Gladstone e la “negazione di Dio”


Una strategia atta a screditare il governo napoletano, in rotta di collisione con gli interessi inglesi nel Mediterraneo.

di: Gaetano Marabello

Generalmente dello statista inglese William Ewart Gladstone null’altro si ricorda in Italia, tranne una sprezzante definizione: quella di “negazione di Dio eretta a sistema di governo”. Egli – si insegna tuttora a scuola – rivolse tale accusa al re delle Due Sicilie Ferdinando II di Borbone, per bollarne il malgoverno. Queste parole, una volta rese pubbliche, divennero lo slogan preferito dei propagandisti rivoluzionari d’ogni tipo, che da allora le strumentalizzarono nei loro attacchi indirizzati a questo sovrano. Ma vediamo meglio di cosa si trattò.
Come sanno gli storiografi, l’ingenerosa frase fu inserita in una delle due lettere, che nel 1851 il lord di Liverpool inviò al suo primo ministro George Hamilton Gordon Aberdeen. L’epistolario in parola era sotteso ad una finalità diffamatoria, che andava ben oltre la tagliente espressione in esame. Esso era infatti frutto di una strategia subdolamente architettata a tavolino, che mirava a screditare il governo napoletano entrato in rotta di collisione con gli interessi britannici nel Mediterraneo. Ma, contrariamente a quanto si è pensato in passato, non si trattò di un maneggio politico uscito unicamente dal sacco inglese. Ci mise infatti lo zampino pure un avvocato brindisino, tale Giacomo (poi James, quando divenne segretario di Gladstone) Lacaita. Secondo lo scrittore liberale Raffaele De Cesare, “non a torto” costui fu ritenuto il vero suggeritore della famosa frase. E non solo, ché anche gran parte di tutto il veleno, vomitato da Gladstone sul regno di Napoli, deve farsi risalire a questo transfuga della natia terra d’Otranto. Una volta avviato, il diabolico piano funzionò a meraviglia grazie all’amplificazione di cui fruirono le lettere stesse.
Infatti, fu la stampa internazionale, che già allora era strumento dei cosiddetti poteri forti, a fornire la cassa di risonanza ideale all’offensiva massonica e protestante che vi si nascondeva dietro.
l’offensiva venne opportunamente scatenata all’indomani del fallimento dei moti del ’48. Occorreva una nuova scossa per scardinare il sistema. E la frase circa la asserita “negazione di Dio” ne fu il grimaldello su misura.
Ma chi era Gladstone? Dotato di un’oratoria brillante, entrò nel 1832 alla Camera dei deputati. Oggi, il suo esordio sul prestigioso proscenio della maggiore potenza imperialista dell’epoca scatenerebbe un vero vespaio tra i sostenitori del “politicamente corretto”. Infatti, il neo deputato si lasciò andare ad un bel discorsetto a favore della… schiavitù. Non ci si meravigli troppo per quello che può apparire uno scivolone tanto grossolano. In verità, questo epigono di Voltaire (che, a sua volta, aveva fatto altrettanto!) difendeva solo gli interessi della famiglia. E la sua famiglia era notoriamente una sfruttatrice di stuoli di schiavi nelle piantagioni della Guinea. Per inciso, diciamo che il tanto vituperato re Ferdinando II aderì alla Convenzione del 14 febbraio 1838 contro la tratta di esseri umani. E, nonostante ciò, fu proprio lui a diventare poi la “negazione di Dio” agli occhi dello schiavista britannico!
Anche in campo religioso il presuntuoso lord aveva un comportamento davvero britannico. Certo, per lui, il concetto di Padreterno andava bene. C’era però un ma: per andar bene, l’Altissimo doveva semplicemente sottostare all’idea di “Progresso”, frutto dei Lumi. Un Padreterno, dunque, che s’avvicinava molto a quello che stava pure nella testa di Mazzini. Alla luce di tali presupposti, Gladstone non poteva che detestare la Chiesa cattolica ed appoggiare di converso la Chiesa anglicana. Non per niente le due istituzioni avevano idee tanto opposte sul tema del Progresso. Sicché, anche sotto questo riguardo, la parola “negazione” scagliata contro Ferdinando II va presa con le pinze. A quale “Dio” si riferiva in effetti Gladstone? Il Borbone – come è noto – era devotissimo (forse anche troppo) al Dio cattolico. Sorge dunque il legittimo sospetto che, nella mente del “fratello di loggia” Gladstone, il Dio negato da Ferdinando fosse in realtà il G.A.D.U. massonico, e non quello del Vangelo. Naturalmente, poiché l’equivoco non era chiaro alla mente dei più, l’invettiva era ideale per generare sdegno e riprovazione verso il re bollato come irreligioso.
Va aggiunto che, come molti benestanti acculturati del tempo, Gladstone amava andarsene a spasso per il mondo quando poteva. Tra i suoi itinerari figurava ovviamente pure l’Italia, essendo egli attratto dalle vestigia della paganità romana e dal Dante esoterico dei rossettiani. Accadde così che una di queste escursioni, tra il 1850 e il 1851, toccasse Napoli. Ufficialmente il lord esibì la scusa di dovervi curare la figlia. Ne profittò, invece, per farsi accreditare presso la corte borbonica per tutta la durata di un processo, che in quel momento era in corso a carico dell’associazione sovversiva “Italia unita”. Al fine d’esercitare un’indiretta pressione psicologica sia sul procuratore generale sia sui giurati, egli finse d’aver problemi di udito. Ottenne perciò l’inaudito privilegio di sedersi a loro fianco (il che già di per sé smentisce la successiva accusa che il regno dei Borbone fosse nemico d’ogni libertà). S’è visto mai un estraneo sedersi tra