Difesa della Rivoluzione


La repressione politica nel Ventennio fascista


La guerra civile prima della Marcia su Roma


1922-1926: gli anni dell’incertezza


Le elezioni del 6 aprile 1924


Il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato


Il caso Gramsci


I fratelli Rosselli


Conclusioni

Il presente saggio è la puntualizzazione, basata sulle più recenti risultanze storiografiche, di uno degli argomenti più controversi concernenti il fascismo italiano, cavallo di battaglia degli antifascisti di ogni risma. Il tema della”messa in riga” dei propri nemici interni attuata dal fascismo è infatti ancor oggi la base primaria per un giudizio di assoluta negatività etica sulla rivoluzione fascista (e non parliamo del Nazionalsocialismo, regime ancor più consapevole dello scontro mortale coi porta parola del Mondo Nuovo).
Il porre l’accento su questo o quell’aspetto della repressione politica attuata dal Fascismo serve infatti da un lato a celare gli immensi crimini compiuti dal bolscevismo ancor prima del golpe ottobrino e fino al vergognoso crollo del 1989, dall’altro a celare le responsabilità degli anglo-americani nello scoppio e nell’incrudirsi del secondo conflitto mondiale e le atrocità da loro compiute anche nel seguente sessantennio di “pace”. Fare storia, esprimere giudizi sull’accaduto che vadano oltre la mera cronaca, significa poi anche comparare. Accentrare i riflettori su un solo e magari minore aspetto o fattore, ingigantirne l’occasionale durezza operativa come se tale fattore avesse agito in un limbo vuoto di altre e maggiori presenze, stravolgerne infine i lineamenti, significa operare mossi da profonda disonestà intellettuale. A conclusioni come le nostre giunge, alla fine del nostro saggio, il politilogo russo Anatolij Ivanov.
Prescindiamo dal riferire in dettaglio sulle dinamiche che riguardano i caduti nella guerra civile 1919-1922: nel 1919 vengono assassinati, per la quasi totalità da attivisti social comunisti ma anche da democristiani del Partito Popolare Italiano, 4 fascisti; 15 nel 1920; 193 nel 1921; 118 fino al 28 ottobre 1922; vengono inoltre uccisi dalla forza pubblica 12 fascisti nel 1921 e 22 nel 1922; secondo le fonti fasciste, il totale generale sarebbe quindi di 364, e precisamente 330 per mano antifascista e 34 per mano di Guardie Regie e Carabinieri. L’antifascista Mimmo Franzinelli rileva invece la cifra totale di 425 caduti, su fonti fasciste e sullo spulcio dei quotidiani dell’epoca: 4 nel 1919, 36 nel 1920, 232 nel 1921 e 153 fino al 31 ottobre 1922. Il più alto numero va attribuito, verosimilmente, all’avere contato anche i caduti tra i simpatizzanti o i militanti di altri gruppi, come i nazionalisti.
Quanto ai caduti per mano fascista (e talora delle forze dell’ordine), e cioè antifascisti o neutri, il Franzinelli ne conta 13 per il 1919, 28 per il 1920, 395 per il 1921 e 239 per il 1922, per un totale di 675. data per buona tale ultima cifra, i morti antifascisti sono comunque tali, in pressoché tutti i casi, a ritorsione per i crimini, primari e atroci, compiuti dagli avversari.
Fascisti uccisi antifascisti uccisi
Da antifascisti o forze dell’ordine da fascisti o dalle forze dell’ordine

1919 4 13
1920 36 28
1921 232 395
1922 (fino al 28 ottobre) 153 239
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Totali 425 675

Puntualizza Luigi Saverio, stigmatizzando gli eterni piagnistei sulla “violenza” fascista elevati dai liberali, eredi delle stragi della Gloriosa francese, e dai social comunisti, eredi degli oceani di sangue versati da Lenin a Pol Pot: “Negli anni tra la metà del 1919 e quella del 1921, l’Italia intera sperimentò il famoso ‘biennio rosso’. Su di essi i liberi intelletti di successo hanno ordinato di glisser e loro, naturalmente, vi si attengono, sbrigandosela, tutt’al più, con un benevolo accenno alle lotte proletarie. Invece, se ci si vuol schiarire le idee, di glisser non è il caso affatto. La realtà è che, soprattutto dopo la vittoria di socialisti e ‘popolari’ (i democristiani dell’epoca) nelle elezioni dell’autunno 1919, si scatenò in tutta Italia la teppaglia aizzata dagli apostoli socialisti ansiosi di emulare i bolscevichi, ai quali si affiancarono gli agitatori bianchi sguinzagliati dal ‘popolare’ onorevole Miglioli. Nelle città e nelle campagne dilagò un crescendo della violenza più becera e sfrontata, contro la quale del tutto impotente fu la caricatura di Stato democratico (del tutto simile all’attuale, con la sola differenza che l’attuale è molto più ladro). Le bandiere nazionali venivano calpestate e bruciate in piazza, gli ufficiali in divisa aggrediti, bastonati, sputacchiati, anche se mutilati dimessi dall’ospedale (Torino, 11 ottobre 1920). Narra a Benedetto Croce l’antifascista (Piero) Operti: ‘Inermi e mancanti chi del braccio, chi della gamba, eravamo nell’impossibilità di opporre qualsiasi reazione: ci strapparono le medaglie, le calpestarono. Non fecero di più, soddisfatti del gesto o spenta l’ira dalla nostra passività’. Fatti del genere erano all’ordine del giorno, in quel biennio, ma in molti altri fecero anche di più, molto di più. Spulciamo il florilegio: a Molinella, due o tremila braccianti rossi in sciopero circondarono tre guardiani non iscritti alle ‘Leghe’, rei di lavorare, e ne fecero letteralmente scempio. Ad uno di loro – per dare un’idea – si aprì il ventre, si strapparono gli intestini in presenza della moglie urlante,dopodiché lei fu presa per i capelli e costretta a tuffare il viso nelle viscere fumanti del marito. Il tenente lepri, sorpreso isolato dalla turba socialista tumultuante, per avere gridato ‘Viva l’Italia’ anziché ‘Viva Lenin’ fu massacrato a bastonate e coltellate e finito con una revolverata in testa. A Modena, un giovane non ancora ventenne, il Ruini, fu ferocemente linciato dai socialisti, e i prodi, non ancora soddisfatti, due giorni dopo spararono e gettarono bombe sul suo corteo funebre, uccidendo altre due persone e ferendone una decina. Ci scusi il lettore per i macabri particolari e apprezzi che ci fermiamo qui, paghi di aver reso l’atmosfera, anziché continuare per molte pagine come potremmo. Ci si permetta solo un dato, inoppugnabile quanto significativo. Tra il 1920 e il 1921 socialisti e anarchici, promiscuamente associati in tal genere di imprese, ammazzarono ben 27 carabinieri; e, si badi bene, non in conflitto, bensì in vigliacchissime aggressioni, spesso in 50 o 100 contro uno o due. Per la precisione: 14 nel 1920 (Cresta, Bernardi, Ugolini, Antei, Di Bacco, Salvo, Renzi, Giarrocchi, Ferrari, Golino, Dore, Cudabba, Imbriani e Ceramo) e 13 l’anno successivo (Carlino, Petrucci, Ragni, Sgavicchia, Pinna Gavino, Biancardi, Pinna Giovanni, Masu, Cinus, Rosati, Malvolti, Dinelli e Madorni). Su alcuni di questi si infierì in modo orrendo, straziandone anche i cadaveri.
“Aggiungiamoci gli altri 9 che caddero per le stesse mani e con le stesse modalità negli ultimo mesi del ’19 e nei primi del ’22 e – anche omettendo per brevità le centinaia di feriti militari e civili, le truci e sistematiche prepotenze dei capi-lega, i negozi e gli stabilimenti saccheggiati, le viti tagliate, le estorsioni col terrore, i granai incendiati, le vacche sgarrettate e simili facezie – cominceremo a farci un’idea di quale sorte di candidi agnellini fossero quei rossi cui si applicò, sempre minoritaria e mai proditoria, la deprecata violenza fascista del 1921-22. Per i bianchi, per i cattolici potrei ripetermi. Mi limito a testualmente riportare il linguaggio del loro capo, il ‘figlio di Maria’ Guido Mignoli (discorso di Soresina, 8 febbraio 1921): “Le armi sono pronte: 4.000 fucili, 4.000 bombe, 4.000 pugnali da immergere nel ventre della borghesia agricola. Faremo fare agli agrari la fine di Giuda: li appenderemo coi piedi in su e la testa in giù agli alberi delle nostre terre, squarceremo il loro putrido ventre da cui usciranno le grasse budella turgide di vino, e nelle contorsioni dell’agonia noi danzeremo intorno non la danza della vendetta, ma la danza della più umana giustizia. Quando le viscere immonde saranno putrefatte al sole di Mosè che non si arresta, i corvi compiranno l’opera loro. E i fascisti, delinquenti, scherani, lanzichenecchi, assoldati all’Agraria seguiranno l’eguale sorte. E in mezzo ai sudici penderà l’assertore del fascismo italiano, quel sacco di putrido sterco avvelenato”. Per essere non-violento, legalitario nonché cristiano, non c’è male.
“E la reazione fascista venne. Che il fascismo sia sorto come reazione a siffatti cialtroni e ai loro degni colleghi aspiranti-bolscevichi, nessuno storico che abbia un minimo di pudore lo nega ormai più. Ebbene, come pensate che una minoranza – all’inizio, addirittura esigua – potesse reagire all’immensa marea truculenta e assassina, abbondantemente armata e spalleggiata dalla maggioranza parlamentare? Forse distribuendo santini e caramelle? Certo: i fascisti manganellarono e, all’occorrenza, spararono. E che, volevano fare la guerra civile da soli, lorsignori? Il guaio di ogni guerra (civile o militare) è che c’è anche il nemico, non lo sapevano? E il nemico fa la guerra anche lui, il cattivone. Ma quello che va detto ad alta voce è che, se i socialisti & C., con tutte le loro masse assatanate, se le presero di santa ragione, tanto da essere ridotti in un paio d’anni alla totale impotenza, ciò non fu affatto, come s’è visto, perché meno violenti, o meno aggressivi, o meno armati. Se le presero perché sovente vigliacchi, sempre indisciplinati e pessimamente comandati, e soprattutto perché, col passare dei mesi, un numero sempre crescente di loro gregari si accorse di essere stato preso in giro dai tonanti ‘apostoli del proletariato’ e saltò la barricata (…) Ma non basta: agli squadristi (non certo più che ai loro antagonisti) possono essere attribuite uccisioni (in conflitti) e bastonature. Ma soltanto ai rossi e mai ai fascisti poterono essere addebitati gesti di ferocia e di crudeltà inumana in danno di avversari indifesi caduti nelle loro mani e processati tra la marmaglia urlante in qualche cascino isolato, come allo strillone de Il Popolo d’Italia Urbani, di cui fu sentenziata ed eseguita la morte per immersione della testa in un catino di acqua bollente, o dello squadrista Muso, gettato agonizzante in una vasca di borace fumante dopo lunga tortura, poi tirato fuori e sbranato in cinque pezzi. E che dire di centinaia di proditori agguati dietro muretti o siepi, con fucili a pallettoni e pistole?”

