Il grande inganno

– Storiella numero 1 –
LA CRONACA
Di Prassard (Gian Paolo Pucciarelli)
Oberammergau, linda cittadina della Baviera. Dicembre 1954. Guido Roeder, appassionato di arti grafiche, conserva nello scantinato una vecchia Linotype con la quale si diverte a stampare graziosi calendari.
In tiratura ridotta e formato tradizionale, le pagine dei dodici mesi riproducono sulla carta patinata scenari alpestri e gli affreschi delle case bavaresi, recando messaggi di ottimismo per l’anno che sta per nascere e auguri di miglior sorte per la futura Germania.
Il centro destra di Konrad Adenauner continua ad amministrare la RFT sotto l’egida del governo di occupazione, mentre il marco tedesco si rivaluta, con dispetto di Wall Street, dove peraltro son note le prospettive nel medio termine del piano Marshall, di più estesa e lungimirante influenza.
Guido Roeder ha buona fama in città (i suoi calendari vanno a ruba). Anche se qualche noia gli ha arrecato la pagina di Aprile dell’ultima serie, sulla quale si ammirano splendidi scorci di Berteschgaden e il “nido dell’aquila”, dove Adolf Hitler trascorrendo i week end in compagnia di Eva Braun, avrebbe progettato olocausti e scrutato, oltre le cime di quota 2000, il miraggio di svastiche, sparse ovunque per il mondo.
Il tipografo bavarese è comunque entusiasta, perché con le vendite dei calendari ha messo insieme un piccolo gruzzolo, grazie al quale inizia a stampare a proprie spese 10.000 copie di un libro, che
non solo il pubblico della Baviera troverà interessante.
I primi esemplari freschi di stampa sono distribuiti nelle librerie di Oberammergau e nel resto della regione. Qualcuno pensa che nella Germania libera un libro venduto in provincia e il messaggio del suo contenuto (verità o menzogna che sia) abbiano il tempo di proporsi all’attenzione di pubblico e critica. Ma non è così.
Alcuni giorni trascorrono e mezzi blindati delle Forze di occupazione sconvolgono le strade della tranquilla Oberammergau, convergono verso lo scantinato del Roeder e lo cingono d’assedio. Entro qualche mese la RFT aderirà alla NATO, ma i foschi presagi del piano Morgenthau sembrano di nuovo nell’aria. Un ufficiale con tanto di elmetto, senza dare spiegazioni, interroga il tipografo: «Quante sono le copie del libro e dove si trovano?» Roeder impallidisce, blatera decine di volte «Varum?», senza avere risposta. Soldati in tuta mimetica caricano le copie del libro su due camionette. Roeder firma una dichiarazione attestante che non ne esistono altri esemplari, mentre una squadra di forzuti agenti della Military Police s’incarica di distruggere, a colpi di mazza, le matrici dell’impaginato e la vecchia “Linotype”. A ritirare in fretta le copie presenti in libreria e a disporne il sequestro ci pensa un magistrato, il cui nome è tutto un programma: Izrael Katz.
Il titolo del libro (in versione tedesca) forse basta a spiegare le ragioni di tanto trambusto? “Die Geheimnisse der Federal Reserve” (“I Segreti della Federal Reserve”). [O, per intenderci, oggi: come si persegue legittimamente l’interesse privato a totale spesa e danno della cosa pubblica]
Il motivo che giustificherebbe il provvedimento è il seguente+: il contenuto del libro è di chiaro stampo antisemita e in contrasto con una legge della Germania Federale che vieta ogni manifestazione, verbale o scritta, di pregiudizi razziali.
In soccorso del Roeder e a tutela del proprio lavoro, interviene da Washington l’autore del “manoscritto”, Eustace Mullins, che inoltra istanza al governo tedesco federale e chiede il dissequestro del libro, sostenendo che in esso non vi è nulla di antiebraico. Ma invano.
Mullins insiste. Il giudice Katz risponde, dichiarando che il Tribunale della Germania Federale è incompetente a giudicare il caso, poiché il sequestro del libro sarebbe stato eseguito applicando una norma del Governo d’occupazione.
Mullins dovrà dunque appellarsi al Governo degli Stati Uniti, il quale, interpellato, risponderà che la Germania Ovest ha riacquistato autonomia e libertà (d’informazione?) fin dal 1953. Interessante! Un “runaround” (per usare il termine di Mullins), irrispettoso e non certo chiarificatore. Ma la storia non finisce qui; a porvi termine sarà il fuoco “purificatore”. La vicenda di Oberammergau finisce infatti sul rogo. Qualche anno più tardi, a Monaco di Baviera, le 10.000 copie di “Die Geheimnisse der Federal Reserve”, poste sotto sequestro, vengono bruciate. Se ne incarica tale Otto John, funzionario del Governo Federale, eseguendo l’ordine del giudice Izrael Katz, il quale a sua volta segue i suggerimenti della ADL, l’Anti Defamation League, affiliata dell’Organizzazione Sionista Mondiale.
Heinrich Heine, decadente poeta della transizione germanica, scriveva che «Dovunque si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini».
Aforisma spesso citato dopo il grande falò dell’Operaplatz di Berlino, dove il 10 maggio 1933, Goebbels suggerì a Hitler di bruciare montagne di libri mandando in fumo la cultura tedesca.
Nel 1961 a Monaco di Baviera si brucia il libro di Mullins, ma nessuno lo sa.
“I Segreti della Federal Reserve” restano … segreti.
Fino al 1983, quando la Bridger House di Carson City pubblica qualche migliaio di copie dell’edizione aggiornata.
I tempi sono cambiati? Forse.
Così almeno avrebbe fatto pensare Lindon B. Johnson nel ’66, quando firmò il Freedom of
Information Act, (alias FOIA), legge sulla libertà d’informazione, destinata, come si vedrà, a fare in modo che il mistero dei dischi volanti resti tale.
Più tardi si avrà conferma (ma ce n’era bisogno?) che l’alchimia economica di George Soros è un perfetto riflesso di quella politica, solitamente praticata dalla “Serious Minority” (vedi “Open Conspiracy” di H. G. Wells), per controllare “New York Times”, “Washington Post” e il grado di acidità degli inchiostri americani (troppo basso per sostenere le frottole del rapporto Warren).
Oggi una singola copia di “The Secrets of The Federal Reserve” si può ottenere soltanto … su ordinazione (Provare per credere!). Tuttavia, sempre oggi, l’intero testo (inglese) è scaricabile da Internet!
Non si è mai vista comunque un’edizione italiana del libro di Mullins.
Perché nel nostro Paese convenzione e prudenza ci risparmiano il puzzo del rogo?
O perché ai nostri “Internauti” i segreti della Federal Reserve interessano fino a un certo punto?
Chissà se la sinistra equazione di Heine (in versione aggiornata) è ancor oggi tragicamente attuale?
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Storiella numero 2 –
EUSTACE MULLINS E I SEGRETI DEL POETA
Eustace Mullins ha un rispettabile impiego alla Library of Congress, una laurea alla
Washington University e un vivo interesse per le avanguardie europee del primo Novecento.
Lo attraggono i dipinti di Picasso e di Kandinski e in genere il Modernismo.
La Biblioteca del Congresso è la più grande del mondo (ventotto milioni di volumi).
Monumentale compendio dell’intero scibile umano e (con qualche disagio) campionario assortito di
crisi e fulgori della cultura occideale. Di quest’ultima un semplice bibliotecario può comprendere
ambiguità e contraddizioni, a stento nascoste sotto il peso dell’architettura neoclassica, della
tradizione liberale e della memoria di un presidente.
L’imponente Jefferson Building, appunto. E tutto quello che c’è dentro.
Ubicazione: 101 Independence Avenue – Washington – DC, qualche minuto a piedi dalla Casa
Bianca, mezz’ora d’autobus e due secoli d’inutile fuga dall’oscurantismo per raggiungere il 1100
dell’Alabama Avenue e il… “Nido del Cuculo”.
La storia dei manicomi, vero o falsa che sia, lascia concrete tracce d’archetipi. Uno di questi si trova
su una lieve altura, in direzione sud-est, quasi alla confluenza del Potomac con l’Anacostia.
Il punto in cui sostano gli uccelli migratori in cerca della giusta rotta e sbagliano… nido.
Ottanta piedi d’altezza, linee tardogotiche in segno d’austerità e non trascorsi orrori, sovrapposti ai
tanti frantumi del sogno americano, in modo che ne risulti un sinistro edificio. (L’ispirazione è di
Milos Foreman che venticinque anni più tardi, tenterà di spiegare le terapie psichiatriche in uso
negli States, con buoni appoggi di Upjohns, Roche e le Multinazionali delle benzodiazepine).
Nome ufficiale: St. Elizabeths Hospital.
A causa di ben note imprecisioni nel distinguere la follia individuale da quella collettiva, i cartelli
indicatori all’ingresso del nosocomio non recano la scritta “Mental Health”. Anche perché non è
bene si sappia che fra gli 8.000 “ospiti” dell’Ospedale sono selezionati i “forensic patients” da
sottoporre al test della lobotomia.
I Civils “beneficiano” invece di quotidiane terapie… elettroconvulsive.
Le visite ai ricoverati non sono concesse facilmente. Per via del lezzo di urina secolare misto ai
vapori dell’acido ipocloroso, causa di svenimenti e complicazioni polmonari.
Poi perché non sono ancora tanto lontani i tempi in cui Mr. Donovan, già Chief dell’ O.S.S.,
inaugurò al St. Elizabeth l’uso della scopolamina per farne il siero della verità.
Nel complesso di edifici dell’Alabama Avenue si conservano in formaldeide 1.400 cervelli umani e
corre voce che vi sia finito anche quello di Mussolini (ritenuto d’interesse sociale e utile un domani
a chi intendesse esaminare le cellule del Capo del Fascismo a scopi didattici, misurando gli effetti
dell’irrazionalità delle masse sui lobi cerebrali del Duce).
Eustace Mullins ha appena varcato i cancelli del St. Elizabeth, dopo aver ottenuto il “passi” e non
prima di aver svuotato la propria vescica urinaria. Fra tante amenità, recentemente apprese, mentre
s’incammina lungo il viale che attraversa un ampio prato fino all’entrata principale, sente
l’irrefrenabile impulso di affondare una mano nella tasca dei pantaloni per tastarsi ripetutamente i
testicoli. Gesto salvifico, anche se irrispettoso, per la vicinanza di Mrs. Dorothy che, pur mesta e
pensosa, con lui procede, affiancandolo.
Poco dopo, preda dell’emozione e degli scongiuri, Mullins si guarda intorno circospetto, avvertendo
invisibili presenze di spettri in divisa.
Sono i fantasmi dei 500 Soldati Blu (e Grigi) sepolti nell’area circostante, vittime della guerra civile
e dell’oblio. I loro poveri resti giacciono dispersi per sempre nel sottosuolo, mentre ignari
tagliaerba, ordinando il prato che li sovrasta senza alcun segno tombale, continuano a cancellarne la
memoria. Mullins sembra udire grida di vendetta, soffocate da metri di terra e fastidiosi ronzii di
tagliatrici. Ma è solo un’impressione. Non gli resta che accennare un sorriso, sul quale si protende
un filo di persistente amarezza.
Appare il cartello Mental Health Department. Prima di varcarne l’ingresso, il “visitatore” guarda il
lontano e quasi immobile Potomac, da cui sembra levarsi il frastuono delle battaglie combattute
novant’anni prima. L’illusione sonora s’interrompe, per via delle voci, quasi irreali, che provengono
dall’interno. Mullins, controllando a stento la propria emozione, si affida a Mrs. Dorothy che lo
accompagna alla camera di un illustre “ospite” del dipartimento: Ezra Pound.
Fuori, lo struttural-funzionalismo alla Talcott Parsons propone tregua ai conflitti sociali, solidale col
noto impostore che raccomanda “Società Aperte” senza far uso di volantini.
Bastano l’abbaglio del benessere e l’abitudine a invisibili moltiplicatori del debito pubblico.
La cella del St. Elizabeth in cui “alloggia” Pound è occupata da un maleodorante giaciglio e un
tavolo di metallo, su cui si ammucchiano quaderni di appunti. Lo spazio esiguo della cella consente
di ospitarvi il solo recluso, esempio del trattamento riservato alle vittime della moderna
inquisizione. Sebbene Mrs. Dorothy cerchi di tranquillizzare Mullins, si fa presto strada in lui la
tentazione di concludere la visita con un rapido, liberatorio congedo, ancor prima che si proceda
con le presentazioni. L’ambiente è impressionante. Il Poeta del resto, poco incline ai convenevoli,
esclusi quelli strettamente di rito, dopo un breve scambio di parole, non sembra propenso al dialogo.
Lunghi silenzi, interrotti da brevi domande sullo stato di salute del recluso, restano senza risposta,
con evidente imbarazzo di Mullins, che più volte rivolge lo sguardo a Mrs. Dorothy, mentre gli
occhi di Pound, seminascosti da cispose sopracciglia, lo fissano con insistenza.
“Lei ha fatto la guerra?” Chiede il Poeta. E la domanda riduce l’impaccio del bibliotecario, ma ne
aumenta comunque la sudorazione corporea.
“Sì. Ho prestato servizio nell’US Army, e nel 1945 facevo parte delle Forze di occupazione in
Baviera.” “ Si è mai chiesto perché?” “Come?” “Perché?”
“Perché ho servito la mia Patria.”
“No. No. Si è mai chiesto perché è scoppiata la guerra?” Mullins impallidisce.
“Si è mai chiesto che cosa rappresentano gli enormi e profondi crateri di Hiroshima, scavati e
modellati nella calda estate del 1945?” “Lei sa che cos’è la Federal Reserve Bank?”
“La Banca Centrale degli Stati Uniti.”
“Non esattamente. E’ la responsabile della Prima e della Seconda Guerra Mondiale!”
