"NON C’E’ BUSINESS COME IL BUSINESS DELLA SHOAH"

DI JERRY MAZZA
onlinejournal.com

Norman Finkelstein non è un negazionista dallo sguardo allucinato. In realtà i suoi genitori erano entrambi sopravvissuti del getto di Varsavia e dei campi, il padre ad Auschwitz e la madre a Majdanek.

Norman Finkelstein è un intellettuale aggressivo, cresciuto a Brooklyn e ben preparato in scienze politiche a Princeton e a Parigi, che ha pubblicato The Holocaust Industry – Reflections on the Exploitation of Jewish Suffering nel 2000 con una seconda edizione tascabile nel 2003, un libro che ha dato origine ad una ‘tempesta di fuoco’ in Europa e un bel po’ di irritazione in America [N.d.T.: il libro è stato pubblicato in Italia con il titolo L’industria dell’Olocausto – Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, Rizzoli, 2002].

Mentre lo scriveva, alla fine degli anni ’90, Finkelstein era professore di scienze politiche all’Hunter College di New York City. Ha insegnato anche nella mia università, il Brooklyn College, e alla Rutgers University, e più di recente alla DePaul University di Chicago, dalla quale si è dimesso nel 2007 quando gli è stata negata la nomina a professore, alquanto evidentemente grazie agli sforzi dell’acritico sostenitore dell’Olocausto Alan Dershowitz.

Oltre al profilo su Wiki di cui al link precedente, vi è un’intervista di Victor Frolke, ironicamente intitolata “There’s No Business Like Shoah Business” (‘Non c’è business come il business della Shoah’), in cui shoah, ‘calamità’ in ebraico, è una parola più breve per indicare ‘olocausto’; il titolo contiene una sua propria arguzia ebraica, non dissimile da quella di Finkelstein, e l’articolo fornisce una buona panoramica, dal di dentro, dell’intelligenza, dell’erudizione e delle convinzioni dell’autore sull’Industria dell’Olocausto. Finkelstein ha accusato Eli Wiesel e i leader ebraici di tutto il mondo, comprese le élite ebraiche americane, di attuare un’estorsione su vasta scala a spese di aziende e Paesi europei, principalmente Germania, Svizzera e Polonia, nel nome dei “bisognosi sopravvissuti dell’Olocausto, quando in realtà i fondi sono finiti per la maggior parte in programmi, monumenti, studi, scritti e musei sull’Olocausto e, in generale, alla ‘comunità ebraica’”.

Finkelstein ha criticato Wiesel anche per aver preso 25mila dollari e una limousine per ognuna delle sue conferenze sull’Olocausto (tenute con dolore misticamente ‘brevettato’), dimenticando, forse, che gli zingari avevano sofferto un loro genocidio tedesco nella stessa percentuale rispetto alla propria popolazione. Wiesel appare vagamente come Rudy Giuliani, autonominatosi sceriffo d’America, che ha guadagnato milioni in ingaggi per conferenze sull’11 settembre e ancor di più con le sue varie società post-11 settembre. Tutto questo mentre faceva pressioni sui soccorritori affinché ripulissero Ground Zero in otto mesi anziché i due anni e mezzo assegnati, per poi lavarsene le mani quando gli stessi soccorritori si sono ammalati gravemente e hanno cominciato a morire uno dopo l’altro. Dico questo per appianare il campo religioso e politico.

Aggiungo che un altro Italo-americano, il senatore Al D’Amato, si è preso a cuore l’Olocausto quando i sondaggi su di lui stavano peggiorando, contribuendo così al bullismo contro le medesime nazioni e corporation europee affinché cedessero alle richieste di risarcimenti eccessivi e male indirizzati per i sopravvissuti dell’Olocausto. Naturalmente, l’America non ha pagato quasi nulla per aver accettato un numero limitato di sopravvissuti e averne respinto altri. Inoltre, Finkelstein ci dice che queste varie cause dell’Olocausto rappresentano molto più di una piccola attività artigianale. Esse formano piuttosto un’industria promozionale matura, alimentata da un’ideologia in perpetuo sviluppo imperniata sulla “correttezza nell’Olocausto” al servizio di “determinati interessi di classe e politici”. Ironicamente, Finkelstein sostiene che l’Industria dell’Olocausto, anziché favorire la causa degli Ebrei, sia divenuta “la principale istigatrice dell’antisemitismo in Europa”, diffondendo un’immagine di Ebreo avido. Per la sua tenacia, un dono genetico dai suoi genitori, Finkelstein è stato di volta in volta etichettato come “velenoso… un disgustoso Ebreo che odia se stesso… qualcosa che puoi trovare sotto una roccia”. Come direbbe Gesù, che pure era ebreo, “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