* * * * *

Elenchiamo sei dei singoli “crimini fascisti” più ribaditi, gonfiati e mistificati dall’antifascismo, “crimini” che dovrebbero servire a far chiudere gli occhi non solo agli studiosi ma anche alla gente comune, nei cui cervelli vengono incessantemente rimartellati.

L’uccisione degli undici comunisti di Torino il 20 dicembre 1922 aq esasperata rappresaglia per l’assassinio di due fascisti, a tradimento come sempre e come sempre aggredendo in massa individui isolati (come negli anni Settanta contro i “neofascisti” faranno i loro epigoni di Lotta Continua,Avanguardia Operaia, Potere Operaio, Brigate Rosse e altro canagliume).
Le aggressioni a Don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta, fazioso
q attivista dondemosturziano, morto il 24 agosto 1923 dopo una bastonata infertagli da due oscuri aggressori mossi da oscuri motivi (per una compiuta analisi dell’episodio, vedi Massimiliano Mazzanti e Vincenzo Caputo),
Al deputato socialista e protomartire massone Giacomo Matteotti: dopo le
q elezioni del 6 aprile che hanno dato al fascismo 4.600.000 voti su un totale di sette milioni e 374 seggi contro 159, dopo i 18 morti e 147 feriti fascisti occorsi nel periodo della campagna elettorale e dopo il provocatorio discorso alla Camera del 30 maggio, a Roma il 10 giugno 1924, evento per la cui possibile, ma a parer nostro improbabile, torbida dinamica affaristico-massonica rimandiamo a Franco Scalzo – magari previa visione dello sfondo tracciato già nel 1923 da Luigi Magrone – limitandoci al realistico commento di Giorgio Pini e Federico Bresadola: “Mai nessuno dei maggiori agitatori socialisti ha finora pagato di persona per l’odio sparso dovunque e per la responsabilità del sangue versato. Unico fra tutti l’on. Matteotti, che il 10 giugno viene aggredito e sequestrato da alcuni individui decisi, a quanto sembra, a chiedergli spiegazione della sua attività. Avendo impegnato colluttazione e colpito uno degli aggressori, viene da questi ucciso. Tale assassinio non è indubbiamente più deprecabile di tanti altri nei quali le vittime sono state o sono dei fascisti. Vero è che la cronaca ha abituato l’opinione pubblica a non sentire mai parlare di capi socialisti vittime delle loro idee”; altrettanto deciso l’”intransigente” Mario Carli, ardito di guerra, fondatore dell’Associazione Nazionale degli Arditi e condirettore del quotidiano milanese L’Impero: “Se la maschiezza e l’energia morale non fossero prerogative piuttosto rare, anche nei popoli più sani e vigorosi, l’Italia avrebbe già virtualmente sepolto con qualche fiore e una pagina di sobria eloquenza l’introvabile cadavere Matteotti. Chi rompe paga, e una volta assicurati i colpevoli alla giustizia, non si sarebbe più dovuto dissertare su questo fatto di cronaca. Viceversa bisogna proprio credere che la concezione virile, guerresca e ottimista della vita sia monopolizzata, in Italia, solamente dal fascismo, che anche di fronte ai suoi morti e ai suoi martiri non si è mai abbandonato alle isteriche, scomposte e smodate manifestazioni vendicative cui sono giunte in questi giorni le fazioni oppositorie. Esse hanno preteso di paralizzare in un dettaglio di limitato valore umano e nazionale l’attenzione di quaranta milioni di italiani, e poiché questo attentato inaudito alla tranquillità e sicurezza della Nazione non è stato ancora debitamente punito, ogni nostra intenzione di rispetto alla memoria del disgraziato morto viene superata dalla necessità di ricondurre alle sue vere proporzioni la figura di questo che si vorrebbe oggi gabellare per Martire, non tanto del socialismo, quanto della Patria (…) Di fronte alla morte, anche se di un nemico, noi sappiamo inchinarci e tacere. Ma è la tracotanza dei corvi, delle jene e degli sciacalli antifascisti che ci costringe a reagire (in questi casi la morte non cancella la vita che fu) e a dichiarare che l’Italia non sa cosa farsi di tante lacrime di piagnoni, di tanto laido lattemiele umanitario, e che vuole giustizia si, ma una giustizia armata di ferro, sobria ed austera, insofferente di artificiose aureole di martirio attorno al capo di chi visse e lavorò per lo straniero, ai danni di quella Patria per cui noi abbiamo dato sangue e sofferenze indicibili, ed egli e tutti i suoi simili – allora come oggi – calunnie, odio e veleno”; nel 1926 i dieci responsabili dell’aggressione e della conseguente morte: tre autori diretti e altri tre presenti più i quattro presunti mandanti/istigatori vengono condannati a sei anni di carcere per omicidio preterintenzionale,
All’intellettuale sinistro-liberale Piero Gobetti, già critico letterario
q del settimanale comunista L’Ordine Nuovo (a Torino, il 5 settembre 1924) e
Al liberale Giovanni Amendola: a Serravalle Pistoiese, il 20 luglio 1925;
q muore dopo otto mesi e mezzo in Francia, il 6 aprile 1926, per la cronica affezione cardio-polmonare e non per i postumi della bastonatura: in un documento testamentario, nota Gigi Salvagnini, afferma di non ritenere i fascisti responsabili della propria morte e raccomanda di non servirsi di questa per fini partigiani; per nulla rassegnato, il 6 aprile 1925, durante uno scontro a Roma, aveva ferito gravemente a bastonate il capo manipolo della MVSN Carlo Alberto Righi; già deputato radicalsocialista del collegio di Salerno, dignitario del Grande Oriente d’Italia e del Rito di Menphis, iniziato alla loggia Romagnosi di Roma, fondatore de Il Mondo (il settimanale che il 1° maggio 1925 pubblica il Manifesto degli intellettuali antifascisti o “Manifesto Croce” – partecipi anche il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Domizio Torrigiani, quattordici del direttivo ed altri esponenti di Palazzo Giustiniani – in risposta al Manifesto degli intellettuali del fascismo redatto il 21 aprile a Bologna dall’ex ministro dell’Istruzione e filosofo Giovanni Gentile e corretto da Mussolini), anima dell’antifascista Unione Democratica Nazionale e inventore dell’autolesionista “secessione dell’Aventino”, marito dell’ebrea russa/lituana Eva Kuhn e padre del futuro boss picista Giorgio Amendola; “ex ministro (delle Colonie) di Facta, uomo rigido e dottrinario, filosofo e teosofo, incapace di comprendere i tempi nuovi, e che si ostina a non riconoscere neppure la esistenza di una rivoluzione fascista”, scrivono Pini e Bresadola; decisamente più aspro Carli, che lo sferza come il “moralista politico che vede la pagliuzza nell’occhio fascista e non la colonna traiana nel proprio (…) una protesta che cammina zoppicando, un trattato di critica le cui pagine servono stupendamente ad uso di “carta igienica” (…) fermentazione del più schifoso mediocrismo, che odia, paralizza ed inceppa ogni grandezza e ogni volo”.