i magistrati nell’esercizio della giurisdizione penale? Il malizioso escamotage non giunse però a segno, perché la Gran Corte Speciale riconobbe la colpevolezza di Poerio, Settembrini, Faucitano e altri affiliati. Apriti cielo! Gladstone, nella sua filippica epistolare successiva, tirò in ballo proprio la “specialità” della corte per proclamare che a Napoli vigeva l’obbrobrio dei Tribunali eccezionali. Egli fingeva d’ignorare che la Gran Corte Criminale era competente a giudicare ogni genere di delitti. Ed assumeva l’aggettivo “Speciale” unicamente se c’era in ballo qualche reato contro lo Stato. Non trattavasi perciò di una deroga all’ordinamento processuale ordinario. Ché, anzi, in tal caso – a maggior garanzia degli imputati – il numero di magistrati della giuria addirittura aumentava. Appena furono scritte le due lettere (la seconda delle quali autorizzava l’eventuale pubblicazione del carteggio), Aberdeen si mosse secondo le intese. Minacciò lo scandalo, se Carlo Poerio non fosse stato liberato. Ricevuto l’inammissibile ultimatum, che costituiva un’indebita intrusione negli affari interni dello Stato, l’ambasciatore napoletano a Londra informò per ben due volte il suo governo. Tuttavia, non si sa se per incoscienza o per complicità settaria, il ministro degli esteri borbonico Giustino Fortunato tacque con il suo re, facendo così esplodere la bomba. A quel punto, a nulla valse che il povero Ferdinando II, nel frattempo informato di persona dall’ambasciatore, licenziasse il ministro fellone. Il sovrano provò pure a smentire ufficialmente le calunnie, contenute in quella sorta di libelli infamanti. Fatica vana, ché le lettere erano state intanto inviate di proposito a tutte le cancellerie mondiali. E chi mai se la sarebbe sentita di urtare la potentissima Inghilterra? Il risultato quindi fu esattamente quello sperato dai cospiratori: nessuna potenza osò schierarsi apertamente in favore del regnante vilipeso. Un po’ quello che accade oggi, quando ci son di mezzo gli Stati Uniti e perciò la paura fa novanta. Solo qualche inglese, come il conte James Howard Harris Malmesbury, si lascerà scappare in seguito la maliziosa osservazione d’aver trovato troppo grasso il Poerio, da lui incontrato di lì a poco. Osservazione, che smentiva in pieno i pretesi patimenti sofferti nelle “tremende” segrete del carcere, dove in realtà – udite udite! – il detenuto prendeva quotidianamente il caffè col direttore. E invece le invettive di Gladstone vennero subito contrabbandate per oro colato. Nessuno sottolineò che spesso e volentieri egli stesso affermava d’aver solo sentito in giro per Napoli quelle stesse affermazioni, che aveva ripreso, compresa la faccenda della “negazione di Dio”. A distanza di anni, nel corso d’una successiva visita a Napoli ormai ridotta a provincia del Regno d’Italia, pare che questo figuro abbia ammesso di non avere mai messo il naso nella fetida prigione di Poerio. E, del resto, avrebbe mai potuto visitarla, se fosse davvero stata un’inaccessibile prigione supervigilata? Eppure l’aveva descritta come l’anticamera dell’inferno quasi ci fosse stato davvero. Ma, la cosa più assurda è che egli predicava bene e razzolava malissimo. Era cioè il meno titolato a parlare delle sofferenze di un “paglietta” (leguleio) napoletano come Poerio. Nello stesso periodo, infatti, divenne di dominio pubblico il caso di un altro avvocato: Ernst Charles Jones. Nella conclamata patria delle libertà d’oltre Manica, egli fu condannato solo per aver pronunciato un discorso non autorizzato e non gradito dal potere. Messo a pane e acqua, il poveretto dovette scontare due anni di lavori forzati assieme ai criminali comuni. Nell’ameno soggiorno in galera, stando a Lord Dudley Stuart, egli perse la bellezza di “quattordici libbre del suo peso in cinque settimane”! Altro che Poerio. A ciò si aggiunga che le prigioni di Sua Maestà britannica, rigurgitanti di detenuti, specie irlandesi, erano quanto di peggio esistesse al mondo. Erminio Di Biase nell’edificante libro “L’Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie”, edito da Controcorrente, racconta: “Non era consentito l’uso di scope, secchi e ramazze. Sapone e asciugamani non venivano forniti, per cui un uomo rimaneva senza cambiarsi d’abito e senza mai potersi lavare. In qualche prigione i bisogni corporali erano fatti alla presenza altrui. Venti prigionieri erano stipati “a cucchiaio” in spazi di 6 metri per due”. E non è tutto. In “Capital punishment” di S. Jones, edito a Nottingham nel 1993, si dice che nel 1856 (e quindi ben oltre la condanna di Poerio) il Prison Act fissò regole ancora più drastiche. Veniva cioè consentito usare sui detenuti la sferza e il gatto a nove code (cosa che nessuno – neanche Gladstone – ha mai invece contestato ai Borbone). Insomma il nostro sensibile lord era pronto a commuoversi per i poveri carcerati napoletani, ma aveva il pelo sullo stomaco di fronte a connazionali e schiavi. A questo fustigatore degli altrui costumi evidentemente andava a pennello solo quel ch’era inglese. E digeriva persino senza batter ciglio che, nella civilissima e liberale Inghilterra, reati orribili come l’incesto non fossero puniti sulla sola parola del violentatore. Per venire assolto, al padre snaturato bastava dichiarare che la sventurata figlia non si era difesa a dovere. Complimenti!

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