Mullins ascolta attonito.
Nel linguaggio di Pound ricorre la parola Usura, che vuol dire International Loan System, rete dei
prestiti pubblici organizzata dall’Investment Banking, cui spetta il diritto di intermediazione su ogni
scambio internazionale. La memoria di un passato non più recente, ma incancellabile, emerge,
imperiosa e sgradita, componendo immagini che velocemente si sovrappongono per ricordare ferite
inguaribili, inflitte nel profondo dell’animo.
Tempi e luoghi diversi evocano il lungo soggiorno europeo e il passo dell’esule, cadenzato sui ritmi
poetici del Cavalcanti e l’Alighieri, per tradurlo nel linguaggio, illuminante e faticoso dei Cantos.
Parigi e la Bella Signora Italia, più volte violentata e offesa. Venezia, la Riviera. Il 1945 è anno
cruciale. Oltre all’arresto del cittadino americano “traditore” che osò denunciare i responsabili di
due guerre mondiali, si segnalava nei pressi del lago di Como, la presenza di un britannico obeso,
con l’orecchio all’ascolto di sempre più fievoli eco, disperse nel vuoto, fino alla decisa pressione
d’uno scarpone militare straniero; un brindisi di compiacimento per festeggiare la morte di Radio
Roma e i trionfi del Dio della Guerra.
Un’analisi retrospettiva è essenziale, dice il Poeta, non certo per convincere chi baratta la libertà
con la miopia, ma per… vederci chiaro. La sorpresa non manca, quando Pound afferma che in
quella occasione l’agenda di Winston Churchill non valeva meno dei diari di Mussolini e di una
cartella marrone, contenente carte compromettenti.
Il premier inglese era solito annotarvi date importanti, usando la matita rossa, come per esempio
“Yalta – 4 febbraio 1945”.
Per Dresda preferiva il colore blu, che ricorda le bombe al fosforo, stilando di suo pugno le note su
quanto sarebbe avvenuto nella città tedesca undici giorni dopo.
Perché mai la Conferenza economica di Bretton Woods ebbe luogo un mese dopo lo sbarco in
Normandia? Una direttiva del “War Production Board”, o un ordine preciso del “Pool” di Banche
Internazionali che finanziavano le industrie di armamenti? Chi aveva voluto la guerra, manovrando
astutamente “dietro le quinte”? Chi pretendeva il controllo della finanza mondiale?
Mullins è impressionato. Pound continua…
Provincia di Como, Giulino di Mezzegra e dintorni – 28 aprile 1945
Lo stesso signore sovrappeso, calvo e vestito di scuro, la matita rossa e blu nel taschino, pronta a
scrivere luoghi e date, e a tracciare una bella “X” trasversale sopra un nome importante e troppo
scomodo. Che cosa fa costui, quando gli Alleati sono alle porte e il Cln combatte la “sua” guerra di
ritorsione? Dipinge mediocri acquarelli sulle rive del lago.
Alle creazioni artistiche assistono a breve distanza i suoi attenti custodi, agenti del Secret
Operations Executive (SOE).
Fra i cadaveri, che entro poche ore penderanno a testa in giù in Piazzale Loreto, ci sarà anche quello
dell’uomo che voleva difendersi e sapeva troppe cose.
Il signore obeso, vestito di scuro, che non conosce le sventure di Mani, l’eretico, né l’orrenda fine di
Dioniso, o del Paracleto consolatore, due volte crocifisso, traccia due “X” in rosso su quel nome e
riprende a pasticciare acquarelli.
Nelle orecchie risuonano i primi sette versi del Canto Pisano 74, (scritti su carta igienica, all’interno
di una gabbia per animali, esposta alle intemperie in aperta campagna).
Lì si apprende che rischia la condanna a morte chiunque raccomandi la “moneta a scadenza” di
Silvio Gesell, le teorie monetarie del Maggiore Douglas e osi maledire il “putrido” gold standard e i
Banchieri usurai. Ma dal ventoso viale di Washington, dove si aprono i portali della Suprema Corte
giunge l’eco della sentenza, nella severa voce di un giudice che si appresta a decretare insanità
mentali.
Il “folle” avrebbe fatto anche l’uomo in gabbia per manifestare i tormenti del secolo breve e il
grande inganno, di cui il mondo sarebbe stato vittima, senza il bisogno di cercare conferme fra gli
appunti di Winston Churchill.
In America intanto i s*ondaggi già tendono a far crescere l’ottimismo, mentre di fatto la vita
continua fra incertezze e paure.
Per altro, nessuno crede più alla casualità di quel che accade in politica. Né alle stime che
confermano il prevalere degli “accidentalisti” sui “cospirazionisti”. Ma chi se la sentiva allora di
smentire il compianto Presidente, Franklin Delano Roosevelt, autorevole pedina di Wall Street, e
quanto egli avrebbe confidato al proprio ambasciatore a Londra, Joseph (Joe) Kennedy: “ In politics
nothing happens by chance, if it happens you may bet it was planned that way”?
Nel grande Paese della Libertà si vive intanto l’età dell’ansia, da secoli sofferta e pianificata per i
decenni a venire.
“The Age of Anxiety” è, fra l’altro, poema fresco di stampa, che guadagna il Pulitzer, la buona
fama di W.H. Auden e crea non pochi equivoci nella società americana del dopoguerra, più incline
a ingoiare ansiolitici che a leggere versi (ignorando che le strade della follia spesso non portano al
manicomio).
Pound si congeda, pregando Mrs. Dorothy di accompagnare il visitatore all’uscita.
Al commiato, un biglietto di 10 dollari si protende verso Mullins ed è accettato volentieri. Rimborso
spese settimanali per svolgere una piccola inchiesta.
Dove? Alla Library of Congress, naturalmente. Lì c’è tutto quello che occorre sapere sul Vreeland-
Aldrich Act, e molto altro ancora. Per esempio quanto accadde in una stazione ferroviaria del New
Jersey durante una sera d’autunno del 1910.
Il bibliotecario intanto accetta l’incarico che gli costerà, subito dopo, il posto di lavoro
Storiella numero 3 –
JEKYLL ISLAND IL GRANDE INGANNO
Stazione Ferroviaria di Hoboken, New Jersey – 22 novembre 1910
Umida e fredda sera autunnale. Un treno speciale è in partenza. Destinazione ignota.
I viaggiatori si contano sulle dita di una mano, ma l’intero convoglio è ad essi riservato.
Vi prendono posto un senatore, un rappresentante del governo federale e quattro noti esponenti
della finanza americana e internazionale:
Paul Warburg, astuto banchiere di Francoforte, organizzatore di un segreto convegno, nel corso del
quale egli esporrà il suo progetto di “Banca Federale”.
Frank Vanderlip, che al meeting partecipa in veste di rappresentante dei Rockefeller, (il suo
memoriale rivelerà, vent’anni più tardi, circostanze e dettagli della riunione).
Il Senatore Nelson Aldrich, sorta di “Mr. Hide” della politica americana, all’epoca, fra l’altro, Capo
della Commissione Monetaria Nazionale, incaricata di condurre un’inchiesta sulla crisi finanziaria
del 1907 (e di provare i sospetti che a determinarla fossero state le “manovre” di John Pierpont
Morgan (sic)). Henry P. Davinson, Chairman della JP Morgan and Company, Piatt Andrew, vice
segretario del Tesoro, Benjamin Strong della Morgan Bankers Trust Company.
Questi signori avrebbero il compito di formulare una proposta di legge (il cosiddetto “Aldrich
Bill”), sulla base dei risultati dell’inchiesta che la Commissione Monetaria Nazionale ha nel
frattempo condotto per evidenziare le cause della crisi e indicare rimedi e percorsi per la ripresa
economica.
È perlomeno quanto si aspettano la Camera dei Rappresentanti e il Senato che a tal fine hanno
costituito la Commissione (presieduta da Nelson Aldrich, simbolo di connivenza fra politica e
finanza, nonché avo del prediletto Nelson Rockefeller e di altri con lo stesso nome, cui si tramanda
la tecnica del “trasformismo”).
Ma, perché mai tanto segreto? Se lo chiedono i reporters, accorsi numerosi alla stazione di Hoboken
(e puntualmente allontanati). Sono a caccia di scoop e cercano conferme di quanto trapela dagli
ambienti che contano.
Se lo chiede, un mese più tardi, anche William Taft, Presidente in carica degli Stati Uniti, quando
riceve la proposta (elaborata da un già operante “Federal Advisory Council”), che sottopone
all’approvazione del Congresso, anticipando candidamente alla Commissione riunita ch’egli mai ne
firmerà il successivo, previsto “Act” che la trasformerebbe in legge.
Il rifiuto, come più tardi lo stesso Taft avrà tempo di spiegare, è dovuto al fatto che la costituenda
“norma”, qualora entrasse in vigore, metterebbe a rischio le istituzioni democratiche,
compromettendo seriamente la sovranità monetaria del libero popolo statunitense. Col disappunto
della Commissione e del Senatore Nelson Aldrich, Taft accantona la proposta (peraltro approvata
dal Congresso, che evidentemente non ne ha voluto rilevare la portata e le insidie), dichiarando, con
parole chiare e dirette, che la stessa legge sembra fatta apposta per legittimare (come altre in
seguito) ciò che essa espressamente … vieta, cioè la costituzione di una Banca Centrale non
sottoposta al controllo dello Stato.
Il Presidente, fra l’altro, ricorda il monito di Thomas Jefferson, che più o meno recitava così:
«Permettere che una banca in mano a soggetti privati si costituisca in Banca Centrale e ne svolga la
funzione di emettere denaro pubblico, equivale ad ospitare in modo permanente un esercito invasore
fra le mura domestiche».
Fra l’altro Taft non è tanto imbecille da credere che basti cambiare nome in Federal Reserve per
nascondere l’operato di una Central Bank a tutti gli effetti, per quanto l’Aldrich Bill preveda la
costituzione di 12 filiali in altrettanti Stati, giusto per confondere le idee. E infine perché Taft ha,
oltre alla responsabilità politica, quel minimo di pudore, che sarebbe mancato più tardi ai suoi
successori, in nome del politicamente corretto, “formula” che non pretende verifiche di kafkiana
memoria, per provare che assurdità incostituzionali possono diventare norme d’uso corrente.
Ma all’epoca (come oggi, del resto) le terapie d’urto si praticano con disinvoltura, largo impiego di
parole chiave, come libertà e democrazia, sempre funzionali (al pari delle crisi finanziarie) all’allora
costituendo Sistema della Federal Reserve.
(Tanto da far credere in tempi recenti all’attuale Chairman Fed, Ben Bernanke, che sia politicamente
corretta la sua seguente affermazione: «La Grande Depressione del ’29? Siamo stati noi a
causarla!». Per “noi” s’intenda deputati, senatori, Presidenti USA e uomini Fed graditi
all’International Banking). Taft dunque non ci sta!
È un vero peccato! Ma occorre comunque dare una sistemata al mondo, perché la rivoluzione
industriale lo sta portando a grandi passi ad una svolta cruciale: il cambio del regime energetico.
Cioè l’uso prevalente del petrolio nei motori a combustione interna.
Il Capitalismo finanziario monopolistico o network bancario internazionale della House of
Rothschild di Londra, intende ovviamente acquisire il controllo delle zone in cui il petrolio già
scorre copioso e ovunque nel Pianeta la ricerca del combustibile fossile si svolga in febbrile
concorrenza con le Grandi Potenze d’Europa, Russia zarista e Stati Uniti (l’impero del Sol Levante,
alle prese con la Cina e la stessa Russia, già pensa agli effetti di una cospirazione a suo danno).
Quanto alle “aree d’influenza” la più attenta diplomazia inaugura il criterio del “controllo a
distanza”, a tutela dell’esteso e consolidato dominio britannico e contro nascenti, estranei e
preoccupanti, fervori imperialistici.
Giova ricordare che il petrolio di Mashid-i-Suleiman in Persia (casualmente scoperto nel 1907 da
William D’Arcy, squattrinato nobile inglese e archeologo a tempo perso), è oggetto d’avida
attenzione da parte di John A. Fisher e Winston Churchill, nonché origine delle ansie crescenti di
John David Rockefeller. Il Cartello della sua Standard Oil, per quanto frantumato dalla legge
Sherman, ma operante sotto mentite spoglie, rischia di veder dimezzata la sua presenza sul mercato
europeo. Il pericolo è costituito dal neonato “Trust” col nome provvisorio di APOC (Anglo Persian
Oil Company) che ambirebbe ovviamente a provvedere al fabbisogno petrolifero del vecchio
continente, grazie allo sfruttamento esclusivo di promettenti giacimenti d’oro nero nei territori di
Persia, Mesopotamia e Arabia Saudita. Nella disputa, l’astuzia britannica dovrà però confrontarsi,
non tanto con gli Stati Uniti (legati, attraverso il sistema Fed, ad una “London connection”
finanziaria), ma con le pretese del Kaiser Guglielmo II, deciso a far valere i diritti della Deutsche
Bank, che possiede il 25% del capitale della preesistente Turkish Petroleum Company, scomoda
erede dell’Impero Turco Ottomano.
Ma vi è anche il timore che in Europa, e proprio in Germania, sia avviata una produzione su vasta
scala di propulsori a combustione interna, emulando quanto avvenuto negli Stati Uniti, dove dal
1908 circolano molti esemplari del “modello T”. L’automobile che Henry Ford ha voluto lanciare
sul mercato americano a prezzi accessibili, segnala fra l’altro il successo del sistema “taylorista” i
cui criteri di produzione legati alla catena di montaggio puntano sulla quantità e la diffusione
dell’automobile come mezzo di trasporto.