L’uccisione dei massoni Gaetano Pilati ex deputato socialista, Gustavo
q Consolo corrispondente dell’Avanti! E Giovanni Becciolini avvocato (non facendo nomi di “martiri”, De Felice scrive che “nel complesso i morti pare furono otto”; completa Ciuffoletti/Moravia: “Ufficialmente i morti furono quattro, ma sembra che le vittime siano state almeno il doppio”), uccisione avvenuta a rappresaglia dell’omicidio del graduato fascista Giovanni Luporini avvenuta a Firenze il 3 ottobre 1925 in conseguenza dei tumulti antimassonici scoppiati il 25 settembre, rappresaglia definita da Angelo Livi, senza tema del ridicolo, “la più feroce battaglia anti-massonica” e “La notte di S. Bartolomeo” della massoneria, tumulti a loro volta provocati dal comportamento sconsiderato del Grande Oriente d’Italia e dall’incendiario manifesto antifascista pubblicato in occasione del 20 settembre. “A tutti questi partiti e gruppi, bisogna aggiungere la massoneria giustinianea, che ha dichiarato ufficialmente guerra al regime fascista”, aveva dichiarato Mussolini il 22 luglio 1924, consapevole non solo del ruolo da essa svolto nel tessere le fila dell’opposizione aventiniana, ma anche della partecipazione a un tentativo di colpo di mano che nella stessa estate avrebbe dovuto portare alla cattura e forse all’uccisione dello stesso Duce…e non si scordi che il 4 novembre 1925 anche il fallito attentato del deputato socialista Tito Zaniboni avrebbe visto coinvolto il Grande Oriente d’Italia col generale Luigi Capello; “La Massoneria per il suo programma internazionale, pacifista, umanitario, è nefasta alle idealità e alla educazione nazionale (…) Le Federazioni tengano presente che la Massoneria costituisce in Italia l’unica organizzazione concreta di quella mentalità democratica che è al nostro partito e alla nostra idea della Nazione nefasta e irriducibilmente ostile”, aveva già ricordato, il 14 aprile, la circolare n. 4 del PNF.
Di contro a tale eterna querelle, quattro considerazioni:
1) La fermezza del governo mussoliniano si esercita in primo luogo nella repressione degli atti di violenza di molti fascisti di base che, esasperati dai quattro anni di guerra civile e dalla pervicace tracotanza di comunisti/socialisti/massimalisti di ogni specie, miglio lini/popolari/dondemosturziani e liberali/democratici/massoni, reagiscono talora sopra le righe (non si dimentichi, comunque, scrive Rutilio Sermonti, “che i morti fascisti, persino nei due anni successivi alla Marcia su Roma, furono quasi il quadruplo di quelli della controparte, caduti peraltro in gran parte in conflitti con la forza pubblica”); l’11 novembre 1924 nella Sala Borromini e il 5 dicembre al Senato, Mussolini ribadisce la volontà pacificatrice del fascismo, ricordando che la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale si era costituzionalizzata giurando al Re il 28 ottobre e che a tutto l’11 ottobre risultavano sottoposti a procedimento penale 5.305 fascisti dei quali 845 detenuti; già il 21 giugno 1921, nel primo discorso alla Camera Mussolini, dopo aver ricordato ai popolari “che nella storia del Fascismo non vi sono invasioni di chiese e non c’è nemmeno l’assassinio di quel frate Angelico Galassi, finito a revolverate ai piedi di un altare”, aveva ammonito: “La violenza non è per noi un sistema, non è un estetismo, e meno ancora uno sport: è una dura necessità alla quale ci siamo sottoposti (…) Siamo disponibili a disarmare, se voi disarmerete a vostra volta (…) dovete disarmare anche i criminali, perché abbiamo nel nostro martirologio 176 morti. Se voi farete questo, allora sarà possibile segnare la parola fine al triste capitolo della guerra civile in Italia”, richiamando all’autocontrollo, il 24 luglio 1921 su Il Popolo d’Italia i più riottosi: “Parecchie volte su queste colonne fu detto che la vostra violenza doveva essere cavalleresca, aristocratica, chirurgica, e quindi, in un certo senso, umana. Ma fu detto invano. Qua e là la violenza di certi individui e gruppi fascisti ha assunto in questi ultimi tempi caratteri assolutamente antagonistici con lo spirito del fascismo (…) Si tratta di ristabilire prontissimamente il senso della disciplina individuale e collettiva, ricordando che in un paese come l’Italia, anarcoide nelle tendenze e negli spiriti, il Fascismo si annunziò come un movimento di restaurazione della disciplina. Ora non si può pretendere di imporre una disciplina alla Nazione se non si è capaci dell’autodisciplina”. Si confronti tale equilibrio con la concezione bolscevica della violenza, espressa da Lenin nel maggio 1922 al commissario alla Giustizia (sottolineature dello stesso Lenin): “Compagno Kurskij! Voglio aggiungere al nostro colloquio questa bozza per un paragrafo supplementare del Codice Penale (…) L’essenziale è chiaro, credo. Bisogna affermare apertamente, intendo in senso politico, e non solo in termini strettamente giuridici, il principio che motiva l’essenza e la giustezza del terrore, la sua necessità, i suoi limiti. Il tribunale non deve sopprimere il terrore, dirlo equivarrebbe a mentirsi o a mentire, ma dargli un fondamento, legalizzarlo in base a dei principi, con chiarezza, senza barare o nascondere la verità. La formulazione deve essere il più aperta possibile, perché solo la coscienza legale rivoluzionaria e la coscienza rivoluzionaria creano le condizioni per applicarlo nei fatti. Saluti comunisti”; egualmente “franco”, Trockij: “il terrore è un potente strumento politico, e sarebbe da ipocriti non capirlo…” ove l’espressione “non capirlo” eufemizza con tutta evidenza “non utilizzarlo”;

