
“L’utilizzazione del sistema giuridico esistente mira a isolare il potere di proprietà, d’impresa. Le grandi compagnie, diventando multinazionali, sono obbligate a praticare metodi di money management fraudolenti rispetto alle leggi, concepite per un sistema economico che non ha rispondenza con la realtà. Temporaneamente, la base della ricchezza può passare dalla produzione alla speculazione: la Montedison per tutto un periodo ha guadagnato più denaro dalle speculazioni in borsa, che dagli utili ottenuti con la vendita dei prodotti; oggi, la sua holding è diventata un vero colosso finanziario. E’ nelle banche che risiede il vero potere. Se il controllo non viene esercitato a questo livello, nulla è possibile. Ogni nazionalizzazione sarà votata al fallimento. Lenin aveva descritto lo stadio avanzato dell’imperialismo come una tappa dell’accaparramento delle finanze, ma non avrebbe mai potuto immaginare la complessità e la sofisticazione di questo potere manipolato attraverso le azioni, la creazione di holding e di compagnie finanziarie nel paradiso fiscale. Le banche sono industrie che lavorano con il denaro quale materia prima .
Allo stesso modo, la globalizzazione del sistema economico ha reso priva di senso qualsiasi distinzione tra banche di Stato e banche private. In Occidente, un gran numero di enti è nazionalizzato, ma anche essi sono obbligati, come le linee politiche di governo, a seguire il volere della finanza moderna e ad agire esattamente nello stesso modo delle banche private. Attualmente banche e multinazionali sono legate organicamente tra loro, ed è impossibile distinguere il settore della produzione da quello delle finanze.
L’osmosi è totale: in Germania Federale, il 70% di tutte le azioni con diritto di voto sono sotto il controllo di tre banche commerciali; duecento industrie britanniche che rappresentano l’85% di tutta la produzione e centocinquanta società che coprono il 75% delle esportazioni dipendono da quindici grandi banche; negli Stati Uniti, cinque delle 13.000 banche detengono il 90% dell’industria petrolifera, il 66% di quella siderurgica e delle aziende produttrici di macchinari e il 75% di tutta l’attività chimica
Charles Levinson
il furto
“Mi si consenta di battere e controllare la moneta di un Paese e dopo non mi importerà chi siano i suoi governanti”. (Meyer Amschel Rothschild).

“Dubito che all’uomo della strada farà piacere apprendere che le banche possono fabbricare – come difatti fabbricano – danaro. La massa di danaro in circolazione varia unicamente per l’intervento delle banche, mediante la dilatazione lo la contrazione del credito. Ogni credito o conto allo scoperto crea danaro. E coloro che controllano il credito di un Paese, ne dirigono la politica governativa e hanno in pugno i destini di quel popolo”. (Reginald Mc, Kenna, membro della Camera dei Comuni, discorso tenuto alla Midland Bank, génnaio 1924)

“Un potere illimitato e una dominazione economica dispotica si trovano concentrati in pochissime mani. Questo potere diviene particolarmente sfrenato quando sia esercitato da coloro che, controllando il danaro, amministrano il credito e ne decidono la concessione. Essi somministrano – per così dire – il sangue all’intero organismo economico e ne arrestano la circolazione quando loro convenga; tengono in pugno l ‘anima della produzione, in guisa che niuno osi respirare contro la loro volontà”. (S.S. Pio XI, Enciclica “Quadragesimo Anno”).
Nel mondo moderno esistono materie prime a sufficienza, lavoro, impianti, mano d’opera qualificata, nozioni scientifiche e tecnologiche adeguate e, in generale, ricchezze sufficienti ad alimentare – anzi, a sovralimentare – i suoi abitanti. E nondimeno, in detto mondo moderno, si rinnovano puntualmente, periodicamente, crisi “economiche”, e disoccupazione operaia con il suo corollario: la fame. La scienza economica ufficiale giustifica questa alternanza di fasi di prosperità e di recessione, biascicando di benessere fittizio ed eccesso della produzione ed approdando alla stupefacente conclusione che sia logico e naturale veder gente ciondolare di fame e miseria accanto a magazzini straripanti di ogni mercanzia. Personalmente sono arrivato alla conclusione che la cosiddetta scienza economica contemporanea costituisca un fenomeno analogo a quello di certa pseudo-pittura che gli intellettuali “hippies” qualificano “ultramoderna” e gli archeologi… “preistorica”. Intendo dire che si tratta di un “bluff” piramidale, che però quasi nessuno osa denunciare per il timore di passare per… incompetente, disinformato, retrogrado, ecc., agli occhi della massa conformista e genuflessa in adorazione delle idee codificate. Quali che siano infatti le possibili obiezioni, è innaturale – e quindi impossibile – che la gente crepi di fame per aver prodotto troppi beni di consumo.
Il codice penale spagnolo e i codici penali di tutto il mondo puniscono, con pene che possono arrivare fino all’ergastolo, i falsificatori di moneta. Osiamo supporre che i legislatori non impongano sanzioni così pesanti solo per punire il falsario, il quale ponendo in circolazione banconote false si procaccia beni e servizi senza esserseli guadagnati lavorando, bensì – e soprattutto perché aumentando fraudolentemente la massa di liquido circolante deruba, indirettamente, tutti i suoi concittadini.
La cosa riesce agevolmente comprensibile: quanto maggiore è il denaro circolante – in una data situazione – tanto minore è il suo valore. Se una banda di falsari in grande stile pervenisse, ad esempio, a stampare e diffondere una massa di banconote false pari a quelle a corso legale circolanti sul mercato, ogni cittadino si ritroverebbe automaticamente dimezzato il valore anteriore del suo denaro buono. I falsari sono autentici rapinatori dato che, con l’emissione di moneta falsa – che viene accettata per buona – si appropriano dell’equivalente denaro dei concittadini i quali dovranno per forza compensare di tasca propria il prezzo dei beni e servizi che i suddetti falsari si sono procurati con moneta falsa.
