LA MALAVITA POLITICO-BANCARIA CONTRO LO STATO FASCISTA


LA MALAVITA POLITICO-BANCARIA CONTRO LO STATO FASCISTA
avv. Luigi Magrone
Fermarsi è morire
INDICE
Prefazione
Parte prima
Proemio
Cap. I Funzione bancaria
Cap. II Politica militare
Cap. III Politica interna
Cap. IV Politica estera
Cap. V Politica finanziaria, economica, industriale
Cap. VI Materie prime
Cap. VII Industrie nazionali
Cap. VIII Mercurio
Cap. IX Marina mercantile
Cap. X Legislazione fiscale Giolittiana-Comitiana
Cap. XI Nominatività dei titoli
Cap. XII Sopraprofitti di guerra
Cap. XIII Commissione d’inchiesta sulle spese di guerra
Cap. XIV Il waltzer bancario in Italia
Cap. XV Il potere politico al servizio del potere finanziario: l’incubo di Cuneo
Cap. XVI L’influenza finanziaria sulla politica giolittiana
Cap. XVII Il Fascismo brucia la casa
Cap. XVIII Barattieri!
Cap. XIX Come i nemici d’Italia prepararono la crisi attuale
Cap. XX L’attacco all’industria nazionale
Parte seconda
Cap. XXI Caratteristiche del Governo Fascista
Cap. XXII Il nemico dello Stato Fascista
Cap. XXIII Mussolini nella parola e nell’azione
Cap. XXIV Lo Stato Fascista ricostruttore ed epuratore
Cap. XXV Il nemico interno irriducibile
Cap. XXVI Situazione bancaria
Cap. XXVII L’influenza bancaria
Cap. XXVIII Le nuove funzioni del credito
Cap. XXIX I nemici della Nazione in funzione di tradimento
Parte terza
Cap. XXX Soluzione del problema bancario
Appendice
Cap. XXXI Politica italiana delle materie prime
Politica bancaria
Politica navale
Politica economico-industriale tedesca
Sistema industriale italiano (Società Ansaldo)
Ancora della politica navale
Politica francese della materie prime
Sabotaggio del Governo Fascista
Ancora delle materie prime
Penetrazione straniera
Politica economica italiana e francese
Ancora della penetrazione straniera in Francia
Dell’occupazione della Ruhr e della concorrenza industriale
Ancora della guerra del ferro e del carbone
Cap. XXXII La Troupe politico-bancaria
Come lavora la Finanza internazionale
La politica estera miope e rinunciataria
Il predominio bancario
L’Internazionale bancaria in funzione politica
Invadenza dell’Internazionale finanziaria
L’affarismo bancario antinazionale
I metodi politici dell’Alta Banca
Epurazione
PREFAZIONE
Amor mi condusse e devozione.
L’amore per il mio Paese, lo stesso forte e sincero amore che condusse il Fascismo a sbalzare di sella i mercanti del potere politico; e la devozione incondizionata al Capo ed allo Stato Fascista mi eccitarono ad accingermi a questa fatica.
Il desiderio vivissimo di vedere la mia Patria libera da tutte le catene con le quali gli uomini del passato l’avevano immobilizzata; la preoccupazione che il nemico naturale dello Stato Fascista non che ne minasse la vita, ma ne intralciasse soltanto e neutralizzasse l’azione e l’attività; l’ansia, di vedere redenta e restituita alla piena autonomia l’economia del Paese, mi determinarono ad agitare un problema che è importantissimo, forse il più importante del momento attuale.
L’importanza del problema, il cui contenuto è addirittura la base su cui poggia la ricostruzione economica del Paese e la vita dello Stato Fascista, mi ha dato non poche ansie, non poche esitazioni e smarrimenti, perché superiore alle mie forze.
Ma animato dalla fede e soprattutto dal desiderio di fare cosa utile portando una collaborazione modesta, ma che può essere feconda di risultati, all’edifizio fascista ed alla vita ed alle fortune del Paese, ho superato ansie, esitazioni e trepidazioni, e la generazione della modesta mia opera è seguita senza soluzione di continuità al concepimento.
Ho esaminato il passato ed il presente; ho prospettato l’immediato avvenire.
Il compito volontariamente impostami fu, ripeto, superiore alle mie forze: non ho preteso scrivere né un romanzo né una storia, mi sono sforzato di agitare il meglio che fosse possibile davanti all’opinione di tutti gli italiani il problema più importante della vita nazionale, analizzando spietatamente il passato, constatando il presente e proponendo una modesta ma efficace soluzione al problema.
Questa soluzione che è modesta e semplice, ma che può essere la buona, la pratica, la soluzione più rapidamente feconda di risultati, ho avuto come fine accingendomi alla fatica: se il fine sarà raggiunto per virtù del Duce e per disciplina della Nazione sarà stata abbastanza premiata la mia fatica, poiché la Nazione sarà redenta economicamente ed avrà restituita intera la sua autonomia.
Non importano a me le cesoie della critica: importa soltanto che la modesta fatica sia gradita al Capo, e che il capitalismo, il risparmio ed il lavoro italiano diano il loro concorso alla soluzione del problema, quale è stata da me proposta: importa solo che il fine sia raggiunto e che i risultati corrispondano alla legittima aspettativa, nell’interesse supremo dello Stato Fascista e della Patria che esso con opera costante, ardimentosa e tenace va ricostruendo.
PARTE PRIMA
PROEMIO
Il problema bancario in Italia è annoso e penetrato ormai nella coscienza di tutti: epperò se noi, modesti, ci accingiamo a sollevarne il più compiutamente possibile i veli che ancora lo adombrano, non abbiamo la pretesa di scoprire cose nuove, ma soltanto la fiducia di ricordare a chi può provvedervi l’esistenza di tale problema, quanto finora intorno ad esso è stato detto o taciuto, e soprattutto prospettare le soluzioni più appropriate a risolverlo.
Fino a qualche mese addietro agitare un tale problema era assurdo ed inutile, poiché chi avrebbe dovuto provvedervi non aveva orecchie per sentire ed occhi per vedere: ora la situazione è cambiata, e chi può provvedervi ha libertà di azione, che deriva oltre che dal consenso di tutta la Nazione, dalla mancanza di interessi, di precedenti e di dipendenza verso gli Enti interessati nel problema stesso.
Ora si può essere certi che il seme va a cadere su terreno fertile, pronto ad assorbirlo ed a farlo generare e prosperare, epperò tale fiducia e l’interesse supremo della Nazione e della Patria ci inducono a trattare questo argomento, non perché sentiamo in noi la necessaria autorità per farlo, ma perché ci sentiamo animati dalla fiducia nei destini della Patria affidati ora a mano forte, esperta e libera, ed anche perché dopo le esplicite e franche e forti dichiarazioni programmatiche dell’On. Mussolini crediamo che ogni cittadino, anche umile e modesto, deva in qualche modo offrire la sua collaborazione a tanta e sì forte e sana opera di governo, se pure i suoi consigli non siano autorevoli.
I. Funzione bancaria
La Banca, intesa in tale termine la banca a grandi linee e di rimarchevole importanza, è sì un organo finanziario, ma non è soltanto tale. Essa è insieme organo economico, organo sociale, organo politico, e però sotto questi vari aspetti deve essere considerata. La sua attività si esplica in tutti i campi, e tutte le attività singole e collettive cadono sotto il controllo della banca, e possono essere da questa alimentate o soffocate a seconda che le finalità di quelle attività collimino o contrastino con quelle della banca.
Che l’attività bancaria penetri dappertutto ed influisca in bene od in male sulla vita e sulla prosperità della Nazione, sul presente e sull’avvenire di essa e sulle sue fortune all’interno ed all’estero, è tale una verità assiomatica che basta enunciarla soltanto perché tutti ne siano persuasi e convinti.
La funzione storica della banca è quella di commerciare il denaro, nel senso di farsi mediatrice fra chi ne ha disponibile e non sa come utilizzarlo, e chi potendo utilizzarlo non ne ha disponibile: essa perciò raccoglie il denaro dai primi e lo distribuisce ai secondi. Da questa elementare sua funzione derivano poi di conseguenza tutte le attività della banca in tutti i campi: infatti essa deve necessariamente interessarsi delle industrie nazionali e dei commerci, in virtù appunto della sua principale e prima funzione; delle condizioni economiche e politiche del lavoro; della politica interna ed estera della Nazione per orizzontare il proprio programma di attività all’interno ed all’estero.
La Banca non raccoglie soltanto i depositi: interviene in vario modo nel commercio nazionale interno ed estero; interviene nelle industrie e ne regola l’andamento; interviene nelle contese fra capitale e lavoro; controlla la situazione economico-finanziaria della Nazione e quindi la politica interna, estera e sociale dei governi, determinando con la sua varia attività la valorizzazione o lo svilimento della Nazione stessa.
Con azione diretta o indiretta, mascherata o meno, in ogni momento ed in ogni campo la Banca può contribuire all’elevazione politica ed economica della Nazione o può al contrario minarne la stessa indipendenza politica ed economica.
Epperò il grido «Occhio alle Banche!» è abbastanza giustificato: e soltanto esaminando attentamente e senza preconcetti di sorta l’attività delle Banche si possono spiegare taluni fatti politici e sociali di apparente insolubilità, e si può provvedere ad eliminare i colpi mancini che la Banca può portare alla compagine, all’ordine, alla prosperità ed alla sicurezza della Nazione.
Il Governo che ciò non facesse dovrebbe necessariamente essere o complice o insufficiente, ma per le fortune vere dell’Italia sono finiti per sempre né più torneranno i governanti complici o insufficienti, e si può ancora riparare egregiamente agli errori del passato.
Riandando per un momento ai più importanti avvenimenti del periodo bellico e postbellico di carattere politico, sociale ed economico, ed esaminando altresì come si riverbera l’attività bancaria sui diversi aspetti della vita nazionale, individueremo con la maggiore possibile precisione quale è stato e quale è il problema bancario in Italia, e attraverso questi due diversi momenti di esso giungeremo facilmente a dedurre la soluzione o le soluzioni più pratiche per il prossimo divenire del più importante fattore della vita nazionale.
Ci proponiamo quindi di indicare, come corollario, il modo di risolvere nazionalmente e fascisticamente il problema bancario, attraverso:
1) Una sintesi degli avvenimenti politici, sociali ed economici del periodo bellico e postbellico in dipendenza dell’attività bancaria;
2) Il profilo rapido dell’attività bancaria e della sua influenza sulla vita della Nazione.
Ciò premesso, e dopo le considerazioni di ordine, diremo, generale esposte nelle prime pagine, entriamo senz’altro nel vivo della materia. Riporteremo in Appendice alcuni accenni più appropriati della stampa italiana sul problema di cui ci occupiamo, allo scopo precipuo:
a) di vedere confortato del consenso di altri il nostro punto di vista e la nostra tesi;
b) di mettere in evidenza, insieme raggruppato, quanto può sfuggire all’esame ed alla considerazione della maggioranza perché frammentariamente e saltuariamente apparso nelle colonne della stampa italiana.
II. Politica militare
Prendendo le mosse dalla prima guerra sostenuta dall’Italia fatta Nazione, la guerra abissina per mantenere l’unica colonia italiana, l’Eritrea, possiamo constatare le deficienze, l’incertezza e la disorganicità della politica militare svolta dall’Italia nella preparazione e nell’impiego dell’Esercito, dello strumento cioè più sensibile e più geloso per la pace e per la guerra.
Contro le innumeri schiere di scioiani, l’Italia mandava in Colonia a pezzi e bocconi piccoli contingenti, prescindendo sempre e sistematicamente dall’invio di reparti o unità organiche, e quindi senza affiatamento e senza preparazione, sforniti di materiali, ignari assolutamente del compito loro affidato, senza l’ombra di una preparazione morale! Talché gli eroismi brillanti dei singoli non erano sufficienti ad arginare l’impeto delle orde barbariche che venivano contro le nostre truppe impiegate in numero tanto sproporzionato; e conseguentemente quella campagna, durata oltre il necessario, costata per sacrificio di vite e di mezzi più di quanto era legittimo prevedere, se pure si risolse con una inonorevole transazione che ci permise di conservare in stretti limiti la Colonia, finì col produrre necessariamente malumori e disordini in paese che si riflettevano senz’altro sul prestigio della Nazione all’estero, poiché alla prima prova del fuoco dava segni di disorganizzazione all’interno e di rovesci nella competizione guerreggiata.
Certamente il Governo del tempo era responsabile della condotta della campagna e dell’impreparazione all’impresa: ma chi più di tutti ed al disopra della Nazione aveva interesse a che quella prima prova avesse esito infelice, e dimostrasse all’Europa ed al mondo l’immaturità del popolo italiano a condurre di simili imprese e l’impotenza dell’Esercito italiano a condurle a compimento? È quanto vedremo in seguito, interessandoci ora di fare delle constatazioni.
Non è a dire che tale ammaestramento sia giovato in seguito: ché gli stessi errori e le stesse deficienze si sono dovute purtroppo registrare nelle altre occasioni.
Dopo la guerra etiopica l’Esercito restò demoralizzato, e soprattutto non fu curata la sua preparazione, la sua compagine, il suo attrezzamento, elementi tanto più importanti in quanto l’Esercito italiano non aveva una sufficiente tradizione militare, se si eccettua la tradizione dell’esercito piemontese, piccola parte dell’Esercito italiano.
E non soltanto non fu curato l’Esercito come elemento indispensabile ed unico per la difesa della Patria, non soltanto fu trascurato materialmente e moralmente, ma fu ancora gravissimo errore l’impiego costante dell’Esercito nelle competizioni interne di parte, costringendolo ad agire col fuoco contro i propri fratelli, come nel 1898, la qual cosa generò la demoralizzazione dell’Esercito e l’avversione della popolazione verso un’istituzione che emana dal popolo stesso e che è parte di se stesso!
E nel 1911, per la conquista della Colonia Libica, si ripetono gli stessi errori, della prima volta! Non sono unità organiche, affiatate e tatticamente preparate, che vengono inviate in Libia: sono invece formazioni occasionali del momento: il materiale e l’equipaggiamento viene provveduto all’ultimo momento; senza possibilità di scelta, di selezione e di collaudo, e la guerra di Libia costa all’Italia molto, molto più di quanto sarebbe stato sufficiente in denaro e uomini. E nonostante la pace di Ouchy ancora oggi occorre conquistare e riconquistare la Colonia che, per l’impreparazione ed il difettoso impiego dell’Esercito da parte del potere politico, è tuttora in tutt’altro che pacifico nostro possesso!
Quali interessi venivano a giovarsi dalla cattiva condotta della campagna, dal cattivo impiego e dall’impreparazione del nostro strumento di guerra, e soprattutto dall’abbandono, dopo la sanguinosa conquista, di quasi tutta la Colonia? Senza dubbio interessi internazionali, di ogni ordine e categoria, che perché internazionali devono intuitivamente essere antinazionali: maggior vergogna per gli uomini nostri che tali interessi hanno servito coscientemente o incoscientemente, sempre in mala fede!
E dopo la guerra libica, quale è stata la politica militare dei vari governi liberali succedutisi al potere, nonostante il grigiore dell’ora ed il balenare di cozzi tragici nel cielo di Europa, attorno e vicino all’Italia?
Quel poco materiale, che faticosamente e attraverso lunghi anni era stato dato all’Esercito, fu tutto impiegato e assorbito nell’impresa libica, né mai alcun governo pensò a ricostituire le scorte, e ciò sia per il materiale bellico che per l’equipaggiamento, i mezzi logistici, eccetera.
Questa incuria così manifesta, che sembra sia stata cosciente, è durata fino alla preparazione della guerra europea, fino allo scoppio delle ostilità, fino ed oltre l’entrata in guerra della Nazione!
Superate faticosamente le insidie e le manovre della neutralità voluta a tutti i costi dalle varie internazionali, patrocinate dall’immancabile ed ineffabile Giolitti in combutta con esse, ed affermato il diritto ed il dovere dell’Italia di scendere in campo, per gli ideali di umanità e di giustizia e per il raggiungimento dei suoi fini nazionali ed ideali insieme, per opera e virtù soprattutto del Vate Italiano, del Condottiero di anime Gabriele D’Annunzio, che si ritrovava nel maggio 1915 all’unisono con quanti italiani nel sangue e nel sentimento erano invasi dallo stesso suo lancinante amore per la Patria, e dall’unica parte dove insieme la chiamavano gli interessi e gli ideali, come dovette iniziare la dura lotta l’Esercito Italiano?
Questa è storia di ieri, e basta interrogare tutti i combattenti della prima ora. L’impreparazione dell’Esercito era constatabile fino dal più umile fantaccino nella sua trincea, ed i governi che con la loro politica militare avevano così leggermente voluta quell’impreparazione furono anche immuni o quasi da censure, certamente non furono convenientemente chiamati a rispondere del loro operato!
Il fante, l’umile ed eroico fante, l’ingenuo e tenace fante, chiamato improvvisamente a ridurre la sua vita e la sua fatica e la sua opera alla funzione di talpa, stretto e costretto nella trincea angusta e soffocante, constatava con la sua più elementare osservazione a quale alto grado era stata mantenuta l’impreparazione dell’Esercito che pur era chiamato a difendere l’onore e la vita stessa di tutta la Nazione!
Difetto di equipaggiamento, difetto dei mezzi di offesa e di difesa, difetto dei mezzi protettivi contro l’impiego inumano di gas asfissianti e velenosi da parte del nemico; difetto di mezzi logistici, difetto di mezzi sanitari, difetto di mezzi protettivi contro il clima ed il gelo di alta montagna, e soprattutto difetto quasi assoluto di materiale bellico!
E tutto ciò agiva naturalmente come deprimente sull’animo del fante, e la demoralizzazione era al colmo. A ciò si aggiunga la improvvisazione delle unità organiche, la improvvisazione dei quadri, la improvvisazione di tutto.
Quali gli effetti?
Noi combattenti della prima ora dobbiamo ricordare a noi stessi ed al popolo italiano che seguiva ansiosamente le nostre sorti che si confondevano con le sue, che mentre alla Fronte fin l’ultimo fante aveva compreso che la guerra che si combatteva era guerra di materiale, in patria, gli uomini di governo continuavano ad ignorare tale elementare verità, anche dopo gli ammaestramenti del primo anno della guerra europea, e si facevano complici dell’inutile e vano sacrifizio degli uomini e soprattutto dell’esito della dura impresa.
Noi partimmo in guerra senza cannoni!
Durante i bombardamenti tambureggianti, persistenti, sfibranti e logoranti del nemico, durati a volte fino a dodici ore continuamente e senza interruzione, e fatti con batterie fitte di tutti i calibri, si rispondeva da parte nostra con timidi e paurosi miagolii dei 75 intervallati a distanza di chilometri l’uno dall’altro, e con colpi a distanza di ore uno dall’altro! Tutti i cannoni fabbricati da ditte straniere o pseudo-italiane (Armstrong e Vickers Terni) dipendenti dalla Comit, scoppiavano al primo impiego. E senza parlare dei danni materiali arrecati dal nemico alle nostre linee, dello scompiglio arrecato nei nostri movimenti, delle perdite a cui noi eravamo sottoposti, mentre esso nemico era sicuro della sua incolumità, il fante si sentiva solo ed abbandonato alle sole sue forze, non protetto dall’artiglieria che rappresenta per il fante la voce del Paese che alle sue spalle deve produrre, e procurargli i mezzi bellici, e perciò era demoralizzato e sfiduciato.
Quei pochi pezzi che l’Esercito aveva disponibili, insufficienti alla bisogna, erano stati concentrati dal Comando Supremo in territorio italiano, molto distanti dalla prima linea, in territorio italiano dove il Comando voleva attirare il nemico per meglio batterlo: il potere politico si sovrappose al potere militare, ledendone e menomandone l’autonomia, more solito, e, per ragioni morali, come si disse, fu vietata tale accorta manovra.
Partimmo in guerra senza mitragliatrici!
Ed alle raffiche rabbiose ed efficaci del nemico, ogni reggimento di linea nostro opponeva appena due mitragliatrici, in media, di cui normalmente una non funzionava.
Partimmo sprovvisti di tutto!
Per rompere i ben muniti reticolati avversari si mandavano pattuglie o uomini isolati, provvisti soltanto di cesoie da giardiniere e non affilate, a farsi miseramente maciullare senza raggiungere l’intento, che i reticolati nemici oltre che formati di robusto ferro spinato erano quasi ovunque provvisti di fulminatori elettrici.
Per resistere al freddo ed ai geli di alta montagna nessuna difesa, ed i congelamenti non si contarono più!
Come mezzi logistici una rete ferroviaria insufficiente e poi… a piedi!
E di queste deficienze ne potremmo enumerare all’infinito.
Giova soltanto ricordare ora che tutto fu messo in opera dai governi dell’epoca perché noi soccombessimo, e se ciò non fu lo si deve soltanto all’ignorato stoicismo ed all’eroico spirito di sacrifizio degli uomini, talché noi avemmo perdite proporzionalmente superiori a quelle degli altri eserciti combattenti, allo stellone d’Italia e ad un altro fattore: all’iniziativa privata che si sostituì al Governo.
Occorse infatti l’audace iniziativa di una società privata, dell’Ansaldo, coadiuvata efficacemente da un Istituto finanziario italiano di nome e di opere, ad intuire e comprendere che la guerra che si combatteva era soltanto di materiale e che avrebbe vinto il belligerante che avesse soverchiato l’avversario in potenza ed efficienza di mezzi bellici, ed a tradurre in atto il suo concepimento. Essa si provvide direttamente di materie prime, acquistò e costruì la flotta occorrente al trasporto di esse, e costruì senza posa e ininterrottamente bocche da fuoco ed altro materiale bellico, talché esso fu pronto prima ancora che fosse richiesto, quando finalmente il potere militare riuscì a svincolarsi dalla tutela del potere politico e poter richiedere quanto gli occorreva.
E difatti quando alla battaglia del Piave le proporzioni di armamento e di materiale furono rovesciate, quando noi potemmo finalmente avere il predominio di materiale, riuscimmo ad incutere il terrore nel nemico, a tenerlo in rispetto, a vincerlo e sgominarlo e soverchiarlo successivamente a Vittorio Veneto!
La più assoluta impreparazione militare, voluta dai Governi responsabili, presiedette alla nostra entrata in guerra, e di questo tradimento che poteva avere, e doveva avere nell’animo degli istigatori risultati e conseguenze tragiche e forse irreparabili, ancora nessuno dei molti responsabili è stato chiamato a darne conto.
Ciò che abbiamo detto per i cannoni, le mitragliatrici, eccetera, potremmo ripetere per ogni sorta di materiali, dagli indumenti personali del soldato ai mezzi di trasporto, al materiale sanitario, agli aeroplani, eccetera.
Gli aeroplani? Come? E non ci fu l’esilarante Signor Gianni Caproni, finanziato dalla Commerciale, che doveva provvedere ad intascare milioni dallo Stato per consegnare a tempo perso qualche apparecchio che non funzionava, che non prendeva quota, che si sbandava, che era il terrore degli aviatori ed il sollazzo del nemico, che costava al fornitore un migliaio di lire e veniva pagato dallo Stato fino ad ottantamila lire?
Gli aeroplani Fiat, le cui ali si spezzavano in volo, facevano disertare l’aviazione dai piloti che preferivano andare in trincea.
I magnifici caccia Ansaldo non furono ritenuti buoni, perché costavano meno ed erano rispondenti alla bisogna: fu preferito il tipo, sopra descritto, del trentino Comm. Gianni Caproni, il quale faceva il produttore di aeroplani per conto dello Stato e per mandato della Banca Commerciale Italiana!
Sull’affare Caproni si potrebbe scrivere un intero volume, ma il fatto è talmente di dominio pubblico, e fa talmente nausea che facciamo grazia al Signor Caproni del seguito delle vicende sue e dei suoi apparecchi, augurandogli soltanto che le benedizioni a lui dirette dagli ufficiali costretti brutalmente a montare i suoi apparecchi possano in un giorno non lontano far rendergli, unitamente alla sua mandante Banca Commerciale Italiana, quel redde rationem al quale sono sfuggiti entrambi in virtù dell’onnipotenza giolittiana.
E come se tutta la impreparazione materiale non bastasse, si sopportò che una propaganda sovversiva e disgregatrice fosse compiuta fra le truppe, propaganda che produsse gli effetti più deleteri perché riuscì a disgregare la compagine dello strumento di guerra, ad allentare la disciplina, a distruggere la coesione e lo spirito di sacrifizio, ad alimentare il senso di stanchezza e di abbandono.
E si ebbe Caporetto!
Caporetto, episodio ad arte ingrandito ed ingigantito da coloro stessi che avevano tenacemente concorso a produrlo, fu appunto il prodotto della impreparazione materiale, della imprevidenza, della deleteria politica militare dei poteri responsabili, della disgregazione operata dalla propaganda sovversiva e pacifista. Gli stessi elementi che avevano interesse alla neutralità dell’Italia ad ogni costo, furono quelli che ispirarono la politica militare e la condotta della guerra tendenti ambedue a rendere vano lo sforzo bellico dell’Italia, gli stessi che finanziarono ed alimentarono la propaganda pacifista e disgregatrice, gli stessi che riuscirono a neutralizzare l’opera del Comando Supremo a mezzo del potere politico a loro asservito ed a mezzo, incredibile dictu!, di loro rappresentante nello stesso Comando Supremo. A chi obbedivano i governi del tempo, a chi ubbidiva il Sottocapo di Stato Maggiore del Generale Cadorna, da chi era finanziata e condotta la propaganda pacifista in piena guerra guerreggiata?
Nel dicembre 1917 il Signor Kulmann, ministro degli Esteri tedesco, celebrando la vittoria di Caporetto, disse: «Esiste tuttavia più di un Italiano al quale, in quest’ora di completo disfacimento, non si può rifiutare completamente la simpatia».
È quanto vedremo in seguito.
La politica militare dei governi liberali è stata sempre eguale, costante e coerente fino a ieri.
Finita la guerra con una vittoria strepitosa, superiore ad ogni aspettativa, tale che mai la storia ne registrò l’uguale, nonostante le mene e le opere dei formidabili nemici interni, per opera soprattutto della parte sana ed incorrotta del paese, che cosa fecero i governi del dopoguerra per conservare quello strumento di guerra, l’Esercito, che era giunto dopo inaudite sofferenze e sforzi tenaci e sacrifizi immani ad attrezzarsi e forgiarsi idoneamente per la vittoria?
Unica loro direttiva fu la distruzione di così meraviglioso e glorioso strumento!
Si corse con una fretta inaudita a raggiungere tale scopo, temendo di non esserne poi più in tempo, ed in ciò soltanto furono forse veggenti.
Si ridusse subito l’Esercito al livello di un qualsiasi esercito balcanico, e, quello che più importa, si distrassero ed alienarono con una furia disordinata tutte le scorte di meraviglioso materiale che il paese aveva saputo costruire, tutte le riserve, tutto l’attrezzamento: i famosi Caproni pagati fino ad ottantamila lire furono venduti per settecento ed ottocento lire, e ci fu chi in quell’immediato dopoguerra seppe approfittare e corse all’arrembaggio ed alla speculazione.
Quale la condizione dell’Esercito nel 1922?
Tutti i provvedimenti adottati in materia militare non produssero che l’esaurimento, la disgregazione, lo scompaginamento dell’Esercito; fu alienato tutto: equipaggiamento, armamento, attrezzamento.
L’Italia fu l’unica nazione a disperdere il suo Esercito subito dopo la guerra ed a sacrificare volontariamente e precipitosamente anche l’aeronautica, il campo nel quale si era conquistato il primato.
Il Governo Fascista ha trovato anche in questo campo, come negli altri, lo sfacelo e la distruzione più completa, e tutto deve rifare ab imis!
L’Italia che ebbe in guerra ali potentissime che conobbero tutti gli ardimenti e tutti gli eroismi, non ne aveva più per le sue affermazioni e per la sua espansione di pace per volontà dei suoi governanti corrotti e asserviti allo straniero, all’internazionale antinazionale.
III. Politica interna
Nel 1892, il tradimento a Crispi da parte del suo collaboratore Giolitti, le prime elezioni politiche fatte da Giolitti Ministro dell’Interno, lo scioglimento sanguinoso dei fasci siciliani che avevano carattere esclusivamente economico e non politico, iniziano l’èra, che doveva poi durare esattamente trent’anni, della dominazione e della soggezione dell’Italia allo straniero ed agli interessi antinazionali per opera e virtù di un partito politico, forse di un uomo soltanto, che poneva la legge e la costituzione ed il potere al servizio dei suoi occulti padroni.
Quello stesso partito di governo, che poi nel 1898, facendo scorrere deliberatamente il sangue cittadino per le vie dei principali centri d’Italia ed ordinando la caccia all’uomo, contribuì a fare degli involontari martiri ed a far assumere fisionomia di partito politico a quello che era solamente un movimento economico.
Da quel tempo dilagò in tutta Italia, e specialmente nelle zone più propizie, la più sfacciata e la più bassa corruzione elettorale ad opera soprattutto e principalmente dei governi, i quali impiegarono allo scopo e denaro, e forza pubblica, e delinquenza al soldo ed alla dipendenza della forza pubblica, e ricatti, e minacce e persecuzioni e lusinghe: con ciò essi conseguivano il peggiore avvilimento della coscienza nazionale, alimentavano i più bassi istinti degli irresponsabili e della plebe, avvilirono soprattutto e snaturarono l’Istituto Parlamentare e la sua funzione, conseguendo una Camera elettiva composta di valori medi non solo, a volte nulli, ma supini, senza volontà e senza programma, dediti completamente al volere tirannico ed assoluto di chi con le male arti e col delitto li aveva fatti eleggere.
Alla corruzione elettorale seguì necessariamente quella di tutti i poteri pubblici, che furono asserviti completamente al potere politico, anche quelli più sensibili e più gelosi, con la inflazione in essi di gente amorfa, dedita completamente al potere politico: tutte le funzioni statali e di governo furono ridotte a basse questioni di clientela politico-elettorale, a stalli di corruzione, a botteghini elettorali. Tutto lo sforzo e tutta l’attività delle coscienze si esauriva nello sforzo di arrivare a conquistare con tutti i mezzi, corruzione e dedizione comprese, uno stallo in Parlamento per andare ivi non a legiferare o ad agitare gli importanti problemi che incombevano sulla Nazione, ma soltanto per andare ivi ad obbedire al Capo del Governo, al Dittatore, e per impiegare tutta la loro attività nel consolidamento della propria base elettorale con raccomandazioni, questue, querimonie, piati, corruzione di tutti i pubblici poteri, ché l’esempio veniva dall’alto.
E perché la macchina statale rispondesse meglio e più compiutamente al fine di dominio, d’infeudamento e di corruzione, si creò per piccoli bisogni una burocrazia elefantiaca, tutta asservita al Governo e pronta ai suoi ordini. Con ciò si alimentavano le clientele personali, si faceva splendere il miraggio della carriera burocratica a tutto detrimento delle iniziative personali e delle maggiori e più proficue attività nel campo sociale così vasto; si addormentavano le coscienze, si soddisfacevano gli appetiti più bassi, e titolo per i migliori posti nella vita burocratica erano, salvo le debite eccezioni, il nullismo, la raccomandazione, la dedizione completa: la burocrazia doveva servire il governo ed il partito dominante, non lo Stato e la Nazione.
I nemici della Patria, coloro che servivano interessi internazionali contro gli interessi nazionali, non paghi di avere assoldati e corrotti gli uomini di governo, con la complicità necessaria di questi, conquistarono insensibilmente ed alla chetichella i migliori posti di comando nella burocrazia e nei pubblici poteri, nelle funzioni pubbliche le più delicate, a mezzo di propri esponenti, talché al momento del risveglio dobbiamo accorgerci che non soltanto il Governo, ma le funzioni più delicate della macchina statale, dall’Esercito alla magistratura, dall’amministrazione finanziaria a quella politica, erano e sono in mano di rappresentanti delle internazionali, operanti per i loro fini contro la Nazione.
E per raggiungere meglio l’intento, perché i dominatori ed i corruttori della vita pubblica mantenessero integro il potere raggiunto ed incontrastata la funzione di arbitri delle situazioni ebbero cura costante di innalzare e di valorizzare le nullità, le incoscienze, gli inconsapevoli, gli inetti, dappertutto: nella burocrazia, nel Parlamento, al Governo, e perseguitando necessariamente tutti i valori intellettuali e reali, tutti i consapevoli ed i caratteri, quando con la violenza, quando con l’inganno e l’agguato! Così si deformarono tutte le funzioni pubbliche, tutte le funzioni statali, tutte le funzioni politiche. Questi furono i sistemi elevati a metodi dai Governi cosiddetti democratici, al servizio dello straniero contro la Patria e contro la Nazione che essi si arrogavano soli il diritto di poter e dover governare.
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Di deformazione in deformazione, quei cosiddetti liberali di sinistra che furono reazionari e settari non per preservare le istituzioni, ma per conservare il potere e comprimere i bisogni e le aspirazioni del popolo e della Nazione, giunsero alla tresca ed all’adescamento del socialismo, divenuto forte partito politico, divenuto sinonimo di internazionalismo e perciò alleato degli altri internazionalismi che guidavano ed imponevano l’azione e l’opera di governo, e si finì con l’appropriarsi parte del programma socialista, con l’attuarlo, fino all’assurdo di farsi a loro volta prigionieri dei ricatti socialisti.
In virtù di questo nuovo atteggiamento assunto dal poliedrico conduttore della zavorra demo-liberale, e che ai più parve sano opportunismo o addirittura saggio metodo di governo, il Signor Giolitti, l’eterno padrone di tutte le situazioni e di tutte le camere elettive, l’eterno corruttore, si fece banditore e propugnatore del suffragio universale, fortemente lo volle e raggiunse l’intento, nonostante lo sgomento dei suoi affiliati che vedevano ingigantire così i loro sforzi per mantenersi le clientele elettorali ed ai quali fu imposto dal Padrone il voto in favore della legge, mediato ed immediato. Strinse con quella legge i vincoli di incipiente amoreggiamento e patteggiamento con il socialismo, ed assicurò così a breve scadenza la conquista del Parlamento da parte degli internazionalisti, epperò antinazionalisti, affiliati a loro volta e guidati e finanziati e sussidiati dalla più forte internazionale, quella finanziaria, padrona in un tempo dei socialisti e della mercenaria masnada giolittiana.
Messi su questa direttiva i vari governi liberali più non si arrestarono; e di gradino in gradino scesero fino in basso, portarono il sistema alle sue ultime conseguenze.
A guerra felicemente conchiusasi, non furono i combattenti a godere il frutto della vittoria, e tanto meno gli italiani che avevano accompagnato lo sforzo guerresco con l’opera e con i voti: i profittatori della vittoria furono, per la debolezza dei governanti, tutti i disfattisti e gli internazionalisti che avendo sperato fino all’ultimo in una irreparabile disfatta dell’Italia ebbero la disinvoltura di speculare sulla vittoria quanto avevano fatto conto di speculare sulla rovina!
Con Nitti al Governo l’internazionale finanziaria mangiava di magro: infatti Nitti, pur debolissimo costituzionalmente e nella compagine dei suoi Gabinetti, poiché doveva necessariamente avere al suo fianco rappresentanti della troupe giolittiana senza del cui beneplacito non si poteva governare in Italia, pur debole di fronte alla marea social-comunista anche per le precedenti e vergognose concessioni ad essa fatte nel campo politico, si accinse a procurare qualche vantaggio alla nazione nel campo economico e nella politica estera.
L’ordine ed il riassetto economico della Nazione non conveniva all’internazionale finanziaria che fino allora aveva incontrastatamente imperato, in quanto le sue manovre bancarie e borsistiche non sarebbero state più possibili ed i lauti guadagni altrettanto impossibili; una politica estera più rettilinea e meno rinunciataria altrettanto non conveniva, in quanto la funzione politica dell’internazionale finanziaria in Italia era appunto l’asservimento della Nazione e la riduzione del suo prestigio in uno con la sua indipendenza. E perciò urgeva assolutamente che Nitti fosse compromesso e liquidato definitivamente di fronte all’opinione pubblica, essendosi egli dimostrato capace di riassestare l’Italia, tetragono alla corruzione ed alla dedizione alle forze bancarie dominanti, ambizioso e capace di fare da sé ed insofferente della tutela giolittiana.
E si fanno entrare in funzione allora i ruffiani giolittiani-comitiani in veste di consiglieri di Nitti, e lo si suggestiona, e lo si induce a compiere l’errore più madornale, l’offesa e l’ingiuria più atroce e più lesiva dell’onore d’Italia: gli si fanno amnistiare i disertori, previo il concertato ed assicurato parere favorevole ed entusiasta dell’ebreo Mortara!
Era stato preveduto e calcolato quale immenso disgusto doveva necessariamente produrre nel popolo sano d’Italia, nella falange dei combattenti e degli onesti, tale provvedimento: l’ondata del giusto risentimento doveva travolgere l’autore immediato della legge funesta, senza che la riflessione avesse il tempo di far comprendere nel giusto sdegno i mandanti, gli ispiratori, i manovratori occulti di tale enormità.
Lo scopo fu raggiunto in pieno, e sgomberato il terreno da un ostacolo che minacciava di consolidarsi, ecco riapparire sulla scena il vegliardo Ricostruttore, l’unico capace nocchiero d’Italia, aiutato dalle trombe prezzolate della Commerciale, messo sugli scudi da quella stessa stampa venduta che pochi anni prima lo aveva scagliato nella polvere. La combutta e l’associazione Giolitti-Commerciale trionfa in merito anche della ingenuità del popolo italiano, generoso e pronto a dimenticare i trascorsi errori, e siamo così all’ultimo e più importante periodo di dominazione di questi associati, all’ultimo servaggio della Nazione, al maggiore disfacimento ed impoverimento della Nazione.
Siamo ora in piena demagogia per merito appunto di quel Giolitti, reazionario in principio della sua triste carriera politica, il quale non fa più mistero del suo programma che andrà sistematicamente e freddamente compiendo, il programma cioè della distruzione, dello sfacelo, del tradimento.
Demagogico da ora il suo atteggiamento, demagogia tutti i suoi atti di governo, demagogica tutta la sbrigliata e distruttrice legislazione che porta alla ribalta del supino parlamento dopo che la di lui mandante, la Banca Commerciale (sezione politico-finanziaria), gliene aveva messi in tasca, belli e preparati, i relativi progetti.
Si accentuò col Governo Giolitti l’amoreggiamento con gli estremisti socialisti, e ci fu momento in cui l’avvento del socialismo al potere, e cioè dell’internazionalismo al Governo nazionale, stava per divenire un fatto compiuto in grazia alla via spianatagli dallo stesso governo. E se il socialismo non governò la nazione di nome, la governò di fatto con i ricatti continui e giornalieri esercitati contro il governo che li subiva filosoficamente e scientemente.
E si assistette a quanto di più inaudito si fosse mai potuto immaginare: all’occupazione delle fabbriche e degli opifici industriali da parte delle maestranze. E la baldanza degli occupanti crebbe a dismisura: ché da una parte il Governo Giolittiano assisteva completamente inerte e passivo, se pure non l’incoraggiava, allo strazio che si compiva dei più elementari principi di diritto, di ordine, di costituzione, di economia; e dall’altra parte la Banca Commerciale, alleata e mandante del Governo nell’opera di sovvertimento e di distruzione, finanziava il movimento ed offriva pure ufficialmente di finanziare l’esperimento della gestione operaia delle industrie.
Non voler vedere le intime relazioni ed il concerto criminoso esistente tra governo giolittiano demo-liberale e potere bancario finanziario per la valorizzazione del bolscevismo, epperò del disordine e della distruzione, vuol dire voler avere assolutamente e deliberatamente gli occhi bendati. Né qui si fermano le attività distruttive della politica interna della reincarnazione Giolitti.
Poiché quanto maggiore è il disordine, l’indisciplina e l’anarchia, tanto maggior utile ne ricava e finanziariamente e politicamente la Banca Internazionale, eccoci ai sapienti e preordinati scioperi politici a getto continuo, per ogni stormir di foglia, senza una causale legittima e proporzionata; ed eccoci ai continui, perenni scioperi dei pubblici servizi messi in atto a scopo di ricatto immediato sui poteri pubblici, i quali subivano pazientemente senza mai minacciare, senza mai protestare, senza preoccuparsi di provvedimenti atti a lenire, se non ad annullare, gli effetti deleteri di tali atti di ribellione, di sabotaggio, di svilimento della Nazione, di rovina economica che si aggiungeva e si sovrapponeva alle precedenti. E triplice era lo scopo perseguito e raggiunto: impoverimento della nazione e precipitoso svilìo dei valori; la sovrapposizione metodica del disordine all’ordine, del sovversivismo allo stato costituzionale, di forze irresponsabili ai poteri responsabili; la diminuzione dell’Italia nei consessi internazionali. Cui prodest?
Coerentemente ed in esplicazione del programma distruttivo che aveva l’alleanza politico-bancaria, tutto fu messo in opera per ridurre i due più importanti servizi pubblici, rappresentati dalle aziende statali ferroviaria e postelegrafonica, nel più completo abbandono, al più stupefacente sfacelo, alla più spudorata anarchia.
Tutti ricordano ancora vivi nella memoria gli episodi di tracotanza dei ferrovieri e dei postelegrafonici, l’indisciplina, i vandalismi, il sabotaggio, lo sperpero, la disorganizzazione, fino al punto che ogni ferroviere si era formata una speciale mentalità in base alla quale si era abituato a pensare che egli era indispensabile e che le ferrovie appartenevano ai ferrovieri, e non allo Stato e tanto meno ai contribuenti ed alla Nazione!
L’anarchia in queste due aziende raggiunse un tale diapason da autorizzare e ferrovieri e postelegrafonici a chiedere ufficialmente l’abbandono delle aziende nelle loro mani perché avessero potuto meglio funzionare! E nonostante ciò, in coerenza al programma demagogico, si statizza furiosamente tutto ciò che era possibile statizzare, quasi la statizzazione di ogni attività, attuando così il socialismo di Stato, fosse la panacea di tutti i mali, anziché l’atrofizzazione di ogni iniziativa ed attività privata col conseguente maggiore disagio economico.
E si sopportò ancora supinamente che il lavoro e la mano d’opera venissero monopolizzati da un solo partito politico, dal partito sovversivo social-comunista, talché ogni operaio non aveva alcuna difesa da parte dell’ordine costituito di fronte alla dura alternativa dei monopolizzatori: o tesserarsi o restare senza lavoro! Quale azione ha mai spiegato il Governo, complice di tali perturbamenti e deformazioni dell’ordine pubblico, di fronte al dilagare di un sistema obbrobrioso che, nonché menomare, annullava del tutto la libertà di lavoro? Nessun’altra opera ha mai spiegato che l’assistere impassibile ed inattivo alle offese continue e sistematiche all’ordine, alla sicurezza stessa dello Stato e della Nazione. Infine la tirannia rossa, finanziata da chi vi aveva interesse, e sopportata passivamente dal governo giolittiano, si impose sovrana in tutte le manifestazioni delle attività sociali e nazionali, fino a costituire uno stato nello Stato, un potere che si sovrapponeva a quello istituzionale e lo soverchiava e lo annullava.
Questa nei suoi tratti essenziali la politica interna dei governi liberali, culminante nel disastro dell’ultimo governo giolittiano, il quale adottò a sistema l’abbandono giorno per giorno di nuove posizioni in mano ai nemici dichiarati dello Stato, ai nemici della Nazione e della Patria, sicuri tutti, e Governo e internazionalismi di ogni specie e qualità, che le verità sui loro rapporti apparenti e reconditi non sarebbe mai emersa, e che mai sarebbero sorti i veri figli d’Italia che nella loro gran passione per la Gran Madre avessero potuto ricacciar nel fango il loro putridume ed accingersi alla ricostruzione vera ed efficace, non a quella del nefasto uomo di Dronero!
IV. Politica estera
Crispi volle la Triplice Alleanza con giusto senso di opportunità; con essa perseguiva contemporaneamente, date le condizioni d’Italia in quell’epoca, un duplice fine: allontanava dall’Italia la probabilità di prossimi conflitti che l’avrebbero trovata impreparata, e valorizzava l’Italia nel concerto europeo, facendola pesare come elemento di equilibrio. La sua visione d’assieme, netta, precisa e rettilinea, importava però per l’Italia una politica estera dignitosa, se pure non aggressiva, ferma e senza debolezze o remissività, per ottenere il rispetto e la considerazione degli alleati e la giusta valutazione delle altre potenze europee.
Disgrazia volle che i successori di Lui, i governi demo-liberali, facenti sempre capo a Giolitti fosse o non fosse egli nel Gabinetto, vuoi che non avessero avuta la esatta comprensione del valore contingente della Triplice Alleanza e della sua funzione dinamica nel tempo, come era stato nella mente del suo autore, vuoi che ciò non volessero comprendere per adattare la politica ed il potere politico ai fini propri e dei loro ispiratori, deformarono talmente la linea della politica estera italiana dal ritmo impressole dal Crispi, che gli errori si seguirono agli errori con danno enorme della Nazione. Certa cosa è che sotto tutti i governi liberali dal 1892 al 1915 la politica estera italiana non ebbe mai una linea precisa, non fu mai coerente, fu spesso contradittoria ed involuta, fu incerta e perplessa sia verso gli alleati che verso gli amici, fu tentennante e mai attiva e valorizzatrice. In dipendenza di tale linea di politica estera, l’Italia fu sempre considerata dagli stessi suoi alleati come quantità trascurabile, come l’ancella delle due sue più potenti alleate, come la cenerentola dell’Alleanza: non fu mai consultata, fu soltanto degnata di graziose comunicazioni a concerto avvenuto fra le altre due; i suoi diritti non furono mai riconosciuti e rispettati; l’italianità delle terre irredente ancora sotto l’Austria mai fu così atrocemente e palesemente calpestata come durante l’Alleanza, né il Governo Italiano seppe mai avere un istante solo di fierezza e di vigore nel richiamare l’alleata ad una più giusta comprensione dei doveri di Alleanza; e quando contro le inumane e sanguinose persecuzioni dei nostri fratelli irredenti da parte della birraglia croata-asburgica, il generoso popolo italiano insorgeva con la forma più innocua e più dignitosa di protesta – con dimostrazioni degli elementi intellettuali contro lo stemma austriaco – la potente alleata, esimendosi dal dare i più generici affidamenti di un maggior rispetto verso gli elementi italiani a lei soggetti, pretendeva riparazioni solenni! Ed i nostri governi pavidi e inetti, seguivano ciecamente gli ordini e le pretese della Cancelleria Alleata, paghi di infierire contro il generoso sentimento italiano e di prostrarsi ai piedi della tutrice alleata, ché l’Italia fu sempre considerata minorenne e sotto tutela.
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E questa linea di politica estera, così come l’abbiamo ora concisamente tratteggiata, non fu mai abbandonata da tutti i governi liberali, prigionieri e schiavi della forza finanziaria.
E colla stessa mentalità, fatta ormai abito, l’Italia liberale si preparò ed arrivò al famoso e tanto discusso «Patto di Londra». L’Italia, poverissima di materie prime, povera di capitali, povera di mezzi di trasporto, povera di industrie, si concede il lusso di basare tutta la sua politica estera, tutta la sua ragione di partecipazione alla grande guerra, soltanto su motivi ideali ristretti quasi all’immediato confine; tratta poeticamente ed ideologicamente il suo concorso nel conflitto, tralasciando nel modo più assoluto le realtà pratiche e le sue necessità economiche. Nessuno può negare la importanza morale del sentimento italiano nel decidere la sua entrata in guerra e conseguentemente nel richiedere il consenso dei nuovi alleati al suo programma di redenzione alpina ed adriatica.
Ma fare di questo soltanto il suo programma massimo, restringere il suo sforzo all’Adriatico, lasciato poi tutto o quasi in mani altrui e non certamente amiche, e dimenticare che c’era ancora il Mediterraneo, c’era ancora l’Oceano dove tanti interessi peculiari vi erano da difendere e da conservare, e tante posizioni da conquistare, è sicuramente fare della politica miope ed inconsapevole.
Nel momento in cui l’Italia diveniva il fattore determinante della vittoria, nel momento in cui il suo gesto e la sua decisione facevano aumentare le probabilità di resistenza e quindi di vittoria, pure facendo omaggio ai motivi ideali della nostra guerra, decisa per virtù di popolo e non di governo, e mettendoli nel primo piano delle nostre rivendicazioni, fu balordaggine somma, insipienza o tradimento il non ponderare il fattore economico. Magra scusa quella degli autori di quel trattato, che se porta il nome di Sonnino non a lui solo si devono certamente le clausole in esso accettate per l’Italia, ché l’Italia, scesa in campo per motivi altamente ideali e nazionali, non poteva trafficare e misurare a suon di sterline il suo intervento. Sonnino era ebreo-egiziano. Al principio della sua carriera politica fu sempre contrario all’irredentismo.
Magra scusa, abbiamo detto, poiché la guerra, anche se pensata di breve durata per la incomprensione della sua forma, della sua intensità e dei suoi fini, non si può condurre soltanto con lo spirito, ma si deve condurre con i mezzi e con i materiali.
Si sono mai preoccupati i negoziatori di quel Trattato di spingere l’Italia nel baratro economico, quando decidevano l’entrata in guerra senza aver assicurato e garantito alla Nazione quello di cui difettava? O pensavano che la guerra si dovesse fare soltanto con l’elemento uomo? Napoleone lasciò detto: «l’argent fait la guerre». Nel trattato di Londra non fu inclusa alcuna clausola per la stabilizzazione della nostra moneta. Mentre facevamo la guerra per loro, gl’inglesi ci strozzavano con i noli ed i cambi e guadagnavano miliardi alle nostre spalle.
L’Italia aveva bisogno di ferro e di carbone per le officine di guerra e per le ferrovie; aveva bisogno di navi per il trasporto di queste materie; aveva bisogno di grano e di vettovaglie; aveva bisogno di tutto: nessuno ha mai pensato che l’Italia doveva chiedere il pagamento del servizio inestimabile che andava a rendere all’Intesa, ma a chiunque sarebbe parso giusto e previdente che si fosse chiesto che le fosse fornito quello di cui mancava. Anche nel momento in cui l’Italia con i suoi propri destini correva animosamente e cavallerescamente a decidere col proprio peso i destini d’Europa ed i diritti della civiltà e della giustizia, i suoi governanti non ebbero la percezione della grandiosità del gesto, non percepirono l’importanza che in quel momento veniva ad assumere il fattore Italia, non ponderarono la somma dei sacrifizi e l’immensità dello sforzo a cui sarebbe stata sottoposta la Nazione, non ebbero la visione della realtà o non vollero averla, e con la stessa mentalità miope e traditrice chiesero quasi il permesso che l’Italia si sacrificasse e si dissanguasse per la salvezza degli altri.
Una enormità di questo genere sembra pensata da stranieri, da nemici, da rivali, non da italiani!
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L’ammaestramento di un lustro di durissima guerra, la conoscenza del dissanguamento e del depauperamento della Nazione durante la guerra, la coscienza della vittoria ottenuta brillante e grandiosa con i soli nostri mezzi, la coscienza di avere Noi determinato la vittoria di tutta l’Intesa e conchiusa la lunga ed asprissima guerra, non valsero ancora a rendere meno miopi, meno poetici, meno ingenui, meno traditori i rappresentanti del governo italiano che si recavano al convito di Versailles.
Era nella coscienza di ogni italiano: che l’Italia aveva deciso la guerra per sé e per tutti gli alleati, che l’Italia per servire la causa comune si era imposto sacrifizi tali da uscirne immensamente impoverita e dissestata. I soli governanti d’Italia non ebbero tale coscienza o non vollero averla!
Mentre tutti i belligeranti si accinsero e si prepararono a valorizzare al massimo grado ed a proprio profitto gli effetti della vittoria conseguita in comune e determinata proprio dall’Italia, e si predisposero a prendere le parti più opime delle spoglie dei vinti, l’Italia mandò al convito i suoi rappresentanti che si caratterizzarono e si distinsero uno per il suo mutismo deliberato e l’altro per il pianto inesauribile, in veste di gente che andava a chiedere mercé agli alleati di aver fatta decidere la vittoria dall’Esercito e dal popolo italiano, quasi ciò fosse stato fatto contro ogni volontà della Nazione che rappresentavano, e per la quale chiedevano ed imploravano, uno piangente ed uno muto, le briciole che potessero per caso essere superflue ai ben satolli commensali.
Non fu difeso neanche quell’aborto del Patto di Londra, le cui clausole non erano sufficienti né ai fini ideali della nostra guerra e tanto meno alle nostre necessità economiche e mentre gli altri si attribuivano la parte del leone, i nostri rappresentanti non ebbero neanche la capacità di pretendere almeno la parte dell’agnello. Il nostro irredentismo non fu tutelato e soddisfatto che soltanto in parte, mentre i nostri bisogni economici furono totalmente assenti dal programma dei nostri negoziatori: e mentre gli altri beneficiavano del nostro sforzo e mangiavano la carne del vinto, noi non ci preoccupavamo neanche della pelle.
Ai vinti tutto fu tolto, e ben tolto.
Colonie fiorenti, marina mercantile e da guerra, armamento, carbone, ferro, fosfati, denaro sotto forma di indennità di guerra, eccetera. Attorno ad un tale desco i negoziatori italiani non seppero beneficiare di niente, non seppero valorizzare lo sforzo italiano e chiederne il riconoscimento, non seppero assicurare all’Italia la vita economica, quando gli altri si assicuravano l’impero economico.
Di fronte alla rovina economica d’Italia per la guerra sostenuta, i nostri negoziatori restarono freddi, insensibili ed indifferenti come non si trattasse della loro patria, e, privi della visione esatta del loro compito e della loro responsabilità di fronte alla Nazione ed alla Storia, si fecero rimorchiare dagli altri più abili concorrenti, e senza negoziare la loro firma ed il loro consenso all’atto di spoliazione del vinto, limitarono la loro opera all’accettazione di quello che gli alleati si degnarono compiacentemente di concedere, dopo il loro esuberante pasto, ed al di sotto di quanto preventivamente l’Italia si era assicurato, e che pur era così poco e così insufficiente.
Ogni paragone riesce odioso, epperò se pure tralasciamo di esaminare il bottino fatto dagli alleati a Versailles, non possiamo esimerci di fare, per quanto postuma, la constatazione delle condizioni in cui l’Italia uscì da quel grande banchetto, e che possiamo raffigurare col «Divino Poeta»
e dopo il pasto ha più fame che pria,
tanto magra fu la sua parte per la incomprensione deliberata degli alleati ed amici, e soprattutto per la incapacità dei nostri negoziatori che divennero ridicoli di fronte agli altri compagni di desco. Quale fu il banchetto della pace per l’Italia?
Buona parte del Veneto devastato; mezzo milione di morti, un milione di inabili e mutilati; ottanta e più miliardi di debiti fatti per la guerra; la sua condizione finanziaria disastrosa; la sua vita economica compromessa; e di contro: niente altro che la parziale concessione di quanto ci perveniva in base al «Patto di Londra»; una miserabile percentuale sulla opima indennità di guerra imposta alla Germania; nessuna concessione e nessuna facilitazione di rifornimento delle materie prime di cui noi avevamo bisogno come del pane per vivere economicamente indipendenti, e delle quali siamo perfettamente o quasi privi.
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Pendant all’accademia di Versailles fa la conferenza economica di Parigi, dove i nostri tecnici o cosiddetti esperti, seguendo in ciò perfettamente le orme impresse in tutta la nostra politica estera dai governi anche quando si trattava di ottenere il rispetto ed il riconoscimento dovuto ad una nazione di oltre quaranta milioni di vite che col suo peso, col suo ardimento romano e con i suoi sacrifìzi aveva deciso le sorti dell’immane duello, abbandonarono completamente in mano ai più rapaci alleati la spartizione di tutte le fonti conosciute di materie prime, base di ogni risorsa economica.
La loro opera fu tutta di rinunzie e di deficienze, e non poteva essere diversamente quando a rappresentanti economici italiani il Governo del tempo non seppe trovare altri elementi che persone appartenenti alla Banca Commerciale. Crespi, divenuto poi Presidente della Banca Commerciale per giusta e meritata ricompensa alla sua opera devota agli interessi della internazionale finanziaria spiegata alla Conferenza economica di Parigi quale delegato italiano; Volpi, già appartenente alla Commerciale, e ricompensato quindi a tempo debito col laticlavio e con il vice-reame di Tripoli, dove urgeva alla Commerciale portare la lotta contro il Banco di Roma, che pure aveva trovato nella Libia una prima fossa da lupo, appositamente ivi preparatagli.
La svalutazione della Vittoria Italiana fu opera della Delegazione Italiana a Parigi, composta di coloro che durante la guerra si erano adoperati per portare la Nazione alla sconfitta.
La Delegazione Italiana, per la sua composizione, fece perdere la pace all’Italia.
E così tutta la politica estera italiana non seppe tutelare i propri più vitali e contingenti interessi e nei problemi di indole internazionale non ebbe mai iniziative, non ebbe mai considerazione, fu anzi dileggiata, poiché si esaurì nel mediocre ufficio di mediatrice tra gli appetiti, le rivalità ed i punti di vista anglo-francesi – quando non riuscivano a mettersi d’accordo fra di loro Inghilterra e Francia ed all’infuori ed all’insaputa dell’Italia, la quale aveva la sola funzione di accettare e ratificare pro forma – dimostrando così di aver cambiato soltanto padrone, passando dalla Triplice Alleanza alla Intesa, senza aver perduta la sua funzione di ancella tutelata.
Esempio unico nella storia dei rapporti internazionali e dei rapporti tra alleati che hanno corso lo stesso rischio ed hanno sopportata la stessa fatica: Francia ed Inghilterra si accordavano tra loro, in casa nostra, sotto i nostri occhi, a S.Remo, senza di noi ed all’infuori di noi, e con la nostra completa esclusione, sulla spartizione delle fonti di rifornimento delle materie prime, delle quali già le loro industrie e la loro economia ne avevano a sufficienza, e delle quali l’Italia era perfettamente priva e loro tributaria. Dopo aver lasciato seicentomila morti sul campo noi non abbiamo avuto nulla, non soltanto le Colonie, ma neanche la Terra del Giuba. Fummo truffati!
L’Italia ebbe ribadite le catene di sudditanza economica, e ciò avveniva quando essa aveva la veste di padrona di casa.
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A completare il quadro della nostra disgraziata e lacrimevole politica estera sopravviene l’opera diretta di Giolitti il Ricostruttore, il quale col Trattato di Rapallo, con lo sgombero dell’Albania e con la cruenta azione fratricida di Fiume corona la sua infame carriera politica in uno alle serie dei suoi tradimenti agli interessi, al prestigio ed al benessere materiale e morale della Nazione!
A Rapallo fu compiuto l’ultimo fratricidio, fu gettato l’ultimo residuo della dignità e del prestigio nazionale; ad un piccolo stato balcanico e mosaico, formato da nemici che avevano combattuto fino all’ultimo istante della guerra contro i nostri soldati e con accanimento e da un popolo già distrutto e soggiogato, di cui salvammo unicamente noi gli ultimi avanzi dell’esercito disperso, e che noi rielevammo a dignità di popolo libero e di Nazione indipendente, si fece la cessione fedifraga dei nostri fratelli dalmati, doloranti di passione italica.