Negli Imperi Centrali, fra l’altro, c’è gente che scalpita (come Von Tirpitz) per creare una grande
“Flottenverein” che a sua volta dovrà contrastare il dominio britannico degli oceani. Occorre
dunque sostituire i vecchi motori a carbone, in uso alla Marina Mercantile e Militare, con i nuovi
motori, progettati dal tedesco Rudolf Diesel nel 1892 per l’idoneo utilizzo dei derivati del petrolio.
La “consecutio temporum” non è solo sospetta: la legge Federal Reserve entra in vigore (dicembre
1913) quando è in corso (con i soldoni della Deutsche Bank) la realizzazione della Ferrovia
Berlino-Baghdad, causa di preoccupanti tensioni che rischiano di trasformarsi in aperti conflitti e …
nel luglio del 1914 scoppia la Guerra Mondiale.
Il mondo si divide sempre fra oppressori e oppressi, e dietro le quinte c’è chi controlla gli uni e gli
altri, manovrando con destrezza al solo scopo di arricchirsi alle loro spalle. Tutto avviene nel pieno
disprezzo della teoria geopolitica di Karl Haushofer, ispiratore di… tirannici invasori e sempre
ignorato da chi combatte per la libertà che, come l’equa distribuzione delle risorse del Pianeta si
ottiene (o si conquista?), impiegando una cospicua parte … del bilancio nazionale (o, per essere
chiari, del debito pubblico su cui lucra la Fed). Tormentone perpetuo della miglior tradizione
millenarista, rappresentata dalla “Banca” come istituzione: fondata sul principio dell’affidabilità di
terzi contraenti (Governi compresi), per cui il “credito” è offerto contro garanzie reali; e nel caso sia
lo Stato ad aver bisogno di soldi, gli viene chiesto quasi sempre di “garantire” il prestito.
Rinunciando alla sovranità monetaria e all’indipendenza economica.
Il trucco riesce perfettamente, quando sono in gioco grandi interessi o, come già allora si diceva
(rimescolando politica, economia e società), quando si tratta di programmare il nuovo Ordine
Mondiale. Così, sono politicamente corretti, concetti e pratiche delle già ricordate aree d’influenza,
dei protettorati, delle “indirect rules” col sostegno al dittatore compiacente, da appendere alla forca
al momento opportuno.
Ma all’arbitrio dell’International Banking spetta anche la manovra mirante alla variazione del potere
d’acquisto della moneta. Come?
Si assecondano smanie imperialistiche, proponendo l’acquisto di armi con la collaborazione del
leader di turno. Ma si opera nel mercato dell’oro affinché la moneta del Paese acquirente perda
potere d’acquisto nei confronti della altre valute.
Infine, l’ormai noto Cartello dell’International Banking cerca di assicurarsi vasta operatività
attraverso il mezzo che gli è più congeniale, Wall Street, e le “aperture” dei mercati finanziari esteri,
coi quali stabilisce flussi continui di liquidità. Il Sistema Fed, risponde perfettamente all’esigenza. Il
suo meccanismo infatti prevede che il capitale di maggioranza della Federal Reserve (inizialmente
fissato al 53%) sia interamente in mano a finanzieri privati (leggasi Morgan, Rockefeller, Kuhn
Loeb, J. Henry Schroder, fra i maggiori, tutti indistintamente legati ai Rothschild di Londra).
Vale a dire ampia facoltà d’accesso alle azioni trattate a Wall Street con profitti del Cartello dei
Banchieri Internazionali, grazie all'”Insider Trading” e il giochetto dei “Bonds” del Tesoro.
Liquidità a fiumi insomma con l’emissione di banconote senza limite, perché così dovrebbe
prevedere il diritto interno e le sue insistenti “proiezioni internazionali” d’ordine finanziario,
economico e infine politico.
Chi paga? Il Contribuente, sempre!
I piccoli investitori (in gergo, “flottante”: altro modo di definire le masse oppresse), quasi sempre!
I “Grandi Clienti”, quelli del Big Money di John Dos Passos, alias Wall Streeters … mai!
(A salvare le apparenze ci penserà vent’anni dopo FDR, creatore d’un “Ghost” senza precedenti
nella storia finanziaria, la Stock Exchange Commission).
Ma, la truffa del secolo come ha fatto a diventare legge, o Federal Reserve Act?
Con l’aiuto dei “gruppi di pressione”, invenzione britannica (raccomandata anche a Washington),
per fare in modo che il Parlamento approvi.
Negli Stati Uniti le cose sono un tantino diverse, anche se gli emendamenti intervengono a sostegno
di certi propositi che contrastano la Costituzione. Paul Warburg, naturalizzato americano (ma in
linea diretta col fratello Max, banchiere anch’egli a Francoforte), è una volpe anche in politica e sa
come s’investono a dovere i grandi capitali: non solo finanziando guerre e rivoluzioni, ma anche le
campagne presidenziali. La “grana” però non basta, occorre l’abilità dell’illusionista e l'”Airborne
hat”, il cappello a cilindro.
Vi si introduce democrazia e (voilà!) se ne estrae un Presidente selezionato, con buona pace
dell’Opinione Pubblica, come sempre depositaria di prolungate illusioni e vittima di grandi inganni.
La regola è tacita e sempre in vigore: i Presidenti, prima si selezionano, poi si eleggono
democraticamente e, se opportuno, si “sostituiscono”.
Per esempio, quando ad Abramo Lincoln salta in mente di stampare i “Green Backs”, lo si spedisce
direttamente nell’Aldilà, dove i suoi biglietti non fanno concorrenza a nessuno e può maledire
quanto gli pare i politici corrotti.
Ma Auguste Belmont non è un politico, come non sono politici gli Erlangers.
Chi sono costoro lo sa Rothschilds di Londra che li ha assunti per finanziare Nord e Sud nella
Guerra Civile, al tasso agevolato del 12%.
Le dinastie dei grandi banchieri sono prolifiche, ma un’altra progenie si fa strada sul finire del XIX
secolo, quella dei faccendieri di razza, da incrociare alla linea di sangue degli statisti. Merito dei
Morgan (Ferrovie) e dei Rockefeller (Petrolio), cioè due cartelli che, sommati ad altri tre, formano i
cinque “Robber Barons”.
Le famiglie Delano e Roosevelt possono scalpitare, ma i loro rampolli, per farsi strada, devono
mirare alla presidenza.
Sempre per fare un esempio, nel 1901 Theodore Roosevelt (cugino anziano di Franklin Delano
Roosevelt) sembra il più adatto a sostituire l’indeciso William Mc Kinley, cocciuto e intollerabile
sostenitore del gold standard in piena guerra ispano-americana.
Un repubblicano tira l’altro. Mc Kinley va al Creatore. Ce lo manda il solito anarchico.
Teddy viene eletto presidente, industriali e banchieri sono pronti alla predazione: Manila, Porto
Rico, la canna da zucchero di Cuba. Qualcuno vorrebbe vederci chiaro sulla strana esplosione del
Maine, incrociatore dell’US Navy, colato a picco nella baia dell’Avana, con 262 vittime (siamo nel
1898). Ma Theo Roosevelt spiegherà due anni dopo che le guerre si fanno e basta. Morgan e
Rockefeller esultano. Parte dei loro capitali investiti nella Società del Canale di Panama si
decuplicano.
Nel 1913 William Howard Taft sembra avere i consensi che gli garantiscono il secondo mandato
presidenziale, ma è scrupoloso giurista e “poor politician”. Lo sanno bene i Morgan, i Rockefeller e
Leopold Rothschilds, Banchiere a Londra e precettore finanziario di Re Carlo V, dinastia Sassonia-
Coburgo-Gotha, alias Windsor (per non urtare i sudditi, in pace e in guerra).
Theodore Roosevelt, che consigliava Taft quale suo idoneo successore nelle precedenti elezioni, si
candida a sorpresa fra i repubblicani in competizione col suo raccomandato, rosicchiandogli i voti
necessari per continuare a risiedere alla Casa Bianca.
Il gioco è fatto! Basta far sortire dal cilindro un professorino di Princeton, democratico, anch’egli
giurista, critico ma remissivo, (nel 1886 scrive “Il Governo Congressionale” denunciando lacune
nella Costituzione, che egli giudica «permeabile alla corruzione»).
Ma sorprende non poco quando afferma «Io analizzo fatti, e mi limito a diagnosticare, non
prescrivo rimedi». Costui è Woodrow Wilson, 28° (democratico) presidente degli Stati Uniti. Con
lui (selezionato) vi è l’uomo ombra che gli è messo alle calcagna, nel ruolo di consigliere: il
Colonnello Edward Mandell House.
L’amministrazione Wilson provvede: si tollerano “pressure groups” e si varano provvidenziali
emendamenti. Presentato al voto del Congresso, l’Aldrich Bill diventa Vreeland-Aldrich Act, legge
che istituisce il Federal Reserve System, potente strumento (come scriverà più tardi Vanderlip nel
suo memoriale) per mezzo del quale si esercita il controllo dell’economia mondiale.
Nubi minacciose intanto s’addensano sull’intero Pianeta, pronte a scatenare la tempesta. Le grandi
Potenze puntano decise ad affermare i rispettivi interessi coloniali, rimuovendo intralci di vecchia
data. Ma è sul Teatro Europeo che si assiste al “gioco degli Specchi”. I segnali si riflettono da una
sponda all’altra dell’Oceano, ordinando l’avvio d’un diabolico piano, orchestrato nella City
londinese. Per il momento ha un nome che passerà alla Storia: Prima Guerra Mondiale.
Bastano quel tanto di segreto e massicce dosi di menzogne per selezionare anche il pretesto da
trasformare in casus belli. In attesa che si perfezionino le tecniche di persuasione di massa, il
“congegno misterioso” di Jekyll Island mostra gli effetti del suo perverso funzionamento. L’arte
d’ingannare la gente non prevede anche l’obbligo di scrivere la storia? Ma tutto sembra già
predestinato. Il grande disegno, di cui la Federal Reserve è indispensabile strumento, si chiama,
come già accennato, Nuovo Ordine Mondiale.
Storiella numero 4 –
L’ORO E LA GUERRA
Prima del 1914 un’oncia d’oro valeva 20 dollari in United States
Note.
Con una banconota da 20 dollari si comprava, al netto delle spese di
cambio, una moneta d’oro del peso di gr. 31 circa. Oggi occorrono 50
banconote da 20 dollari (Federal Reserve Notes) per comprare la stessa
moneta d’oro, ammesso che sia disponibile.
Il che sembra ovvio o, meglio, “fisiologico”. Tutto si spiegherebbe con
la perdita, nel corso del tempo, del potere d’acquisto della moneta,
ignorando il fatto che chiunque ne faccia uso deve simultaneamente farsi
carico di un debito e assumere l’onere perpetuo di pagarne gli interessi.
Il che, beninteso, non è evidente, ma grazie alle alchimie politiche e alla scienza attuariale è
economicamente corretto, anche se eticamente truffaldino.
La moneta a corso legale, infatti, non è soltanto un mezzo di pagamento, ma può diventare, con
estrema facilità, lo strumento di speculazione del capitale privato.
Chi non ci crede, potrebbe dare un’occhiata al capitale di Bankitalia o della BCE in regime Euro
(nell’anno Domini 2011). Ma dovrebbe anche chiedersi perché a Londra esiste il LBMA (London
Bullion Market Association), inaccessibile luogo in cui viene quotidianamente fissato il prezzo
dell’oro sul mercato mondiale.
Che la cosa avvenga dal 1919 (l’anno dei diffusi sospetti) è poco convincente, anche se rivestita di
ufficialità. La pratica infatti risale al 1815, ma il vero precedente è del 1773. Allora l’idea di Mayer
Amschel Bauer diventa tecnica finanziaria che condizionerà l’economia dell’età contemporanea.
Costui (Mayer Amschel) ha una piccola bottega a Francoforte sul Meno, ma non è artigiano, bensì
mercante d’oro, come lo chiameranno più tardi almeno due generazioni di regnanti inglesi, cioè
“The Goldsmith” (che significa anche “gold dealer”). Appellativo che gli resterà appiccicato anche
quando suo figlio, Nathan Mayer, sarà nominato baronetto da Re Carlo III (dinastia Hanover) e da
questi assunto in via permanente alla corte britannica, in qualità di consigliere economico di Sua
Maestà.
L’idea (sulle prime assai peregrina) di Mayer Amschel Bauer consiste nel finanziare il Re (in oro) a
patto che questi gli affidi il compito esclusivo di esattore delle imposte, ferma restando la facoltà
del finanziatore di negoziare i certificati di deposito equivalenti su piazze diverse.
Il progetto è geniale, ma per realizzarlo occorre entrare nel giro della “Judengasse”, dove l’oro si
scambia col denaro liquido in cospicue quantità e ben oltre la competenza di meno nobili strozzini
che prosperano nei vicoli adiacenti.
Nel salto di qualità è anche opportuno assumere un nuovo cognome, che
(per legge) si deve cambiare. Lo suggerisce uno scudo rosso (Roth-
Schild), simbolo che troneggia sopra la vecchia bottega del banco dei
pegni. Mayer Amschel diventa Rothschild (foto a lato)
Ma è solo il primo passo. Occorre coinvolgere i grandi “Gold Dealers” di
Francoforte, invitandoli a impiegare i loro sostanziosi capitali in
operazioni più redditizie (rispetto a quelle correnti e limitate alla sola
piazza della città sul Meno). Maestro nell’arte della persuasione e assai
dotato di fiuto diplomatico, Rothschild instaura una sorta di colossale
gioco senza frontiere, puntando l’intera posta sul tallone d’Achille delle
grandi potenze, il bilancio.
Pretese imperialistiche e fermenti sociali non sono per lui che segnali indicatori del giusto
investimento dei crescenti capitali di cui egli può gradualmente disporre.