In effetti, qualsiasi nuova emissione di danaro – chiunque sia a farla – diminuisce il valore di quello già in circolazione. I detentori del danaro che circolava prima della nuova emissione subiscono una perdita evidente; di cui si rendono esatto conto al constatare che i prezzi sono aumentati e, reciprocamente, che il loro danaro vale ora di meno.
Quando si verifica una emissione di nuova moneta? In passato era esclusivamente lo Stato ad avere la facoltà di battere moneta. Esso procedeva ad emissioni a misura che le necessità lo imponevano e, poiché la funzione della moneta non è altra che quella di agevolare il pagamento e lo scambio dei beni e servizi, la massa del circolante si manteneva relativamente stabile, nell’ambito di una determinata situazione economica. Talvolta lo Stato procedeva ad emissioni di moneta per destinarla al pagamento di lavori e servizi pubblici, come l’istruzione popolare, le istituzioni sanitarie statali, l’igiene pubblica, l’esercito e la polizia, la pubblica amministrazione ecc. Con l’emissione di questa nuova moneta i cittadini – i detentori del denaro – soffrivano una perdita nel valore unitario della moneta (non si dimentichi mai che maggiore è la massa, circolante e minore è il suo valore unitario e tanto più lievitano i prezzi). Epperò tale perdita veniva compensata – almeno in larga misura – dai benefici che, direttamente o indirettamente, la comunità ricavava dai servizi e lavori pubblici realizzati dallo Stato stesso.
Questo in altri tempi, perché oggi praticamente tutti gli Stati hanno abdicato la propria sovrana facoltà di battere moneta e l’ hanno fatto in favore di individui o istituzioni private: sono questi ultimi ad emettere “legalmente” la stragrande maggioranza della massa circolante, sino al punto da potersi affermare – senza iperboli -che almeno i nove decimi del denaro circolante in qualsiasi Paese sono costituiti da denaro falso.
Se l’aggettivo “falso” suonasse troppo urtante, possiamo rimediare chiamandolo denaro… “astratto”.
Con due aggravanti: i pittoreschi falsari antico stampo dovevano essere degli imitatori di classe, degli artisti, e correre personalmente grossi rischi; laddove i moderni falsari creano il denaro con un semplice tratto di penna, con una scritturazione contabile, e riscuotono per giunta su questo cosiddetto “danaro” tanto di interesse! Tutto ciò senza rischio alcuno: anzi… “riscotendo” in soprappiù il rispetto e la maggiore considerazione da parte del gregge di gonzi sottoposti alla tosatura.. ,
In Europa i banchieri erano già all’opera al principio del secolo XVII(W. Sombart, Gli Ebrei e la vita economica, Vol.1, edizioni di Ar, 1980 n.d.c.), prima ancora che esistesse quello che, con un eufemismo, si è chiamato”il sistema bancario”.
I possessori di oro o argento lo consegnavano a un banchiere affinché questi lo custodisse in cassaforte. Il banchiere non era altri che il guardiano dei risparmi dei suoi compaesani, il quale, in cambio della sicurezza fornita come custode dell’oro ed argento altrui, esigeva un modesto compenso (interesse). Il banchiere, ovviamente, rilasciava una ricevuta per i valori affidatigli. Un tizio che depositasse mille scudi d’oro nella cassaforte di una banca, otteneva dal banchiere una ricevuta di pari importo. Quando successivamente il depositario tornava a prendersi il danaro, la banca glielo restituiva, detraendone l’interesse vigente, a compenso per la custodia dei valori, e la ricevuta veniva distrutta.
Tale ricevuta – documento di per sé incensurabile -, su cui progressivamente si edificherà la più colossale truffa di tutti i secoli – non solo di quelli passati, pure di quelli a venire – , era in realtà una semplice promessa di pagamento, firmata dal proprietario di una cassaforte.
Tali “promesse di pagamento” divennero cedibili e si tramutarono, di fatto, in danaro. Il che si rivelava affatto logico e conveniente, posto che risultava assai più comodo e sicuro impiegare un pezzo di carta in luogo di portarsi appresso bauli di monete d’oro e d’argento. Questi pezzi di carta, queste “promesse di pagamento” si usarono infatti come danaro, movendo dal presupposto che il danaro sia qualcosa di idoneo a ottenere la cessione di mercanzie, o la prestazione di servizi, o serva a saldare debiti.
L’esperienza quotidiana insegnò ai banchieri una circostanza curiosa. Essi constatarono che solo raramente i loro depositanti si prestavano a restituire la ricevuta (le loro “promesse di pagamento”) per riprendersi il metallo prezioso. In generale – e il fenomeno è perdurato immutato fino ai giorni nostri – i depositanti prelevavano un dieci per cento sul totale dei valori depositati. Se Caio depositava, poniamo, mille scudi d’oro, o qualsiasi altra moneta a corso legale, come l’argento, prelevava poi in media cento scudi per lo svolgimento della sua attività, il mantenimento, le spese ordinarie, ecc. – lasciando in giacenza presso la banca i rimanenti novecento scudi. In altri termini, se un banchiere che custodisse un deposito di un milione di scudi, ne avesse perduti, rubati o dilapidati novecentomila, i centomila restanti sarebbero stati ancora sufficienti a fronteggiare l’usuale richiesta dei suoi depositanti.