In Albania noi eravamo andati per la tutela contemporanea dell’indipendenza di essa e della sicurezza e del prestigio italiano sull’altra sponda, ed avevamo anche funzione internazionale, l’unica funzione affidata all’Italia perché la più onerosa. Andammo per stabilire un nostro privilegio ed un nostro diritto che ci perveniva dal mandato internazionale e dalla necessità di preservare lo stato balcanico dagli appetiti dei vicini, e, come sempre, facemmo le cose da gran signori, pur avendo la miseria in casa. Sacrificammo tante vite nelle inospitali zone malariche occupate; portammo ivi la nostra superiore civiltà e la nostra attività; spendemmo tesori nella costruzione di strade che non esistevano e di edifici e di opere di ogni specie, opere che si evitava di compiere in zone italiane alle quali sarebbero state tanto utili nonché necessarie: a quale scopo?
Un movimento sedizioso alimentato contro di noi da chi vi aveva interesse, compiuto da una minoranza irresponsabile e disorganizzata: una tardiva protesta di uno staterello balcanico; un consiglio… interessato dei potenti alleati… bastarono a far decidere il nostro bene amato Governo ad effettuare lo sgombero completo dell’Albania, regalando per sopramercato tutte le costose ed utili opere ivi compiute e facendo disinvoltamente gettito di ogni nostro più elementare prestigio, di ogni nostro diritto acquisito per virtù di sacrifìzio. E l’Italia era così, nelle sue opere, una grande Potenza!
E siamo all’ultimo atto della tragedia italiana: Fiume.
Fiume, la città olocausto di martirologio senza nome, la città dolorante di passione italica, la città sentinella avanzata del sentimento unitario, la città martire barattata ed abbandonata a Londra e riconquistata soltanto a metà col prezzo doloroso di tutti i fratelli dalmati abbandonati in mano dei secolari loro oppressori, era dal governo nazionale abbandonata alla sua sorte ed esposta ai colpi di mano preparati dal rapace e ringalluzzito croato, preparati di concerto e per consiglio degli stessi nostri alleati che volevano fare di Fiume l’ultimo strazio ed il pomo della discordia del popolo italiano, il quale aveva il torto di aver vinta la guerra.
Un Uomo votato a tutti gli ardimenti e gli eroismi, l’uomo che rappresentava il simbolo più vero, più tenace e più autorevole di nostra razza, l’uomo che non conosceva patteggiamenti e mezzi termini, salvò, con ardire insuperato e con la piena coscienza di compiere un dovere sacro a cui Egli solo era predestinato, l’italianità della città doppiamente sacra, doppiamente martire, doppiamente a noi cara, e che era oggetto di tutti i raggiri delle diplomazie europee.
La gesta di Ronchi vivrà imperitura nella storia degli accorti ardimenti umani: la passione italica che animava l’animo del poeta soldato e della città da esso riconquistata e conservata all’Italia ed all’italianità non bastò a preservare e l’uno e l’altra dalla ingiuria e dalla violenza più atroce che la storia dell’umanità ricordi da Caino in poi: i fratelli hanno ucciso i fratelli! Orrore! Obbrobrio! Il Governo di Giovanni Giolitti, che era assente dai più gravi interessi internazionali d’Italia, che non seppe ottenere per l’Italia la considerazione che le spettava per la parte di primo rango avuta nella guerra e nella vittoria, non seppe neanche farsi riconoscere la libertà di azione almeno in casa sua, e trattò come problema internazionale quello che era soltanto un problema squisitamente nazionale, e ferì in un tempo il sentimento e l’interesse dell’Italia al di qua ed al di là del conteso Adriatico. I nemici d’Italia ed i falsi amici gioirono: Fiume cadde in mano al croato Zanella, l’italianità fu offesa e prostrata.
Gloriosa impresa del reazionario, del demagogico, del neutralista, del disfattista, del… Ricostruttore!
V. Politica finanziaria, economica, industriale
La stessa mentalità miope, incerta e tentennante che guidò tutta l’attività dei governi liberali in politica estera, ritroviamo nella politica finanziaria, economica ed industriale; la stessa mentalità sediziosa, corruttrice e corrotta, dannosa più che utile, che abbiamo visto guidare tutta la politica interna dei governi liberali, ritroviamo nell’attività, più spesso nella passività e nella complicità della politica finanziaria, economica ed industriale.
L’incomprensione dei più vitali interessi d’Italia, l’inerzia e molto spesso la complicità, come vedremo, con le forze antinazionali, hanno guidato l’opera governativa in questa importante attività statale, talché l’opera di governo fu spesso anziché moderatrice dei danni e valorizzatrice delle energie produttive del paese, distruttrice di tutte le fonti di produzione e di valorizzazione, e fu opera spesa, in questo campo più apertamente che negli altri, a totale beneficio delle forze antinazionali, talché è legittimo il dubbio che quell’opera fu non soltanto ispirata, ma pensata ed imposta dai nemici dell’economia nazionale, e dei quali i governi furono sempre prigionieri e vassalli.
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In linea generale possiamo senz’altro affermare che l’azione governativa non fu mai compresa della sua stessa importanza e delicatezza nei riguardi della prosperità del paese, epperò non fu mai efficace nella doverosa tutela del mercato italiano dalla irrompente invasione straniera: il mercato italiano agricolo, industriale, commerciale, finanziario fu sempre preda dello straniero, quando in veste di amico o di alleato, quando in veste di finto italiano, ma sempre straniero, perché mancò al mercato ed ai produttori italiani quella efficace e doverosa tutela politica che ogni governo deve esercitare.
Un solo prodotto l’Italia poteva esportare in quantità, non per compensare lo sbilancio commerciale della Nazione, ma per valorizzare la più grande industria agricola e la più grande risorsa dell’isola generosa, della Sicilia: il prodotto agrumario che per qualità si imponeva su tutti i mercati. Scorrete per un momento tutta la legislazione in materia dei governi liberali, tutta l’azione da essi spiegata in questo campo, e vi vien fatto di domandare: quale fine si sono mai proposto i governi, quello di valorizzare, aiutare e far prosperare quella che era l’unica risorsa della Sicilia; oppure quello di costringere a perdizione il commercio agrumario e le industrie derivative, sì da consigliare l’abbandono anziché la cura di tale prodotto? E risalite su su fino alle ultime disposizioni legislative dei Gabinetti Giolitti – Bonomi – Facta del 1921-22, addentratevi nella selva dei decreti contraddittori sulle esenzioni e sulla tassabilità dei prodotti della Camera agrumaria di Palermo, e vi troverete di fronte a questa dura constatazione: il Governo ha ignobilmente traditi e compromessi gli interessi in un tempo della Nazione, dell’Erario e dei produttori di agrumi, a favore esclusivo di chi? Del trust dei derivati agrumari, di proprietà assoluta ed incontrastata della Banca Commerciale Italiana.
E non è stato soltanto il prodotto agrumario colpito in Sicilia. Che dire dell’industria estrattiva degli zolfi e del trattamento di tale minerale?
I fatti sono più eloquenti di qualunque argomento: c’è stato momento, il 1921, in cui per i provvedimenti Giolitti sulla industria zolfifera, questa, che era un privilegio quasi mondiale dell’isola, venne a trovarsi nell’assoluta impossibilità di continuare il lavoro, non potendo sostenere la concorrenza americana a causa della forte pressione fiscale giolittiana, vide chiusi per lei e perduti i mercati già da lungo tempo conquistati, fu piegata, strozzata, prostrata, impossibilitata a più vivere e prosperare, perché così comandavano i padroni di Giolitti che non avevano potuto impadronirsi dell’industria, nonostante le lusinghe e le minacce. Era una buona preda, si ribellò, ed alla ingenuità della ribellione occorreva rispondere con esemplare punizione, con l’arma assassina rivestita ed ammantata di legalità. E la vecchia consuetudine del burocratico, è il sistema prediletto della volpe: rivestire di legalità gli atti più bassi e più turpi di persecuzione individuale e collettiva, salvare la forma, e passare magari sul corpo della intera nazione per raggiungere un solo nemico, suo o dei suoi padroni, gli internazionalisti dell’alta finanza.
Analoga sorte toccò alla viticultura italiana, quando la peronospera ne minacciò intieramente la esistenza; pur trattandosi di una cultura e di una industria che costituiva la ricchezza del paese e specialmente di certe regioni d’Italia, pur trattandosi di prodotto (vino) che era largamente esportato, nella legislazione e nei provvedimenti adottati dal governo dell’epoca noi dobbiamo amaramente constatare che invece di tutelarsi l’interesse collettivo di una regione e di tutta la Nazione, interesse che investiva la proprietà terriera, il sistema di cultura, l’industria manifatturiera del vino, l’esportazione del prodotto, si calpestò freddamente ed impunemente tutta questa somma di interessi a favore di pochi interessati.
Possiamo sicuramente affermare che tutta la politica economica dei governi dal 1892 fino alla conflagrazione europea fu complice volontaria della distruzione degli elementi produttivi nazionali, mise anzi tali elementi in balìa di chi aveva interesse ad impadronirsene, poiché l’Italia fu facilmente terra di conquista economica, preda della voracità dei vicini più attrezzati e più agguerriti, attraverso la quale doveva necessariamente avvenire anche la conquista politica. Può infatti avere una politica assolutamente libera ed indipendente quella nazione che economicamente è in stato di soggezione? E per vincolare la politica italiana, se ne curò in ogni tempo ed in tutti i modi la soggezione economica, ed a ciò si prestarono, complici e coscienti, tutti i governi liberali che furono insipienti, ciechi ed inconsapevoli degli effetti deleteri della loro politica economica, a solo vantaggio dello straniero. Ci accingiamo a dimostrare alla stregua di fatti completi la convivenza dei governi con l’alta finanza internazionale, e la loro dipendenza da questa.
VI. Materie prime
L’Italia è priva di ferro o quasi, priva di carbone, priva o quasi di petrolio, priva di fosfati, povera di lignite, povera di legname, priva degli altri minerali e delle materie prime che servono utilmente alla produzione per la prosperità di pace e per la difesa in guerra.
Per lenire tali deficienze e per attutire la nostra assoluta tributarietà all’Estero, onde ottenere una maggiore indipendenza economica e quindi politica, quale avrebbe dovuto essere logicamente il programma degli uomini preposti al governo della cosa pubblica? Promuovere con opportuni accordi politici la concessione delle fonti di rifornimento di tali materie prime nelle zone dove esse abbondano, o per lo meno facilitazioni di forniture e di trasporti, ed agevolare ed incoraggiare di conseguenza le iniziative private dei nazionali in tale campo. Ma poiché la logica, non è mai andata di accordo con la politica, che è una scienza che ama più volentieri accoppiarsi con l’assurdo, non è a meravigliarsi se la politica italiana per le materie prime è stata sempre precisamente l’opposto di quello che la logica più elementare suggeriva. Ci occuperemo nel prosieguo di quanto si riferisce all’unico minerale che possieda l’Italia e che è monopolio, in casa nostra, di stranieri: ora ci preme fissare bene quale fu la politica italiana in ogni occasione per avvicinare le materie prime all’Italia, per procurare alla Nazione in condizioni le meno sfavorevoli possibili quello di cui ha bisogno assoluto per vivere. Non bastò ai nostri governanti la esperienza di mezzo secolo, da quando cioè l’Italia assurse a nazione, la quale esperienza ci aveva insegnato che noi dipendevamo completamente dall’Estero per far camminare le nostre ferrovie, per alimentare le nostre industrie di pace e di guerra di ogni specie, ed a condizioni quanto mai onerose e rovinose.
Si arrivò alla conflagrazione europea, si arrivò alla nostra grande guerra in queste condizioni: non avevamo minerali di ferro e carbone per fabbricare gli strumenti bellici di offesa e di difesa, non avevamo materie prime di alcuna specie, e per procurarcele dovemmo depauperarci senza misura a beneficio degli stessi alleati che ce le fornivano ed ai quali noi avevamo portato il contributo più efficace per l’equilibrio delle forze e per la definizione vittoriosa della guerra.
E la nostra resistenza e la nostra condotta di guerra dipendeva unicamente dalla più o meno regolare fornitura che ci veniva elargita e dalla nostra potenzialità di acquisto di quanto ci mancava: e non di materie prime soltanto eravamo e siamo tuttora tributari.
Anche questa dura angosciosa prova non fu sufficiente a far aprire gli occhi ai nostri governanti ed ai nostri negoziatori alla tavola rotonda della pace, che la mentalità irretita, vieta e prigioniera di chi aveva nel pugno i nostri poteri pubblici ed i nostri governi, non si smentì neanche quando bastava soltanto allungare la mano sulla somma delle materie prime sparse per il mondo, ed a disposizione dei vincitori, e noi fummo dei vincitori e di primissimo rango!
Poteva del resto essere diversamente, quando mandammo a trattare tale argomento in veste di negoziatori persone che furono imposte al governo proprio perché appartenenti a quella banca internazionale che aveva ed ha nel suo programma la distruzione della economia italiana? E si può allora dubitare della connivenza e della dipendenza assoluta del governo del tempo alle forze antinazionali? Quale risultato infatti ottenne l’opera dei nostri negoziatori economici? Nulla possedeva l’Italia prima della guerra, prima della vittoria, nulla ebbe dopo la pace, ed oggi ancora, per merito della politica delle materie prime assolutamente negativa dei passati governi, come ieri, siamo privi di fonti di rifornimento e di produzione, e, per vivere in pace ed attrezzare la nostra difesa militare, siamo ancora come eravamo, completamente in mano altrui, tributari di tutti gli elementi necessari alla produzione, dal ferro al carbone.
VII. Industrie nazionali
Parte della stampa italiana, la più prezzolata e venduta, non ha mancato in parecchie occasioni di intervenire sul dibattito circa la necessità e la convenienza della esistenza e conservazione di industrie italiane, e non ha esitato a sostenere che in Italia alcune industrie e specialmente l’industria pesante, erano perfettamente inutili se non perniciose, scoprendo così, anche per le puerili ragioni che ponevano a fondamento di tale tesi assurda e che dimostrano per lo meno l’assoluta incomprensione del grave problema, il giuoco e gli interessi di chi paga i gazzettieri per far capovolgere i problemi fondamentali della vita e della indipendenza economica italiana.
È soltanto puerile pensare e sostenere che non vi può essere industria metallurgica, contro la quale si appuntano più specialmente i disfattisti economici, quando non si abbia sul posto la disponibilità degli elementi indispensabili: ferro e carbone. È del pari esagerata la tesi opposta, che, pur non avendo materie prime, l’Italia debba avere una grande industria metallurgica. La verità, come sempre, sta nel mezzo. Infatti, e la grande guerra è stata anche in questo campo la grande ammaestratrice, il paese deve avere una industria confacente alle sue peculiari necessità di pace e di guerra se vuole la indipendenza economica: in schiavitù economica non vi può essere indipendenza politica.
L’Italia non poteva certamente e non può aspirare ad avere una grande industria, concorrente sui mercati mondiali delle più potenti e più forti, perché si sviluppano ed operano in condizioni favorevolissime, di oltre Alpi: ciò sarebbe follia. Ma una industria che servisse alle necessità del paese e completasse sui mercati esteri quelle delle altre nazioni, non soltanto è opportuna, ma è necessaria.
Per fare la guerra noi abbiamo dovuto impoverirci fino all’osso per avere dagli stessi alleati le materie prime occorrenti a fabbricare i nostri mezzi bellici, senza dei quali non poteva, nonché essere vinta, condotta la guerra. Non per virtù di governo, ma in grazia di iniziative private l’Italia fu in grado di sopportare tutti i sacrifici finanziari occorrenti per ottenere a caro prezzo le materie prime indispensabili, e soprattutto vide sorgere quasi ex novo quell’industria, naturale premessa ed indispensabile efficace coefficiente della guerra, che prima non aveva. Sorsero così nuclei di produzione, prodotti dalla guerra, che lo Stato doveva gelosamente conservare ed utilizzare per le sue necessità di pace e di guerra, e di cui doveva altresì agevolare lo sviluppo e la perfezione mediante l’opera politica di facilitazione nelle forniture di materie prime; tutto invece fu messo in opera per eludere questa peculiare necessità dell’industria nazionale, tutto fu compiuto per spezzare e polverizzare quello che era e doveva essere oltre che un acquisto, un vanto ed una vittoria dell’attività italiana anche nel campo economico produttivo.
Infinite sono le conseguenze benefiche della vitalità di industrie nazionali: l’assorbimento di capitale e di risparmio e sua destinazione alla riproduzione; impiego di mano d’opera ed elevazione intellettuale e spirituale delle masse operaie; economie della Nazione per l’acquisto di manufatti industriali all’Interno anziché all’Estero; influenza favorevole sui cambi; indipendenza industriale ed economica, e quindi politica; ed altro ancora.
No, questi fini legittimi non dovevano essere raggiunti dall’Italia, entità economica di sfruttamento e non di produzione a disposizione della internazionale finanziaria, ed i governi liberali da questa forza, che si vanta invincibile e ultra possente, soggiogati e dipendenti, hanno assecondato il giuoco fino all’ultimo momento della loro vita e del loro sgoverno del Paese, come meglio analizzeremo, con dati di fatto precisi, nelle pagine seguenti.
VIII. Mercurio
Unico minerale di cui la Natura ha fornito l’Italia è il cinabro. Di questa unica ricchezza non sono però gli italiani a goderne.
Tutti i geologi ed i mineralogici che hanno visitata o studiata la regione del Monte Amiata, vasto altipiano a quasi mille metri di altitudine, elevantesi nella Toscana meridionale, quasi a confine con la campagna maremmana romana, hanno concordemente giudicato essere il sistema montagnoso del Monte Amiata un sistema vulcanico di molti millenni addietro, spiegando in tal modo la esistenza di immensi tesori racchiusi nelle sue viscere, e fra tutti primeggia il cinabro, per il suo tenore, cioè per la proporzione di mercurio (minerale puro) sul minerale grezzo (cinabro). Tutto il sottosuolo amiatino è una vasta ed inesauribile riserva di tale minerale, che appunto per il suo tenore si presta mirabilmente e vantaggiosamente allo sfruttamento: sfruttamento che viene ad essere facilitato dagli altri elementi necessari alla epurazione e selezione, cioè al trattamento, che si trovano anche sul posto, a portata di mano: acqua, energia idroelettrica, legname. Esistevano in questa regione, nel 1912, parecchie miniere per la estrazione e trattamento del cinabro; le più importanti fra tutte per estensione ed intensità di coltivazione e quindi di produzione, quelle della Gheverschaff Mercur, Società interamente tedesca, con capitali tedeschi, personale tecnico ed amministrativo tedesco, e della quale era forte azionista lo stesso Kaiser. Questa Società, che dava annualmente fino al 70% di utili netti agli azionisti, era rappresentata e gestita per conto degli azionisti tedeschi dalla Banca Commerciale, che allora non aveva ancora assunto mefistofelicamente e loiolescamente l’appellativo di italiana. Seguivano da presso per importanza, ma in proporzioni molto inferiori, altre miniere esercitate da una ditta ebraica, per quanto di nome italiano. Altre di minore importanza e con scarsa produzione pullulavano nella stessa regione. Ché la parte migliore e più estesa del sottosuolo cinabrifero amiatino fosse in mano alla Comit, per conto dei tedeschi, non bastava a questi rapinatori delle fonti economiche d’Italia; occorreva loro il monopolio incontrastato anche in questo campo, ed ecco come raggiunsero lo scopo.
Ad immediato contatto con la concessione della Gheverschaff vi sono altri terreni cinabriferi di grande ed importante estensione ed importanza, di proprietà privata alcuni, di demanio comunale altri. Omettiamo di narrare le vicende attraverso le quali i proprietari privati dei terreni cinabriferi furono, e non una sola volta, ingannati nella loro buona fede dagli agenti della Commerciale e messi nella condizione di non valorizzare né allora né per moltissimo tempo ancora la ricchezza che essi possedevano, e ciò perché non conveniva alla Società dominante la produzione ed il mercato, quella tedesca, che altre coltivazioni concorrenti si stabilissero vicino a lei, né conveniva ad essa stessa assumersi l’obbligo dì estendere lo sfruttamento ad altre concessioni, per quanto finitime, per non alterare il proprio programma di sfruttamento graduale, mediante il quale mantenere incontrastato attraverso il tempo il dominio del mercato. Tracceremo soltanto brevemente le peripezie e le vicende della concessione di demanio comunale. Cento volte la Gheverschaff avanza a mezzo di un suo tirapiede proposte per ottenere la concessione demaniale, e facendo esemplificare condizioni, che verbalmente si dicono autorizzate, accettabili; ed ogni volta, al momento di essere confermate per iscritto quelle proposte, sono capovolte e diventano inaccettabili. Non basta: tutto viene messo in opera per svalorizzare la concessione in parola a che altri non la conseguiscano. Un’amministrazione comunale, dopo anni ed anni di travaglio e di trattative inconcludenti, riesce a spezzare la rete di interessi da cui è circuita, ed arriva a concludere a condizioni oneste la concessione ad italiani. Ciò non pertanto le cose restano quasi come prima: i concessionari dopo aver eseguite le esplorazioni hanno bisogno di capitali per la messa in valore della concessione e per giungere alla coltivazione, e lo stesso lavorio che dai tedeschi era stato compiuto verso il Comune, si compie verso i concessionari. E quando questi erano finalmente, eravamo già al 1915, a guerra iniziata, giunti a poter formare una società con capitali italiani sufficienti alla bisogna, all’ultimo momento un missus della Gheverschaff avanzava, verbalmente, proposte più vantaggiose, ma non impegnative, ai concessionari, i quali, abboccando all’amo, lasciando il certo per l’incerto, ruppero le trattative già giunte in porto e si disposero ad accettare le proposte avanzate dal missus: tableau! Queste proposte svanirono, ed i concessionari restarono con un pugno di mosche in mano, e le hanno tuttora! Lo scopo era stato raggiunto: una nuova coltivazione cinabrifera importante non doveva sorgere ai confini immediati della potente e monopolistica Gheverschaff.
Compiuta questa fatica, poiché eravamo in tempo di guerra, ed il mercurio occorreva a molti usi guerreschi e chi ne aveva bisogno lo pagava bene, la Banca Commerciale così come si aggiunse l’appellativo di italiana, trasformò il nome della Gheverschaff in Società Anonima Miniere Monte Andata, non senza avere prima acquistate tutte le altre miniere esistenti in attività nella zona, conseguendo così il monopolio assoluto.
Omettiamo di parlare del mercurio arrivato dal Monte Amiata in Germania anche durante la guerra e col divieto di esportazione – un farmacista austriaco in veste di irredento si prestava ad eseguire le spedizioni sotto forma di medicinali! – ed omettiamo altresì di parlare dei provvedimenti inefficaci e quanto mai tardivi adottati dal governo democratico del tempo contro il monopolio altrui in casa nostra e contro l’esportazione clandestina del prodotto: per arrivare alla requisizione del prodotto ce ne volle! ed il prodotto fu requisito sì, ma soltanto in parte, ed a condizioni tali da non turbare il buon appetito degli affamatori del popolo amiatino.
Dobbiamo sì gradire il capitale estero in funzione economica nel nostro Paese, ma come collaboratore e non come padrone assoluto in casa nostra, specie quando si tratti di fonti di produzione e dell’unica che il nostro Paese possegga ed in quantità tale da tenere il secondo posto nella produzione mondiale.
A guerra finita l’Italia, con la conquista del bacino di Idria, veniva a conquistare il primo posto nella produzione mercurifera, sorpassando la Spagna. Così come per tutte le materie prime esiste una intesa fra i paesi produttori per mantenere il mercato il più elevato che sia possibile, anche l’Italia cercava un’intesa su questo campo con la Spagna, e si disse in un certo momento che si stava per concludere il trust italo-spagnolo per il mercurio, poi non se ne fece più niente. Perché? Che avvenne? Niente: la cosa più semplice e più naturale di questo mondo. La Commerciale cosiddetta Italiana, poiché era padrona assoluta e monopolistica della produzione mercurifera italiana e poiché non corrispondeva perfettamente alle sue vedute il progettato trust, mise in movimento le sue macchine, i suoi ambasciatori speciali, le sue manovre di ogni specie e si ebbe questo risultato: le miniere di Idria sfuggirono alla statizzazione ed allo sfruttamento con capitale italiano, il trust progettato restò al solo stadio di progetto e dalle gazzette prezzolate della penisola fu dimostrato che il trust non era conveniente!
Se noi ci siamo fatti spogliare dell’unica risorsa mineraria esistente in casa nostra dalle arpie e dalle sanguisughe straniere, come potevamo sperare che ci fosse riconosciuta la necessità di avere in diretto potere fonti di rifornimento all’Estero?
Noi abbiamo dato una veste corretta a questa breve storia del mercurio: se si interrogassero tutti i sassi della regione del Monte Amiata, essi direbbero lo scempio e lo strazio che dagli sfruttatori avidi e capaci viene compiuto dei diritti materiali ed ideali spettanti ai legittimi e spossessati padroni di tanta ricchezza.
* * *
Poiché l’Italia è considerata dagli internazionalisti della finanza soltanto una unità di consumo e non di produzione, la rappresentante in Italia di questa internazionale, la Banca Commerciale, eseguendo con fedeltà e con successo il programma impostole, si impadronisce direttamente o per interposte persone, di tutti i gangli economici che la Nazione possiede o potrebbe possedere, per indi disporne contro i legittimi interessi della Nazione nella quale opera, contro l’economia e la produttività nostra. Questo è il sistema messo sempre in opera: evitare che fonti di riproduzione siano conquistate dall’Italia, e disperdere quelle che per avventura avesse conquistate.
I negoziatori italiani alla Conferenza di Parigi, rappresentanti non dell’Italia né della finanza nazionale d’Italia, ma rappresentanti ed esponenti genuini della finanza neutralista, sabotatrice della guerra e della pace, si preparano alla fatica ingloriosa: dovendo andare a sostenere gli interessi dell’Italia al mandato dell’Anatolia ed allo sfruttamento dei bacini carboniferi di Eraclea, da dove il carbone poteva giungere in Italia a condizioni più vantaggiose che non dall’Inghilterra, la Commerciale, loro padrona e mandante che era riuscita ad impadronirsi della metà delle azioni della Società Mineraria di Eraclea, vende, proprio alla vigilia della Conferenza di Parigi, queste azioni ai possessori dell’altra metà delle azioni, alla Francia! E così l’Italia, mentre doveva sostenere che aveva già interessi cospicui da salvaguardare in quella regione, si spoglia di quegli stessi interessi a mezzo di un suo Istituto finanziario.
Sistema su per giù analogo fu tenuto dalla Commerciale per evitare che il ferro delle Alpine Montane Ge pervenisse all’Italia ed all’industria italiana: furono esercitate pressioni ed imposizioni al Governo italiano perché rinunciasse alla pretesa di considerare di proprietà del demanio austriaco le miniere di ferro onde potersele attribuire in conto riparazioni, ed ottenuto che esse restassero semplicemente azienda privata, ne acquistò le azioni per cederle un bel giorno ad Ugo Stinnes, privando così irrimediabilmente l’industria, italiana di una fonte di rifornimento vicina ed economica.
E tutto questo è avvenuto sempre sotto gli occhi dei governi democratici d’Italia, sì che legittima appare l’ipotesi che dei governi ne ha sempre disposto la finanza antinazionale; non si potrebbe diversamente concepire l’assenza dei governi e la mancanza di ogni tutela contro i distruttori sistematici della economia nazionale.
IX. Marina mercantile
L’Italia ha il suo respiro e la sua vita sul mare: ciò è stato unanimemente riconosciuto da tutti gli economisti. Quindi uno dei suoi principali fattori economici, fattore di vita, di espansione, di traffico, di rifornimenti, è costituito dalla flotta mercantile.
Anche in questo campo si è esercitata deleteria l’azione della finanza internazionale, sempre in agguato ai danni dell’Italia.
Insensibilmente, ma sistematicamente, la Banca Commerciale è riuscita a porre sotto il suo diretto controllo e dominio i cantieri di costruzioni navali e le compagnie di navigazione; quindi ha mosso guerra a quelle imprese, di costruzione e di navigazione, che hanno voluto serbare la propria indipendenza, in modo da eliminarle.
Non è azzardato affermare che la flotta mercantile rappresenta per l’Italia l’attività più sensibile e più gelosa: lasciare che essa cada in potere di forze antinazionali, e sia da esse monopolizzata, equivale a dare loro le chiavi di casa nostra, renderle padrone della nostra vita o della nostra paralisi. E paralisi difatti avemmo proprio durante la guerra; i cantieri ebbero ordine di non costruire o per lo meno di costruire meno del bisogno; gli armatori, tutti alla mercé della Commerciale, ebbero ordine di disarmare la flotta, di limitarne il più che fosse possibile l’efficienza; contemporaneamente forze oscure, al servizio dello stesso padrone degli armatori, avevano assegnato il compito di creare malumori fra la gente di mare onde arrivare alla paralisi completa dei rifornimenti. Di conseguenza l’Italia non potette certamente utilizzare intensivamente tutta la insufficiente flotta mercantile che possedeva, per il sabotaggio sistematico adoperato in tutti i modi, e dovette ricorrere largamente alla già limitata disponibilità di bandiera estera alleata, pagando conseguentemente noli in valuta oro e depauperandosi nello stesso tempo che viveva in ansia per i suoi rifornimenti occorrenti al Paese ed all’Esercito! E tutto ciò nonostante le esortazioni ed il concorso finanziario dello Stato allo sviluppo ed all’utilizzo della flotta indigena, talché si dovette giungere alla requisizione, se pur limitata, e perciò ancora inefficace. Sono induzioni queste? No, sono deduzioni tratte dai fatti recenti, appena di ieri, vissuti e reali: fra tutti i Cantieri italiani e fra tutti gli armatori italiani chi furono quelli che affrontarono italianamente e sforzi e rischi ed utilizzarono intensamente la produzione ed il traffico con i mezzi a loro disposizione? Furono soltanto i cantieri dell’Ansaldo a costruire, soltanto la gloriosa Società Ansaldo ad acquistare piroscafi di altra bandiera, fu soltanto la Cooperativa Garibaldi ad utilizzare senza calcolo e senza titubanza tutte le sue forze, tutta la sua disponibilità. Furono questi soli enti italianissimi, puramente italiani, puniti, a dovere compiuto, dalla guerra subdola e maligna di chi aveva visto attraversare i propri piani di sabotaggio dalla loro attività, egregiamente e degnamente aiutato a raggiungere la punizione di questi ribelli dall’asservito Governo democratico post-bellico.
Tutto è stato messo in opera dalla finanza internazionale in combutta con la banda giolittiana al governo della cosa pubblica, come vedremo meglio nelle pagine seguenti, per distruggere ed eliminare i focolai di costruzioni navali e di navigazione, rimasti italiani nonostante le lusinghe, la tentata corruzione, le minacce, rei soltanto di aver servito fedelmente gli interessi nazionali e di aver contribuito potentemente alla salvezza della Patria ed alla vittoria; fu messo in opera tutto: dalla persecuzione personale alla calunnia, dall’accerchiamento alle minacce, dalla tentata confisca alla tentata spoliazione, alla truffa della pubblica opinione, pur di raggiungere lo scopo prefisso, l’annientamento di entità produttive italiane.
E per completare, negli ultimissimi tempi, si inscena una inesistente lotta tra la minuscola industria metallurgica italiana e la industria navale italiana, completamente l’una e l’altra in mano alla finanza antinazionale, per carpire ai poteri responsabili la esenzione di dazi doganali alle materie occorrenti all’industria navale, tendente apparentemente a liberare questa dalla ingordigia della industria metallurgica italiana ed a stabilire quindi un mercato di concorrenza e più favorevole, tendente invece in realtà a mettere completamente fuori lizza i Cantieri rimasti ancora al capitale italiano e non disposti a farsi aggiogare al carro del dominatore, mediante il giuoco dei prezzi apparenti e degli abbuoni sotto mano già prestabiliti che l’industria metallurgica straniera, affiliata alla finanza internazionale, userebbe verso i cantieri italiani.
Le vittorie conseguite nell’asservimento della industria e della economia nazionale danno audacia allo straniero dominatore, ed egli non è disposto a fermarsi fino a quando il programma non sia completamente esaurito, fino a quando lo scopo non sia completamente raggiunto.
I rapinatori di mestiere sono pronti a piombare sulla preda: essi vogliono tutta la marina mercantile in loro mani, cantieri e armatori, perché vogliono controllare e regolare, e strozzare all’occorrenza, lo sviluppo e l’impiego dello strumento più indispensabile alla vita ed al progresso economico e commerciale dell’Italia. Occhio dunque alla Marina Mercantile, che occorre gelosamente custodire e tutelare dalla cupidigia traditrice dei padroni della finanza italiana.
X. Legislazione fiscale Giolittiana-Comitiana
Quando con tutte le manovre, gli inganni e le male arti possibili, come abbiamo indicato in altra parte, l’Alta Banca riuscì nel 1920 ad allontanare dalla scena della vita politica italiana l’On. Nitti, non tanto malleabile e tutt’altro che disposto a farsi asservire da essa, ecco entrare immediatamente in campo la stampa asservita allo straniero per sostenere di punto in bianco, dalla mattina alla sera, la reincarnazione Giolitti. L’Alta Banca che vide fallire il suo programma neutralista prima, e disfattista a tutti i costi poi, che si vide sospettata fortemente durante la guerra e che dovette coprire la sua azione politica e procedere sempre guardinga, alla prima vittoria politica riportata col rovesciamento clamoroso di un nemico irriducibile, dopo la vittoria economica riportata a Parigi per merito dei suoi esponenti, si fa più gagliarda e più audace, e, dovendo provvedere a rifarsi del tempo perduto e ad inghiottire quanto era ancora fuori il raggio della sua azione, fa dare fiato alle sue trombe, con in testa Mala…godi e Bergamini e Naldi, per far innalzare al soglio il Sozio sulla cui opera si può contare.
Ed ecco che giornali che amano chiamarsi autorevoli e che amano affermare di disporre e di formare l’opinione pubblica, giornali che …………………….. erano stati i più accaniti nemici di Giolitti ed i primi a predicare il di lui linciaggio, prendere ordini dai loro padroni – Alta Banca – ed innalzare ipso facto grandi laudi alle benemerenze ed alle alte qualità politiche dell’uomo di Dronero, che presentano al pubblico camuffato da Ricostruttore! Del programma dell’Alta Banca però, non delle sorti della Nazione.
Questi gazzettieri con una faccia tosta tutta loro speciale, dimenticano il recente passato ed inneggiano al… Salvatore… dei bilanci delle loro aziende, e, con una incomprensione ed una idiozia stupefacente, fidando soprattutto nella labile memoria del popolo italiano, nella buona fede di esso e nella sua peculiare suggestionabilità, elevano in coro inni al grandioso programma ricostruttivo del vecchio e sempre abile nocchiero, programma che tutto induce a ritenere essere stato fucinato non a Cavour, ma in Piazza della Scala, ed al… Vecchio presentato bello e preparato, con… ordine di esecuzione.
L’intento viene raggiunto, e la feconda coppia Giolitti-Toeplitz, feconda di rovine all’Italia, riagguantato il potere politico della Nazione, si ripromette di frantumarla sotto i suoi colpi già predisposti; da questo momento incomincia veramente l’ultimissimo periodo di attività della coppia facinorosa, la quale affrettando la distruzione e la dispersione dei fattori economici della Nazione e quindi la caduta irrimediabile di essa nel baratro già predisposto, affretta insieme la risurrezione dei valori più puri della stirpe che la trarranno a salvamento.
E scendendo all’esame di tutta la legislazione fiscale dell’ultimo periodo Giolittiano ci vien fatto di domandare a noi stessi se egli, il Ricostruttore, abbia mai capito niente, in materia economica e finanziaria; se quel programma fu potuto concepire da mente italiana o da nemici giurati dell’Italia che quel programma ebbero l’abilità di preparare per la perdizione nostra.
Ed ecco messer Giolitti all’opera; via via che l’Alta Banca gli passava gli ordini, egli fedelmente ed alacremente ad eseguirli, sicuro della approvazione del suo branco di pecoroni, abituati a vedere nel Parlamento italiano nessun altro Dio avanti di loro che Giolitti, adusati per la lunga consuetudine ad ubbidirlo senza discussione, abituati a considerarlo l’arbitro della loro sorte elettorale!
La grande arte politica di Giolitti è stata sempre quella di raggiungere i propri fini, o quelli dei suoi padroni che fa lo stesso, attraverso la creazione di apposita legislazione (quand’anche si fosse trattato di raggiungere o perseguitare un solo uomo egli trovava sempre modo di fare una legge ad hoc), per rivestire di legalità la propria azione e mascherare col polverino del bene pubblico i propri fini ignobili; mentalità di antico burocrata: salvare la pratica.
L’Italia aveva vinta la guerra perché troppi ribelli vi furono all’accerchiamento dell’Alta Banca, troppe iniziative indipendenti dall’azione di governo si svilupparono e concorsero efficacemente a salvare la Nazione, compromettendo però il programma della finanza internazionale; questi ribelli bisognava punire, queste iniziative occorreva far scomparire dalla circolazione, il dominio assoluto ed incontrastato dell’Alta Banca doveva essere ristabilito a prezzo della servitù economica d’Italia; l’uomo adatto c’era, ed allora subito all’opera.
XI Nominatività dei titoli
Per l’ingenuo popolo italiano, per il più ingenuo Parlamento italiano, il grandioso provvedimento escogitato dalla inesauribile e previdente scienza economica e finanziaria del padrone d’Italia, di Toeplitz, pardon, di Giolitti, doveva rappresentare niente più che la rete dalla quale più non potessero sfuggire i contribuenti italiani, che, secondo Giolitti, frodavano il fisco… investendo in titoli i loro capitali ed i loro risparmi. E perciò la legge era presentata in veste patriottica, in quanto tendeva a raggiungere quelli che disertavano il loro dovere di contribuente, e perciò doveva contribuire al risanamento ed al pareggio del bilancio, poiché unico sistema per bilanciare… i bilanci era ritenuto quello di aumentare le entrate; aveva quindi la legge un profondo contenuto demagogico, in quanto attraverso essa si poteva compiere il rastrellamento dei recalcitranti che, fiduciosi nelle promesse dei governi precedenti, avevano versato allo Stato i propri risparmi avendone in cambio titoli su cui era garantita la esenzione da qualsiasi contributo. E poiché, così ragionava Giolitti o chi per lui per il pubblico, quelli che hanno comprato titoli sono proprio quelli che dovevano nascondere il proprio patrimonio e volevano sfuggire al loro dovere di contribuenti a danno degli altri cittadini tutti, ecco la legge adatta a scovare questi ignoti ricchi e costringerli a dare anch’essi il loro contributo per sanare il bilancio statale; e giù gli applausi della platea che beveva grosso e digeriva meglio.
Questo è quanto è stato detto a suo tempo, approssimativamente, da quei famosi gazzettieri che inneggiarono al programma ricostruttivo dell’onnipotente e sempre vegeto buon diavolo di Giolitti.
Costoro ritenevano in buona fede che gli effetti deleteri non dovessero mai constatarsi, e che una volta constatati non si sarebbe mai fatta l’analisi, in base ai risultati visibili della legge imposta al supino servidorame in abito di… parlamentari, dei motivi che fecero concepire una tale legge… ricostruttiva e degli interessi che con essa se ne sarebbero avvantaggiati.
Armati di questa legge, come fosse la lanterna di Diogene, partirono i compari, quelli del Governo e quelli dell’Alta Finanza, alla ricerca delle ricchezze nascoste, ed effettivamente trovarono quel che cercavano.
Vogliamo ricordare un po’ quello che trovarono questi signori, in contraddizione al fine espresso, ma in corrispondenza al fine recondito? I titoli pubblici falcidiati nelle loro quotazioni; il risparmio ed il capitale, completamente sfiduciati ed ingannati nella fede prestata ai poteri governativi, disertarono il mercato dei titoli che si appesantirono perché crescevano le offerte senza trovare copertura; fuggi-fuggi di capitali esteri dall’investimento in titoli italiani di qualsiasi specie; evasione di capitali italiani all’Estero; tracollo dei cambi e svilìo della moneta nazionale; rarefazione di circolante; tesaurizzazione; diminuzione dei depositi alle banche; conseguente diminuzione di sovvenzionamenti alle industrie e riluttanza assoluta agli investimenti industriali; riduzione del credito e conseguente arresto del commercio.
Che più? La messe delle conseguenze e degli effetti fu copiosa, e corrispose esattamente agli intendimenti di chi suggerì la legge.
Panico, disordine, recisione dei tendini alla economia nazionale. Chi beneficiava di tale stato di cose? La Banca disonesta ed antinazionale. Tutte le più avventate e rischiose speculazioni finanziarie possono compiersi a colpo sicuro in un ambiente finanziariamente disorientato e disordinato; speculazioni al ribasso sui titoli, speculazione sui cambi, aggiotaggio sui titoli industriali, acquisto a vile prezzo ed incameramento di aziende pericolanti e svalorizzate per effetto del panico e disordinate – e pur aventi un valore intrinseco di impianti, di avviamento, eccetera -; e ciò che per non parlare delle operazioni più importanti e più appariscenti, omettendo di parlare degli speciali ricatti che in tali condizioni l’Ente finanziario, la Banca può esercitare e contro aziende industriali e contro lo Stato medesimo. Da questo quadro sintetico dei benefici… effetti che la … geniale trovata giolittiana per pareggiare il bilancio statale produsse alla economia nazionale, e di cui se ne risentono ancora oggi i danni, risulta evidente che, senza aver apportato alcun apprezzabile beneficio allo Stato ed al suo bilancio, la legge, appena annunziata, stroncò e polverizzò il credito del paese all’Interno ed all’Estero, paralizzò industrie e commercio, svilì i nostri valori, arrestò la produzione, disorientò il capitale dalla sua funzione produttiva facendolo ricorrere alla tesaurizzazione! Se noi potessimo mettere gli occhi nei bilanci della Banca Internazionale degli anni 1920-21, certamente riusciremmo ad individuare i benefici che essa ricavò mentre tutto il Paese era danneggiato ed i suoi elementi vitali di produzione erano compromessi.
Poiché l’Alta Banca si proponeva di compromettere l’economia nazionale, ed aveva a sua disposizione un governo asservito che ne eseguiva gli ordini, lo scopo fu pienamente raggiunto, mentre le ricchezze nascoste non furono trovate. L’esito negativo dello scopo apparente ci autorizza a dedurre lo scopo recondito che fu raggiunto secondo l’aspettativa, e questa deduzione è tanto più giustificata quando si consideri la qualità delle persone che agivano, quelle alla ribalta e quelle dietro le quinte, e la intima relazione che fra di loro correva, di vassallaggio delle prime alle seconde, come ne daremo più esauriente dimostrazione.
XII. Sopraprofitti di guerra
Con la legge sulla nominatività dei titoli si perseguirono e si raggiunsero fini di indole generale; la svalutazione della economia del Paese, il disorientamento ed il deprezzamento del mercato, lo svilìo dei valori nazionali.
Con la seconda geniale trovata, la legge sui sopraprofitti di guerra, si perseguirono scopi particolari ed individuati in precedenza; la persecuzione e la distruzione delle industrie di guerra, che dovevano essere punite per aver contribuito, senza essere invitate, alla resistenza ed alla vittoria; e quindi la svalorizzazione e la diminuzione della vittoria attraverso i suoi fattori principali.
È logico infatti che non poteva essere sopportato pacificamente dall’Alta Banca, già imperante, che industrie nazionali si fossero completamente sottratte al suo giogo, ed, agendo di propria iniziativa, avessero attraversato il suo programma disfattista fino a neutralizzarlo, fino a fornire all’esercito combattente, ed in gran copia, i mezzi bellici di difesa e di offesa contribuendo così tanto potentemente, come fattore principale, a quella vittoria che l’Alta Banca deprecava. Riacciuffato il potere politico da parte dei suoi agenti politici, era logico ed umano che questa grande potenza pensasse a trarne profitto ed a punire gli autori di tanto misfatto. Ed eccoci quindi logicamente alla legge sui sopraprofitti di guerra, mediante la quale agevole diventava la caccia alle singole aziende da colpire.
Sempre per il pubblico ingenuo si presentò ammantata di onestà e moralità una tale legge, poiché, si disse dagli autorizzati interpreti, non era onesto che mentre i nostri soldati giocavano la pelle per la difesa della Patria, chi era restato a casa a lavorare si fosse ingiustamente arricchito a danno della Nazione, approfittando delle favorevoli ed eccezionali circostanze. Ed il pubblico grosso ed ingenuo applaudì alla onesta trovata, contento e soddisfatto di aver trovato finalmente il difensore dei suoi interessi traditi. O santa ingenuità di popolo generoso! O perfido gesuitismo che su tale ingenuità faceva affidamento!
Le aziende e le industrie che si trasformarono per la guerra, che alla guerra dettero e dedicarono tutte le loro possibilità e le loro energie (e fra queste non ve ne fu una dipendente dalla Banca Commerciale), dovettero mettersi all’unisono con lo sviluppo dell’incendio guerresco e seguire le sempre più crescenti esigenze dell’Esercito combattente: e per mettersi quindi in condizione di produrre sempre di più, dovettero necessariamente sviluppare gli impianti preesistenti, provvedersi di nuovi impianti e di nuove installazioni, ed investire quindi tutti i capitali disponibili, quelli che potettero procurarsi col credito e quelli che guadagnavano, operando quindi trasformazioni di capitali in modo idoneo alla produzione che necessitava.
Tutto questo era necessariamente a conoscenza di chi ideò la infame persecutrice legge, sovvertitrice insieme della logica e della economia individuale ed industriale, e di chi se ne fece araldo per la promulgazione e l’applicazione; ed appunto perché tale stato di cose era a loro conoscenza, la legge fu ideata onde mettere in stato di forzato fallimento le industrie generose di guerra. Come potevano queste aziende già falcidiate nelle loro attività e nella loro potenzialità dalla legge sulla nominatività dei titoli (alcune videro i loro titoli scendere ad una quotazione quasi pari ad un ventesimo del loro valore di emissione!), restituire in denaro sonante quello che avevano investito per lo sviluppo indispensabile degli impianti? E ciò proprio quando il credito diminuiva, e tante altre cause determinate e create dalla politica interna demagogica del Governo contribuivano potentemente a paralizzarle ed a svilirle? Il brigante, in veste di governante, sapeva tutto ciò, e proprio per questo, armato della legge – che assumeva la forma di coltello assassino – puntava l’arma alla gola della vittima per spogliarla legalmente e poi gettarla esausta nelle capaci fauci del mandante, pronto ad accogliere le vittime della propria persecuzione sotto la sua alta protezione, protezione che equivale a padronanza.
Dei Mefistofele redivivi non sarebbero stati così acuti e così perspicaci nell’inventare lo strumento di tortura per le vittime designate!
E così una ad una le vittime predestinate furono raggiunte e caddero sotto la mannaia dei carnefici; le industrie e le aziende indipendenti furono prostrate al suolo, ché si agiva in forza di una legge! L’economia produttiva nazionale fu spezzata, e gli assorbimenti e le eliminazioni, a seconda della convenienza, seguirono ininterrottamente da parte della finanza dominatrice, pronta ad accogliere le vittime del sicario da essa armato.
E mentre tutte le nazioni belligeranti, vincitrici e vinte, attendevano febbrilmente al consolidamento ed allo sviluppo delle proprie industrie, e, con mirabile concordia di governi e di popolo, procacciavano nuove fonti di rifornimento e nuovi mercati alle loro attività economiche produttive, l’Italia sola fra tutte, che pur era tra le nazioni baciate dal sole della vittoria, con accanimento degno di miglior causa da parte dei suoi governanti, veniva gettata nel baratro economico, correva folle alla distruzione di tutti i suoi gangli economici in una insana voluttà di sommersione e di distruzione; tanto potè l’onnipotente dominio della finanza internazionale operante ai danni dell’Italia, tanto potè la forza corruttrice della sua rappresentante nel Regno, della Banca Commerciale Italiana, che vide così realizzato integro il suo programma di distruzione economica e di servaggio finanziario e politico della Nazione nella quale è stata posta dall’Alta Finanza ad operare, a cospirare, a trafficare, a corrompere!
* * *
Parallelamente a questa speciale legislazione tendente alla svalorizzazione dei fattori della vittoria e della economia, veniva messa in atto una pressione fiscale che completava l’opera di distruzione; nuovi balzelli vennero creati ed applicati, inaspriti fino all’esasperazione ed all’inverosimile quelli preesistenti, talché si mirò – ed in ciò concorreva naturalmente anche la politica interna a base demagogica in armonia con la politica economica e finanziaria – alla distruzione dei più elementari principi di ordine, alla eliminazione ed all’annullamento della proprietà e di tutte le attività produttive, al sovvertimento dei valori, alla disperazione.
Un piano infernale mefistofelicamente concepito, e mirabilmente attuato in tutti i suoi dettagli, con esatta percezione degli effetti deleteri, deprimenti e distruttivi che si ripromettevano e gli autori e gli esecutori, i primi al servizio degli interessi internazionali contro la Nazione, ed i secondi al servizio dei primi! Ed il buon pubblico italiano, ubriacato dalle parole dei corrotti gazzettieri, applaudiva alle trovate della troupe politica-bancaria, insieme congiurante ed operante ai danni del Paese. Il risveglio venne, e fu amaro; e fu ventura che in limine precipitii l’Italia trovò il forte e sereno nocchiero che le occorreva perché le ferite prodottele dai suoi sicari non la traessero a morte definitiva.
XIII. Commissione d’inchiesta sulle spese di guerra
Se con la legge sulla nominatività dei titoli si picchiava furiosamente sull’economia generale del Paese, se con la legge sui sopraprofitti si perseguitavano aziende ed industrie che avevano fedelmente servito il Paese, con la istituzione della Commissione d’Inchiesta cominciò la selvaggia caccia all’uomo.
Questa trovata superò tutte le altre per efferatezza, per mostruosità, per infamia per camorra!
Una campagna abilmente condotta per preparare il terreno alla favorevole accoglienza del pubblico, e solleticante la velleità e la morbosa curiosità degli scandali, compiuta dai soliti agenti e manovratori dell’Alta Banca, cominciò a sussurrare di abusi commessi dai fornitori dello Stato durante la guerra, riuscendo a gettare il discredito, la diffidenza e peggio verso enti industriali, aziende e persone che erano e dovevano essere vanto ed orgoglio della Nazione.
Preparato il terreno si buttò il seme, in veste di commissione di inchiesta materiata di moralità e con mandato di epurazione e di recuperi fantastici quanto inesistenti, che doveva generare e fruttare largo e dovizioso bottino a chi ne aveva ispirata ed imposta la creazione.
È storia di ieri, ed è presente alla memoria di tutti la composizione di questo mostro, come sono presenti e ben vive le nefandezze compiute e le deleterie conseguenze.
La Commissione, che nessun appellativo sarebbe sufficiente a definire, fu composta di cospicui rappresentanti del Giolittismo e di emeriti affiliati e dipendenti della Banca Commerciale.
La sola sua composizione dice tutto il programma che era affidato al mostro. A favore dei particolari fini della Banca Commerciale rappresentante autorevole della distruzione economica italiana, furono compiuti i più bassi servizi dal servidorame annidato nella Commissione; dalla calunnia alla spoliazione, dall’aggressione al ricatto, quando direttamente, quando a mezzo di prezzolati sicari in veste di bene informati; e questi servizi fruttarono pingue bottino alla Banca Ebraica.
Come assolse infatti il suo compito la Commissione? Quale fu il suo programma?
A somiglianza degli agenti delle imposte la Commissione, invasata di fiscalismo a tutti i costi, tassò con cifre fantastiche le vittime designate.
I Tribunali d’Inquisizione agivano contro i denunziati dagli anonimi o dalle spie e pur condannandoli in pectore prima che fosse celebrato il giudizio, assolvevano almeno la parvenza delle formalità, consentivano una difesa, sia pure limitata se pure usavano la tortura per ottenere che la vittima predestinata si dichiarasse colpevole anche se innocente!
La Commissione d’Inchiesta, composta di novelli Torquemada, era superiore a tutte le formalità, e per le vittime non erano previste e consentite formalità di sorta.
Indicata alla Commissione la nuova vittima dal binomio Giolitti-Toeplitz, la procedura era semplice e sommaria. Nessuna indagine, nessuna contestazione, nessun elemento di fatto, niente diritto alla difesa, non occorreva neanche sentire l’interessato; o si fissava ex abrupto in una cifra insensata il presunto indebito arricchimento da recuperare; o si minacciavano a danno del prevenuto rivelazioni insussistenti e calunniose; o i bene informati, poliziotti al servizio privato in un tempo della Commissione, di Giolitti e di Toeplitz o Fenoglio, in veste di emeriti… giornalisti, ricattavano i prevenuti; o si additavano alla opinione pubblica come ladri del denaro pubblico persone ed aziende che meritavano invece la riconoscenza nazionale.
Duplice fu lo scopo raggiunto dalla Commissione, ignobile strumento di tortura, di danno e di distruzione in mano della camorra politica imperante e della finanza traditrice dominante, alleate ai danni del Paese.
Non si poteva dal binomio disfattista compiere impunemente opera di oltraggio verso i morti per la salvezza d’Italia, per non urtare contro il sentimento umano più comune e più naturale; il rispetto verso i morti; ma si infierì verso i vivi che pure avevano ben meritato della Patria!
Esaminando i risultati dell’opera della Commissione non mai abbastanza lodata, troviamo la giustificazione del nostro asserto e possiamo individuare e precisare i fini perseguiti.
Chi furono i colpiti dall’opera della ignominiosa Commissione?
In due anni di vita la Commissione non ebbe tempo che di occuparsi di tutte le persone, le aziende, le industrie a capitale e carattere nazionale, indipendenti, di quegli enti che non avevano e non volevano avere rapporti con la finanza dominante, di quelle industrie che avevano saputo trasformarsi con audace iniziativa e diventare con la loro produzione il principale fattore della vittoria e quindi della salvezza della Patria; in una parola la Commissione perseguitò solamente, in un forsennato e cieco furore di bottino e di distruzione, tutti i valori economici che appartenevano e facevano capo al gruppo finanziario opposto alla Banca Commerciale.
Non furono menomamente disturbati i Signori Caproni, Agnelli e simile gente, i quali erano salvaguardati dalla potente protezione della Commerciale, che governava l’Italia; i Governi democratici dipendevano da lei, e da Piazza della Scala si prendevano gli ordini!
L’opera della Commissione infine completò, come il legislatore si era proposto, la distruzione e la dissoluzione che era cominciata con gli altri provvedimenti fiscali e finanziari e col demagogismo; i valori economici e produttivi della Nazione, che erano un prodotto della guerra e che l’economia del Paese aveva acquistati, furono dispersi, annientati, annullati; uomini che meritavano la riconoscenza nazionale per il loro concorso potente ed efficace al conseguimento della resistenza e della vittoria furono liquidati; aziende furono svalorizzate e poi inghiottite; industrie che dovevano costituire i nuclei della produzione economica, e che l’Italia aveva l’obbligo di custodire e di tutelare per i grandi servigi da esse resi, furono paralizzate, svilite, stroncate, oppresse, distrutte moralmente e materialmente.
I ladri veri, i traditori, i disfattisti e peggio restarono impuniti ed irraggiungibili; su di essi vigilava potente il braccio che arrivava dappertutto, quello della Banca Internazionale.
E la Commissione chiuse la sua brillante e gloriosa carriera quando i valori economici nazionali, individuali e collettivi, furono sovvertiti, quando la parte sana del Paese fu sommersa e la parte marcia restava padrona delle rovine, che rappresentavano però ancora opime spoglie per l’insaziata voglia dei feroci coccodrilli!
Le gesta della banda politico-bancaria sarebbero continuate per un pezzo ancora, se non fosse stata disturbata dall’avanzata dell’ondata purificatrice, dall’assalto delle forze più pure e più sane della Nazione. La banda politica fu sbalzata di sella, quella bancaria è rimasta in forze, è in agguato: sbalzeremo anche quella e neutralizzeremo la sua caparbia e nefasta opera di distruzione economica.
XIV. Il waltzer bancario in Italia
Come quasi tutti gli altri ritrovati della perfezione umana nel campo della scienza pura e sperimentale, nel campo delle lettere e delle speculazioni filosofiche, anche la scienza bancaria nacque in Italia.
I banchieri genovesi e soprattutto i fiorentini iniziarono il lavoro bancario, e furono apprezzati maestri agli altri popoli. Nell’epoca contemporanea l’attitudine e l’abilità bancaria è restata soltanto agli stranieri, almeno così si pretende, e gli italiani sono divenuti i discepoli in una scienza che è pura loro emanazione: i maestri attuali però sono degeneri dei loro precursori: i banchieri italiani erano caratterizzati dalla loro onestà ed erano apprezzati universalmente per la loro correttezza: i banchieri che l’internazionale finanziaria ci manda per deliziarci si distinguono per la disonestà, l’arrembaggio, la corruzione, per la deformazione dell’attività e della funzione bancaria.
* * *
L’internazionale finanziaria sa adattare la sua azione agli ambienti che si propone di coltivare e di sfruttare a proprio profitto, e sa utilizzare le risorse del Paese in cui va a svolgere la sua attività, risorse materiali e morali, collettive ed individuali.
In base a tale sapiente adattamento all’ambiente noi troviamo: in Germania l’opera d’invasione, di asservimento e di concentrazione è affidata alla industria, la quale, solleticando e favorendo la velleità di dominio e supremazia industriale del popolo tedesco, favorita ivi anche dalla disponibilità delle materie prime e quindi dalle possibilità del maggiore sviluppo industriale, si impadronisce delle banche, della stampa e dei poteri pubblici, e domina e controlla l’azione politica: in Italia, povera e priva affatto di materia prime, povera altresì di capitali, e di energie produttive limitate, l’opera è affidata invece alla Banca. Da noi è la Banca che, solleticando le velleità politiche degli uomini mediocri, inconsapevoli ed inclini a delinquere ed aiutandoli a conquistare il potere politico, si impadronisce delle industrie, del commercio nazionale, della stampa, assolda al suo servizio uomini politici e governi, e compie la penetrazione, e consegue l’asservimento economico e politico ai fini internazionali.
In un paese come l’Italia, dove lo industrie sono forzatamente limitate per il difetto di materie prime, il commercio estero segna uno sbilancio della importazione sulla esportazione per la deficiente produzione agricola, la principale ricchezza è costituita dalla valuta estera mandata dagli emigranti e portata dagli stranieri, il debito pubblico sempre in aumento, la valuta nazionale difficilmente difendibile, le passioni politiche ristrette a personalismi: dove manca una visione d’assieme dei grandi problemi politici interessanti la Nazione, dove la legislazione bancaria consente alle banche la più sfrenata libertà di azione, all’attività della Banca si presenta una ricca e promettente messe di risultati economici e politici.
La Banca in grande stile organizza anzitutto la raccolta di depositi, e per fare ciò penetra dappertutto con l’opera di propaganda e di gran cassa, convogliando nelle sue mani il risparmio nazionale; in un paese a forte emigrazione, come l’Italia, cerca di raccogliere nelle proprie mani il lucroso servizio delle rimesse degli emigranti (per il quale servizio consegue un doppio utile: valuta e differenza di cambio); può liberamente lavorare sui titoli di Stato; lavora egregiamente sui cambi; si organizza e sviluppa in tutto il paese, in modo da conoscere tutti i bisogni locali delle varie regioni: con le sue operazioni attive si mette in grado di regolare lo sviluppo delle industrie e dei commerci, cointeressandosi o prendendone addirittura la padronanza: in definitivo la Banca, la grande Banca per la sua multiforme attività è in grado di controllare tutta la economia nazionale, e quindi di agevolarla o danneggiarla, ed attraverso il dominio dei fattori economici giungere facilmente al controllo dell’attività politica, che può secondare o paralizzare, a seconda che la Banca abbia o no lo stesso programma politico dei governi, a seconda che domini o sia dominata da essi, a seconda che sia amica o nemica di essi.