Fascisti uccisi da antifascisti in Italia e all’estero da antifascisti dal 29 ottobre 1922
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1922 21
1923 35
1924 44
1925 55
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Totale 155

2) Dal 29 ottobre 1922 al 31 dicembre 1925 – e quindi fino a tre anni dalla “presa del potere” – vengono assassinati, quasi sempre in imboscate in Italia e all’estero, 155 fascisti: 21 nei due mesi fino alla fine del 1922, 35 nel 1923, 44 nel 1924, 55 nel 1925 (specificatamente in rappresaglia per l’uccisione preterintenzionale di Matteotti, vengono assassinati una sessantina di fascisti, compreso il mite semi-cieco deputato Armando Casalini, ex mazziniano socialista, vicesegretario generale delle Corporazioni, ucciso su un tram dal socialista Giovanni Corvi il 12 settembre 1924 con tre colpi di rivoltella di cui due alla testa, presente la dodicenne figlia Lidia), per cui ben dirà Mussolini il 3 gennaio 1925, nel discorso alla Camera che segna il tramonto del regime liberale e la nascita dello Stato fascista: “…nei soli due mesi di novembre e dicembre (1924) undici fascisti sono caduti uccisi, uno dei quali ha avuto la testa spiaccicata fino ad essere ridotta un’ostia sanguinosa, e un altro, un vecchio di settantatre anni, è stato ucciso e gettato da un muraglione. Poi tre incendi si sono avuti in un mese, incendi misteriosi, incendi nelle Ferrovie e negli stessi magazzini a Roma, a Parma e a Firenze. Poi un risveglio sovversivo su tutta la linea, che vi documento, perché è necessario di documentare, attraverso i giornali di ieri e di oggi: un caposquadra della Milizia ferito gravemente da sovversivi a Genzano; un tentativo di assalto alla sede del Fascio di Tarquinia; un fascista ferito da sovversivi a Verona; un milite della Milizia ferito in provincia di Cremona; fascisti feriti da sovversivi a Forlì; imboscata comunista a San Giorgio di Pesaro; sovversivi che cantano Bandiera Rossa e aggrediscono fascisti a Monzambano. Nei soli tre giorni di questo gennaio 1925, e in una sola zona, sono avvenuti incidenti a Mestre, Pionca, Vallombra; cinquanta sovversivi armati di fucile scorrazzano in paese, cantando Bandiera Rossa e fanno esplodere petardi; a Venezia, il milite Pascai Mario aggredito e ferito; a Cavaso di Treviso, un altro fascista è ferito; a Crespano, la caserma dei carabinieri invasa da una ventina di donne scalmanate; un capo manipolo aggredito e gettato in acqua a Favara di Venezia; fascisti aggrediti da sovversivi a Mestre; a Padova, altri fascisti aggrediti da sovversivi. Richiamo su ciò la vostra attenzione, perché questo è un sintomo: il diretto 192 preso a sassate da sovversivi con rotture di vetri; a Moduno di Livenza, un capo manipolo assalito e percosso…” (quanto all’assassino di Casalini, l’Enciclopedia Biografica Universale, edita dalla Biblioteca Treccani in sintonia coi sinistri La Repubblica-L’Espresso, sottolineando “l’infermità mentale” del Corvi, ne suggerisce la desiderabilità da parte del fascismo: “La sua uccisione (…) servì alla stampa governativa al fine di creare un diversivo all’indignazione suscitata dall’assassinio di G. Matteotti”);

Fascisti e antifascisti in Italia nel 1925
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Uccisi feriti
Fascisti antifascisti fascisti antifascisti
35 27 355 388

3) specificatamente per l’anno 1925, iniziatosi il 3 gennaio col varo delle “leggi fascistissime”, l’anno dell’intransigentismo farinacci ano, una statistica del ministero dell’Interno in data 29 dicembre 1925 vede ancora, quanto ai morti in Italia, una prevalenza di caduti fascisti: 35 contro i 27 delle opposizioni, mentre più equilibrate sono le altre voci: 355 feriti fascisti contro 388, 740 arresti e denunzie di fascisti contro 934, un circolo fascista invaso dagli avversari contro 89 sedi delle opposizioni, 138 episodi di violenza contro i fascisti contro 441 contro le opposizioni; inevitabile, quindi, di fronte alla torbida aggressività demo liberale e social comunista che prende il caso Matteotti a pretesto per uno sfrenato anarchismo, quanto auspicato da Carli a fine 1924: “Ebbene, signori “vinti ma non domi”, ebbene, fierissimi contrastatori dell’azione fascista, protetti dal comodo padiglione delle leggi liberali – in gran parte inique e castrate come voi – la nostra risposta è che, ai fini della ricostruzione nazionale e della restaurazione statale, se le leggi liberali arrivano, ce ne serviremo, se non arrivano, ne faremo delle nuove. La legge non è mai una cosa statica e definitiva. Non precede né prevede la storia: la segue passo e la raccoglie nei suoi schemi, la investe delle sue formule, la codifica perché l’avvenire ne comprenda meglio l’essenza e s’incastri agevolmente dell’esperienza vissuta. Ma l’azione è maestra della legge (…) Pazienza, signori. Vi daremo delle nuove “tavole” (magari sulla testa, per farvele meglio intendere), e vedrete che ciò che oggi si chiama, per comodo di polemica “illegalismo”, sarà domani legge vigente. Ma non bisogna aver fretta. Iddio prima fece il mondo, e poi diede un nome alle cose. Che cosa importa se le leggi liberali non hanno previsto la soppressione di un giornale anti-nazionale e croato? (riferimento alla sospensione del triestino Il Lavoratore, sulla quale ha versato lacrime Il Mondo amendoliano) Tante cose non hanno previsto, le leggi liberali! (…) Noi non adoriamo feticci, ma poiché questa gente ci zanzara fastidiosamente con continue invocazioni alla Legge e alla Costituzione, noi diciamo che l’Azione – divinità tipicamente fascista – ha già fondato le basi della nuova Legge e della nuova Costituzione”;