Ammaestrati da ciò i banchieri iniziarono a porre in circolazione altre ricevute, ossia altre “promesse” di pagare… oro, sino a decuplicarle rispetto alla quantità d’oro che realmente custodivano, fornendo tali “promesse” dietro congruo interesse. Non bisogna mai dimenticare, neppure per un attimo, che i banchieri prestavano – e continuano a prestare – qualcosa che essi non possedevano, né in qualità di proprietari né in qualità di depositari o, al massimo, in quest’ultima veste, solo per il dieci per cento del totale da loro “prestato”. Di più, come garanzia di solvibilità dei clienti a cui concedevano prestiti, i banchieri esigevano i titoli di proprietà delle case, delle officine, dei fondi, dei raccolti ecc., in guisa che se un prestito – aumentato degli interessi cumulati non veniva rimborsato entro una determinata scadenza, il banchiere diventava proprietario dei beni concessi in garanzia.
Qui è opportuno un inciso. Si richiama l’attenzione sulla circostanza che il banchiere non prestava – né presta – danaro bensì semplicemente una promessa di pagarlo. Il valore dei danaro deriva dal fatto che esso materializza un servizio, lavoro o altro, reso alla comunità. Per questo dà diritto a godere di beni o servizi che richiedono una pari quantità di lavoro. La “promessa di pagamento- al contrario è una richiesta di beni in nome di un servizio che non si è ancora svolto. Questo comporta la sottrazione di beni e servizi a coloro che hanno compiuto un lavoro utile alla comunità a vantaggio di chi promette, con un semplice scritto, di compierne domani (n.dc.).
E il fatto che per mezzo di tali promesse si fornissero beni e servizi, ovvero che esse funzionassero come denaro, non altera il fatto che danaro non erano, bensì semplicemente promesse di pagarlo e nulla più. Con la aggravante che tali “promesse” rimanevano prive di reale copertura in oro o argento. Promesse create “ex nihilo” e producenti un lauto interesse.
Il prestito è stato anche definito come uno scambio di debiti. Il banchiere prende la garanzia (titolo di proprietà d’una casa o fabbrica, per esempio), per la quale si obbliga verso il proprietario; questi, a sua volta, riceve dal banchiere le “promesse di pagamento” o, come si suol chiamarle, il credito, per il cui ammontare maggiorato degli interessi – rimane obbligato al banchiere. In realtà quanto è accaduto risulta un mero scambio di promesse: la promessa dei banchiere di pagare al suo cliente, contro la promessa di questi di rimborsare il prestito più gli interessi. Il cliente dà, in garanzia, i titoli di proprietà della sua casa o fabbrica. Il banchiere non dà un bel nulla. Si potrà obiettare che il banchiere presta il danaro e che esso costituisce la sua garanzia. L’obiezione è assolutamente falsa! Il banchiere non presta danaro; egli ha messo in circolazione “promesse di pagar danaro” (sono queste che effettivamente ha prestato), rappresentanti una massa di danaro che è il decuplo di quanto realmente ha in cassa. E chi possegga dieci non può, né potrà mai, prestare cento. In altre parole, mentre le banche dispongono verso la comunità di garanzie che rappresentano ricchezze reali, quali sono le case, le fabbriche, i fondi, i raccolti ecc., la comunità non dispone, nei confronti delle banche, di alcuna garanzie. Il minimo tentativo che venisse fatto dai creditori di una banca per esercitare le proprie “garanzie” verso di essa, dimostrerebbe come dette “garanzie” non abbiano alcuna consistenza. Se poi tali creditori dovessero mettere alle strette la banca, porla con le spalle al muro, verrebbero puniti con la perdita di tutti i loro risparmi. La banca chiude gli sportelli, dimostrando che le sue “promesse di pagamento” sono false… salvo che non intervenga, in soccorso della banca, lo Stato, con una moratoria – moratoria le cui conseguenze saranno che, alla fine dei conti, sarà stata la comunità in blocco a pagare per la banca e le sue false promesse.
Ma tutto questo equivarrebbe ad anticipare gli avvenimenti.. Torniamo all’epoca in cui il banchiere sta prestando il suo credito (le sue “promesse di pagamento”) ai suoi concittadini. Ipotizziamo che i suoi creditori abbiano depositato nella sua banca un miliardo di lire. Il banchiere ha aperto crediti per dieci miliardi di lire, distribuendo ai suoi clienti i libretti di assegni bancari. Questi assegni, che verranno utilizzati per le successive transazioni, rappresentano del danaro creato con un semplice tratto di penna sui registri contabili della banca. Essi giocano esattamente lo stesso ruolo del danaro falso, giacché fanno aumentare le possibilità di acquisto e, per ovvia conseguenza, fanno lievitare i prezzi e svalutano il denaro esistente prima che il banchiere desse inizio alle sue operazioni. In altre parole: col produrre nuovo denaro il banchiere, alla pari di un volgare falsario, ha rubato un pò a ciascuno dei suoi connazionali, ottenendo per giunta un interesse su questo danaro rubato.