Questa è una verità incontrovertibile, poiché la Banca è l’organismo finanziario, che, secondo i nostri ordinamenti, si impossessa della economia nazionale e si pone in grado di affiancare o combattere l’azione governativa in tutti i campi: il potere finanziario è il logico e giusto completamento del potere politico, fino a quando quest’ultimo non si fa soverchiare ed asservire, come è avvenuto in Italia durante la dominazione cosiddetta democratica o liberale di sinistra.
E la grande Banca non può prescindere dal considerare e valutare l’azione politica del Governo, così come il Governo, qualunque esso sia, non può prescindere dalla collaborazione indispensabile degli enti finanziari.
E difatti: la Banca deve orientare la sua attività a seconda del programma del Governo in politica interna, estera ed economica, salvo che, servendo interessi antinazionali, debba orientarsi contro la politica dei governi nazionali; d’altra parte qualsiasi governo ha bisogno della collaborazione degli enti finanziari per la esecuzione della sua politica. Sia che il Governo debba promuovere accordi diplomatici e commerciali all’Estero, sia che debba difendere la valuta del Paese, sia che debba procedere ad operazioni finanziarie nell’interno del Paese ed all’Estero (emissione di prestiti, debito fluttuante, eccetera), sia che debba promuovere la intensificazione della produzione, sia che debba provvedere alla tutela ed alla difesa delle industrie nazionali, sia che debba emanare provvedimenti fiscali e provvedimenti relativi al credito, sia che debba promuovere nuove vie di penetrazione economica, sia che debba promuovere la messa in valore delle Colonie, in ogni caso e sempre non può e non deve prescindere dalla collaborazione finanziaria degli enti bancari, nei quali è concentrato il movimento finanziario ed economico. Quando tale collaborazione manca si verificano le situazioni anormali: o il Governo è asservito al potere finanziario e non si possono allora tutelare e perseguire gli interessi nazionali ma soltanto interessi particolari della finanza dominante; o la finanza è in stato di contrasto col Governo, ed allora il programma e l’opera governativa saranno insidiati e neutralizzati dall’azione negativa e contraria che eserciterà la finanza.
Premesse queste considerazioni di indole generale, e che serviranno a darci la spiegazione dei fatti svoltisi in Italia in questi ultimi tempi di dissoluzione, passiamo in rassegna gli avvenimenti ed i fasti bancari che ci hanno deliziati.
* * *
Con lo scandalo della Banca Romana, e con la fuga del messia Giolitti a Berlino, comincia la cosiddetta èra bancaria italiana.
Verosimilmente Giolitti a Berlino viene avvicinato dai rappresentanti dell’Alta Finanza Internazionale, e Giolitti mette al corrente costoro della situazione bancaria, finanziaria e politica italiana. Giolitti riesce a dimostrare di essere soltanto un perseguitato ingiustamente, di essere un galantuomo, di essere un potent’uomo, di godere un grande prestigio ed una grande autorità politica e manifesta propositi di rivincita e di vendetta contro coloro che lo hanno disconosciuto e lo hanno costretto a cercare rifugio a Berlino. Gli altri mangiano la foglia, comprendono di avere sotto mano l’uomo che fa per loro, ed il patto è stretto: l’Alta Finanza aiuterà Giolitti a dominare politicamente l’Italia; Giolitti si presterà, sempre nei limiti della legalità s’intende, a favorire il dominio economico dell’Alta Finanza Internazionale in Italia.
Per il Signor Giolitti dominio economico e politico sono due termini indipendenti: oh genio del grande uomo di Stato, che non è mai arrivato a comprendere che chi possiede il dominio economico possiede anche quello politico, e che non si può essere politicamente indipendenti se non si è economicamente indipendenti. Ma non c’è da meravigliarsi: il grande statista è capace di questo e di ben altro.
Udite!
Dopo breve tempo, ecco sorgere in Italia una Banca Commerciale, una grande banca formata con capitali quasi esclusivamente tedeschi, nel cuore economico d’Italia, a Milano, dove sono concentrate le maggiori attività industriali e commerciali italiane. Per quanto la Germania fosse alleata dell’Italia, pure questa invasione improvvisa avrebbe potuto suscitare una poco gradevole impressione: il fine apparente è subito trovato per mascherare quello recondito ed effettivo.
In quei giorni non correvano buoni rapporti, come spesso accade fra congiunti stretti, tra le due sorelle latine, e si diceva pure che il Credito Italiano fosse alla dipendenza della finanza francese per dominare l’Italia e quindi strapparla alla Triplice. Epperò la potente alleata Germania, per solo generoso sentimento di altruismo e di alleanza, allo scopo di neutralizzare la influenza francese sul mercato italiano ed allo scopo altresì di aiutare il movimento economico e finanziario italiano, si privava di alquanti suoi capitali e li metteva al servizio dell’Italia per ristabilire l’equilibrio e per affrancare l’Italia dalla soggezione finanziaria straniera. Ben trovato: gli italiani bevvero grosso, e tutte le loro simpatie andarono alla nuova istituzione, così promettente di benefizi alla economia ed alla prosperità nazionale. Vedremo subito in che si concretarono i benefizi promessi e sperati.
La Germania alleata veniva a risollevare le sorti economiche d’Italia; la finanza internazionale, col passaporto tedesco, veniva ad incatenare economicamente l’Italia ed a prostituirla politicamente.
Fornita di mezzi finanziari potenti, provenienti dall’Internazionale Finanziaria, la nuova Banca si mise subito all’opera. Comprese subito la psicologia del popolo italiano e dispose gli specchietti per le allodole. Installatasi superbamente nella capitale lombarda, fu subito larga di credito, ché se la Banca di nuova istituzione non dà la dimostrazione di disporre di disponibilità non riscuote la fiducia dell’ambiente per la raccolta dei depositi fiduciari, e provvide quasi fulmineamente al suo sviluppo nei principali centri di produzione della penisola: una buona campagna di stampa accompagnava la nascita dell’Istituto e ne favoriva lo sviluppo. Quindi la Banca Commerciale cominciò la sua opera di invasione in tutto il movimento industriale e commerciale.
Quando già regolava essa sola buona parte del commercio nazionale, controllava alcune industrie, altre tutte sue ne istituiva, volse la sua attenzione alle altre banche.
Non le fu difficile accordarsi subito col Credito Italiano, che aveva etichetta francese e capitali provenienti anch’essi dalla finanza Ebraica Internazionale, e stretto con esso un patto di alleanza se lo assicurò al suo seguito: da quel momento la collaborazione fra le due banche ebraiche fu completa, la Commerciale al posto di comando, il Credito Italiano buon secondo nella esecuzione del programma affidato loro dalla finanza Internazionale.
Non vi fu più campo o attività che loro sfuggisse. Si impadronirono dell’unica ricchezza mineraria esistente in Italia, il mercurio e la monopolizzarono; cantieri navali, compagnie di navigazione, compagnie di assicurazioni, industrie elettriche ed idroelettriche, industrie tessili, case editrici, stampa, nessuna attività economica, nessun fattore economico o politico sfuggì più all’accerchiamento, alla corruzione, all’asservimento.
Teneva il campo però anche il Banco di Roma, forte di duecento milioni di capitale, forte di tradizione, ben sostenuto, e con programma perfettamente volto ai bene intesi interessi nazionali, sebbene la finanza avversaria, buon’alleata della Massoneria (altro bubbone italico), a corto di altri argomenti, lo facesse dipingere come un Istituto settario, emanazione del clero, del Cattolicismo intransigente, del Papato!
Questa balorda campagna di svalutazione non bastò a distogliere l’affezionata e fedele clientela dell’Istituto preso di mira, non bastò a scuotere la sua potenzialità come fattore finanziario del Paese, come non bastò a far decampare il Banco di Roma dal suo programma e dalla sua azione italianamente intesa. Rappresentava perciò per la Banca Ebraica un concorrente indesiderato sul mercato finanziario italiano che essa voleva tutto per sé, e questa, simulando il suo contrattempo, era all’agguato in attesa del momento e dell’occasione favorevole per eliminarlo.
L’occasione propizia si presentò, ed il factotum Giolitti, col quale esisteva il Patto di alleanza e mutua assicurazione stipulato a Berlino, entra in scena al servizio della Commerciale e recita la sua commedia. Ed ecco come.
Eravamo alla guerra libica, nel 1911, e l’Esercito Italiano avanzava ed estendeva l’occupazione della Colonia, se pure lasciava dietro di sé popolazioni indigene ribelli e non dome, e via di ritirata non assicurata. L’Alta Finanza Internazionale aiutava la resistenza beduina e senussita contro l’Italia, e sapeva che la conquista italiana non era destinata ad essere stabile, almeno in un primo tempo e per un lungo periodo di anni: del resto tutta la storia, da Roma in poi, c’insegna che le conquiste coloniali non si compiono di colpo, ma molto lentamente e dopo una lunga teoria di anni, con alternative di avanzate e di arretramenti, di conquista e di abbandono. Ciò era a conoscenza intuitiva della Banca Commerciale ed a conoscenza diretta per la sua comunione e dipendenza dall’Alta Banca Internazionale che alimentava l’opposizione e la resistenza alla conquista italiana: ciò doveva anche sapere un uomo di governo, l’esimio sig. Giolitti, che ha sempre ostentate delle virtù e della sapienza politica mai possedute. Ma i due compari si vestono di ingenuità e di buona fede, e così armati partono in campagna contro il Banco di Roma, inconsapevole del tranello che gli si tendeva.
Quando ancora le truppe stentatamente procedevano alla contrastata occupazione, quando questa non era ancora non stabilizzata, ma neanche assicurata, il Governo di Giolitti rivolge invito a tutti gli Istituti Finanziari del Paese, e specialmente alle banche di depositi, di accompagnare l’avanzata e l’occupazione militare con la penetrazione economica per la valorizzazione della Colonia, desiderando che, come ritenevasi politicamente opportuno, l’azione economica si sviluppasse di pari passo con l’azione militare per la più pronta sottomissione degli indigeni, i quali avrebbero apprezzato il beneficio che a loro arrecava l’occupazione italiana. Come sempre, la giustificazione all’inganno che si compiva era trovata ed appropriata e convincente. Ed il Banco di Roma cascò nella trappola che gli era stata tesa con arte gesuitesca.
Tutte le tre banche di deposito approvarono la profonda politica governativa, e dichiararono di aderire al desiderio del Governo.
Armiamoci ed andate!
L’invito fu loiolescamente rivolto a tutte le banche: fu simulata la calorosa adesione della Banca Commerciale e del suo satellite Credito Italiano. Soltanto il Banco di Roma sinceramente accolse l’invito e poiché già da un anno si trovava a Tripoli, indottovi dallo stesso Governo, iniziò l’espansione nell’interno, seguendo l’occupazione militare.
Quivi impiegò milioni e milioni, e fu imprenditore edilizio e di opere di pubblica utilità, e fece impianti, ed esercitò il credito agli indigeni, e portò, per invito e per incarico del Governo di Roma, il denaro alla popolazione indigena che era tutt’altro che entusiasta del nuovo padrone, e profuse, sempre per conto del Governo di Roma, capitali e capitali per ricompensare il popolo conquistato dei tradimenti e degli agguati tesi giorno per giorno all’esercito conquistatore, onde giungere attraverso i benefizi economici elargiti alla più pronta sottomissione. Questi capitali sarebbero stati fruttiferi in seguito. Ma il Banco di Roma si accorse subito di essere solo: gli altri amici erano restati a casa. Che importava? Egli aveva sempre perseguito finalità italiane nella sua attività finanziaria, ed aveva accolto patriotticamente l’invito governativo e sinceramente operava.
Che avvenne?
Null’altro che quello che dai sozii era stato previsto e calcolato.
L’Esercito Italiano dovette un bel momento abbandonare quasi tutta la Colonia e ridursi al possesso effettivo della sola città di Tripoli: quindi tutti i capitali impiegati dal Banco di Roma nella Colonia restarono in mano… degli indigeni, non erano più recuperabili, dovevano essere segnati al conto… perdite! Era il disastro!
Il Banco di Roma vede il baratro sotto i suoi piedi, vede compromessi anni ed anni di onesto lavoro e compromesso tutto il suo prestigio, compromessa la sua stessa esistenza, e si rivolge al Governo.
Voi – dice al Governo – mi avete incitato ad andare a… conquistare finanziariamente la Tripolitania, e mi avete assicurato che la conquista militare era già stabile, e che nessun rischio straordinario si correva. Io soltanto ho aderito al vostro incitamento: sono andato solo in Colonia, mentre le… altre hanno applaudito e sono restate a casa, e vi ho impiegato tanto capitale: poiché, contrariamente alla vostra assicurazione, l’occupazione non è stata stabile, con l’abbandono della Colonia da parte dell’Esercito io ho perduto, dico perduto, irrimediabilmente tutto il capitale colà impiegatovi, e ciò mi mette in serio imbarazzo e compromette la mia stessa esistenza. Voi – signor Governo – dovete indennizzarmi perché ne avete l’obbligo: io, Banco di Roma, non sarei andato così precipitosamente a… conquistare la Tripolitania senza il vostro categorico invito e le assicurazioni vostre!
Il Governo… tace, e fa soltanto segni di diniego.
Come – replica il Banco di Roma – non avete invitato voi le banche a recarsi in Tripolitania, e non avete assicurato anche che nessuna alea straordinaria si affrontava perché l’occupazione militare era già definitiva e sicura?
Il Governo ammette.
Ed allora? Ansiosamente il Banco di Roma.
Scrollata di spalle da parte del Governo.
Sicché io – dice il Banco di Roma – devo essere sacrificato per aver spiegata opera patriottica, per aver accolto… solo, il vostro invito?
Il Governo dichiara che nel caso in esame si tratta soltanto… di un affare privato, che lo Stato non può intervenire, deve disinteressarsene!
Il Banco di Roma vacilla, comprende finalmente il complotto tramato ai suoi danni, e constata che la sua buona fede lo ha tratto a rovina!
Doveva completamente scomparire, questo era il fine perseguito dal Governo e dalla Banca Internazionale, mandandolo in Libia.
Il Banco di Roma raccolse tutte le sue energie, misurò la voragine, si autoamputò coraggiosamente, pur di vivere mutilato anziché morire definitivamente.
Riuscì il Banco di Roma per puro miracolo a mantenere il campo, ma dovette svalutare il proprio capitale, e da duecento milioni si ridusse a soli settantacinque milioni di capitale! Restava un grande organismo con mezzi esigui, non poteva più contare nelle competizioni finanziarie, lo scopo era raggiunto! Il Governo mefistofelicamente sogghignava, la Banca Commerciale gongolava: l’indesiderato ed incomodo Istituto Finanziario, prettamente italiano, era ridotto quasi cadavere, tutto il più importante movimento finanziario restava soltanto in mano della Banca Ebraica, che vedeva anche accresciuta la fiducia del pubblico in lei che aveva avuta l’accortezza di sfuggire il pericolo che la Banca caduta aveva così… ingenuamente affrontato!
* * *
E per parecchio tempo quindi il campo finanziario fu tenuto incontrastato dalla Banca Commerciale, la quale, debellato il concorrente che non aveva voluto cadere sotto il di lei dominio, si dette a completare la sua opera di conquista economica della Nazione: aumentò i propri capitali, si irrobustì, si ingigantì, nuove industrie caddero sotto il suo diretto controllo, tutta l’Italia era invasa dei prodotti tedeschi, gli affari andavano bene e la Borsa Ebraica si riempiva tranquillamente ed incontrastatamente a spese del popolo italiano.
Nel 1915 ha inizio il secondo atto della vita bancaria italiana.
Alcuni uomini politici non appartenenti al servidorame giolittiano, alcuni uomini della finanza e dell’industria italiana non asserviti alla finanza internazionale attraverso la Banca Commerciale, quando già si delineava all’orizzonte europeo la grande conflagrazione armata e sul cielo d’Italia la parte che la Nazione avrebbe dovuto prendervi, constatarono melanconicamente che la finanza italiana era tutta accentrata in una sola banca e non italiana né di sangue né di sentimento né di programma, e che tutto il movimento economico nazionale dipendeva da essa.
Fatta tale constatazione, viene decisa rapida l’azione.
Si tendeva ad un fine altamente nazionale, e non se ne fece mistero: si lavorò apertamente, non all’ombra: si voleva affrancare il movimento finanziario, e quindi economico, italiano dalle banche straniere.
E sorse modesta, ma pronta e veloce alla corsa verso i maggiori destini, la Banca Italiana di Sconto.
Questa è soltanto storia recentissima, e non occorre indugiarci.
I migliori uomini della scienza, dell’aristocrazia, della finanza, dell’industria, della politica, tutti uomini liberi ed italiani, si misero alla testa del movimento, ed il nuovo Ente si ingigantì così rapidamente da dare l’impressione di essere nato già adulto e possente. Portò il suo capitale da quindici a trecentoquindici milioni di capitale, procedendo per tappe, in breve tempo: seppe organizzarsi tecnicamente svelto e poderoso, si sviluppò rapidamente all’interno del Paese e all’Estero, accentrò nelle sue mani più di cinque miliardi di depositi, si interessò a tutte le forme dell’attività economica italiana e ne curò lo sviluppo e l’affermazione, seppe imporsi all’attenzione ed alla considerazione nei mercati finanziari all’Estero, seppe riscuotere la fiducia, le speranze e l’ammirazione del mercato italiano, si mise risolutamente alla testa del movimento finanziario di emancipazione dallo straniero, manifestò apertamente tale programma, si fece araldo della bandiera puramente e prettamente italiana e si affermò superbamente.
Dall’altra parte si guardò e si osservò attentamente ogni passo: si vide diventare gigante il pigmeo, valanga la molecola, si constatò il pericolo, lo si segnalò alla robusta ed inesauribile finanza internazionale e cominciò la lotta subdola e di agguato: il duello era dichiarato.
Si giunse alla guerra. Si affermarono subito le tendenze dei due gruppi finanziari: neutralista la Commerciale, interventista la Banca di Sconto.
Sconfitta sul terreno politico la Commerciale, temendo di essere coinvolta e travolta nella sfortuna del suo agente politico, Giolitti, verso il quale si rivoltava l’indignazione del popolo italiano che aveva ritrovata la sua strada, abbassa per un momento le armi, rinfodera il suo programma politico e si appresta ad affilare le armi per portare la lotta nel campo puramente finanziario, lotta che condurrà a base di agguati e di corruzioni, di inganni e di falsità.
E durante tutto il periodo bellico e post-bellico l’azione della Banca Commerciale è volta unicamente a sovrastare ed a schiacciare il fanciullo-colosso nato improvvisamente e contrastargli il passo.
La lotta fu in principio apparente ed aperta, talché un intervento di governo si rese necessario. Si addivenne al famoso accordo interbancario, stipulato fra le quattro banche di depositi: l’accordo si basò su questioni d’indole affatto secondaria, e fu soltanto formale. Sostanzialmente continuò ininterrotta la lotta, non più aperta, non più appariscente, ma condotta sordamente, a base di manovre mal celate.
Nel periodo bellico si differenzia in modo eclatante l’azione ed il programma delle due banche avversarie: azione altamente e sinceramente nazionale da parte della Banca di Sconto: subdolamente antinazionale e sabotatrice quella della Banca Commerciale.
Durante la guerra: la Banca di Sconto si prodiga per il collocamento del IV Prestito Nazionale: mettendosi alla testa di tutte le altre banche; svolge decisamente tutta la sua azione per la resistenza; non lesina i finanziamenti all’industrie di guerra, e, sostituendosi quasi al Governo o per lo meno senza averne avuto incitamenti, polarizza tutte le sue forze verso le industrie che dedicano alla produzione bellica tutta la loro attività; si rende in ogni modo benemerita della Nazione che, nell’ambito della sua azione, servì fedelmente e con entusiasmo.
Sempre durante la guerra: la banca straniera boicotta e sabota il collocamento del IV Prestito Nazionale; svolge decisamente tutta la sua azione eminentemente disfattista, alimentando la campagna pacifista e sovversiva e finanziandola; finanzia industrie tornitrici di strumenti bellici, ma sabotatrici; si adopera in tutti i modi per il sabotaggio della guerra e della Nazione, facendo disarmare buona parte della Marina Mercantile da lei controllata o dipendente e rendendola inerte quando più urgeva la sua utilizzazione, limitando la produzione delle industrie da lei dipendenti, paralizzando il commercio da lei controllato, esercitando il contrabbando di guerra.
Giunge inaspettata la vittoria, che indispettisce i circoli disfattisti facenti capo alla Banca straniera, la quale anziché disarmare, si adopera subito attivamente per la svalutazione ed il sabotaggio della vittoria.
L’Italia inebbriata dalla vittoria non vede e non si accorge dei nemici interni che in agguato si apprestano alla riscossa, ed in un momento di smarrimento consegna ad essi il potere e la Nazione, della quale faranno strazio.
E nell’immediato dopoguerra si accentua ancora maggiormente la divergenza della linea politica dei due gruppi finanziari.
Per il collocamento del Consolidato, emissione 1920, mentre la Banca di Sconto si quota per una cifra colossale, e si moltiplica per coprirla interamente e vi riesce, ed il Banco di Roma l’accompagna adoperandosi entusiasticamente per superare la quota di collocamento per la quale si era impegnato, la Banca Commerciale, che pur aveva una organizzazione potentissima, si quota per una cifra quasi irrisoria per la sua potenzialità, e si disinteressa assolutamente del collocamento, ed il satellite Credito Italiano tiene la stessa condotta.
Ma vi è ancora di più; la disonestà manifesta della Banca Commerciale.
Nell’America del Sud una banca corrispondente ordinaria della Commerciale, la Banca Mazzei, colloca del Consolidato per molti milioni tra i nostri emigrati, pur non essendo stata autorizzata dal Ministero del Tesoro, e si copre presso la sua corrispondente in Italia, la Banca Commerciale. La Banca Mazzei fallisce, e la Banca Commerciale, che era esposta verso la Banca fallita, con una disinvoltura tutta propria, con abile storno imputa al suo conto corrente ordinario di corrispondenza la copertura avuta dalla Banca Mazzei, lasciando scoperto il conto speciale collocamento Prestito, ricuperando così il suo credito a danno dei sottoscrittori emigrati italiani, con quanto prestigio per il credito italiano all’Estero, si comprende intuitivamente.
Ricaduto malauguratamente il potere nelle mani dirette degli associati Giolitti-Commerciale, più apertamente si disfrena l’azione disfattista della pace della Banca Ebraica, in più stridente contrasto con l’opera tenace, per quanto sfortunata, della Banca Nazionale per valorizzare i frutti della vittoria: e in fondo a tale contrasto si profila già l’aggressione della finanza straniera e del Governo alla finanza nazionale, aggressione mascherata e coperta da abile manovra gesuitica, come altra volta e con lo stesso sistema.
Nel periodo post-bellico: la Banca Internazionale fa occupare le fabbriche dalla massa operaia, finanzia tale movimento e si offre di finanziare la gestione operaia delle fabbriche occupate; finanzia il movimento bolscevico ed il movimento collaborazionista socialista; specula sui titoli, anche propri; fa man bassa sui cambi svalorizzando la lira che vende in profusione sui mercati esteri contro acquisto di valuta inglese ed americana; aggredisce industrie ancora indipendenti e le inghiotte a buon mercato; perturba il mercato borsistico con manovre oblique; paralizza il commercio e la produzione industriale restringendo il credito oltre ogni misura di precauzione prudenziale; finanzia gli scioperi politici; incoraggia gli scioperi dei pubblici servizi; sabota le rivendicazioni economiche dell’Italia; in ultimo cracca la banca nemica e compromette il credito nazionale, il tutto con l’aiuto e la complicità del potere politico asservito.
Nello stesso periodo: la finanza nazionale cerca di neutralizzare e contrastare l’azione deleteria e traditrice della parte avversaria; spiega azione moderatrice nei cambi; difende le industrie aggredite; aiuta il commercio; incoraggia la trasformazione delle industrie di guerra in industrie di pace; finanzia le attività produttive per alleviare e stornare il grave pericolo di una estesa disoccupazione; viene in aiuto dello Stato, subdolamente richiestane, onde riuscire a vincere la crisi che pure legittima, fu inasprita e condotta alle sue ultime conseguenze dall’azione combinata del governo e della finanza internazionale.
Tutta l’attività della Banca Italiana di Sconto contrastava ed ostacolava petulantemente la invadenza ed il dominio della Banca antinazionale, e non, come certi gazzettieri osarono affermare, per la sete di predominio particolaristico, ma per la difesa dell’autonomia e della indipendenza economica della Nazione.
Ciò segnava la condanna della banca benemerita della Nazione, in pace ed in guerra!
La Commerciale spiava il momento opportuno per piombare sulla preda come ingordo avvoltoio, ed allo scopo era riuscita financo a corrompere elementi che erano quasi alla testa dell’avversaria, ed a farsene delle spie.
La politica demagogica, fiscale e finanziaria del Governo aveva già preparato favorevolmente il terreno per l’attacco, ed un’altra piccola manovra bastò a far raggiungere l’intento.
Eravamo nel periodo di trasformazione delle industrie nazionali, nel periodo di depressione economica e finanziaria a causa appunto della politica governativa: le industrie, di fronte al doppio attacco del Governo e della massa operaia, non avevano più scorte finanziarie ed erano sul punto di cessare senz’altro la loro attività. Il Governo rivolge allora invito e raccomandazione agli enti finanziari del paese perché sovvenzionassero le industrie onde evitare una grave e pericolosa crisi di disoccupazione, gravida di incognite, e contemporaneamente una più grave crisi industriale. Lagrime di coccodrillo!
Lo stesso Governo che aveva tutto messo in opera per inasprire la crisi, per far cadere le industrie ed il credito, per prostrare ed inficiare le attività economiche, passava ora ad altri, ad enti privati, l’incarico di intervento per evitare guai prevedibilmente maggiori. No! Fu soltanto una manovra mirante a ben altro che a scongiurare una più grave crisi e più perniciosi effetti!
Il giuoco, riuscito egregiamente una prima volta, fu ripetuto, che il risultato non poteva esserne diverso: fu infatti più completo.
L’invito all’intervento delle forze finanziarie era soltanto una consapevole manovra: si sapeva in precedenza dal governo stesso quale sarebbe stata la forza finanziaria che si sarebbe prodigata, e quale quella che, conserte le braccia, si sarebbe predisposta a piombare sul cadavere dell’altra, corsa ingenuamente al sacrificio.
La Banca Italiana di Sconto, nonostante gli immobilizzi industriali del periodo bellico, generosamente compie tutto lo sforzo che le era consentito e continua a sovvenzionare le industrie, perché queste non chiudessero i battenti e la disoccupazione non dilagasse, affrontando il rischio di una grave stasi finanziaria. Essa aveva una duplice ingenua fiducia: fiducia nella riconoscenza del Paese, consapevole dell’azione sempre altamente patriottica e nazionale da lei svolta; fiducia ancora nell’intervento eventuale a suo favore da parte del Governo, in riconoscimento dei grandi servigi resi al Governo stesso oltre che al Paese. Oh santa ingenuità! Che la trasse al suicidio!
E mentre la Banca di Sconto impiegava tutte le sue ultime disponibilità, fino ad esaurirsi, per un fine nazionale e dietro invito dello stesso Governo, entrava in azione la duplice manovra avvolgente da parte del Governo e della Commerciale.
Infatti: il Governo continuava a procrastinare cavillosamente la liquidazione delle ingenti somme da esso dovute alle industrie finanziate dalla Sconto durante e dopo la guerra, le quali non potevano smobilizzare la esposizione della Sconto verso di loro se non con la riscossione dei loro crediti verso lo Stato; inoltre premeva su di esse con i provvedimenti fiscali e finanziari, e metteva in forse la liquidità dei loro crediti avanzando una presunzione di indebito lucro a danno dello Stato, sequestrando quindi in sue mani quegli stessi crediti che dovevano servire a smobilizzare la banca finanziatrice; si colpivano così in un tempo con le industrie nazionali, la finanza nazionale.
La Banca Commerciale affiancava l’azione governativa; a mezzo della stampa a lei venduta, a mezzo degli agenti spie, degli agenti politici, faceva breccia sulla opinione pubblica circa la consistenza e la serietà della Banca di Sconto. Faceva spargere voci sulla precaria situazione della Sconto, in dipendenza della insensata ed imprevidente sua azione nel campo puramente finanziario, in quanto aveva concorso a finanziare ingenuamente ogni specie di industria, attinente o non alla guerra, senza alcuna garanzia, sperperando pazzamente il denaro proveniente dai depositi ed incontrando quindi inevitabili sensibili perdite che ne mettevano in forse la stessa sua esistenza. Agli sportelli della Banca Commerciale si mostrava titubanza e riluttanza ad accettare titoli della Sconto (assegni) dichiarando che era incerta la loro realizzazione, e si arrivò a far parlare di caduta della Sconto prima che il desiderato avvenimento si verificasse.
Contemporaneamente la Commerciale assalì frontalmente l’avversaria aggredendo le azioni di questa simultaneamente in tutte le Borse del Regno, talché la Sconto, già stremata dallo sforzo guerresco e post-bellico, dovette riunire tutte le sue forze per compiere l’ultimo sforzo; difendersi dall’aggressione, questa volta aperta e manifesta, evitando fino all’ultimo lo svilìo ed il precipitare dei suoi titoli, e ciò per rendere possibile il giusto intervento governativo, sul quale ancora ingenuamente fidava.
E siamo all’epilogo del conflitto di uno contro due.
La Banca di Sconto, esaurita nel duro sforzo di difendere in un tempo se stessa ed il Paese, si rivolge al Governo, al quale dice press’a poco così: «Ho assolto da sola il compito di mantenere in vita le industrie, secondo il vostro desiderio, pur avendo già dei forti immobilizzi verso le industrie di guerra: ora sono attaccata dall’altra finanza che è stata inerte, e mi difettano le disponibilità liquide. O voi venite in mio aiuto, smobilizzando le mie esposizioni verso le industrie che sono creditrici dello Stato, o sono costretta a fallire, trascinando a rovina il Paese per tutelare il quale sono arrivata a questa stasi».
Il Governo finge di interessarsi, e, tra infinite vie semplici e dritte a sua disposizione per evitare tanta jattura al paese, sceglie la via più trasversa, più inconcludente e più inefficace.
Il Governo e la Commerciale, della quale il primo è esponente, sanno quello che vogliono, sanno di aver vinto la battaglia e di avere raggiunto lo scopo, mascherano la propria soddisfazione e si combinano sul modo più idoneo, ora che la vittima è in loro mani, per turlupinare in un tempo e la vittima diretta (Banca Sconto) e le vittime indirette (industrie depositanti, tutto il paese) e rivestire, come è loro sistema, di apparente legalità il grave misfatto, da lunga pezza e sotto mano preparato, che si accingono a compiere.
L’uomo della Commerciale, il Belotti, convoca gli istituti di emissione e le altre Banche di Credito ed invita tutti ad assumersi parte degli immobilizzi della Sconto verso le industrie, onde smobilizzare questa e salvarla da sicura catastrofe.
Il Banco di Roma, che ha minor potenzialità delle altre banche, aderisce con la consueta sua sincerità e si quota in misura proporzionalmente molto superiore a quella degli altri Istituti più robusti; gli altri, Stringher e Toeplitz alla testa, manifestano ampollosamente a parole la loro solidarietà, ed ai fatti lesinano il loro concorso riducendolo in misura non proporzionata né alla loro potenzialità né alla necessità contingente.
La crisi si prolunga così tra trattative ed incertezze, naturalmente aggravandosi di ora in ora, mentre la stampa compiacente e prezzolata diramava comunicati imprudenti e rivelatori, e gli stabilimenti della Comit rifiutavano gli assegni della Banca Sconto.
La Banca Sconto si riduce così agli ultimi aneliti, sforzandosi di velare il più che fosse possibile la crisi ed il suo stato di stasi e di arresto, mentre le altre banche comodamente continuavano a consultarsi ed a trattare, sotto la guida e la direzione di Stringher, facendo valere tutti gli egoismi più ciechi ed inconsapevoli. Si arriva così all’ultimo momento e faticosamente a costituire un consorzio per lo smobilizzo della Sconto, ed a condizioni così strozzinesche che soltanto un organismo presso a morire poteva e doveva accettare.
Era già stato rotto il cordone ombelicale del sistema industriale della Banca Sconto, poiché la italianissima Ansaldo, la potente Ansaldo, l’unica industria perfetta e completa che riuniva in unico sistema tutte le fasi economiche della produzione, dalla estrazione del minerale, ai prodotti semilavorati ed ai prodotti finiti fino alla costruzione di navi ed all’esercizio di linee di navigazione, appartenente al sistema della Sconto, le era già stato violentemente e prepotentemente avulsa con un vile ricatto, e consegnata nelle mani dei concorrenti per il suo ulteriore destino, che era poi quello della dispersione e del disfacimento.
Il Consorzio era stato creato per smobilizzare seicento e più milioni di crediti della Sconto verso l’Ansaldo, la quale era a sua volta creditrice dello Stato.
Certamente, se il Consorzio avesse agito silenziosamente, come ragioni di elementare prudenza consigliavano, ed avesse realmente smobilizzata la Sconto, questa si sarebbe veramente salvata.
Invece? I medici chiamati a consulto per salvare l’ammalata da sicura morte redigono un bollettino, firmato dal capo clinico Stringher, col quale si annunziava che una bombola di ossigeno era stata costruita per alimentare in extremis la moribonda affidata alle loro cure! Non soltanto: il Consorzio versa soltanto a pezzi e bocconi quasi la metà della cifra concordata, e per tali versamenti porta via alla Sconto tutto il portafoglio titoli, tutto il migliore portafoglio commerciale per una cifra quasi tripla di quella anticipata, cosicché invece di renderle un servizio e prestarle un aiuto, le si inferse l’ultimo colpo e le si tolse l’ultima possibilità di salvamento.
Inevitabile, all’apparire del bollettino medico, si rivelò a tutto il pubblico lo stato comatoso della banca, ed il run dei depositanti sferrò l’ultimo assalto alla banca, già mutilata e privata dal Governo e dai suoi avversari delle sue industrie, delle sue disponibilità, dei suoi crediti, dei mezzi per procurarsi liquido.
Finalmente la Banca comprese la sua fine inevitabile, e, pur rendendosi conto che in quella condizione era stata messa proprio dall’azione dei governi alleati dei suoi avversari, ebbe l’ultima delicatezza ed informò il Governo che era costretta a chiudere gli sportelli ed a dichiarare il fallimento!
L’On. Bonomi, ebreo, Presidente del Consiglio dei Ministri, si getta in modo speciale contro la Banca di Sconto e l’Ansaldo.
Il Governo dette ordine di aspettare ancora ventiquattr’ore, ed invece di far fallire la banca, si preparò il provvedimento straordinario col quale, sacrificando interamente ed arbitrariamente gli interessi sacrosanti di cinquecentomila risparmiatori italiani, si riusciva a conseguire meglio il fine, che era quello di consegnare la vittima anziché al becchino per il seppellimento, nelle mani dei suoi avversari per l’ulteriore scempio.
E venne fuori la riesumazione Belotti dell’Istituto della moratoria, in odio agli interessi di tutti i creditori della banca, e mediante il quale la Banca perseguitata poteva agevolmente cadere, come cadde, nelle mani pronte dell’avversaria; fu infatti consegnata nelle mani di un funzionario della Commerciale, chiamato appositamente ed urgentemente dall’America.
Si volle recare l’estremo oltraggio al risparmio ed al pubblico italiano, si volle mascherare meglio il delitto compiuto. E, togliendo ai creditori tutti i loro diritti e le loro ragioni, si volle mostrare all’opinione pubblica di voler conservare in vita l’Istituto, avendone prima impedita la morte definitiva, e costruendo poi sulla base del colosso un’ombra di banca, con l’attrezzatura colossale e senza mezzi, che deve perpetuare la sua grama esistenza sotto la vigile tutela della forte e potente Commerciale, della quale non potrà mai più scrollarne il giogo, ma costituirne soltanto un’appendice amorfa.
Quali le conseguenze e gli effetti di tutta questa tragedia?
Il credito crollò all’Interno ed all’Estero, con evidente ripercussione sui cambi e sulla circolazione monetaria, poiché i regnicoli tesaurizzarono ed all’Estero veniva venduta precipitosamente la lira; di riflesso, oltre il sacrifìzio della miglior parte del risparmio italiano, la maggiore spesa (e non è esagerato calcolarla ad un paio di miliardi almeno) che lo Stato ed il paese dovettero affrontare per il servizio importazioni in seguito alla svalutazione della moneta nazionale; la sfiducia dell’estero e di tutti i mercati esteri verso la finanza italiana, danno non calcolabile e non valutabile, e certamente superiore ad ogni più largo calcolo.
Però… si ristabilì l’equilibrio che dalla Banca di Sconto e dal suo sistema industriale era stato imprudentemente rotto in Italia, si ristabilì cioè il monopolio bancario ed industriale che per oltre vent’anni aveva indisturbato gravata la vita nazionale, monopolio cui contrastava inopinatamente e indesiderato l’Istituto finanziario italianissimo ed il suo sistema industriale puramente italiano, e del quale si congiurò quindi la morte e la eliminazione, monopolio che permetteva alla finanza straniera il dominio politico dell’Italia, qualunque fosse il governo che presiederebbe ai suoi destini.
Poteva salvarsi invece la Banca di Sconto?
Non esitiamo ad affermare di sì pur senza essere uomini politici e di governo, ma semplici cittadini che vediamo le cose senza un fine preconcetto e determinato e senza la guida di interessi particolaristici e settari.
Un governo che veramente avesse voluto evitare tanta jattura al paese, aveva infiniti mezzi a sua disposizione per dare un corso più normale, più logico, più legale, più… onesto alla crisi bancaria, di lunga mano preparata, provocata e consapevolmente aggravata.
Sarebbe bastato che il Governo anziché fermare i pagamenti dei crediti dell’Ansaldo, ne avesse regolata la liquidazione ed il pagamento, poiché sapeva che il credito dell’Ansaldo verso lo Stato rappresentava l’immobilizzo della Sconto verso l’Ansaldo.
Sarebbe stato sufficiente che il Governo avesse consentito ad aumentare l’esposizione degli Istituti di emissione verso la Sconto, esposizione che poteva essere garantita da accettazioni cambiarie di tutti gli amministratori in proprio, e mentre questi non si sarebbero rifiutati a fornire la loro personale garanzia, avevano tutti singolarmente e complessivamente tale posizione patrimoniale da garantire qualsiasi esposizione.
Sarebbe bastato che il Governo avesse costituito sollecitamente e silenziosamente il famoso Consorzio per lo smobilizzo, e che avesse imposto, e poteva e doveva, l’immediato e riservato versamento del capitale destinato allo smobilizzo senza ricatti e senza strozzinaggio, ed imposta altresì la cessazione della campagna diffamatrice ed allarmistica.
E ciò che per non accennare che ai mezzi più semplici, più immediati e più idonei, che non avevano bisogno invero di grandi doti politiche e di grande studio per adottarli.
Luigi Luzzatti ha detto, a proposito della manovra contro la Sconto: «Un grossolano e gravissimo errore» aggiungendo «che molti altri errori si sono in seguito commessi per coprire il primo, che poteva e doveva essere evitato»; ed infine: «la colpa commessa a danno dell’economia nazionale è stata colpa di lesa Patria».
Ma di che andiamo noi divagando?
Il Governo Bonomi non era che la continuazione e l’appendice del Governo Giolitti: Bonomi governava col permesso di Giolitti, sotto la di lui tutela; la composizione del Gabinetto si fondava sulla larga partecipazione dei giolittiani e di uomini della Commerciale; Bortolo Belotti, giolittiano-comitiano, aveva il mandato di condurre a compimento l’opera così felicemente iniziata dal precedente Gabinetto tanto che a questo signore venivano affidati anche incarichi non attinenti al suo dicastero, ma in relazione al programma della distruzione economica (valga per tutti l’incarico dei provvedimenti relativi alla Marina Mercantile, con i quali il Ministro valorizzava i cantieri in mano alla Commerciale, e danneggiava i cantieri dell’Ansaldo e quindi in mano alla Sconto); e tutta la politica economica industriale di questo Gabinetto non era che la naturale e logica continuazione dello stesso programma.
Se con l’occupazione delle fabbriche, la nominatività dei titoli l’avocazione dei sopraprofitti, la pressione fiscale, la Commissione d’inchiesta (di giolittiana costruzione) si era raggiunto in larga misura lo sfacelo della economia nazionale, tutta l’opera del Gabinetto Bonomi perseguì, valendosi delle armi messe in sue mani da Giolitti, la completa distruzione dei nuclei di attività economica, industriale e finanziaria italiana, e la conseguente consegna di essi e del paese alla finanza straniera; la dispersione dell’Ansaldo e la craccazione della Sconto non sono che episodi attraverso i quali si doveva arrivare al conseguimento del fine.
Ogni difesa od autodifesa, per quanto involuta e spontanea, non costituisce che apologia del grave delitto, apologia fatta al duplice scopo di evitare la resa dei conti e di sfuggire alla restituzione dell’indebito bottino.
La Banca italianissima fu portata a morte perché la Banca antinazionale potesse impadronirsi della industria italianissima.
* * *
Il monopolio dunque fu così ristabilito: le industrie nemiche disorganizzate, distrutte, consegnate in mano all’avversario; la finanza nazionale dispersa al vento dalle sue fondamenta ed i ruderi impotenti costituiti in succursale di quella avversaria…; ma no, il campo nemico non era scomparso interamente… viveva ancora un organismo vitale… il Banco di Roma.
Il Banco di Roma non era certamente la Banca di Sconto, non aveva un sistema industriale che a lui facesse capo, ma, nell’ambito della sua potenzialità, aveva sempre seguita la Sconto, aveva spiegata sempre azione nazionale, aveva sempre mostrata la nerezza dell’indipendenza che difendeva contro tutte le insidie e gli allettamenti.
Rappresentava anch’egli un nemico incomodo, se non pericoloso, una macchia che inficiava la completezza del monopolio: occorreva eliminare anche lui perché non rappresentasse una forza potenziale, attorno alla quale si polarizzassero logicamente le simpatie dell’opinione pubblica e le attività produttive restate ancora fuori dell’orbita monopolistica.
Consule un luogotenente giolittiano, che governava in nome e per conto di Giolitti, si iniziarono le manovre più oscure di aggiramento del Banco di Roma; era stata già decretata la sua morte, e lo scopo era stato raggiunto anche più celermente e più facilmente. Fu graziato il condannato perché questi, ammaestrato dai precedenti ed impotente a sostenere da solo, con probabilità di successo, la lotta che gli si imponeva, piegò le ginocchia e si arrese! Il Banco di Roma portava ancora le cicatrici delle gravi ferite libiche, aveva sotto gli occhi la fine della consorella Banca Sconto, e, pur di vivere, si abbandonò nelle rapaci mani del nemico.
Oramai il campo era stato spazzato completamente da nemici e da attività temibili: il monopolio divenne così assoluto ed incontrastato, tutta l’Italia economica, finanziaria e industriale era stata consegnata in ceppi in mano allo straniero, alla mercé della finanza internazionale!
A quale prezzo? A prezzo, indiscutibilmente, della indipendenza economica del Paese, a cui seguiva necessariamente la perdita della indipendenza politica.
XV. Il potere politico al servizio del potere finanziario: l’incubo di Cuneo
L’Italia ebbe un solo uomo di Stato, dopo Cavour, e ne disconobbe i meriti reali ed i servigi resi al Paese, e ne amareggiò anche la vita movendogli aspre ed ingiuste critiche: quell’unico uomo di Stato fu Crispi.
E Crispi si vendicò mirabilmente dell’ingiustizia dei suoi contemporanei: aveva compiuto un solo errore durante la sua vita politica, aveva cioè valorizzato una incoscienza ed un immeritevole oltre ed al di là di ogni valore reale, alimentando un serpe autentico nel suo seno, e lo lasciò in eredità a sollazzo ed a punizione agli italiani. Abbiamo nominato Giovanni Giolitti.
Per trent’anni precisi ha pesato enormemente sui destini d’Italia l’incubo di Cuneo; ed è stata sempre convinzione della maggioranza dell’opinione pubblica che all’infuori di Giolitti non vi fosse altro uomo politico capace di governare la Nazione, e questa convinzione contribuì a formare quella tale stampa italiana, sempre pronta a servire il più forte e chi paga meglio!
Ed in effetti questa convinzione non era errata, non per le qualità reali e i meriti sostanziali dell’uomo, ma per la sua grande attitudine a trar profitto dalle situazioni a proprio vantaggio. Quest’uomo che iniziò la sua carriera politica col tradire il suo benefattore, Crispi, e con lo scandalo della Banca Romana, fu fatale alla Nazione ed ebbe la sola abilità di mascherare i suoi tradimenti.
Fu tratto dalla burocrazia, e ne conservò sempre la mentalità: mentalità di bassa lega, di corta vista, mentalità da capo ufficio… non da uomo di governo. Egli si è creduto sempre, o almeno si è fatto dipingere dai suoi gazzettieri, un uomo di alta statura morale, e mai come nel suo caso la statura morale è stata perfettamente agli antipodi con la statura fisica. L’unica abilità che possiamo sinceramente riconoscergli è stata quella di saper far eleggere la Camera dei Deputati che più gli tornasse agevole dominare, e di essere maestro nelle manovre di corridoio. I meriti di questo emerito statista si possono fissare nei seguenti termini.
Giunto a carpire il potere in un momento di smarrimento della vita pubblica italiana, che in quel tempo si pensava non potesse essere governato il Paese che dalla sinistra liberale, abbastanza furbo e matricolato, approfittò subito del potere stesso per consolidarlo e mantenerlo il più a lungo, vita durante. Ad ottenere l’intento compì molte lodevoli opere; fece elezioni con le baionette, con la malavita assoldata e con la corruzione; elevò e valorizzò dappertutto uomini nulli, senza coscienza e senza carattere; nella burocrazia, nei poteri pubblici, nella Camera, al Governo, si disfece di contro in ogni modo ed in ogni tempo dei valori reali, degli uomini che potevano agire indipendentemente da lui e che si rivelavano superiori a lui di mente, d’intelletto, e di energia; assoldò e corruppe la stampa nazionale ed il paese; infeudò il paese allo straniero e si mise al suo servizio per conservare il potere; dominò il Parlamento con tali mezzi, talché i Gabinetti si facevano e disfacevano a suo capriccio ed a sua volontà; distrusse l’economia del Paese e la fece vassalla dello straniero; mise a repentaglio la stessa indipendenza politica della Nazione; distrusse due banche; tradì il suo Maestro, tradì il Paese, tradì il suo Re!
Non tradì la sua padrona, la Banca Commerciale, forse perché non ebbe il tempo.
Questa l’attività trentennale dell’uomo più funesto che l’Italia abbia avuto, e che è lì a cospirare ancora, inconsolabile vedovo del potere che si è visto sfuggire di mano definitivamente, proprio quando con l’ultimo tradimento aveva creduto di assicurarselo ancora.
Basta considerare i governi democratici succeduti dal 1892 al 1922 per constatare, specialmente attraverso la loro azione, che essi sono stati sempre guidati da Giolitti direttamente o per interposta persona, o sono stati sotto la di lui tutela, e conseguentemente sono stati tutti alla dipendenza della Banca Commerciale, rappresentante della finanza internazionale, ai cui ordini hanno obbedito ed il cui programma hanno perseguito.
I Gabinetti che mostrarono velleità di indipendenza da tale autorevole tutela furono sbalzati di sella al primo segno di ribellione, poiché del Parlamento ne disponeva sempre quello che l’aveva fatto eleggere, Giolitti, il mago, l’arbitro di tutte le situazioni parlamentari.
È storia troppo recente e perciò non abbiamo bisogno di fare nomi; essi sono presenti alla memoria di tutti.
E l’Italia è stata quella che è stata, corrotta e traviata, distolta dalla strada luminosa che la storia ed il destino le segnavano, impoverita e senza prestigio, in stato di assoluta dipendenza economica e politica in merito della democrazia liberale, la quale asservita a un solo uomo più che mediocre, attraverso quest’ultimo fu alleata di tutti gli internazionalismi, dalla internazionale massonica a quella finanziaria, contro gli interessi nazionali.
Tutte le volte che Giolitti presiedette il Governo della cosa pubblica, spiegò azione deleteria per il Paese, ed ebbe cura costante di abbandonare il potere quando gli effetti della sua politica partigiana, inconsapevole e funesta, diventavano più appariscenti e potevano compromettere l’usurpata fama di grande uomo di Stato; lasciava allora ad altri la cura di tentare di distrigare la matassa da lui imbrogliata, e, dopo breve ma vigile riposo dal potere, manovrava per il suo ritorno. La stampa servile presentava il mago come l’unico uomo di Stato capace di assestare il Paese, ed il Parlamento servo rovesciava, per ordine del suo padrone, il Gabinetto in carica e sgombrava il terreno per il ritorno di lui.
Ed il Giolitti tornava ad aumentare i mali dell’Italia ed a portarvi maggiore scompiglio nello sbandamento della nave.
Non può e non deve sembrare esagerata ed azzardata la nostra accusa verso quest’uomo, quando, constatando gli effetti della sua opera trentennale di governo, si faccia un’elementare considerazione; o egli era un incosciente ed un inetto, o era un consapevole e quindi logicamente responsabile. Nell’un caso e nell’altro fu sempre in malafede: che egli non potesse concepire gli effetti dei suoi errori, e che persistesse poi sempre in buona fede negli stessi errori, non è ammissibile, poiché qualsiasi uomo di buon senso rifugge di assumere posizioni che comportino responsabilità superiori alla sua forza; che quest’uomo mancasse del buon senso più elementare non è del pari ammissibile data la sua origine e la sua preparazione; quindi egli ha sempre agito ai danni della Patria perché serviva interessi di stranieri annidati nel cuore d’Italia.
Nei momenti più critici della Nazione, egli ha sempre amato farsi rappresentare come l’unico medico infallibile che potesse guarire e trarre a salvamento la malata Italia, perché la si riconsegnasse a lui per farne maggiore strazio!
Se fosse possibile fare il paragone tra due termini antitetici, noi potremmo farlo in questi termini.
L’uomo funesto di Dronero fu rappresentato nella vita pubblica italiana, dai suoi gazzettieri, come il medico più idoneo a sanare le ferite della Nazione, infertele da lui stesso e dai suoi luogotenenti; non fece altro però, avuta affidata l’ammalata alle sue cure, che continuare ad attossicarla, e deliberatamente e consapevolmente.
L’uomo di Romagna, presentatosi spontaneamente alla ribalta, forte del suo grande amore verso la Patria ammalata, pretese in forza di tale amore di voler curare la grande ammalata; e consapevolmente ed arditamente la porta a salvamento!
A riprova della deduzione che la democrazia italiana che ci governò per trent’anni fosse asservita, attraverso il suo massimo esponente, alla finanza straniera, sta una imprudenza sintomatica di quella finanza; quando essa si adoperò in tutti i modi perché l’Italia non rompesse la neutralità nel conflitto europeo, ebbe la baldanza di pubblicamente dichiarare che essa aveva nel suo portafoglio il Parlamento italiano!
Quale era il Parlamento che la Commerciale aveva nel suo portafoglio se non il Parlamento giolittiano?
Chi fu l’esponente massimo dei neutralisti, unitamente alla Commerciale, se non Giovanni Giolitti?
Perché Giolitti e la Commerciale non illuminarono l’Italia su questo episodio che fu dagli interessati spiegato soltanto come un’imprudente leggerezza del funzionario che aveva parlato?
Se un funzionario, e non degli ultimi, parlò, è perché sapeva.
È chiaro?
Negare questa verità incontrovertibile, anche a solo scopo di difesa, è negare l’evidenza o abusare della buona fede proverbiale degli italiani.
XVI. L’influenza finanziaria sulla politica giolittiana
Noi seguiamo un rigoroso metodo deduttivo: le nostre accuse ad uomini e sistemi non sono che la conseguenza necessaria dell’esame di fatti storici e contemporanei, e specialmente dell’esame dell’azione da essi svolta, dei programmi perseguiti e degli effetti voluti e conseguiti.
Quali infatti sono state le risultanze del trentennale governo democratico o giolittiano? Si possono riassumere sinteticamente in pochi termini, di una evidenza palmare, di un contenuto immane e doloroso.
Disgregata la difesa militare dello Stato; svalorizzata la Nazione all’estero; corrotta ed avvilita la Nazione all’interno in tutti i suoi valori morali; annullati i valori potenziali; distrutti i sistemi industriali nazionali; spezzati i sistemi finanziari nazionali; sommersa l’economia nazionale; sacrificata la indipendenza economica italiana e consegnata in mani straniere anche l’indipendenza politica.
Nell’interesse di chi tutto questo sfacelo? Nell’interesse di chi, e con opera costante per un lungo periodo storico, ci si è prestati a sovrapporre interessi antinazionali agli interessi più reali e più contingenti della Nazione?
Non abbiamo bisogno di fare nomi: nell’interesse della finanza antinazionale.
E difatti gli interessi della democrazia giolittiana aderirono sempre, fino a confondersi, con gli interessi della banca straniera, della Banca Commerciale.
E gli stessi uomini giolittiani erano tratti dagli uomini della Commerciale: l’invasione, la confusione e l’omogeneità di uomini fu completa, pari all’omogeneità di intenti e di opere.
Ad opera di Giolitti noi troviamo: uomini della Commerciale nella burocrazia, uomini della Commerciale nella Camera elettiva, uomini della Commerciale nel Senato, uomini della Commerciale al Governo, uomini della Commerciale nella Diplomazia, uomini della Commerciale nei plenipotenziari d’Italia alle Conferenze di Pace, da Ouchy a Parigi, a Rapallo, a S.Margherita Ligure, a Genova.
La diplomazia in mano alla Comit: Rolandi Ricci ambasciatore a New York; Frassati a Berlino; Garroni a Costantinopoli; Volpi con la sua fenomenale carriera da negoziante di ova… a viceré della Tripolitania.
Se tutta la struttura italiana, politica, diplomatica, economica, industriale e finanziaria fu consegnata in mano alla Banca Commerciale; se tutta la politica democratica italiana, dal demagogismo al fiscalismo, dal neutralismo al disfattismo, risultò unicamente a vantaggio della Banca Commerciale e dei suoi loschi interessi, è legittimo dedurre che per trent’anni attraverso la democrazia di Giolitti, il potere politico in Italia fu al completo vassallaggio del potere finanziario, e che l’Italia fu governata soltanto da prestanomi, si chiamino Giolitti o Orlando o Bonomi eccetera, ma in effetti fu governata dalla Banca Commerciale.
Abbiamo noi il diritto di porre sul tavolo anatomico e uomini e sistemi per l’analisi della loro opera? Sì: esso ci deriva dall’amore che da italiani nutriamo per la Gran Madre, dal dolore di vederla incatenata sotto il tallone straniero, dall’autorità del più grande fustigatore di uomini politici dell’epoca romana, di Cicerone, il quale disse: «La casa dell’uomo pubblico deve essere di cristallo». Massima di più profondo contenuto morale e sociale non poteva esserci tramandata; essa ci insegna che tutti i cittadini hanno il sacrosanto ed inalienabile diritto di scrutare con i loro occhi nelle faccende dell’uomo pubblico, al quale diritto corrisponde necessariamente il dovere da parte dell’uomo pubblico di operare sempre alla luce del sole, e non nelle tenebre, e di prestarsi alla più ampia discussione del suo operato.
La casa, continuando la similitudine così opportuna, degli uomini pubblici della democrazia italiana fu sempre accuratamente avvolta in fittissimi veli, perché non fosse consentito all’opinione pubblica di scorgere, attraverso gli ampollosi programmi dei buttafuori, i loro fini reconditi che perseguivano tenacemente per conto dei loro padroni, nemici della Patria ed interessati al suo avvilimento ed alla sua rovina.
Questi fitti veli noi abbiamo voluto disfare e diradare, in forza del diritto a noi derivante dall’autorità di Cicerone e dall’amore per la Patria, perché finalmente gli italiani tutti, ritrovata la loro strada ed il loro buon nocchiero, giudicassero gli uomini del passato, ancora congiuranti nell’ombra, alla stregua della verità.
XVII. Il Fascismo brucia la casa
Nell’ottobre 1922 l’Italia era in limine precipitii condotta sull’orlo dell’abisso e del baratro da quegli stessi uomini che si arrogavano il diritto di governarla e di guidarla, diritto conseguito con la corruzione e col tradimento.
Un puro spirito romano, un purissimo spirito italiano, Benito Mussolini, fissava scrutatore il suo sguardo sullo strazio che dell’Italia compievano gli empi annidati nel sacro colle, ed esasperato, centuplicato nelle sue forze già possenti dalla devozione e dallo stragrande e prepotente amore per la sua terra e per la sua Gran Madre, in uno scatto magnifico, romanamente bello e grandioso, rompe gli indugi e si avanza, novello Messia italico, a scacciare i farisei ed i falsi profeti dal tempio!
Tanto bastò perché lo scompiglio si manifestasse nelle fila dei nemici della Patria, i quali prevedendo imminente la fine della loro cuccagna con la perdita definitiva del potere per tanti anni custodito e del quale si erano serviti ed intendevano ancora servirsi ai danni del Paese ed a profitto dei propri loschi interessi, si agitarono in tutti i sensi ed in tutti i modi per impedire che il deprecato destino si compisse.
Di punto in bianco si fece diventare nazionalista il solito Giolitti, e si tentarono gli allettamenti, gli inviti, le corruzioni: si trovarono di fronte ad una forza incorruttibile, salda, tenace e consapevole, che non cedeva di fronte a nessuna lusinga.
Si giocò allora l’ultima carta, l’ultimo tradimento, il tradimento della paura!
I pezzi grossi si mossero dietro le quinte, e del caporale Facta, artista da farsa e da operetta, si volle fare un grande attore tragico: si tentò il tradimento della Corona, dopo aver tradito il Paese; si tentò di soffocare nel sangue la forza indistruttibile e più sana della Nazione, che alle porte della capitale chiedeva pacificamente al suo Re di consegnare il Paese ai suoi veri figli, ai figli più devoti, più sinceri, puri.
Il Collare dell’Annunziata chiuse la sua carriera politica col tradimento del suo Re, il quale non si prestò in omaggio alla lunga e gloriosa tradizione di sua Casa, per la quale i Sabaudi si sono sempre messi all’unisono col paese, e per il suo alto buon senso politico evitò il tradimento.
Fine più ingloriosa non poteva fare: egli spera ancora!
XVIII. Barattieri!
La generazione di Vittorio Veneto portata dalla gesta garibaldina di ottobre 1922 al Governo del Paese ha veramente compreso compiutamente, scrutandolo a fondo in tutti i suoi particolari e risalendo alle sue origini torbide, il danno estremo che il vecchio sistema di forze politiche e di oscuri interessi ha recato nel passato alla salute ed alla prosperità della Nazione.
E l’On. Acerbo nel suo forte discorso di Teramo del febbraio 1923 definì scultoreamente tale sistema: «Sistema di Barattieri!».
In quell’occasione l’On. Acerbo nettamente accusò gli uomini della vigilia pre-fascista, di aver condotto l’Italia sull’orlo di un baratro, sabotando contemporaneamente tutte le più diverse e migliori forze e le attività nazionali, con una concomitanza di atteggiamenti così evidente, da rispondere innegabilmente ad un piano di insieme, lungamente premeditato, e logicamente e freddamente attuato.
