Il primato perduto della siderurgia meridionale 1749-1860 da Carlo III a Ferdinando II

di Roberto Maria Selvaggi

L’avventura siderurgica meridionale inizia nel 1749 con Carlo di Borbone che cerca di dare alle Due Sicilie un’impostazione moderna ed autonoma.
A questo fine il sovrano invita a Napoli due gruppi di esperti ufficiali sassoni ed ungheresi perché si rechino in Calabria a studiare la possibilità di estrarre del ferro competitivo dalle preesistenti piccole miniere. Nel 1759 viene aperta la Real Fabbrica d’Armi di Torre Annunziata, dove viene standardizzata la produzione di fucili fino ad allora disordinatamente confezionati con calibri e munizioni diverse da artigiani napoletani.
L’8 marzo 1771 inizia la sua produzione la fonderia di Mongiana, nell’interno delle montagne calabresi per poter sfruttare il combustibile proveniente dalle immense risorse boschive.
Non si pensi però ad uno sfruttamento indiscriminato di queste ultime, perché già da Carlo di Borbone fu varata una legislazione severissima sul controllo dei boschi e delle foreste meridionali, legislazione che, se fosse stata conservata in tempi unitari, non avrebbe visto il massacro delle risorse boschive calabresi e lucane, che tanto danno ambientale hanno poi provocato.
Lo spaventoso terremoto del 1783 causò una interruzione della nascente attività, ma occorre ricordare che la violenza del sisma modificò persino l’orografia della Calabria.
Nel 1789 il governo di Ferdinando IV bandisce un concorso per un viaggio di studi mineralogici e di aggiornamento tecnico per iniziare la preparazione di esperti napoletani. Tra i sei vincitori, tra cui spiccano il pugliese Matteo Tondi – che avrà in seguito notorietà scientifica a livello europeo – ed il salernitano Carmine Antonio Lippi, al quale si dovrà l’ideazione del primo ponte in ferro costruito in Italia, quello sul Garigliano. Otto anni di viaggio prepararono una piccola classe di tecnici che realizzeranno poi il polo siderurgico calabrese. Nel 1800 re Ferdinando ordina che la nascente ferriera passi sotto il controllo dei militari, e da allora la direzione è affidata a brillanti e preparati ufficiali di artiglieria. Nei primi anni del secolo l’attività ferve e, con alterne vicende legate alla ricerca di prodotti qualitativamente ed economicamente convenienti, inizia il lento decollo: nasce così una nuova comunità civile, il comune di Mongiana, che raccoglie le famiglie degli operai impiegati nella fonderia. Con l’avvento dei militari si trasforma anche la condizione dell’operaio, che dalla paga giornaliera viene trasformato in lavoratore a cottimo, al quale si chiede di consegnare giornalmente una quantità di ghisa proporzionata al minerale ed al carbone ricevuti.
Nel decennio napoleonico Mongiana riceve un notevole impulso, ed inizia una massiccia produzione che viene però imbarcata nel porto di Pizzo, con destinazione diversa da quella originariamente prevista dal suo fondatore. La fame di ferro dovuta alle guerre napoleoniche infatti fa sì che il prodotto prenda quasi sempre la via della Francia. Nel primo periodo della restaurazione si registra un balzo in avanti nella specializzazione della produzione, fino a giungere alla progettazione ed alla realizzazione di armi che non avranno più nulla da invidiare con quelle provenienti da Torre Annunziata. Ma il grande momento per la nascente siderurgia calabro-campana giunge con la salita al trono di Ferdinando II. Sovrano geloso della nazionalità e conscio delle grandi possibilità del Regno, dà subito il massimo impulso alle situazioni preesistenti. Con una accorta politica economico-finanziaria, con il risanamento dell’apparato statale, con ogni sorta di incoraggiamento all’industria privata e pubblica, il giovane Re trasformò in poco tempo quello che era solo artigianato evoluto in industria vera e propria. Sorgono un po’ dappertutto nuovi opifici che toccano vari settori industriali, dal tessile alle cartiere, alla siderurgia. Anche in Calabria il privato trae beneficio dalla presenza di Mongiana e, lungi dall’essere ostacolata dal governo, nasce anche una grande fonderia privata ad opera del Generale Filangieri. Il ponte in ferro sul Garigliano, per quei tempi un piccolo capolavoro, fu progettato dal governo e realizzato con i materiali provenienti dalla fonderia privata di Cardinale, di proprietà Filangieri, in un clima di salutare concorrenza. Nel 1833 il sovrano visita Mongiana, ma il suo scopo era quello di inaugurare una nuova fabbrica, Ferdinandea. Il crescente successo di Mongiana aveva fatto decidere il governo a istituire una nuova fonderia che, seguendo l’esempio di San Leucio, sarebbe stato un misto tra il casino di caccia e la ferriera. Infatti fu costruita una cittadella dove si mischiarono altiforni, caserme, stalle, chiesa ed appartamenti reali. Ferdinandea fu uno stabilimento di prima fusione a supporto della vicina Mongiana. Nel 1837 si inizia la costruzione della strada che collegherà le fonderie al porto di Pizzo, da dove i prodotti finiti e le grandi barre di ghisa partivano per la capitale.
Non a caso quindi la rete viaria viene migliorata, per la presenza positiva di un nascente apparato industriale. Contemporaneamente nasce a Pietrarsa un’officina di lavorazione che arriverà ad impiegare più di 4000 persone e che produrrà, sempre in concorrenza con il privato, le macchine a vapore di centinaia di bastimenti e delle locomotive delle ferrovie napoletane. E’ tuttora visibile una gigantesca statua di Ferdinando II, prodotto di un’unica fusione in bronzo. L’Europa intera rimase meravigliata dalla modernissima fabbrica e dall’efficiente organizzazione. Londra e Parigi non celarono il loro disappunto, ritenendosi depositarie dell’esclusiva in quei settori.
Il piccolo Piemonte invia tecnici a studiare il come ed il perché, in Russia lo Zar ne fece costruire una identica a Kronstad. Piemonte, Liguria e Val d’Aosta impiegavano nel 1845 lo stesso numero di addetti della sola Mongiana, disseminati in una miriade di laboratori artigianali.
Fino al 1860 questa era una industria giovane che appena allora si affacciava verso i mercati internazionali, ed aveva bisogno solo di essere aiutata in questo compito. Il governo unitario, abolendo in un minuto tutti i dazi, le negherà questo appoggio, e si comporterà in maniera opposta a quel “retrogrado” governo borbonico che, nei momenti di difficoltà, quando si allargava il divario con i concorrenti stranieri, correva ai ripari per non farle perdere il contatto con le industrie europee più evolute.
Fu così che i 3000 addetti di Mongiana e Ferdinandea, gli oltre 4000 di Pietrarsa e tutti quelli che lavoravano con le industrie private tessili, estrattive e manifatturiere, si trovarono a vivere una lenta agonia, che in pochi anni li avrebbe visti ridotti alla fame e costretti poi ad emigrare.
E’ curioso notare che, alla morte della nascente industria meridionale si accompagna la nascita della grande industria del Nord.
(da “Il SUD Quotidiano” del 8/2/97)

http://www.vocedimegaride.it/e-book/primatoperdutosiderurgiameridionale.htm

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