Nell’immediatezza dell’applicazione il sistema appare efficace. L’euforia generale maschera la rapina collettiva che si è perpetrata. I beneficiari del credito bancario hanno avuto modo di produrre nuova ricchezza, il commercio arriva al settimo cielo e si è conseguita la piena occupazione. Ogni qual volta un prestito viene restituito – con tanto di interessi – la banca si affretta a riconcederlo. I dieci miliardi di lire che sono stati rovesciati sul mercato hanno provocato il classico “boom”. I prezzi salgono verticalmente mentre ogni specie di prodotto alletta i compratori. Ma l’aumento dei prezzi può continuare solo a condizione che continuino anche i prestiti. Ogni qual volta il banchiere cessa di far prestiti – cioè di fabbricar danaro – i prezzi smettono di salire e il mercato si affloscia. La possibilità di continuare lucrando profitti sempre maggiori in un mercato rialzista svanisce allorché il banchiere comincia ad accusare delle difficoltà. Infatti egli ha prestato le sue “promesse di pagamento” – o, se si preferisce, ha aperto crediti per dieci miliardi di lire. Con il denaro autentico, liquido, che ha conservato, ha di che soddisfare pari pari le ordinarie necessità di cassa. Qualsiasi richiesta straordinaria di fondi può lasciarlo allo scoperto. Tutti i crediti che egli ha concesso sono costituiti da assegni bancari, così come tutte le ricevute che egli ha rilasciato ai suoi depositanti costituiscono promesse di pagare in oro e argento (oggidì in carta moneta, valuta legale dello Stato). Di conseguenza tanto i suoi depositanti, come i suoi finanziati – creditori e debitori – possono esigere oro e argento (o banconote di Stato) per le obbligazioni che il banchiere ha contratto. Tutti sono persuasi che ciò che il banchiere presta loro sia oro o argento (o banconote emesse dallo Stato), e che si utilizzino i libretti di assegni bancari a motivo della praticità e comodità. Però il banchiere sa, meglio di nessun altro, come le cose non stiano affatto così. Egli sa perfettamente di aver prestato qualcosa che non possiede e come il suo ingegnoso traffico regga unicamente per la fiducia di cui esso gode presso i clienti. Vale a dire: la fede nell’apparente reversibilità tra metallo e carta (oggigiorno, tra l’assegno bancario e il danaro da esso rappresentato). Il suo diabolico affare si fonda dunque su di un abuso di fiducia, su di una finzione che deve essere sostenuta a qualsiasi costo.
Nella situazione descritta, avendo il banchiere prodotto tutte le promesse di pagamento che le sue riserve gli permettevano di emettere (ossia prestiti dieci volte superiori all’ammontare delle riserve stesse), egli si trova a dover rifiutare ulteriori prestiti. In realtà il processo di circolazione fa rifluire nelle casse della banca una parte notevole dei crediti emessi, e non come richieste di conversione del “credito” in denaro legale, ma come pagamento di prestiti (cambiali, ecc.). Questo permette una prosecuzione pressoché illimitata del funzionamento dei sistema creditizio bancario .
Ma il mercato tarda ad adeguarsi alla nuova situazione: coloro che hanno comprato merci, al fine di rivenderle, fidando nella esistenza di danaro in grado di pagarne il prezzo, o quelli che hanno fabbricato prodotti con la stessa convinzione, cominciano a rendersi conto che le loro aspettative non avevano un concreto fondamento.
Un nuovo fenomeno si manifesta nella congiuntura difficile che si sta verificando: fintanto che il banchiere “inventava” sempre maggior quantità di danaro – insistiamo che per danaro devesi intendere tutto quanto serva come mezzo di pagamento – e i prezzi salivano, il danaro cambiava di mano con facilità. Sia il danaro autentico (metallo o banconote di Stato), sia, soprattutto, le celebri “promesse di pagamento” del banchiere (gli assegni bancari) passavano rapidamente dal compratore al venditore e da questi alla banca, da cui veniva in parte prelevato per pagare i salari, le fatture ecc.Ma ora il discorso cambia e il denaro sembra sparire,diventare raro.
Supponiamo che la Banca X apra un credito di cento milioni di lire al sig. Rossi, il quale si affretta a investirlo impiantando una fabbrica e cominciando a sfornar prodotti in un mercato rialzista. Il sig. Rossi paga, mediante assegni bancari, i muratori, i fabbri e i falegnami che gli hanno costruito la fabbrica. E tutti costoro hanno, a loro volta, tanto di conto corrente presso la Banca X nel quale conto versano gli assegni anzidetti. Parte del danaro rappresentato da questi assegni verrà prelevato dai singoli interessati per le rispettive necessità. E detto danaro sarà speso nel commercio locale: il supermercato, la macelleria, i negozi di abbigliamento ecc. Tutti questi venditori al minuto si affretteranno a depositarlo sul proprio conto corrente, sempre presso la Banca X, da cui sarà prelevato per il pagamento dei rispettivi fornitori (ereditori): agricoltori, mulini, industrie tessili ecc. E tutti costoro vanno aprendo conti correnti presso la solita Banca X. Ma tali conti correnti non significano altro, in realtà, che semplici scritturazioni del valore degli assegni in possesso dei titolari dei conti.La direzione della Banca X sa benissimo che gli assegni, per il valore di cento milioni di lire che sono stati concessi in prestito al sig. Rossi, questo signore li ha spesi per pagare coloro che gli hanno costruito lo stabilimento. Dai conti correnti di questi ultimi risultano dei saldi attivi, però tutto quanto i titolari posseggono sono degli assegni della banca stessa e che essa aveva consegnato, come prestito, al sig. Rossi. Gran parte delle operazioni descritte,in pratica,vengono effettuate tramite girata di assegni tramite gli interessati. Quindi senza alcun intervento, tra una fase e l’altra, della banca come soggetto di intermediazione..
Immaginiamoci ora che un ribasso generalizzato dei prezzi metta in allarme i predetti signori, che si presentano un bel dì allo sportello di cassa della Banca X, pretendendo di ritirare i propri depositi, però in danaro… danaro autentico, vero, banconote ufficiali; emesse dallo Stato. E supponiamo che l’allarme, come gia avvenuto migliaia di volte nella storia dell’avventura bancaria, contagi un esercito di clienti che si accoderanno davanti agli sportelli della banca, con la medesima pretesa. Al pericolo di insolvibilità da parte della banca, si aggiunge, causata dallo aumento dei prezzi (inflazione), la corsa all’acquisto di “beni rifugio”, quali oro, diamanti e immobili che, contrariamente al danaro, mantengono inalterato il loro valore relativamente a quello delle altre merci. Tutto ciò sottrae ulteriore danaro (questa volta danaro “reale”) al mercato, che così entra in recessione…
Considerando tali eventualità, tanto facili a verificarsi quanto minacciose, il banchiere avverte che chiudere il rubinetto del credito non rappresenta una misura sufficiente: egli deve quindi cominciare a premere sui suoi debitori perché si mettano in regola con le proprie obbligazioni. E così la direzione, della Banca X convoca il sig. Rossi e lo invita a rimborsare il prestito ottenuto, se non interamente almeno una fetta sostanziosa. E il sig. Rossi, facendo pressione sui suoi debitori – o svendendo malamente il suo magazzino prodotti – reperirà il danaro necessario a rimborsare il prestito bancario. I suoi debitori (clienti, dettaglianti, concessionari ecc.) si rivolgeranno alla banca e ritireranno il proprio danaro – sotto forma di assegni – , con cui salderanno il sig. Rossi che potrà rimborsare il prestito alla Banca X, la quale farà sparire le sue “promesse di pagamento” con un semplice tratto di penna nei registri contabili.