Finkelstein, che è un uomo lesto e astuto per natura, fa notare nell’intervista con Frolke che il Sunday Book Review, il supplemento domenicale del New York Times, ha riservato un’intera pagina “al confronto del libro con I Protocolli dei savi di Sion, la famosa opera antisemita, definendo l’autore ‘indecente’, ‘puerile’, ‘presuntuoso’, ‘arrogante’ e ‘stupido’. È questo il meglio che l’informazione sa mandare in stampa o si tratta forse del caso di un’importante organizzazione mediatica al servizio dell’Industria dell’Olocausto?”

“Ho controllato; questa recensione è peggiore di quella del Mein Kampf,” dice Finkelstein, con voce stridula, piena di indignazione morale. La teoria di Finkelstein secondo cui si sta abusando della memoria dell’Olocausto nazista per attuare un ricatto politico, morale e finanziario ha avuto un impatto considerevole. Non sorprende che abbia ricevuto minacce di morte da fanatici appartenenti alla comunità ebraica e che abbia udito Elan Steinberg, il direttore esecutivo del Congresso Ebraico Mondiale, dire in un telegiornale della sera in Germania: “Il signor Finkelstein dice solo cazzate”. Alla faccia del rispetto per un’opinione differente espressa da un Ebreo suo pari…

Da un punto di vista storico, Finkelstein fa notare che negli U.S.A. si cominciò a parlare frequentemente dell’Olocausto solo in seguito alla Guerra dei Sei Giorni del 1967, ovvero quando Israele fu visto come vincitore e non vittima, e quindi un Paese in grado di proteggere gli interessi americani in Medio Oriente. Crebbe esponenzialmente in entrambi i luoghi, divenendo “un’arma ideologica nel conflitto palestinese”. Con una certa ironia fa notare che i suoi genitori, vere vittime dell’Olocausto, usavano lo spettro dell’Olocausto per difendere i diritti palestinesi. Nella seconda parte del libro, Finkelstein dice inoltre che l’Olocausto nazista “è ideologicamente rimodellato al servizio di determinati fini politici”. E così, il suo scopo è stabilire “una distinzione tra ricerca scientifica sull’Olocausto e letteratura sull’Olocausto”. A questa letteratura appartiene, secondo Finkelstein, Hitler’s Willing Executioners di Daniel Goldhagen [N.d.T.: il libro è stato pubblicato in Italia con il titolo I volenterosi carnefici di Hitler, Mondadori, 1997], perché è incentrato su due dogmi: “l’unicità dell’Olocausto e il supposto eterno odio irrazionale dei non-ebrei contro gli Ebrei”. Per l’autore, questo diventa “un piccolissimo passo nel trapasso dal ‘quadro dell’Olocausto’ al ‘complotto dell’Olocausto’”.

Si domanda chi tragga profitto da “un corpus letterario privo di qualsivoglia merito storico”. In altre parole, “esso esiste esclusivamente per servire determinati scopi politici ed ideologici… Si tratta di sociologia delle idee”.
Alla domanda se il successo del libro di Goldhagen sia in parte dipeso da “un senso di colpa quasi masochistico in certe zone d’Europa”, Finkelstein risponde che è “improbabile. Per di più il libro è stato un bestseller anche negli U.S.A., e l’America non ebbe nulla che fare con l’Olocausto”. Finkelstein si chiede se il libro avrebbe riscosso altrettanto successo se il titolo fosse stato I riluttanti carnefici di Hitler. Pensa di no. La tesi del libro – che tutti i non-ebrei fossero assassini in attesa del segnale del leader – “conveniva da un punto di vista ideologico. È la stessa cosa asserita dalla scrittrice americana Cynthia Ozick dopo la Guerra del 1973 [quando Siria ed Egitto attaccarono Israele]: ‘Perché tutti odiano Israele? Semplice risposta [standard]: Il mondo intero vuole annientare gli Ebrei’”. Quando Frolke gli chiede se sia un teorico del complotto, Finkelstein risponde: “Non capisco perché invoca la teoria del complotto. Guardi, tutte le volte che qualcuno evidenzia delle costanti, ogni volta che qualcuno va oltre le azioni spontanee della gente, si sente parlare della teoria del complotto! Penso che la storia sia fatta di ben altro che delle mere azioni spontanee della gente”.