Fascisti uccisi e feriti all’estero dal 1921 al 1932
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Uccisi feriti
Francia 16 126
Belgio, Monaco e
Lussemburgo 14 22
Nordamerica 6 60
Sudamerica 9 37
Svizzera 35
Jugoslavia 2
Austria 1
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Totali 45 283

4) Quanto ai caduti all’estero, oltre a due casi in Belgio nel 1921 e in Patagonia nel 1923, la serie degli assassinii si apre in Francia nel settembre 1923: a prescindere da innumerevoli attentati senza vittime alle sedi dei fasci e dei sindacati fascisti, nei dieci anni seguenti vengono uccisi 45 fascisti e ne vengono feriti 283: in Francia 16 e 126, in Belgio, Lussemburgo e Principato di Monaco 13 e 22, in Nordamerica 6 e 60, in Sudamerica 8 e 37; feriti si hanno anche in Svizzera 35, Jugoslavia 2 e Austria 1. Nei primi mesi del 1925, di fronte all’inatteso persistere delle aggressioni e degli omicidi a carico dei camerati malgrado la svolta autoritaria del 3 gennaio, Sempre Carli invoca un più deciso atteggiamento da parte del governo: “la cronaca della strage politica in persona di Fascisti si fa oggi più folta e terribile. Quasi ogni ora il telegrafo ci porta notizie angosciose di ferimenti, si uccisioni, di aggressioni. Le pagine dei giornali grondano sangue. Non si regge più. La delinquenza sovversiva ha ripreso la sua oscena carmagnola, dando la caccia al Fascista solo ed inerme, al milite devoto alla sua disciplina, ai nostri compagni cui fu imposta la regola cristiana di non raccogliere provocazioni, di non reagire alle offese (ordine di Mussolini per la pacificazione), di farsi martire dell’altrui ferocia. Ebbene, è possibile continuare così? E’ possibile che la disciplina si riduca ad un orrendo cilicio mortificante e martirizzante, attorno al quale non c’è alcuna aureola e che contrasta fieramente con la dottrina di forza onde il Fascismo si è fatto banditore? No, no, basta, in nome di Dio! Il Fascismo non vuol più martiri, né a una parte né dall’altra; il Fascismo è scuola di eroismo e non di vittimismo: il Fascismo deve dominare e non essere dominato, neppure un attimo, dalla criminalità dei rinnegati (…) Ma forse che la vita di un deputato è più preziosa e più sacra di quella di un semplice Milite Volontario, idealizzato dalla sua spirituale passione di italianità, statua vivente della bellezza e della potenza a cui sa giungere la nostra razza attraverso le sue apparizioni individuali? Noi non ci sovrapponiamo al Governo, e ci inchiniamo davanti alla forza regolatrice dello Stato fascista che intendiamo sia rispettato da tutti. Ma da esso attendiamo la punizione terribile, il castigo inesorabile, la vendetta che ci occorre e che non vogliamo, non vogliamo assolutamente prenderci con le nostre mani. Agisca lo Stato, e non perda questa preziosa occasione per liberare per sempre l’Italia dai pericoli che la minano. Vi sono dei responsabili in alto. Li conosciamo, li conoscete, on. Mussolini. Colpite senza pietà: lì è il marcio. Non il solo straccione sovversivo armato di pugnale o di rivoltella, è colpevole: molto più colpevoli, e molto più castigabili, sono i grossi papaveri che troneggiano dall’alto delle loro banche, delle loro logge, delle loro redazioni. Nessuna indulgenza per i colletti teosofici e per le borse ingrassate sui fallimenti famigliari! Nessuna indulgenza per chi, da due anni e mezzo, con una mano va vigliaccamente diffamando e disonorando l’Italia sui libelli venduti allo straniero, e con l’altra va armando l’odio bestiale della teppa sanguinaria!”.
Rampognando l’”incomprensione” del fascismo da parte di tanta buona borghesia – primo fattore: l’abito mentale egoistico ereditato dalla quarantennale tradizione liberale, secondo: la chiusura mentale operata da una stampa portavoce di “quei partiti, classi, consorterie che si sentirono danneggiate e spodestate dal fascismo” – un anno innanzi, il 10 aprile 1924, già aveva scritto su Torino Nuova Francesco “Observator” Turbiglio:
“E veniamo al terzo fattore. Di tanto in tanto anche dopo che il nazionalfascismo ha raggiunto il potere, si verificano ancora qua e là alcuni episodi di violenza. Cotesti episodi, che i giornali non sullodati raccolgono e gonfiano con compiacenza, mentre talora trascurano od attenuano i ben più gravi reati e persino i tuttodì non cessati assassinii onde son vittime i fascisti colpiti dall’odio feroce dei sovversivi – Bonservizi (Nicola Bonservizi, fondatore del Fascio di Parigi e del suo giornale l’Italie Nouvelle, corrispondente de Il Popolo d’Italia, colpito il 20 febbraio 1924 dal comunista Ernesto Bonomini e deceduto dopo lunga agonia il 26 marzo; “la giustizia francese si affretta poi a dare all’assassino una leggerissima condanna, che suona incitamento a nuovi delitti”, commentano Pini/Bresadola, ed invero la condanna risulta in otto anni di lavoro forzato e dieci di divieto di soggiorno, mentre Bonomini, liberato nel febbraio 1932, si fa poi brigatista rojo in Spagna, si porta a Parigi e Bruxelles nel 1938 e poi in Canada e negli USA, ove muore nel 1986) ed altre tre camicie nere trucidate in questi giorni informino – impressionano le anime sensibili, le quali vorrebbero che al domani di un rivolgimento così importante, profondo e travolgente di masse giovanili armate, quale fu il rivolgimento nazionalfascista, tutto si quietasse per incanto e nessuno più sgarrasse di una linea. La labilità della memoria di codesta gente e la loro illogicità è davvero fenomenale. Ieri soltanto essa non poteva più, né viaggiare né portare un emblema, né esprimere un concetto che non garbasse ai rossi dominatori od alla rossa plebe, e non questa soltanto ma gli intellettuali stessi del partito socialista le avevano gaiamente promessa una bella notte di San Bartolomeo: ieri ancora si trovava insidiata negli averi e nelle persone, non sentivasi neppur più sicura nel privato domicilio, invocavano nel cuor suo un liberatore ed ecco che oggi, a sì breve distanza dai giorni terribili, dimentica di tutto, fa la schizzinosa ed al fascismo, che al prezzo di tremila morti le ha salvata la vita e gli averi, le ha ridonata la libertà, fa il viso dell’armi per alcuni superstiti, sporadici fatti di violenza, non voluti, stigmatizzati, spesso anche severamente repressi dai dirigenti, i quali fatti non rappresentano che le inevitabili, residue, attenuate ondate che ancora si frangono alla spiaggia dopo la burrasca e mentre la bonaccia si forma. Ma se cotesta gente riflettesse come abbia del meraviglioso che un movimento rivoluzionario dell’imponenza del fascismo, il quale disponeva di una massa armata di centinaia di migliaia di squadristi, non abbia quasi dato luogo ad episodi cruenti, tranne quelli di cui furono vittime i fascisti stessi, e sia stato invece fermato e dominato con ferrea mano e vada tuttodì sempre più disciplinandosi ed inserendosi nell’ordine e nella legalità, invece che una ragione di mormorazione, di titubanza, di dubbio, dovrebbe trovarne una di consenso e di fede nello spirito disciplinato e rinnovatore del fascismo, che meriterebbe di essere sorretto da ogni buon cittadino; perché se esso venisse a fallire ripiomberemmo in una notte peggiore e più caotica di quella che abbiamo attraversato e superato grazie a tale spirito ed alla sua azione”