Il Governo Fascista perciò ha già constatata l’esistenza di una colpevole baratteria ed opportunamente l’ha denunziata e condannata, rilevando il carattere essenzialmente losco ed affaristico dei vari intrighi politici e finanziari su cui fu tessuta la più recente storia del nostro paese.
Quali erano le condizioni in cui trovò l’Italia la rivoluzione fascista?
L’Italia era sull’orlo del baratro volontariamente preparatole dai suoi reggitori barattieri perché: era stato distrutto il capitale creatore di ricchezza, era stata rovinata la marina mercantile e l’industria, era stata sopportata ed incoraggiata la demagogia sovversiva, era stata organizzata la crisi bancaria, voluta e compiuta per servire la volontà dell’alta finanza straniera e per ripristinare l’antico monopolio politico; fu distrutto l’Esercito e l’Aviazione.
Insomma era stata metodicamente organizzata ed organicamente compiuta la distruzione post-bellica.
XIX. Come i nemici d’Italia prepararono la crisi attuale
Quando si parla della crisi industriale italiana, è sempre necessario di riferirsi al suo punto di partenza, cioè alle clausole relative alle forniture di carbone tedesco inserite nell’articolo 6° dell’allegato V° parte VIIIª (Riparazioni) del Trattato di Versailles.
Riportiamo qui appresso il testo di tale articolo:
«6° Les prix à payer pour les livraisons de charbon effectuées en vertu des dites options seront les suivants: A) FOURNITURE PAR VOIE DE FER OU PAR EAU.
Le prix sera le prix allemand sur carreau de la mine, payé par les ressortissants allemands, plus le fret jusqu’aux frontières française, belge, italienne, luxembourgeoise; étant entendu que le prix sur carreau de la mine n’excédera pas le prix, sur le carreau de la mine, du charbon anglais pour l’exportation.
Les tarifs de transport par voie de fer ou par eau ne dépasseront les tarifs les plus bas appliqués aux transports de même nature en Allemagne.
B) FOURNITURE PAR VOIE DE MER.
Le prix sera, soit le prix d’exportation allemand fob dans les ports allemands, soit le prix d’exportation fob dans les ports anglais et dans tout les cas le plus bas des deux».
Conviene aggiungere che secondo il Trattato di Versailles, almeno i due terzi delle quantità di carbone dovute dalla Germania all’Italia dovrebbero essere trasportati per via di terra.
Esaminiamo ora le clausole del suddetto articolo e le loro conseguenze.
La clausola di cui al paragrafo A) è stata evidentemente introdotta principalmente a vantaggio e nell’interesse della Francia, che importa tutto il carbone tedesco per strada ferrata o via fluviale; ma l’Italia non può giovarsene che limitatamente, in ragione dei suoi mezzi di trasporto ferroviari, quantunque, come detto più sopra, almeno i due terzi del carbone tedesco che le spetta abbia facoltà di riceverli per via ferrata. Infatti la potenzialità delle ferrovie germaniche, svizzere ed italiane non consente di provvedere ad un traffico di tanta importanza; cosa, questa, perfettamente nota ai negoziatori di Versailles, i quali non potevano, anzi non dovevano, gli italiani, ignorare che nel periodo prebellico le importazioni di tutte le merci via Chiasso-Luino – in prevalenza dalla Germania renana – avevano raggiunto ottantaquattromila tonn. al mese e che centocinquantamila tonn. mensili costituiscono, nelle più favorevoli condizioni, un massimo di potenzialità insuperabile. Tutti gli sforzi dell’Amministrazione ferroviaria italiana non possono certamente triplicare e quadruplicare il movimento, come sarebbe necessario per trasportare tutto il carbone tedesco che l’Italia ha diritto di ricevere per via ferrata, soddisfacendo nel tempo stesso a tutte le altre esigenze del traffico.
È incomprensibile che i Delegati italiani, nella redazione del trattato, non abbiano tenuto conto di questo stato di cose, aggravato ancora dalla insufficienza dei mezzi di trasporto, logorati senza possibilità di sostituzione e quasi di riparazione durante cinque anni di servizio guerresco: stato di cose che rendeva assolutamente vana, irrisoria ed inapplicabile, la disposizione di cui si tratta, favorevole all’Italia soltanto in apparenza.
Oppure si comprende fin troppo!
Sta in fatto, che essendo costretta ad importare la massima parte del carbone tedesco per via di mare, l’Italia ha dovuto subire le conseguenze della clausola inserita nel paragrafo B) con la quale la Gran Bretagna ha voluto difendere dalla concorrenza tedesca le proprie esportazioni di carbone verso l’Italia.
Infatti, la disposizione in parola, permettendo alla Germania di quotare per il suo carbone spedito via di mare dei prezzi uguali a quelli del carbone inglese, o di pochissimo inferiori, era ovvio che essa ne profittasse, specialmente nel caso di consegne in conto riparazioni, premendo ad essa di elevare il più possibile la cifra dei versamenti effettuati a titolo di indennità.
Dal canto suo la Gran Bretagna, ottenuta questa clausola, adottò il criterio dei due prezzi, fissando quello del carbone consumato nell’interno del paese al livello del costo di produzione, sopraelevando il prezzo del carbone esportato mediante una forte imposta ed una quota-parte per l’aumento dei salari ai minatori. Conseguentemente il carbone inglese venne a costare in Italia fino cento scellini la tonnellata più che in Inghilterra ed inoltre tutto il carbone tedesco destinato al nostro Paese fu assoggettato ai medesimi gravami, ad esclusivo vantaggio dei padroni delle miniere e degli stranieri concorrenti dell’industria italiana.
La qual cosa, si vorrà ammetterlo, è veramente straordinaria e rende gravissima la responsabilità dei Delegati italiani.
L’importazione di carbone tedesco per via ferroviaria è stata sempre così scarsa, che il suo prezzo, uguale a quello interno in Germania, non ha potuto esercitare alcuna influenza moderatrice sul costo del combustibile in Italia. Non solo non è stato possibile di procedere, come in Francia, ad una riduzione del prezzo per via di perequazione; ma si è dovuto rialzare al livello del prezzo del carbone inglese anche quello del carbone tedesco importato per via terrestre. Aggiungasi, che come logica conseguenza, sentirono in Italia l’influenza del costo elevato del carbone inglese anche le ligniti e le torbe indigene, in proporzione della loro potenza calorifica ragguagliata a quella del carbone; come pure gli oli minerali e le essenze.
Per completare il quadro bisogna aggiungere, che data la scarsità delle navi carboniere di bandiera italiana, molto del carbone importato in Italia viaggiava su navi straniere, alle quali è d’uopo corrispondere, in oro, o valute equivalenti, somme considerevoli in pagamento dei noli; somme che emigrano senza speranza di ritorno.
Bisogna, per rendersi ragione della portata di queste clausole, ricordare che l’importazione del carbon fossile in Italia è sempre avvenuta ed avviene tuttora in massima parte per via di mare. Ciò perché ce lo forniscono specialmente la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Ma anche il carbone tedesco, del quale dovremmo ricevere seicentocinquantamila tonn. al mese, ma riceviamo molto meno, ci viene per via di mare in gran parte, per le ragioni già dette.
Introdotta nel Trattato di Versailles la clausola per cui il prezzo del carbon fossile consegnato dalla Germania in conto riparazioni deve essere non superiore – e pertanto, in realtà, uguale – al prezzo di esportazione britannico quando il trasporto si effettua per mare – la Gran Bretagna eliminò la concorrenza tedesca e pur conservandosi il mercato italiano, impedì il progresso industriale italiano. Inoltre, facendosi forte della deficienza del carbone sul mercato mondiale e degli alti noli che impedivano un’attiva concorrenza americana, subito dopo ottenuta la clausola suddetta la Gran Bretagna accrebbe artificialmente il prezzo del carbone destinato all’esportazione, gravandolo anche degli aumenti concessi ai minatori e di una tassa per il Tesoro. Così avvenne, che mentre il prezzo interno era di quarantacinque scellini la tonn., quello di esportazione era di novanta scellini fob, pari a quattrocentoquaranta lire. E noi pagammo quattrocentoquaranta lire la tonn. anche il carbone tedesco, che alla miniera valeva appena venticinque lire!
Non è la semplice differenza del costo del carbone, che anche oggi influisce; bensì pure il cambio, il quale continua ad aumentare il prezzo del carbone tedesco importato via di mare, dovendo questo prezzo essere computato in moneta inglese, e non italiana o tedesca. Ne consegue, che pur attualmente, quantunque il prezzo del carbone inglese sia notevolmente disceso, e quello del carbone tedesco aumentato, noi dobbiamo pagare questo, se trasportato per mare, oltre centosessanta lire la tonn. fob, mentre potremmo averlo per sessanta lire! (Al primo dicembre 1920 il carbone da gas tedesco quotava marchi quattrocentosessanta la tonn. ed il cambio sull’Italia era di lire nove e novantuno centesimi per cento marchi).
Il coke tedesco oggi vale cinquecentottanta marchi la tonnellata in grossa pezzatura; il carbone tout venant quattrocentocinquantacinque marchi alla miniera; cioè, rispettivamente, preso nei porti, settantatre lire e sessanta lire italiane. Invece il coke inglese ed il carbone inglese fob, valgono trentacinque e venticinque scellini in cifra tonda, cioè lire italiane centosessantaquattro e cinquanta centesimi e centodiciassette e cinquanta centesimi. A questo prezzo deve essere valutato anche il carbone tedesco, con aumento per noi di lire novantuno e cinquanta centesimi alla tonnellata per il coke e lire cinquantasette e cinquanta centesimi per il carbone. A questo aumento non si sottostarebbe senza la clausola dell’articolo citato.
La clausola si applica anche alla Francia, la quale, avendo il carbone indigeno, e quello della Sarre ed Alsazia e Lorena ed importando per via di terra, in massima parte, il carbone tedesco, non ha motivo di preoccuparsene. Tuttavia essa si adoperò per farla abrogare. Loucheur e Rathenau convennero a Wiesbaden, che il carbone consegnato alla Francia in conto riparazioni fosse tutto conteggiato al prezzo interno tedesco, comunque trasportato. Ma la Gran Bretagna, non solo si è opposta a questo accordo – dal quale, del resto l’Italia avrebbe avuto danno, e non vantaggio, a meno che non avesse ottenuto lo stesso trattamento della Francia – ma ha mostrato, nel Convegno di Cannes, la tendenza a far rialzare al livello del prezzo di esportazione inglese, anche il carbone tedesco esportato per via di terra.
Le clausole sopra riportate, che produssero le conseguenze brevemente riassunte ed inferirono mortali ferite alle industrie italiane, proprio quando più avevano bisogno di essere sostenute e difese perché superassero felicemente la crisi di assestamento post-bellica, furono inserite nel trattato di Versailles dal ben noto Loucheur, con il consenso e l’assistenza del senatore Silvio Crespi, ministro senza portafoglio, attualmente presidente effettivo, ed allora presidente in pectore, della Banca Commerciale, dalla quale dipendeva, perché questa aveva fatto al Cotonificio Crespi dei finanziamenti enormi; ragguagliati, per quanto si dice, a ben sessanta milioni.
Come è noto, il Loucheur diventò enormemente ricco durante la guerra.
Prima di essa egli era il dirigente del gruppo delle industrie elettriche in Francia, nella sua qualità di capo della Società Thompson Houston francese. Questa Società di penetrazione germanica era stata fondata da Tedeschi e più precisamente dal Rathenau, capo della A.E.G. ed altri. La finanziava la Banque de Paris et des Pays-Bas, che allora era una Banca di penetrazione tedesca, attualmente diretta dall’ebreo ungherese Finaly, socia della Banca Commerciale Italiana nella Banque Franco-Italienne pour l’Amérique du Sud e nella Banque Industriale de Chine, dove la Commerciale è impegnata per venticinque milioni di franchi; nonché di altre numerose imprese, come compagnie di vagoni letti, eccetera.
Tali clausole furono una sentenza di morte per l’industria italiana.
Privata dell’elemento basico indispensabile alla produzione, mentre lo avevano abbondante ed a buon prezzo le industrie della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e della Germania, l’industria italiana perdette ogni possibilità di dedicarsi, trasformati opportunamente i suoi opifici, alle produzioni di pace con quel medesimo vigore di cui aveva dato prova nelle produzioni di guerra; e di conquistare i mercati esteri affamati di manufatti.
Come si vede, il colpo, abilmente congegnato ed astutamente vibrato, ebbe un carattere di vastità in tutta l’industria italiana senza eccezioni, col conseguente impoverimento del nostro Paese. Ottenne il risultato di cancellare ipso facto l’Italia dal numero delle nazioni produttrici. Ed infatti, come poteva l’industria italiana sopportare l’enorme rincaro della materia prima, artificiosamente determinato nel modo anzidetto, mettendola in condizioni di assoluta impossibilità di concorrenza di fronte all’industria straniera?
Che questa azione distruggitrice corrispondesse ad un programma prestabilito è confermato dalla circostanza, che le tariffe doganali per la protezione delle industrie furono lasciate immutate, quali erano prima della guerra. Rimasero, cioè, insufficienti allo scopo, dato il cambiamento di valore subito dalla nostra moneta, fino al giorno in cui l’Ilva cadde nelle mani della Banca Commerciale.
Otto giorni dopo che questa Banca si fu impossessata dell’Ilva mediante l’opera della Commissione d’Inchiesta Parlamentare per le Spese di Guerra, veniva pubblicata per decreto reale ed entrava in vigore la nuova tariffa doganale.
Il congegno iniziale per la distruzione dell’industria italiana era composto di tre elementi: L’elevatezza del prezzo del carbone. Il costo enorme del suo trasporto. Il mantenimento in vigore di tariffe doganali inadeguate a proteggere equamente la produzione nazionale.
Così avvenne che nel 1919 e 1920, proprio quando era maggiormente necessario di proteggere l’industria nel suo periodo di trasformazione che le agitazioni operaie rendevano ancor più grave, l’invasione delle materie prime, e dei manufatti dall’estero, e specialmente dalla Germania, assunse proporzioni colossali.
Talune industrie, ad esempio le chimiche e quelle delle sostanze coloranti, non godevano la benché minima protezione, motivo per cui la Germania potè introdurre nel nostro paese tali e tante quantità dei prodotti in parola, da bastare per parecchi anni al fabbisogno italiano. Cosicché, allorquando il Governo italiano si accorse finalmente della necessità di proteggere le industrie suddette, esse erano già nell’impossibilità di risorgere e di lavorare, data la presenza sul nostro mercato di quantità rilevantissime di prodotti stranieri a buon prezzo.
Durante la guerra lo Stato aveva emanato alcune disposizioni con le quali faceva obbligo alle Società in genere, di reimpiegare i propri guadagni nelle proprie aziende (vedasi, ad esempio, ciò che riguarda la marina mercantile); nonché, alle Società industriali, di ammortizzare fino all’ottanta per cento gli impianti che facevano. Contemporaneamente lo Stato limitava il dividendo che le Società potevano distribuire agli azionisti.
Questa legislazione avrebbe certamente permesso di assidere le industrie su solide basi, preparandole ad affrontare il periodo del dopo guerra mediante la svalutazione degli impianti eseguiti durante la guerra, quando cioè il costo di essi era indubbiamente eccessivo per forza di circostanze. In tal maniera, avendo già svalutato gli stabilimenti, le industrie, potevano essere in grado di sostenere la concorrenza mondiale.
Ma l’aumento del costo del carbone frustrò tale possibilità; mentre altri avvenimenti sopraggiunsero, che non solo aggravarono ancor di più la situazione determinata dal detto aumento, ma distrussero da cima a fondo tutto l’edificio industriale laboriosamente e faticosamente estrutto durante la guerra.
Infatti, mediante le leggi per la confisca dei sopraprofitti di guerra, per la nominatività dei titoli e per l’inchiesta parlamentare sulle spese di guerra, lo Stato abolì improvvisamente la legislazione anzidetta, sulla quale era fondato l’edificio industriale italiano.
L’insieme di queste leggi, complicate e peggiorate da una serie di regolamenti per la loro applicazione tali da prestarsi ad un’infinità di combinazioni, servì alla distruzione di talune industrie ed all’accaparramento di altre, facendole passare dalle mani di un gruppo a quelle di un altro e determinando una crisi industriale così acuta, che non poteva non ripercuotersi su quell’istituto bancario che era nato per la guerra ed aveva svolto la sua attività specialmente nel campo speciale delle industrie di guerra; precisamente cioè di quelle industrie che furono private della base sulla quale erano sorte, mediante i predetti provvedimenti, a tale scopo perfettamente ed organicamente congegnati ed attuati.
La Commissione Parlamentare d’Inchiesta, è ormai noto, si è accanita contro determinate Ditte, trascurando di occuparsi di quelle appartenenti al clan della Banca Commerciale. Sono esempi evidenti di questa parzialità la Fiat, le Società di Aviazione, eccetera eccetera. Delle perseguitate non è necessario fare i nomi.
Non vi è dubbio che il congegno di demolizione, farraginoso, ma organico, corrispondesse, non già ad un programma individuale di azione bancaria e di politica interna, ma bensì ad un piano internazionale per la distruzione dell’Italia ed il suo asservimento allo straniero.
La siderurgia centro-europea divenuta francese ne aveva bisogno.
Le industrie meccaniche, chimiche, ed elettrotecniche tedesche ne avevano bisogno.
Le industrie marittime inglesi ne avevano bisogno.
Il Trattato di Londra, dal quale furono escluse assolutamente le condizioni di carattere economico, di qualsiasi specie, aveva già preparato questo asservimento.
Gli accordi intervenuti a Parigi tra il Loucheur ed il Crespi, per cui tennero la già delineata condotta nella redazione delle clausole economiche del Trattato di Versailles, dove l’Italia fu sacrificata economicamente, commercialmente e colonialmente, iniziarono l’attuazione del programma internazionale per l’asservimento dell’Italia. Nel medesimo tempo la Banca Commerciale ed i suoi accoliti nell’interno preparavano la crisi. Essa restringeva il credito; accumulava buoni del Tesoro; riprendeva la sua funzione del tempo prebellico di intermediaria tra il mercato estero di importazione ed il mercato italiano di assorbimento, finanziando largamente quest’opera di penetrazione straniera.
La Banca Commerciale ha sempre obbedito ad un’influenza straniera. Prima della guerra dipendeva dalla Germania; ora, da chi dipende?
Forse dalla Francia; fors’anche da un’azione combinata di forze anglo-franco-tedesche, perché la distruzione fatta in Italia è più organica, più complessa e più vasta; giacché non si limita alla siderurgia, distrutta, oggi, a vantaggio della Francia; ma coinvolge le industrie meccaniche, chimiche e elettrotecniche, a vantaggio della Germania; l’industria marittima a vantaggio della Gran Bretagna.
Esiste, forse, fra queste tre nazioni, un’intesa per lo sfruttamento dei diversi campi industriali conformemente alle convenienze naturali ed ai mezzi di ciascuna di esse?
Fra questi tre Paesi esistevano, prima della guerra, dei grandi trust, la cui azione era matematicamente regolata da rigorosi accordi: perché non dovrebbero essere risorti?
Questi trust erano, allora, regolati dai Rathenau, dai Loucheur, dai Zaharoff, dai Wickers, dai Vandel, eccetera, con i loro grandi avvocati: Millerand, Briand, Poincaré, Rolandi Ricci, eccetera eccetera.
Ora vediamo la Banca Commerciale associata alla Germania, per il tramite di Stinnes, nell’affare dell’Alpine ed in altri; la vediamo contemporaneamente in perfetta armonia con la Banque de Paris et des Pays-Bas, associata in imprese francesi della China, nell’America del Sud, nei Balcani e nella Polonia.
Che vuol dire tutto questo?
Bloccate l’Ansaldo e la Banca di Sconto mediante le leggi sulla nominatività dei titoli e confisca dei sopraprofitti, che depressero il mercato borsistico al punto da rendere impossibile la realizzazione degli ottocento milioni di titoli industriali che l’Ansaldo aveva nelle proprie casse, si procedette ad impedire anche ogni emissione delle obbligazioni necessarie a raccogliere i fondi per l’ultimazione del programma navale che era in piena attuazione nei Cantieri Ansaldo.
A tale scopo la Banca Commerciale presentò contro la Transatlantica Italiana una denuncia di commercio col nemico basata sopra fotografie di documenti semplicemente dattilografati falsi o raffazzonati ed alterati e di cui fece giustizia una sentenza dell’autorità giudiziaria. Tale denuncia fu accolta dai Ministeri dell’Interno e dell’Industria e Commercio, che sottoposero la Transatlantica al Sindacato che le impedì di emettere le obbligazioni. L’autorità giudiziaria ha riconosciuto, come si è detto, l’infondatezza dell’accusa. Ma il colpo è riuscito. E chi può valutarne i danni e misurarne le conseguenze?
Venne poi il Decreto Belotti che ridusse la sovvenzione per le navi da carico a sole seicento lire per tonnellata, cioè ad una somma assolutamente insufficiente fuorché per quei due o tre Cantieri dove era interessata la Banca Commerciale, che si erano provveduti di materiali e macchine dall’industria tedesca e cecoslovacca, profittando del deprezzamento della moneta di quei paesi ed ottenendo per di più l’introduzione in franchigia di detti materiali e macchine; mentre il precedente Ministro, On. Alessio, aveva ripetutamente, in Senato ed altrove, assicurato che il Decreto De Nava sarebbe stato prolungato di due anni. Così quelle banche e quelle industrie che non conoscevano il dietro-scena, furono fatte cadere nel tranello di non sospendere quelle costruzioni, che non potevano esser finite nei limiti di tempo stabiliti dal Decreto De Nava. Così furono colpiti, insieme con la marina mercantile, specialmente quei Cantieri i quali, come quelli di Ansaldo, non avevano potuto, per cause di forza maggiore, fruire i benefici del Decreto De Nava. Quando spirò questo Decreto, il cui prolungamento fu più volte promesso e non mantenuto, tali Cantieri avevano centomila tonnellate di navi in costruzione, che non avevano potuto ultimare in tempo utile per varie cause, e cioè: per il ritardo dei pagamenti, da parte del Governo, dei suoi debiti per le liquidazioni di guerra; ritardo che rallentò la trasformazione degli stabilimenti: per le continue agitazioni operaie, culminate nella occupazione delle fabbriche.
In queste agitazioni, in questa occupazione, la Banca Commerciale spiegò un’azione evidente per una maggiore successiva depressione industriale, verso la quale il concordato imposto faceva sempre più precipitare l’industria.
Le campagne virulenti di Einaudi e Cabiati, contro la marina mercantile in appoggio all’azione del Belotti; le parole: «io attuerò l’unione bancaria» dette dal Bonomi a qualche giornalista; la vasta ed intensa opera di denigrazione della Banca di Sconto fatta per un anno mediante le lettere anonime alla clientela di essa e le voci allarmanti messe in circolazione nelle ferrovie, negli alberghi, nelle Borse, eccetera; l’ultima fase dell’opera governativa nei riguardi della Banca di Sconto, che valse a diffondere il panico nel pubblico, provocando addirittura il run dei depositanti, furono gli ultimi episodi dello svolgimento di un piano perfettamente organico; di un piano attuato, non contro singole persone e neppure contro enti determinati, ma contro l’Italia tutta.
La persecuzione contro le persone serve soltanto a mascherare il piano e a gettar polvere negli occhi del grosso pubblico.
In realtà, con lo svolgimento del piano che abbiamo delineato a grandi tratti, l’Italia fu precipitata nel baratro. Né i nemici della patria, ed i loro complici si fermeranno. Debbono compiere altre demolizioni. Debbono e vogliono impedire che la vitalità enorme e l’energia somma del popolo italiano, ormai note per le prove, date in guerra, compiano una qualsiasi risurrezione.
Ecco perché gli onesti ed oculati patrioti dovevano essere tenuti lontani dal Governo!
Si parlò di «ricostruzione della Banca di Sconto», ma nessuno parlò di «ricostruzione dell’industria nazionale». E qui sta la malafede! Senza questa non può farsi quella. A meno che non si voglia puramente e semplicemente effettuare la liquidazione sia dell’una che dell’altra.
La qual cosa, che corrisponderebbe all’attuazione definitiva e totale del tragico piano di asservimento, ridonderebbe a danno di tutti ed avrebbe conseguenze incalcolabili.
XX. L’attacco all’industria nazionale
Nell’ultimo anno di guerra avvenne un completo sconvolgimento negli Uffici del Dicastero Armi e Munizioni, quando le cariche più delicate del Dicastero stesso furono occupate da un personale avventizio, che aveva rapporti di concorrenza con la Società Ansaldo, la qual cosa ebbe il risultato di creare alla Società stessa una situazione di estrema gravità.
Infatti si verificò allora lo strano fenomeno che, mentre per alcune industrie la documentazione fu tenuta in perfetto ordine, per altre, meno fortunate, e specialmente per l’Ansaldo, si determinò una paralisi amministrativa; fu sospesa la stipulazione di qualsiasi contratto; cessarono conseguentemente i relativi pagamenti. Ma non cessò, per questo, di funzionare l’organismo tecnico-militare, il quale, forte dei diritti concessigli dai Decreti circa la produzione del materiale da guerra, impose ed ottenne l’esecuzione dei suoi programmi; senza, ad onor del vero, che la Società Ansaldo e le altre parimenti paralizzate amministrativamente, dessero per questo segno di minor patriottismo, nonostante le difficoltà enormi derivanti dalla specialissima situazione nella quale si trovarono.
In seguito, finita la guerra, avvennero:
a) la promulgazione del Decreto sulle liquidazioni, congegnato da quei medesimi che ne avevano preordinato le modalità in base alla condotta amministrativa da essi seguita, come più sopra si è detto;
b) la costituzione del Sottosegretariato di Stato al Tesoro, per le liquidazioni di guerra, del quale fecero parte i medesimi elementi avventizi della cui azione al Dicastero Armi e Munizioni, si è parlato più sopra.
Questi furono gli strumenti della passione per la Società Ansaldo, cui toccò di salire un duro, un lungo e straziante calvario. Venuti meno i pagamenti da parte dello Stato, che furono attesi per lunghissimi mesi e subirono in definitiva falcidie tanto enormi quanto ingiustificate; insieme con le contestazioni sui diritti di rimborso per gli impianti di Aosta; la situazione finanziaria della Società si complicò fieramente, determinando seri imbarazzi, i quali ebbero soprattutto una ripercussione immediata sulla trasformazione degli stabilimenti necessaria ad attuare il programma di pace. La Società dovette limitare il numero degli operai, rallentare le proprie attività, motivo per cui non le fu possibile approntare entro i limiti fissati dal Decreto De Nava molte navi in costruzione e fu ritardato lo svolgimento di tutto il loro programma, il quale, poi, si trovò a cozzare in pieno con le agitazioni operaie, che arrecarono tanto danno alle industrie.
Seguirono poi le persecuzioni politiche e le fiscali; le Commissioni d’Inchiesta, il sequestro ingiusto oltre ogni dire della Transatlantica, la mancata definizione della pendenza del piroscafo «Duilio», la politica contro la marina mercantile del Governo.
PARTE SECONDA
XXI. Caratteristiche del Governo Fascista
Il Governo Fascista non può essere paragonato a tutti i governi democratici del passato recente se non come termine antitetico, sia per la origine che per i metodi e l’azione.
I governi precedenti nascevano dal parlamentarismo: il Governo Fascista nacque dal popolo, dalla aristocrazia patriottica della Nazione.
I governi democratici erano imbelli, deboli, incerti, alla mercé del Parlamento: il Governo Fascista è forte, deciso, autorevole, domina il Parlamento.
I governi democratici disamministravano e sgovernavano: il Governa Fascista amministra e governa.
I governi democratici rappresentavano una oligarchia impostasi con l’inganno e la corruzione, rappresentavano una minoranza parassita: il Governo Fascista rappresenta la parte più eletta e più sana della Nazione, rappresenta tutta la Nazione operante.
I governi democratici rappresentavano una forza statica: il Governo Fascista rappresenta la forza dinamica.
I governi democratici furono distruttori: il Governo Fascista è superlativamente ricostruttore.
I governi democratici furono svalorizzatori: il Governo Fascista è realizzatore.
I governi democratici furono disonesti e gesuitici: il Governo Fascista è onesto, leale e sincero.
I governi democratici enunciavano i programmi, e la loro opera li smentiva: il Governo Fascista al programma fa seguire immediatamente l’azione in piena armonia con esso, talché l’azione si confonde quasi nel tempo col programma.
Innumerevoli sono i termini antitetici che caratterizzano il Governo Fascista come perfettamente l’opposto dei governi democratici.
Noi siamo troppo modesti per poter esaltare convenientemente il Governo Fascista, il quale del resto si esalta da sé di fronte alla opinione di tutto il mondo, per le sue opere e per la sua azione feconda di bene, per la sua attività fenomenale in tutti i campi.
Là dove i governi democratici non lasciarono più filo d’erba e ciò fu in tutti i campi delle attività nazionali, novelli Unni condotti dall’Attila Giolitti, il Governo Fascista fa rinascere rigogliosa la vita.
L’opera di risanamento del governo nazionale, l’opera di ricostruzione data la vastità e l’immensità delle rovine ereditate, non può essere fulminea, e deve essere condotta con metodo ma continuata: gli effetti di tale opera si sono però palesati promettenti fino dall’inizio, ed il Governo Fascista che non perde il suo tempo in vuote quisquiglie, ma fortemente opera e con intensità sempre crescente ed incalzante, porterà a compimento la sua fatica, che è quella aspettata dalla Nazione tutta, che finalmente ha trovato il Duce che sa e può portarla a salvamento.
Il Partito Fascista fu consapevole della sua missione prima ancora che divenisse governo, che divenisse Stato: in una delle ultime crisi parlamentari dell’epoca democratica, l’On. Lupi, esprimendo alla Camera dei Deputati il pensiero del Partito ed interprete del suo Capo, disse con una meravigliosa sincerità che solo da uno Stato forte, risolutamente disposto a disperdere ogni accolta internazionale poteva derivare sicurtà e salvezza. E lo Stato forte era nelle intenzioni dell’On. Lupi e del Partito Fascista, lo Stato Fascista. E così è stato, così è. Lo Stato Fascista è realizzatore, suscitatore di energie, valorizzatore e risanatore, perché è lo Stato forte, il primo Stato forte, l’unico Stato forte.
XXII. Il nemico dello Stato Fascista
L’On. Mussolini, assumendo la grande missione di condurre a salvazione la nave d’Italia facente acqua dalle innumeri falle prodottele dai suoi reggitori democratici, annunziò l’ordine nuovo con una sintesi tutta latina: «OGNUNO SENTE CHE L’EPOCA DEI GIOLITTI, DEI NITTI, DEI BONOMI, DEI SALANDRA, DEGLI ORLANDO… È FINITA. COLLE VECCHIE CARTE NON SI GIUOCA PIÙ… SERVIVANO, HANNO SERVITO: OGGI NESSUNO AZZARDA PIÙ DI RACCATTARLE…».
Consentite, On. Mussolini, che noi, molto modesto gregario e soldato volenteroso ed entusiasta dello Stato Fascista, facciamo una constatazione, non per indisciplina verso il Capo ed il Duce, ma al solo scopo di portare il nostro piccolo concorso alla grande opera che dovete assolvere.
È vero, tutti hanno percepito che l’epoca dei vecchi detriti è finita per sempre: gli esponenti ed i fattori della democrazia traditrice sono stati da Voi sbalzati di sella e gettati nella polvere, né ad alcuno viene vaghezza di più accorgersi di essi. Essi furono i nemici d’Italia, essi sono e debbono essere i nemici Vostri e dello Stato Fascista, del novus ordo. Essi furono i nemici manifesti e palesi della Nazione, essi saranno i nemici cogniti di domani contro di Voi e contro di noi: essi però non furono soli, e non saranno soli. C’era una forza potente che li ispirava e li comandava: c’è ancora in piedi quella stessa forza che li raccoglie dalla polvere, ci sarà domani quella forza che li condurrà inevitabilmente contro di Voi.
L’internazionale finanziaria, degnamente rappresentata in Italia dalla Banca Commerciale, aveva asserviti al proprio dominio questi uomini, ne aveva fatti dei trafficanti, ed ispirava le loro azioni volgendole a proprio profitto.
Questi uomini non rappresentavano che le piaghe generate dal microbo roditore. Sono state avulse dal corpo della Nazione le piaghe: il microbo resta sempre vitale per rigenerarle.
Questi uomini rappresentavano i detriti generati dalla mota infetta annidata nella casa. I detriti sono stati buttati via: la mota è restata per raccattarli, elaborarli e farli spaziare di nuovo per la casa. Questi uomini costituivano l’effetto di una causa: On. Mussolini, avete eliminato gli effetti, ma occorre eliminare la causa perché gli effetti non si riproducano e la cura sia radicale.
Il nemico più vero, congiurante ai danni dello Stato Fascista, è la Banca Commerciale, la quale deve essere nemica per la sua origine, per le forze che l’alimentano, per la sua missione, per non perdere il lauto bottino fatto finora.
Vedremo in seguito come si esplica tale inimicizia.
Lo Stato Fascista deve eliminare e neutralizzare tale nemico, ed il suo Duce è tale chirurgo per il quale anche tale operazione difficoltosa riesce agevole: il suo polso è fermo e forte, il suo pensiero è lucido, la sua visione è chiara,e non arretra di fronte alle difficoltà ed al lavoro, affronta e supera le prime ed assolve il secondo.
Le sue parole e più i suoi atti danno a tutti gli italiani tale affidamento.
XXIII. Mussolini nella parola e nell’azione
Mussolini ha inaugurato il Governo di un uomo. Nella sua mente e nella sua azione si realizza l’aspettazione di tutti gli italiani, da quattro anni disillusi, nel più sincero bisogno e nel più profondo desiderio di essere governati.
Mussolini viene dal suo giornale, dal foglio delle sue idee e delle sue volontà personali, il quale squillò il suo programma d’azione fino dal primo numero.
Egli è stato il dispotico irregimentatore, l’apostolo del vero in marcia verso l’azione. Egli arringava le folle, costituiva centri di azione, parlava in privato ed in pubblico il linguaggio dei giorni dell’intervento italiano, il linguaggio del Piave. I nemici erano in casa, e la guerra era contro di loro, guerra a morte contro il comunismo, e poi contro gli organi degenerati e passivamente complici dello Stato, primo fra tutti il Parlamento.
Mussolini durante la vigilia vivificava la vittoria e la più grande Italia.
Mussolini ha messo di colpo lo Stato tra il passato ed il presente: egli supera tutti gli uomini politici del passato e del presente per la forza del volere e per l’ardimento.
Mussolini ha il temperamento del dominatore e non conosce la parola «impossibile». Egli vuol fare trionfare il principio e la realtà di un’Italia sicura di sé come Patria e come partecipe ai destini politici del mondo, per procedere quindi al riordinamento materiale.
Egli è stato il primo, in tutta la storia politica italiana, a proclamare la sua volontà di governare anche contro il Parlamento, anche senza di esso.
Durante la sua vita giornalistica Mussolini aveva compreso che nessuno dei problemi incombenti sull’Italia poteva essere risolto dai rappresentanti umiliati di un governo senza autorità diplomatica e cioè senza una chiara e robusta e tenace volontà esecutiva.
Egli sa quello che vuole e parla ed agisce in modo che i governi stranieri non possano continuare a trattarci da nazione inferiore, intromettendosi anche fra noi ed i paesi con i quali l’Italia deve svolgere una politica diretta per la sua valorizzazione nel mondo.
Mussolini restaura in principio e in fatto un valore italiano morale, una potenza civile italiana, e rende possibile il riconoscimento di tutta la storia della Patria.
Egli si è assunto un impegno tremendo e sublime: resta inflessibile al suo posto ed è capace di far giungere la sua autorità fino alle intime fibre della gente italiana.
L’avvento di Mussolini ha spezzato le clandestine fortune e soffocato le speranze di ritorno o di arrivo di troppa gente: egli ha bisogno oggi e domani più che oggi, delle forze vigili del Paese. Egli ama fare più che criticare e discutere. Egli conquista la sua più vera e più grande autorità via via che compie i suoi atti e li comunica dopo averli compiuti. Per noi italiani Egli è l’uomo straordinario che incarna il compiuto destino di una storia. Egli tiene conto di questa fede di una generazione, e non si fida e non aspetta né le lodi né i sarcasmi, ma procede, opera, compie.
Nella seduta del 10 febbraio 1923 alla Camera dei Deputati il Duce dichiarò: «Esistono dei signori i quali si illudevano di poter fare impunemente la guerra allo Stato ed al Fascismo. A quest’ora devono essere disillusi e più si disilluderanno in seguito». In queste parole è l’Uomo, è la sua consapevolezza, la sua forte volontà.
Ed in tema di politica estera aggiungeva: «La politica estera del Fascismo non può essere, specie in questo momento storico, che una politica estera estremamente circospetta e nello stesso tempo fortemente attiva.
La Nazione, uscita dal travaglio mirabile e sanguinoso della guerra, è ora tutta intenta all’opera di rifacimento dei suoi tessuti politici, economici, finanziari e morali».
È la prima volta dopo Cavour e Crispi che possiamo sentire da un Capo di Governo parole così incisive e piene di contenuto ricostruttivo, così realistiche.
E ci piace ancora riportare le parole significative dette dall’On. Mussolini alla Confederazione del Commercio, e che caratterizzano magistralmente l’attività, la fattività, la volontà, l’autorità e la consapevolezza dell’Uomo che ripristinerà tutte le fortune d’Italia:
«Voi venite al Governo in quanto sentite che questo Governo imponendo una severa disciplina a se stesso prima che agli altri, persegue quell’opera di restaurazione senza la quale la Nazione continuerebbe a vivere in questa crisi chissà per quanti anni. Io penso che se tutte le categorie del popolo italiano, da quelle che lavorano con le braccia a quelle che ripartiscono e distribuiscono la ricchezza a quelle che realizzano il risparmio e lo investono nella produzione, si mettono d’accordo nel constatare la necessità di questa disciplina e di questa armonizzazione di tutti gli sforzi, l’Italia, malgrado tutto ciò che può capitare nel mondo, sarà una delle prime nazioni che potrà riscattarsi dalla crisi del dopoguerra. Questa è la convinzione che mi son fatta nei primi quattro mesi di governo.
Certamente non bisogna credere che questo possa essere fatto in altri quattro mesi: ci vorrà un lasso di tempo un po’ più lungo. L’essenziale è di camminare e di essere sicuri che si arriverà alla mèta. Il Governo farà il suo dovere: bisogna che i cittadini facciano altrettanto. Per amore – questo lo desidero – se non lo dovranno fare per forza. Io credo che queste dichiarazioni saranno accolte da voi, che siete persone intelligenti e ragionevoli, con simpatia e lealtà. Conto sul vostro spirito di solidarietà fattiva: conto sugli sforzi di tutti i cittadini. Voi sentite qual’è il supremo, il severo comandamento di questa ora che dobbiamo superare per fare dell’Italia una Nazione grande, prosperosa, forte, capace di espandersi anche oltre le frontiere ed oltre i mari».
Ci sembra opportuno riportare anche un giudizio della stampa francese sulla politica estera realistica, costruttrice e valorizzatrice dell’On. Mussolini.
«L’Action Francaise», del 19 febbraio 1923, così si esprimeva:
«La politica estera di Mussolini era all’inizio alquanto incerta e poteva inspirar qualche inquietudine, ma il senso della realtà e della responsabilità, che costituisce forse il tratto dominante di questo uomo di Stato, non ha tardato ad ispirarla utilmente. Il Signor Mussolini, non più abbandonato alla critica della ideologia, quella di Wilson, Lloyd George e Nitti, si è messo dal punto di vista degli interessi italiani ed ha preso per base la situazione dell’Italia, i suoi bisogni, i suoi mezzi, e ne ha tratto le conseguenze. Attraverso le sue parole si sente passare la convinzione. Egli vuole che l’Italia non resti assente nel momento di raccogliere i frutti. Egli ha pesato i rischi e ha giudicato che per l’Italia il più grave sarebbe stato quello di escludersi nella liquidazione che verrà».
* * *
Il 14 febbraio 1923 l’On. Mussolini nel chiudere la sessione del Gran Consiglio Fascista richiamò opportunamente l’attenzione del Gran Consiglio stesso sulla situazione interna, ed espose rapidamente quale è la posizione del Fascismo di fronte alla vasta e complessa rete di interessi e di certi movimenti politici che è necessario sorvegliare e fronteggiare. Richiese ancora una volta la fervente collaborazione e la più efficace opera di fiancheggiamento, perché al di sopra dei dissensi locali la grande opera iniziata sia portata a compimento.
In quella stessa sessione il Gran Consiglio deliberò ad unanimità la incompatibilità tra Fascismo e Massoneria: deliberazione con la quale si iniziò la scissione netta delle forze nazionali dagli interessi antinazionali.
Quella deliberazione certamente offese forti interessi, fra i quali, in prima linea, quelli che hanno fine e funzioni apertamente antinazionali, e che mirano a sminuire la libertà della Nazione ed a controllarla. Questi interessi certamente sono stati colpiti in pieno. Si è impostato così lo svincolo da ogni vincolo, ciò che è necessario all’espansione avvenire.
Questo svincolo, se deve essere efficace, non deve e non può arrestarsi alla deliberazione del 14 febbraio. L’internazionale massonica infatti non ha mai agito isolatamente e per fini propri, ma la sua azione è stata sempre aderente ed in relazione ai fini dell’internazionale finanziaria, la quale si serve oltre che degli immensi interessi agitati dall’Alta Banca, anche della Massoneria per i suoi fini politici. E perciò Massoneria e Alta Banca non costituiscono che due termini, due elementi dello stesso sistema, che se ne serve unicamente o disgiuntamente per stendere le sue reti e per conquistare ovunque il dominio incontrastato, corrompendo l’autonomia nazionale a vantaggio dei propri interessi. Quando ci siamo liberati da uno dei termini del sistema dovremo necessariamente liberarci del secondo, se non avremo voluto fermarci a mezzo dell’opera di epurazione: se non vorremo restare ancora e sempre sotto il dominio delle forze antinazionali, se pure ne abbiamo eliminata una parte sola.
La Nazione resterà perciò sempre soggetta alle forze antinazionali, per quanto la soggezione è stata ridotta; ed è conseguenza logica e fatale che lo Stato Fascista, proseguendo nella epurazione e nel risanamento deve spezzare la rete tessuta dall’internazionale finanziaria dopo aver rotto i vincoli con l’internazionale massonica. Quando ciò si sarà verificato, allora soltanto noi potremo ritenerci veramente liberi.
* * *
Nel campo della ricostruzione dei valori nazionali, il Governo Fascista ha dovuto non soltanto riparare o colmare deficienze, ma addirittura rifare tutto dalle fondamenta, poiché non soltanto era stato distrutto l’edificio statale e nazionale, ma avulse anche le fondamenta dagli uomini del passato.
L’Esercito nazionale è stato ordinato e ricostituito su salde basi, e, ciò che più importa, senza per questo portare oneri finanziari allo Stato: ciò dimostra che la magra scusante della impossibilità finanziaria non può bastare a discriminare la responsabilità dello sfacelo consapevolmente attuato, che tutto si riduce a questione di metodo e di sistema.
Che dire poi dell’Aeronautica, che in Italia non esisteva più affatto, quando tutte le Potenze, vincitrici e vinte, ricche e povere, si provvedevano di ricche flotte aeree per le conquiste di pace e per la preparazione militare?
Il Governo Fascista ha creato un apposito organo ed ha adottato una serie di provvedimenti, tra loro intimamente collegati, attraverso i quali l’Italia avrà ormai in breve tempo riguadagnato il tempo perduto con lo sviluppo della produzione aeronautica e con l’organizzazione di un’aviazione militare ed altra civile, sicché anche in questo primissimo campo l’Italia acquisterà il posto che le spetta nella competizione pacifica internazionale. E non inopportuna fu la deliberazione dell’Alto Commissariato dell’Aeronautica per l’indagine più completa circa le responsabilità politiche ed amministrative per l’affrettata e confusa alienazione del materiale aeronautico che l’Italia aveva residuato dalla guerra: era nel programma della democrazia che l’Italia non dovesse e non potesse sviluppare tale importantissima sua attività, elemento oggi indispensabile e coefficiente primo per le conquiste e le affermazioni nazionali nel campo delle attività umane e nazionali.
Il programma positivo di effettiva ricostruzione e valorizzazione del Governo Fascista è così vasto e complesso per quanto vasta e complessa fu la rovina: esso si va attuando per gradi, ed i fatti rispondono alle parole: basta la sola enunciazione di quello che è già stato fatto in breve tempo per avere la prova incontrovertibile della lealtà e della capacità del Governo Fascista; onde anche per i più increduli la fede nei nuovi reggitori d’Italia è legittima e doverosa, mentre la sfiducia costituisce tradimento.
Sotto l’egida del Governo si è costituito recentemente un Sindacato per la valorizzazione e lo sfruttamento agricolo e commerciale della Cirenaica: dopo oltre dieci anni da quando si possiede la Colonia, soltanto lo Stato Fascista poteva pensare e provvedere alla utilizzazione di essa con impiego di capitale e mano d’opera italiani, sì da rendere la Colonia stessa doppiamente utile, come produttrice di ricchezza e di risorse e come assorbitrice dell’esuberante lavoro italiano, costretto a mendicare il pane straniero.
Seguendo la stessa direttiva di utilizzazione di tutte le risorse nazionali allo scopo precipuo di valorizzare tutte le attività produttrici del Paese, nel Febbraio 1923 ad opera del Sindacato Italiano delle Cooperative del P.N.F. si costituì il Consorzio Mercantile Italiano, il quale, sotto l’egida del Governo, dovrà contribuire efficacemente alla ricostruzione dell’economia italiana alla quale attende il Governo Fascista.
E non è sfuggito all’attenzione del Governo Fascista il problema cardine della economia produttiva della Nazione: il rifornimento delle materie prime.
E cominciando dal combustibile liquido per il quale noi siamo, come per altri elementi, completamente alla mercé dello straniero, il Governo ha volta la sua attenzione sia alle fonti di rifornimento all’interno del Paese che all’Estero. Ha deliberato pertanto la intensificazione delle ricerche del prezioso minerale nelle plaghe italiane dove molteplici e concomitanti indizi ne fanno supporre la esistenza, e contemporaneamente provoca ed effettua importanti accordi diplomatici per lo sfruttamento delle fonti esistenti all’Estero e non ancora cadute sotto il dominio degli alleati. È recente l’accordo per i pozzi petroliferi polacchi, che lo Stato Fascista è riuscito a riservare ed assicurare all’attività ed all’economia dell’Italia, colmando così la più peccaminosa inerzia dei governi democratici del dopoguerra.
XXIV. Lo Stato Fascista ricostruttore ed epuratore
Gli uomini del passato negavano all’Italia il diritto di avere un’industria, e specialmente l’industria pesante, perché manca dei due elementi necessari: ferro e carbone. Questa teoria è sostenuta all’Estero, ed è accettata da una parte degli italiani sottomessi alla volontà ed agli interessi stranieri, e non rappresenta che l’estrinsecazione di una intesa segreta tendente alla soggezione economica dell’Italia, e quindi politica. E l’Italia che pure ha dato sangue e vite e sacrifìzi per la sua indipendenza politica, deve sopportare che nel campo economico sia soltanto terra di conquista e di sfruttamento, per il concerto dei sistemi economici internazionali.
Ogni paese che debba tutelare la sua autonomia economica e politica ha il diritto di dar vita ad una grande industria, nelle legittime proporzioni, senza esagerazioni, ma senza rinunzie.
L’Italia ha bisogno della grande industria per alimentare e regolare tutta l’economia nazionale: per far vivere l’agricoltura; per l’assorbimento del lavoro nazionale al quale è insufficiente l’emigrazione; per lenire lo sbilancio commerciale originato dalle importazioni di vettovaglie non sufficientemente prodotte sul suolo nazionale; per aiutare l’espansione italiana, nel commercio e nella marina, conformemente alle necessità della sua posizione demografica e geografica; per garantire la difesa militare del Paese, la quale è basata oggi unicamente sul sistema industriale; per assicurare al Paese l’indipendenza e l’autonomia economica, onde evitare che il Paese diventi unicamente mercato di sfruttamento straniero e sia servo delle banche legate ai sistemi industriali esteri.
Poiché l’Italia difetta – e non manca assolutamente – di ferro, non è insolubile il problema per colmare la deficienza. Se nel nostro suolo non vi ha ferro sufficiente all’entità dell’industria pesante necessaria alla conservazione ed alla preservazione del Paese, quello che manca può e deve essere preso altrove: gli accordi diplomatici ne facilitano la concessione, ed elementi economici, la marina mercantile opportunamente sviluppata, ne assicurano il trasporto.
Questo, che altre nazioni hanno fatto e fanno oggidì, non è stato possibile per l’Italia con gli uomini del passato; l’On. Mussolini, abbiamo già. detto, non conosce la parola «impossibile».
L’industria pesante, risultante del ferro e del carbone, è la chiave del sistema economico; da essa derivano tutte le altre industrie, dalla produzione della ghisa a quella dell’acciaio, e quindi delle rotaie, dei ponti, delle macchine, delle navi, eccetera. Con questa industria si ha tutta l’armatura tecnica necessaria a sviluppare l’economia nazionale.
Abbiamo già constatato nel precedente capitolo che alla visione di assieme del Governo Fascista non è sfuggito l’importante problema delle materie prime: non può tardare l’opera dello Stato Fascista anche per la ricostruzione del sistema industriale italiano, base della ricostruzione e della indipendenza economica, poiché in questo campo c’è molto da riparare, molto da rifare, troppo marciume da eliminare, e troppe membra spezzate da saldare, poiché compito essenziale dello Stato Fascista è quello di eliminare gli interessi antinazionali, dovunque si trovino annidati, e ristabilire in efficienza e produttività i valori nazionali.
* * *
Lo Stato Fascista ha posto fino dal primo momento due grandi e complesse operazioni a base di tutta la sua attività presente e avvenire, volte ambedue alla difesa del Fascismo e dello Stato: epurazione dei detriti del passato attraverso la quale elementare premessa giungere alla ricostruzione politica, morale ed economica del Paese. E l’attenzione quindi dello Stato Fascista si è volta subito contro tutte le manifestazioni ed organizzazioni internazionali, nemiche, per la loro stessa origine e costituzione, dello Stato Nazionale.
Ed abbiamo potuto registrare a merito del Governo Fascista ed a sollievo di tutta la Nazione la vittoria conseguita in breve tempo su tutti gli internazionalismi: il comunismo ed il socialismo sono stati schiacciati, eliminati dal giuoco della vita pubblica e posti in ridicolo presso gli stessi loro aderenti, e si sono ridotti a tale meschina entità da non poter assolutamente più contare in alcun modo nella vita del Paese. Altra manifestazione potente del sistema internazionale era la Massoneria, e lo Stato Fascista l’ha elegantemente relegata in soffitta, fra tutti gli altri ferri vecchi del passato.
Forza antitetica del Fascismo, pur essendo nazionale, poteva essere ed era il Partito Popolare, e lo Stato Fascista lo ha sottomesso pacificamente.
È necessario per l’indole di questo studio e soprattutto per il fine che ci siamo proposti accingendoci al lavoro, e nell’interesse precipuo del Fascismo e dello Stato Fascista, che a noi, umile gregario, sia consentito un rilievo ed una constatazione.
È con legittimo orgoglio e compiacimento che abbiamo registrata l’ondata di plauso e di sollievo con cui tutta l’Italia sana, non infetta dai corruttori, devota alla causa nazionale, ha accolto l’eliminazione dei comunisti e dei socialisti dall’orizzonte politico senza possibilità presente o avvenire di risorgere, e lo svincolo netto dalla Massoneria.
Dobbiamo rilevare però, e con ciò non riteniamo di venir meno alla disciplina fascista e nazionale, che con queste operazioni di polizia si è eliminato soltanto il fenomeno, l’effetto: non si è ancora eliminata la causa. Comunismo, socialismo, massoneria non sono che elementi, strettamente politici, di un unico sistema internazionale che fa capo all’Alta Banca, la quale provvedeva ad alimentarli ed a vivificarli come che tendenti al suo stesso fine; la sovrapposizione di interessi internazionali agli interessi nazionali. Questo elemento base del sistema internazionale, l’Alta Banca, resta ancora in piedi, al suo posto di combattimento, ricca di bottino fatto durante l’èra democratica e forte della forza internazionale alle sue spalle, ed è in casa nostra, padrona di tutta l’economia nazionale. Essa non può sopportare il pugno di ferro dello Stato Fascista, abituata com’era a dominare, e non può soffrire di essere dominata come non può consentire che le siano tolti i frutti conquistati finora: ha perduto sì il dominio politico, ma le resta il dominio economico, del quale si serve se non per riconquistare il dominio politico, per lo meno per neutralizzarlo e disturbarlo.
I nemici palesi sono stati spazzati, il nemico occulto resta.
Questo ha raccolto tutti i detriti di cui lo Stato Fascista si è liberato, e nell’ombra attende ad organizzarli, ad ossigenarli, a mantenerli in vita per la lotta di agguato, per poter loro imprimere al momento opportuno la propulsione di movimento, e servirsi quindi di essi, come per il passato, per disturbare l’attività dello Stato Fascista, per intralciarne la strada, per ostacolarne i programmi e le realizzazioni.
Il nemico manifesto è scomparso sì, ma si è nascosto nell’ombra sotto la protezione del suo antico padrone, ed ivi attende, all’agguato, il momento giusto per rigalleggiare.
È di questi giorni, dopo quasi cinque mesi di governo fascista, l’attività di tutti i detriti del passato, tendente alla svalutazione della attività dello Stato Fascista ed a diffondere pessimismo e sfiducia nelle masse. Costoro si servono di tutti i mezzi più loschi e più infidi per ottenere l’intento, e cercano di fare attecchire la loro campagna infida presso l’elemento più facile alla suggestione ed alla incomprensione, presso il popolo che è loro sfuggito di mano: non pochi messeri, appositamente pagati, dicendosi bene informati, vanno confidando in segretezza dappertutto, nelle officine e nei campi e fin nelle case del popolo che lo Stato Fascista ha vita brevissima, che cadrà presto, che si poggia soltanto su cento camicie nere prezzolate, che tutto il Paese è preparato al riscatto dalla tirannia di pochi uomini violenti e paranoici, che non si può e non si deve fare affidamento sull’attuale ordine di cose, che le cose torneranno come prima, che già è disgregata la compagine fascista, che il Fascismo è costituito soltanto di facinorosi e di arrivisti, e via di questo passo!
Questa campagna da chi è alimentata, da chi è sostenuta, da chi è pagata? Evidentemente da tutti coloro che hanno perduta una posizione, uniti ed associati a coloro che temono di perdere il mal conquistato. Questa enorme associazione a delinquere, dal comunismo al socialismo alla democrazia libero-massonica, congiura all’ombra dell’Alta Banca, da questa mantenuta come per il passato, e tenta l’aggiramento e l’agguato non avendo più la possibilità dell’attacco frontale.
Il problema basilare del Partito Fascista e dello Stato Fascista resta quindi l’eliminazione o la neutralizzazione dell’elemento principale del sistema internazionale, dell’Alta Banca, per evitare che i detriti fermentino e corrodano la base del monumento così arditamente concepito e costruito, per assicurare la tranquillità e la stabilità effettiva del nuovo Stato.
È di ieri il complotto comunista del febbraio 1923: i vari Ing. Bordiga e compagni non furono che esploratori lanciati avanti al sondaggio della sensibilità e della resistenza dello Stato Fascista.
Il denaro sequestrato nelle loro mani, di colore russo – perché della Russia si è impadronito completamente il sistema di forze internazionali che ha per fine la distruzione e la soggezione delle nazioni e delle nazionalità – o tedesco o di qualsiasi altro colore, è pur sempre proveniente dalla internazionale finanziaria, e per essa dall’Alta Banca. Il recente passato del periodo bellico e post bellico ci apprende qual’era la banca attraverso la quale passava tutto il denaro destinato al disfattismo ed al tradimento.
Lo Stato Fascista ha allungato subito la mano sugli esploratori e li ha catturati in flagrante: il grosso si è ritirato per appostarsi ancora all’agguato e per elaborare il modo ed i mezzi più acconci per dare battaglia al momento propizio. Talché lo Stato Fascista deve necessariamente stare continuamente vigilante: basta un sol momento di abbandono o di allentata vigilanza perché i nemici poliedrici, amalgamati e cementati in unico fine, gli piombino addosso. Egli certamente si difende e si difenderà e bene: non è invece più opportuno prevenire, onde essere tranquilli che la base del proprio edifizio non potrà essere mai più toccata ed attaccata dai tarli roditori di ogni internazionale?
Non esitiamo ad affermare che di tale opinione debbono essere, e certamente sono, i condottieri dello Stato Fascista. Ma, e come prevenire? È quanto proporremo in seguito.
* * *
Noi non apparteniamo alla politica militante, siamo modesto osservatore dei fatti sociali e politici, siamo soltanto umile gregario del Fascismo, disciplinato soldato dello Stato Fascista, figlio devoto ed amante della Patria: ciò non toglie che le osservazioni del passato e del presente ci consentono di dedurre logicamente il prossimo avvenire.
È ormai una verità incontrovertibile che il Governo Fascista si differenzia dai governi del passato per il contenuto specifico dei programmi e delle opere; alla deficienza si è sostituita l’esuberanza; ai tradimenti la lealtà; alla corruzione l’onestà; all’inerzia l’attività senza posa; alla distruzione la ricostruzione; all’inquinamento la epurazione.
Ci sono due specie e due forme di ricostruzione: la ricostruzione della finanza statale, e la ricostruzione dell’economia nazionale attraverso la valorizzazione di tutte le sue attività produttive. Queste le due specie. Abbiamo poi due forme distinte di ricostruzione: la forma limitativa della distruzione della ricchezza nazionale, e la forma creatrice ed accrescitrice della ricchezza.
Nei riguardi delle due specie di ricostruzione è pacifico che esse si confondono in unico fine, e che vi ha tra di esse uno stretto nesso di causa ad effetto: la prosperità infatti della finanza statale o prosperità di bilancio dipende più che da ogni altro fattore dalla prosperità economica di tutte le attività nazionali; è intuitivo che valorizzare queste attività e concorrere al loro sviluppo ed al loro incremento si produce il benessere individuale e collettivo e quindi la prosperità statale.
Circa le forme della ricostruzione è altrettanto pacifico che la forma limitativa della distruzione della ricchezza (spese) non costituisce che uno dei fattori, e non certamente il più efficiente ed efficace per la ricostruzione completa, e che in tanto essa può risultare di sicura efficacia in quanto venga considerata soltanto come punto di partenza e non di arrivo, come base alla seconda forma.
Esce fuori i limiti ed i fini del presente lavoro occuparci di questa forma di ricostruzione, epperò ci basta soltanto additare al popolo italiano lo sfrondamento, lo sfollamento, la esemplificazione e la contrazione operate dal Governo Fascista in tutti i rami delle pubbliche amministrazioni, che risultano ora oltre che più economiche, più snelle, più agili, più rispondenti al mandato che devono assolvere.
Della seconda forma di ricostruzione, della creazione e dell’accrescimento delle attività produttive, noi dobbiamo occuparci di proposito per il fine che perseguiamo nell’interesse nazionale.