Applicando ora a un congruo numero di clienti il trattamento usato al sig. Rossi, la banca si troverà ad aver concesso prestiti per un volume soltanto cinque o sei volte superiore ai depositi, rimanendo insomma al coperto dall’eventuale assalto provocato dal panico susseguente alla crisi e alla disoccupazione. Nel caso di clienti che non siano riusciti a pagare i propri debiti, la Banca sarà entrata in possesso di fabbriche, terreni, case ecc., il cui valore raddoppierà al ritorno della “prosperità”, cioè di un “boom” prodotto da una nuova ondata di danaro che ha solo simulato di prestare – non ci stancheremo mai di insistere sul come nessuno, per quanto mago della finanza sia, possa prestare ciò che non ha -, e gli unici a rimetterci saranno stati i piccoli produttori e la gran massa dei consumatori, dato che la mancanza di liquidità dei secondi renderà invendibili i prodotti dei primi.
Frederick Soddy, economista inglese, vincitore del premio Nobel nel 1921, ha scritto: “il tratto più sinistro e antisociale del danaro scritturale è di non avere alcuna esistenza autentica. Le banche girano al pubblico una massa complessiva di danaro che non esiste. Comprando e vendendo per mezzo di assegni bancari, si verifica unicamente uno scambio privato fra coloro il cui danaro è amministrato dalla banca. Mentre il conto di un cliente viene addebitato, quello di un altro verrà accreditato e le banche possono continuare indefinitamente a rigirare il corrispondente importo.
“La facoltà di emettere danaro ha procurato alla banca la possibilità di realizzare grossi guadagni. Pur avendo iniziato la loro attività senza soldi propri, i banchieri sono riusciti a fare di tutti, indistintamente, dei propri debitori.[ … ]
“Questo danaro nasce ogni qualvolta le banche ‘prestano’ e sparisce ogni volta che il prestito vien loro rimborsato. Di modo che se l’industria tenta di pagare, il danaro dello Stato sparisce. E’ questo che rende così pericolosa la prosperità, giacché distrugge il danaro proprio quando è maggiormente necessario e fa precipitare la crisi”.
(questo, naturalmente, avverrebbe in una situazione economica di liberismo perfetto, senza alcun intervento regolatore da parte di forze extraeconomiche ,governo, ecc.)
E’ evidente che quando il banchiere cominciò a distribuire i suoi prestiti e, conseguentemente, fece salire i prezzi, ogni compratore si trovò, di fatto, a pagargli una specie di tributo; mentre quando il banchiere contrasse i prestiti, provocando così la caduta dei prezzi, furono i venditori a dovergli rendere il tributo. E’ un esempio tipico del: “se vien testa, vinco io; se vien croce, perdi tu”. Un esempio, inoltre, di flagrante disonestà, consistente nel fatto che Tizio, che cominciò le sue attività con danaro altrui, s’è tramutato, maneggiando “danaro astratto”, nel maggior proprietario di beni immobili (case, fondi, fabbriche) e di danaro (ma danaro concreto, autentico!) di tutta la città e alla lunga di tutto il Paese.
L’attuale sistema bancario, grazie all’uso degli assegni bancari, permette ai banchieri di somministrare prima il “potere di acquisto” ai loro concittadini, per poi sottrarglielo nel momento in cui ne avrebbero maggior bisogno. Una subitanea inondazione del mercato con danaro astratto – una autentica inflazione – fa salire i prezzi e aumentare la produzione. Il mercato viene sommerso da ogni tipo di prodotto e, conseguentemente, occorre moltissimo danaro per permetterne l’acquisto (assume fondamentale importanza tener presente che l’unica funzione del danaro è di rendere possibile la distribuzione di beni e servizi). Il repentino ritiro del denaro in queste circostanze, provoca necessariamente un’ondata di fallimenti e bancarotte… e, come conseguenza, disoccupazione e miseria.
Questo sistema, che sarà oggetto di scherno per le future generazioni, conferisce al banchiere il controllo del livello dei prezzi, e, come logica conseguenza, dei salari. Praticamente il banchiere mantiene, sui propri concittadini, un potere assoluto, un potere quale mai il più dispotico tiranno abbia immaginato: il potere di assoggettare alle sue pretese chiunque osi opporglisi, mediante la minaccia latente della rovina. Il moderno banchiere o, più esattamente, il sistema finanziario, è in grado di rovinare i suoi debitori e di strappar loro “legalmente” la proprietà.