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E a tale “notte” avrebbe forse portato la proterva faziosità dei due “martiri” Matteotti ed Amendola se, contro ogni verità, avessero continuato a berciare contro la “illegalità” della plateale sconfitta subita nelle elezioni del 6 aprile, basate sulla maggioritaria “truffaldina” Legge Acerbo e per la cui compiuta analisi rinviamo all’equilibrata messa a punto dello storico Alessandro Visani.
“Non è il caso di ripercorrere qui le tappe di un lungo dibattito” – introduce Visani – “che appassionò molti osservatori degli anni del primissimo dopoguerra circa la non funzionalità del sistema proporzionale in rapporto alla realtà politica italiana. Ci limitiamo allora solo ad osservare che da vasti settori di area liberale erano giunte svariate proposte (dal ritorno al sistema uninominale ad una correzione in senso maggioritario dello stesso sistema proporzionale) finalizzate ad una modifica della legge elettorale, e ciò al fine di garantire una stabilità che sembrava essere impossibile alla luce degli atteggiamenti intransigenti del PSI e della incompatibilità tra quel partito ed il Partito Popolare. Tra il giugno del 1921 e il febbraio del 1923 erano state presentate alla Commissione interni della Camera 15 proposte di legge contenenti modifiche al sistema elettorale vigente, nessuna delle quali giunse però alla discussione in aula”.
Nella primavera del 1923, su indicazioni del Gran Consiglio del fascismo, il deputato Giacomo Acerbo redige un progetto che viene presentato alla Camera il 9 giugno e sottoposto all’esame di una commissione, detta dei “diciotto”, nominata dal Presidente Enrico De Nicola secondo il criterio della rappresentanza dei gruppi: Democrazia con Giolitti ed Orlando, liberali di destra con Salandra, riformisti con Bonomi, demoliberali con Grassi, nittiani/amendoliani con Falcioni, demo sociali con Fera e Casertano, agrari con Lanza di Scalea, fascisti con paolucci e Terzaghi, gruppo misto con Orano, popolari con De Gasperi e Micheli, repubblicani con Chiesa, socialisti unitari con Turati, socialisti con Lazzari, comunisti con Graziadei. Come detto, di essa fanno parte i quattro ex presidenti liberali del Consiglio: Giolitti (che funge da presidente), Orlando,Salandra e Bonomi. Il progetto, approvato in commissione con una maggioranza di dieci contro otto e il 15 luglio dalla Camera – ove i fascisti sono solo 35 – con 233 voti contro 123 e 77 astensioni, prevede che la lista più votata otterrebbe automaticamente i due terzi dei deputati (cioè 356 su 535) qualora superasse il 25% dei consensi su scala nazionale, i restanti 179 seggi andando proporzionalmente divisi fra le liste di minoranza.
Dopo che il 25 gennaio 1924 un decreto reale ha posto fine alla XXVI legislatura formatasi con le elezioni del 1921, nel mezzo dell’infuocata campagna elettorale, delle polemiche, degli insulti e degli assalti ai singoli fascisti, il 23 marzo Mussolini, in occasione della manifestazione per la fondazione dei Fasci tenuta a Roma, ricapitola agli avversari – in particolare al solito Amendola che due giorni prima l’aveva accusato di illegalismo – davanti ai militanti e a quattromila sindaci giunti da tutta Italia: La legge elettorale ha tutti i crismi della legalità. E’ stata votata da un Consiglio dei ministri all’unanimità. Ritengo opportuno ripetere che fu presentata alla Camera, che la Camera nominò una Commissione, che in questa Commissione i fascisti erano rappresentati da un solo deputato, che il presidente di questa Commissione era Giolitti, che si discusse a lungo prima del passaggio agli articoli, che si discusse non meno a lungo sui singoli articoli, che la legge fu approvata per appello nominale e a scrutinio segreto e, dopo aver avuto il suggello della legalità alla Camera, ebbe quello del Senato con l’unanimità meno quaranta voti contrari. Dopo di che fu firmata da Sua Maestà il Re e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale diventando legge dello Stato. Mi domando come si possa tacciare in buona fede di anticostituzionalità la legge elettorale, la quale del resto è molto meno antidemocratica e reazionaria di quanto non sembri ai nostri contradditori. Si era chiesto di togliere il limite di età. Fatto. E la scheda di Stato? Concessa. E non sentite, d’altra parte, che l’avere un poco sradicati i cittadini italiani dai loro piccoli collegi in cui intristivano ha dato alla lotta elettorale odierna una ampiezza non mai supposta e un criterio nazionale che forse era follia sperare? Questa lotta elettorale porge ai cittadini italiani l’occasione di votare o pro o contro”. E questo per quanto riguarda l’aspetto, se vogliamo, formale.
Ma ancora più clamoroso è l’aspetto sostanziale, del quale parleremo dopo aver lasciato la parola a Visani: “Come abbiamo detto, il Partito Fascista svolse un ruolo fondamentale nel corso della campagna elettorale, ruolo che andò a nostro parere – ed è bene metterlo ancora una volta in evidenza – ben al di là della semplice azione coercitiva ed intimidatoria su cui un po’ tutta la storiografia ha posto l’accento. Nella pressoché totalità degli studi che più o meno frettolosamente hanno accennato alle elezioni politiche del 1924, emerge l’immagine di un partito armato al servizio del governo fascista ed impegnato in una azione terroristica e criminogena su larga scala. Tutta la documentazione da noi utilizzata ci dimostra invece come l’azione del PNF sembra qualificarsi soprattutto per altri aspetti spesso legati a quelle “nuove tecniche di propaganda” che già in questi primissimi tempi dell’esperimento fascista risultano essere compiutamente mature e non molto lontane da quelle che più tardi andranno a caratterizzare l’operato del partito negli anni del pieno regime. Come accennato, sin dal 1923 i miti di riferimento e le stesse modalità dell’azione propagandistica del partito risultavano essere pienamente attivi. Le “adunate di massa”, le “cerimonie” e le manifestazioni organizzate anche nei piccoli centri sono un fatto concreto e ricorrente sin dai primi mesi del ministero Mussolini e ancor più nelle settimane della campagna elettorale (…) Le testimonianze relative alle manifestazioni fasciste, a cui abbiamo fatto ampio riferimento, ci parlano di una costante e significativa presenza dei sacerdoti alle cerimonie in memoria dei parrocchiani caduti in guerra, così come a tutte le iniziative a sfondo patriottico, accanto ai militanti di partito, dei sindacati, della MVSN, e spesso alle autorità religiose della provincia. Le cerimonie di benedizione dei labari, in occasione dell’inaugurazione dei gagliardetti delle nuove sezioni dei fasci, sono un altro significativo esempio del coinvolgimento diretto del clero agli eventi rituali “fascisti”.
Decisamente più clamorosi, bastonando sui denti non tanto i dondemosturziani o i comunisti quanto i Matteotti e gli Amendola, nonché sbugiardando la mistificazione cui da sessant’anni ci hanno adusati i demo.studiosi, sono i risultati elettorali, che cancellano poi totalmente quel vago sapore di prevaricazione che la maggioritaria Legge Acerbo potrebbe ancora lasciare sui nostri delicati palati. Su 12.069.336 aventi diritto, i votanti sono 7.614.451, pari al 63,1% (nelle precedenti elezioni aveva votato il 56,7%), con 7.165.502 voti validi. Di tali suffragi, le due liste nazionalfasciste Blocco Nazionale e Aquila ne riportano 4.305.936 e 357.552, il 60,1 e il 4,9%, per un totale del 65%, eleggendo 356 + 18 deputati (nella circoscrizione lombarda Mussolini riporta un successo personale con 250.000 preferenze).
Commenta Visani: “Come si vede, i risultati delle elezioni avevano superato a livello nazionale le più rosee previsioni e i più ottimistici desideri di parte fascista. La percentuale ottenuta dalle liste governative rendeva puramente accademica ogni discussione sulla questione quorum e sul ruolo effettivo della stessa legge elettorale dato che, per una singolare coincidenza, il risultato si avvicinò di molto alla percentuale dei 2/3. Ma il dato forse più significativo era quello del sensibile aumento dei votanti, fatto questo assai poco conciliabile con tutto il discorso portato avanti dalle opposizioni circa il ruolo coercitivo svolto dal PNF (…) A ben guardare i candidati della lista nazionale, osservava ancora Il Giornale d’Italia, si comprendeva come fosse stato dato un consenso non solo al fascismo, ma anche alle forze democratiche e liberali costituzionali, monarchiche, antisocialiste e nazionali. Queste forze, tutte assieme, rappresentavano innegabilmente la larga maggioranza del paese”.
Sull’argomento “violenze fasciste” Mussolini torna in maniera particolareggiata ed ironica, dopo aver trattato argomenti di carattere internazionale, alla Camera il 7 giugno, stimolato dal duro intervento di alcuni deputati dell’opposizione, solite le mosche cocchiere: “Veniamo alle elezioni italiane. Qui si è fatto il processo alle elezioni del 6 aprile. Ebbene, guardate, io voglio ragionare per assurdo e mettermi sul terreno polemico. La lista nazionale ha riportato quasi cinque milioni di voti, quattro milioni e ottocentomila. Ebbene, io sono disposto a regalarvi un milione e ottocentomila voti; ma voi dovete sempre ammettere che tre milioni di cittadini coscienti che, sommati, raggiungono i vostri voti messi assieme, hanno votato con piena coscienza per il Partito Nazionale Fascista (…) Voi dite che sono state commesse orribili violenze. Non è vero. In fondo l’onorevole Matteotti ha citato due casi, che sono discutibili, quello di Melfi e di Iglesias, che non credo vorrete fare passare nella storia mondiale. Vengo a voi, onorevole Amendola. Nel 1919 voi siete stato accusato di tutte le più orribili cose che un polemista di sfrenato possa immaginare; vedrà le conclusioni alle quali arriverò tra poco e che documenterò per dimostrare come uguale sia l’atteggiamento dei partiti in ogni elezione, e cioè che il partito vinto si scaglia sul vincitore tentando di infirmare il responso delle urne. Ciò è avvenuto prima della guerra, ciò è avvenuto dopo la guerra (…) Io non credo a questo imbotti mento di crani. Credo che si siano moltiplicati per mille, come negli specchi dei cinematografi, dei piccoli episodi inevitabili in ogni elezione. Ma voi potete fare la distinzione tra queste elezioni del dopoguerra e quelle di prima della guerra. Prima della guerra su faceva di peggio”.
“Quattro giorni dopo” – chiude asciutto Visani – “l’11 giugno, nel tardo pomeriggio venne data la notizia della scomparsa di Matteotti”