Dal programma enunciato dal Governo Fascista e dall’azione già spiegata ed in atto, dobbiamo ritenerci autorizzati a pensare, in via di deduzione, che l’attività principale del Governo stesso deve essere volta a riparare gli errori ed i tradimenti del passato, e quindi a procurare e stimolare la vera ed effettiva ricostruzione nazionale, e cioè la creazione e l’accrescimento della ricchezza attraverso le attività produttive della Nazione per la redenzione economica,
Conseguentemente l’attività ricostruttrice del Governo deve basarsi su due elementi principali, attinenti ambedue alla politica estera: accordi politici e diplomatici per procurare alla Nazione le materie prime di cui manca, e ve ne sono ancora disponibili dappertutto – in Russia come in Turchia, come nell’America Centrale, come nell’Africa Settentrionale, senza parlare della Tripolitania e dei Paesi Balcanici ed Orientali – ed accordi per la nostra emigrazione nelle stesse zone nelle quali ci vengono riservate le fonti di rifornimento. Questi due elementi devono essere fusi ed insieme coordinati, raggiungendo in un tempo un triplice fine: valorizzazione delle industrie nazionali col procurare ad esse le materie prime che devono acquistare all’Estero; incanalamento della nostra esuberante mano d’opera verso nuovi orizzonti produttivi, supplendo così alla limitazione di esportazione umana impostaci dai paesi di maggiore assorbimento fino al periodo bellico; sfruttamento di fonti di rifornimento all’Estero con lavoro italiano, e quindi valorizzazione superlativa delle fonti stesse perché date nelle mani di italiani.
Questa per lo meno è la politica ricostruttrice realistica, la più diretta a conseguire la redenzione e la indipendenza economica. E se siamo nel vero, come riteniamo di essere, dobbiamo però ancora aggiungere che alla effettuazione completa di tale programma manca un elemento integratore, che è il più importante, e del quale il Governo non è in possesso, almeno per il momento.
Nelle pagine seguenti diremo di questo elemento e dei mezzi idonei a disporne, conformemente al fine che ci ha mossi nell’accingerci a trattare l’argomento dominante della vita nazionale.
XXV. Il nemico interno irriducibile
Il 5 novembre 1918 noi ci trovammo nella qualità di comandante di presidio nella forte ed industre città di Colle Val d’Elsa, in quel di Siena. Ivi, all’annunzio della Vittoria di Vittorio Veneto, della Vittoria per antonomasia e che resterà fulgida nella storia militare di tutti i tempi e di tutti i popoli, invece di aversi una legittima esplosione di gioia, ebbe a verificarsi, inaudito ma vero, una dimostrazione comunista in tutta regola: cartelloni inneggianti all’internazionale ed a Lenin e cartelloni con diciture di «Abbasso la guerra», «abbasso l’Italia!» erano portati in trionfo e grida incomposte contro l’Italia vittoriosa costituivano la manifestazione illogica e brutale!
Tutto era stato preparato perché si aspettava la sconfitta dell’Italia, e si volle utilizzare contro la Vittoria gli artisti scritturati e lo scenario preparato per la sciagura augurata.
Dopo quattro giorni, all’annunzio ufficiale che anche la Germania aveva piegato il ginocchio, la cittadina industre ad iniziativa della rappresentanza comunale e del Comitato cittadino dei partiti costituzionali, volle ufficialmente e solennemente commemorare ed esaltare la Vittoria dell’Italia e dell’Intesa, per cancellare la pagina ingiuriosa scritta dal bolscevismo quattro giorni avanti nella storia della città. Ad oratore ufficiale per tale cerimonia patriottica il Sindaco della città volle chiamare noi, per quanto umile, forse per compensarci dell’opera modesta, ma energica, immediata e risolutiva, prestata in occasione della manifestazione bolscevica.
Ricordiamo ancora perfettamente, e quanti vi assistettero debbono ricordare ancora, che in quell’occasione noi esaltando il fausto evento dinanzi ad una folla di migliaia di persone, mettemmo soprattutto in guardia la popolazione contro la facile esaltazione, ed ammonimmo con queste precise parole: «abbiamo vinto la guerra, ma dobbiamo ancora vincere la pace; abbiamo debellato il nemico alle frontiere, ma il nemico interno resta vigile per sabotare la vittoria come sabotò la guerra! Uniamoci nel sentimento di devozione alla Patria, e per i cinquecentomila nostri morti giuriamo tutti a noi stessi di dedicarci alle opere di pace per la redenzione economica e per la vittoria sull’agguerrito nemico interno che è in agguato contro la Nazione, non potendo bastare alla completa indipendenza politica nostra la sola redenzione politica e la vittoria militare».
Questo episodio di vita vissuta e queste parole abbiamo voluto qui riportare, poiché quelle stesse parole dette apparentemente con spirito profetico nel 1918, ma in realtà consapevolmente dette per la conoscenza diretta dell’opera disfattista e sabotatrice della guerra e della vittoria svolta dai nemici interni, possono essere integralmente ripetute oggi, dopo la prima vittoria interna, dopo il risveglio della Nazione e la rivoluzione fascista.
Oggi ancora dobbiamo dire a noi stessi, allo Stato Fascista: esaltiamo pure la nostra vittoria e la nostra conquista, ma dedichiamoci tutti con unità di intenti a conquistare la vittoria definitiva, a redimere la Nazione economicamente ed a consolidare e difendere la indipendenza politica, individuando il nemico interno ancora vigile ed operante ai nostri danni, ed adoperiamoci a neutralizzare la sua azione.
Abbiamo già detto nelle pagine precedenti che il comunismo, il socialismo, la massoneria sono soltanto una parte dei nemici interni, anzi le manifestazioni diverse di una stessa attività nemica, gli effetti diversi di una sola causa: a capo di tutti i nemici è la internazionale finanziaria. La Banca che appartiene a questo sistema internazionale deve assolutamente prescindere dalla entità Nazione, sovrapporsi ad essa e necessariamente operare contro di essa, perseguendo essa fini essenzialmente antinazionali. Per tutte le internazionali ogni nazione è una quantità trascurabile, è un fattore da asservirsi per volgerlo ai propri fini, epperò deve nell’interesse dei fini medesimi sacrificare, ove occorra, la Nazione.
Onde il nemico naturale di un governo che attende a valorizzare l’entità Nazione ed i valori nazionali deve essere l’internazionale finanziaria alla quale fanno capo e si innestano oltre che tutte le altre forme di internazionalismo, tutti gli scontenti e gli spodestati per un tornaconto contingente, ed il contrasto, come si vede, è fondamentale, perché deriva dagli opposti fini che perseguono le due forze, in questo caso, antitetiche: Governo nazionale e internazionalismo finanziario.
Ciò premesso è del pari naturale, e non può quindi suscitare né meraviglia né sdegno, che la Banca accampata in Italia per conto dell’internazionale finanziaria e per questa operante rappresenti la forza antitetica dello Stato Fascista, il nucleo nemico verso il quale si polarizzano tutti gli altri internazionalismi e tutto il servidorame del passato.
Questa Banca infatti è divenuta oggi l’esponente vero e manifesto di tutte le avversioni allo Stato Fascista: sotto le sue bandiere si è rifugiata anche tutta la democrazia spodestata e che fino a ieri era stata serva fedele di essa.
Queste forze insieme riunite stanno contro lo Stato Fascista: non si avventurano certamente ad attaccare frontalmente il nuovo ordine di cose conoscendone la forza intrinseca ed estrinseca, ma, anche perché i loro fini sono inconfessabili, agiscono e tramano nell’ombra, stanno in agguato, e si preparano per tentare al momento opportuno dei ricatti politici, com’è loro consuetudine.
Oggi invero si ha da tutti la sensazione che non può essere e non è un Giolitti o un Orlando o un Turati ad impersonare i nemici dello Stato Fascista: essi servirono alla Banca ricattatrice quando potevano essere sfruttati e quando potevano nasconderla dietro la loro azione: oggi la Banca dominante li ha soltanto raccolti da terra e li tiene in serbo per agitarli ed assegnare loro la solita parte di comparsa al momento opportuno.
Oggi tutti sentono che il dissidio ed il duello tra le due forze antitetiche ed irreconciliabili si traduce in due nomi: Mussolini-Toeplitz.
Nei primi di Marzo del 1923, quando già lo Stato Fascista ha messo salde ed indistruttibili radici, un cittadino curioso e ficcanaso s’incontra con un suo amico, a lui noto come spia politica al servizio della Banca Commerciale, e tra i due personaggi, che omettiamo di nominare per evidenti ragioni di riserbo, avviene il seguente dialogo che noi siamo riusciti impensatamente a fotografare.
Cittadino: Dimmi un po’, chiede dopo i convenevoli di uso, ora la Commerciale come si trova di fronte al Governo Fascista?
Spia: Benissimo, Mussolini fa la corte alla Commerciale.
Cittadino: (piuttosto meravigliato): Come?
Spia: Si capisce, la Commerciale è troppo forte per temere il Governo Fascista.
Cittadino: Ma il Governo Fascista è troppo forte per temere la Commerciale!
Spia: Non tanto quanto la Commerciale. Del resto la Commerciale non ha niente a temere dal Governo, ed in questo momento può fare a meno del suo aiuto; mentre il Governo deve temere la Commerciale e può sempre aver bisogno dell’aiuto della forza finanziaria che è tutta in mano della Comit.
Cittadino: Sarà, ma non mi sembra che il Governo Fascista possa temere la Comit e tanto meno che Mussolini non abbia motivi di doglianza verso la Comit.
Spia: Veramente Mussolini fa la corte alla Banca, ma non può assolutamente digerire Toeplitz.
Cittadino: E allora?
Spia: Si capisce: Mussolini vorrebbe eliminare Toeplitz dalla Commerciale, ma ciò rappresenta una fatica superiore alle sue forze.
Cittadino: Davvero?
Spia: Naturale: Toeplitz non può essere scalzato né ora né mai, ché egli è il padrone unico e vero della Banca; è più forte e sicuro Toeplitz al Governo della Comit, che Mussolini al Governo dell’Italia.
Cittadino: E allora quale sarà la soluzione?
Spia: Le cose restano come sono per il momento: Mussolini è contro Toeplitz e non contro la Banca Commerciale: d’altra parte Toeplitz non c’è forza che possa riuscire a sbalzarlo di sella, e perciò i due uomini restano di fronte, in attesa degli avvenimenti.
Cittadino: Come, come? Quali previsioni allora?
Spia: È logico: Toeplitz si arma, si prepara, attende il momento opportuno per imporsi a Mussolini: oggi fa finta di essergli amico non potendosi compromettere, ma è sicuro di vincere domani, perché certamente egli è il più forte, né Mussolini potrà reggersi per molto tempo al Governo. L’esperimento Fascista passerà presto, quindi si può aspettare. Intanto la Banca sarà sempre condotta da Toeplitz, che, anche volendo, non può andarsene, essendo stato comandato a quel posto dalla finanza internazionale: egli quindi non molla, continua per la sua strada né si preoccupa dei fastidi del Governo o della brutta cera che Mussolini gli fa.
Cittadino: Veramente tutto ciò mi meraviglia.
Spia: Perché? Non è evidente forse?
Cittadino: Avevo sentito dire diversamente: e cioè che la Commerciale temesse di essere attaccata da un momento all’altro dal Governo Fascista, per le sue malefatte durante la guerra e dopo.
Spia: Ciò è assurdo; la Commerciale non teme né il passato, né il presente, e l’avvenire sarà nuovamente suo, tutto suo; essa rappresenta una strapotenza invincibile ed ha troppe forze a sua disposizione.
Cittadino: Eh?!
Spia: So quel che mi dico… ma non farmi dire poi quello che non posso dire; arrivederci.
E andò via la spia lasciando il suo amico disorientato ed incuriosito, e forse, anzi certamente, anche turbato.
È chiaro? La Banca Commerciale detta Italiana è in posizione di attesa, in fase di preparazione e di elaborazione dei suoi piani e della sua immediata azione; agirà al momento opportuno per impadronirsi dell’avvenire, mentre non teme il presente.
Toeplitz è un ebreo polacco, prima cittadino tedesco, poi naturalizzato italiano e convertitosi alla religione cattolica, il quale, come tutti gli ebrei dell’Alta Finanza, è in realtà un senza patria che ha continuato e continua nel suo paese di adozione l’opera nefasta del suo maestro Otto Joel. Durante la guerra Toeplitz fece frequenti viaggi nella Svizzera.
Ed a maggiore documentazione, per quanto superflua, ci piace ancora riportare la fotografia di un altro colloquio sorpreso tra un impiegato della Banca Commerciale ed un altro cittadino, e dei quali omettiamo anche i nomi per le stesse evidenti ragioni di riserbo.
Cittadino Come va ora la Commerciale?
Impiegato: Benissimo.
Cittadino: Certo non come prima: ora il Governo Fascista non è il Governo di Giolitti, di Bonomi, eccetera e non si presta ai voleri della Commerciale.
Impiegato: Non conta: la Commerciale è sempre la padrona della situazione, tutto il mercato dipende da noi.
Cittadino: Ma il Governo Fascista potrà prendere qualche provvedimento per le banche, e specie per la Commerciale?
Impiegato: La Commerciale non teme alcun provvedimento. Si era detto che Mussolini volesse fare del Banco di Roma la Banca Nazionalista, ma…
Cittadino: E non può farlo?
Impiegato: Prima che il Banco di Roma riesca a liberarsi del passato… troppo ci vuole! La Commerciale lo tiene per la gola e non lo lascia andare per altra strada, nonostante quello che voglia Mussolini.
Cittadino: Può essere. Provvederà forse diversamente il Governo …
Impiegato: Già, si è pure detto che Mussolini voglia riunire in unica banca tre Istituti: Banco di Roma, Nazionale di Credito ed Istituto di Credito Marittimo.
Cittadino: A che farne?
Impiegato: Per fare un unico organismo contro la Commerciale; ma anche questo disegno è inconsistente: la Commerciale se li mangia tutti e tre separatamente o uniti, quando vuole.
Cittadino: È possibile? È così forte la Commerciale?
Impiegato: Certo: essa ha alle spalle la finanza internazionale, e perciò è potente ed invincibile.
Cittadino: Ma la Commerciale è poi proprio contro il Governo?
Impiegato: Assolutamente e nettamente antifascista: questi sono gli ordini.
Ogni commento a questo dialogo è superfluo: le deduzioni sono intuitive e non hanno bisogno di parole per imporsi alla serena attenzione del Fascismo, dello Stato Fascista, della Nazione tutta.
I piccoli (spia ed impiegato) hanno parlato in quanto i grandi avevano già parlato.
XXVI. Situazione bancaria
La Banca più forte e più potente – ha detto un suo impiegato – è incontrastabilmente oggi la Banca Commerciale Italiana.
È pacifico per tutti che il Credito Italiano è stato sempre ed è fuori concorso, in quanto non rappresenta che un fedele satellite della Banca Commerciale.
La Banca Nazionale di Credito, come abbiamo esaminato esaurientemente in altra parte di questo lavoro, piccola creatura piantata sopra un’enorme ossatura, acefala e senza linfa, senza volontà e senza potenzialità, non è che una stretta dipendenza, una succursale della Banca Commerciale: affidata nelle mani di un funzionario della Commerciale aderisce completamente alla volontà ed all’azione della sua padrona. Il suo stato di vassallaggio diretto non può essere messo in dubbio, perché è evidente, troppo evidente.
Il Banco di Roma, per vivere e per non morire, ha dovuto – obtorto collo – entrare nella costellazione della Commerciale e sottoporsi alla sua tutela e protezione: ha quindi le mani legate, e per scioglierle troppo tempo e troppo sforzo occorrerebbero. Non è più libero nella sua azione, è oramai aggiogato al carro del dominatore e deve seguirlo.
L’Istituto Italiano di Credito Marittimo svolge particolare attività nel campo bancario, e deve ancora irrobustirsi: è quindi fuori del campo della lotta né potrà mai assumere posizione contro la Commerciale per i rapporti di origine comune che corrono fra i padroni effettivi dei due organismi.
La Banca d’America e d’Italia, pure ricca di capitale liquido, non ha un programma: limita la sua azione alla piccola speculazione e non ama tirarsi addosso nemici né impigliarsi nella rete: vuol essere lasciata tranquilla, che non dà e non vuole fastidi, poiché il suo programma è così modesto da non suscitare né l’attenzione e tanto meno la gelosia o l’inimicizia dei colossi.
Limitiamo il nostro esame ai soli Istituti che per l’entità del loro capitale azionario possono rappresentare ed avere un indirizzo politico ed un programma finanziario: omettiamo l’indagine sugli innumeri piccoli Istituti di Credito, per quanto l’indagine risulterebbe completamente a favore della nostra tesi, poiché questi non possono avere né libertà di azione né un programma indipendente e fattivo, costituendo quantità trascurabile nel giuoco del mercato bancario. Essi debbono e possono soltanto agire nell’orbita e sotto l’egida delle grandi Banche di Deposito, ed una indagine ci farebbe constatare che se non tutti, la massima parte di essi sono proprio nell’orbita della Commerciale. Questa infatti ha sempre disdegnato di trapiantarsi in zone e centri non molto importanti, dove invece ha preferito giungere indirettamente a mezzo di piccole banche da lei controllate ed a lei soggette.
Ciò premesso è evidente che tutto il movimento bancario italiano, quello che conta qualche cosa, è oggi in mano alla Banca Commerciale, assoluta ed incontrastata dominatrice del mercato.
E non è soltanto padrona del mercato bancario: attraverso questo dominio essa è giunta al dominio di tutta l’attività industriale, al dominio ed alla gestione di tutto il risparmio e del capitale italiano, al controllo della produzione e del commercio interno ed estero, al controllo ed al regolamento dell’attività finanziaria dello Stato, al dominio di tutta l’economia nazionale, ed, attraverso la stampa – tutta in sue mani – come le banche e le industrie, al dominio dell’opinione pubblica.
Questa forza bancaria che tutto domina e tutto controlla può agire nell’orbita dello Stato Fascista o deve agire contro di esso?
La risposta è intuitiva e lampante.
La Banca che rappresenta la finanza internazionale, che da questa è sostenuta, che persegue fini nettamente antinazionali, quale autentica «bestia ria» nella sua insaziata e mai soddisfatta sete di conquista e di dominio si vede contrastata il passo dallo Stato Fascista che persegue fini del tutto opposti ed antitetici. Analogamente lo Stato, venuto finalmente nelle mani delle forze giovani ed indipendenti, nelle mani dei più veri e dei più puri figli d’Italia, perseguendo il programma di affrancazione e di massima valorizzazione di tutti i fattori ed i valori nazionali, deve vedersi ad ogni passo intralciata la via dalla Banca dominante, via che trova insidiata dappertutto.
Sono due forze antitetiche per le loro origini e per i loro fini: ognuna deve perseguire l’attuazione del proprio programma, non può e non deve decampare da esso, ed è evidente che l’organo finanziario dominante deve porsi contro lo Stato Fascista, né può essere diversamente.
La Banca Commerciale si appellò italiana perché fu per trent’anni padrona dell’Italia economica e politica: ora ha perduto il potere politico ma conserva integro il dominio economico: la sua azione da oggi è diretta a conservare il male acquistato dominio economico ed a riconquistare il perduto dominio politico: ciò lo Stato Fascista non può permettere, non deve permettere, non permetterà.
* * *
Il 7 marzo 1923 S.E. l’On. Mussolini, compiendo un rito affatto nuovo ma altamente significativo, recandosi personalmente a presentare al controllo del Ministro tecnico i bilanci dei suoi dicasteri, ebbe a dire: «La storia dei popoli ci dice che la severa finanza ha condotto le nazioni alla grandezza».
Noi siamo un umile ed oscuro vostro soldato, Onorevole Mussolini, ma devoto e disciplinato: dobbiamo perciò constatare ancora una volta che ogni vostra parola ha un contenuto profondo di realtà, ogni vostra parola è un programma, un fatto, l’azione.
Ma dobbiamo altresì disciplinatamente farvi presente che la parola ricostruzione si scompone in due differenti stadi: ricostruzione finanziaria e ricostruzione economica.
Certamente la ricostruzione finanziaria deve costituire uno dei capisaldi dell’opera ricostruttrice, ma non è la sola, ed a sé stante non potrebbe produrre gli effetti benefici e duraturi che se ne aspettano.
A base della ricostruzione finanziaria, ad integrazione necessaria di essa, c’è la redenzione economica, poiché non dobbiamo dimenticare la più grande e profonda verità: CHE IL TRAGICO DOMINATORE È IL FATTORE ECONOMICO, DETERMINATO SOPRATTUTTO DALLA VITA FINANZIARIA DEL PAESE.
Ed è questa vita finanziaria, ora completamente in mano a forze antinazionali, che occorre invigilare, regolare, controllare, indirizzare, conquistare, perché ogni fatica non sia resa vana.
Noi possediamo sì il potere politico, ma non possiamo aspirare ad ottenere soltanto con esso la completa redenzione economica, quando il fattore principale dell’economia, e cioè gli organi finanziari, non sono in nostra mano e ci sfuggono e ci contrastano il passo: in altri termini lo Stato Fascista ha sì la casa, ma ne ha lasciato le chiavi in mani straniere e nemiche. Occorre quindi per la sua tranquillità presente ed avvenire, che quelle chiavi siano conquistate o per lo meno che siano rese inefficaci, cambiando la serratura alla casa ed adoperando quindi altre chiavi da consegnarsi in mani amiche e fidate.
L’organo finanziario genera direttamente le attività economiche e contribuisce al loro sviluppo: esso è l’elemento indispensabile e il coefficiente essenziale che può produrre sia lo sviluppo e l’incremento che il dissolvimento di tutti i fattori economici produttivi della Nazione.
Non si può prescindere da tale organo, e grave errore sarebbe il farlo. Nessuna iniziativa politica e diplomatica può avere pratica estrinsecazione e soluzione senza la cooperazione della forza finanziaria. Epperò il potere politico o deve poter contare su tale elemento o deve rinunziare a qualsiasi programma realisticamente ricostruttivo, se non vuole correre l’alea di vedere frustrati i suoi fini e di aver fatta soltanto della vana accademia.
E difatti non è concepibile che una grande banca di depositi non abbia un programma politico, ad integrazione di quello finanziario: come non è concepibile che un governo forte e risoluto non abbia un chiaro programma economico-finanziario accanto ai postulati puramente politici: i due programmi e le azioni e le attività che ne scaturiscono si completano a vicenda ed in un certo senso si confondono anche quando sono convergenti: si elidono a vicenda se sono divergenti, e possiamo anzi affermare che nel conflitto è il potere politico che vede la sua azione efficacemente intralciata, arrestata e vulnerata.
Quindi l’azione politica delle banche deve essere inserita nel programma di Governo: soltanto in questo caso ogni fine può essere compiutamente conseguito ed ogni attività può riuscire efficace e feconda di risultati.
Al contrario riesce sommamente dannosa e paralizzatrice per i fini del Governo un’azione politica delle banche che, anziché inserirsi, si opponga e contraddica al programma di azione governativa.
La politica e la finanza sono due poteri e due forze che si incontrano sul terreno delle realizzazioni economiche, ed è opportuno esaminare gli effetti diversi che ne derivano a seconda delle posizioni che l’un potere assume di fronte all’altro.
Il potere finanziario del Paese (le banche) o è sulla stessa linea del potere politico (governo), o è su una linea del tutto opposta, o è su una linea neutra, indifferente ed estranea al programma economico del Governo.
Nel primo caso, quello che è eticamente perfetto e che ogni governo deve augurarsi ed all’occorrenza crearsi, le due energie si integrano e si completano, ed ogni programma più audacemente realizzatore può avere pronta ed efficace soluzione col raggiungimento dei postulati che si perseguono.
Nel secondo caso avremo il contrasto, e quindi il conflitto, in base al quale ogni iniziativa del potere politico sul terreno economico sarà sabotata, frustrata, resa vana, neutralizzata e resterà quindi sterile ed inefficace, non avendo la possibilità di passare dal campo teorico della enunciazione e della preparazione al campo pratico della realizzazione.
Nel terzo caso l’organo finanziario non contrasterà ma non agevolerà neanche l’iniziativa governativa, la quale pertanto resterà egualmente senza efficacia pratica.
* * *
Il Governo nazionale, che per somma nostra ventura – come il sole dopo la tempesta – è assurto a regolare i nuovi e più radiosi destini d’Italia, il primo Governo d’Italia dopo quello di Cavour che ha un programma materiato di sostanziali rivendicazioni e valorizzazioni, che esplica un’azione eminentemente ricostruttrice in tutti i campi, e che deve tendere perciò a risolvere il problema principale della vita nazionale, il fattore economico, può prescindere e disinteressarsi dell’azione che le banche italiane possono esplicare nei confronti del suo programma e della sua attività?
Se il fattore economico costituisce la base della ricostruzione nazionale, il problema bancario costituisce a sua volta la base unica del fattore economico.
Risolto il problema dell’attività bancaria, tutta l’economia nazionale sarà risolta e tutta l’attività governativa nel campo economico sarà agevole e promettente di sicuri efficaci frutti.
Lo Stato Fascista, per il suo programma e per i fini che persegue, ha bisogno assoluto del fiancheggiamento dell’attività bancaria, come del pane, per la sua stessa vita e per la vita della Nazione. Può prescinderne? Assolutamente no.
Equivarrebbe a suicidarsi ed a compromettere la ricostruzione nazionale alla quale lo Stato Fascista attende con alacrità.
Infatti basta esaminare anche sommariamente il campo economico nel quale si incontrano le due attività – bancaria e politica – per convincersene.
Omettiamo di proposito di parlare delle deformazioni dell’attività bancaria, delle disonestà dell’attività bancaria, che intuitivamente devono ritenersi deleterie e lesive della prosperità della Nazione devono essere dirette contro la Nazione per servire interessi egoistici.
Limitiamo perciò il nostro esame all’attività normale della Banca ed alle sue funzioni più naturali.
La Banca oltre che convogliare il risparmio nazionale ed essere depositaria della ricchezza nazionale, è quasi sempre la consigliera del risparmiatore e del capitalista circa l’impiego più idoneo del risparmio e del capitale: in questa funzione di consigliera la Banca contribuisce potentemente ad indirizzare il capitale ed il risparmio secondo gli interessi economici della Nazione o contro di essi; contribuisce quindi, a seconda degli investimenti che consiglia, all’incremento o al sabotaggio dei fattori produttivi dell’economia nazionale.
Lo Stato ha bisogno imprescindibile di sostenere e difendere i suoi titoli, poiché la quotazione di essi è l’indice diretto del credito del Paese, e fattore influente dei cambi: certamente per questo fine ha bisogno della collaborazione delle banche, le quali regolano il mercato dei titoli in Borsa attraverso gli acquisti e le vendite in proprio e per conto.
Una grande Banca di depositi ha sempre una larga disponibilità di titoli ed ha altresì la possibilità, in ogni momento, di assorbirne altri e ricollocarli quindi presso la clientela: quando essa è nemica del Governo e dello Stato può, quante volte lo creda opportuno, precipitare il credito del paese provocando, con precipitose e voluminose offerte, lo svilìo dei valori di Stato.
Lo Stato ha altresì il dovere ed il massimo interesse a tutelare e difendere la quotazione della valuta nazionale, specie quando essa è bassa come in Italia, sia per sventare manovre borsistiche della finanza estera sia per evitare un depauperamento del Tesoro e del paese per i pagamenti occorrenti alle importazioni, specie quando si tratti, come l’Italia, di paese che ha uno sbilancio commerciale di importazione.
Per raggiungere questo fine lo Stato ha bisogno della cooperazione delle banche. Queste infatti, attraverso le loro relazioni di corrispondenza con banche estere, possono contribuire, come uno dei fattori principali, alla difesa o al deprezzamento della valuta nazionale. La Banca può difendere la valuta italiana comprando nelle Borse estere la lira e vendendo divise estere di cui è sempre necessariamente provvista; del pari, vendendo la lira ed acquistando fortemente divise estere a valuta pregiata, può generare, anche con la sola sua azione, la rovina ed il tracollo della valuta nazionale.
Queste sono le operazioni più elementari attraverso le quali la Banca, pur agendo secondo i suoi postulati fondamentali, può mettersi a fianco o contro l’azione governativa di tutela finanziaria e gli interessi nazionali che ne conseguono.
Più precisa e manifesta appare l’azione bancaria nel campo puramente e strettamente economico.
La Banca infatti ha la possibilità di assecondare e di agevolare le industrie ed il commercio della Nazione, o di contrastare loro il passo e lo sviluppo.
Il commercio internazionale oggidì ha luogo quasi esclusivamente attraverso la Banca: la Banca dà le informazioni sul mercato e le referenze sul commerciante; la Banca è tramite, con le aperture di credito, per il commercio di importazione e di esportazione; la Banca, attraverso i suoi corrispondenti esteri, può aprire nuovi sbocchi di esportazioni o sabotare quelli esistenti.
È evidente così l’influenza della Banca nell’attività commerciale del Paese, influenza che può essere tanto a favore quanto contro lo sviluppo di una attività che costituisce uno dei fattori non ultimi della prosperità o della povertà nazionale.
Abbiamo accennato ad una speciale influenza bancaria sulle industrie: essa si estrinseca in una infinità di modi.
È risaputo che l’industria, qualunque sia l’entità di capitali propri di cui possa disporre, deve sempre ricorrere al credito: è la Banca che esercitando il credito può, allargandolo o contraendolo, influire sullo sviluppo o sulla paralisi delle industrie. Del pari la Banca può contribuire a formare un ambiente di fiducia o di discredito verso le industrie, difendendo i titoli industriali nel mercato borsistico o attaccandoli. E poiché, le grandi industrie sono costituite in Società Anonime, quasi ovunque la Banca partecipa direttamente alla formazione ed alla gestione di esse con capitale azionario: la Banca quindi può, quando vuole assicurarsi il possesso della maggioranza del capitale azionario, direttamente o indirettamente, ed impadronirsi conseguentemente di tutta l’industria, adottando sistemi tecnici amministrativi e finanziari tali da ingenerare lo sviluppo dell’industria o la stasi, la limitazione della produzione, l’inerzia, l’amalgama o il conflitto tra maestranza ed industria, l’accordo o il conflitto tra industrie similari.
Come si vede, l’azione bancaria nei riflessi della produzione industriale è decisiva e può essere svolta in senso favorevole o contrario, attraverso una ingerenza diretta o indiretta che viene a costituirsi automaticamente con pure e semplici operazioni bancarie.
* * *
Nelle pagine precedenti abbiamo esaminato il programma realizzatore nel campo economico che il Governo Fascista si propone di svolgere: abbiamo sostenuto che logicamente la politica estera del Governo Fascista deve essere volta a conseguire concessioni di fonti di rifornimento ancora disponibili all’Estero ed all’utilizzazione della mano d’opera esuberante nello sfruttamento di tali concessioni, ed abbiamo altresì affermato che mancava ancora uno dei fattori essenziali perché si potesse raggiungere la realizzazione.
Questo elemento è appunto l’ente finanziario, la Banca.
Quando lo Stato, promuovendo opportuni accordi politici e diplomatici, è riuscito ad assicurare alla Nazione fonti di rifornimento, come i pozzi di petrolio della Polonia, deve necessariamente preoccuparsi dello sfruttamento di esse con lavoro e con capitale italiano.
Ed è logico: non è ammissibile che si fosse andati a compiere una fatica inutile col procurarsi concessioni che non potessero poi essere sfruttate da noi e per noi.
Epperò finita la fatica diplomatica, quando sappiamo che di mano d’opera l’Italia ne ha sempre in abbondanza per qualsiasi impresa, deve entrare in azione l’altro fattore: il fattore finanziario.
Certamente le concessioni ottenute dal Governo Italiano non possono essere affidate, per lo sfruttamento, a capitale straniero – qualunque possano essere le condizioni e le garanzie che si potessero stabilire – senza far perdere ogni prestigio ed ogni stima alla capacità economica e finanziaria della Nazione: né possono essere sfruttate direttamente dallo Stato, che il tempo dello Stato demagogico, dello Stato imprenditore, commerciante, industriale, eccetera, è tramontato.
Per portare quindi nel campo della realizzazione pratica l’azione politica occorre l’intervento del fattore finanziario: la Banca soltanto può promuovere ed incoraggiare l’investimento di capitali nell’impresa, e quindi la costituzione di apposite Società per lo sfruttamento delle concessioni ottenute alla Nazione dall’azione di Governo, come può finanziare – esercitando il credito indispensabilmente occorrente – le imprese già costituite allo scopo. Il capitale privato infatti è normalmente restio ad avventurarsi da solo in imprese nuove, fuori dei confini nazionali: si decide soltanto quando sa che alle sue spalle c’è la Banca, poiché deve essere assente dal capitale la preoccupazione di non essere sufficiente a conseguire tutto lo scopo e di essere costretto quindi a mezzo il suo compito a ricercare affannosamente il concorso, che vuole invece assicurato preventivamente.
È chiaro perciò che lo Stato che tende alle realizzazioni non può disinteressarsi di avere una finanza nazionale amica o nemica: senza la sua collaborazione diretta non può conseguire né ricostruzioni né realizzazioni nel campo economico.
Ma ammettiamo pure per un momento che in Italia vi sia tanto capitale privato che sia sufficiente e disposto a sostituire l’azione delle banche verso lo Stato ed il Paese, e si imbarchi quindi nelle imprese di sfruttamento per esempio, del petrolio della Polonia già assicurato all’Italia o del carbone dell’Asia Minore, eccetera, da sé solo e senza alcun concorso bancario. Per tali imprese si devono necessariamente costituire Società Anonime che prenderanno sviluppo ed importanza nel mercato internazionale via via che si avvicinano alla realizzazione del fine: queste Società emetteranno quindi delle azioni, le quali saranno oggetto di domanda e di offerta, saranno in altri termini inevitabilmente soggette alla speculazione del mercato borsistico internazionale, e perciò stesso soggette all’accaparramento, ed alla valutazione o all’abbandono ed alla svalutazione. Chi in questo caso può difendere o attaccare tali titoli industriali se non la Banca?
Nuocerebbe quindi anche il solo contegno passivo, il disinteresse assoluto, della finanza del paese, quando questa non voglia invece, e lo può in ogni momento, acquistare le azioni per cederle all’industria straniera concorrente e togliere la padronanza dell’industria al capitale italiano (ed il caso delle Alpine Montane Ge insegna!).
E concludiamo: l’attività politica e diplomatica del Governo non basta da sola a conseguire la pratica realizzazione del programma ricostruttivo dell’economia nazionale, ed ha bisogno imprescindibile che l’attività della finanza del Paese sia aderente al suo programma, lo prenda in consegna al momento opportuno e lo conduca a compimento. Una finanza nemica od anche soltanto assente e disinteressata neutralizza o per lo meno paralizza l’attività governativa, impedendo il raggiungimento del fine.
Ciò ammesso, quale è la finanza del Paese che oggi può aderire al programma dello Stato Fascista, fiancheggiarne l’attività e realizzarne i fini?
Non possiamo prendere in considerazione gli Istituti di Emissione, i quali, per la loro speciale costituzione e per la speciale loro missione, non hanno la possibilità di intervento diretto e non possono quindi essere né industriali né commerciali, e non hanno d’altra parte l’immediato contatto col pubblico capitalista e risparmiatore: questi quindi sono e devono essere fuori causa.
La finanza alla quale lo Stato ed il Paese possono rivolgere la loro attenzione è costituita dalle grandi banche di depositi o Istituti di Credito libero, come oggi comunemente vengono chiamati.
E questa finanza, abbiamo dimostrato precedentemente, è tutta contro lo Stato Fascista ed il suo programma ricostruttore, ed abbiamo anche constatati i moventi della inimicizia.
La Banca Commerciale è oggi assoluta padrona e regolatrice di tutta la finanza italiana, così com’è altresì padrona dell’industria e di tutti i sistemi produttivi italiani, com’è padrona della stampa della quale se ne servirà al momento opportuno. Ed essa per le sue origini, per il fine che ha sempre perseguito e che non può oggi essere diverso da quello di ieri, si trova necessariamente contro lo Stato Fascista ed il suo programma. Le altre banche di depositi abbiamo visto essere tutte strettamente dipendenti da lei, o associate, o controllate.
Può forse bastare a svincolare qualcuna delle banche oggi esistenti dall’influenza della Commerciale il cambiamento di uomini, come si è fatto al Banco di Roma?
Noi non abbiamo la fortuna di conoscere personalmente l’On. Boncompagni Ludovisi, ma conosciamo il suo coraggio politico e possiamo quindi affermare che chi è stato coraggioso in politica lo sarà anche nella finanza: rendiamo omaggio alle elette doti di mente e di cuore che adornano l’uomo posto a capo del Banco di Roma, ma francamente dobbiamo pure constatare che Egli è sempre un uomo solo e non può bastare a rovesciare la situazione del Banco di Roma. Vi sono troppe situazioni da sistemare, vi sono troppe conseguenze del passato e dalle quali non si può prescindere, ed un uomo solo, per quanto prezioso ed assolutamente superiore, energico e fattivo, non basta contro un intero sistema: occorre tempo anzitutto e capitali e capitali.
Conviene allo Stato Fascista aspettare il tempo necessario, e che non può essere breve?
Conviene altresì la fornitura di altri capitali per svincolare l’Ente, dopo avergliene forniti per non farlo morire?
A noi veramente sembra che questa convenienza non ci possa essere e non vi sia per lo Stato Fascista, soprattutto perché non c’è assolutamente tempo da perdere nell’opera di ricostruzione economica, dalla quale dipendono tutte le altre ricostruzioni e tutte le valorizzazioni, perché Ruit Hora.
E l’urgenza del provvedimento è data anche dalla sfiducia generale del pubblico italiano – senza parlare di quella dei circoli finanziari esteri – verso tutti gli enti finanziari della Nazione: tale sfiducia ha prodotto la tesaurizzazione sotto tutte le forme, dalla custodia personale della valuta alla custodia in cassette di sicurezza, come conseguenza immediata si è avuta e si ha tuttora la rarefazione nella circolazione e la diminuzione di depositi liberi delle banche. È superfluo accennare a tutte le altre innumeri conseguenze che sono prodotte da tale fenomeno.
Occorre quindi ristabilire anche la fiducia nel risparmio, fiducia che, senza un provvedimento straordinario, si potrà riottenere soltanto attraverso il tempo.
Ed allora?
Si può risolvere il problema diversamente e più idoneamente, ed è quanto andiamo ad esporre nelle pagine seguenti: con la soluzione da noi prospettata si otterrà sicuramente oltre che il palladio ed il coefficiente immediato dello Stato Fascista, anche la immediata fiducia del pubblico e del risparmio verso le banche nazionali.
XXVII. L’influenza finanziaria
Non è possibile studiare il fenomeno della produzione senza accennare anche agli inevitabili rapporti fra l’industria e credito e perciò alla parte grandissima che necessariamente la Banca esercita sullo sviluppo industriale di un Paese.
È teoria tedesca, accettata poi anche dall’America e dall’Inghilterra, tendente a generalizzarsi, che la Banca sia, non soltanto istituto di credito, nel senso rigidamente inteso fin qui, ma allerlei Entreprisen, cioè di imprese di ogni genere.
Si spiega così il movimento industriale germanico dell’anteguerra, applicato all’influenza economica politica da esercitarsi sui paesi di conquista, e non è eccessivo supporre, che anche i futuri tentativi di penetrazione industriale straniera avranno per base, e per strumento insieme, la Banca.
Di qui, la doppia necessità che il Governo vigili sulla formazione degli Istituti di Credito che non diano garanzia di italianità e, in pari tempo, che si comprenda la necessità di una politica bancaria nazionale, la quale segua lo sviluppo industriale del Paese e collabori ad esso in maniera da aiutarne l’affermazione.
Attraverso il commercio la Banca controllò in ogni tempo lo sviluppo e l’espansione di un Paese.
Le forniture industriali, le imprese commerciali e gli impieghi di denaro non influenzano soltanto il lavoro ed il capitale, ma comportano l’azione politica di una Nazione sopra l’altra.
XXVIII. Le nuove funzioni del credito
La nuova funzione dell’istituto di credito, portandolo ad essere quello che oggi è, vale a dire non soltanto il fulcro della vita economica, ma anche della vita politica di un Paese, che tutto viene influenzato e controllato, direttamente od indirettamente, dalla Banca, ne accresce enormemente l’importanza. Attualmente il suo compito non si limita più ad amministrare i depositi dei suoi correntisti, ma trasforma ciascuno di essi in collaboratore diretto ed indiretto, interessato in tutte le operazioni con le quali la Banca esplica la sua azione nell’economia del Paese.
Regolatrice del credito, sovventrice di iniziative, suscitatrice di energie, la Banca è ora, in certo qual modo, una moderatrice del lavoro di una Nazione, in quanto può dipendere da essa l’attuazione di nuove iniziative e l’incremento sempre maggiore delle imprese che impiegano largamente la mano d’opera nazionale; mentre la concessione, accordata o negata, del suo concorso a imprese d’ordine economico-politico, dentro e fuori il Paese, può aiutare, o rendere impossibile, l’attuarsi di progetti direttamente legati all’indipendenza della Nazione all’interno od alle sue espansioni all’Estero.
Tutto si aggira intorno alla Banca.
E dall’imponenza di questa sua funzione, nella vita economica contemporanea, scaturisce la necessità imprescindibile, per un Paese geloso della propria indipendenza e del proprio avvenire, che nessuna influenza straniera domini le direttive dei maggiori istituti di credito nazionali. Viceversa, quanto più stretti saranno i legami fra credito ed imprese di lavoro, orientate con sicura garanzia verso un’affermazione economica in senso nazionale, tanto più facilmente sarà raggiunta questa affermazione. Perché la collaborazione fra Banca, Industria e Commercio sia proficua, nei riguardi dell’economia nazionale, bisogna che nessuna discrepanza esista, in linea direttiva d’azione, fra questi fattori; bisogna che l’aiuto che si danno sia di reciprocità, e che l’intento comune sia rappresentato dall’interesse dei singoli identificato nell’interesse nazionale.
XXIX. I nemici della Nazione in funzione di tradimento
Questo nostro studio era già in composizione di stampa quando è avvenuta a Milano l’esposizione finanziaria dell’on. De Stefani.
Poiché da quella esposizione, la prima esposizione fatta in Italia dal Ministro del Tesoro con sincerità e con risultati tangibili e rivolta al Paese, ne doveva scaturire legittima una rivalutazione della nostra valuta e dei titoli di Stato, anche per l’attenzione che ad essa era stata rivolta dai circoli finanziari esteri, la duplice manovra degli interessati perché tale fine precipuo fosse frustrato.
L’immediato benefico effetto economico ribadiva senz’altro il consolidamento politico dello Stato Fascista, e ciò era indesiderato ed indesiderabile dai nemici dello Stato Fascista e della Nazione.
Assistiamo quindi a quanto di più grottesco e di più infame si fosse potuto immaginare!
Il Signor Toeplitz, seguito fedelmente dal confratello Credito Italiano, manda circolari agli stabilimenti dipendenti perché dalle Direzioni fossero messi in evidenza i risultati dell’esposizione finanziaria e si adoperassero quindi per il naturale e conseguente maggiore apprezzamento della nostra valuta e dei nostri valori, e si affrettano a far dare notizia di tale magnanimo gesto a mezzo della loro stampa.
Contemporaneamente però e simultaneamente il pubblico deve verificare: 1) deprezzamento della nostra valuta e dei nostri valori nelle Borse del Regno, e specialmente a Milano, contrariamente alla più legittima e logica aspettazione; 2) manifestazioni antifasciste nell’Italia Meridionale, le cosiddette manifestazioni del soldino!
A Milano alcune piccole banche sono sorprese con le mani nel sacco nelle manovre ribassiste di Borsa; nell’Italia Meridionale si sorprendono socialisti e liberali a promuovere le manifestazioni politiche antifasciste, senza causale e senza un fine!
Noi nelle pagine precedenti avevamo già additato alle armi in potere dei nostri nemici ed al modo come esse potevano essere messe in azione contro di noi: abbiamo colpito giusto, perché si è precisamente verificato quanto noi avevamo previsto.
Tra le Banche sorprese a Milano ad aggiotare il nostro mercato finanziario, ve n’era una, come riferiscono i quotidiani, costituita da pochi giorni, con capitale azionario esiguo, eppure fornita di mezzi abbondanti per poter attaccare in Borsa i nostri valori e la nostra valuta: è superflua ogni indagine per indicare il mandante di quella o di quelle Banche, dopo quanto abbiamo esposto in tutto il nostro studio.
Chi aveva interesse a frustrare le benefiche ripercussioni sul mercato finanziario della esposizione del Ministro De Stefani?…………………………………………………………………………………………
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È ingenuo pensare che chi opera si smascheri e si comprometta direttamente: ha a sua disposizione chi è pronto a servirlo e coprirlo!
Persone venute di questi giorni dal Mezzogiorno d’Italia domandano ansiosamente a quelli che vivono a Roma, «è vero che Mussolini sta per cadere?». Meraviglia dell’interpellato, al che l’altro replica: ma se laggiù lo dicono tutti! Chi sono questi tutti?
I signorotti dell’abolito feudalismo liberale, che mal rodono il freno, e che sorretti dalla Finanza internazionale, anelano al rovesciamento dell’ordine attuale per riconquistare il perduto e male acquistato dominio!
Basta mettere in relazione la simultaneità dei due attacchi, sferrati in due zone differenti, apparentemente indipendenti tra di loro, ma logicamente tra loro connessi e tendenti ad unico fine, e non ci farà mestieri di affannarci oltre per dimostrare il deprecato connubio del partito liberale con la finanza antinazionale, o quanto meno il vassallaggio del primo alla seconda, come abbiamo analizzato ed individuato in tutto il nostro studio, e specialmente nella parte che precede.
Queste due forze, oggi ancora unite, cospirano ed operano ai danni dello Stato fascista e della Nazione!
PARTE TERZA
XXX. Soluzione del problema bancario
L’Italia era molto ammalata, ed i vari flebotomi che si arrogavano il diritto di curarla, anziché guarirla, consapevolmente continuavano ad intossicarla sì da trarla a sicura morte! Essi facevano delle diagnosi che si avvicinavano a quella vera, ma deliberatamente sbagliavano poi la cura.
Essi però continuavano a dire che nutrivano fiducia di guarirla, per tranquillizzare tutti i figli della grande malata ed evitare che essi, accorgendosi che la cura era sbagliata, li cacciassero via e chiamassero altri medici.
I figli più genuini della Grande Ammalata, i più puri ed i più sani, quelli della più recente sua generazione, scrutavano sempre attentamente il corpo della loro Madre ammalata: ne vedevano le stigmate, risultato delle intossicazioni prodotte da chi ne aveva la cura: sentirono tutte le sue sofferenze: presentirono vicina la fine e compresero anche che la fine era voluta e procurata da coloro che la curavano… ed agirono come il sentimento in questi casi consiglia e comanda.
In un impeto superbo di sana e salutare ribellione i figli della recente generazione chiesero minacciosi che gli attossicatori si allontanassero e che la Grande Ammalata fosse consegnata a loro, che essi soli erano degni e capaci di guarirla, essi solo avevano a buona guida il sentimento dell’amore e della devozione che fa compiere miracoli: il figlio primogenito, il quale per statuto di famiglia aveva il diritto ed il potere di licenziare i fletobomi e cambiare medico curante, comprese anch’egli di essere stato fino allora ingannato, e non esitò.
Malgrado i vecchi e malfamati medici lo consigliassero a scacciare i minorenni ed a disperderli, che essi soli avevano il diritto di continuare la cura dell’Ammalata loro affidata, il Figlio primogenito comprese che il consiglio era interessato poiché premeva a questi signori di non perdere la buona cliente ed il relativo appannaggio, e li rinnegò senza esitazione: mandò con Dio i vecchi pratici e chiamò al loro posto i minorenni che con slancio e con verace affetto filiale e con la coscienza della grande fatica e della grave responsabilità avevano chiesto fosse affidato a loro il sacrosanto compito di condurre a guarigione e salvamento il corpo della Gran Madre comune, dell’Italia avvelenata deliberatamente da chi l’aveva fino allora maltrattata anziché curata.
Ed al capezzale dell’Ammalata, per consenso del Figlio Primogenito all’unisono con la volontà dei figli ardimentosi e di tutti gli altri figli che tale ardimento ammirarono ed approvarono, si assise il nuovo Medico circondato da una balda schiera di assistenti fidati.
Questo medico si rivelò immantinente un professionista di cartello, di primissimo rango. Dotato di superlative doti di intelletto e di coscienza, animato dal più ardente e dal più puro affetto filiale, non misurò le difficoltà e le responsabilità, e si mise all’opera, non tradendo, anzi sorpassando l’aspettativa di tutti gli altri figli che avevano accompagnato con l’azione e col voto dell’animo il suo gesto audace ma consapevole. E la bella schiera degli assistenti si rivelò anche non degenere del suo Capo.
La diagnosi fu pronta e precisa, e per molti segni manifesti possiamo sentirci autorizzati a registrare che essa corrisponde esattamente a quella da noi fatta nelle pagine precedenti.
Il bacillo che ha infettato e corroso di piaghe tutto il corpo dolorante dell’Italia è annidato nel suo cuore: ESSO È COSTITUITO DAGLI ORGANI FINANZIARI E DALLA LORO ATTIVITÀ FUNESTA ALLA VITA ED AGLI INTERESSI DELLA NAZIONE.
Voi, On. Mussolini, beneamato nostro Capo e valoroso e valente Duce della Nazione, vi siete rivelato un medico di primissima forza, tanto che sotto la vostra sapiente cura l’Italia che era senza fiato ha ripreso a respirare, e le sue piaghe vanno cicatrizzandosi regolarmente e sistematicamente: la miglioria è manifesta e continua; non può essere che graduale data la profondità del male e delle rovine.
Ma miglioria non vuol dire guarigione, per aversi la quale occorre la cura radicale: battere il male alla radice, combattere la causa oltre che curarne gli effetti.
Molti opinano che per guarire perfettamente l’Italia del suo male debba occorrere l’intervento chirurgico: penetrare cioè col bisturi fino alla radice del male, ed asportarne col bacillo roditore tutti i tessuti infetti. Voi, On, Mussolini, siete anche un chirurgo e di tale polso che niuna operazione del genere vi impressionerebbe: Voi sapreste energicamente ed egregiamente operare anche chirurgicamente.
Noi però pensiamo che Voi vi trovate di fronte ad un caso nel quale l’intervento chirurgico non è consigliabile.
L’intervento chirurgico importa taglio ed asportazione di tessuti: nel caso nostro abbiamo constatato diagnosticamente che il bacillo roditore è annidato nel cuore, e l’ha invaso quasi interamente. Per estirpare il bacillo dovremmo devastare il cuore ed asportarlo quasi per intero: è ciò possibile? Potrebbe essere la morte, mentre noi cerchiamo la guarigione.
Dunque, cura medica. E quale?
Ecco, On. Mussolini: noi non pretendiamo di poter dare consigli a Voi, sia per il naturale rispetto a chi è da più di noi, sia per la devozione che noi abbiamo per il Duce, sia per la disciplina verso il Capo. Però ci sembra che in casi simili, quando si tratti di combattere un bacillo devastatore e che produce infezione, la cura più appropriata in terapia sia quella consistente nella inoculazione nel corpo ammalato di altro bacillo equivalente, della stessa natura e della stessa specie di quello che ha prodotto l’infezione, ma idoneo a neutralizzarlo ed a sottometterlo. A noi effettivamente sembra che questo debba essere il migliore, anzi l’unico metodo di cura per ottenere la guarigione completa dell’Ammalata della cui sorte con mirabile unità d’intenti ci preoccupiamo tutti, Capo, e gregari, Duce e Nazione, governanti e governati.
E passando dalla similitudine alla realtà, noi dobbiamo sottomettere alla Vostra autorità, On. Mussolini, la nostra proposta concreta.
Ammesso e constatato, e non ci sembra che né Voi né niuno può oggi dubitarne, che tutti i mali nostri sono il prodotto logico e naturale della vita finanziaria del Paese; riconosciuto che questa è quasi esclusivamente regolata e guidata da una banca straniera: riconosciuto che questa Banca ha il dominio economico della Nazione: che essa serve interessi internazionali e perciò stesso la sua azione deve essere imperativamente contro di Voi, contro lo Stato Fascista, contro la Nazione: che questa sua azione può intralciare la Vostra opera di ricostruzione economica fino a paralizzarla; che Voi non potete fare a meno della collaborazione del fattore finanziario, generatore del fattore economico, per la realizzazione del vostro programma di governo, Voi dovete risolvere il problema apparentemente insolubile nel modo più idoneo e più efficace, quale viene consigliato dalla visione pratica della realtà.
Dovete inoculare fra gli organi finanziari del Paese un nuovo organismo finanziario, vergine, sano, vigoroso, completamente devoto a Voi ed alla Nazione per bontà di programma e per devozione di uomini: dovete eccitare la formazione di una nuova banca che sia fascista, UNA NUOVA BANCA NAZIONALE, CHE SIA LA BANCA DELLA REDENZIONE ECONOMICA.
Come formare una nuova banca? Come garantirsi in precedenza che essa svolga un’attività aderente al programma dello Stato Fascista?
Per una banca costituita sotto i Vostri auspici, non è disagevole stabilire statutariamente delle prerogative che diano le garanzie necessarie.
Noi sottoponiamo al Vostro giudizio, On. Mussolini, il modo come giungere a formare il nuovo Istituto Bancario, modo che a noi sembra il più semplice, il più pratico, il più rapido.
La nostra è effettivamente una piccola idea, ma quasi sempre sono le idee piccole che generano grandi effetti.
Se noi ci facessimo banditori della nostra idea, certamente non produrrebbe gli effetti che noi stessi desideriamo per il solo bene della Patria, poiché noi non abbiamo alcuna autorità per essere ascoltato e seguito.
Epperò noi rinunciamo volentieri alla paternità di questa piccola idea e preghiamo Voi, Duce della Nazione, di volerla accettare per farvene banditore come di cosa Vostra.
Voi avete il seguito di tutta la Nazione, se si fa eccezione dei nemici internazionalisti di ogni specie e dei camorristi del passato da Voi spodestati, e la Vostra parola è ascoltata con reverenza molto lontano, fino alle Alpi ed al mare, fino altro l’Oceano, dove i nostri fratelli valorizzano col lavoro la nostra stirpe ed il nome santo d’Italia.
On. Mussolini, una Vostra raccomandazione è un ordine per la Nazione, e niuno che non sia un traditore o per lo meno un indifferente dei destini della Patria Vi disobbedirà.
Dite una sola parola Voi, come sapete dirla soltanto Voi, migliore e più persuasiva della nostra, e tutti gli italiani che sentono di essere figli d’Italia saranno lieti e felici di seguirvi: la Nazione è pronta ad ogni Vostro cenno, e Voi che per la Patria vi struggete di amore e di devozione, che in nome di tale passione avete compiuto il gesto ardimentoso dell’ottobre 1922 e le opere mirabili della Vostra sapienza politica, fate questo cenno, date compimento alla ricostruzione nazionale.
Bandite l’ordine per la redenzione economica del Paese: il Paese certamente vi seguirà con entusiasmo e la redenzione sarà presto un fatto compiuto.
Qual’è quest’ordine, qual’è questa idea?
Si tratta di cosa semplicissima ed alla portata di tutti.
On. Mussolini, nel 1920 sotto un governo democratico, il Paese dette ben ventuno miliardi in sottoscrizione volontaria per i bisogni del Tesoro: fu eseguita in quella occasione finanziariamente una conversione di capitali da parte dei sottoscrittori, ed economicamente l’operazione ebbe come fine la destinazione di capitale e di risparmio al consumo, distraendoli dalla naturale loro funzione economica, dalla riproduzione.
Potete mettere in dubbio che a seguito di un solo vostro desiderio il Paese non risponda all’appello sottoscrivendo soltanto mezzo miliardo di Lire in azioni, certamente fruttifere, per costituire la Banca per la redenzione economica?
Finanziariamente i sottoscrittori di azioni compieranno un impiego di capitale o di risparmio: economicamente avranno destinato il capitale alla sua naturale funzione economica, alla produzione di altra ricchezza: moralmente avranno compiuta opera di redenzione economica per sé e per il Paese tutto.
Volete che tutto il Paese non risponda unanimemente ad un vostro appello del genere? Tutti, di qualsiasi parte, saranno lieti di compiere in un tempo un’operazione perfetta finanziariamente ed economicamente, e soprattutto moralmente e patriotticamente, e di aver fatta cosa gradita a Voi, On. Mussolini, che possedete oggi, e siamo certi possederete per intere generazioni, oltre che la fiducia e la stima del Paese, la devozione ed il cuore di tutti i vostri governati.
Voi siete il medico infallibile e capace, On. Mussolini: a Voi, o Duce amato e rispettato, la lieve fatica di bandire la piccola idea che, attraverso la vostra autorità, produrrà i benefici incalcolabili che Voi stesso intuite, e che si riassumono in due sole parole di un contenuto profondo: REDENZIONE ECONOMICA.
APPENDICE
Pubblicando e diffondendo il nostro lavoro siamo pienamente coscienti di aver avuto forse del coraggio, ma eziandio di aver fatta opera sommamente utile alla Nazione ed allo Stato Fascista: questa coscienza può e deve bastare a tranquillizzare l’animo nostro.
Fiduciosi di essere stati esaurienti per quanto riguarda il passato e convincenti per quanto si attiene al presente ed all’avvenire e soprattutto per la risoluzione del problema che abbiamo additata al Duce ed alla Nazione, sospendiamo la pubblicazione di un secondo volume nel quale esaminiamo a fondo «Le Manovre Dissolvitrici della Industria e della Finanza Nazionale ed i Metodi e gli Uomini della Finanza Internazionale», riservandoci di farlo quando lo riterremo utile ai fini nazionali.
XXXI. Politica italiana delle materia prime
E cominciamo da quanto ha pubblicato negli ultimi tempi il «Messaggero», organo quotidiano politico di parte liberale, di quella parte cioè sulla quale precisamente pesa la maggiore responsabilità per la conquista dell’Italia nel campo economico, industriale e politico da parte dell’Internazionale Finanziaria a mezzo di organismi bancari; di quella parte liberale che, pur col variare dei nomi e delle persone, sopportò supinamente che ufficiali dell’Esercito Italiano fossero inseguiti per le vie delle città, che le fabbriche fossero occupate dagli operai, e i poteri pubblici fossero inerti e passivi di fronte alle violenze ed ai soprusi dei soviettisti nostrani, che le industrie nazionali fossero conquistate alcune, altre distrutte, svalorizzate e depauperate da stranieri, che gli organismi finanziari prettamente italiani fossero sopraffatti, che i valori della Vittoria fossero disconosciuti, senza mai compiere il principale dovere di partito al Governo, la difesa dello Stato e della Nazione all’interno ed all’estero!
Il numero del 10 maggio 1922 del «Messaggero», a proposito della «Politica delle materie prime», scriveva:
«Fu assai rilevante nel dopoguerra l’errore compiuto dall’Italia a Versailles quando dovette subire l’enorme danno del prezzo di esportazione del carbone inglese, artificialmente rincarato così di cento scellini alla tonnellata, senza che vi fosse la possibilità di ricorrere ad altri mercati, poiché dagli Stati Uniti eravamo divisi per l’elevatezza dei noli, e dalla Germania – lasciando da parte il carbone a noi giunto per ferrovia, assai scarso per la limitata potenzialità delle linee, – eravamo innaturalmente distaccati dalle inique clausole inserite nel capitolo delle riparazioni del Trattato di Versailles (allegato V, art. 6°), col quale si stabilisce per il carbone tedesco spedito per mare il prezzo di esportazione del carbone inglese, ossia si impedisce qualunque concorrenza del carbone tedesco col carbone inglese sul mercato italiano. Sono queste clausole che hanno inferto un colpo decisivo alla stabilità dell’industria italiana nella fase più critica della sua trasformazione dalla guerra alla pace, nella quale invece – secondo gli impegni solennemente presi dai Governi, dalle forze parlamentari e financo dalla famosa «commissionissima» del dopoguerra – la maggiore cura avrebbe dovuto essere impiegata per la difesa dell’industria sorta dalla guerra, e necessaria alle fortune avvenire della Patria».