“Supponiamo che io sia un banchiere e che presti mille dollari a John Smith, con la garanzia della sua fabbrica. Subito dopo ritiro una parte dei miei altri prestiti, diminuendo così il potere di acquisto nella regione in cui John Smith svolge la sua attività. Come conseguenza di detta contrazione del potere di acquisto e della relativa ‘domanda’, i prezzi scenderanno e John Smith cesserà di guadagnare. Siccome deve pagarmi gli interessi sul prestito, egli comincia a diminuire il personale e a installare macchine che gli consentano di economizzare mano d’opera. Però io proseguo nella riduzione dei prestiti. E i prezzi continuano a scendere, tanto che, alla fine, John Smith si ritroverà senza mezzi. Egli mi informa che non può corrispondermi gli interessi. Pertanto gli sequestro la fabbrica e la pongo in vendita. La miglior offerta è di ottocento dollari e quindi me la tengo in pagamento del mio prestito. Poco più tardi riprendo a far prestiti e i prezzi tornano a salire. La fabbrica di John Smith acquista ora un notevole valore giacché, somministrando il potere d’acquisto, ho fatto aumentare la ‘domanda’ di quanto essa produceva. Così posso ora venderla per cinquemila dollari, lucrandone quattromila in piena legalità”.
Crisi mondiale del 1929.L’esempio addotto potrà tacciarsi di esagerato. In verità ogni esempio, per servire da ammaestramento, deve essere in un certo senso caricaturale. Diceva Goethe che “pensare è esagerare”! Eppure il fatto illustrato si è verificato molte volte in pratica. Così, nel 1930, gli Stati Uniti d’America si trovavano con i magazzini zeppi, però mancava il danaro necessario a farne commercio, cioè a far giungere i prodotti ai consumatori. L’inflazione aveva spinto i piccoli risparmiatori a cercare fonti di investimento che garantissero un reddito superiore alla svalutazione del danaro. L’investimento maggiormente rimunerativo era rappresentato dall’acquisto di azioni. Il “gioco al rialzo” provocò un sempre maggiore afflusso di capitali nel mercato azionario, e quindi la sottrazione degli stessi al mercato del consumo di merci. Ciò provocò il fallimento di numerose aziende medio-piccole. Conseguenza di tali fallimenti fu la caduta verticale del valore dei titoli azionari di queste aziende. 1 piccoli azionisti temettero di perdere i propri risparmi e si affrettarono a vendere le azioni da loro possedute, provocando la caduta verticale di tutti i titoli quotati a Wall Street. Si verificò il famoso “crack” del “black friday” (Venerdì nero), le imprese fecero bancarotta a migliaia e il trenta per cento degli operai rimase senza lavoro.
Altro esempio. Il 16 maggio 1963 il Tribunale Correzionale di Nivelles in Belgio esaminava la questione del fallimento della ditta SOCOGA. Paul Marie de Launoy rese dinanzi al giudice la seguente deposizione: “La Banque Belge d’Afrique, della quale io ero amministratore delegato, concesse un credito di 61 milioni di franchi belgi alla SOCOGA”. Il Presidente: “si tratta di molto danaro per una banca il cui capitale è di 100 milioni”. Il teste: “Di 144 milioni… e la banca disponeva in quel momento di 1350 milioni di crediti impiegati in ogni loro forma”. Più avanti il teste aggiunse: “Qualunque imprenditore può trovarsi sull’orlo del fallimento quando gli vengono revocati i crediti”.
Ma torniamo alla situazione negli USA del 1929. Le mercanzie erano più che abbondanti, i silos granari pieni da straripare – si dovettero financo distruggere i raccolti bruciandoli – la mano d’opera, sia specializzata che bracciantile, pronta al lavoro: mancava solo il “danaro”! Le banche vennero in possesso di decine di migliaia di industrie, aziende commerciali, imprese agricole, negozi. Mancava danaro… mancava qualcosa che, seppure ardua da guadagnare, risulta, in cambio, la cosa più facile da farsi: è sufficiente la tipografia dello Stato, che tutela e controlla la quantità emessa, acciocché sia proporzionata alla reale ricchezza prodotta. E tuttavia il governo statunitense non fece stampare il danaro occorrente. Per aumentare il volume di danaro circolante fu abbassato il tasso di sconto, a fine di scoraggiare l’immobilizzo di capitali presso le banche. Ciò aggravò la situazione di crisi dell’apparato produttivo, dato che all’aumento della liquidità non corrispose una ripresa della produzione, bloccata dalla mancanza di capitali bancari di investimento. Da tale situazione gli U.S.A. usciranno soltanto con la politica economica di inflazione programmata voluta dal presidente Roosevelt, di ispirazione keinesiana (“new deal”).
Da questo momento in poi, negli U.S.A. inizierà a svilupparsi una politica di intervento crescente dello Stato nei campi economici interni ed internazionali. Il governo degli Stati Uniti, di concerto con il consiglio (Board) dei direttori della Federai Reserve Corporation ( Tra i principali membri del primo consiglio di questa Corporation, troviamo il banchiere di Amburgo Paul M. Warburg. Un fratello di questi si trovò compromesso, e per questo ufficialrnente accusato dai servizi segreti statunitensi, per aver contribuito a finanziare la rivoluzione bolscevica del 1917. Un altro Warburg fu privato della nazionalità tedesca, in applicazione delle leggi razziali del Reich nel 1933.) che è un consorzio fondato nel 1913 al fine di unificare gli enti di emissione della carta moneta, prima costituiti ora dall’ una ora dall’altra banca privata, fissa il livello del tasso di sconto, regolando in tal modo il volume di danaro liquido presente sul mercato.
Nei confronti della Federal Reserve Corporation (ente funzionante in modo analogo alla Banca d’Italia) il governo contrae un debito nominale ogniqualvolta per effettuare lavori pubblici, o per intervenire in sostegno di particolari settori economici che si trovino in grave crisi, fa stampare nuovo danaro. La differenza tra le entrate, dovute a tasse, imposte e utili delle aziende gestite dallo Stato, e i prestiti contratti con la Federal Reserve dà la misura tangibile della salute economica del Paese (da un punto di vista capitalistico, naturalmente). Il debito dello Stato nei confronti della Federal Reserve, che prende il nome di “Debito Pubblico”, permette di regolare la quantità di carta moneta in circolazione, e quindi di evitare che si riproducano situazioni di grave recessione come quella del 1929.