Alla domanda su come abbia concepito il libro, Finkelstein risponde, “Questo libro è il risultato di quindici anni di riflessioni. Mentre lavoravo per ottenere un indennizzo economico per mia madre, elencai su un foglio una sessantina di cose che mi davano davvero fastidio del business dell’Olocausto. Tra esse vi era la nozione di ‘sopravvissuto’ nella sua totalità. Ero a conoscenza del fatto che, nel primo periodo, molti Ebrei la stiracchiarono un poco per essere considerati ‘sopravvissuti’ secondo la legge tedesca sui risarcimenti. Se una persona aveva trascorso la guerra in Unione Sovietica, non ne aveva diritto. Così conoscevo persone che avevano falsificato i propri documenti, il che era abbastanza facile perché non c’era modo di fornire prove. Le uniche cifre disponibili erano quelle provenienti da Auschwitz.

“Così, per un articolo che scrissi sulla questione dei risarcimenti, consultai i vecchi accordi, risalenti agli anni ’50, gli Accordi di Lussemburgo. Il governo tedesco pagò in tutto circa 50 miliardi di dollari. E, in aggiunta, tra il 1953 e il 1965 diede 10 milioni di dollari all’anno alla Conference on Jewish Material Claims Against Germany (la Conferenza per le richieste di risarcimento materiale degli Ebrei contro la Germania): un miliardo di dollari al valore corrente. I Tedeschi dissero che solo il 15% del denaro andò alle vittime. Secondo Ronald Zweig, un esperto dell’argomento, il resto finì per la maggior parte alle comunità ebraiche nel mondo arabo, come in Iraq, e ad istituzioni, come il museo Yad Vashem in Israele.

“Sa perché non diedero tutto ai sopravvissuti? È così divertente… Dissero che non c’erano più vittime. Tutti i bisogni erano stati soddisfatti. Quindi l’ironia è che dopo essersi appropriati indebitamente del denaro negli anni ’50 perché non c’erano più vittime, ora dichiarano che tutte le bisognose vittime dell’Olocausto hanno sofferto in povertà per tutti questi anni perché i Tedeschi non hanno dato loro nulla. Lo trovo buffo”.

Victor Frolke chiede: “Sua madre ha ricevuto 3.500 dollari dal governo tedesco subito dopo la guerra. Cosa accadde?” “Negli anni ’50 un medico – e credo fosse un medico ebreo – diagnosicò a mia madre, che era una matematica impiegata presso la Chase Manhattan Bank, una forma di grave isteria che però non era dovuta alle sue esperienze nel campo di Majdanek, le fu detto, ma alle sue difficoltà ad adattarsi negli U.S.A., il che, naturalmente, era una diagnosi indecente. La Conferenza dei risarcimenti era progettata esattamente per dare soldi a persone come mia madre, che erano state indennizzate in modo iniquo o inadeguato dai primi risarcimenti. I casi come il suo venivano corretti con una somma una tantum. Ma lei non ottenne un centesimo. Solo i cosiddetti eminenti leader ebraici e i rabbini ottennero qualcosa.

“Mio padre fu ferito ad Auschwitz e i Tedeschi gli assegnarono un vitalizio. Inviavano i soldi con puntualità ed efficienza. Ricordo ancora le buste blu provenienti da Trier. Alla fine della sua vita, mio padre soffriva di Alzheimer e io divenni il suo tutore. Ogni tre mesi dovevo recarmi al consolato tedesco per ritirare i suoi assegni e dare prova che era ancora vivo. Quando morì l’assegno era di 600 dollari al mese. Nel corso della vita ricevette in tutto 250mila dollari. “Tutti i sopravvissuti con cui parlo – la residenza Finkelstein è rapidamente diventata nota come CCBC, Claims Conference Buster Central (‘Centrale per la demolizione della Conferenza dei risarcimenti’) – dicono la stessa cosa: vogliamo il denaro che è stato distribuito dal governo tedesco, non vogliamo il denaro dato alle organizzazioni ebraiche. Penso che sia uno degli aspetti più sconvolgenti dell’Industria dell’Olocausto, il fatto che le vittime della persecuzione nazista si fidino più del governo tedesco che delle organizzazioni ebraiche”.