L’oro è “moneta” internazionale, capace di comprare popoli e sovrani e di sostituirsi alle banconote
correnti (lo sanno i monarchi sognatori e i rivoluzionari che rincorrono utopie). Ma può diventare
un vincolo o costituire viceversa credenziale necessaria (e non sempre, sufficiente) alle manovre
finanziarie che le circostanze politiche possono giustificare. Tutte cose che Rothschild intuisce,
prevedendo possibilità di guadagno sulla convertibilità della moneta, ma lucrando anche sulla
negoziazione dei certificati di deposito che l’equivalente in oro dovrebbero rappresentare. Fra
controversie mai pienamente definite, nasce così il gold-standard.
Ma il dubbio sulla concreta esistenza d’una riserva aurea (corrispondente alla circolante moneta) è
secolare, come del resto quello sulla variabilità del rapporto oro/moneta.
L’idea del Rothschild diventa comunque, nell’Europa rivoluzionaria e nei decenni a venire, criterio
monetario, in base al quale si crea moneta e si lucra sul gettito fiscale.
Questo è possibile anche quando dell’oro non si dispone (o se ne è perso il possesso). Come?
Contrattando i certificati di deposito equivalenti alle Borse di Parigi, Londra e Francoforte, per
farne fra l’altro riserva sostitutiva che giustifichi l’emissione di altre banconote (nel linguaggio Fed,
“legal tender”), cioè denaro d’uso corrente.
Nella circostanza (al tempo dell'”illuminato” Mayer Amschel) si prospetta al Re l’opportunità di
tutelare la difesa del Regno, acquistando armamenti.
L’oro, in caso di guerra, è garanzia reale, ma nei mercati finanziari si trattano i titoli che lo
rappresentano. Lo impareranno, a loro spese, il Bonaparte a Waterloo e, centotrenta anni più tardi,
Adolf Hitler.
S’inaugura così l’economia speculativa del libero mercato che mal sopporta gli equilibri politici e
vede, nel conflitto armato, ghiotte occasioni di guadagno. Rothschild si garantisce l’esclusiva
competenza sulla negoziabilità dei certificati di deposito e l’eventuale agganciamento al gold-standard, costituendo Rothschild Houses, a Londra, Parigi, Vienna e Napoli, alla cui guida il neo banchiere colloca (Francoforte compresa) i suoi cinque figli.
L’ordine è imperativo: prima di cedere l’oro al Re, gli si fa sottoscrivere un contratto, in cui
egli riconosce il debito (del regno) e autorizza il finanziatore ad emettere moneta, in quantità equivalente, attraverso una o più banche. Vale in tal senso il noto certificato di deposito, sottoscritto dal monarca, che dell’oro ha bisogno, per fare una guerra o soffocare una rivoluzione (oppure, come spesso accade, per risanare il bilancio). La convertibilità dell’oro in moneta corrente è utilissima nel caso in cui il Re diventasse insolvente o rifiutasse di seguire certi consigli politici. I cospiratori in tali evenienze si pagano in banconote, così come le rivoluzioni che, senza soldi, non si possono fare.
Nello stesso modo si finanziano anche le forze reazionarie, purché il successivo governo, nato dalla
restaurazione, affidi a Casa Rothschild il controllo della finanza pubblica.
Il Network dello Scudo Rosso funziona alla perfezione, visti i tempi che corrono in Europa e nel
Nuovo Mondo, dove la Corona inglese rischia di perdere il controllo politico e monetario della sua
colonia nordamericana. Il capostipite dei Rothschild, oltre che astuto mercante, è attento osservatore
di una società in fermento, in cui le tensioni fra classi s’avvicinano al punto di rottura, mentre si va
affermando nel Vecchio Continente la forza del “Terzo Stato” o Borghesia.
I Rothschild
Il Teatro europeo sembra ideale campo di applicazione della tecnica generatrice del debito pubblico
permanente, per mezzo della quale si può trasformare il patrimonio nazionale in capitale privato.
Essa è suggerita dal principio secondo cui il denaro (alias certificato di deposito in oro, la cui
concreta esistenza può anche essere ipotetica) è mezzo di pagamento liberatorio dai vincoli di un
debito, che pur dipende dal … dove e quando. Cioè dalla diversa valutazione dell’oro o del
certificato che lo rappresenta. Questo spiega, fra l’altro, perché Edoardo III nel 1345 rifiutò di
aderire alle richieste del banchiere Bardi di Firenze.
Infatti, perdurando allora la Guerra dei Cent’Anni, la quotazione dell’oro era alle stelle nel Regno
Inglese (grazie all’alta richiesta del metallo prezioso, destinato all’acquisto di armi e alla
costituzione di nuovi eserciti) e costituiva pretesto per non soddisfare le pretese del banchiere
fiorentino (che chiedeva, documenti alla mano, la restituzione della stessa quantità d’oro a suo
tempo prestata al Monarca).
Capitale che, convertito in fiorini, “valea un Regno” come ci racconta il Villani, perché riferito al
prezzo dell’oro, ma in circostanze e tempi diversi.
Quattrocento anni dopo, grazie al suo intuito, Rothschild può ovviare all’inconveniente mettendo in
gioco i mercati finanziari (Amsterdam, Londra, Francoforte e più tardi Parigi e New York), nei
quali sono negoziati i certificati di deposito. Di mezzo c’è sempre “Re Mida”, che ha messo insieme
un bel mucchio di questi documenti rappresentativi e intende investirli dove l’oro vale di più: sulla
piazza in cui c’è maggiore richiesta, perché si prevede una guerra e un aumento di spesa per gli
armamenti, oppure un moto rivoluzionario e la fornitura d’armi e denaro agli insorti. Il clima teso,
originato da spinte imperialistiche e prospettive d’indipendenza, agevola l’impiego di capitali (oro o
corrispondenti certificati).
Ma, come già osservato, se il Re deve fare la guerra, il prezzo dell’oro sale.
Di conseguenza uno scaltro investitore, messo nelle condizioni di poterlo fare, favorisce lo scoppio
del conflitto, nascondendo opportunamente i meno nobili intenti che lo causano.
Il banchiere del Re, che non può ignorare i rapidi sviluppi del razional-liberalismo, troverà infatti
buone occasioni d’investimento nel finanziare anche quelli che al Re si oppongono, a condizione
che l'”affidamento” (o debito) sia poi pagato sotto forma di tributo dai cittadini contribuenti. Il ruolo
del banchiere prevede dunque l’eventualità ch’egli possa, all’occorrenza, farsi portavoce di masse
oppresse, se ciò favorisce i suoi obiettivi finanziari, non escludendo l’ipotesi di un proprio decisivo
sostegno al presunto oppressore, contro cui sarà legittimo finanziare una guerra di liberazione.
Quest’ultima rientra in tal modo nel novero delle guerre giuste, finanziariamente sostenute, allo
scopo di trarne comunque un profitto.
Casa Rothschild diventa specialista del settore e opera attraverso una rete di selezionati agenti,
sparsi in Europa, Asia e le due Americhe.
Nella Francia di Luigi XVI si nota l’allarmante aggravarsi del debito pubblico che sfiora nel 1783 il
picco insostenibile di 1.640 milioni di “livres”, grazie alle incaute manovre del Ministro delle
Finanze Calonne, che già è ricorso al mercato dell’oro gestito dal Rothschild. Le tasse a carico dei
contadini non bastano a pagare gli interessi. S’impone la famigerata “taglia”, classica goccia che fa
traboccare il vaso. E il resto che segue è noto. I titoli del Regno francese sono trattati alla Borsa di
Francoforte e Londra che ne determinano un sensibile calo, tanto da indurre Parigi a sospendere le
contrattazioni. Al Re che non paga si taglia la testa e … nasce l’età contemporanea. A Londra si
costituiscono le prime “Accepting Houses” nei cui forzieri è custodita gran parte del Tesoro della
Corona francese. La regìa della finanza londinese è affidata a Nathan Mayer Rothschild, il quale
propone l’immediato sganciamento della sterlina dal gold standard quando si forma la Settima
Coalizione che a Waterloo dovrà porre fine all’aggressività e ai sogni utopistici del Bonaparte, che
da anni saccheggia l’oro di mezza Europa, Nord Africa e Russia. Sono queste le due facce del gold
standard, sorta di feticcio che nasconde da un lato le virtù del Sacro Graal e nel rovescio il codice
della perfetta fregatura.
Gli Stati Uniti hanno conquistato l’indipendenza politica, ma l’economia americana è sempre più
schiava del “Metodo Rothschild”, grazie ad un meccanismo funzionale alla pratica del noto Fiat
Money, che molti già chiamano London Connection.
Qualcosa che ricorda il “Trick or trade?” e la tradizione di Halloween.
Si tramanda anch’essa da padre in figlio, come le generazioni di banchieri internazionali.
Così, le crisi economiche, ricorrenti dal 1837, quasi eguagliano in frequenza gli scherzetti di fine
ottobre, come l’ordine di richiamo, improvviso e ingiustificato, dei “crediti a breve termine” e simili
stregonerie bancarie. È il trucco che negli States (e non solo) causa insolvenze a catena, crack
finanziari e sindromi da panico collettivo. Il trade è l’ovvia fase successiva che, tradotta, significa
aumento del tasso di sconto e del gettito fiscale, diminuzione del potere d’acquisto della moneta e
ulteriore indebitamento pubblico.
In questo modo indipendenza e autonomia (politica ed economica) vanno a farsi benedire.
Nel complesso gioco imperialistico del primo Novecento, si misurano astuzia finanziaria e la
potenza delle armi, perché la posta in palio è il controllo dei territori ricchi di materie prime e, in
particolare come già ricordato, del petrolio.
L’indebitamento dello Stato precede dunque l’emissione di moneta, cioè un flusso di liquidità da impiegare con urgenza per non causare ulteriore inflazione e passivi insostenibili.
I mercati finanziari stimolano così gli investimenti pubblici, obbligando lo Stato ad aumentare le
spese per gli armamenti.
Cosa fa uno Stato indebitato e ben provvisto di armi? Cerca di usarle, per limitare il passivo. E poi
perché le armi non impiegate sono inutili -servono come deterrente, ma non migliorano i bilanci- il
loro impiego, dietro i più banali pretesti e le più artefatte provocazioni, può trasformare un passivo
in attivo, fino a quando non interviene un altro Stato, pieno di debiti, ma armato fino ai denti che è
costretto a proporsi come belligerante. Una sorta di reazione a catena, come quella ben meditata dai
Rothschild, nel periodo che precede la Prima Guerra Mondiale. Debito, economia instabile, passivi
insostenibili, ampia disponibilità di armamenti, obbligo al loro impiego, guerra.
Ecco lo scenario che si delinea in Europa, all’indomani dell’entrata in vigore del Federal Reserve
Act (gennaio 1914), quando inizia la piena attività della Federal Reserve Bank of New York,
strumento operativo della Bank of England, che a sua volta è in stretta connessione con la House of
Rothschild.
Woodrow Wilson (foto a lato) è ottimo giurista che non prescrive rimedi, come egli stesso confessa.
Lasciando intendere che corruzione e degrado morale possono serpeggiare al Congresso e alla Casa Bianca, sotto gli occhi del Presidente, come se non fosse sua competenza e dovere adottare
opportuni provvedimenti per eliminarli. A Washington però come nell’Atene di Pericle, libertà e democrazia sono miti dell’Olimpo, che vendono bene. Basta confezionarli come pregiata merce d’esportazione.
All’uopo viene fondata l’American International Corporation, secondogenita del Federal Reserve
System e gigantesca rete del Corporate Banking.
La politica americana, che non rinuncia al costante richiamo al suo breviario mitologico, inaugura
così la grande missione di propaganda fede, secondo un nuovo, perfezionato rituale, capace di
nascondere, all’ombra di un mito, il raggiro e la truffa, pur evidenti, ma tanto consueti da essere
infine ammissibili, perché origine di un mortificante, colossale e inconfessabile equivoco.
Storiella numero 5 –
PRESUPPOSTI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE
(manovre per l’entrata nel conflitto degli Stati Uniti
e il sostegno capitalista alla rivoluzione bolscevica)
Il “Quarterly Journal of Economics”, in un articolo pubblicato a Washington nel mese di
Aprile del 1887, rileva l’insostenibile debito pubblico dei Paesi europei, formulando l’auspicio d’un
urgente risanamento dei loro bilanci, esplicitamente espresso nel seguente monito: «Le finanze
d’Europa sono a tal punto compromesse dall’indebitamento generale che i governi dovrebbero
chiedersi se una guerra, malgrado i suoi orrori, non sia preferibile al mantenimento di una precaria e
costosa pace».
Fra lo sconcerto generale che, come si può supporre, il menzionato articolo ebbe allora modo di
provocare, si apprendeva che le Potenze Europee, sottoposte a rigidi vincoli finanziari, perché
debitrici, sarebbero state costrette a seguire fra il 1887 e il 1914 determinati orientamenti politici tali
da condurre a un conflitto senza precedenti nella storia, allo scopo di pagare il loro debito pubblico
(public debts of Europe (sic)). In breve la guerra (mondiale) sarebbe stata la sola alternativa alla
bancarotta.
Il “trimestrale”, destinato a diventare prestigioso negli ambienti economici internazionali, attribuiva
l’origine del colossale debito pubblico europeo (qualcosa come 5.300 milioni di dollari di allora da
pagare annualmente in linea interessi) alle allegre gestioni dei cosiddetti “sinking funds” (fondi
governativi, costituiti a garanzia dei bonds emessi dallo Stato), omettendo di precisare che proprio
questi sono parte fondamentale del meccanismo adottato dal Sistema Bancario Internazionale per
indebitare i governi e dichiararli insolventi, quando il prelievo fiscale non è più sufficiente a
rimborsare (in linea capitale e interessi) il “prestito” loro concesso. La tecnica, dell’Investment
Banking, prevede fra l’altro la “mobilizzazione del credito”, cioè il reinvestimento dei fondi
(attraverso i servizi della Banca Centrale), e particolare attenzione alle procedure di ammortamento
cui sono soggetti gli strumenti (per esempio gli armamenti) che il debitore ha acquistato, grazie al
prestito concessogli. Nell’Europa d’inizio Novecento il clima politico, carico di tensioni, sembrava
prossimo a scatenare la tempesta, del resto annunciata da fermenti rivoluzionari mai sopiti,
contrastanti pretese imperialistiche e pressanti rivendicazioni di tenaci gruppi nazionalistici.