Le conseguenze di una completa libertà di azione da parte delle banche balzano alla vista. Essendo onnipotenti – quindi irresponsabili – le banche hanno potere di vita e di morte su qualsiasi impresa, per quanto robusta essa sia. La degenerazione finanziaria di tale fenomeno comporta il gravissimo estremo che per effetto del rifiuto di un prestito, un’impresa, per quanto prospera, può in un determinato momento vedersi costretta a vuotare i propri magazzini a qualunque prezzo, anche in pura perdita, per far fronte ad obbligazioni urgenti e scadenze. Dopo averla obbligata a vendere sottocosto, gli agenti della oligarchia bancaria comprano grosse quantità delle giacenze deprezzate; successivamente si approva il prestito, le mercanzie salgono di prezzo e vengono rivendute con fantastici guadagni. Detta pratica di furto legalizzato è giunta a un grado tale di raffinatezza, che è sufficiente annunciare attraverso la stampa un aumento o una riduzione del tasso – di sconto per far salire o scendere a volontà il valore degli stock.
Grazie a tali sistemi i membri della Federal Reserve e i loro vassalli delle banche private hanno praticamente raggiunto il controllo di tutte le grandi industrie americane… e, movendo da ciò, hanno cominciato la coca-colonizzazione del pianeta.
Per riassumere diremo che il cosiddetto “Credito” consiste nel falso impegno assunto dai banchieri di pagare dieci volte di più del denaro che essi posseggono, proveniente dai loro depositanti-creditori. Il credito non consiste in danaro autentico, a corso legale, ma potendo far le veci del medesimo – per pagare beni o servizi, o per estinguere debiti – di fatto diventa impossibile distinguerlo dalla moneta legale. Questi “impegni o promesse di pagamento”, rilasciati dal banchiere sotto forma di libretti di assegni bancari, nascono come prestiti che devono essere rimborsati con relativi interessi.
I banchieri si riservano il “diritto” di cancellare le loro “promesse” – a credito! – potendo così a loro arbitrio revocare il novanta per cento del potere di acquisto – la “domanda” – di un Paese. In effetti essi si limitano a suscitate fluttuazioni molto più’ modeste, giacché anche piccole fluttuazioni sono sufficienti ad alterare il livello dei prezzi in un senso o nell’altro, alterazioni delle quali essi vivono.
Sir Josiah Stamp, all’epoca la seconda ricchezza d’Inghilterra, durante un discorso pronunciato dinanzi a centocinquanta docenti dell’Università del Texas disse:
“Il sistema bancario è stato concepito nell’iniquità ed è nato nel peccato. I banchieri internazionali posseggono il pianeta. Togliete loro tutto quanto possiedono, lasciando però il potere di create depositi, e con alcuni tratti di penna produrranno depositi sufficienti a recuperare tutto di nuovo.
Nella terminologia bancaria, volutamente intricata, la parola “deposito” non indica, come la maggioranza crede, il danaro depositato da un cliente in banca. I depositi bancari sono, di fatto, “Impegni a pagar danaro”, valuta legale, spesso fino a dieci volte i versamenti dei depositanti, che sono indicati, nei bilanci delle banche, come “danaro in cassa”. Il vocabolo inglese “Deposit” significa, nella terminologia bancaria d’Inghilterra, Stati Uniti, Australia, Canada, Nuova Zelanda [e Italia. n.d.t.], “prestito”. E lo si trova consacrato nell’espressione: “A loan creates a deposit” (“Un prestito crea un deposito”). Tanto è vero che nei Paesi anglosassoni il danaro chirografario lo si chiama “Bank deposit money”. In Belgio invece il vocabolo Dépót designa, in termini bancari, il danaro effettivamente depositato dai clienti per i fini di custodia e fruttiferi, Lo stesso vale per la Francia. Quanto alla Spagna, non esiste un uso univoco del termine.
Se però toglieste la facoltà di produrre danaro, tutte le grandi fortune finanziarie sparirebbero, inclusa la mia, e ne risulterebbe un mondo assai più felice. Se invece preferite continuare ad essere gli schiavi delle banche e pagare le spese della vostra stessa schiavitù, consentite loro di seguitare a creare depositi” .
L’aspetto sfacciatamente sarcastico di questa dichiarazione consiste nel fatto che chi la rilasciò, sir Josiah Stamp, ricopriva la carica di presidente della “British Railways” (le ferrovie britanniche) e quella di presidente della … Banca d’Inghilterra, ente questo che è – alla pari della Federal Reserve Corporation – un’impresa privata e che, fin dalla fondazione, è stato quasi sempre diretto da individui della stessa origine di quelli che hanno diretto e dirigono la Federal Reserve.
Diventa quindi evidente come le pretese crisi economiche non siano altro, in realtà, che crisi finanziarie, provocate spesso artificialmente e deliberatamente. In un’occasione Thomas Jefferson ebbe a dire: “Credo che per le nostre libertà le istituzioni bancarie siano più pericolose degli eserciti nemici. Sono già arrivate al punto di erigersi in un’aristocrazia del denaro che sfida il governo. La facoltà di emettere moneta dovrebbe essere loro strappata e restituita al popolo, al quale giustamente appartiene”. (all’epoca le banche private potevano stampare,sotto licenza dei singoli governatori degli Stati della federazione,addirittura la moneta legale)
In realtà, il potere di produrre danaro – si tratti di danaro legale o di danaro creditizio – dovrebbe essere riservato soltanto allo Stato che provvederebbe a metterlo in circolazione a seconda delle necessità. E’ indispensabile farla finita una volta per sempre con il circolo apparentemente inevitabile di “prosperità e crisi”, o “inflazione e deflazione”, o “boom and slump” (benessere e recessione), o come diavolo si voglia chiamarlo. Questo circolo fatale ha, nell’economia di un Paese, gli stessi effetti di una trasfusione di sangue, seguita da una emorragia proprio quando il paziente stia cominciando a riprendersi. Il principale risultato del “circolo” è la corsa-competizione tra prezzi e salari… nella quale i primi vincono sempre.