Quando si chiede a Finkelstein delle richieste eccessive di denaro da parte delle organizzazioni ebraiche e delle loro lamentele sul fatto che persone come sua madre non ne ricevettero abbastanza, risponde “Alcuni hanno male interpretato il mio libro dicendo che sono contro gli indennizzi. Oh no! Sono decisamente a favore. Ma gli indennizzi dovrebbero andare solamente alle vittime reali, e non a pseudovittime o a comunità e organizzazioni ebraiche”.
Alla domanda se lui, Finkelstein, si consideri una vittima dell’Olocausto di seconda generazione, risponde con fermezza: “Penso che un concetto del genere sia ripugnante. È semplicemente il tentativo di mungere l’Olocausto per un’altra generazione. Se avessi mai detto una cosa del genere a mia madre, mi avrebbe dato un bello schiaffone! E avrebbe avuto ragione!”

La moralità personale di Finkelstein è esemplare e penso che contribuisca al risentimento contro di lui: il fatto che i suoi critici non vivano all’altezza dei suoi standard. Frolke suggerisce che Finkelstein “crede che solamente i sopravvissuti dei campi siano i reali sopravvissuti dell’Olocausto”. Frolke chiede: “E che dire degli Ebrei che fuggirono in Unione Sovietica e quando tornarono non avevano più nulla. Perché non considerare anche loro ‘sopravvissuti dell’Olocausto’?”

“Va bene, allora dovremmo definire i Palestinesi ‘sopravvissuti dell’Olocausto’. Se si rende così elastica la definizione, così flessibile da comprendere i rifugiati, allora li si dovrebbero contare tutti”.

“Questo non sarebbe equo nei confronti dei veri sopravvissuti”, commenta Frolke.

“Non è una questione di equità. Non si può sostenere che l’Olocausto sia carico di significato morale e poi banalizzare il termine ‘sopravvissuto dell’Olocausto’ comprendendo chiunque. C’è una bella differenza fra trascorrere la guerra nell’Upper West Side di Manhattan come fece il signor Kissinger, o trascorrerla ad Auschwitz… Siccome Hitler aveva preso a bersaglio l’intero popolo ebraico, dice Israel Singer, chiunque sia sopravvissuto è un sopravvissuto dell’Olocausto. Ma a me verrebbe da dire: e tutti i Vietnamiti che hanno sofferto per via della politica del signor Kissinger? Sono sopravvissuti dell’Olocausto? No, no, non li definiamo così. Pensa che i Vietnamiti abbiano ricevuto anche un solo centesimo di indennizzo? Lasci perdere. Gli U.S.A. non si degnano neppure di presentare le scuse ufficiali”.

Quando Finkelstein afferma che l’Industria dell’Olocausto nega l’Olocausto persino più degli ordinari negazionisti, Frolke chiede, “In che senso?”

Finkelstein: “Il numero ufficiale dei sopravvissuti dell’Olocausto attualmente fornito dal governo israeliano è di un milione. 960mila per essere precisi. Allo stesso tempo, le organizzazioni ebraiche sostengono, sin dall’inizio degli anni ’90, che ne muoiono 10mila ogni mese. Questo significherebbe che nel 1990 erano rimasti ancora 2 milioni di sopravvissuti. Non più di un quarto del totale poteva essere ancora vivo nel 1990, rispetto alla Seconda Guerra Mondiale. Il che significa 8 milioni nel maggio del 1945. Be’, c’erano poco meno di 8 milioni di Ebrei nell’intera Europa occupata dai nazisti. In altre parole, se queste cifre sono corrette, l’Olocausto non si è verificato. Come soleva dire mia madre, se tutti quelli che affermano di essere sopravvissuti dell’Olocausto lo fossero davvero, Hitler, chi avrebbe ucciso?”

Quando gli si ricorda che nel 1998 le banche svizzere restituirono 1,25 miliardi di dollari alle organizzazioni ebraiche per i conti correnti dormienti degli Ebrei, e gli viene chiesto se i soldi dovevano essere restituiti loro, Finkelstein risponde: “Sarebbe stato opportuno che il caso fosse stato gestito dal Tribunale internazionale per la risoluzione dei risarcimenti, e non dalla World Jewish Restitution Organization (‘Organizzazione mondiale ebraica per la restituzione’). Si sarebbero potute esaminare le richieste e distribuire i soldi a chi li meritava”.