Circostanza da cui emergeva la necessità di provvedere comunque all’incremento delle spese per la
difesa, sebbene il debito contratto dalle Potenze Europee fosse insostenibile. Le Banche
Internazionali, erogatrici dei prestiti, intendevano fra l’altro suggerire (se non imporre) agli Stati il
reintegro e l’aggiornamento degli armamenti resi nel frattempo obsoleti, consigliandone l’urgente
impiego (e il più largo consumo delle indispensabili munizioni, prodotte dalle loro Consociate del
settore). Suggerimento che avrebbe obbligato i Governi a disporre la conseguente conversione della
produzione economica, necessariamente destinata a un unico impiego: la guerra.
Il Sistema Bancario Internazionale agiva in perfetta simbiosi con le proprie partecipate (acciaierie,
chimica, munizioni) formando l’efficiente struttura finanziaria-industriale, chiamata anche
“Conglomerate” o “Corporate Banking”, ovviamente inclini a influenzare le diplomazie
internazionali affinché le latenti ostilità si trasformassero in guerra aperta.
Gli effetti dell’influenza esercitata sui governi dalle banche internazionali sono evidenti in
particolare nel cruciale periodo 1907-1914 (crisi finanziaria, intrighi a non finire intorno alla Anglo
Persian Oil Company, piano di saccheggio del dissolvendo Impero Turco Ottomano, costituzione
del Federal Reserve System) durante il quale si osservano chiari segnali dell’imminente conflitto. Le
grandi Potenze (o presunte tali), perfettamente consapevoli della loro dipendenza dal Sistema
Bancario e orientate a far coincidere gli interessi di quest’ultimo con i propri, sanno che occorrono
capitali e disponibilità di materie prime per costituire o conservare posizioni dominanti, riservate
comunque ai clienti privilegiati, non certo per simpatie politiche, ma in ogni caso per il maggior
profitto che il Sistema prevede di trarre dall’investimento. In questo scenario, la Gran Bretagna
intende consolidare il proprio impero (India) e affermare il proprio dominio sugli oceani, senza
dimenticare l’influenza finanziaria che essa esercita, grazie alla Bank of England, sulla sua ex
colonia nordamericana, gli Stati Uniti d’America, attraverso il binomio, all’epoca costituito fra Re
Giorgio V e Leopold Rothschild della Rothschild House di Londra (che a sua volta si avvale dei
propri agenti negli States, Morgan e Rockefeller).
Principale antagonista della Gran Bretagna è la Germania del Kaiser Guglielmo II, incline a
potenziare la flotta per la conservazione delle proprie colonie e a non rinunciare alle aspirazioni
germaniche sui territori dell’Impero Turco Ottomano. Spinta dal revanscismo, dopo la sconfitta
nella guerra franco prussiana, la Francia è acerrima nemica della Germania per l’eterna contesa
dell’Alsazia-Lorena. L’Italia giolittiana, conclusa a suo vantaggio nel 1912 la guerra con la Turchia
per la Libia, si annovera fin dal 1850 fra i migliori clienti di Casa Rothschild, cui si dovrebbe,
secondo alcuni, grazie ai pluriennali finanziamenti ai Savoia, la sospirata Unità Nazionale. Il quadro
non è completo. Manca la Russia zarista, che nello scenario prebellico costituisce un caso a parte, se
vogliamo credere a chi sostiene che tra gli equivoci delle Tesi su Feuerbach e le proteste sociali
dell’epoca c’era di mezzo, come sempre … la Banca. Vale a dire che si può anche pagare lautamente
l’aria fritta, purché, rivenduta in forma d’ideologia, svolga opportune funzioni livellatrici,
determinando illusioni sufficienti a preferire alla fame i presunti benefici dell’economia collettiva.
Ciò significa fra l’altro che la diffusione di un ideale rivoluzionario e l’indebitamento generale sono
mezzi che giustificano lo stesso fine: il controllo delle masse.
La strategia dell’International Banking punta evidentemente sull’influenza che esso esercita, grazie
alla connivenza politica, sulla Banca Centrale, le cui funzioni di controllo sulla rete bancaria
interna, come le direttive dei tre dicasteri economici (Economia, Tesoro e Finanze) destinate
all’Istituto di Emissione, diventano competenza quasi esclusiva delle Banche Internazionali. Questo
avviene perché la Banca Centrale è soggetta alla progressiva alienazione del proprio capitale
sociale, ad opera e favore di banche e organismi privati (Agenzie di rating comprese), ogniqualvolta
un prestito internazionale è erogato a favore dello Stato.
Se la guerra è il più proficuo strumento finanziario, regolatore di posizioni debitorie, definite
all’uopo insostenibili, sarà interesse del Creditore pretendere il rimborso dei capitali erogati in
prestito (alla scadenza stabilita o in via immediata), precettando i governi debitori. L’eventuale
dichiarazione di insolvenza equivale al rilascio di autorizzazione a incamerare i patrimoni, costituiti
in garanzia, nelle casse del creditore, il quale, al fine di pervenire al rapido rientro della propria
esposizione, ha in ogni caso il diritto di orientare la politica estera del Governo, obbligandolo a
creare opportunità per nuovi e più estesi investimenti. Questa opportunità, che il creditore
gentilmente concede, si chiama guerra.
Nell’inverno del 1914, divenne urgente rispettare le scadenze, sotto la minaccia, incombente su
molte teste coronate dell’Europa di allora, di veder confiscati i propri tesori, ben custoditi nei
forzieri delle Banche londinesi, aderenti al “Sistema delle Banche Internazionali”. Il caso dei
Romanov è significativo.
Vale la pena al proposito osservare lo sviluppo delle relazioni anglo-russe a cominciare dal 1876,
anno in cui si costituiscono a Londra, grazie anche agli introiti della Società del Canale di Suez
(finanziata al 50% dalla Rothschild Bank che acquista un anno prima per conto della Corona inglese
la quota egiziana, pagando 4 milioni di sterline a Ismail Pascià), quelle che saranno poi chiamate
“Accepting Houses”, speciali organismi bancari, affiliati alla Hambros e alla Rothschild Bank, che
avranno il compito di amministrare il mercato dei bonds o obbligazioni emesse dallo Stato debitore
(oggetto di particolari attenzioni sarebbe stato ad esempio il debito per le riparazioni di guerra di 31
miliardi di dollari della Repubblica di Weimar). Ma nel caso della Russia Zarista, sembra
documentato il contratto a lungo termine che Alessandro II stipulò con la Rothschild Bank di
Londra al fine di ottenere sostegno finanziario per muovere guerra alla Turchia nel 1877. Le pretese
che lo Zar avanzò, a guerra conclusa, su Costantinopoli e il Bosforo, furono respinte dal primo
ministro britannico Benjamin Disraeli, non solo perché intralciavano le rotte inglesi verso l’India,
ma anche perché l’Impero di tutte le Russie risultava insolvente nei confronti dei Rothschild.
Ragione per cui lo stesso Disraeli prospettò l’opportunità politica di concedere prestiti contro il
rilascio di garanzie reali da parte del successore di Alessandro II, lo Zar Alessandro III, risultato poi
altrettanto inaffidabile. La costituzione “in pegno” di buona parte del tesoro dei Romanov, custodita
nelle casse delle Accepting Houses londinesi, faceva peraltro riscontro al successivo ingresso della
Russia fra le Potenze dell’Intesa, dopo che Nicola II era stato convinto che un ulteriore aiuto
finanziario dei Rothschild (secondo la procedure e le clausole sopra descritte) gli sarebbe stato
necessario per potenziare un esercito sufficiente a fronteggiare la presunta minaccia degli Imperi
Centrali. Visto poi che lo Zar continuava ad essere insolvente anche per gli esiti nefasti della guerra
russo-giapponese, Londra (o meglio, le Filiali londinesi dell’Investment Banking) predisponevano il
gigantesco tranello di cui sarebbero state vittime lo stesso Zar e il popolo russo.
Non prima però che si fosse resa politicamente giustificabile quella guerra totale da tempo prevista
per “salvare” i governi europei dalla bancarotta. Il tutto preceduto dall’avvio di un piano, concordato
a tavolino con gli Stati Uniti, rappresentati dal Presidente Theodore Roosevelt. Costui infatti si
sarebbe proposto quale diligente servitore dell’ International Banking fin dalla guerra ispanoamericana, condotta allo scopo di favorire il nascente monopolio della canna da zucchero di Cuba e l’espansionismo degli States nei Caraibi e sul Pacifico (Porto Rico e Filippine). La collaborazione con le “Accepting Houses” londinesi sarebbe stata poi evidente nelle manovre del pool di banche internazionali, costituito allo scopo di determinare il crollo dell’Impero Zarista, al fine di tutelare gli interessi delle banche inglesi e a salvaguardia dell’Impero Britannico.
La potente Bank of England, che nel frattempo avrebbe fatto carte false per fondare negli Stati Uniti
la propria filiale (cioè la Federal Reserve Bank), avrebbe avuto ampie possibilità di azione nelle
Borse internazionali, principalmente Wall Street, attraverso cui sarebbero stati disposti flussi di
denaro, destinati alla fondazione dell’Unione Sovietica. Sembrano ampiamente documentati i
trasferimenti di denaro eseguiti a favore dei rivoluzionari Bolscevichi fra il 1905 e il 1920
attraverso la Kuhn Loeb & Company di New York, i banchieri Jacob Schiff e Olof Aschberg, i
quali operavano sotto la regia di Alexander Helphand, alias “Parvus”, il coordinatore dei
finanziamenti ai rivoltosi per conto delle banche tedesche Warburg. Fra i diretti beneficiari di tali
fondi si contavano gli illustri Vladimir Ilich Ulianov, detto Lenin, e Lev Trotzki, profeti del
marxismo e costruttori della futura società sovietica. (Nel 2008, all’Hoover Institution Archives di
Stanford – California sono state declassificate ricevute bancarie dei trasferimenti di denaro, per
complessivi 20 milioni di dollari, eseguiti da Parvus a favore di Lenin e Trotzky dal 1915 al 1917).
Manovre finanziarie d’indubbia efficacia, rispetto ai meno soddisfacenti risultati di analoghe
operazioni, eseguite per esempio a sostegno della rivolta dei Boxer in Cina nel primo anno del XX
secolo, che in ogni caso rappresentavano un banco di prova per i successivi interventi
dell’International Banking al fianco d’ingorde corporations anglo-americane, decise a primeggiare
nel sistematico saccheggio delle risorse minerarie cinesi. Gli americani, saldamente stabiliti a
Canton, e gli inglesi nella valle del fiume Yang Tse, sembravano decisi a sloggiare i Russi da Port
Arthur, i giapponesi da Formosa e dalla Corea, i tedeschi dalle miniere dello Shantung, i francesi
dall’Indocina e dai territori meridionali. In quella circostanza i soldi consegnati ai rivoltosi (Boxer)
sarebbero serviti a giustificare la presenza sul territorio cinese di ventimila Marines, guidati dal
tecnico minerario e faccendiere Herbert Hoover (futuro Presidente degli Stati Uniti) contro gli stessi
Boxer; la conveniente tattica adottata dagli americani consisteva nel sostenere prima la rivolta, per
poi sedarla, trasformandola in pretesto per acquisire nuove terre di sfruttamento, facendosi largo fra
i concorrenti.
Ma, tornando ai Bolscevichi, quale interesse avrebbero avuto i Capitalisti occidentali a favorire la
costruzione di una società comunista nella costituenda Unione Sovietica? Nella strategia
dell’International Banking si possono trovare le seguenti risposte: obiettivi immediati di chi
sosteneva i rivoluzionari bolscevichi erano il già citato crollo del regime Zarista, il sequestro del
tesoro dei Romanov (conservato nelle casse della Rothschild Bank, dopo la messa in mora di Nicola
II, e l’eliminazione di un pericoloso concorrente (lo stesso Zar) nella corsa al petrolio del Golfo
Persico. Il Capitalismo (in procinto di confrontarsi con un sistema che rappresentasse formalmente
il suo esatto “opposto”) avrebbe anche (e proprio per questo) avuto modo di attestarsi su posizioni
più radicali, per altro giustificate, o in via di eterna giustificazione, dalle teorie ad esso congenite. Il
cosiddetto liberismo, in cui dominerebbe il principio del “laissez faire”, o delle limitazioni
dell’intervento dello Stato nelle attività della libera impresa, avrebbe tratto dalle tesi marxiane
occasione di svilupparsi in senso verticale, riducendo il libero mercato a un’area di privilegio, in cui
sarebbe escluso il rischio d’impresa, a giovamento di chi dispone di mezzi finanziari, idonei non
solo a influenzare l’economia dello Stato attraverso il perpetuo “debito-ricatto”, ma anche ad esso
sostituirsi sul piano politico.