La circolazione monetaria in un determinato Paese dovrebbe riflettere esclusivamente la sua capacità di produrre ricchezza, le sue possibilità di sviluppo e di espansione e la necessità di occupare la mano d’opera. Unicamente lo Stato -uno Stato libero e sovrano – i cui amministratori non abbiano dovuto comprare il voto dei propri elettori con una dispendiosa propaganda (finanziata da chi tra loro comanda…, giacché chi paga comanda), uno Stato libero dalla gelatinosa, invisibile, onnipresente influenza del “money power” (potere del danaro), può portare a buon fine una politica economica sana, sottratta alle catene del “danaro-debito” e dell’usura. Le banche assolvono una funzione economica e sociale; come retribuzione per questa funzione hanno diritto ad un profitto equo e normale, però non si può permettere che l’economia di un Paese dipenda da loro: le banche devono essere al servizio del Paese, non il Paese al servizio delle banche.
Lo Stato non deve limitarsi ad emettere moneta legale, bensì anche essere il dispensatore del credito. Fu appunto il prestito senza interessi a imprese solvibili il “deus ex machina” del colossale balzo effettuato dall’economia tedesca tra il 1933 il 1939: non la grande capacità di lavoro dei popolo tedesco, come si è preteso. Tale capacità di lavoro – incontestabile – non la inventò il regime nazionalsocialista, però la sua decisione di strappare all’arbitrio delle banche il potere di creare, o sopprimere, posti di lavoro, fu indubbiamente il provvedimento che consenti l’esprimersi di tale capacità.
Si potrà obiettare che gli Stati possono sbagliare, commettere abusi, quale che sia il loro regime politico. Ma quello che nessuno potrà mettere in discussione è che se uno Stato può sbagliare o può fare cosa contraria al bene comune in materia finanziaria, una banca, anzi il sistema bancario, deve forzatamente agire contro il comune interesse.
E ciò per costituzione: uno Stato è una fondazione pubblica e suo oggetto e funzione rimane il bene pubblico; una banca è un’impresa privata e suo oggetto risulta il suo interesse privato. E’ naturale che sia così: non è invece naturale che per mezzo di una truffa secolare la funzione pubblica di rendere possibile il commercio – scambio di beni – quale l’emissione del danaro (legale o. creditizio) si sia tramutata in un colossale e immorale monopolio privato.
Se il primo dovere di uno Stato è quello di proteggere i propri membri e, nella questione che stiamo trattando, di proteggerli contro il danaro-debito e la usura finanziaria, il primo obiettivo di tale Stato sarà di sottrarre sé stesso alla tutela del comunemente detto Money-power. Afferma Juan Beneyto che l’enorme problema imposto all’economia statale dall’ossessione dei Debito Pubblico, deriva dalla falsissima argomentazione che lo Stato abbia bisogno di danaro. Questa fisima sofistica discende dal fatto che lo Stato viene assimilato a un privato. Lo Stato non deve comportarsi come un privato. Lo Stato ha tre possibili modi di sopperire alle sue necessità finanziarie:
1) controllare i servizi pubblici;
2) controllare la moneta;
3) controllare le finanze. Bisogna partire dalla distinzione tra pubblico e privato, diversamente..: l’unica via che rimane è l’indebitamento dello Stato. Il risanamento è realizzabile solo grazie a uno Stato – come quello nazionalsocialista – che sia sovrano del danaro. Solo così è attuabile l’obiettivo di una finanza statale forte.
Uno Stato libero dai debiti non ha motivo di gravare i suoi membri per poterli pagare, come capita attualmente nei Paesi capitalisti. La Germania del 1933-1939 era uno dei Paesi in cui la pressione fiscale risultava minima: “l’obiettivo finale del nostro Stato – affermava Gottfried Feder – è la realizzazione di uno Stato privo di imposte”. Feder citava come esempio lo Stato bavarese, che pur non risultava affatto tra i più ricchi della Germania, le cui finanze non prevedevano tra le entrate, come voce principale, quella delle tasse. Quanto la Baviera ricavava dai boschi e parchi demaniali, dalle ferrovie e dai servizi postelegrafonici, copriva le spese culturali, educative, -i servizi pubblici e l’amministrazione della giustiziai. Quanto incassava dalle imposte veniva destinato integralmente a pagare il Debito Bavaro e quota parte dei corrispondente Debito Nazionale.
La funzione dello Stato non è di natura commerciale, bensì quella di garantire la integrazione tra le varie componenti e il loro sviluppo sinergico: onde evitare che l’interesse particolare di una di esse (ad esempio di quella economica) prevalga sull’obiettivo generale, dando luogo a rotture della continuità della struttura comunitaria e favorendo la comparsa di figure sociali classiste.
Il danaro va quindi ricondotto alla sua dimensione di semplice strumento di intermediazione e, in prospettiva, la stessa funzione della banca deve essere superata, essendo inammissibile il postulato della accumulazione di uno strumento di transazione. Come primo passo, è necessario togliere alle banche il potere di emettere moneta, sia questa costituita da danaro legale che da semplici promesse di pagamento. Il finanziamento delle attività economiche di interesse comunitario va quindi riservato allo Stato e privato delle caratterizzazioni che segnano i prestiti nella società capitalistica, come l’interesse. Già Platone aveva qualificato “aberrazione contro natura” la pretesa che il danaro producesse… danaro!

Advertisements