In seguito, col sottotitolo «Trascuranza italiana» scrive ancora:
«È certo che le ragioni politiche di previdenza non mancano per l’Italia. Esse furono forti anche nel passato: specialmente nell’ora della nostra entrata in guerra, quando fu stipulato quel patto di Londra, i cui autori hanno la responsabilità grave di avere sì fissato minimi particolari di ordine territoriale, ma di avere imprudentemente dimenticato la realtà economica, sia per ciò che riguarda i mezzi per fare la guerra – prestiti, difesa della valuta italiana, rifornimenti di viveri e di merci – sia per ciò che tocca i giusti compensi nelle fonti di rifornimento delle materie prime, la cui scarsezza è stata sempre ragione di mali enormi per l’Italia, e che dovevano esserci garantiti con la nostra entrata in guerra.
Le ragioni di previdenza furono dimenticate allora, e dopo, a Parigi, negli altri convegni interalleati, a S.Remo, quando l’accordo franco-inglese, fatto in casa nostra, ci sorprese».
In seguito ancora, sotto il titolo «Il successo italiano»: «Così comincia dunque, sul terreno della realtà, la politica italiana delle materie prime. Essa viene tardi, così come viene tardi l’odierna reazione politica contro gli eccessi assurdi della politica fiscale distruttiva».
Due parole di commento: a quell’epoca era ancora al Governo il così detto partito liberale, epperò il «Messaggero» finge di ignorare che alla vigilia del congresso di Parigi un gruppo bancario cosiddetto italiano si disfaceva delle sue azioni delle miniere di Eraclea, e che come esperti alla conferenza economica di Parigi il Governo Italiano di parte liberale mandò persone appartenenti a quello stesso gruppo bancario!
A quell’epoca il «Messaggero» non parla ancora di organizzazione finanziaria internazionale, come vedremo che fa in seguito, quando più spirabil aere aleggia nel Palazzo Viminale!
Politica bancaria
Il 24 maggio 1922 il «Messaggero», col titolo «Crisi economica e banche» e sottotitolo «Le leggi violate», scrive come articolo di fondo:
«La Camera dei Deputati ha portato la sua attenzione, cinque mesi dopo le critiche giornate della crisi bancaria, sulle vicende che accompagnarono la caduta della Banca Italiana di Sconto.
Il ritardo di questa discussione non ha certo giovato a mostrare l’interesse che il Parlamento dovrebbe nutrire verso le questioni che toccano la vita economica del Paese; e questa scarsa sensibilità parlamentare rimane oggi confermata dalla brevità, dalla unilateralità e dal semplicismo della discussione avvenuta, che non può certo essere esaurita nella pubblica coscienza dagli sparsi e disordinati accenni fatti alla Camera, senza un’organica visione della complessa questione.
Non è infatti – come rileva sul “Giornale d’Italia” uno degli ex amministratori della Sconto – con i richiami ai non lauti versamenti di trentanovemila lire annue – falcidiate dal Fisco del 95% – ai consiglieri della Banca, che si può avere un’idea delle ragioni per cui un grande Istituto come la Sconto è caduto: e giustamente – perciò – da più parti si accenna a ragioni di ordine generale, interessanti tutta l’economia del Paese, alle quali soltanto si può fare appello, se si vuol conoscere i motivi dai quali fu prodotta quella grave svalutazione degli investimenti di oltre quattro miliardi di depositi bancari, che fu la ragione fondamentale della resistenza opposta dalle forze governative e finanziarie al sostegno dell’Istituto colpito dal panico dei depositanti, provocato da dietroscena che ancora non sono chiariti.
Queste cause di ordine generale, questa svalutazione degli immobilizzi, furono le ragioni centrali della crisi bancaria, e abbisognano perciò di una completa disamina che le svisceri insieme alle loro conseguenze, tra cui spicca in prima linea il danno da esse provocato al credito del Paese e – per la crisi dei cambi – agli stessi pagamenti dello Stato, che i competenti ritengono notevolmente superiore alla somma con la quale, nei tragici giorni della crisi, si sarebbe potuto impedire il crak bancario.
Ma pur lasciando da parte ogni discussione su quello che convenisse fare in quei giorni, rimane da chiarire un punto, su cui oggi si discute, e che è d’importanza essenziale: l’errore commesso in merito alle previsioni riguardanti le sorti post-belliche dell’economia nazionale da coloro che dopo la pace sperarono di poter ancora lavorare e far lavorare per lo sfruttamento economico della vittoria così duramente conquistata.
Per coloro che non perseguono le quisquiglie demagogiche è questo il punto centrale del problema: e l’errore di valutazione e di previsione, attribuito ad un gruppo di finanzieri e di uomini d’affari, viene giustamente additato come la chiave della recente crisi.
Ora è certo che errore vi fu. Ma fu errore assai più vasto, esteso e complesso di quel che oggi si cerca di sostenere da parte di chi, non potendo negare l’evidenza della realtà, cerca di restringere le responsabilità ad un ristretto gruppo di persone. L’errore fu di tutto un Paese, o meglio di tutta una classe politica, la quale, intuendo le ragioni profonde del necessario sviluppo nazionale post-bellico, per la valorizzazione e lo sfruttamento economico della vittoria, non ebbe la capacità di attuarlo politicamente e di sostenerlo fino al successo: si piegò innanzi tempo; abbandonò o addirittura negò gli obbiettivi designati, e oggi, con aspetto un poco meravigliato, si volge, per condannarli, verso coloro che ebbero il torto di fidare nelle sue promesse, si accinsero alacri all’opera, e furono poco dopo lasciati indifesi allo sbaraglio, proprio nel momento critico.
Per queste ragioni, l’odierno «senno del poi» ha un aspetto leggermente comico. Non sarebbe difficile trovare – in bocca o negli scritti di coloro che oggi parlano contro l’espansionismo produttivo post-bellico – i più fervidi e calorosi inviti alla più larga produzione, pronunziati nel 1919 e nel 1920, quando «tutta» l’Italia sembrava animata dal miglior fervore di azione, ed i Ministri invitavano a gran voce gli industriali e finanzieri a lavorare e far lavorare per impedire od attenuare la crisi.
Oggi si cerca di condannare tutto il lavoro compiuto per mantenere in piedi l’industria nata durante la guerra, e trasformarne l’attività in opere di pace; ma non è possibile far dimenticare che fin dai tempi della famosa «commissionissima» dei seicento, nella quale parve condensarsi tutto il nostro mondo ufficiale, parlamentare e burocratico, la conservazione e la trasformazione post-bellica degli impianti di guerra fu il cardine e l’obbiettivo di una vasta opera di Governo, che – se fu errata – non può addebitarsi certo a quelli che non ne furono, in fondo, che degli esecutori.
Naturalmente quest’opera di Governo non potè essere compiuta senza un congruo ordinamento legislativo. E questo in verità, non mancò. Esenzione fiscale dei sopraprofitti reinvestiti nelle aziende, negli sviluppi degli impianti, nelle costruzioni navali; aiuti e sussidi di ogni genere per l’aumento della flotta mercantile; limitazione dei dividendi e ammortizzo degli impianti: tutto un sistema legislativo fu creato per suscitare il lavoro industriale. Ed esso fu avvalorato dal tenace, insistente invito dei Governi ad aumentare la produzione.
Qui compare un nuovo errore, il vero errore. Davanti a questo sistema legislativo, a questi inviti ministeriali, a queste promesse, gli industriali, i finanzieri, gli uomini d’azione si divisero in due categorie: coloro che prestarono fede alle leggi e agli impegni assunti dal Governo del proprio Paese; e coloro che invece negarono ogni fiducia. I primi s’impegnarono, e fecero impegnare il capitale. I secondi disertarono il campo dell’azione. Chi ebbe ragione, fra i due gruppi?
Ovvie ragioni morali fanno credere che solo il primo ha compiuto il proprio dovere: ma dopo un poco, con il trionfo della marea demagogica, lo Stato venne meno agli impegni legislativamente assunti e modificò di propria iniziativa lo stato di fatto e di diritto, dal quale le imprese erano partite per impegnarsi nella produzione.
Non vale che i sopraprofitti siano enormemente tassati; fin le ultime riserve, naturale difesa contro la crisi probabile, debbono essere confiscate; non vale che essi siano stati reinvestiti a prezzi alti; la loro realizzazione, a prezzi bassi e rovinosi, viene imposta per pagare il tributo distruttore al Fisco: non vale che la base finanziaria delle maggiori imprese risieda nel corso dei titoli posseduti; la nominatività ne stronca il valore; non vale che vasti programmi, imposti dal Governo, di costruzioni navali in corso abbiano ritardato il compimento per cause di forza maggiore – fra queste la favorita occupazione delle fabbriche -; l’On. Belotti si assume con fervore la propria parte di responsabilità nella distruzione di tutte le leggi costruttive, e coi suoi decreti arresta il lavoro nei cantieri.
La confisca dei sopraprofitti, la nominatività dei titoli, i decreti marinari distruggono la base legale su cui si è fondato l’edificio della ripresa industriale post-bellica; è ovvio che questo deve – poco dopo – crollare, e il valore degli investimenti che vi ha compiuto qualche Istituto bancario più fiducioso degli altri nella continuità della politica governativa verso le industrie, deve subire le enormi falcidie che sappiamo, tanto da non poter reggere alla bufera, per quanto si sappia che il ritorno di una politica più favorevole agli investimenti del capitale potrebbe benissimo rialzare i valori fortemente depressi da una così rovinosa e contraddittoria politica dei Governi.
Ora, sta precisamente in questo punto – nella fiducia prestata alle leggi ed ai Governi – l’errore dei nostri uomini di affari. In Inghilterra si è scelta fin da principio la strada delle restrizioni e delle riduzioni di lavoro; non fu certo difficile per nessuno regolarsi in conseguenza. Essa ha condotto il Regno Unito alla grave crisi odierna, non minore certo della nostra, e, per certi aspetti, analoga; non è questa quindi una prova della sua bontà.
Comunque, il metodo non è stato viziato dalla contraddizione, che ha aggravato enormemente gli effetti deleteri della legislazione distruttiva italiana; e gli uomini d’affari inglesi hanno saputo e potuto acconciarvisi in tempo. Da noi, invece, il passaggio repentino dalla politica della ricostruzione post-bellica a quella della distruzione produttiva ha impedito, nel modo più evidente, che un’opera di previsione venisse normalmente compiuta, ed ha colpito irrimediabilmente le forze che ebbero, due o tre anni or sono, il torto di prestare fede alle leggi ed alle promesse del proprio Governo».
Ancora il «Messaggero» non accenna al fattore più importante della distruzione economica ed industriale, annidato dietro il Governo operante per conto di esso fattore, l’Internazionale finanziaria!
In data 19 dicembre 1922, quando i Governi pavidi, prigionieri ed imbelli sono spariti per sempre, sostituiti finalmente dal Governo libero delle sue azioni e deciso a ricostruire l’Italia, il «Messaggero» pubblica un articolo poderoso su «La Potenza del trust di Stinnes ed i suoi legami con l’alta banca», del quale togliamo alcuni brani che più direttamente ci interessano:
«I pericoli per l’Italia:
Le polemiche e le discussioni del giorno riguardano in Germania essenzialmente le forme ed i metodi della rinascita economica. A questo scopo supremo il popolo tedesco tende oggi con ansia vibrante, veramente impressionante per la sua intensità; e difende con uno spirito perfettamente ammaestrato dalle dure vicende dei primi anni di politica economica post-bellica, nei quali, se pur non si giunse, specialmente nel campo fiscale, agli eccessi di altre democrazie, si coltivarono metodi essenzialmente socialistici e fondamentalmente anticapitalistici. I danni di questa politica hanno mutato lo stato d’animo dei tedeschi; questi comprendono in pieno come la valorizzazione delle energie capitalistiche sia un presupposto indispensabile del benessere sociale, e come tale valorizzazione sia sempre più fruttuosa, quando si estendono nella dinamica economica gli sviluppi delle concentrazioni finanziarie.
Per questa ragione i grandi concentramenti industriali, i grandi trusts sono oggi considerati in Germania come strumenti essenziali della rinascita nazionale e della sua valorizzazione all’estero.
L’enorme economicità della produzione ed il facile impiego di vaste energie verso un solo immediato ed urgente obiettivo, che si ottengono attraverso le concentrazioni industriali, sono oggi ritenuti un cospicuo vantaggio per tutta la Nazione; epperò il trust verticale, che solidarizza tutte le diverse fasi del lavoro industriale, l’estrazione e la prima elaborazione della materia prima, il completamento ed il perfezionamento del prodotto, e la vendita della mercé, combinando tutti gli stadi della produzione in un unico organismo; è ritenuto un possente strumento di espansione, da salvaguardarsi ad ogni costo.
Internazionale bancaria:
Naturalmente questa azione compiuta fuori della Germania ha obbligato Stinnes ad avere contatti con gli interessi finanziari stranieri, verso molti dei quali egli ha stretto relazioni di affari.
Gli è giovato per questo, del resto, tutta la potentissima rete di influenze che l’Alta Banca germanica possiede in tutta Europa; basti dire, per esempio, che Stinnes ha potuto ottenere in forza della sua collaborazione con l’Alta Banca l’appoggio della Banca Commerciale nell’acquisto del suo più prezioso strumento d’azione fuori della Germania – le Alpine – utilizzando ai suoi fini l’opera del Comm. Camillo Castiglioni, agente della Commerciale in Austria, nonché del Comm. Segrè, esponente della medesima Banca presso le industrie della Venezia Giulia, e entrando in società comune con questa banca nell’esercizio delle Alpine.
Certo lo Stinnes ha trovato ad occidente avversari abbastanza forti. La siderurgia francese, il «Comité des Forges», il gruppo Wendel sono assai potenti, e hanno posizione di predominio anche in Lorena vicino alle regioni in cui Stinnes domina. Ma lo Stinnes è riuscito attraverso i legami dell’Alta Banca Francese, della quale la Banque de Paris et des Pays-Bas è l’esponente massimo, a stipulare intese anche da questa parte. Sono noti i suoi accordi con Loucheur, ed i patti stabiliti con altre forze finanziarie. Anche i suoi legami con la Banca Commerciale gli sono serviti allo scopo; attraverso questa Banca ha potuto fortemente servirsi della Banque de Paris et des Pays-Bas, legata alla Commerciale, ed è così riuscito ad influire anche in alcuni circoli della Francia.
Da tutto questo si vede come il creatore del poderoso strumento trustistico, da cui i tedeschi aspettano la rinascita economica e l’espansione politica, ha saputo utilmente impiegare pei suoi fini di egemonia nazionale anche i legami più oscuri e segreti, se pur potentissimi dell’Internazionale bancaria, ai cui obiettivi politici, d’altra parte, lo Stinnes si dimostra persistentemente legato, ed al quale esso serve producendo col sistema trustistico a condizioni tali da favorire le esigenze dell’Alta Banca, la quale perciò affida essenzialmente a Stinnes lo sfruttamento industriale e produttivo della Russia, impedendo ad altre nazioni di fargli concorrenza.
Da questo insieme di associazioni internazionali, bancarie ed industriali, risulta che nei Paesi il cui sottosuolo possiede gli elementi fondamentali della vita umana, vale a dire le materie prime, si formano dei potenti trusts industriali sotto la diretta dipendenza di potentissimi trusts bancari, i quali tendono alla espansione ed al predominio nei e sui paesi meno favoriti dalla natura, cercando di determinare in essi uno stato di schiavitù economica mediante l’azione politica che l’Alta Banca estrinseca in tali Paesi.
E il fenomeno delle intese industriali fra i grandi trusts delle nazioni detentrici delle materie prime, anche se siano nemici fra di loro, tende a sovrapporsi a questa inimicizia, pur di sfruttare le nazioni minori ed i campi commerciali del mondo, questi e quelle ripartiti in zone assegnate a ciascuno dei diversi trusts.
Così soltanto si può spiegare quella serie di provvedimenti distruttivi dell’economia nazionale e di fenomeni sociali, verificatasi in Italia dopo la guerra; cioè come estrinsecazione della volontà di questi trusts bancari ed industriali internazionali, attraverso le loro inframmettenze politiche, per preparare lo stato di miseria e di crisi industriale necessario al predominio dello straniero nel nostro Paese ed al nostro asservimento politico e bancario verso di esso».
Siamo già sotto il Governo Fascista, restauratore delle fortune e della grandezza d’Italia a tutti i costi, ed il «Messaggero» comincia ad essere più esplicito e più chiaro tutte le volte che tratta problemi economici e finanziari, o dimenticando quanto fecero i governi liberali in materia o dimenticando che l’opera di tali Governi riportò qualche volta la sua più calorosa difesa!
Politica navale
In data 24 dicembre 1922, a proposito dell’industria navale, scrive:
«Stanno avvenendo delle cose ben singolari a proposito della sistemazione dei cantieri navali. Il pubblico grosso, che nota l’affaccendarsi degli interessati negli ambienti governativi e finanziari, non ha neppure un’idea del giuoco che si compie, con abilità indubbiamente sopraffina, per distrarne l’attenzione dal punto centrale della questione e per rivolgerla invece su elementi di scarsa importanza, attraverso i quali, però, si delineano i mezzi e le possibilità della piena vittoria, con la conseguente egemonia totale, dei gruppi di interessati che dominano la situazione.
Come è stato reso noto dalle pubblicazioni già avvenute su queste colonne, la questione delle costruzioni navali, tolta dal terreno della liquidazione della legislazione bellica, e portata invece sul piano di una sistemazione definitiva e duratura attraverso una riforma sostanziale della legge del 1911, si è trovata improvvisamente di fronte, per iniziativa di alcuni cantieri, ad una richiesta di franchigia doganale per i materiali importati dall’estero.
La richiesta, per il suo carattere di esenzione fiscale creatrice di sperequazioni nel campo dell’industria, apparve, fin dalla prima ora, singolarmente iniqua, e tale perciò da suscitare l’unanime riprovazione, fuori del piccolo gruppo di economisti liberisti, abituati ad applaudire freneticamente tutte le iniziative del genere.
Ai più sereni osservatori apparve che non solo per il suo odioso carattere di privilegio fiscale, ma anche per il fatto di porre a libera disposizione delle forze straniere il mercato interno, la richiesta era inaccettabile. Chi conosceva, inoltre, gli accordi clandestini per i rifornimenti a prezzi di favore, sapeva che la franchigia era richiesta allo scopo di facilitare l’applicazione dei prezzi politici a vantaggio di alcuni cantieri, destinati a vivere, e contro certi altri cantieri, destinati a sicura morte.
Ciò si otterrebbe infatti, assai facilmente, in regime di franchigia: basta che le industrie forestiere facciano ai cantieri amici un prezzo di pochissimo inferiore a quello corrente sul mercato, perché si possano eliminare a piacimento gli incomodi.
Il giuoco era scoperto; la domanda di franchigia cessò la sua breve ed artificiale vita. Ma i risultati della manovra non furono però totalmente perduti dai suoi inspiratori. Tutt’altro. Furono raccolti, inquadrati in un diverso piano e abilmente sfruttati. Oggi, anzi, pare che comincino a dare i loro frutti.
Infatti, la richiesta franchigia fece sorgere nell’opinione pubblica, negli ambienti governativi e nei parlamentari, un conflitto fra cantieri navali e siderurgia. Si può ritenere, anzi, che la franchigia sia stata domandata soltanto a tale scopo, perché la sua evidente iniquità, e lo spirito di privilegio che l’anima in confronto alle più recenti dichiarazioni dell’On. De Stefani, non potevano certamente neppure far sperare nel successo della tesi. Ma la sua semplice richiesta bastò a dare d’un colpo la sensazione d’un grave dissidio tra siderurgia e cantieri navali: di un dissidio rapidamente percepito dalla pubblica opinione.
Ora è precisamente questo il punto più singolare della situazione odierna. I competenti, infatti, si rivolgono la domanda: è possibile che effettivamente si manifesti fortemente in Italia una divergenza fra i cantieri navali – fra quei cantieri, appunto, che chiesero la franchigia – e le imprese metallurgiche? Tutti i veri conoscitori della situazione industriale italiana rispondono: no. Ed è chiaro. Le imprese metallurgiche italiane sono oggi – dopo la fine dell’autonomia industriale di Ansaldo e la sua eliminazione dal mercato della produzione dei semilavorati – strettamente dipendenti da un solo gruppo bancario, dal gruppo finanziario dominatore – allo stesso modo, tutti i cantieri navali favorevoli alla franchigia sono rigorosamente dipendenti dal medesimo gruppo finanziario.
È ovvio quindi che in tali condizioni il conflitto tra cantieri e siderurgia, intorno al quale si fa oggi tanto rumore, non sia che una parata dimostrativa, poiché se fosse vero e reale, basterebbe una mezz’ora di conversazione nel gabinetto di qualche grosso finanziere per risolverlo; basterebbe, soprattutto, che i finanzieri interessati nei due diversi gruppi di imprese calcolassero ove sta il loro maggiore vantaggio, perché l’accordo si concludesse con estrema facilità.
Invece l’interesse dei finanzieri è quello di tenere in piedi l’apparente dissidio, per mascherare con esso la realtà dei fatti. E ciò per far dimenticare al pubblico che la sostanza del problema sta invece nella lotta che si compie per l’eliminazione violenta dei cantieri estranei agli interessi bancari su accennati, e per far apparire come un inevitabile compromesso, pacificatore dell’ammaestrato contrasto, una soluzione del problema particolarmente favorevole agli interessi dei finanzieri dominatori. Si tratta di un piano architettato con somma abilità che si appoggia sul fastidio che gli urti di interessi, anche se soltanto apparenti, danno ai poteri responsabili, e sul favore con cui questi solitamente accettano qualsiasi soluzione di compromesso, che li liberi dal fastidio in questione.
E così vediamo che dallo stesso complesso di interessi bancari a legame internazionale, da cui pur direttamente dipendono cantieri e metallurgia, – i due apparenti nemici dell’ora attuale – sorgono con aria innocente i fautori di una soluzione di compromesso, che i contendenti si affrettano ad accettare. La manovra sta per riuscire: le forze bancarie hanno messo il campo a rumore, dando ordine ai cantieri ed alle imprese metallurgiche, che da loro dipendono, di accapigliarsi per la platea, per poi poter facilmente varare una soluzione, apparentemente equa, ma sostanzialmente favorevole solo al piano di eliminazione dei cantieri estranei, che queste forze bancarie perseguono.
Infatti si richiede oggi, allo scopo di conciliare l’apparente dissidio, che venga emanata una disposizione per cui si farebbe obbligo ai costruttori di esperire tutte le trattative per acquistare i materiali occorrenti alla costruzione della nave nell’interno del Paese, concedendo la franchigia doganale nel solo caso che i nostri produttori nazionali facessero prezzi eccedenti dal 15 al 20% quelli praticati sui mercati esteri.
Ora chi conosce la realtà delle cose comprende benissimo che questa formula preferenziale, come piace a qualcuno di chiamarla, mentre può sembrare equa e favorevole all’industria nazionale ad un osservatore superficiale, raggiunge meravigliosamente, con artificio sottile, l’obiettivo di mettere alcuni cantieri nell’impossibilità di vincere la concorrenza di altri più favoriti e pertanto di eliminarli.
Infatti la formula andrebbe bene se in Italia vi fossero due o più gruppi siderurgici concorrenti ai quali i cantieri potessero chiedere offerte; giacché in tal caso, questi gruppi pur di avere le ordinazioni, farebbero i prezzi più bassi possibili e quasi certamente sempre inferiori al prezzo italiano, risultante dal prezzo del bollettino dei mercati stranieri accresciuto della percentuale sopra detta (15 o 20%).
Ma siccome i siderurgici italiani sono oramai tutti caduti in mano degli interessi bancari connessi a forze industriali straniere, è certo che essi non svolgeranno questa politica autonoma di concorrenza.
Al “trust” finanziario centro Europeo, al quale le nostre forze finanziarie sono collegate, non conviene affatto che altre metallurgie sorgano in conflitto col “trust” di Stinnes, al quale l’Alta Banca affida – l’esempio della Russia è eloquentissimo! – il monopolio della grande produzione metallurgica, uno dei cui elementi è appunto l’accordo con la Alpine Montane Ge.
E perciò la metallurgia italiana obbedirà alla volontà superiore. E farà ai cantieri un prezzo superiore anche di una lira sola a quello italiano sopra definito; cosicché tutti i cantieri indistintamente saranno autorizzati – anzi obbligati – a rivolgersi all’industria siderurgica straniera. Ed allora questa farà loro un prezzo di poco inferiore a quello domandato dai siderurgici italiani, accordando poi, di sottomano, il ribasso del 30 o 40% su tale prezzo ai quei due, tre o quattro cantieri che vorrà favorire conformemente alle intese segrete stipulate da codesti interessi internazionali. L’esempio dei metodi seguiti dalla Alpine nella odierna lotta contro le ferriere cecoslovacche è eloquente al riguardo. E pertanto i cantieri favoriti dall’Alta Banca potranno vendere il prodotto finito, vale a dire la nave, ad un prezzo tale che per gli altri sarebbe deficitario. E conseguentemente non potendo lavorare in perdita, i vinti con armi così sleali dovrebbero chiudere e scomparire.
Si deve dunque ritenere che, come abbiamo detto, l’invocata formula preferenziale non ha lo scopo di frenare la presunta cupidigia dei siderurgici italiani, ma soltanto di eliminare un prestabilito numero di cantieri nazionali a vantaggio di quelli collegati agli interessi bancari.
Ora è precisamente questo fine che oggi si persegue. L’esempio della lotta fra gruppi austro-tedeschi e quelli cecoslovacchi è vivo e palpitante. I grandi trusts industriali e bancari internazionali non badano a mezzi pur di riuscire a dominare un mercato che è loro politicamente necessario; i dumping, i ribassi di prezzo del 40% perfino, diventano un fatto normale.
Ed è per questo che rileviamo tutta la gravità del provvedimento che si sta faticosamente elaborando al Commissariato Generale della Marina Mercantile.
Il provvedimento, apparentemente conciliatore, con cui si provoca un rialzo generale del 15%, rispetto al prezzo nominale del mercato mondiale nelle forniture italiane per le costruzioni navali, è dunque richiesto perché i gruppi finanziari internazionali, dominatori dell’industria, accordino ai cantieri loro amici dei prezzi tali non solo da superare il coefficiente di protezione, ma da rendere il costo di produzione di tali cantieri assai più basso di quello degli altri che non sono favoriti, mettendoli in conseguenza fuori di combattimento.
È questo il punctum saliens della questione che noi abbiamo sollevato appunto perché sappiamo che in questo modo l’Alta Banca vuol far prosperare soltanto i cantieri che sono nel suo giro d’interessi, ammazzando gli altri.
Ma si presteranno le forze responsabili al trucco escogitato dai finanzieri dominatori dell’Alta Banca?».
Politica economico-industriale tedesca
Il 27 dicembre 1922, col titolo: «La conquista finanziaria di Stinnes e la rinascita della Mitteleuropa», scrive ancora, a commento di una corrispondenza da Berlino circa l’attività di Stinnes:
«I lettori che hanno seguito le corrispondenze giunteci da Berlino in merito alla cospicua attività ungherese del signor Stinnes, non possono non averne rilevato l’enorme importanza politica, che fa dei nuovi atteggiamenti di Stinnes la pietra di paragone di tutte le iniziative di inspirazione germanica, non soltanto nel campo politico. Il nostro corrispondente da Berlino ci ha parlato soltanto degli aspetti economici dell’avvenuta conquista finanziaria dell’Ungheria; e sono veramente impressionanti, perché servono a dimostrare la concatenazione perfetta di tutte le tesi, che nel campo economico possono favorire – sotto la suprema direzione di un trust bancario di carattere internazionale, del quale lo Stinnes è il maggiore esponente – l’espansione della Germania. La raccolta del capitale internazionale sotto la guida di industriali germanici, per investimenti produttivi dominati dai tecnici tedeschi, ed inquadrati – in forza di franchigie doganali abilmente escogitate – nella produzione germanica, allo scopo di costituire uno sbocco per le materie prime e per i semi-lavorati di Stinnes, e di sfruttarli in condizioni economiche favorevoli ad una redditizia esportazione, dominatrice dei mercati e fornitrice di larghi redditi: ecco i capisaldi di una conquista economica, veramente impressionante, e che dimostra la singolarissima vitalità delle energie tedesche.
Ma questa conquista economica, se pur costituisce un buon affare per i capitalisti, e mascherata perciò sotto la veste innocente del profitto finanziario, non è meno preoccupante dal punto di vista politico. Le conseguenze politiche, infatti, di una siffatta conquista economica, balzano agli occhi: oggi il trust di Stinnes, attraverso le Alpine Montane, la progressiva conquista delle Ferriere Cecoslovacche, e la padronanza delle Liptak, ha costituito sotto gli occhi assenti della diplomazia europea la Mitteleuropa, irretendone le forze in un formidabile complesso bancario-industriale, di cui il Re del Carbone, in unione ai finanzieri di Francoforte, è il vero dominatore. Siamo davanti ad una situazione perfettamente analoga a quella dell’anteguerra, se pur più nascosta, data la necessità di poter sfuggire, attraverso la produzione delle Officine Austro-Ungheresi ai pesanti vincoli imposti dai trattati all’esportazione germanica.
Ma d’altra parte, la centralizzazione trustistica di questo sistema è ancor maggiore oggi, di quanto non fosse anteguerra.
L’opera di penetrazione si svolge oggi più audace, più serrata, più disciplinata; è concepibile che essa non dia sul terreno politico risultati analoghi a quelli dati nell’anteguerra dall’offensiva finanziaria e industriale germanica?
Come si fa a non preoccuparsi di questa eventualità, quando abbiamo potuto constatare le tragiche risultanze della cecità di ieri?
Pur sotto il vincolo di onerosi trattati la Germania si espande e conquista, con una lenta penetrazione. Oggi come ieri: la Banca e l’Industria, non possono dunque precedere, ancora una volta, il soldato? Intanto si creano gli strumenti necessari per l’azione; un’enorme mobilitazione industriale e finanziaria riunisce sotto unici capi le officine e le Banche dal Mare del Nord ai Carpazi.
Nel contempo, ad Oriente, la riorganizzazione dell’immenso mercato russo appare sempre più come un monopolio dei tedeschi e ad Occidente, in Italia, oscuri tentativi di franchigie doganali, e di trattati di commercio con l’Austria e l’Ungheria – basati sul trattamento della nazione più favorita e quindi tali da aprire le porte di casa al dumping per cui le Liptak si sono stupendamente attrezzate – dovranno aprire le frontiere ad una conquista industriale, preparatrice – dopo la distruzione nel campo produttivo delle energie nazionali di difesa – di una rinnovata conquista finanziaria prima e politica poi.
Ma assisteremo dunque impassibili alla rinascita della Mitteleuropa che Stinnes fa risorgere dalle apparenti rovine della Germania imperiale?»
Il «Messaggero» naturalmente ignora o finge di ignorare che sono stati proprio gli uomini della sua parte politica a consegnare l’Italia, in tutte le sue manifestazioni ed attività, in mano al trust finanziario internazionale!
Dal resoconto dell’Assemblea Generale degli Azionisti della Società Anonima Giovanni Ansaldo del 31 dicembre 1922, pubblicato dal «Messaggero» in pari data, togliamo qualche brano che serve a lumeggiare la tesi che abbiamo sostenuta ed a confermare la bontà della soluzione che abbiamo proposta e che serve a dimostrare come sia nella coscienza di tutti l’azione della finanza internazionale, sempre deleteria e distruggitrice, su tutte le attività nazionali.
Sistema industriale italiano (Società Ansaldo)
La relazione del Consiglio di Amministrazione dice:
«Ad aggravare questa situazione intervenne l’onere, non previsto né prevedibile, delle rivendicazioni pretese dalla Commissione Parlamentare di inchiesta sulle spese di guerra. Senza voler qui fare un’analisi ed una discussione su questa vertenza tanto delicata ed importante ci limitiamo a dirvi che le rivendicazioni prima accennate in oltre duecento milioni, vennero a ridursi alla più modesta cifra di quaranta milioni, dei quali trentaquattro milioni circa per pretesa differenza tra noli liberi e noli di requisizione, differenza che, secondo la tesi della Commissione, rappresenterebbe un lucro indebito ed eccessivo realizzato a danno dello Stato dalla nostra Società e dalla Società Nazionale di Navigazione.
Noi siamo profondamente convinti dell’assoluta infondatezza di questa rivendicazione e dal punto di vista giuridico e dal punto di vista morale.
Ci limitiamo ad affermare con piena coscienza:
a) che la Società, creando dal nulla una flotta potente di ben oltre centomila tonnellate, composta in parte da piroscafi acquistati all’estero a prezzi fantastici, o da piroscafi costruiti a condizioni onerosissime, hanno affrontato un rischio formidabile per emancipare il rifornimento degli stabilimenti e le necessità della produzione bellica dalle vicende e dalle alee di quel tragico tempo, quando questa produzione dipendeva tutta dall’assillante incubo della disponibilità di navi. Esse hanno con ciò reso un segnalato servizio alla difesa nazionale.
b) Che ove le Società avessero guardato soltanto al loro privato tornaconto ed avessero rigidamente applicato alla flotta il regime di requisizione di libertà allora vigente sfruttando la flotta secondo le migliori e più proficue utilizzazioni che il mercato presentava, invece di asservirla sempre e tutta al servizio degli stabilimenti fabbricanti armi e munizioni, esse avrebbero lucrato circa duecento milioni più di quanto hanno in effetto realizzato, senza che alcuno potesse muovere ad esse censura di sorta dal punto di vista strettamente legale.
c) Che la produzione delle Società nel periodo bellico per conto del Governo non solo non è stata gravata dal nolo libero sui materiali impiegati, ma nemmeno dal nolo di requisizione.
Di fronte a queste constatazioni certe, positive e sicuramente documentate ci sembra non sia né giusto né equo il parlare di lucri e di lucri eccessivi, svilendo ed obliando il vantaggio che il Paese ha ricevuto dalla iniziativa, patriotticamente audace, delle Società.
Noi abbiamo ferma fede che, sedato il turbine delle passioni scatenatesi nel dopoguerra, apprezzate le opere e le intenzioni sotto una giusta ed una diversa visuale, la vostra Società finirà con l’ottenere quella piena giustizia che essa merita ed alla quale ha incontestabile diritto, specie quando sia eseguita quella indagine tecnica, fino ad oggi invano reclamata».
La relazione conclude:
«Per completare la nostra esposizione riteniamo necessario accennare, con rapida sintesi a quella che, palesemente, fu la principale causa della crisi che oggi attraversa il gruppo Ansaldo.
Intendiamo riferirci allo sviluppo gigantesco che il gruppo Ansaldo assunse dal 1915 al 1919 per dare alla Nazione, che combatteva la guerra decisiva dei suoi destini, una produzione di armi e munizioni corrispondente ai suoi bisogni sempre crescenti.
Basta esporre alcune cifre e fare alcuni confronti per lumeggiare l’opera svolta e per dare un’idea dello sforzo compiuto.
Al 31 dicembre 1914 gli impianti della vostra Società figuravano nel bilancio sociale per circa quarantacinque milioni di lire. Dal 1° gennaio 1915 al 31 dicembre 1921 vennero spesi in nuovi impianti circa ottocentotredici milioni, e per acquisto di merci, materiali, materie prime milletrecentocinquantatre milioni, e per salari e stipendi circa seicentodue milioni, oltre quelle calcolate nelle spese generali, le quali ammontarono in complesso a circa quattrocentocinquantaquattro milioni.
Inoltre largamente ci interessammo in altre Società sussidiarie della nostra produzione ed in Società di Navigazione, perché la flotta rappresentava, nell’ardita concezione sociale, un elemento ed un fattore di necessaria integrazione del programma industriale bellico.
In quel tragico tempo, quando dalle navi e sulle navi dipendeva l’importazione delle materie prime indispensabili al normale rifornimento del febbrile lavoro degli Stabilimenti, quando si delineava formidabile il pericolo di vedere arrestata e paralizzata la produzione per scarsità di navi, delle quali la nostra Marina difettava e delle quali i paesi belligeranti si contendevano la disponibilità, la creazione di una flotta sicura e indipendente era una necessità, una prudente provvidenza ed una garanzia per i bisogni supremi del Paese.
A questo straordinario sviluppo di impianti e di mezzi di lavoro corrisposero i risultati, ossia la produzione di strumenti bellici.
L’Ansaldo infatti ha potuto fornire all’Esercito complessivamente in cifre tonde: n° 10.900 bocche da fuoco, 4.000 affusti, 6.500 carreggi, 20.000.000 proiettili, 6.000.000 bossoli, 3.800 velivoli, oltre le forniture alla Regia Marina.
L’importo delle forniture belliche ascese complessivamente, compresi gli indennizzi per la rescissione delle forniture, a meno di due miliardi di lire, avendo creato ex novo e si può dire, dal nulla, il complesso degli organismi di produzione.
L’Ansaldo come ebbe coscienza nel 1915 che l’esito della guerra dipendeva dalla potenzialità dell’armamento, che la guerra sarebbe stata vinta da quelle Nazioni che disponevano di maggiori mezzi di resistenza e di lotta, e quindi ebbe l’ardire di avventurarsi in quell’audace e febbrile programma d’impianti, così nel produrre non attese le regolari commesse dello Stato, ma fabbricò le artiglierie senza interruzione, indipendentemente dai contratti stipulati o promessi, e le artiglierie furono pronte quando l’impellente bisogno dell’Esercito le richiese.
Le cifre positive che vi abbiamo esposte dicono meglio di qualunque parola, con la loro eloquenza, tutto l’immane sforzo compiuto. L’Ansaldo insomma nella guerra, ed anche nel dopoguerra, fu guidata più che da una concezione particolare di privato interesse, da una concezione di pubblico interesse, quasi fosse un organo sussidiario dello Stato, quasi fosse un’azienda chiamata ad integrarne l’azione ai fini nazionali.
Questa visione del programma sociale prescindeva dai risultati immediati per noi, prescindeva da un apprezzamento del futuro, mirando all’interesse pubblico, supremo e ad ogni altro superiore, che le sue officine erano chiamate con la loro produzione a salvaguardare.
Ma questa creazione industriale e questo programma richiedevano una corrispondente larghezza di disponibilità finanziarie.
A queste la Società provvide in primo luogo col progressivo aumento del capitale sociale, elevato prima da £. trenta milioni a £. cinquanta milioni, poscia a £. cento milioni ed a £. cinquecento milioni.
In secondo luogo la Società provvide con un largo ricorso al credito, ed il maggiore ausilio le fu dato dalla Banca Italiana di Sconto. Sopravvenuto l’armistizio ed il periodo successivo del dopoguerra, la concezione fondamentale che aveva dominato il programma sociale venne a cadere, e l’Ansaldo fu considerata e trattata come una qualsiasi azienda privata, come se la sua azione nel periodo bellico fosse stata informata soltanto ad un privato interesse, ad una particolare speculazione.
La liquidazione dei suoi rapporti con lo Stato venne eseguita alla stregua di questo ristretto criterio ed entro le morse del Decreto luogotenenziale 17 novembre 1918.
D’altra parte le condizioni generali dell’economia nazionale e del mercato, la gravissima crisi che ha travagliato e travaglia ancora il mondo dopo la guerra, ha dovuto necessariamente colpire, come ha colpito, specialmente il gruppo Ansaldo.
Specialmente lo ha colpito nel programma navale al quale si erano rivolte tutte le sue cure, sia per valorizzare i materiali approvvigionati durante la guerra, sia per evitare la disoccupazione delle maestranze, sempre nella fiducia degli incoraggiamenti del Governo e delle leggi protettive emanate e nella confidenza nella stabilità di quel miglioramento del mercato che si ebbe nel 1919 e con la visione di contribuire a dare all’Italia, Nazione eminentemente marinara, una potente marina mercantile pari ai suoi bisogni commerciali e sociali.
Ad aggravare le conseguenze della crisi economica concorsero anche i provvedimenti legislativi relativi all’avocazione dei profitti di guerra ed in genere il regime fiscale, quelli relativi alla nominatività dei titoli, quelli relativi alla inchiesta sulle spese di guerra, i quali tutti concorsero, direttamente o indirettamente, ad alimentare, intorno all’industria in genere, e segnatamente intorno all’Ansaldo ed al suo gruppo, quell’ambiente di sfiducia, di sospetto, di diffidenza che paralizzava ogni tentativo, e mentre sviliva il valore dei patrimoni industriali e commerciali, rendeva impossibile il pensare a qualunque seria e razionale sistemazione finanziaria delle aziende.
E così queste, dopo avere invano lottato per risanarsi e risorgere, giunsero, progressivamente, alla crisi acuta che culminò nel dicembre del 1921, quando, oberate da un passivo pressante, videro travolto quell’Istituto, che, con suo grande sacrificio, le aveva, fino all’ultimo momento, sorrette col suo ausilio.
Questa è a larghi tratti la sintesi delle vicende che trassero il gruppo Ansaldo alla situazione del dicembre 1921 ed a quella attuale».
* * *
Il prof. Pietro Cogliolo così parlò in quell’adunanza:
«Dopo quello che hanno detto i colleghi che mi hanno preceduto mi pare che sarebbe falsare il loro concetto ed il loro sentimento, se aggiungessi altre parole in questo momento. Io non posso che associarmi ad essi e specialmente invocare dall’Assemblea, più che una lunga discussione snervante, una repentina, dirò così, sollevazione di animi e di coscienze per l’invocazione al Governo affinché tenga conto dell’opera veramente grande dei combattenti, che io vedo qui insieme a noi. Dicano essi se i nostri soldati, quando erano a combattere sopra le più alte vette e quando erano a contatto del nemico, dicano se non sentivano di avere nelle Officine dell’Ansaldo le basi fondamentali della vittoria. E allora, o signori, quando si pensi che per i sopraprofitti di guerra di una Società che ha dato tutto, furono chiesti duecentocinquanta milioni all’una e duecentocinquanta milioni alla Società di navigazione, cioè cinquecento milioni; quando si pensi che questi sopraprofitti furono sottoposti ad una Commissione di inchiesta, e che si pretendevano duecento o trecento milioni e si facevano somme enormi – e poi si constatò che la somma dovuta restringevasi a trenta o trentadue milioni, somma che dovrà scomparire anch’essa – quando si pensi che ci hanno fatto fare gl’impianti enormi di Cogne e di Aosta, che nel 1919 il Ministro del tempo aveva dato ordine che si desse ad essi uno sviluppo maggiore e quando si pensi ancora che tale maggiore sviluppo fu fatto in base a un contratto regolare – il Governo successivo disse che dove non c’è contratto o visto della Corte dei Conti non si deve riconoscere la regolarità del contratto stesso – quando si pensi a tutto questo dobbiamo dire che non è opportuno prendere oggi provvedimenti di sciogliere la Società o ridurre il capitale, ma è opportuno invece continuare nella lotta, ringraziando il Consiglio e i creditori che hanno tanto sofferto e invocare dal nuovo Consiglio, forte della voce e della approvazione dell’Assemblea, che ottenga il riconoscimento dal Governo dei nostri diritti, acciocché alla riconoscenza e al riconoscimento della vittoria che si debba fare ai singoli debbano associarsi anche la riconoscenza ed il riconoscimento per questa Casa Ansaldo, la quale è uscita fuori dalla nostra Genova, la quale ha costruito le prime Navi per incarico del Ministro Cavour in epoca tanto lontana, dando la cresima di voler accomunare i propri destini a quelli d’Italia; a questa Ansaldo che è sorta in Genova e che è divenuta Italiana; a questa Ansaldo che è gloria che l’Estero ci invidia e che l’Italia deve mantenere alta e superba».
* * *
L’avvocato Conforti, combattente, aggiunge:
«Io avevo chiesto la parola subito dopo le frasi vibrate e piene di entusiasmo del prof. Cogliolo, il quale ha invocato qui dentro la voce viva dei combattenti. Io come combattente e per i combattenti rispondo e voglio rispondere con un episodio che darà il segno tangibile di quello che sia stato l’Ansaldo per la nostra Guerra e per la nostra Vittoria. Erano i tempi tristi e pur gloriosi della travolgente avanzata nel Trentino dell’Armata condotta dal Generale Conrad e mi trovavo sul Coni Zugna a passo Buole, mentre il nemico tentava di discendere verso il piano senza però riuscirvi. Ebbene, nel giorno 28 maggio, triste giorno in cui le fortune nostre parevano travolgere, ed in cui ci sentivamo più soli perché nessuna nostra bocca da fuoco poteva rispondere al nemico, una sola batteria da 105 venne a rinforzarci; essa era stata fatta partire da Genova senza essere stata collaudata; e questa batteria dell’Ansaldo fu quella che decise della Vittoria. Sentimmo allora di non essere più soli, ma che ci veniva da Genova, dall’Italia operosa ed industre, lo squillo della riscossa e combattemmo, e combattemmo vittoriosamente. Il giorno dopo, in mezzo al flagellare delle artiglierie, su quell’erta mulattiera, due muli trasportavano due capi tecnici dell’Ansaldo, che venivano per collaudare la batteria, ma il collaudo era già avvenuto di fronte al nemico, là sul posto di combattimento.
Questa benemerenza dell’Ansaldo io come azionista e come Italiano sento tutto l’orgoglio di portare qui, la mia parola è testimonianza di vita vissuta da un combattente che come gli altri combattenti tutti, in quest’ora e in questo momento sentono di poter portare una parola che sia come una corona che inghirlandi i sacrifici finanziari compiuti dagli azionisti, sacrifici che non sono caduti inoperosi perché hanno fecondato le forze dell’Italia in guerra. Auguriamoci che il Governo voglia riconoscere le grandi benemerenze della Società Ansaldo per l’ideale della più grande Italia, mi auguro anche che l’Ansaldo non debba perire ma debba risorgere nell’antica gloria, per la nostra Italia, per la nostra grande Madre!».
* * *
E l’avvocato Giusti aggiunge ancora nella stessa adunanza:
«Credevo e mi auguravo che questa discussione potesse restare nel campo dell’assoluta serenità e obiettività, non trascendendo neppure per trascorso involontario ad attacchi personali. Quindi parlando dopo l’avvocato Montefredini ho il dovere di levare ancora più alto il plauso mio personale ai signori fratelli Perrone senza dei quali forse, nessuno che si fosse trovato al loro posto avrebbe osato con tanta energia, con tanto spirito di iniziativa, di accorrere in difesa della Patria, pensando che essi erano oltre che i duci della Società i più forti azionisti, e operando come essi operarono non facevano solo il sacrificio del denaro altrui ma facevano soprattutto il sacrificio del patrimonio proprio. Furono essi i primi che intaccarono il patrimonio loro per la difesa della Patria, e secondo i Perrone era anche poco quando tutta l’Italia sacrificava i suoi figli, era poco sacrificare una parte del patrimonio. Noi ci inchiniamo ai morti, ma non dobbiamo denigrare i vivi, dobbiamo elogiarli per l’opera spesa a difendere la Patria. Pensate quel che sarebbe avvenuto di sacrifici di vite e di danaro quando non ci fossero stati i fratelli Perrone ad apprestare non richiesti, la difesa della Patria!
Si sarebbe potuto misurare il sacrificio del patrimonio, se la difesa della Patria fosse mancata? Se la Vittoria non fosse stata conseguita? E di fronte a ciò possiamo lamentarci se nel travolgere degli avvenimenti una parte del nostro valore azionario è stato sacrificato? No, non lo dite, è una bestemmia!
Ma parlando della questione nella quale io mi sono dipartito dall’avviso dell’avv. Ferroni, noi non siamo in assemblea per sostenere dei puntigli ma solamente per presentare dei punti di vista.
Il mio punto di vista in ordine a non accettare le dimissioni esaurisce l’argomento. Io dico a questi nostri amministratori eletti per qualità tecniche: abbiamo conferito un mandato e questo deve essere portato a termine tanto più che il periodo loro assegnato non è ancora finito. Per finirlo mancano pochi mesi. Ora perché non si conferma quel mandato che ad essi abbiamo affidato affinché lo esauriscano con quella competenza e con l’ausilio delle loro conoscenze, sino a darci quelle valutazioni che si domandano ad altri che potranno pressappoco avere le loro qualità, potranno pressappoco avere le loro conoscenze, potranno pressappoco essere come loro inspirati dai migliori sentimenti per i nostri interessi, ma saranno nuovi e non avranno il sussidio e l’appoggio che i loro predecessori oggi dimissionari hanno preparato. La continuità mi pare che in questo caso è un pregio che non può essere assolutamente disconosciuto o dimenticato. Per queste ragioni io insisto nel mio punto di vista che non è sostanzialmente diverso da quello dell’avv. Ferroni, ma riafferma l’obbligo della continuità oltre che il riconoscimento dei meriti ai quali abbiamo tutti applaudito».
L’Avv. Giusti non teneva presente in quel momento che l’Ansaldo doveva essere affidata a persone ligie alla internazionale finanziaria, e doveva essere tolta dalle mani di chi aveva interesse alla rivalorizzazione in pristino della gloriosa società!
* * *
Infine nella stessa adunanza l’Avv. Luigi Parodi, in nome del Consiglio di Amministrazione dimissionario, aggiungeva:
«Devo anzitutto ringraziare dal profondo del cuore l’assemblea per la manifestazione che ha fatto a favore del Consiglio, riconoscendo gli sforzi e i dolori che esso ha attraversato in quest’anno in cui si è visto tante volte sull’orlo di vedere soffocato e distrutto lo sforzo da esso fatto per la grandezza di questo meraviglioso organismo. Però il Consiglio non può assolutamente accedere alla tesi svolta dall’Avv. Giusti per una considerazione che sembra evidente. Si tratta oggi di decidere con le valutazioni le sorti future della Società.
Le deliberazioni al riguardo possono avere un’importanza capitale per i lavori futuri dell’azienda. Si tratta in altri termini di decidere, come è stato detto dagli oratori precedenti, se convenga che l’azienda possa restare in vita con una limitazione del capitale o che si debba procedere alla liquidazione. Gli amministratori hanno fatto tutti gli studi al riguardo, per il loro convincimento formale ritengono che non sia opportuno portare in pascolo ad una discussione soprattutto per le ripercussioni che essa può avere fuori di qui. D’altra parte la decisione ultima circa questa questione vitale dell’azienda bisogna che sia compiuta da coloro che nell’azienda hanno il massimo interesse, perché non dimentichiamo che se l’Ansaldo ha fatto sforzi che ha compiuto per il bene del Paese col sacrificio di tutti gli azionisti, lo ha fatto anche col sacrificio di altre vittime che sono gli azionisti della Banca Italiana di Sconto. Ora è bene che anche questa indagine sia fatta. Il Consiglio non diserta e non diserterà mai il suo posto di combattimento come non ha disertato le gravi responsabilità quando fu dichiarato il fallimento della Banca».
Ancora della politica navale
Il 7 gennaio 1923 sempre il «Messaggero», col titolo «Una nuova offensiva per la franchigia ai cantieri navali?», pubblica:
«Un intenso lavoro si svolge in questi giorni da parte dei gruppi finanziari interessati, allo scopo di “varare” una seconda volta, e con maggior fortuna della prima, la nota richiesta di franchigia doganale pei materiali necessari alle costruzioni navali.
Si rammenta che, contro questa richiesta di franchigia, noi insorgemmo per i primi, svelando non soltanto l’iniquità fiscale ed economica di un così fatto provvedimento di eccezione, ma altresì il piano di penetrazione e di lotta finanziaria, al quale esso deve servire, come un docile strumento. Dopo le nostre pubblicazioni vi fu una fase di arresto nella campagna degli interessati; questi sentirono la difficoltà di vincere gli ostacoli, e pensarono perciò di creare con mossa abilmente aggirante, la tesi della formula preferenziale, che pur dando apparentemente ragione agli oppositori della franchigia, permetteva ai finanzieri di realizzare quasi allo stesso modo le loro aspirazioni di conquista. Ma anche nei riguardi della formula preferenziale, noi svelammo il trucco ed il dietroscena, impedendo che si varasse il relativo carrozzone tra la disattenzione generale; ed oggi, perciò, vista fallire la possibilità di poter raggiungere alla chetichella i loro obiettivi, gli interessati stanno di nuovo tentando un attacco in massa a favore della loro prima tesi: la franchigia doganale.
A questo scopo si sono riuniti alcuni valentuomini a Genova; e alle loro discussioni e conclusioni, abilmente indirizzate verso la tesi della franchigia, si è cercato di dare valore – perfino attraverso l’opera degli inviati speciali – da parte degli organi della stampa, notoriamente legati agli interessi finanziari che dalla franchigia godranno favore e vantaggio.
Nello stesso tempo i medesimi giornali si sono fatti inviare da Roma la notizia – insussistente in linea di fatto – di una deliberazione del Consiglio dei Ministri a favore della franchigia stessa.
Siamo, come si vede, sul terreno delle manovre. Basteranno queste a far trionfare la tesi della franchigia? Riteniamo che no; tanto più che negli ambienti competenti si conosce nella sua interezza la realtà del problema, e si sa come e quanto le considerazioni d’ordine teoretico ed astratto, con le quali al convegno genovese si è riuscito di persuadere qualche persona in buona fede, non hanno nulla a che vedere con la portata effettiva e pratica di un eventuale provvedimento concernente la franchigia al materiale per le costruzioni navali.
Il quadro, infatti, di un mercato mondiale metallurgico sul quale liberamente agiscono le forze della concorrenza e che può servire a sottrarre i consumatori italiani da una ipotetica tirannia esercitata dai produttori interni in forza della tariffa doganale – il quadro, cioè, su cui si fondano i sostenitori della franchigia – non esiste nella realtà dei fatti. Nulla è così strettamente organizzato e diretto dai trusts finanziari internazionali, come la produzione metallurgica, la quale, riunita in poche mani di grandi capi, sviluppa il proprio giuoco di prezzi, abbattendo concorrenti o conquistando mercati, secondo criteri strettamente politici. L’esempio di Stinnes e della lotta che il suo trust, attraverso alle Alpine Montane Ge, muove alle ferriere cecoslovacche per conquistarne il mercato e dominarlo, riunendolo alla Liptak ungherese già da lui conquistata attraverso una semplice emissione di nuove azioni, questo esempio stupendo di conquista industriale finanziaria è veramente chiaro. Il consumatore cecoslovacco gode in realtà, oggi, di prezzi enormemente bassi, oltre al 40% sotto il costo di produzione, dei prodotti metallurgici? Deve esso rallegrarsi di ciò, o non piuttosto antivedere la realtà di dominio che il trust di Stinnes gli imporrà a vittoria ottenuta?
Così si deve studiare la realtà del problema italiano. La presunta lotta fra i produttori italiani e i produttori stranieri, ipoteticamente capaci e desiderosi di fare prezzi più bassi per sviscerato amore dei nostri consumatori, non esiste; in realtà i legami finanziari sono così intimi e stretti che al di qua e al di là delle Alpi si procede di accordo.
Proprio il Sole, organo non sospetto, dava pochi giorni or sono la notizia del trust formato fra il gruppo Stinnes – la Deutsch Luxembourg Ge, l’officina di Gelsenkirchen e la Rhein Elbe Union – con alcuni gruppi francesi, di cui è a capo la Banque de Parìs et des Pays-Bas, la quale a sua volta non è che l’esponente dei gruppi finanziari, i quali dominano oggi l’addomesticata metallurgia italiana. Tutto ciò dimostra l’impossibilità di una concorrenza fra i gruppi esteri e quei scarsi e piccoli gruppi di industriali privi di effettiva autonomia produttiva e finanziaria, i quali rappresentano oggi, dopo la dèbacle del 1921, quanto rimane della metallurgia italiana; quanto rimane, tollerato e guidato dal trust finanziario internazionale, del tentativo compiuto nella guerra e nel dopo guerra per una verace indipendenza industriale del nostro Paese.
La realtà finanziaria è invece un’altra; e i dissertatori del convegno di Genova hanno avuto – et pour cause! – il torto di non volersene accorgere. La realtà è oggi nella lotta per l’eliminazione di quei cantieri, che sono sgraditi al suaccennato sistema di forze finanziarie; al sistema che lo stesso Sole ha giorni or sono contribuito a rivelare. Basta stare mezz’ora nella direzione di una banca, o in un gabinetto ministeriale, per accorgersi che questa eliminazione costituisce la realtà odierna del problema; la realtà che guida l’atteggiamento delle forze e degli interessi.
E allora si vede ben chiaro dove conduce la tesi della franchigia; per il pubblico, si fonda su una concorrenza fra i produttori esteri e italiani, la quale in realtà non esiste, mentre esiste invece – e come! – la lotta per l’eliminazione dei cantieri non graditi ai finanzieri dominanti; i quali contano appunto, dati gli accordi segreti esistenti con i cantieri destinati a vivere, sulla concessione della franchigia per far muovere il meccanismo dei prezzi politici, più alti per alcuni cantieri e più bassi per gli altri, mediante i quali l’eliminazione sarà facilmente compiuta. Chi vive nell’ambiente finanziario sa che appunto questo è il piano, in vista del quale si chiede la franchigia totale per tutti i materiali destinati all’industria navale: ed è un piano che va svelato e combattuto per la sanità ed indipendenza del nostro organismo produttivo.
Ben altra è la soluzione più opportuna dell’intricata questione; e non vi è bisogno di cercarla molto lontano. Il ritorno ai criteri della legge 13 luglio 1911 (forzatamente abbandonata durante il periodo della guerra ma ancora vivi e degni di attenzione), e cioè – attraverso la perequazione e l’aggiornamento dei premi secondo le odierne esigenze industriali e le mutate misure dei valori, che si debbono considerare alla stregua della valuta oro – il ripristino dei premi di costruzione sulle navi costruite per l’Italia, temperato dal permesso di introduzione temporanea in franchigia dei materiali destinati alle costruzioni per l’esportazione: ecco la soluzione equa ed onesta della questione, che senza addossare oneri eccezionali al consumatore italiano, mantiene in vita i cantieri e l’industria navale italiana e impedisce lo svolgimento di insidiosi piani. Per quale ragione non si arriva a questa più onesta e più semplice soluzione?».

Politica francese della materie prime

Il «Messaggero» del 14 gennaio 1923, a proposito dell’urto tra Francia e Germania per il possesso delle materie prime, da cui fu originata la guerra europea e per cui continua ancora la più dura guerra economica dopo quella militare, parla egregiamente della genesi e della storia dei moventi industriali-economici dell’urto franco-tedesco: da questo articolo togliamo ancora qualche brano che più direttamente riguarda la tesi che abbiamo sostenuta.
«Il Signor Presidente Poincaré ha detto con stupenda franchezza alla Camera Francese: «Noi non possiamo tollerare alcun ritardo nella consegna dei combustibili, che ci sono necessari, e dai quali dipende il funzionamento delle nostre officine e soprattutto la messa in attività dei nostri alti forni». Con questa aperta dichiarazione il fondamento essenzialmente economico dell’odierna crisi europea, viene messo in piena luce; per quanto idealizzato dai richiami frequenti ai sacrifici della guerra ed alla necessità morale di difendere il valore dei patti che la vittoria sanzionarono e concretarono, il conflitto odierno si appoggia sulla dura realtà della concorrenza economica, sentita però – e questo è un lato assai interessante della situazione – con piena coscienza da tutto il popolo francese, il quale non esita a vivificare con la propria passione, e con profonda comprensione dei propri interessi, i bisogni realistici della sua industria, dei suoi strumenti di lavoro.