Superfluo aggiungere che la costituzione del sistema sovietico, in cui vige il divieto di attivare ogni
libera impresa, e la prevista minaccia dell’espansione comunista, sarebbero stati funzionali all’idea
di un monopolio del capitale, non solo dividendo il mondo in zone di competenza territoriale, ma
favorendo l’affermazione in Occidente di un’esclusiva “Power Elite” capitalistica. Il Capitalismo
monopolistico avrebbe così avuto modo di consolidarsi, grazie al comunismo, scongiurando il
pericolo che dalla Russia Zarista potesse nascere una federazione di Stati, tesa ad espandersi nell’Est
Europeo e in Asia per crearvi una nuova forza capitalistica, pronta ad entrare in competizione con
gli Stati Uniti d’America. Il Manifesto del Comunismo avrebbe assunto così valore di simulacro a
Wall Street, dove Lenin sarebbe stato selezionato quale guida di uno Stato accentratore, garante
dell’illusorio potere conferito al proletariato, allo scopo di pervenire al controllo assoluto delle
masse, attraverso il sistema dell’economia pianificata. Primo passo: la nazionalizzazione delle
banche russe, e la costituzione di una Banca Statale Sovietica, prevista nel programma di Lenin e
con favore accolta da Wall Street.
A sostegno di queste tesi, sembra opportuno aggiungere certi aspetti della strategia di mercato,
legata agli sviluppi dell’industria petrolifera americana, a partire dai primi anni del Novecento. Di
particolare interesse, a tal proposito, sono le iniziative adottate dal Gruppo Petrolifero Rothschild-
Rockfeller, all’indomani dell’entrata in vigore della legge “antitrust”, Sherman Act, e in previsione
dei piani Ford per la costruzione di automobili in serie. Circostanza che avrebbe spinto il Gruppo
(l’associazione dei due imperi “Banche-Petrolio” non è ovviamente casuale) ad assumere un rigido
controllo del mercato petrolifero internazionale, in conseguenza, fra l’altro, dello smembramento
della Standard Oil, e a seguito del cosiddetto “Caso Spindletop”. (*)
Il riferimento alla moneta statunitense (Petrodollari), sarebbe stato da allora preteso per ogni
transazione sul mercato internazionale riguardante i prodotti petroliferi, adottando un sistema di
contenimento delle fluttuazioni del prezzo del greggio che scongiurasse pericolose e non lucrative
tendenze al ribasso. Il che avrebbe indotto il Gruppo Rothschild-Rockfeller a promuovere efficaci
campagne di stampa tese a diffondere infondate notizie sulla presunta scarsità delle riserve (e
risorse) petrolifere mondiali, al fine di evitare che si producessero dannosi effetti “dumping” nel
mercato interno (visto che la domanda di combustibile era in crescita grazie al lancio
dell’automobile Ford Modello T).
Sarebbe stato soprattutto opportuno non limitare la capacità di competizione del Gruppo sui mercati
internazionali. A tale scopo, era evidente che il controllo politico delle aree petrolifere mondiali più
promettenti, come quelle del Golfo Persico, Medio Oriente, Caucaso e Caspio, sarebbe stato
indispensabile.
L’Impero Zarista, che comprendeva allora anche l’immensa area del Kazakhstan, avrebbe
rappresentato uno dei più temibili concorrenti fra i potenziali produttori di petrolio, certamente
deciso a sfruttare i propri giacimenti e a commercializzare il suo combustibile sul mercato
internazionale a un prezzo assolutamente più basso rispetto a quello imposto dalle Compagnie del
Gruppo Rothschild-Rockefeller, per via della scarsa domanda di petrolio, determinata dalla quasi
assenza di industrie nella Russia Zarista e dallo stato d’indigenza della maggior parte della
popolazione. Per scongiurare tale evenienza, il Gruppo in questione, vertice del Corporate Banking,
avrebbe così favorito l’instaurazione di regimi che avrebbero garantito, dietro lauti compensi, una
politica sottoposta al controllo di un governo accentratore. Fra le ragioni che indussero i Capitalisti
americani a finanziare la rivoluzione bolscevica si possono citare infine quelle legate al piano di
fondazione di uno Stato ebraico in Palestina e le iniziative tese a impedire la costituzione in Europa
di un secondo polo capitalistico.
L’esordio della Federal Reserve nel 1914 avviene in questo clima, al fine di favorire l’attuazione di questi piani. In coincidenza con l’inizio delle ostilità, la Fed opera infatti a stretto contatto con la Borsa Newyorkese, autentico ponte costruito nell’occasione fra l’America e l’Europa, allo scopo di rendere vane le pretese del Kaiser sul territorio iracheno (ferrovia Berlino-Baghdad), e obbligando il suo naturale alleato, l’impero austro-ungarico, a far divampare la “polveriera balcanica”.
A tale scopo sono costituiti il Belgian Relief Committee (per aiutare il “neutrale” Belgio invaso
dalle truppe germaniche, ma soprattutto per permettere a queste ultime di continuare a combattere
una guerra non voluta) e l’American International Corporation, grazie alla quale a Wall Street sarà
dato il via a una serie di investimenti fra i più proficui che la storia ricordi, da cui trarranno profitti
colossali il gruppo Rothschild-Rockfeller e il team di banche internazionali ad esso associato.
Nell’occasione diventerà operativo il già citato Corporate Banking, creato apposta per obbligare i
governi delle Potenze belligeranti ad usufruire del sostegno finanziario, destinato all’acquisto di
armi dal War Industry Board di Bernard Baruch, banchiere associato e esponente di spicco
dell’Organizzazione Sionista Mondiale, nonché persuasivo consigliere dei Presidenti americani.
Il grande business della guerra!?
Non occorre chiederlo a Lord Walter Rothschild, né all’esimio Colonnello Mandell House che nel
1913 ha già stilato i Quattordici Punti, enunciati dal Presidente Wilson alla Conferenza di pace di
Parigi del 1919 (valgono un Premio Nobel, la frantumazione di tre imperi e focolai infiniti d’odio e
rancori dal mare del Nord all’Oceano Indiano). La strategia dell’Investment Banking, coordinata
dalle Rothschild Houses e da quella che diverrà nota col nome di Standard Oil Company of New
Jersey (poi Exxon), risulta dunque vincente anche negli States grazie al Sistema Fed, attraverso il
quale sono già rientrati, sotto forma di tasse pagate dai contribuenti americani, i 25 miliardi di
dollari, creati dal nulla, e anticipati ai belligeranti per dare inizio alla Prima Guerra Mondiale.
Nell’occasione si distinguono i Chairmen della Fed, Charles S. Hamlin e William P. G. Harding,
quest’ultimo manager del War Finance Corporation, attivissimo nelle forniture di armamenti ancor
prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti il 6 aprile 1917.
Nel bel mezzo della guerra, ha modo fra l’altro di prendere forma la cultura dello stereotipo, o
dell’estrema semplificazione cui tenderebbe a conformarsi il giudizio dell’immaginario collettivo,
indispensabile alla costruzione del consenso e più tardi all’interpretazione “ragionata” del cosiddetto
“politicamente corretto”.
A Wall Street e alla Fed di New York intanto gli Investitori si fregano le mani. In attesa che il già
concepito Council on Foreign Relations, succursale a Washington del Royal Institut for
International Affairs di Londra, dia inizio alle sue poliedriche attività, la strategia bellica angloamericana
trova proficua applicazione in tre settori: finanziario (come abbiamo visto), militare e
propagandistico. Compito della stampa americana è, ad esempio, inventare di sana pianta atrocità
che i tedeschi avrebbero commesso, in pace e in guerra. La tecnica del reiterato inganno, perpetrato
ai danni del popolo statunitense, sarà più tardi chiaramente visibile nell’intero operato
dell’Amministrazione Wilson, per quanto un giudizio critico sul ruolo dei Presidenti degli Stati
Uniti fosse fin da allora apertamente ammesso dalla storiografia ufficiale. Presupposto che rende
legittima, almeno sul piano etico, una piena adesione alle tesi del Professor Carroll Quigley,
diffusamente espresse nel suo “Tragedy & Hope” , in cui si rileva, sulla base di indiscutibili prove,
l’assoluta dipendenza della Casa Bianca dalla volontà dei Banchieri Internazionali.
Esempi significativi della costruzione del consenso, teso a legittimare azioni impopolari del
Governo e comunque ritenute socialmente e politicamente dannose al rivestimento democratico
della leadership statunitense, sembrano i casi Lusitania e Sussex, creati ad arte (come poi l’effetto
Pearl Harbour e decenni più tardi, l’incidente del Tonchino, senza dimenticare il più recente “911”)
per convincere l’opinione pubblica americana sull’opportunità dell’entrata in guerra (dichiarata o no)
degli Stati Uniti.
Nel complesso calcolo dei rischi di guerra, anche se una certa tattica può giustificare il trasporto in
segreto di munizioni e proiettili di grosso calibro su navi mercantili di Stati “neutrali”, risulterà poi
ovvio l’intento provocatorio, utile a dar luogo alla prevista reazione della parte belligerante, contro
cui quel materiale bellico sarebbe stato sicuramente utilizzato, in modo che le conseguenze
acquisiscano l’attesa, enorme rilevanza propagandistica. Lo provano il Lusitania, le tonnellate di
munizioni che il mercantile trasporta in Inghilterra dai neutrali Stati Uniti, il “provvidenziale” siluro
dell’U-Boat germanico, che provocherà l’affondamento della nave, la morte di centinaia di civili e il
calcolato sdegno dell’opinione pubblica americana. Ancora oggi, i media televisivi insistono nel
presentare l’affondamento del Lusitania come uno dei più efferati crimini nazisti, quando anche i
meno accorti in politica sanno che un paese neutrale non può procurare munizioni ai belligeranti,
senza commettere con questo un atto ostile, equivalente ad una dichiarazione di guerra. Ancora oggi
l’avvertimento dell’ambasciatore tedesco a Washington, Zimmermann, è accuratamente cancellato
dal testo degli speciali TV di argomento storico, lasciando intendere che la responsabilità
dell’eccidio doveva per forza ricadere sulla sola Germania.
Alla cultura dello stereotipo si affiancherà poi la cosiddetta “Spirale del Silenzio”, teoria sviluppata
da Betty Naumann, secondo la quale il potere dei media (e dei più importanti “oracoli” accademici)
si manifesta soprattutto attraverso gli effetti persuasivi che riesce a produrre sul pubblico di massa,
il quale non può fare a meno, salvo rare eccezioni, di prendere per vera la versione di un fatto
storico che gli è imposta, sebbene risultino chiari i propositi censori a fini propagandistici dei mezzi
d’informazione. Per cui, chi dissentisse da una “verità multimediale” accettata e condivisa dalle
moltitudini, rinuncerebbe alla fine a porla in discussione, constatando di rappresentare una
minoranza ristretta e “inaffidabile”. (Per fortuna le vittime della spirale del silenzio tendono a
diminuire, producendo stimoli a un’indagine non mutuata dai media “ufficiali”, e comunque
propensa a considerare menzogne … le mezze verità.)
L’affondamento del Lusitania avviene nel 1915, seguito dal siluramento della “S.S. Sussex, che
all’inizio del 1916 sarebbe stata colpita dal solito “criminale” U-Boat tedesco nel Canale della
Manica. Naturalmente il traghetto avrebbe trasportato cittadini americani, 50 dei quali sarebbero
periti in fondo al mare. Lo stesso Presidente degli Stati Uniti sarebbe stato pronto a dichiarare
questa “verità”, costruita ad arte, quando avrebbe chiesto al Congresso, in data 2 aprile 1917, di
approvare la dichiarazione di guerra alla Germania (malgrado l’offerta di pace da quest’ultima
proposta alla Gran Bretagna, già sul punto di chiedere invece, visto il corso degli eventi bellici ad
essa sfavorevoli, la resa incondizionata). Fra i pochi estimatori della Verità (quella che non offende
il buon senso e il Divino Creatore), si annovera l’ebreo Benjamin Freedman, che dimostrerà sulla
scorta di prove inconfutabili come le fotografie pubblicate dalla stampa americana e inglese non
riproducessero la carcassa della S.S. Sussex, ma quelle di un traghetto francese in riparazione nei
cantieri di Boulogne sur Mère.
Gli accordi segreti Sykes-Picot del 1916 sulla spartizione dei territori della Siria e dell’Iraq tra
Francia e Gran Bretagna (peraltro ben noti all’intelligence americana), non avrebbero destato serie
preoccupazioni nella leadership politica degli Stati Uniti, stante il fatto che le Banche Kuhn Loeb e
Morgan detenevano i bonds emessi dai rispettivi governi, francese e inglese, a garanzia del prestito
loro concesso, tramite i Rothschild. Condizione indispensabile ad assicurare in ogni caso la “porta
aperta” alle compagnie petrolifere americane in Medio Oriente dopo la guerra. L’affondamento del
Lusitania (1915) acquistava peso politico dopo la seconda elezione del Presidente Wilson (la Casa
Bianca si conquista anche con le menzogne!). Nella circostanza sarebbe stato facile rilevare la
costante propensione dell’opinione pubblica americana a diventare vittima predestinata del “Quarto
Potere” di William Randolph Hearst, magnate dell’editoria e solerte esecutore degli ordini della
“Power Elite” finanziaria, nel promuovere opportune campagne interventiste, per salvare la faccia di
Woodrow Wilson dagli sputi dei suoi elettori.
Intanto (dicembre 1916 ) i tempi per un ingresso degli Stati Uniti nella Guerra Mondiale sembrano
maturi, anche perché gli inglesi sollecitavano gli americani a mantenere le promesse fatte. Fra i
memorabili e meno noti intrighi che avrebbero determinato il successivo corso della Prima Guerra
Mondiale (e costituito determinanti premesse della Seconda) sembra opportuno annoverare quelli
che costrinsero Gran Bretagna e Stati Uniti a sottoscrivere in segreto nel mese di ottobre del 1916 il
cosiddetto Accordo di Londra.