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Quanto alla “repressione” fascista seguita alla svolta autoritaria del 3 gennaio 1925, citiamo in primo luogo il discorso tenuto da Mussolini alla Camera il 26 maggio 1927: “Quanti sono i confinati? Sarà il tempo a dirlo, poiché all’estero si è parlato di 200.000 confinati e nella sola Milano ne sarebbero stati rastrellati 26.000. E’ stupido, prima di essere vile. Distinguiamo intanto i confinati nelle loro due categorie: i confinati comuni, e i confinati politici. Spero che per i confinati comuni nessuno vorrà impietosirsi. Si tratta in generale di autentiche canaglie, ladri, sfruttatori di donne, venditori di stupefacenti, che devono essere tolti rapidamente dalla circolazione, strozzini, ecc. Forse le categorie dei confinati comuni saranno aumentate. I confinati comuni sono in tutto 1.527 (…) Veniamo ai politici. Sono stati diffidati 1.541 individui, ne sono stati ammoniti 959, sono alle isole 698. Sfido chiunque a smentire l’attendibilità di queste cifre, che come vedete sono modeste. Ma nessuno di questi confinati vuole essere antifascista e qualcuno ha l’aria di essere fascista. Difatti il 21 maggio dell’anno in corso, su 698 confinati hanno dichiarato di non aver svolto alcuna attività politica, 61; di aver da tempo cessato ogni attività politica, 286; di avere da tempo cessato ogni attività sovversiva, 182; di non aver appartenuto a partiti politici, 59; di essersi dimessi da tempo da partiti politici, 69; hanno fatto atto di sottomissione al regime, 29; hanno confermato le proprie idee politiche, 21; non hanno fatto affermazioni di carattere politico, 52. Ma qui c’è un carteggio interessante dal punto di vista umano. Non dirò il nome di coloro che mi hanno mandato queste missive, che sono interessanti. Il fatto che quasi tutti i confinati si sono rivolti a me deve essere considerato come uno dei più grandi successi del Regime fascista; prima di tutto perché nessuno di costoro voleva avere la taccia di essere antifascista, in secondo luogo perché tutti, nonostante i loro precedenti, sapevano che potevano rivolgersi a me se erano meritevoli di giustizia”.
Ed ancora: “No, signori, niente amnistia; non se ne parla di amnistia fino al 1932, e se ne parlerà nel 1933 se, come mi auguro, non sarà necessario prorogare le leggi speciali. Ma il diniego dell’amnistia collettiva non impedisce di fare i condoni individuali, soprattutto quando sono raccomandati dai fascisti e qualche volta da interi direttorii fascisti! (…) Terrore, signori, questo? No, non è terrore, è appena rigore. Terrorismo? Nemmeno; è igiene sociale, profilassi nazionale, si levano questi individui dalla circolazione come un medico toglie dalla circolazione un infetto. Ma poi, chi sono coloro che rimproverano alla più umana delle rivoluzioni il terrore? Ma qui non si ha più l’idea di quello che sia stato il terrore! Il terrore delle altre rivoluzioni, il terrore ad esempio della rivoluzione dalla quale scaturirono i così detti immortali principii! Ma quale terrore era quello che ghigliottinava venti teste in media ogni mattina in piazza della Maddalena? Ma quale terrore era quello che ha annegato migliaia di persone nei fiumi, che ha scannato migliaia di persone in prigione, che ha mandato alla ghigliottina un chimico come Lavoisier, un poeta come Chénier, decine di giuristi, che ha distrutto regioni intere, che ha seminato il terrore e la morte dovunque, che non ha rispettato né giovani, né vecchi, né donne, né bambini, né civili, né sacerdoti, che aveva per massima che per fare una rivoluzione bisogna tagliare molte teste? C’è bisogno che vi dia la bibliografia del terrore? No, voi la conoscete, ma io vi consiglio di leggere questo libro; questo è un vient de paraitre (novità libraria), ed è intitolato “Le suppliziate del terrore”. E’ la storia delle 2.000 donne ghigliottinate, spesso la madre insieme con le figlie, spesso l’intera famiglia, e spesso, quello che più conta, non si trattava di aristocratici, si trattava di povera gente sorpresa con un Cristo sul petto. Sepolcri imbiancati, sepolcri pieni di fetido elemento, non parlate di terrore quando la rivoluzione fascista fa semplicemente il suo dovere: si difende!” (a prescindere dalle esecuzioni sommarie ad opera dei più incontrollabili moti, nonché dalle centinaia di migliaia di vandeani massacrati dai “Bleus” portatori di libertà, Luis-Emile Campardon riporta un minimo di 17.000 ghigliottinati dopo processo senza appello davanti al Tribunale Rivoluzionario e di 25.000 emigrati o deportati rientrati clandestinamente in Francia e sbrigativamente ghigliottinati dopo semplice accertamento dell’identità).
Ben riassume il diplomatico fascista Luigi Villari nel 1941, in un’opera di rettifica sulle calunnio propalate dall’antifascismo: “Fino all’ultimo attentato alla vita del Duce il Regime non aveva emanato speciali misure contro i reati politici. Vi erano frequenti conflitti fra fascisti e antifascisti, quasi sempre provocati da questi ultimi,ma venivano rigorosamente repressi dalle autorità. Non fu che dopo una serie di atti di violenza culminati nell’attentato di Bologna (31 ottobre 1926, opera di Anteo Zamboni, poi linciato dalla folla)e la scoperta di vari complotti verso la stessa epoca che furono emanate delle misure per punire i reati politici più severamente di quanto non fossero sotto la legislazione pre-esistente, che era assolutamente inadeguata. Ad ogni modo, quando gli stranieri criticano queste misure non si può che ripetere ciò che disse quel tale francese quando si cominciò a parlare della abolizione della pena di morte: “Parfaitement, mais