Di questa situazione morale della Francia il Signor Poincaré è stato un compiuto interprete, riassumendo la volontà nazionale del suo Paese, che lo conduce a valorizzare in pieno la vittoria, salvaguardandone con religiosa cura i patti, che ne garantiscono i risultati e svelando la realtà della situazione economica ed industriale della Francia, che la spinge ad ottenere con la necessaria energia i mezzi indispensabili alla messa in valore delle proprie risorse. Le sue esigenze costituiscono una sola cosa: e rivelano, attraverso la loro unità sostanziale, l’importanza che le ragioni economiche ebbero sulle vicende della guerra, ed hanno tuttora nella «crisi della pace», in cui si cerca faticosamente un nuovo equilibrio, capace di sistemare quel conflitto delle materie prime da cui appunto trasse sostanzialmente origine la crisi generale europea.
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Comunque, è certo che ancora per un lungo avvenire la dura contesa delle materie prime per cui due genti stanno in armi lungo la vallata del Reno, non si potrà concludere. Ancora per molto tempo la contesa dominerà la storia d’Europa, e il popolo che vi saprà prevalere, tendendo a quella unità economica che oggi la Francia ha sia pur momentaneamente raggiunta, avrà sugli altri la possibilità di una certa prevalenza economica, politica ed anche morale.
E l’Italia?
Questa evidente constatazione, che la realtà politica ed economica impone anche a noi italiani, ci conduce dinanzi alla domanda: che cosa ha fatto lo Stato italiano per salvaguardare alla Nazione la possibilità di un’organica politica di produzione, nel campo della metallurgia, cui è legata la difesa nazionale, e senza la quale è impossibile qualsiasi valorizzazione economica sul terreno politico?
Si risponde: non si è fatto nulla. Peggio, si è distrutto quel che la guerra aveva creato. Dal punto di vista dei rifornimenti per la produzione metallurgica, si è trascurato di fare quanto era necessario al Paese. Non solo non si è tenuto nel debito conto la necessità di valorizzare le nostre ragguardevoli riserve di minerale, ma soprattutto si è commessa la vera colpa di non averci assicurato durante la guerra e durante le trattative, il carbone necessario, trascurando anche di costruire la flotta carboniera, che è indispensabile all’autonomia dei nostri rifornimenti.
La Francia, dopo aver conquistato il dominio del ferro, è giunta in virtù del Trattato di Versailles, a porre le mani sul carbone della Ruhr. Noi, durante le trattative di Parigi, non abbiamo saputo per nulla utilizzare la vittoria delle nostre armi, ed assicurarci il modo di giungere presto o tardi – come ha fatto la Francia – dove era necessario, per ottenere anche noi il carbone necessario.
Non abbiamo saputo e voluto ottenere né una Colonia, né una concessione, dove fosse una miniera di carbone o un pozzo di petrolio: ed ancora oggi la nostra schiavitù economica dal beneplacito altrui mostra la gravità della insipienza colposa con cui – per la suggestione e la pressione esercitate dagli agenti dei trusts internazionali, bancari ed industriali – i nostri dirigenti dimenticarono e trascurarono completamente l’interesse più elementare del nostro Paese.
Ma accanto a questa colposa dimenticanza, vi è un’altra responsabilità dei nostri governanti. L’industria non è solo materia prima; è anche, e soprattutto, organizzazione tecnica e finanziaria potente, efficiente ed allenata. La guerra aveva creato questo tesoro di energie produttive, grazie anche ad una lungimirante legislazione fiscale che permetteva le svalutazioni e gli ammortamenti.
La politica del dopoguerra, annullando senza ragione evidente questa legislazione, perseguitando le maggiori forze produttive, distrusse il tesoro, criminosamente: pochi anni di pessima politica, suscitatrice di catastrofi, bastarono per distruggere – a beneficio di oscuri interessi – l’edificio sorto ed animato dalla guerra. Tutto ciò ha portato alla nostra schiavitù di fronte al volere dei gruppi metallurgici stranieri, in lotta fra loro pel raggiungimento dei propri fini, spesso d’accordo per schiacciare l’estraneo più debole. Senza rifornimenti diretti, senza industria avviata, senza gli indispensabili strumenti che altrove si creano faticosamente, come potremo resistere alla volontà di questi gruppi?».
Evidentemente il «Messaggero» potrebbe aver ragione se avesse la maggiore lealtà di riconoscere ed ammettere, ed indicare quindi senza sottintesi e chiaramente, chi furono i negoziatori italiani della pace di Versailles e di quale parte politica erano; chi furono i governanti della distruzione economica finanziaria ed industriale italiana; chi erano gli interessati inspiratori della politica di imprevidenza, di rinunzia e di distruzione, e quali erano le forze finanziarie che facevano muovere codesti inspiratori!
Il quotidiano evita le posizioni nette e le parole esplicite: noi abbiamo rinfrescato la memoria ed abbiamo detto quello che il giornale tace.
Il 17 gennaio sempre il «Messaggero», col suggestivo titolo:
«L’insegnamento della Francia» ed ancora sulla politica delle materie prime, scrive:
«È certo che la politica francese dimostra in questi giorni di aver saputo impostare dall’armistizio ad oggi, con estrema abilità, il problema delle riparazioni, tanto da potersi ottimamente servire dei mezzi offerti dal trattato di Versailles per cercare la realizzazione dell’antico postulato, cui tende con tutte le proprie energie: il controllo della produzione carbonifera nella Ruhr, perfetta per le forniture di coke metallurgico, e il suo sfruttamento nella trattazione dei minerali lorenesi.
Il giorno in cui questa aspirazione francese, – cui tendono le trattative dei tecnici ad Essen e dei diplomatici in tutte le Cancellerie dell’Intesa – diventasse realtà, la Francia avrebbe raggiunto uno dei capisaldi del suo espansionismo politico ed economico. Dal punto di vista militare è certo che la Germania, senza il carbone della Ruhr e con la produzione dell’Alta Slesia ridotta ai minimi termini, si troverebbe completamente priva di uno dei migliori mezzi di offesa e di difesa che sia oggi nel mondo moderno: una vasta ed avviata produzione metallurgica, capace di dare cannoni e mitragliatrici e sottomarini – pur sempre necessari nonostante la trasformazione tecnica della guerra. La Germania, priva del ferro e del carbone, sarebbe praticamente disarmata: in una situazione che appare veramente tragica, se confrontata con l’antica potenza.
Ma l’accordo fra occupanti francesi e industriali carbonieri della Ruhr nel quale sperano oggi la maggior parte delle forze politiche e industriali francesi, e che potrebbe essere il preannuncio di una più vasta, generale intesa economica, non diciamo politica, tra Francia e Germania, significherebbe un vero, sostanziale successo francese. Si riprenderebbero in Francia gli arrivi di carbone in conto riparazioni; ma la Germania invece di dare alla Francia il peggior carbone delle sue miniere, le dovrebbe dare – sotto il controllo dei tecnici interalleati – il magnifico minerale Westfaliano, capace di produrre il miglior coke metallurgico.
La metallurgia francese potrebbe avere così totalmente assicurato il rifornimento del carbone necessario alle sue industrie; la siderurgia Lorenese e il coke della Ruhr, essendo riuniti in un sistema solo, significherebbero per la Francia il definitivo rafforzamento del suo predominio politico, militare ed economico. E la costanza francese di questi anni sarebbe premiata dal raggiungimento del programma industriale, in vista del quale la grande guerra è scoppiata, e pel quale da un secolo l’urto franco-tedesco è perpetuamente acceso.
Questo assai probabile successo francese ha avuto da parecchie settimane il valido contributo della politica italiana, volta insieme alla realizzazione dei fini pratici delle riparazioni e alla moderazione. E, non vogliamo avere dubbi che esso si risolverà non solo in un profitto economico della Francia ma anche con un sensibile miglioramento della posizione economica d’Italia, alla quale a Parigi non si vorrà negare un’equa partecipazione all’accordo. Ma il fatto intanto che la Francia si trovi così tanto vicina, oggi, alla realizzazione del suo programma di predominio tecnico siderurgico continentale, deve essere oggetto di severa meditazione per gli italiani, i quali non possono aver certo dimenticato le giuste aspirazioni del nostro Paese, nell’immediato dopoguerra, ad un’equa sistemazione delle fonti di rifornimento delle materie prime per la valorizzazione delle nostre energie di lavoro, né possono aver dimenticato altresì il nullismo politico dei nostri dirigenti – così insensibili da sembrare quasi inspirati da influenze d’ordine internazionale – con cui queste giuste aspirazioni furono brutalmente sacrificate.
Si pensi a questa differenza: la Francia, pur non essendo priva di carbone, ma avendone anzi a sufficienza, ed abbisognando solo di carbone Westfaliano per la sua siderurgia, sta per riuscire, attraverso il trattato di Versailles e l’istituto delle riparazioni, a porre le mani così fortunatamente sull’agognato tesoro industriale; l’Italia, pur essendo invece totalmente priva di carbone, ed avendone bisogno come del pane, non solo ha trascurato dal 1918 ad oggi qualsiasi possibilità di rifornirsene in condizioni non eccessivamente onerose ma conchiude la sua valorizzazione della Vittoria, sul terreno economico delle materie prime, con quelle sparute consegne di carbone tedesco, compiute nelle condizioni fissate dall’art. 6 del 5° allegato al capitolo VIII del Trattato di Versailles, che furono una delle ragioni essenziali della rovina industriale italiana negli anni critici del dopoguerra, poiché misero la produzione italiana a disposizione dei produttori inglesi del carbone, i quali alzarono per noi ad altezze iperboliche a prezzo d’esportazione, non solo nei riguardi del loro carbone, ma anche per quello tedesco.
Si confronti questa singolare differenza nei metodi adoperati; si ricordi il continuo abbandono di ogni iniziativa, di ogni possibilità tendente ad assicurarsi fonti dirette di rifornimento, pel combustibile solido e liquido, mentre gli altri si sono disputati nel mondo tutte le minime disponibilità, necessarie alle concorrenze di pace ed alle lotte di guerra; si ricordi – e lo diciamo oggi a titolo di fierezza – l’isolamento in cui ci trovammo quando per primi levammo netta ed alta la voce sull’incompreso e trascurato problema delle materie prime; si avrà un’idea dei metodi coi quali le forze produttive suscitate dalla guerra sono state da noi distrutte e spezzate.
La Francia non ha lasciato – dall’armistizio ad oggi – un giorno solo inattive le proprie energie, capaci di assicurarle la ricchezza ed il lavoro. Noi abbiamo trascurato ed abbandonato quanto era in nostro potere di fare. E la probabile vittoria economica francese che sta per unire il ferro lorenese al carbone Westfaliano, si contrappone così alla nostra assenza dal mercato mondiale della produzione, con danno enorme del nostro potere politico.
Per fortuna, queste evidenti esigenze politiche ed economiche del nostro Paese hanno trovato finalmente chi le comprende, nel nostro Paese. Le rovine già fatte sono irreparabili; ma gli italiani consapevoli hanno finalmente appreso dal resoconto del Consiglio dei Ministri di ieri, che le questioni riguardanti il rifornimento delle materie prime sono una delle preoccupazioni essenziali dell’On. Mussolini il quale giustamente intende perciò che dagli imminenti, necessari accordi franco-tedeschi per la sistemazione economica delle regioni renane, non sia assente l’Italia, la quale ha un evidente diritto di trarre essa pure dai patti che sanzionarono la vittoria comune la sicurezza del proprio avvenire produttivo».
Se il «Messaggero» avesse condotto di simili campagne in materia economica quando imperavano i Governi che non avevano altro programma economico che quello della distruzione, quando nei consessi internazionali gli agenti dell’internazionale finanziaria – in veste di esperti italiani – sotto l’egida di quei Governi spiegavano opera di rinunzia e di rovina economico-industriale della Nazione, riteniamo che sarebbe stato più utile che condurle ora, quando, con un Governo sensibile e conscio di tutta l’importanza di tale politica economica, ogni esortazione è superflua!
Sabotaggio del Governo Fascista
Nel numero del 13 gennaio 1923 il «Messaggero» si compiace di riportare il forte e poderoso discorso di Edmondo Rossoni, col titolo «Impressionante denuncia di Edmondo Rossoni contro l’alta finanza che sabota il governo fascista», e così formulato:
«Ma certa finanza non si dà per vinta. E poiché in molti casi nei suoi movimenti non è identificabile, così continua a tramare ed a creare imbarazzi al Governo. Molti più grossi cospirano nella persuasione di passare impuniti; ma si illudono. Essi saranno raggiunti. Ed io voglio che si plauda a quel qualsiasi poliziotto fascista che saprà prendere per il cravattino quel qualsiasi finanziere che specula sulle incertezze di oggi e i dolori di domani, tanto più se si trovasse che sangue italiano non scorre nelle sue vene (applausi prolungati e unanimi. L’assemblea fa una grande dimostrazione di consenso)».
Doppiamente utile ci è parso riportare questo brano, sia per mettere in evidenza il diverso atteggiamento del periodico, che è caduto sotto il nostro esame, prima e dopo l’avvento del Fascio al Governo, sia per constatare come è già nella coscienza e nella percezione non soltanto dei capi ma anche della generalità il problema dell’idra finanziaria internazionale cospirante contro il fascismo e perciò contro la Nazione, come noi abbiamo dimostrato.
* * *
Il 21 gennaio 1923, dopo ben otto giorni dal discorso Rossoni all’Argentina, il «Messaggero» ritorna ancora sull’argomento, e questa volta non come cronista, ma come commentatore delle parole del Rossoni avanti riportate, e con il titolo: «Spezzare la rete!», così si esprime:
«L’importante discorso pronunziato al Teatro Argentina dal capo delle corporazioni sindacali fasciste, Edmondo Rossoni, continua ancora a suscitare inevitabilmente discussioni e commenti nei circoli politici e finanziari della capitale. Questi commenti sono perfettamente giustificati dalla gravità dell’accusa lanciata dal Rossoni, la quale è senza dubbio una delle manifestazioni più significative della mutata situazione politica e spirituale del nostro Paese; e va perciò sottolineata, anche se richieda qualche rettifica e qualche modificazione, tali da avvicinare la struttura e l’impostazione alla reale verità della situazione nazionale. Perché, infatti, tener separati, come fa il Rossoni, da un lato i danni arrecati dai grossi finanzieri “nelle cui vene non scorre sangue italiano” scoperti a tramare contro il nuovo ordine nazionale, e dall’altro gli inconvenienti puramente sindacali provocati dalle organizzazioni padronali classiste, significa non percepire l’unità essenziale del problema, e la sua sostanziale gravità. In realtà, appunto, la separazione fatta dal Rossoni non esiste: essa è puramente apparente perché i fatti che hanno suscitato l’atto di accusa di Rossoni non sono che manifestazioni diverse di una medesima politica, essenzialmente antinazionale, che alta finanza ed organizzazioni classiste svolgono insieme, secondo un unico piano.
Non è perciò delle questioni d’ordine personale, riguardanti questo o quel finanziere, più o meno lontano per i suoi atteggiamenti dalle direttive nazionali, che Rossoni si deve soprattutto preoccupare; bensì dell’enorme e compatta rete di interessi cui abbiamo accennato, di fronte alla quale le manifestazioni dei singoli non sono che particolari di un grande quadro d’insieme. Occorre, intanto, stabilire con precisione che i danni recati nel campo industriale dalle organizzazioni padronali autonome – le quali sono precisamente la Confederazione dell’Industria e l’Associazione fra le Società per Azioni – non si restringono, come sembra abbia voluto dire il Rossoni, al campo strettamente sindacale, ove infatti riescono inevitabilmente ad attizzare la rissa fra le classi. Si tratta di ben altro: queste due organizzazioni di interessi, o più precisamente i pochi uomini che le guidano e le ispirano, costituiscono un sistema di forze, la cui influenza, pur includendo il campo strettamente sindacale, lo sorpassa per investire tutte le manifestazioni più importanti della vita italiana: dalla stampa al Parlamento, dalla burocrazia ai partiti. Si tratta di una rete, la cui enorme tessitura le conferisce un’incalcolabile potenza, raggruppando essa tutte le forze di maggiore efficienza, le quali controllano tutto e penetrano ovunque, così come la rete degli impianti elettrici si può infiltrare dappertutto, entrando perfino nelle camere dei cittadini e permettendo così all’impresa di conoscere, come e quando vuole, qualsiasi più geloso segreto, avendo ovunque piena libertà di accesso e quindi di conoscenza.
Allo stesso modo i grossi raggruppamenti di interessi, controllando i più diversi rami del lavoro nazionale, possono infiltrarsi ovunque, per agire con immensa e sottile efficacia a beneficio di chi li dirige o li ispira. La loro influenza sulla politica e sullo stato d’animo del Paese è poderosa; l’efficacia dei loro oscuri atteggiamenti è quindi enorme.
Il danno che proviene dall’esistenza di questa grossa rete di interessi, la quale ha costituito fino a ieri una delle più potenti clientele del passato parassitismo, è inoltre aggravato dalle tendenze e dai legami degli uomini che la guidano. La Confederazione dell’Industria e l’Associazione delle Anonime, che rappresentano la maggior parte e la più fitta della grande rete degli interessi economici, sono completamente in mano, attraverso terze persone, alle forze finanziarie antinazionali. I loro capi sono i clienti di quella finanza, su cui grave si diffonde da molto tempo l’onda dei sospetti, per la sua pervicace ostinata attività antinazionale; e ne risulta una situazione quanto mai pericolosa per il Paese e per la stessa produzione nazionale, poiché succede che le organizzazioni, le quali raccolgono le forze del lavoro italiano, si trovano a sacrificare spesso gli interessi ed a colpire la Nazione, per seguire gli ordini della finanza sabotatrice.
L’esempio del 1920 sta a dimostrare perfettamente questi metodi antinazionali dei grossi organizzatori di interessi, per i quali, in verità, raggruppamento delle forze economiche non ha il fine di tutelare gli interessi della produzione, ma di porre l’Italia che lavora alle dipendenze della finanza antinazionale. Nel 1920, durante l’occupazione delle fabbriche, una politica di provocazione prima, e di assurda debolezza poi, voluta in tutte e due le fasi dall’alta finanza per fini antinazionali, ed eseguita sempre dai dirigenti delle organizzazioni industriali, produsse danni enormi all’industrie e minacciò le stesse istituzioni fondamentali sviluppando il bolscevismo nel Paese; ossia attuando i fini degli ambienti finanziari, pei quali il danno della produzione e il disordine in paese era necessario allo scopo di realizzare le crisi industriali e bancarie, dalle quali doveva uscire la depressione produttiva dell’Italia a beneficio dei trusts internazionali, e contemporaneamente il dominio della stessa finanza su tutte le forze industriali italiane. Non è il caso di rievocare i molti fatti già resi noti a suo tempo; basta oggi ricordare che fino d’allora era chiaramente percepito negli ambienti nazionali e nella stessa massa degli industriali, come la politica filobolscevica delle loro organizzazioni obbedisse ad esigenze di interessi di ordine finanziario, e non certamente nazionali, tradendo insieme la produzione e il Paese.
Oggi, i fatti dai quali l’atto di accusa di Rossoni è stato originato, mostrano che gli esponenti della medesima rete di interessi oscuri sono intenti a tramare contro il Governo Nazionale.
È certo quindi che il sottile lavorio di disgregazione è stato iniziato con i consueti loro metodi dagli uomini del passato. Esso può rappresentare un cospicuo pericolo, se le forze nazionali non interverranno a tempo per spezzarlo».
E così il «Messaggero», dimentico di essere stato al tempo del giolittismo strumento anch’esso della soggezione economica italiana, e quindi politica, verso il trust bancario internazionale, con l’avvento del fascismo al Governo d’Italia si fa eco delle forti parole ammonitrici di uno dei maggiori esponenti del fascismo e le commenta come certamente non avrebbe fatto soltanto un anno addietro!
Evoluzione di coscienza? Forse!
Ancora delle materie prime
A proposito della politica delle materie prime e più specialmente del petrolio, dove anche si sono manifestati in ogni occasione l’accanimento e le manovre delle forze finanziarie internazionali contro le legittime aspirazioni dell’Italia a scuotere il suo servaggio e la sua dipendenza anche in questo vitalissimo campo della vita della nazione in pace ed in guerra, pure il «Messaggero» del 26 gennaio 1923 scrive circa la concorrenza mondiale pel petrolio e il conflitto anglo-turco di Mossul un articolo di fondo, di cui riportiamo un brano che più direttamente si riferisce all’oggetto del presente studio.
«Il popolo italiano ha espresso più volte il proprio profondissimo disappunto, il proprio vivissimo malcontento per essere stato tenuto completamente fuori da tutti gli accordi concernenti sia lo sfruttamento che la ripartizione del petrolio, proprio mentre i suoi bisogni di combustibile liquido si sviluppano in proporzioni assai considerevoli. Noi siamo sotto la dipendenza dei grandi trusts stranieri che hanno in Italia il monopolio della vendita di tutti i prodotti petroliferi; e questi trusts hanno appunto impedito con ogni mezzo che l’Italia svolgesse una politica nazionale dei petroli: hanno impedito che l’Italia si assicurasse congrue zone di sfruttamento di pozzi degni di considerazione, e che l’Italia partecipasse alla formazione di qualche società che avesse fonti proprie di sfruttamento all’estero. A Genova il Governo Italiano ha fatto uno sforzo per liberare la nazione, per lo meno in una certa misura, da questa penosa tutela. Ma non abbiamo raggiunto alcun risultato utile; e perciò noi, dovendo in qualunque modo ridurre la nostra dipendenza dai trusts stranieri, non possiamo non partecipare alla revisione del patto di S.Remo, ed al riassetto dei petroli asiatici. Per l’Italia una politica di conquista delle fonti del petrolio all’Estero – sotto il controllo dello Stato, il quale può interessarsi dei pozzi del Messico, come degli inesplorati bacini del Venezuela, veramente colossali, come dell’Eritrea e della Tripolitania, i cui pozzi furono fatti misteriosamente chiudere, come della Turchia e del Mar Nero – è assolutamente indispensabile, per gli innumeri bisogni di pace e di guerra che debbono essere soddisfatti con piena autonomia nazionale».
Penetrazione straniera
Circa la legge contro la penetrazione straniera votata dalla Camera Francese, il «Messaggero» dello stesso 26 gennaio 1923 pubblica in corsivo alcune osservazioni degne di rilievo per l’Italia, e di cui riportiamo, per maggiore intelligenza ed a maggior sostegno delle tesi che abbiamo sostenuta nell’ultima parte di questo lavoro, due brani più significativi:
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«Il nostro corrispondente da Parigi ci segnalò, a suo tempo, il progetto di legge approvato dalla Camera Francese, il quale si ispira ai principi della difesa nazionale contro la penetrazione straniera; ed anziché lagnarci dei provvedimenti in parola, vorremmo esortare il nostro Paese a far tesoro dell’esempio, allo scopo di combattere quei tentativi di dominazione economica e finanziaria che – attraverso l’Alta Banca – tornano a prodursi anche in Italia dopo come prima della guerra.
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La Francia ha voluto, con le approvate limitazioni, cacciare i tedeschi da tutti gli ambienti bancari, industriali e commerciali della Repubblica, ad evitare il pericolo che, con il loro sistema di penetrazione negli organismi finanziari, industriali e commerciali essi tornino ad avere quella potenza che possedevano prima della guerra. Se, ripetiamo, l’Italia imitasse la Francia, il provvedimento ridonderebbe a tutto vantaggio dell’indipendenza economica, industriale e bancaria del nostro Paese».
Politica economica italiana e francese
Il 27 gennaio lo stesso «Messaggero» dimentico ancora che la politica della distruzione economica e rinunciataria fu fatta in Italia dagli imbelli governi liberali, dei quali egli era pure stato un sostenitore, parla del contrasto tra la politica economica francese e quella italiana, e ne riportiamo il brano più saliente e che più ci interessa.
«…Ma tutto ciò mette in ancor più singolare evidenza l’errore della politica industriale compiuto in Italia nel dopoguerra Da noi non soltanto non si è pensato a rivolgere la lotta contro i raggruppamenti industriali stranieri concorrenti, ma – incredibile dictu! – si sono accuratamente spezzati, con un’opera lunga e continua di distruzione, i raggruppamenti nazionali di tutti gli elementi indispensabili alla sovrapposizione industriale, che la guerra aveva dato anche a noi. E lunghe, tenaci lotte bancarie ed industriali sono valse, con la connivenza di governi privi di sensibilità nazionale, a spezzare gli strumenti poderosi del nostro primato. Il contrasto fra le due politiche – nostra ed altrui – non si può velare; ed esso è enormemente umiliante per noi».
Ancora della penetrazione straniera in Francia
Così il « Messaggero» del 28 gennaio 1923:
«… Abbiamo invece rilevato come la nuova legge francese fosse creata contro la penetrazione tedesca.
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La nuova legge francese – per ciò che noi e la Lega Italiana finora ne conosciamo – tende a dare facoltà al Governo della Repubblica di limitare, quando lo creda necessario ed opportuno, senza ricorrere a provvedimenti di carattere straordinario, l’attività straniera nel territorio nazionale ed è evidente che si tratta, in pratica, di limitare quell’attività straniera che risulti o sia tenuta sospetta e sia attività troppo vasta e profonda nell’organismo nazionale.
In tal senso noi – lo ripetiamo – vorremmo che l’esempio francese fosse imitato in Italia».
Dell’occupazione della Ruhr e della concorrenza industriale
Così il «Messaggero» del 29 gennaio 1923:
«… Ma questa constatazione (la concorrenza internazionale fra gli interessi economici dei gruppi e dei trusts) che cosa insegna a noi italiani?
Ancora una volta i grandi sistemi produttivi, i forti complessi industriali che riuniscono la materia prima col prodotto finito, si rivelano strumento ed obiettivo dell’azione politica. Volta a volta, ogni nazione cerca di rafforzare i propri sistemi industriali, e di distruggere quelli avversari.
Tutto ciò appare, ormai, ben semplice e ben chiaro. Soltanto in Italia, un’opera suicida, inspirata da forze bancarie cui probabilmente non furono estranee la guida e l’aiuto dello straniero avversario, distrusse le forze complesse di produzione che la guerra ci aveva creato. E la nostra politica è valsa a distruggere con stupido accanimento gli strumenti economici essenziali del potere politico. Così nell’accanimento stesso della colossale lotta di interessi che si combatte sulla Ruhr, sta la più aperta condanna della nostra opera insana e parricida».
Ancora della guerra del ferro e del carbone
Così il «Messaggero» del io febbraio 1923 in una corrispondenza da Parigi:
«… Il giorno della pace tutti i vincitori, illuminati dagli insegnamenti della guerra, si batterono per l’annessione del carbone, del ferro e del petrolio.
L’Italia sola, o almeno il suo Governo, non vide nulla e fu assente. Docilmente si lasciò inserrare dagli Alleati e dalle occulte influenze che sembravano volessero disarmarla economicamente, in piccoli problemi di palpitante anima nazionale ma di nessun significato economico, e uscì dalla guerra a mani vuote.
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Ma senza sottomettersi al ferro francese ha potuto intanto tenere tutta in attività intensificata la sua industria pesante. Già prima della guerra la Germania importava dall’estero undici milioni di tonnellate di ferro sui quarantasette milioni che consumava nei suoi alti forni. Ne riceveva dalla Scandinavia, dalla Spagna ed aveva impiantato a Stettino, Lubecca, Brema, Emden, dei nuovi sistemi siderurgici che lavoravano con il carbone dell’Alta Slesia e della Ruhr e metodi economici il materiale di ferro arrivato per mare con basse tariffe di trasporto, esempio agli italiani che negano all’Italia la possibilità di un’industria siderurgica.
Si trattava ora dunque solo di dilatare questa importazione estera del ferro. La Germania fu pronta. Da per tutto dove potè si accaparrò miniere e rifornimenti. Ecco Stinnes in Austria, in Svezia, in Spagna, in Cecoslovacchia dove s’è associato alla Compagnia di Wittkovitz che estende i suoi affari fino alle miniere della Lapponia, e in Brasile, dove sono colossali giacimenti di ferro non lavorato per mancanza di carbone.
Il vertiginoso sviluppo della grande flotta di Stinnes ha avuto appunto per primo scopo quello di assicurare un trasporto rapido ed economico di materie prime all’industria tedesca, sopprimendo la concorrenza ed i controlli dell’Inghilterra e dell’America.
C’è qui una delle più ignorate e significative espressioni della resistenza germanica. L’Italia vittoriosa ha disertato volontariamente le sue posizioni, distrutto le sue industrie, abbandonato la sua marina, disperso tutti i suoi pochi sistemi economici e tecnici integrali creati nella sua prima ascensione verso le progredite forme della grande economia moderna, che sono la prima ragione dei grandi imperi contemporanei: la Germania, vinta e mutilata, ha seguito ostinatamente una via esattamente opposta ed ha conservato sufficiente forza per battersi fino all’ultimo e minacciare ancora i suoi vincitori.
… l’altra veramente aggressiva, la ripresa attiva della concorrenza industriale, l’assalto sui rifornimenti di materie prime degli altri paesi (carbone per la Francia, ferro austriaco per l’Italia), la penetrazione bancaria, industriale e politica in tutti i paesi, dall’Italia al Belgio, per conquistarsi nuove basi d’azione e isolare e accerchiare la Francia.
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I problemi della grande industria, anche della siderurgia, interessano qui (in Francia) governo e popolo, assai più che in Italia, dove, con tanta fantasia e tanta idea di grandezza, tutto ciò che è veramente grande appare subito pericoloso e sospetto invece che forte e sano».
* * *
Abbiamo voluto riportare integralmente alcuni brani di quanto in materia di economia, finanza ed industria, ha pubblicato il «Messaggero» in questi ultimi e recentissimi giorni, perché era necessaria appendice allo studio che abbiamo svolto nel nostro lavoro, e perché fosse constatato che le parole di allarme e di recriminazione del passato partono anche da quella stessa stampa liberale che ai tempi del Governo Liberale riteneva opportuno quanto posteriormente trova essere stato deleterio!
E come stampa quotidiana ci fermiamo solamente al «Messaggero» che ove volessimo raccogliere quanto in materia è stato scritto da molta stampa quotidiana d’Italia, di vario colore e di varia tendenza, avremmo sottoposto noi ad una fatica senza fatica ed i lettori alla stanchezza, laddove ci siamo proposti di compiere un lavoro costruttivo e non di sola e pura critica distruttiva.
Che varrebbe d’altra parte riportare quello che hanno scritto altri quotidiani, quando, tanta stampa italiana è in maggiore o minore misura asservita proprio a quelle forze bancarie-industriali internazionali, sobillatrici e suscitatrici di ogni sfortuna nazionale, e perciò avente come programma assoluto, la deformazione di ogni questione e l’inganno dell’opinione pubblica?
A noi del resto importa, in questa parte del lavoro, dimostrare soltanto che la questione o le questioni che noi abbiamo agitate sono di dominio pubblico e nella coscienza di tutti, – talché organi della stampa da tempo se ne occupano, ognuno a seconda del suo punto di vista o del suo interesse, quale prospettandole nella loro vera essenza, quale deformandole o capovolgendole -, ma che pochi hanno sollevato interamente i veli sui retroscena della politica distruttrice italiana durante parecchi lustri, e nessuno ha mai prospettata la soluzione o le soluzioni idonee a scuotere il giogo economico e quindi politico della Nazione.
E perciò a noi sembra di poter prescindere dalle pubblicazioni, nella materia di cui ci occupiamo, di altri quotidiani, anche perché noi andiamo a sfondare semplicemente una porta aperta: Governo Fascista e pubblico italiano sanno oramai e conoscono, anche bene individuati, i responsabili del disagio della Nazione, e prova manifesta ne sono i provvedimenti cominciati ad adottare dal Governo Fascista ed il favore che questi provvedimenti hanno presso il pubblico italiano.
Abbiamo scelto fra tutta la stampa quotidiana un organo per tutti, il «Messaggero», come quello che, mentre gli altri confratelli della stessa parte liberale cambiavano programma, cambiava padroni e programma assieme, perché più degli altri quotidiani si è occupato ed ha agitato, in questi recentissimi tempi almeno, i veri problemi basilari della recente soggezione italiana e della prossima rivalorizzazione per merito del Fascismo fatto popolo e Governo in un tempo solo.
XXXII
Dopo una corsa attraverso le pubblicazioni del «Messagger, organo quotidiano di parte liberale, vogliamo ancora mettere sott’occhio ai lettori quanto con maggiore precisazione ed individuazione ha scritto nella materia, oggetto del nostro esame, un organo della stampa periodica, non di parte liberale, e perciò libera, e che, rinforzando il tono col quale si è espresso ultimissimamente il «Messaggero», serve egregiamente a confortare il nostro asserto ed a giustificare soprattutto la conclusione di cui ci siamo fatti banditori.
La troupe politico-bancaria
«Chi rappresenta Giolitti? La Banca Commerciale e le Cooperative rosse. Ai suoi servizi stanno uomini politici di tutti i partiti e di tutte le gamme morali ed intellettuali. Da Peano a Treves, da Facta a Turati. Tutti gli uomini che fanno collimare i loro interessi con gli interessi del vecchio della montagna, e con quelli, bene inteso, della Banca Commerciale. Ai suoi servizi sta pure un gruppetto di giornali, i quali hanno una considerevole presa sul pubblico: ……………………………………………………………………
…………………………………………………..………………………………………….. Tutti questi giornali
hanno rapporti precisi con la Banca Commerciale. Bergamini, Malagodi, Frassati sono stati fatti Senatori da Giolitti.
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Da una parte una Banca ebrea che fa gli affari più opulenti ed anche i più loschi attraverso una clientela politica disparata, tenuta a bada dal pugno di Giolitti che serve tanto per i servizi di politica e di polizia interna quanto per i servizi esteri. Sotto questo controllo è stata ed è la parte meno attiva dei conservatori, la maggioranza della democrazia, riformisti, eccetera, e gli esponenti ebraici del socialismo italiano. Questo controllo è ancora esteso all’Estero, da Washington a Berlino e ultimamente a Tripoli, alla faccia del Banco di Roma. Ma la leva più immediata di questa innegabile forza è stato il denaro che un ebreo tedesco, ……………. ha smunto all’erario in mille guise per poi sapientemente distribuirne i rifiuti al servidorame:
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In ogni modo una constatazione bisogna fare: c’è chi si oppone validamente, chi ha immediata ragione del Gruppo Giolitti-Commerciale e derivati.
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Dalla “Stampa” di Torino si insinuò in un certo momento che «dietro la lotta così impostata dal PP. si vedeva chiaramente un’aperta competizione di Banche», e la confessione è gravissima. Per dare un’idea dei mezzi adoperati dal gruppo ebraico-giolittiano bisogna leggere quanto ha detto il Giornale Ufficiale del Vaticano, 1’“Osservatore Romano”:
“Che il Segretario di Stato non fosse favorevole alla nominatività dei titoli di rendita come era stato prospettato al principio, è vero, ma le modificazioni o schiarimenti o attenuazioni che si diceva sarebbero state introdotte nella legge, diminuivano di molto la gravità del primitivo progetto. Inoltre nei giorni dell’interminabile crisi, a quanto ci risulta, varie persone, e ci asteniamo dal farne i nomi, hanno salito le scale del Vaticano per dire che se la Santa Sede avesse indotto il Partito Popolare a rinunciare al cosiddetto veto, non si sarebbe parlato di nominatività dei titoli e si sarebbe tenuto conto anche di altri eventuali desideri della Santa Sede, mentre nel caso contrario … era il finimondo. Non mancarono persino lettere anonime di minacce”.
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Se il giornale pubblica parole così chiare e così gravi, è matematicamente certo che questa è la verità e che la nausea della Segreteria di Stato è salita a tanto che si è creduto doveroso di dichiarare all’Italia con quali sistemi certi suoi uomini la riducano in basso.
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e si invitava il Vaticano a una ingerenza diretta nel regime dello Stato Italiano, a un mercato subdolo da cui veramente sarebbe derivata una soggezione nostra al volere e al beneplacito del clero. Il Vaticano ha risposto con un ceffone sulla faccia disonesta dei trafficanti.
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Ma questo documento basta per indicare a che punto è arrivata la sfacciata mania di dominio e di corruzione in certi ambienti irresponsabili e che pure tanta parte hanno nella vita pubblica italiana. Nello scorso gennaio si arrivò a minacciare nientemeno che di morte immediata il Banco di Roma e la minaccia si fece conoscere apertamente nelle Borse destando quel panico immaginabile che può destare una simile notizia. Oggi si salgono direttamente le scale del Vaticano con in pugno il ricatto……………………………. Le miserie della nostra vita politica non si fermeranno proprio a questo episodio. C’è tutta una piaga marcia che deve pure dar via la sua materia infetta. E la lotta oggi è a un punto tale per la rilevante forza avversaria che il gruppo Giolitti-Commerciale vorrà difendersi con tutti quei …… mezzi di cui è risaputo maestro.
La vita economica del paese è poi a un tal passo che non permette debolezze o seconde linee nel controllo assoluto del Governo. Questo lo sanno bene gli uomini della Commerciale che non possono avere eccessiva fiducia in un caporale di giornata quale potrebbe essere Facta, quando anche il Santone talvolta ha saputo dare il calcio dell’asino.
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Perché da qualche tempo non si nutrono molte illusioni sulla effettiva forza tecnica della Commerciale. Il decadimento nel campo politico culminato in questi giorni con la disfatta Giolittiana ha un contrappeso immediato anche nel campo tecnico della vita della Banca. Troppe cose, molte cose sono da liquidare immediatamente e niente di più naturale che si debba temere moltissimo che sotto il controllo di formidabili avversari la liquidazione possa avvenire in una maniera molto precipitata e perciò oltremodo dannosa alla compagine dell’Istituto ebraico.
C’è da portare a termine il ponderoso affare della fornitura della energia elettrica per via Svizzera, dalla Francia, tutto un affare complicatissimo dove se Belotti è servito, non è durato tanto da garantire la sicurezza che da un momento all’altro scoppi con enorme violenza uno scandalo colossale che travolga non solo la riputazione di qualche grosso uomo politico, ma quella stessa dell’Istituto. Si tratta in altri termini di sapere da un momento all’altro: se è vero che la Commerciale, accaparratrice di tutte le risorse idroelettriche e termoelettriche italiane abbia da un paio di anni cessato i finanziamenti alla Edison, alla Crespi, e a qualche altra Società minore per l’ampliamento dei vecchi impianti e dei più nuovi entrati in esercizio durante la guerra e subito dopo l’armistizio; se questi finanziamenti furono cessati per motivi plausibili o per tentare una grande e immediata speculazione attraverso un lungo giro vizioso a danno non soltanto dell’erario che deve pagare a terzi l’energia elettrica che ci viene … graziosamente concessa dall’estero, ma di tutta la Nazione con la relativa coda di disoccupazione operaia, dissesti eccetera; se nella manovra spudorata, di dare ad intendere che la causa di tanto enorme danno sia stata la occasionale siccità debba essere coinvolto non solo uno stuolo più o meno ingenuo di giornali, ma anche un gruppo di uomini politici e di tecnici. Tutte cose che da un momento all’altro nel punto critico della liquidazione di questo affare possono avere delle impensate risposte.
Ma ci sono altre liquidazioni più urgenti e che male svolte potrebbero essere fatali. Parliamo della situazione all’estero della Commerciale, la quale è scossa non solo per riverbero al fallimento della Banca di Sconto, ma perché da qualche tempo cominciano a venire al pettine tutti gli errori dei dirigenti della Commerciale, errori che si pagano col denaro dei depositanti, errori che si son fatti per la cieca sicurezza che al Governo della cosa pubblica in Italia si potesse sempre avere dei ligi. Forse troppo tardi la Commerciale si avvede che la Sconto non era un «bubbone da tagliare». Anche la stessa Commerciale è un enorme bubbone e da tempo l’infezione che ieri ha fatto cadere 1’avversaria è penetrata nelle carni della Banca semita.
Oggi comincia molto a pesare il passato finanziamento dell’Ilva fatto dalla Commerciale e dal Credito. Si tratta di mezzo miliardo già completamente sfumato, sebbene la Commerciale imponesse a Giolitti il decreto legge protezionista che doveva per un giro vizioso ripagare ad usura i denari anticipati alla azienda di Max Bondi. Mezzo miliardo la Commerciale non lo ritrova tutti i giorni, specialmente quando non c’è Giolitti al potere. Come pure il decreto legge protezionista è una bellissima cosa per la Commerciale interessata nell’Ilva, padrona anzi. Ma è niente, se questo decreto non è valorizzato da uomini di fiducia, i quali dal Governo impostino lavori pubblici, forniture, eccetera, a tutto vantaggio di chi volle il decreto……
Non parliamo della Società ebraica, la Foresta, di marca ungherese che ha nelle sue fila qualche ebreo che è stato ad latere a Bela Kun, e che è sotto gli ordini diretti dell’ebreo austriaco Camillo Castiglioni, dove la Commerciale ha profuso fino ad oggi la bella cifra di trecento milioni. Ma più istruttiva sarà un giorno la storia degli interessamenti di Toeplitz con denaro italiano in due gruppi ebraici della Polonia, uno che forniva armi contro i Soviets, l’altro che si adattava a procurare armi non si sa bene a chi. Entrambi i gruppi per questa bella e lucrosa impresa hanno realizzato parecchi miliardi polacchi, ma oggi essendo il marco polacco qualcosa come lo zero, il miliardo di lire italiane dalla Commerciale audacemente giocato nella partita è sfumato e se ne attende il ricupero … C’è poi il credito verso la Banca di Cina per cinquanta milioni; e i cento milioni perduti nella Franchi Gregorini, e quelli perduti nella Granaria di Milano che si voglian calcolare a una quarantina. Si parla infatti negli ambienti più alti della Commerciale di ben due miliardi di immobilizzi; e per due miliardi si ha pure il bisogno urgente di un uomo come Giolitti. Un caporale di giornata della statura di Facta cosa può mai fare di sicuro e di immediato?
Ma come i tre miliardi della Sconto, così i due miliardi della Commerciale intanto sono usciti dalle viscere della Nazione, dal risparmio dei suoi migliori elementi. E qui sta tutta la gravità della situazione. Un fardello troppo vasto di cose e di manovre oscure, di odi personali e di odi di razze fa leva sulla coscienza poco pulita della maggioranza degli uomini preposti al Governo della cosa pubblica. E se non ci si incammina risolutamente verso una profonda epurazione individuando i nemici e togliendoli brutalmente dalla circolazione, la rinascita italiana sarà ben lungi dal cominciare.
Intanto la disfatta di Giolitti è una verità acquisita; al fianco c’è il profilarsi della disfatta del gruppo dei finanzieri ebraico-tedeschi. ………………………..………………………………………………………………
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Noi combattiamo gli ebrei che per il posto che occupano nella vita finanziaria del Paese acquistano una pericolosa preponderanza nell’amministrazione della cosa pubblica.
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Il Signor Peppino Garibaldi ……………………….……………………………………………………….
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…………………………………….. ha cercato di lavorare d’accordo con Pippetto Naldi. Agli amiconi cuoceva molto che non potesse salire il vecchio della montagna, ma cuoceva molto di più agli amiconi della Commerciale; le due cotture si sono facilmente ritrovate e Pippetto e Peppino hanno fatto sapere in piena crisi di un colloquio del secondo con Giolitti e subito dopo hanno annunziato la probabilità di dimostrazioni anticlericali per protestare contro il veto di Don Sturzo. Ma la cosa attecchiva poco, molto poco. Allora ci fu chi pensò a mettere su delle false dimostrazioni di nazionalisti e di fascisti con dei fogliettini stampati alla macchia. La dimostrazione doveva essere diretta contro il Parlamento per il prolungarsi della crisi ma doveva degenerare in dimostrazione contro il Partito Popolare e in modo particolare contro il suo segretario. Una cosa bellissima! (Oh, la bellezza per il Signor Fenoglio quanto è relativa). Ma facciamo un po’ d’analisi su questa bella roba. Il Giornale d’Italia è stato il primo a dare l’annunzio della dimostrazione fatta da elementi dei combattenti e organizzata direttamente dall’Associazione Nazionalista con relativa adesione fascista. Tanto il «Popolo d’Italia», quanto gli organi direttivi dei nazionalisti hanno smentito che l’abortita dimostrazione partisse dal loro grembo. E allora chi diede notizia di tanta roba al Signor Senatore Bergamini e a Pippetto Naldi? Il Giornale d’Italia è il giornale legato a Giolitti; non parliamo del Tempo: entrambi sono legati alla Commerciale, entrambi son legatissimi a Peppino Garibaldi e a Barrère. ………………..……………..
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………. Chi aveva più interesse che salisse Giolitti, se non la banca dell’ebreo polacco?» («Rivista di Milano», marzo 1922).
Come lavora la Finanza internazionale
«Ci fu chi credette in buona fede che la crisi fallimentare della Banca di Sconto stava per essere scontata anche da altri gruppi finanziari; ma così non è stato: ne è. Se un giorno verrà alla luce la finezza della tattica israelitica che portò in maniera irrimediabile nell’abisso il gruppo Sconto-Ansaldo, si potrà facilmente comprendere come nell’altro campo le dighe erano state predisposte con artifizio tale da non lasciar scuotere la propria compagine dalla imperversante tempesta di marosi. E sebbene molte falle, per miliardi di immobilizzi si denuncino nel gruppo Commerciale-Credito, dal disfacimento della Sconto l’avversaria ebrea non vuole riceverne che grossi vantaggi.
Ma prima di tutto è visibile l’interesse di sbarazzare d’attorno le pesanti nubi che si addensano nella valutazione morale dell’operato del gruppo Toeplitz-Giolitti-Treves. E siccome c’è chi ricorda esserci un processo contro le banche pendente davanti l’alta Corte di Giustizia, ora che l’avversario è caduto, conviene unicamente farlo arenare. Trovato il solito stock di uomini politici pronto alla bisogna, ecco il chimico Senatore Paternò presentare un progetto di modificazione all’art. 37 dello Statuto che dice: “Il Senato è solo competente per giudicare dei reati imputati ai suoi membri”. Secondo il Sen. Paternò ove non si tratti di reati politici, gli indiziati possono essere affidati alle cure dell’ordinaria Magistratura! Al Paternò si accodano degli uomini come i giolittiani Cirmeni, Cefaly, Di Bugnano, Gallini. Si va diritti ………….. allo scopo. La Sconto è caduta e non c’è tempo di infierire in pubblico contro i caduti. Bisogna dunque uscire dall’imbarazzo nel quale ci si è cacciati per cacciarci gli avversari. Ma la Commerciale dimentica o finge di dimenticare che se la Sconto aveva la Banca del Caucaso, al 23 febbraio 1919 è stato creato da essa Commerciale quel ………. Consorzio mobiliare finanziario nel quale si fucinò l’aumento del capitale sociale e il collocamento delle azioni nuove, in aperta frode alla legge che non vuole che un’Anonima lavori sulle proprie azioni. Lo stesso dicasi per il Credito che ha creato per gli stessi scopi la Compagnia Nazionale Finanziaria.
Ora conviene alla Commerciale ben poco, niente affatto che avanti all’Alta Corte di Giustizia sia fatto un simile processo. È perciò che la “Tribuna” …………….…………………………………………………
………. è in primo piano per portare a buon punto gli ordini di Crespi e di Toeplitz … Queste cose che noi diciamo non dovrebbero lasciare increduli i nostri lettori. I quali dovrebbero sapere che la Commerciale fiancheggiata dagli elementi riformisti del socialismo e dagli elementi demo-massonici ha il preciso scopo di essere un potere indiscusso e insindacabile nel Regno. Gli elementi ebraici la fiancheggiano poderosamente tanto all’interno quanto con la loro concomitante azione all’estero. Tutte le azioni dei dirigenti della Banca sono volte al fine preciso di soggiogare lo Stato. ……………… Il terreno nel campo politico è facilissimo di frutti, specialmente quando si ha sottomano un uomo come Giolitti e quando si può disporre della banda senza scrupoli dei suoi gregari.
Orbene con tutto ciò, leggete la relazione balbettata dall’ebreo polacco I. Toeplitz, all’assemblea del 23 marzo di questo anno. Che miseria e quanto gesuitismo! A un certo punto essa dice:
“A tutti sono noti i nomi delle grandi industrie che ne rimasero travolte, ed è presente il grave e recente incaglio di un grande Istituto di Credito, al quale non potè porre argine sufficiente l’azione concorde delle banche d’emissione e degli altri grandi istituti”.
Oh! L’azione concorde del circonciso Toeplitz con Stringher è proprio il documento più grave e maggiore dei fini perseguiti dalla Banca semita. La quale, sempre nella sullodata relazione, dopo aver fatta una piroetta attorno al “sensato equilibrio del nostro popolo” dà il benvenuto alla nuova banca, che avrà per direttore quell’ebreo Segrè delle Alpine Montane, e per Presidente l’ebreo banchiere padrone del Secolo, Senatore Andrea della Torre. Ma la relazione pur nello scarso valore che ha come risaputo documento fittizio è importante là dove contrariamente a quanto si è fatto negli anni precedenti, non dà ragguagli sulle partecipazioni, anzi salta a pie’ pari, allegramente: pur dovendo confessare che queste non sono riuscite molto brillantemente:
“Salvo questi maggiori e necessari accenni, ci dispensiamo dal consueto elenco delle nostre partecipazioni, le quali continuano ad essere generalmente quelle che già vi sono note. Partecipammo durante l’annata ad operazioni relative ad imprese dove possediamo interessi di capitali resi necessari per sistemazioni finanziarie, ma le condizioni generali ci consigliano ad essere oltremodo cauti e guardinghi nell’incoraggiare e favorire nuove iniziative.
Le nostre relazioni con talune industrie più marcatamente provate dalla crisi ebbero, quale conseguenza, perdite sopra i nostri crediti alle quali ci consentì di far fronte l’elasticità del nostro bilancio”.
Però è molto interessante quel punto che accenna alla creazione della Società Esercizi Siderurgici e Metallurgici, una società di cento milioni di capitali creata dalla Commerciale col concorso del Credito per assorbire l’Ilva. Questa Società, dice l’ebreo polacco: “… svolge un’utile ed interessante attività; con l’istituirla poi essenzialmente volemmo che la crisi dell’Ilva non portasse, come conseguenza, la sospensione dei lavori, anche per brevissimo tempo, e la chiusura degli stabilimenti, con la conseguente disoccupazione operaia”. Che cuore hanno i dirigenti della Commerciale. È una gara a chi le sballa più grosse, ma questa batte ogni altra in gesuitismo. Ecco a dimostrazione del cuore del signor Toeplitz come vanno invece le cose nell’Ilva. Questa è cronaca che riportiamo di peso dalla “Voce Repubblicana”:
“Abbiamo annunziato, nel numero dell’altro ieri, che gli amministratori dell’Ilva tentavano un giuoco. Avevano indetto l’assemblea degli azionisti, ma avevano preparato le cose in modo da mandare deserta l’assemblea – prima di … compromettersi nella ricostruzione della società – volevano portare a compimento le trattative che – sotto l’alta protezione della «Commerciale» – sono in corso con i Ministri competenti e col Luogotenente di giornata Facta, per avere l’assicurazione che l’Ilva, o meglio i suoi amministratori saranno lasciati tranquilli, e il Ministero farà come ha promesso, una politica di protezione verso i ricostruttori della siderurgia. Un’altra campana ha affermato che il giuoco di mandar deserte le assemblee deriva da quel famoso impegno degli ex amministratori di versare trenta milioni a patto che fosse sospesa ogni inchiesta nei loro riguardi, impegno che non è stato eseguito.
Ora gli azionisti erano rimasti zitti e calmi attendendo il versamento. Oggi cominciano a dar segni d’impazienza e sebbene non siano ancora arrivati al tumulto dell’assemblea dove domandarono l’intervento del Procuratore del Re – minacciano di fare scenate.
L’assemblea che doveva tenersi ieri 31 marzo, è stata informata da uno dei componenti «la brillante schiera di avvocati» e consiglieri di amministrazione che non … essendo raggiunto il numero legale s’intendeva rimandata. Ciò che avevamo annunziato si è verificato. Ma i presenti azionisti non hanno voluto aspettare il consiglio del brillante avvocato e consigliere di amministrazione e hanno formato un Consorzio, minacciando d’informare gli operai di quanto succede e di compiere gli atti legali nell’interesse della massa degli azionisti.
Il giuoco di bussolotti siderurgici continua sempre più brillante.
La siderurgia è piena di risorse e ha l’autorizzazione dalla legge di giocare d’azzardo”».
«Questo è l’amore degli operai e del popolo nostro. No, è meglio quando vi vediamo impudenti e sfacciati! Bondi e Luzzatto oggi sono nelle vostre mani, ebrei della Commerciale, e voi li renderete immuni da ogni pericolo se essi si mostreranno dei buoni figliuoli. Però la siderurgia è un baratro. Ha cominciato ad inghiottire centinaia di milioni anche nelle vostre mani, e non importa se ci sono leggi protezioniste fierissime né se si trova l’Erario pronto a sborsare a getto continuo i miliardi.
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A proposito, cosa succede in questa ultima quindicina sui Fondi di Stato nelle Borse di Milano e di Torino? Rendita e Consolidato son vendute simultaneamente e il ribasso è tale che in cinque giorni la Rendita ha perduto sei punti. Si può dire che la Rendita 3½% si venda a chili. Gli esperti dicono che questa manovra parte ed è guidata da una ben nota mano. Se ne dice il nome. È una mano di un austriaco ebreo, e si sa a quale banca appartiene.
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Dunque la nostra campagna è più che opportuna. Gli ebrei d’Italia si credono talmente forti da tentare un’unione nazionale nella Nazione? La Banca Commerciale del circonciso ebreo Toeplitz è alla testa del movimento? Niente di più facile.
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Giolitti, Treves, Toeplitz, Palermi, sono in grandi faccende per metter su un’agitazione anticlericale.
…. ebrei e massoni si ritrovano sempre negli stessi piani d’azione.
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Gli ebrei dell’Alta Banca hanno sempre dato delle fregature alla nostra finanza e alla nostra compagine. Bisogna spiarli, vigilarli, non mollarli. ……………………………… Hanno sputato sul volto di Cristo, figuratevi se nelle frenesie dell’aggiotaggio hanno del ritegno per l’Italia!
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Gli industriali non si muovono che inquadrati da una banca e nulla ottengono a Roma se non hanno l’appoggio di una certa banca semita, la quale ha in mano quel tanto che può giovare per i suoi diretti affari. La Banca non compare mai e il pubblico grosso ha l’illusione che i corruttori siano questo o quell’industriale. Ma la Banca finisce per goderci la miglior parte. Ora queste cose Einaudi le sa. Non le dice. Se le dicesse potrebbero venirgli risultati insperati. O finirebbe per vederci nero come Nitti o finirebbe per additare quella certa banca con le mani nel sacco» («Rivista di Milano», aprile 1922).
La politica estera miope e rinunciataria
«Ciò che era nei voti e negli interessi dei grandi finanzieri della banca ebraico-internazionale è in via di rapida attuazione. Il trattato russo-tedesco ha inaugurato ufficialmente il ponte di interessi creato dall’avvento del bolscevismo in Russia fra Mosca e Berlino.
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Un paese di oltre quaranta milioni di vite non partecipa che in quarto rango alla febbrile preparazione del turbinoso domani europeo. Il suo destino è segnato oggi dagli ebrei bolscevichi della finanza, che manovrano allegramente con una stampa di gazzettieri asserviti, un governo di ignoranze autentiche e collaudate … e il fango della vita pubblica italiana è al livello delle tegole delle case. Politica estera italiana? Merda, italiani!
Hanno fatto morire mezzo milioni d’uomini per arrivare a perdere economicamente la Venezia Giulia, per fare l’affarismo delle Alpine Montane, per guardare senza capirci niente nell’affare del petrolio, per perdere ogni valore nell’esportazione degli zolfi, per rovinare la fiducia nell’America Latina coi fallimenti della Commerciale e col crak della Sconto. Preparato il domani di fame, l’Italia resterà con l’orgoglio d’avere qualche milione di soldati da disporre con docile innocenza, vassalla della Germania, vassalla se occorre della Russia del Regno dei Beoti, secondo che imporranno gli interessi di un lercio gruppo di trafficanti senza patria e senza nome, al diretto servizio dell’internazionale ebraica!
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Se da quest’anno i vari Stati dell’Europa drizzano fuori da ogni riserbo le vie tormentose e tempestose del prossimo avvenire, l’Italia borghese, schiava di un gruppo di politicanti scemi e lavapiatti, non vorrà avere nessuna funzione vitale, nessun programma pel suo domani. Chiusi gli sbocchi alle esportazioni, umiliata e prostituita nella tragica esportazione della carne umana esuberante, vassalla di tutti pel grano, pel carbone, pel ferro, per gli oli minerali, essa è alla mercé di chi ne governa gli esauriti gangli finanziari.
Occorre levarci dal letargo. Guardare negli occhi la realtà; noi abbiamo energie molte e vigorose. Le quali ci daranno diritto a vivere d’una nostra indipendenza se sapremo liberarci dalla famelica plutocrazia internazionale ebraica che ci vuole in sua assoluta mercé.
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Pochi sanno quanto si manovra attorno agli Stabilimenti del gruppo Ansaldo. Invece di mettere quell’azienda in stato fallimentare, si tiene in piedi per degli scopi che a prima vista non sembrano chiari; ma che agli iniziati della vita politica e finanziaria del nostro Paese appaiono evidenti.
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Ma qualcuno, e forse non a torto, insinua che dietro a tutta questa manovra che all’impudenza accoppia il cinismo, ci sia la banca dell’ebreo polacco. L’azienda dell’Ansaldo è troppo grossa e troppo rovinata perché convenga alla Commerciale l’assorbimento tout court. E non sarebbe meglio, pare che si pensi dagli ebrei di Piazza della Scala, che lo Stato attraverso aiuti e sussidi a una gestione cooperativistica rimettesse un po’ le cose a posto, in modo da lasciare un domani più limpido?
* * *
Questa volta non siamo noi che parliamo, né degli estremisti. È una rivista redatta da capitani d’industria, professori d’Università alti magistrati, magnati della finanza. È la rivista «La Società per Azioni», nel numero 7 dell’aprile che si domanda: speculazioni nella crisi industriale?
“Nessuno nega l’esistenza e l’estensione della crisi industriale, nessuno nega che il Governo ha fatto quanto poteva per rovinare le società azionarie in Italia con la sua politica interna e fiscale; ma da qualche tempo si assiste anche alla speculazione sulla sventura per parte di alcuni gruppi finanziari e ciò non può non meravigliare ed indignare.
Evidentemente non manca chi ama profittare delle circostanze per far buona preda sulle industrie malferme.
Abbiamo visto il precipizio e la rovina di valori che sembravano avere basi saldissime e che in tale considerazione vennero largamente acquistati dal Portafoglio dei risparmiatori.