L’intervento degli States segnava una svolta decisiva negli sviluppi del primo conflitto. In pochi
mesi, a partire dall’aprile 1917, il corso della guerra, decisamente favorevole alle Potenze
dell’Intesa, determinava fra l’altro le condizioni propizie per il successo della Rivoluzione
Bolscevica nell’ottobre dello stesso anno. Evento calcolato, nell’imminenza della prevista pace
separata tra Russia e Germania, caldamente suggerita dagli anglo-americani, visto il malcontento
che regnava fra le truppe dello Zar, dalle quali si registravano quotidiane diserzioni in massa. Il
Kaiser, visto l’andamento della guerra, avrebbe poi accolto l’invito di levarsi dai piedi, archiviando
per sempre le aspirazioni di un grande Impero Germanico, esteso a lambire le acque del Golfo
Persico. Nell’occasione, gli sarebbe stato richiesto l’ultimo favore: consentire libero transito al treno
blindato che trasportava Lenin e Company fino a Pietrogrado, per instaurarvi il nuovo regime
bolscevico, poco incline ad accettare le esitazioni “socialdemocratiche” di Kerenski, ma ben
disposto a ricevere tanti auguri d’un radioso futuro dal liberale Presidente americano Wilson, fin
troppo pronto a manifestare alla Conferenza di Parigi la necessità d’un appoggio, morale e
materiale, degli Stati Uniti al governo che Lenin avrebbe meditato e scelto di instaurare sulle rovine
dell’Impero Zarista.
NOTE:
(*) Spindletop è una localita del Texas nella quale fu scoperto nel 1901 un pozzo di petrolio molto
promettente che avrebbe fornito 100.000 barili al giorno. Il Gruppo Rothschild-Rockefeller,
allarmato per il prevedibile calo del prezzo del greggio, conseguente alla scoperta di tale,
abbondante giacimento si impegnò a eseguire continue manovre per escluderne lo sfruttamento,
riuscendo alla fine a farlo chiudere.
.
Storiella numero 6 –
SETTANT’ANNI DOPO
«La guerra nasce da un disordine morale, molto prima che da uno squilibrio economico, o
da una perturbazione dell’ordine politico.
La guerra nasce dalla colpa» don Carlo Gnocchi
Lo strano ruolo dell’URSS
Nell’agosto del 1991 i moscoviti non pensavano di dover maledire Gorbacev e la perestroika per il
resto della loro esistenza e tanto meno di ricevere il premio di recessione e miseria per il contributo
di sangue da essi preteso, prologo e corollario delle previste esequie del PCUS e, poco più tardi,
dell’ingombrante e anacronistica Unione Sovietica. La sommossa popolare di Mosca doveva
riprodurre il raccapriccio di Piazza Tienamen e Timisoara, del resto previsto dal cranio calcolatore
di Milton Friedman, come effetto collaterale di una vasta manovra, tesa a introdurre l’economia di
mercato in estremo Oriente, nell’Est europeo e nel paradiso perduto dei Soviet.
Come le proteste, cinese e romena, quella sollevata al cospetto del Kremlino chiedeva il rispetto che
sarebbe stato giusto riconoscere al sacrificio di tre generazioni, disposte a patire fame e carestie e a
farsi massacrare in pace e in guerra, ma riluttanti e certamente impreparate ad affrontare la forza
d’urto del Capitalismo, quando questo volesse dire disoccupazione e perdita del potere d’acquisto
della propria moneta. A tutto ciò si aggiungevano i frammenti di troppi sogni infranti e la
convinzione che, tutto sommato, il rigore dispotico di Ceausescu, di Mao e Den Xiaoping e i
“benefici” dell’economia pianificata, fossero preferibili a un futuro incerto, per quanto battuto qua e
là da soffi di un presunto buon vento democratico.
Allora forse non sfiorava nemmeno le menti di Eltzin e del fido Putin (già pervase da tendenze
mondialiste) il sospetto che non bastassero la Glasnost e una rinnovata Duma, né la messinscena di
un colpo di stato, per convincere il popolo russo che la prospettiva di una formale indipendenza
avrebbe scongiurato il pericolo di un’altra, meno visibile, tirannia. Di quest’ultima i dimostranti
moscoviti sopportavano gli effetti, come l’inflazione al 23%, la mancanza di generi alimentari e di
prima necessità, l’assenza assoluta di qualsiasi opportunità di lavoro, per cui diventava lecito
mandare a quel paese Marx e la teoria del plusvalore.
A quel tempo nessuno si permise dir loro che l’assenza di lavoro crea condizioni di schiavismo e,
nel migliore dei casi (secondo gli schemi del Capitalismo Finanziario), quelle del lavoro
sottopagato, causa più tardi degli esodi in massa verso Occidente. Evidentemente ignari del fatto
che dal 1990 si stavano riversando sulla Russia valanghe di rubli, per farne precipitare la già
precaria economia, i russi si sarebbero trovati in mano moneta svalutata e quasi inservibile, senza
sapere a chi attribuirne la colpa. Analoghi fenomeni si sarebbero contemporaneamente riscontrati,
per citare due esempi, in Ucraina e in Kazakhstan, alle cui rispettive monete (Grivnie e Tenghé) fu
riservata la stessa sorte.
L’Unione Sovietica, fra delusioni e sorprese, sarebbe anch’essa diventata… inservibile, perché si
riteneva esaurita la carica persuasiva dell’utopia marxista e superflua la funzione che essa avrebbe
svolto nel periodo della Guerra Fredda. Anche se reso, sulle prime, illeggibile dalla diffusa retorica
del comunismo, destinata, in Russia e altrove, a ottenere il plauso e l’adesione di vaste masse
popolari, il piano rivoluzionario proclamato da Marx in realtà avrebbe avuto altri scopi, più tardi
emersi, quando sarebbe venuto a mancare il senso stesso di una missione politica dagli esiti
improbabili e sempre più incerti. Sfumato anche il proposito di mantenere le promesse di una rivolta
planetaria, condotta in nome e per conto di una mera astrazione, si sarebbero moltiplicati i dubbi di
chi si chiedeva fin dall’inizio quale antropomorfa dittatura o più definibile sistema autoritario,
avrebbe infine sostituito il Proletariato, chiarendo i ruoli di Lenin e dei Bolscevichi, i fini non
dichiarati dei piani quinquennali e della stessa tirannia staliniana, propensa a espandere (malgrado
le promesse) il sistema sovietico e il comunismo, col solo mezzo che rendesse possibile la
realizzazione di un piano globale: la guerra. Lo stesso compito (assunto e dichiarato) di condurre
una rivoluzione mondiale (permanente o progressiva?) non avrebbe ammesso, del resto, condizioni
di pacifica convivenza, né escluso il sistematico ricorso allo scontro armato e alla guerra di
aggressione, pretendendo di attribuire all’uno e all’altra quel valore morale che avrebbe trovato
giustificazioni in un grandioso e troppo lungimirante progetto.
L’occupazione del territorio altrui, necessariamente connessa al piano di esportazione del
comunismo, avrebbe anche previsto lo scaltro uso della guerra degli altri. La strategia adottata, in
tal caso, sarebbe stata attendista: qualunque ne fosse stato l’esito, la guerra avrebbe indebolito le
forze dei paesi belligeranti, facendone obiettivi delle mire sovietiche e terreno ideale per accendervi
focolai rivoluzionari che facilitassero la successiva invasione dell’Armata Rossa.
La storia dell’URSS, fra orrori e repressioni, sembra essersi sviluppata intorno alla rigida segretezza
che, oltre a pervaderne l’intera esistenza, avrebbe opportunamente nascosto un dato costante dei
suoi bilanci economici dal ’23 al ’91: il primato assoluto delle spese per gli armamenti. Così si è
venuto a sapere, non certo grazie alla glasnost, che la percentuale del prodotto interno lordo
dell’Unione Sovietica, destinata alla fabbricazione e all’acquisto di armi, non è mai scesa, dal
dopoguerra fino al suo (presunto) decesso, al di sotto del 35% (mentre il budget della “Difesa” degli
Stati Uniti si è attestato su posizioni massime del 15%, anche nei tempi della guerra in Vietnam).
Un primo “messaggio di pace” ai popoli della Terra lo avrebbero tuttavia lanciato Lenin nel ’22 e
Stalin nel 1927, quando quest’ultimo, mettendo in pratica le idee del predecessore, inaugurò i tre
piani quinquennali (1927-1942) che avrebbero provocato in Unione Sovietica le carestie degli anni
Venti e Trenta e portato le spese per gli armamenti a superare talvolta il 50% del PIL sovietico. Chi
non credesse attendibili queste cifre, può chiederne conferma al russo Wladimir Rezun, alias Victor
Suvorov, (già membro del Comitato Centrale del PCUS, funzionario dell’Intelligence sovietica ed
esule, dal 1979, su più tranquille sponde), il quale, documenti di Crenlino e Lubianka alla mano,
può provare che corrispondono al vero.
Se spetta ai teorici della cospirazione dimostrare che il ruolo dell’Unione Sovietica fu predisposto in
anticipo, nella nota prospettiva di un probabile e futuro governo globale, sembra quanto meno
plausibile rilevare l’evidente coincidenza e il modo curioso in cui il pensiero politico europeo, che
pur vantava un secolare patrimonio di tradizioni liberali e socialiste, sia stato costretto a ricercare
nuovi riferimenti, per superare quella crisi d’identità, probabilmente in gran parte dovuta alla
decadenza di un sistema, ma non estranea, in definitiva, all’improvvisa (e, se si vuole,
genericamente motivata) dichiarazione d’illegalità del PCUS e alla contemporanea implosione
dell’URSS, nella fase conclusiva del critico triennio 1989-’91. Con ciò intendendo che il crollo
dell’Unione Sovietica, avrebbe, fra altro, offerto chiare indicazioni di intervenute nuove esigenze,
secondo cui sarebbe stato necessario orientare la classe politica europea (e italiana, in particolare)
verso meno radicali posizioni, comunque tendenti al centrismo, più idonee a rappresentare un
elettorato, evidentemente disposto ad approvare l’improvvisa fine delle tensioni fra Est e Ovest,
quando questo non equivalesse a sopportare il peso di maggiori e più gravi inquietudini (quelli
derivanti dal terrorismo internazionale) e a dover accogliere disagi e benefici dei cambiamenti che
sarebbero avvenuti nel sistema finanziario-monetario europeo (Eurozona). Il che indurrebbe a
supporre che il nuovo quadro politico europeo non sia solo il risultato di un compromesso, ma
anche l’effetto di un disegno politico internazionale di vecchia data, teso ad avvalersi della
polifunzionalità del Sistema Sovietico come strumento bellico (lo proverebbe lo stato di paura
derivante dalla minaccia incombente di una guerra nucleare) e come modello economico che
avrebbe previsto la costituzione in Europa di una società collettivista, ormai da tempo abituata a
rinunciare alla propria sovranità nazionale e monetaria. Da quanto precede si può presumere che
ascesa e rovina dell’Unione Sovietica siano prove, se non dell’esistenza di un piano mondialista, di
un qualcosa a questo molto simile, se è vero che, nella sua esecuzione, sarebbero stati previsti: il
determinante sostegno finanziario da parte di banchieri newyorkesi alla rivoluzione bolscevica nel
1917, la costituzione dell’Unione Sovietica nel 1922, il sostanziale mutamento geopolitico
determinato dalla Seconda Guerra Mondiale, che l’Unione Sovietica, avrebbe contribuito in modo
decisivo a scatenare, gli aiuti economici ininterrotti all’Unione Sovietica elargiti dagli Stati Uniti
fino all’agosto del 1991.
Il Complotto
L’ebreo Myron C. Fagan, già membro dell’Organizzazione Sionista Mondiale, commediografo,
produttore e regista nella Hollywood degli anni d’oro, in una intervista rilasciata nel 1967 e quasi
ignorata dai media americani e internazionali, spiega come e perché l’URSS sarebbe nata per volere
e con il sostegno del pool di banche internazionali coordinato dal Gruppo Rothschild-Rockefeller.
L’ipotesi, oggi ampiamente condivisa, trarrebbe determinante sostegno dall’analisi retrospettiva che
ci propongono autori, come Anthony Sutton (Wall Street and The Bolshevik Revolution), Benjamin
Freedman (Zionism -The Hidden Tyranny), Francis Neilson (The Makers of War), Juri Lina (Under
The Sign Of The Scorpion), Gary Allen (None Dare Call It Conspiracy), Carroll Quigley (Tragedy
and Hope), oltre al già citato Victor Suvorov (The Icebreaker). Le indagini da essi condotte
permettono di stabilire con buone ragioni che all’inizio del secolo scorso negli ambienti finanziari
newyorkesi furono prese iniziative al fine di pervenire al controllo politico ed economico di una
vasta area del Pianeta, nella quale avrebbero trovato giustificazione gli ideali marxisti e il regime
idoneo ad imporli al suo interno nonché ad espanderli, nella prospettiva di una costituenda società
globale non classista. La realizzazione di questo progetto sarebbe stata direttamente connessa con la
fondazione dello Stato di Israele, quando, nel pieno corso della Prima Guerra Mondiale, sarebbero
stati decisi e scrupolosamente programmati i futuri esodi, dall’Europa centro-orientale, degli ebrei in
Palestina (utili riferimenti sull’argomento sono reperibili nell’opera di Leonid Mlecin dal titolo
“Perché Stalin Creò Israele”, Mosca 2008)
Per comprendere tuttavia le ragioni della costituzione dell’Unione Sovietica e il ruolo da essa svolto,
occorre, secondo Myron Fagan (citato), risalire al 1890, anno in cui nella Russia Zarista avviene
qualcosa di atroce e inaspettato che sconvolgerà la politica e l’economia mondiali dell’intero XX
Secolo.
Negli anni conclusivi del XIX secolo, una serie impressionante di “pogrom” sconvolge la Russia.