“Tra l’altro nessuno ha notato una delle più interessanti rivelazioni del libro: che anche le banche negli U.S.A. se ne stanno sedute sui conti dormienti degli Ebrei risalenti alla guerra. Non l’ho neppure scoperto io. Si trova a pagina 2 del Report Volcker [il report dell’audit da 500 milioni di dollari sulla Svizzera pubblicato nel 1999]. La somma ammonta a 6 milioni di dollari, ma solo 500mila dollari saranno pagati. In altre parole, la fedina americana è peggiore di quella svizzera! Questo è la testimonianza di Seymour Rubin, il delegato americano durante le negoziazioni, davanti alla Commissione nazionale sui servizi finanziari. Non una parola è stata pubblicata da nessuna parte. Non una sola parola”. Quando gli si chiede quali banche americane fossero coinvolte, Finkelstein risponde, “Nessuno lo sa. Per scoprirlo dobbiamo fare un’indagine da 500 milioni come hanno fatto gli Svizzeri. Potrebbe non succedere mai. Il tempo necessario e le possibilità di riuscita sarebbero pari a quelle di un viaggio da qui a Monaco su una barchetta a remi”.

Quando Frolke dice a Finkelstein, “Lei è totalmente contrario alle richieste di risarcimento attualmente avanzate sulle proprietà dei 3,5 milioni di Ebrei che vivevano in Polonia. La Sua famiglia è originaria della Polonia. Dopo tutto, potreste vedervi restituito un po’ di denaro”. Finkelstein risponde, “No! Non ci è mai venuta in mente una cosa simile. Non vogliamo quei soldi. Il padre di mia madre possedeva una piccola tabaccheria e il padre di mio padre possedeva una piccola falegnameria. Le organizzazioni ebraiche stanno esigendo la restituzione delle proprietà dei miei nonni senza averci chiesto il permesso. Non abbiamo mai dato la nostra autorizzazione! È furto aggravato!

“Per me è ora di dire basta. La comunità ebraica americana è sufficientemente ricca. Non ha bisogno di sfrattare i contadini polacchi dalle loro terre, gli inquilini polacchi dalle loro case e i malati polacchi dagli ospedali per ottenere più soldi. Hanno già soldi in abbondanza. Bronfman ha appena venduto la Seagram per 27 miliardi di dollari. È più che sufficiente. Non c’è bisogno di impoverire ulteriormente i Polacchi”.

Alla domanda, “E se la falegnameria dei suoi nonni non fosse di proprietà di una povera famiglia polacca ma di un ricco ex apparatchik comunista? Comunque non sarebbe interessato?” Finkelstein risponde, “Non farebbe alcuna differenza”.

Alla domanda, “È mai stato ad Auschwitz?” Finkelstein risponde, “No. Ho convissuto con l’Olocausto per quarant’anni. È più che sufficiente. Non sono una di quelle vittime dell’Olocausto di seconda generazione che vanno a stendersi dentro ad una camera a gas”. E così, con la storia di Finkelstein per il momento ci fermiamo qui…

C’è molto di più da sapere e da scoprire sull’Olocausto attraverso quest’uomo sorprendente, Norman Finkelstein. Pubblico questo articolo a mo’ di tardiva recensione. Non è mai troppo tardi per capire e cambiare la propria opinione su ciò che si ritiene essere l’assoluta verità o il suo contrario. Date occhiata al lavoro di Norman. L’Olocausto non vi sembrerà più lo stesso.

Jerry Mazza è uno scrittore freelance che vive a New York City. Lo potete contattare all’indirizzo gvmaz@verizon.net Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . Il suo nuovo libro, State Of Shock: Poems from 9/11 on (‘Stato di Shock: Poesie dall’11 settembre in poi’) è disponibile su http://www.jerrymazza.com, Amazon o Barnesandnoble.com.

Fonte: http://onlinejournal.com/
Link: http://onlinejournal.com/artman/publish/article_4848.shtml
26.06.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ORIANA BONAN

http://www.mentereale.com/News/qnon-ce-business-come-il-business-della-shoahq.html

Per ulteriori infomazioni:
http://www.vho.org/aaargh/ital/ital.html

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