In questi valori è stata annunciata la perdita del 95% nelle recenti adunanze assembleari! Un esempio tipico si è avuto nelle azioni delle Officine Meccaniche Italiane (già Reggiane) in cui è stata comunicata la perdita di quarantacinque milioni su cinquanta. È enorme che tutto ciò possa avvenire quasi d’improvviso, senza che gli azionisti riescano ad opporre un’efficace difesa. Quarantacinque milioni su cinquanta non possono svanire nel giro di pochi mesi, mentre il Consiglio di Amministrazione mai ebbe a prevedere nelle sue relazioni annuali pericoli di così eccezionale gravità. Non è ammissibile che l’azionista debba trovarsi di punto in bianco privato del suo avere, costretto a subire tutto il danno di una situazione, di cui viceversa mai ebbe a godere la lieta fortuna negli anni dell’abbondanza durante la guerra. Allora si parlava sempre della limitazione dei decreti ma si assicurava la corrisposta delle cedole anche per gli anni più magri. Gli azionisti hanno dovuto sperimentare di che natura sia tale sicurezza!
Ma una simile condizione di cose ha bisogno di essere largamente chiarita al pubblico e agli interessati, poiché lascia presumere che dei gruppi particolari tengano a rilevare per poche migliaia di lire, delle aziende forti di avviamento, di stabilimenti e di contratti, svalutandone tutte le attività ed esagerando le perdite.
La speculazione sulla crisi non deve essere consentita, per la moralità di oggi e per la salvezza delle società per azioni di domani essendo evidente come tali procedimenti tendano a screditare sempre più l’Istituto azionario che è il fulcro della grande economia industriale moderna.
È superfluo avvertire che le Commissioni d’inchiesta nominate nelle assemblee a maggioranza preventivamente assicurata lasciano il tempo che trovano se si risolvono in veri detournements di parata.
È il Procuratore del Re che deve intervenire e noi che abbiamo intrapresa una campagna in proposito, non ci stancheremo di sostenere sempre più l’intervento d’ufficio del P. M. in tutti i casi che rappresentano uno scandalo manifesto”».
«Questo pare parlar chiaro. Bisogna solo avere il coraggio di individuare questi gruppi finanziari che speculano sui cadaveri e che provocano la morte dei deboli per dominare, in un vasto sogno di incontrastato dominio. Individuare e colpire questi sciacalli è opera meritoria. Denunziarli all’opinione pubblica e metterli alla gogna è un dovere. La Magistratura è quasi sempre impreparata per entrare nel folto groviglio delle speculazioni finanziarie. Elementi viscidi che vivono fra la banca e la politica conducono queste speculazioni; bisogna ricacciare costoro nel ghetto». («Rivista di Milano», maggio 1922).
Il predominio bancario
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«Oggi che il crak della di Sconto è sboccato nella costituzione della Banca Nazionale di Credito, tutte le accuse da noi lanciate in questi scorsi mesi vengono confermate dalla realtà dei fatti. Nel campo degli avversari, invece di trovare un’onesta confusione che denuncerebbe la loro buona fede, vediamo trasparire il tripudio perché il piano dei padroni foraggiatori è stato portato a compimento con tutta quella subdola accortezza che si conveniva a simile colossale impresa.
Veramente possono gioire i signori della Banca Commerciale Ebraica, che il servidorame è ………….. a posto e risponde bene ai criteri intelligenti dovuti all’opera decennale di selezione dell’ufficio «fiches d’informazioni»; ma se la Banca dei circoncisi ha una discreta sensibilità, ben vede che noi e i nostri amici abbiamo messo il campo a rumore e che non è molto lontano il tempo in cui essa sarà portata in maniera sommaria a rendere conto di tutte le malefatte perpetrate.
È pur vero che la finanza ebraica oggi può sfoggiare la sua forza e la sua posizione di privilegio.
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Solo ci punge vaghezza di sapere se è vero che il Signor Treves ebreo, è stato intermediario – con l’ausilio in un secondo tempo dell’amicissimo Missiroli – presso Della Torre per fargli inghiottire il rospo del veto di Toeplitz alla Presidenza della nuova banca. Noi ameremmo solo un cenno, ma chiaro, preciso, o no, o sì. Insomma noi modestamente domandiamo un punto di appoggio per sollevare più o meno delicatamente tutto il velame logico e naturale che ricopre i misteriosi rapporti … ideali (oh! non mai di vivi interessi) fra tutti questi illustri ebrei e semi-ebrei, banchieri, pubblicisti, deputati e senatori.
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Ma finché gli ebrei finanzieri e i loro tirapiedi sdegneranno ogni risposta e si trincereranno nel più assoluto eroico mutismo, non c’è certo da sperare che tutte le supposizioni, le quali il tempo s’incarica per puro caso di confermare, siano distrutte.
Ad esempio dai fatti noi siamo tratti a giudicare che i rapporti fra la Commerciale Ebraica e la Banca Nazionale di Credito sono di perfetta sudditanza di questa rispetto a quella. L’accaparramento è stato portato al grado desiderato; la lotta è stata abbastanza vivace, e in un certo momento si è anche paventato qualche scandaletto. Il gruppo dell’ebreo Della Torre che era uno dei più piazzati, ha dovuto cedere alle diverse pressioni, e non ultime quelle di carattere … etnico, e così la Commerciale ha visto coronati tutti gli sforzi che vanno dalla caduta della di Sconto all’insediamento del Signor Pedrazzini. Chi è questo Signor Pedrazzini? Il Comm. Pedrazzini, per chi non lo sappia, è oggi il Consigliere Delegato della nuova banca sorta sulle macerie della di Sconto; ma il signor Comm. Pedrazzini altri non è se non un funzionario della Commerciale. Circa undici anni fa costui era Direttore d’una banca ebraica alle dirette dipendenze della di Sconto Gesellschaft Bank di Berlino, e cioè il Banco di Lima nel Perù. Quando la Commerciale fondò una sua succursale a New York il Comm. Pedrazzini andò a dirigerla; finché poco meno di un mese fa, un telegramma partito da Piazza della Scala non gli ingiungeva di ritornare in Italia, dove gli veniva affidata la delicata carica di Consigliere Delegato della Banca Nazionale di Credito.
Veniteci dunque a negare che oggi il controllo del movimento finanziario italiano è in mano alla Banca Commerciale, veniteci a sostenere ancora che la caduta della Sconto ha giovato alla ricostruzione del Credito Nazionale! Il gioco è riuscito abbastanza, ma troppo si son scoperte le carte, perché oggi si possano dire in buona fede tutti coloro che a gennaio sostenevano che la Commerciale ebraica non pensava ad avere il controllo della finanza italiana.
I tempi più prossimi si incaricheranno di mostrare quanta sarà dannosa all’Italia questa egemonia di una banca non solo internazionale, ma antitaliana, come dimostrano a sufficienza le sue speculazioni sui cambi, i malfamati affari dell’America del Sud, lo scandalo del trust dell’energia elettrica, i milioni italiani sparsi per la ricostruzione… di qualche gruppo ebraico orientale.
Il crollo della di Sconto, come quello dell’Ilva, come quello dell’Ansaldo ha giovato solo alle casseforti della Commerciale, la quale nella pazza sete di dominio e di assoluto controllo, forte dell’asservimento di un servidorame senza scrupoli, va allegramente all’assalto dell’Erario, a fine di avere nelle mani lo Stato.
E intanto tutte le vistose forme di aiuto statale alla di Sconto, tutte le larghe agevolazioni degli Istituti di Emissione non andranno a beneficio dei piccoli depositanti, ma a beneficio della Commerciale. La quale ……………..…………………………………………………………………………………………………
……………………………………………………. ha spinto il Governo ad intervenire in tutti i modi per la risoluzione della crisi bancaria, visto che la nuova banca non doveva essere che un nuovo satellite del maggiore astro.
Né si potrà sollevare alcun dubbio alle nostre affermazioni perché il fatto che un impiegato della Commerciale prende la direzione dei centri nervosi del nuovo Istituto, non può che avvalorare pienamente e trionfalmente tutti i sospetti che avevamo in questi mesi sulle intenzioni della Commerciale.
Implicitamente possiamo dire che la Commerciale ha voluto la fine della Sconto perché questa era l’unica avversaria seria nel campo del dominio finanziario. …………………………………. Miglior guiderdone non poteva dunque spettare alla banca ebraica di questo che oggi le tocca.
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Non per nulla la funzione ebraica oggi in Italia è nel suo pieno sviluppo; l’egemonia finanziaria si ritrova subito con la tentata instaurazione della egemonia politica.
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Dopo la caduta della Sconto i cambi sono governati esclusivamente dalla Commerciale per mezzo del suo austriaco ed ebreo signor Goldschmidt che alla Borsa di Milano chiamano il re dei cambi. Veramente i tempi non sono tanto fortunati come negli anni dell’armistizio; ma gli affari si fanno lo stesso e verosimilmente la cuccagna potrà durare per molto tempo, dato soprattutto che la Commerciale, vuoi direttamente, vuoi per mezzo di tutte le sue banchette ci sa ricamare i suoi affari d’oro. A proposito, bisognerebbe parlare dell’ufficio cambi di Piazza della Scala, dove i prezzi della Borsa son tenuti in alto dispregio e dove si fa il colpo più o meno decente secondo chi ha bisogno di cambiar monete… e poi si strilla contro i macellai e i fruttivendoli! Ma se nella bella bottega della Commerciale si fa peggio! Povere vecchie, operai ignari, donnette e tante volte dabbenuomini digiuni delle difficili operazioni dei cambi, costretti dalle necessità quotidiane, si presentano al banco dell’ufficio cambi di Piazza della Scala nella sicurezza che un istituto così grosso e così tronfio possa essere meno rapace di altri piccoli cambiavalute. Ora il prezzo delle monete, tanto delle estere che della lira è fissato in Borsa da un listino che salvo poche varianti serve di base alle contrattazioni piccole o grosse dei vari cambiavalute. Non così è per la Commerciale la quale specula più che può sull’ingenuità di chi ha bisogno di cambiare o di comprare moneta. Se la Borsa ha segnato il dollaro a 19, l’Agenzia della Commerciale di Piazza della Scala, vi dà, se volete vendere, poniamo 16, ma se volete comprare, 21… Si dice che questo è il mestiere degli ebrei; ma si dovrà pensare che se una banca tanto grossa e tanto forte ha questi sistemi di guadagno anche sui piccoli polli, cosa farà coi grossi? E poiché la Commerciale non è una banca italiana, se nelle piccole funzioni è di danno all’interesse dei più, di quanto non lo sarà nelle sue grosse faccende?
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Il denaro degli emigranti è sacro. Ma in che modo è garantito dal Governo Italiano? Questo denaro fa gola a molti, specialmente a tutti quei signori che lo vedono con rabida invidia circolare e venire in patria attraverso qualche banca d’emissione. Ma l’emigrante in America è esposto a tutte le più oscure ed equivoche attrattive da pseudo banche che hanno alle spalle la protezione dell’alta banca internazionale che vigila da lontano ed interviene per mezzo delle sue influenze a spegnere lo scandalo quando scoppia.
Ottima e veramente coraggiosa la campagna che dalla caduta della Banca di Sconto ha intrapreso Agostino De Biase sul “Carroccio”, la bella rivista italiana di New York ; nel fascicolo del 30 aprile a questo proposito leggiamo: “Se l’emigrato che ha mandato il suo gruzzolo in patria se lo vede sparire, e avverte che il governo stesso si fa complice del predone che l’ha involato, come volete che mandi più denaro – il denaro che è sangue – alle banche della penisola?
“Ma nel caso attuale, la trascuratezza usata al creditore della Sconto negli Stati Uniti, mette a grave rischio le quote che nella liquidazione devono essere rimborsate a tutti indistintamente i creditori vicini e lontani. Poiché se non andiamo errati, la liquidazione della Sconto viene affidata al nuovo Ente bancario, la Nazionale di Credito che si istituisce col capitale degli stessi creditori… Ora dite, ai fini della prosperità della nuova banca, potrà giovare mai l’ostilità provocata, dei depositanti del Nord-America? Può una grande banca in Italia – oggigiorno -rinunziare al contributo del capitale degli emigranti? Ma se i dollari americani sono l’unico denaro liquido che va a risanare le casse di tutte le banche nazionali?”».
«Queste parole che leggiamo sulla rivista americana, sono un grave indizio dello stato d’animo dell’emigrato verso le banche italiane. Non proprio noi possiamo dire che questo stato d’animo sia errato o preconcetto, perché noi non siamo interessati nella fortuna di nessuna azienda bancaria, ma solo parliamo in vista dell’interesse nazionale. Ora questo benedetto interesse vuole che il denaro dell’emigrato sia vigilato e tutelato, perché è esso una delle nostre poche ricchezze. Quale motivo mai ci spinge ad essere così avversati del nostro bene medesimo? Sono d’origine nazionale veramente tutti coloro che operano attraverso le piccole banche a fine di fare affari più o meno loschi e di gettare il panico periodicamente tra i risparmiatori transoceanici?
No, non sono elementi italiani; questa è la dura e sicura verità. Basta ricordare quanto ………… ha fatto la Banca Commerciale nell’America del Sud……………………………………………………………………
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Ora l’industria siderurgica è sotto la protezione della Banca Commerciale …………………………….…….
………………..………………………………….; e il governo si è deciso di regalarle due miliardi di forniture. È già stato presentato alla Camera il progetto di legge che autorizza l’Amministrazione delle Ferrovie a incontrare spese straordinarie per un miliardo e settecentocinquanta milioni negli esercizi finanziari dal 1922-23 al 1926-27. Tali spese riguardano opere e provviste di materiali (locomotive, carrozze, bagagliai, carri merci, eccetera) e da esse restano esclusi i lavori speciali di elettrificazione delle linee e dell’esercizio della trazione elettrica (fornitura di locomotori elettrici, impianto e arredamento di depositi per locomotori eccetera) che formeranno oggetto di separato disegno di legge. Si sa che queste forniture dovevano essere commissionate alla Germania, la quale non solo era in grado di darcele a prezzi bassissimi, ma le avrebbe dovuto mettere nella quasi totalità in conto riparazioni. Gli alti industriali siderurgici non hanno voluto. La Banca che di punto in bianco è divenuta siderurgica manovrerà bene in questi due miliardi buttati nelle fauci del coccodrillo patriottico-siderurgico italiano» («Rivista di Milano», giugno 1922).
L’Internazionale bancaria in funzione politica
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«Domandiamo luce sui due miliardi concessi dallo Stringher al Banco di Roma.
Vogliamo sapere perché l’azione accerchiatrice sul BANCO DI ROMA si è chiusa con la completa vittoria della Commerciale ebraica, nello stesso tempo in cui Don Sturzo trattava con Modigliani, introduttore il Cardinale Gasparri. Ricordiamoci di tutte le mene dei collaborazionisti socialisti e degli amori con Don Sturzo.
Precisiamo ………… Schanzer agli esteri, il Banco di Roma nelle mani della Commerciale. La libertà assoluta nella politica interna da una parte contro l’assoluta e insindacata azione di un uomo, di un ebreo in politica estera. L’ultimo colloquio del prete e dell’ebreo ci autorizza a precisare un altro fatto: nessun cambiamento nelle direttive della politica estera, così come la vogliono gli ebrei che vivono in Italia!
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Ad ogni malaugurata svolta della nostra storia di questi ultimi decenni, sta la Banca Commerciale, nefasta. La politica del P. P. non è per avventura legata a certe direttive di questa banca che è troppo forte nel suo dominio dei gangli finanziari del paese?
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Il comunicato della Federazione Sionistica Italiana dice testualmente:
“Un atteggiamento ostile dell’Italia verso il Sionismo può alienare le simpatie di molte Comunità israelitiche, con grave danno NON SOLO MORALE MA ANCHE MATERIALE ED ECONOMICO DELL’ITALIA e potrebbe rendere più difficile la posizione finanziaria dell’Italia che dall’America, ove i fiorenti nuclei ebraici sono tutti fervidamente orientati verso il movimento sionistico, può attendersi una collaborazione per il suo risorgimento economico”.
Queste parole dette con la sfrontatezza nauseante che è cara allo strozzinaggio ebraico sembrerebbero inventate se non fossero state diramate ufficialmente dalla Federazione Sionistica.
La quale senza tanti ambagi pone chiaramente il dilemma ricattatorio: O L’ITALIA È FAVOREVOLE AL SIONISMO, O NOI L’AFFAMIAMO ATTRAVERSO I NOSTRI POTENTI ORGANI DELLA FINANZA EBRAICA INTERNAZIONALE.
Chi si meraviglia in buona e mala fede della nostra campagna, non ha che leggere il comunicato della Federazione Sionistica, pensare come effettivamente i più grandi, i più potenti organismi finanziari mondiali siano in mano ebraica e dirsi se non è vero che la nostra campagna è giusta e santa.
Se l’Italia in difesa dei suoi interessi avversa il movimento sionista avremo dunque messo in pratica il minacciato ricatto? E chi lo metterà in pratica? A queste domande una sola è la risposta: LA BANCA COMMERCIALE! Questa Banca che ha alla sua direzione un ebreo dei più devoti alla causa d’Israele, non farà che ubbidire ciecamente agli ordini delle comunità d’oltralpe. La Commerciale funziona in quanto è una banca prettamente internazionale e in quanto vive nel mondo bancario ebraico. Le accuse di aggiotaggio, di speculazione sui cambi che da tutte le parti quotidianamente le si muovono e che la lasciano olimpicamente indifferente, potranno ancora una volta essere pienamente confermate il giorno che le COMUNITÀ EBRAICHE si decideranno ad agire contro l’Italia. Sebbene contro l’Italia le comunità ebraiche abbiano sempre operato. L’Italia con Roma Cattolica è stata sempre un pruno nei cisposi occhi ebraici. Tutta la storia della terza Italia si capirà con maggiore realtà attraverso la storia segreta delle macchinazioni ebraiche contro il Papato e attraverso la storia della massoneria. La guerra libica, la guerra di ieri, il dopoguerra, la nostra condizione finanziaria che è quella che è, ogni situazione anormale dell’Italia, ha sempre dato buon gioco alle comunità ebraiche per lavorare all’estero contro di noi. Dove vedi un nemico dell’Italia, gratta gratta, c’è l’ebreo. L’ebreo camuffato di tedesco, o di anglosassone o di turco, ma l’ebreo. Ma ciò che dà un senso di nausea è quando il male ci viene dall’ebreo camuffato da italiano Gli illustri signori della Federazione Sionistica Italiana saranno tutti italiani, e per lo meno vogliono parer tali perché così converrà loro nella trattazione dei propri affari. Ma quanto siano italiani si vede nel comunicato ricattatorio che con tanta bella audacia mettono fuori, con una tracotanza che non si potrebbe permettere nemmanco a degli stranieri forti dall’abitare fuori dei confini di casa nostra.
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Nell’attesa che la posizione finanziaria dell’Italia venga resa più difficile dagli ebrei, a noi non resta che gettare ancora una volta il nostro grido di allarme contro la congiura ebraica, che in Italia ha a capo la Banca Commerciale.
Mediti chi deve il comunicato ricattatorio della Federazione Sionistica. In esso si troverà la chiave di volta della potenza ebraica; si comprenderà se è vero quello che noi affermiamo e che affermeremo finché avremo vita:
1) La finanza ebraica in Italia, capitanata dal circonciso Giuseppe Toeplitz, lavora ai danni della Patria.
2) Serva della finanza ebraica è la demagogia, sia essa democrazia sia essa socialismo. Anche in Italia democrazia e socialismo lavorano ai danni della Patria. Tutti i giornali cosiddetti democratici, gli esponenti del Partito Socialista da Treves a Modigliani, a Dugoni, sono ebrei, ed operano non da democratici o da socialisti e tanto meno da italiani, ma da ebrei d’accordo con l’ESECUTIVO EBRAICO.
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Verso la fine dello scorso mese di luglio si è riunita al Senato la Commissione permanente d’istruttoria costituita presso l’Alta Corte di Giustizia. L’On. Melodia …………………………………… fungeva da presidente. Contro le pregiudiziali sollevate dal collegio di difesa, il Comm. Avv. Santoro, Procuratore Generale, si oppose con una stringata requisitoria chiedendo senz’altro alla Commissione che lo autorizzasse a spiccare venti mandati di cattura contro gli EX-AMMINISTRATORI DELLA «SCONTO». Ma la Commissione si limitò ad emettere soltanto venti mandati di comparizione, ripromettendosi di trasformarli in mandati di arresto.
Le imputazioni che si fanno agli ex-amministratori della Banca Italiana di Sconto sono: a) di bancarotta fraudolenta; b) di bancarotta semplice; c) di aggiotaggio.
Tutti questi capi d’accusa che si elevano contro gli ex-amministratori della SCONTO, possiamo chiamarli di dominio pubblico. Noi ci auguriamo che la cosiddetta giustizia faccia la sua strada, sebbene non ci possiamo ripromettere gran vantaggio per il miglioramento dei costumi balcanici dei finanzieri che sgovernano l’Italia. Tanto è vero che ad esempio l’accusa di soci di una banca o di una azienda dei dividendi insussistenti prelevati dal capitale sociale è un’accusa che investe non soltanto i signori della Sconto, ma molti e molti pezzi grossi dell’alta industria e dell’alta finanza italiana. ……….…………………………………
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Anche la COMMERCIALE ha la sua Banca Italo-Caucasica, e qui apertamente il nostro Raimondi l’ha denunziato. Perché il Procuratore del Re non si è svegliato alla denunzia? Attende solo il crollo, la rovina di migliaia di depositanti per guardare dentro le pulite faccende d’una banca? Quello che imputano a colpa della Banca di Sconto è anche colpa di altre banche. Se la Banca di Sconto è caduta non è lecito che i suoi avversari vadano tronfi e gloriosi d’aver saputo riuscire con gli stessi sistemi che oggi diventano capo d’accusa per la vinta. ……………………………………………………………………………………………
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…………………………………………………» («Rivista di Milano», agosto 1922).
Invadenza dell’Internazionale finanziaria
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Il centro della palude oggi in Italia è il gruppo degli speculatori dell’alta finanza ebraico-internazionale.
Fiaccata qualsiasi arma nemica che si appuntiva contro gli interessi inconfessabili dei sullodati gruppi, il campo d’azione è rimasto bensì molto povero; ma in compenso molto libero. E nella libertà più sfrenata le speculazioni più impensate hanno il loro compimento. La fallita esperienza rossa non ha mostrato che la mentalità dei vincitori è pronta a vedere nel profondo delle cose: anzi ha dato la riprova che si contenta molto allegramente dell’apparenza. Il fallimento del bolscevismo in Italia voleva dire fallimento dell’ebraismo. Erano i Treves ed i Donati che fallivano; era la tattica della COMMERCIALE che rovinava. L’occupazione delle fabbriche e i finanziamenti calorosi dell’ebreo circonciso Toeplitz dovrebbero provare a cosa tendevano gli ebrei bolscevichi d’Italia. E non basta. La tentata collaborazione socialista FINANZIATA sempre dalla Commerciale ed avallata dall’ebreo senatore Della Torre e dal “Secolo”, mentre il Banco di Pisa, quintessenza di interessi prettamente semiti, finanziava le cooperative, è un’altra riprova di ciò che tentano i signori ebrei d’Italia. Tutte le forme più anarchiche che in questi anni sono apparse nella vita civile, economica, politica, militare del nostro paese sono state sempre volute da ebrei per interessi più o meno palesi. Chi ha sempre sovvenzionato le cooperative rosse se non la Banca dell’ebreo Senatore Della Torre? Chi mantiene il “Secolo” e il cumulo delle sue enormi passività se non la Banca dell’ebreo Della Torre? Chi finanzia la “Critica sociale” se non la Banca Commerciale dell’ebreo Toeplitz attraverso la casa editrice dell’ebreo Bemporad? Ma tutte queste verità a cosa mai hanno giovato? Dovevano far comprendere la portata dell’agguato semita in Italia. Dovevano spingere il Fascismo a guardare più addentro che potesse nella SITUAZIONE FINANZIARIA dell’Italia.
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Se la ricostruzione dell’Italia è intesa profondamente dal Partito Fascista, il problema dell’INVADENZA DELLA FINANZA EBRAICA deve essere posto in prima linea.
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La BANCA COMMERCIALE che durante la guerra ha sempre svolto opera antinazionale e che è sempre rimasta straniera, è il fulcro di ogni attività antitaliana. Bisogna alzare i veli della Banca di Credito Commerciale, la Banca di Toeplitz, Goldschmidt, Castiglioni, che vendeva aeroplani a Francesco Giuseppe e ora è commendatore di sua Maestà, Goldmann e dell’ebreo più ebreo di tutti gli ebrei, Just. Questa banca è il quartiere generale della Banca Commerciale. Da Just che è l’uomo voluto dall’esecutivo ebraico all’ultimo dei direttori, tutti là dentro sono ebrei. Cosa faccia codesta banca diremo un giorno e c’è da inorridire. Chi sia Just, delle sue speculazioni che vanno dal fieno in Svizzera, ai franchi in oro, ai pacchi di biglietti tedeschi nuovi di zecca, alla vertiginosa speculazione contro la lira italiana; chi sia Goldschmidt, come sia stato sfrattato dal governo inglese durante la guerra perché ebreo austriaco e come sia piombato tra le braccia di …….. Toeplitz dal portafoglio estero della Commerciale, diremo esaurientemente. Qui a larghe pennellate c’importa di ripetere queste cose fino alla sazietà, alla sordità magnifica degli italiani che son degni di ben altri guai che non questi. Perché se gli italiani avessero un po’ di buon senso butterebbero in aria senza tanti complimenti i farisei banchieri, siano essi annidati fra le pagine democratiche del “Secolo”, o fra le pareti di una qualsiasi banca d’Italia e d’America o fra i milioni ………. della Commerciale ebraica.
Se in Italia ci fossero dei giornali onesti, da qualcheduno si domanderebbe che cosa fa per esempio la Commissione di Inchiesta sulla guerra e che parte vi ha la Banca Commerciale. E si potrebbe così apprendere che questa bellissima ed onestissima Commissione è stata voluta da Giolitti, è governata dai giolittiani ed è un’arma di acciaio appuntata alla gola di tutti coloro che tentano di reagire allo strapotere dei nemici ………. d’Italia che siedono in Piazza della Scala.
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Gli ebrei sono, in Italia, alla testa della grande banca; danno una percentuale altissima di membri ai Consigli di amministrazione delle nostre Società Anonime; sono numerosi tra i membri del Senato e della Camera dei Deputati; occupano i primi ed i più importanti posti nelle nostre Amministrazioni di Stato. Nel campo dell’insegnamento sono numerosissimi, e alcune facoltà delle nostre Università sono divenute una loro privativa. Hanno nelle mani quasi tutte le case editrici librarie d’Italia. Molta parte dei giornali quotidiani sono nelle loro mani, e non è un mistero per nessuno l’incetta che, proprio in questi mesi, la banca ebraica sta facendo di quelli fra i maggiori nostri giornali che erano fuori del controllo. Si aggiunga che i maggiori e più influenti demagoghi, come i più attivi agitatori della classe lavoratrice sono ebrei o sotto influenza ebraica. Né si dimentichi che tutte le iniziative affaristiche, anche quelle a tinta patriottica, hanno alla loro testa un Ebreo. Nel gabinetto del Governo Facta vi sono due Ebrei, quello degli Esteri (Schanzer) e quello di Grazia e Giustizia (Alessio).
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L’agente maggiore d’Israele per l’attuazione del terribile piano è stata ed è la banca. Invero la Banca Internazionale Ebraica, a mezzo dei suoi complici, ha operato in Italia conformemente alle sue caratteristiche generali; mettendo, cioè, la Banca Nazionale sotto il dominio dell’alta finanza ebraica internazionale; le banche apparentemente nazionali, alla loro volta, hanno asservito le industrie e il commercio; le banche e le industrie si sono impadronite della stampa. Queste tre forze riunite hanno asservito gli uomini politici, ed ora siamo nella condizione che nessun uomo in Italia può, non diciamo governare, ma neppure costituire un Gabinetto, senza l’appoggio dell’alta banca ebraica, che ha il controllo della stampa e quindi forma l’opinione pubblica» (Preziosi).
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«Il periodo attuale potrebbe infatti riassumersi nel fatto che senza posa e dappertutto, la massa delle banche e degli uomini di affari viene …….. decimata dalle insaziate voglie della Banca Commerciale Italiana. Questa, dopo il …….. colpo contro la Sconto, …………………………………………….…………………….
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…. è andata all’arrembaggio della Banca Nazionale di Credito, la cui luogotenenza è stata affidata al Pedrazzini.
Contemporaneamente, dopo avere agitato dinanzi agli occhi del Banco di Roma lo spettro della catastrofe, ha infeudata anche la bottega di Vicentini dorandone l’insegna e facendo segnare al barometro sensibilissimo di questa banca, un’altra volta, dopo i bei tempi del Pacelli, la pressione atmosferica dei duecento milioni.
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Se per la Nazionale di Credito e per il Banco di Roma si rende assai visibile il cordone ombelicale che avvince i due Istituti di Credito alla gran bestia mostruosa della Comit, non sembrerebbe, a prima vista, che i rapporti fra la Commerciale e la cosiddetta banca d’America e d’Italia, fossero molto stretti. Quest’ultima banca proviene dalla trasformazione della Banca dell’Italia Meridionale, che, a sua volta, assorbì la Banca Jarach. Lo Jarach, ricco a milioni, ebreo, fornito solamente della mediocre abilità che ognuno gli riconosce, associò ai propri destini il Sozzani, antico suo commesso. Il Sozzani con lo Jarach, reggono attualmente le sorti della Banca d’America e d’Italia. E mentre Jehova riunisce lo Jarach ai fratelli ebraici della Comit, il Sozzani, che degli ebrei ha solamente i sentimenti, fila il perfetto amore con Toeplitz, amico di interessi del più grande professore Greco, a sua volta, cognato del Sozzani. Il Greco col Sozzani furono inoltre spettatori appassionatissimi di quel magnifico giuoco di borsa sulle azioni della Comit del quale, secondo la cricca ebraico-computistica, sarebbero stati gli esclusivi agitatori i fratelli Perrone: del quale giuoco, invece, trassero lauti benefici anche i due amici del Toeplitz.
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Anche il periodo attuale, successivo al precedente, culmina nella lotta che la Banca d’Italia muove al nuovo Istituto Bancario che si dice liquidatore dell’antico.
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Anche il giro d’affari dell’antica Banca Canetta Sbarbaro e Bossi (giro molto chiuso a dir vero) verrà a far capo alla Commerciale attraverso la Banca di Credito Latino.
Questa proviene dalla trasformazione della Banca Raita di Roma che potè a suo tempo sostenersi unicamente perché il Nardi la fece sovvenzionare dalla Comit. Attualmente sembra che la Banca del Credito Latino, dopo avere garantito il concordato della Canetta, si trapianterà anche a Milano istallandosi nei locali stessi della detta Banca Canetta.
La Società di Credito Commerciale costituisce peraltro il filtro dei maneggi …… del Toeplitz in relazione alla politica finanziaria internazionale. Essa non è che lo sportello di una succursale della Comit in Milano: in Austria, nella Ceco-Slovacchia, Just ha finora perpetrato il tranello per il quale gli sforzi immani produttivi dell’Italia, della Ceco-Slovacchia, dell’Austria sono restati vani contro la marea dei cambi agitati dalla Comit.
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Attraverso questo giro di merci suscitato dalla Società di Credito Commerciale e di cambi che si liquidano, finalmente, in base alle previsioni fatte dalla Comit, nelle sue casse, si verifica il fatto che tutto parte sempre dalle stesse mani e ricade sempre sotto le medesime unghie.
Attraverso ……………. tali uomini, s’impone l’autorità della Comit e di Toeplitz. Questi non è riuscito peraltro a salvare il denaro che la Comit perde invece attraverso la Società di Credito Commerciale. In un primo momento egli ha cercato per mezzo dell’austriaco Castiglioni di influire sull’ultimo convegno di Verona: avrebbe così potuto dare un nuovo valore alle operazioni austro-ceco-slovacche e polacche eseguite dallo Just precedentemente.
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Il fatto stesso che la Comit si sia impadronita della Banca Nazionale di Credito, del Banco di Roma, del Credito Italiano, in una parola di tutto il movimento bancario italiano, ha determinato due altri movimenti che potrebbero dirsi di assestamento, giacché attraverso di essi un gruppo nazionale ed uno straniero si promettono di costituire organismi finanziari, per quanto possibile indipendenti e ad ogni modo tali che restino a propria disposizione.
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Il provvedimento Bertone relativo alla facoltà concessa a Società esercenti determinate industrie di maggiore interesse di emettere obbligazioni all’estero fino al 1925, garantendo il capitale estero così richiamato in Italia da sorprese fiscali, è molto lodato dalla Banca Commerciale Italiana e perciò ci viene fatto di richiedere quanti capitali italiani, già divenuti esteri, ritorneranno in Italia, magari sotto la protezione del Toeplitz per godervi l’immunità fiscale che si è ben guardato di invocare per i capitali italiani che vennero incoraggiati fraudolentemente dai governi del post-guerra ad impiegarsi in industrie per ovviare alla disoccupazione.
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È permesso domandare notizie sul PROCESSO DELLE BANCHE? Giova forse ricordare che la denuncia risale nientemeno che al marzo del 1920 e che dal giugno di quell’anno l’istruttoria è al Senato?
Forse perché nel processo c’è implicato il Toeplitz e forse perché l’aggiotaggio è punito dal codice penale con la reclusione che va dai tre ai trenta mesi ? Che questo processo finisca in una bolla di sapone sarebbe scandaloso. Ma che contemporaneamente si sequestrino i beni dei nemici della Commerciale, oggi con la scusa che sono degli ex amministratori della di Sconto e dell’Ansaldo, domani con la scusa che sono sotto inchiesta alla Commissione sulle spese di guerra, è una cosa degna di un paese governato dai Borboni o peggio.
La finanza italiana oggi è completamente nelle mani della Commerciale. Chi è contro di essa ha in un primo tempo gli attacchi traversi della Banca d’Italia, che nega lo sconto alle cambiali, eccetera. In un secondo tempo capita la sullodata Commissione e pone tutto sotto sequestro… Così si va avanti, fino al fallimento, in gloria degli ebrei che oggi governano e sgovernano in Italia» («Rivista di Milano», settembre 1922).
L’affarismo bancario antinazionale
«La Banca Commerciale, banca ebrea, diretta da ebrei, ha finanziati i gruppi Donati & C. …………………………….……..; la Commerciale ha comprato per mezzo dell’editore Bemporad, ebreo, la “Critica Sociale” e la mantiene con la sua pubblicità; Treves è uno dei consiglieri della casa Bemporad, Treves, ebreo, stampa un giornale, la “Giustizia”, con l’aiuto del senatore Della Torre, padrone del Banco Pisa, banco ebreo, e del “Secolo”, giornale della democrazia, ma soprattutto giornale passivo mantenuto dal Della Torre, ebreo. Il 90% degli organizzatori socialisti sono ebrei, tutti gli ebrei socialisti sono ricchissimi, esempio Donati, Treves eccetera. La Banca ebraica li sorregge nella stampa che controlla, nel Parlamento che domina nel governo che ha nel pugno. Un uomo, il più dannoso uomo che abbia mai avuto l’Italia, l’ebreo polacco Toeplitz, che Napoleone Colajanni definì, in pieno Parlamento, come furfante, quando gli operai occuparono le fabbriche si offrì a Giolitti per sovvenzionare la gestione socialista delle industrie. Per ultimo si ricordi che l’unione doganale italo-austriaca era voluta dalla Commerciale, preparata dall’ebreo banchiere viennese, residente a Trieste, Camillo Castiglioni e da Just della Commerciale di Credito: unione doganale che doveva essere una pugnalata all’Italia per salvare quattro pezzenti di vedovi allegri di austriaci e la valuta del Castiglioni e delle sue banche, del Credito Italiano e della Banca Just!! E ricordino ancora che Castiglioni forniva aeroplani a Francesco Giuseppe…
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Il semitismo attraverso la Banca controlla la stampa e il Parlamento. Entra in TUTTI gli affari e dilaga in tutti i circoli. La piovra fornica con i preti, come fa Modigliani, e fornica col Fascismo come fa qualche altro. ………………………………………………………………………………………………………..
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Gli slanci e le ripulsioni della pubblica opinione, da noi registrati, hanno irritato, a quanto ci si riferisce, la cute del Presidente della Società Italiana di Credito Commerciale, cui spiace forse essere additato per l’uomo di Toeplitz.
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Il Signor Goldmann invece è un circonciso, abile e disciplinato agli ordini del grande Toeplitz; inoltre è uno dei maggiormente temibili.
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Cesare Goldmann, ebreo, commissionario finanziario del Comitato d’intesa con i cattolici per le prossime elezioni, presidente della Società di Credito Commerciale, della Fonderia Milanese di Acciaio del Cotonificio Valle di Lanzo, delle Officine Moncenisio, della Società Ing. V. Tedeschi & C., Vice Presidente della Stampa Commerciale della Società A. Rejna, della Società Commissionaria di Esportazione ed Importazione, Consigliere della Società Italiana di Assicurazioni contro gli Infortuni col socio Toeplitz, dell’Anonima Autotrasporti di Via Cenisio, della Società Nafta, della Società Anonima Italiana Importazione Olii, della Rinascente, Amministratore Delegato per l’Italia della Société Anonyme pour l’importation des huiles de graissage, Sindaco con Fenoglio della Società dei Servizi Marittimi, eccetera.
Dai bilanci di tutte queste società si desume il capitale complessivo di oltre duecentosessanta milioni e di duecentocinquantaquattro milioni di debiti.
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Ad ogni modo non c’è che dire: trovare in questi chiari di luna tutti questi milioni è certamente una bella trovata. Ma tutti questi denari che le banche erogano, sono infine di proprietà del pubblico e questo avrebbe il diritto di conoscere realmente a beneficio di chi vanno le somme che esso ciecamente affida ai Signori Giacobbe, Samuele, Isacco, Davide e così via. Questo piccolo appunto sul Goldmann costituisce ad ogni modo un fugace accenno ad uno studio completo che pubblicheremo sulla fenomenale attività dei Signori Toeplitz, Fenoglio, Tedeschi, ………. della Comit.
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D’altra parte egli non riterrà offesa di averlo messo insieme a Toeplitz, al Just ed a Goldsmidt. Quest’ultimo potrebbe veramente raccontarci qualche cosa di maggiormente preciso sulle operazioni di cambi che la Comit effettua attraverso la filiale di New York, cioè vendendo la lira italiana e comprando la sterlina. Anche il Pedrazzini, attuale Direttore Generale della Nazionale di Credito, potrebbe illuminarci su tale punto, giacché fino a ieri egli era a New York l’esecutore fedele degli ordini di Goldsmidt. Fra parentesi il Pedrazzini è cugino dell’Ing. Pontremoli il quale è, a sua volta, uno dei maggiori speculatori in cambi esteri.
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Questo della speculazione sui cambi è inoltre un vero delitto, di tale dimensione e così generale ch’esso sfugge al codice, sempre incerto allorquando si tratta di accaparramento, speculazione e furto al pubblico. Così si progredisce in questa via di immiserimento generale cui fa riscontro il sacco rigonfio fino a scoppiare degli ebrei senza coscienza. Il codice è anzi quasi il complice di tali delitti, perché mentre esso si spunta contro lo speculatore, questo può invocarlo invece contro gli accusatori che vengono qualificati come perturbatori dell’ordine stabilito.
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Il Goldsmidt che viene comunemente additato come il cinghiale domestico di cui riveste i tratti esteriori, sarebbe anche in grado di spiegarci a menadito le origini, le vicende e l’epilogo dell’affare Grippa; affare complicato per i profani, non certamente per un maestro della speculazione della quale egli conosce tutti i recessi e le sorprese.
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Ben vero altre banche fanno lo stesso ed i funzionari che maneggiano il ramo cambi vengono in breve tempo a conseguire situazioni di prim’ordine. Così stando le cose non sappiamo darci ragione delle perdite che la voce pubblica attribuisce al Banco di Roma.
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Basterà rivolgersi ancora alla famosa Banca d’America e d’Italia, batrace gonfio di denaro di barristi americani. Niente operazioni in grande stile, alcuna grandiosità nemmeno nell’arrembaggio della Borsa; piccole questioni di piccoli uomini, avidi bensì quanto mai, peraltro ciechi alcuni, altri facili all’ebbrezza, dunque incapaci di qualsiasi sforzo notevole.
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Apre in questi giorni gli sportelli la Banca Nazionale di Credito. Riteniamo che per quanto essa sia la continuazione toeplizzata della Banca Italiana di Sconto, non abbia da questa ereditata l’indipendente capacità a sostenere il Credito del nostro Paese.
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Che la Commerciale del …….. Signor Toeplitz abbia nelle mani tutte le fila che conducono al cuore e alla viltà degli uomini del governo l’abbiamo detto. Ma è interessante sapere che con noi lo dice altra gente che milita in altri campi. Sono le nostre stesse parole; sono gli stessi nostri apprezzamenti. La BANCA COMMERCIALE EBRAICA domina oggi l’Italia. ………………
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A proposito della ventilata nomina del Conte Volpi a senatore “la Voce Repubblicana” dice testualmente:
“L’ultimo Consiglio dei Ministri ha deciso di nominare Senatore il Conte Volpi, accompagnato da un piccolo numero di colleghi per non mostrare al paese che il governo si è piegato soltanto per l’imposizione volpina.
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Volpi al Senato rappresenta l’Italia bancaria che prende forza e coraggio”.
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Ma dello strapotere della COMMERCIALE si possono citare esempi a centinaia. Il Governo Italiano se di nome è rappresentato dal Presidente Facta e altri valentuomini, di fatto risiede nelle mani dell’alta banca, padrona e condottiera di alta industria, agricoltura e commercio e padrona assoluta delle amministrazioni statali.
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E accanto agli assalti del gruppo ex Sconto siderurgico, abbiamo gli assalti della COMMERCIALE, la quale vuole avere il dominio sulla vita economica dell’Italia.
In questi ultimi tempi, per esempio, la COMMERCIALE non per-mette che i commercianti italiani comprino mercé in Russia. Per impedire ciò fa diffondere dai suoi giornali notizie allarmanti circa i modi commerciali poco corretti della Russia.
Una controversia giudiziaria – la quale, come è successo altre volte, potrebbe risolversi in modo diverso da quello annunziato e sperato dai giornali della COMIT – serve per questa RÉCLAME negativa tendente ad impedire importazioni di merci dalla Russia ad un costo meno elevato di quello che la COMMERCIALE e le aziende ad essa legate vogliono mantenere sul mercato.
Così si riprende, per volontà dei grandi pescicani, l’attività commerciale in Italia, ed i consumatori debbono eternamente sottostare a queste imposizioni di gruppi finanziari e speculatori, i quali, per far ciò mantengono giornali, corrompono tutta l’Italia, sussidiano organizzazioni e partiti. A proposito di questa campagna della COMMERCIALE contro la ripresa dei rapporti con la Russia, la Delegazione economica di questa Nazione ha consegnato una nota alla Consulta, dove è detto:
“Poiché la recente campagna giornalistica contro la Rappresentanza stessa è stata iniziata da quei quotidiani che vengono considerati come più ligi ai gruppi predetti, questa Rappresentanza deve lamentare che organismi finanziari di tanta importanza continuino a muoverle una guerra alla quale essa ritiene di non aver mai dato occasione alcuna perché essa non lo desidera.
D’altronde la lamentata campagna non può non turbare profondamente lo sviluppo dei rapporti, commerciali ed economici fra l’Italia e la Russia.
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Di fronte all’ostilità non provocata e non desiderata di alcuni gruppi finanziari il cui peso è così rilevante, e di fronte alla recente campagna giornalistica, questa Rappresentanza si vede costretta con profondo rincrescimento a chiedersi, se non debba prospettare al proprio governo la necessità di prendere provvedimenti che diminuiscano le alee che in tali condizioni può per essa rappresentare ogni contratto con l’Italia”.
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Sicuro, anche l’ironia. I Signori della CONFEDERAZIONE INDUSTRIALE in una delle solite loro sedute hanno nominato nientemeno una Commissione per “concretare una serie di proposte per economie da introdursi nel bilancio dello Stato”. La Commissione è composta – indovinate un po’? – dai Signori Alberto Pirelli, dal Senatore Conti e dall’On. Olivetti. Questi illustri messeri sono nello stesso tempo in continue faccende per ottenere dallo Stato concessioni a favore dell’industria, dazi protettivi, ordinazioni, sussidi, eccetera. Ironia e gesuitismo! Solo combattono i… monopoli, e con particolare coraggio, alimentato dagli interessi della COMMERCIALE, combattono l’Istituto delle Assicurazioni per favorire le Società d’Assicurazioni private.
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Non si può dire che non sia la Banca Commerciale Italiana la Banca del collaborazionismo.
Fu questa Banca che ideò il giornale collaborazionista che doveva veder la luce a Roma, e oggi v’è un processo in corso.
Fu questa Banca che finanziando Bemporad permise che la Rivista del collaborazionismo “La Critica Sociale” potesse diventare… attiva. …………..…………………………………………………………..
È questa Banca che fa le spese di pubblicità, direttamente e per mezzo delle industrie controllate, della rivista stessa “La Critica Sociale”.
È questa Banca che ha reso possibile lo sviluppo fantastico del trust Bemporad, che è diventata la vera casa editrice del collaborazionismo.
Strana coincidenza: la Banca, la rivista, la casa editrice e lo stesso giornale “La Giustizia” sono nelle mani di tre ebrei: Bemporad, Treves, Toeplitz ai quali si aggiunge un tantino la barba di Modigliani» («Rivista di Milano», ottobre 1922).
I metodi politici dell’Alta Banca
«La Commissione d’inchiesta sulle spese di guerra era quanto di più demagogico si potesse pensare. Concepita da mentalità semite e semi-semite apertamente affiliate alla Banca Commerciale, la Commissione era divenuta la fucina di tutti gli scandali che servivano solo agli interessi della Banca Commerciale. I giornali, MORE SOLITO, o non si sono occupati dello scandaloso stato di servizio di questa Commissione o l’hanno favorito più o meno apertamente. Si ricordi………………………………………….. un certo colloquio avvenuto pochi mesi fa a Milano, fra Fenoglio, Naldi, Camazza e due noti industriali entrambi prossimi ad essere messi sotto inchiesta dalla Commissione d’inchiesta sullodata. Noi per una pura combinazione abbiamo il resoconto stenografico di questa edificante riunione e se la Banca Commerciale ……………………………….. lo desidera, siamo pronti a stamparlo a sua completa monumentazione.
Esponente della più losca politica disfattista, strumento del giolittismo e più ancora della Banca Commerciale, questa Commissione è servita magnificamente a far vendetta degli industriali di guerra e a far cadere l’Ilva e l’Ansaldo nelle …… grinte del Toeplitz.
La Commissione si è occupata soltanto delle industrie del gruppo avversario alla Commerciale e con procedimenti disfattistici e soviettistici, calpestando ogni regola e negando agli accusati ogni guarentigia. Molte volte costoro non furono neppure interrogati.
Tutti gli onesti possono affermare che la Commissione ha applicato i cosiddetti rigori della legge nei confronti del 30% dei fornitori di guerra, dimenticando il 70%, cioè tutti i clienti della Banca Commerciale. I fautori della Commissione oggi dicono trionfanti che la Commissione ha esaurito il suo compito; giustissimo se con ciò si vuol intendere che la Commissione ha fatto tutto quanto potesse interessare ai nemici dell’Italia, a tutti i disfattisti del dopoguerra; giustissimo se si pensa che la Commissione ha salvato tutti i clienti della Commerciale, mentre ha buttato il discredito su uomini politici e su industriali coi metodi più gesuiteschi che si possano immaginare dando in pasto alla stampa ricattatrice e puttanesca tipo “Tempo” tutto quanto poteva servire ad oscurare e a menomare l’onorabilità dei colpiti.
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A Roma tutti sanno che la Commissione di inchiesta è stata una scandalosa conferma della degenerazione parlamentare. E corre su tutte le bocche che le indiscrezioni abilmente fatte circolare sulle decisioni della Commissione abbiano permesso dei colpi di mano borsistici assai fruttiferi e che con minacce di indiscrezioni siano stati compiuti dei ricatti!
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Non è, infatti, più un mistero per alcuno che la creazione della Commissione di inchiesta va messa in rapporto con tutta la serie dei deprecati provvedimenti per la nominatività dei titoli, per l’avocazione dei sopraprofitti e la mancata proroga dei premi alle navi impostate nei cantieri determinando la crisi finanziaria di determinate industrie nazionali, a pro’ di altre industrie concorrenti, che hanno sperato di approfittare della crisi per salvarsi, a loro volta, eliminandole e assorbendole a condizioni usuraie. La crisi delle industrie, prese così di mira, si è resa irreparabile proprio con fantastici recuperi minacciati dalla Commissione di inchiesta e con il discredito morale diffuso contro i dirigenti.
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Si va facendo di ora in ora più serrata la lotta contro l’ISTITUTO NAZIONALE DELLE ASSICURAZIONI. È un’altra pera matura che deve cadere nelle …….. fauci degli ebrei speculatori delle Assicurazioni Generali Venezia e della Banca Commerciale. Si fa del… liberalismo a sproposito e si insiste contro … un monopolio che all’atto pratico non è che un Istituto di salvaguardia del risparmio pubblico dalla famelica ed insaziata voglia di succhiare le ricchezze del nostro paese dimostrata in ogni istante dagli ebrei» («Rivista di Milano», dicembre 1922).
Epurazione
«Ma soprattutto l’epurazione si deve fare nelle branche economiche della vita nazionale. Meglio, mille volte meglio di noi Benito Mussolini sa che il finanziere di tutte le imprese che possono essere fomite di danno alla nazione è un uomo, il Toeplitz, che è l’esponente del traffichismo …… dell’ebraismo internazionale.
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Mussolini sa che il Della Torre e il Toeplitz congiurano ai suoi danni. D’altronde Toeplitz ha voluto il finanziamento della “Critica Sociale”, Toeplitz è interessato in un giornale milanese… apolitico che crea fastidi a Mussolini, Della Torre fa la viperetta dalle colonne del Secolo con la penna della patacca Missiroli. ……………………………………………………………………………………………………………………
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I semiti hanno sempre cordialmente odiato Mussolini. In lui essi vedono l’esponente di tutto quanto di più puro vi sia nella nazione, in lui vedono un ostacolo insormontabile. Fedeli alla razza, essi vogliono aggirarlo; lo premono con gli organi della stampa a loro disposizione, gli preparano impensati ostacoli e gli montano impensati nemici.
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Ecco cosa dice Preziosi:
“Il Fascismo ricordi che Joseph Toeplitz, dittatore della Banca Commerciale, è, pel suo passato e per il suo presente, il maggior pericolo nazionale. In ogni manovra contro lo Stato Fascista vi è e vi sarà sempre la mano di questo non desiderabile signore. È necessario, per la salute della patria che è suprema legge, far rivarcare la frontiera a questo dittatore del maggiore Istituto Bancario Italiano. La solidarietà del Senatore Crespi non deve bastare a far nutrire questo serpe nel seno.
E con noi sono tutti gli onesti. Toeplitz ……………… ha sempre fatto male all’Italia. Dal disordine, dall’anarchia possono venirne grossi dividendi alla sua banca. Mai la Commerciale ha guadagnato tanto quanto negli anni di maggior disordine della vita pubblica italiana. Il disordine favorisce gli enormi aggiotaggi nei cambi, il disordine favorisce gli enormi accaparramenti delle industrie. E il programma della Banca dell’ebreo di Piazza della Scala è appunto guadagnare con l’aggiotaggio e accaparrarsi a vilissimo prezzo le migliori industrie della Nazione.
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L’epurazione s’impone e con grande larghezza. Il caso Stringher, per esempio, è tale che ci lascia perplessi. Stringher è notoriamente la Commerciale. Basta il fatto che un giornale di Milano ieri l’ha strenuamente difeso e che questo giornale è notoriamente… amico della Commerciale per confermarci che anche oggi la Commerciale tiene che alla direzione del nostro massimo Istituto di emissione resti ancora Stringher. Ma Stringher resta e va bene. Ma l’epurazione s’impone. Se no Mussolini costruisce sul vecchio marciume, sulla vecchia Italia, sull’Italia di Caporetto, sull’Italia dei Treves, Toeplitz, Nardi, Naldi!”».
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«Per risanare il mercato! … così con perfetto gesuitismo si giustificava or è un anno la caduta della Banca di Sconto. Si è risanato il mercato in quest’anno? Per salvare il Banco di Roma si sono avute delle transazioni onerose e peggio; e il torchio della Banca d’Italia è stato stretto ancora una volta; e la Commerciale, dopo aver perduto qualche miliardo, per miracolo si è tenuta in piedi! Certo oggi, se si dovesse verificare un altro caso consimile a quello disgraziatissimo della Sconto, nessun governo penserebbe di risanare il mercato… facendo morire gesuiticamente la Banca in pericolo. Oggi il mercato è risanato a tutto vantaggio di una sola forza bancaria; questo tutti lo sanno. Nei cambi, nelle borse, ovunque, domina la Banca Commerciale. Il Banco di Roma e il Credito Italiano non sono che alle sue strette dipendenze. E allora, si può benissimo concludere, a un anno di distanza, che noi avevamo perfettamente ragione quando con tutte le nostre energie abbiamo avuto a coraggio, noi tanto avversi alla politica siderurgica della Banca di Sconto, di difenderne la vita. Cos’è mai la nuova banca sorta per liquidare la vecchia, e che dipende dal Pedrazzini? Come si è tentato di ristabilire l’equilibrio bancario in Italia? Proprio deve sola e padrona signoreggiare la Commerciale ebraica?
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Recentemente si è svolta una polemica circa il mancato intervento italiano in Russia su certi sfruttamenti petroliferi. Manco a dirlo, dalla polemica è risultato chiaro e lampante che chi ha ostacolato gli interessi italiani è stato il perfido ebreo di Piazza della Scala, l’ebreo Toeplitz, il finanziere della “Giustizia” assieme al nemico personale di Mussolini, senatore Della Torre, il finanziere della “Critica Sociale” di Treves e ………………………. di Turati. È logico, coerente, il Signor Toeplitz, l’uomo inchiodato …….. dal “Popolo d’Italia” per aver tentato di diffamare il Fascismo nel mondo facendo salire la sterlina a 117 e il dollaro a 26.
A documento delle nostre asserzioni riportiamo una lettera che il Signor De Pazzi ha pubblicato sul “Nuovo Paese” in risposta a certi appunti contro un movimento per creare correnti migratorie di energie italiane allo sfruttamento delle immense ricchezze russe. La lettera interessantissima, perché pubblicata da un grande giornale quotidiano e perché svela tanti foschi dietroscena bancari internazionali, merita di essere letta e ponderata da chi veramente ama il nostro Paese. …………………………………..……………………………..
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Esiste in Italia un Istituto di Credito il quale ha dominato fin qui la vita industriale e politica del Paese. Tale Istituto di Credito appartiene alla rete dell’“alta banca internazionale”, la quale ha le sue branche in tutto il mondo e raccoglie intorno a sé i maggiori TRUSTS minerari.
Essa – cui la guerra ha portato un maggiore spirito accentratore – governa – essa sì! – la vita politica ed economica del mondo.
Non è il caso di estendere l’esame. Soltanto, va chiarito questo punto: e cioè che il principio regolatore di questo trustismo internazionale è quello di fare o non fare produrre non un determinato “paese”, ma un determinato “ambiente economico”, in quanto esso risponda o meno ai fini monopolistici di reddito del trust.
Avviene così che l’Italia è lasciata in indigenza con i suoi centodieci miliardi di debito, trecentocinquantamila disoccupati, con l’emigrazione chiusa, le industrie ferme, il credito in via fallimentare, e tutto ciò perché non “conviene” far lavorare in Italia, dove mancano le materie prime, e, quindi, costa di più che ove queste esistono. L’alta banca – che in Italia è rappresentata dalla Banca Commerciale – sa perfettamente che in Russia esistono enormi possibilità economiche, soprattutto nella Russia del Sud, e che l’Italia potrebbe sfruttarle ottimamente, ricavando ferro, carbone, petrolio, grano, manganese, rame, concimi, facendo lavorare in pieno le industrie in Italia, aprendo nuovi mercati ai propri prodotti, pagando in rubli e vendendo in lire, togliendo la disoccupazione, incanalando l’emigrazione, eccetera. Ma siccome all’alta banca non conviene, così essa si oppone e manda Krupp e Stinnes a monopolizzare i tesori che servirebbero all’Italia nella Russia del Sud, e fabbrica i manufatti di esportazione a Berlino, dove costano meno, trasportandoli in Russia, via Varsavia. Questo è il suo interesse e per esso agisce.
L’Italia? “Espressione economica”, signori!
Per questo si fanno le campagne allarmistiche ed antirusse; per questo il capitalismo italiano non sente alcuna tentazione ad andare in Russia, perché esso vi è di già, attraverso, però, la via che più gli conviene, e che non è l’Italia!
E questo, nonostante i cinquecentomila morti in guerra, il milione di mutilati e di feriti, l’indigenza economica del paese, la disoccupazione e la “rivoluzione nazionale” in atto.
Il capitalismo italiano SE NE FREGA, signori!
Occhio a KRASSIN! dice l’articolista del “Nuovo Paese”.
No, signori, perché Krassin lavora per il suo paese, e, quindi, sopra una linea onesta.
Occhio a TOEPLITZ! piuttosto, il quale anche lavora per il suo paese, che è quello, però, dei banchieri, e non è certo l’Italia!
Non si creino gli italiani dei fittizi nemici perdendo di vista quelli veri – sia pure in buona fede, come nel caso dell’articolista del “Nuovo Paese”. Questa è la realtà, verso la quale farà ben dura prova la “rivoluzione” in atto per divenire “nazionale”. Questo è il punto base, il formidabile ostacolo: il capitalismo internazionale.
Vincerlo! Poi, sarà facile tutto.
Alla prova, dunque!» («Rivista di Milano», gennaio 1923).
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Se nostro compito avesse dovuto essere soltanto quello di dimostrare che oramai il problema della schiavitù economica d’Italia è nella coscienza di tutti gli uomini liberi, di tutti gli italiani di nome e di sentimento, potremmo continuare la raccolta di quanto in materia hanno scritto altri autorevoli quotidiani, altre autorevolissime riviste: avremmo compiuto però un lavoro di gran mole e quasi inutile, poiché tendente a sfondare una porta già aperta e non più rispondente ai fini che ci siamo proposto di raggiungere.
Trattando un problema squisitamente nazionale e politico, diremmo quasi, anzi certamente, il problema basilare della ricostruzione e della rivalorizzazione nazionale, abbiamo voluto con questa appendice dimostrare il fondamento di quanto abbiamo scritto, intendendo fare non soltanto opera negativa – di critica -, ma soprattutto opera positiva, con l’indicare la soluzione più semplice, più attuabile e più pratica del problema che da tutti viene soltanto proposto e non risolto. E però, interessando più che altro la conclusione di questo studio, ci è sembrato sufficiente, per quanto attardatici oltre previsione, attingere a due soli organi della stampa quotidiana e periodica come fondamento della nostra tesi, e più di tutto della proposta positiva che abbiamo prospettata, paghi soltanto se, anche umili, saremo riusciti a portare la nostra piccola pietra alla ricostruzione nazionale ed al consolidamento dello stato fascista, a cui devono collaborare tutti gli italiani ai quali interessa il benessere singolo e collettivo.

Aggiunta da: SOCIALE

Gli Usurai della Terra – Giorgio Vitali – Giampaolo Pucciarelli
http://www.youtube.com/watch?v=XhFB4ZCKo4A&hd=1


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