Nelle città e nelle campagne si organizza una vera e propria caccia all’ebreo. Squadre di Cosacchi a
cavallo, ai quali si uniscono popolani locali, ingaggiati allo scopo, massacrano sistematicamente per
intere settimane, migliaia di uomini, donne e bambini ebrei. Il bilancio dell’eccidio dopo due mesi è
agghiacciante, oltre diecimila morti. I sopravvissuti trovano rifugio nei centri costituiti col sostegno
finanziario di Jacob Schiff, banchiere ebreo, agente dei Rothschilds, emigrato a New York. Costui,
sionista e fondatore fra l’altro della Anti Defamation League (ADL), sembra spinto da sentimenti
umanitari e allestisce centri di raccolta per gli scampati al pogrom. In realtà ha il compito di
costringerli a emigrare negli Stati Uniti. L’ordine in tal senso gli è impartito da Leopold
Rothschilds, che del massacro sarebbe stato anche il promotore. Nel giro di pochi mesi si prepara
l’esodo di trecentomila ebrei russi, imbarcati nel porto di Odessa su navi che prendono le rotte
atlantiche, destinazione New York. Ai profughi ebrei, appena giunti dalla Russia negli Stati Uniti, è
immediatamente concessa la cittadinanza americana, a condizione che le loro preferenze elettorali
siano dirette al partito democratico, affinché possano formare un sicuro blocco di elettori che
permetterà poi di mandare al Congresso, deputati graditi all’American Jewish Council. Secondo
Fagan, lo scopo dei pogrom sarebbe evidente e intuibili i motivi, fra gli altri, di quella che più tardi
prenderà il nome di Shohà. L’esodo di ebrei russi verso il Nord America continua nella prima
decade del secolo scorso, incrementando il numero del blocco democratico, che al momento
opportuno servirà fra l’altro a interrompere il malaugurato dominio dei repubblicani alla Casa
Bianca, che dal 1897 intralcia non poco l’auspicata riforma monetaria degli Stati Uniti.
Il momento atteso arriva, grazie alle manovre di Paul Warburg, banchiere tedesco, agente
Rothschilds, da poco naturalizzato americano, che convince la folta schiera di emigrati germanici a
unirsi al blocco di profughi ebrei-russi, per sostenere il candidato democratico alla Presidenza,
Woodrow Wilson, il quale, una volta eletto Presidente, si affretterà a varare il Vreeland-Aldrich
Act, legge che istituisce il Federal Reserve System.
Intanto scoppia la Prima Guerra Mondiale, ma siamo solo agli inizi. Al Presidente Wilson sono
assegnati altri delicatissimi e fondamentali compiti, come minimo tre, che egli dovrà puntualmente
svolgere, per creare nell’Europa in guerra le condizioni favorevoli all’instaurazione di un sistema
monetario, sperimentato con successo negli Stati Uniti. L’obiettivo è nel medio termine, ma per
raggiungerlo occorre dichiararsi disposto a perseguirne altri, più immediati e congeniali al ruolo
profetico della liberaldemocrazia, cui spetta, sul piano politico almeno, il vasto consenso popolare e
il successivo godimento degli effetti della “pax americana”.
Quel che si ignora nella circostanza è che la Casa Bianca è fra l’altro un luogo, nel quale si tiene una
contabilità particolare, come ci spiega Benjamin Freedman nel già citato “The Hidden Tyranny”,
cioè quella relativa al debito del Presidente in carica nei confronti del Comitato elettorale, grazie al
quale è stato eletto. Il Capo della Casa Bianca sarebbe quasi sempre obbligato a estinguerlo nella
sola moneta che un certo generico Gruppo Talmudista, meglio identificato nel World Jewish
Council, intende essere ripagato, ed equivale precisamente alla rinuncia all’autonomia e
indipendenza che il ruolo di Presidente prevede. Woodrow Wilson in pratica dovrà prendere
decisioni politiche di enorme portata internazionale, seguendo le indicazioni del suddetto Gruppo
Talmudista, rappresentato da due personaggi, meno noti negli ambienti politici dell’epoca, ma
decisamente influenti: il Colonnello Edward Mandel House, (già legato all’industria cotoniera dei
Rothschild e da questi imposto in qualità di consigliere del Presidente americano) e l’Avvocato
Samuel Untermeyer, miliardario ebreo e socio del potentissimo Studio Legale newyorkese,
Guggenheim-Untermeyer-Marshall, in acerrima concorrenza con Sullivan & Cromwell degli
antisemiti fratelli Foster e Allen Dulles.
Mandell House e Untermeyer avranno il compito di suggerire al Presidente le decisioni che egli
dovrà prendere che, in dettaglio sono le seguenti: fare in modo che il Congresso approvi la
dichiarazione di guerra alla Germania da parte degli Stati Uniti (aprile del 1917), agevolare
l’operazione di finanziamento di 20 milioni di dollari in oro a favore dei Rivoluzionari Bolscevichi
(operazione ordinata da Jacob Schiff, in stretta collaborazione con Casa Rothschilds che, a sua
volta, guida il Sistema delle Banche Internazionali), favorire in ogni modo le manovre previste dal
segreto London Agreement del ’16, fra cui quelle promosse da Lord Walter Rothschilds, in relazione
alla costituzione di uno Stato ebraico in Palestina, e richiamate nella Dichiarazione del Ministro
degli Esteri britannico, Lord Arthur Balfour (2 novembre 1917).
Non sembra poco!
Ma il bello deve ancora venire. I due personaggi sopra descritti guidano la delegazione degli Stati
Uniti alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1919 e imbastiscono il gran pasticcio di Versailles, per il
quale il Presidente Wilson verrà celebrato a futura memoria storica; nell’occasione impongono a
quest’ultimo di proclamare l’istituzione di un organismo internazionale a tutela della pace, la Società
delle Nazioni con sede a Ginevra (da allora detta anche Lake Success), e di definire arbitrariamente
i confini d’Europa, applicando criteri che predisporranno precisamente alla guerra. Lloyd George e
Daladier esultano alla proclamazione di condanna a morte dell’eterna nemica, la Germania,
doppiamente tradita e offesa, perché fu proprio la Germania fin dal 1916 quella che offrì
ripetutamente la pace a Gran Bretagna e Francia, senza nulla pretendere. L’Italia non prova rimorsi
e piange i suoi caduti, anche se, con sommo disappunto del Re, dovrà ritenersi vittima dell’inganno
(il patto di Londra non è riconosciuto da Woodrow Wilson) e dei debiti del Savoia con Casa
Rothschild. La Gran Bretagna, pur vittoriosa in guerra, dovrà presto constatare la malaugurata
coincidenza dell’irreversibile processo di decadenza, politica ed economica, nel quale sarebbe stata
coinvolta, con la perdita di uno dei suoi migliori clienti nel mercato degli scambi internazionali: la
Germania del Kaiser.
Il Gruppo Talmudista, promuove attraverso la Federal Reserve Bank di New York i piani Dawes e
Young per il pagamento delle riparazioni di guerra imposto alla Germania, nella quale imperversa
l’inflazione a quote iperboliche e sonnecchia il governo di Weimar, disattento alla continua
predazione del patrimonio pubblico tedesco ad opera di Wall Street, che ingordamente specula sul
capitale della Reichbank, posseduto interamente da privati.
In Italia molti protestano, celebrando la vittoria mutilata. Fra questi, qualcuno decide di farsi
portavoce del popolo, stanco di sopportare orrori e sventure della guerra, fame e privazioni, insieme
al peso dell’incertezza nel proprio avvenire. In Russia si registra il primo effetto della rivoluzione
bolscevica e dell’economia collettiva sovietica: tre milioni di morti, bilancio provvisorio della
carestia del 1921/23.
L’antisemitismo di Henry Ford
Nel giugno del 1919, Henry Ford, magnate dell’industria automobilistica americana, promuove una
campagna di stampa tesa a dimostrare che il deterioramento del sistema monetario degli Stati Uniti
sarebbe stato determinato dalle manovre politiche della Finanza Ebraica, rea, secondo Ford, di aver
causato, fra l’altro, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
A tal fine, il noto industriale acquista il “Dearborn Independent”, settimanale conservatore del
Michigan, sul quale pubblica una serie di articoli, di cui si attribuisce la paternità, dal titolo: “The
International Jew: The World Foremost Problem”. Ford decide, nell’occasione, di rendere di
pubblico dominio gran parte dei “Protocolli dei Savi di Sion”. Il “Dearborn Independent”, registra,
dopo la prima pubblicazione, un sorprendente aumento delle vendite (900.000 copie, cifra
ragguardevole per un periodico di provincia), anche perché i lettori dimostrano particolare interesse
per gli sviluppi del processo per diffamazione a mezzo stampa, immediatamente promosso dalla
Anti Defamation League contro Ford e il direttore responsabile del settimanale. Il caso fa scalpore,
vista la popolarità di Ford e l’argomento trattato, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa e in
particolare in Germania. Gli articoli pubblicati sul “Dearborn” con la firma di Henry Ford, sono
presto tradotti in tedesco e formano il contenuto di un libro,“Der Internationale Jude – Ein
Weltproblem”, pubblicato a Lipsia nel 1922 dalla Sammer-Berlag, che diverrà fedele “compagno di
prigionia” di Adolf Hitler. Durante la sua permanenza nella prigione di Landsberg nel 1924, infatti
il futuro Cancelliere e Fuhrer della Germania Nazista studierà ogni riga del libro, a questo
ispirandosi per la stesura di Mein Kampf.
Il “Dearborn Independent” avrà comunque breve vita. Nel 1927 un decreto del tribunale del
Michigan costringerà Henry Ford a chiudere il settimanale e a smentire quanto avrebbe affermato
negli articoli a lui stesso attribuiti, vista anche la massiccia reazione del “Times” di Londra e di gran
parte della stampa americana, notoriamente sotto il controllo del World Jewish Congress. Basta
ricordare, a proposito dell’influenza che il libro avrebbe esercitato su Adolf Hitler e il Nazismo, il
conferimento da parte del Fuhrer della Gran Croce dell’Aquila Germanica a Henry Ford nel luglio
del 1938, in occasione del 75° compleanno dell’industriale americano.
La vicenda, subito interpretata secondo diverse logiche, avrebbe creato serio imbarazzo nella
storiografia ufficiale, propensa a ritenerla degna di una rapida archiviazione e comunque non idonea
alle nitide rappresentazioni del liberalismo democratico americano che già allora si stavano
allestendo. A meno affrettate conclusioni sarebbe invece giunto chi avesse inteso trarre
dall’antisemitismo di Ford indicazioni utili a chiarire un secolare dubbio: se cioè con antisemitismo
fosse giusto intendere una generale e incondizionata ostilità verso un popolo e una razza, oppure
una giustificata critica contro l’operato di un’élite finanziaria.
Questa ragionevole distinzione avrebbe permesso di evitare grossi equivoci, se la Lega
Antidiffamazione non avesse avuto interesse a imporre il classico bavaglio a un periodico di
provincia che avesse pubblicato notizie non vere e suscettibili di inspiegabile smentita. E avrebbe
forse ancora permesso di scongiurare enormi tragedie, se la comunità ebraica non fosse stata
costretta a trasformarsi in strumento di potere e infine se Hitler e lo stesso Untermeyer non avessero
commesso il grossolano e imperdonabile errore di coinvolgere un popolo innocente. Vale la pena
ricordare che in Germania restò in vigore, ben oltre l’ascesa al potere di Hitler, la legge di
emancipazione del 1822 che attribuiva agli ebrei germanici gli stessi diritti dei cittadini tedeschi.
Il World Jewish Congress dichiara
guerra alla Germania Nazista
Secondo Benjamin Freedman, Untermeyer si sarebbe reso protagonista nel 1933, di una spettacolare campagna antitedesca (che egli stesso avrebbe promosso per conto del World Jewish Congress,
assumendo compito analogo a quello svolto nel 1916) sfociata di lì a poco (aprile 1933) nella dichiarazione della guerra santa (boicottaggio di merci e prodotti tedeschi) contro l’autonoma
economia del baratto” che la Germania Nazista si accingeva ad adottare. La dichiarazione di guerra sarebbe stata motivata da un presunto atteggiamento vessatorio del regime nei confronti della
comunità ebraica tedesca (peraltro ripetutamente smentito da organismi rappresentativi degli ebrei
tedeschi e dalla Croce Rossa Internazionale).
Un’onesta analisi dei fatti avrebbe più tardi consentito, secondo Freedman, non solo di intuire le
cause della reazione nazista che avrebbero poi innescato l’odio antiebraico e la fase persecutoria
vera e propria, ma anche di meglio precisare gli obiettivi che l’Untermeier, e il Gruppo Talmudista,
avrebbero inteso perseguire. Nell’elencarli, è forse il caso di rilevarne il principale: indurre Hitler a
convertire l’economia del Reich in economia bellica (il probabile disastro economico provocato dal
boicottaggio poteva costituire, in altre circostanze, un casus belli?!). Fra l’altro, la guerra santa di
Untermeier avrebbe avuto lo scopo di contrastare la valanga di partecipazioni americane al capitale
della tedesca I. G. Farben e relative consociate; promuovere un esodo in massa di ebrei tedeschi in
Palestina; provocare il crollo delle esportazioni tedesche, (nel quadro di un piano concordato tra
Francia e Gran Bretagna, che vedevano nella rinascente Germania un pericoloso concorrente nei
settori tecnologico, commerciale e dei trasporti marittimi); e infine evitare che altri Paesi europei,
seguendo l’esempio del Reich, si sganciassero dai vincoli dell’intermediazione bancaria, anche
allora pretesa dal sistema dei cambi e delle transazioni valutarie internazionali, imposto dal ramo
bancario del Gruppo Rothschild-Rockefeller e ben rappresentato nel Federal Reserve System.
Anche se non si può escludere che l’Untermeyer, azionista di maggioranza della Bethlehem Steel
Company, (già fortemente interessato all’ingresso degli States nel primo conflitto) non intendesse
trasformare al più presto la guerra economica giudaica in una guerra vera e propria, combattuta sul
campo, previsto con largo anticipo a Versailles: quello che, nel gergo delle diplomazie segrete, già
aveva assunto il nome di “Trappola Polacca”.
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