que Messieurs le assassins commencent”. Una delle misure allora emanate era quella che disponeva la deportazione al confino di cittadini indesiderabili, in alcuni casi alle isole presso la costa, in altri a località sulla terraferma. Ciò inorridì i Liberali e Laburisti britannici, i quali invece non si commuovevano affatto quando centinaia di migliaia di Russi venivano deportati ogni anno ai deserti gelati della Siberia o inviati a marcire nei campi per il taglio del legname nella regione artica. Così il Manchester Guardian del 24 dicembre 1926 pubblicò un messaggio del suo corrispondente romano secondo il quale 942 persone erano state deportate per ostilità al regime. Dopo aver letto quel messaggio mi presi la pena di indagare i fatti, e poi scrissi al direttore che, in primo luogo, una forte percentuale dei confinati non erano stati puniti per motivi politici. Nella sola città di Napoli 60 dei condannati al confino erano usurai che sfruttavano le classi più povere, ricavando un interesse dal 10 al 20 per cento alla settimana, e 56 altri erano già stati condannati, alcuni più di una volta, per aver venduto stupefacenti, “due categorie di individui”, dissi, “che certo non meritano commiserazione”. Aggiunsi che delle 774 condanne al confino che erano state deferite alla Commissione d’appello, 161 erano state definitivamente giudicate, che in 32 casi la decisione era stata revocata o convertita in semplice ammonizione, prescindendo dai casi in cui il Capo del Governo aveva concesso il condono della pena; in molti casi di individui condannati al confino per lunghi periodi la sentenza veniva revocata dopo pochi mesi o magari dopo qualche settimana (…) Anche il già serio Economist , in una delle sue incursioni nel sensazionalismo giornalistico, accennò nel suo fascicolo del 22 ottobre 1922 a “lo spargimento di sangue e la violenza e l’illegalità attraverso i quali il Fascismo giunse al potere”, senza menzionare lo spargimento di sangue e la violenza e l’illegalità infinitamente più gravi da cui l’Italia aveva sofferto per opera dei pistoleros e assassini rossi che i deboli e inetti governi liberali si erano mostrati incapaci di dominare. Era il caso di vim vi repellere (ricacciare la violenza con la violenza), l’insurrezione di una nazione decisa a difendersi contro coloro che cercavano letteralmente di farla morire dissanguata”.
Trattando della più generale riforma del codice penale e del relativo diritto processuale, continua Rutilio Sermonti: “Più che alla repressione, si pose cura alla prevenzione dei delitti sia giudiziale ((in occasione cioè di delitti commessi o tentati) che extragiudiziale (ammonizione e confino). Queste ultime furono applicate ad antifascisti attivi ed irriducibili, ed è questa la più implacabile accusa che l’antifascismo, sia esso di stampo liberale, cattolico o socialista, muove a Mussolini e al suo regime. Il famoso confino esiste anche ora (si chiama “soggiorno obbligato” ma è assolutamente identico). Consiste nell’obbligo di risiedere per un certo tempo in un comune diverso da quello del proprio domicilio, con piena libertà di lavorare e di comunicare. Le località erano di regola luoghi incantevoli e ambiti dai turisti, come le Isole Tremiti, o Ponza, o le Eolie. Se si pensa che la rivoluzione liberale i suoi avversari li decapitava a migliaia, che quella socialista li sterminava a milioni o li mandava ai lavori forzati, e che i cattolici – avendo il potere secolare – li torturavano e li abbruciavano vivi, l’accusa di ferocia ai fascisti lanciata da quei pulpiti dovrebbe muovere al riso di ogni persona seria. Peraltro, anche l’antifascismo attuale, tornato al potere, si affrettò, come vedremo, ad emanare leggi per cui il Fascismo costituisce reato, passibile di molti anni di galera, mentre il Fascismoliberticida una simile legge contro i suoi avversari non fece mai”.
Dopo aver richiamato il Regolamento di Esecuzione del Testo Unico 18 giugno 1931-IX, n. 773 delle Leggi di P.S., aggiunge Daniele Lembo: “Gli inviati al confino di polizia non sono dei reclusi in quanto non scontano una pena che gli è derivata da un fatto delittuoso. Sono, invece, sottoposti a una misura di prevenzione di polizia che tende ad allontanare dal tessuto sociale quegli individui che, come si è detto sopra, sono ritenuti pericolosi per la “sicurezza pubblica o per l’ordine nazionale”. Il confinato non è un galeotto e, seppure nei limiti territoriali imposti, ha ampia libertà di movimento secondo i vincoli sotto elencati ed è facoltà del direttore concedere delle dilazioni alla libera uscita dei singoli. L’”ospite” della colonia, infatti, ha libera uscita nei seguenti orari: dal 1° novembre al 28 febbraio, dalle 7 alle 19; dal 1° marzo al 30 aprile e dal 1° settembre al 31 ottobre, alle 7 alle 20; dal 1° maggio al 31 agosto, dalle 6 alle 21 (…) Al confinato che si rende colpevole di una violazione alla disciplina del confino non sono somministrate né frustate e neppure celle di tortura. La normativa prevede che può essere punito con un richiamo, che è un rimprovero formale, con il divieto di libera uscita e con la riduzione dell’assegno giornaliero. Mentre il richiamo viene comminato dal direttore della colonia, per gli altri due tipi di sanzione è necessario che si riunisca una commissione disciplinare composta dallo stesso direttore, dal medico della colonia e dal…parroco”.

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Le sentenze emesse dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, “turpe creatura partorita dal fascismo” (lo storico anarcofilo Giuseppe Galzerano) con legge 25 novembre 1926 ed operante dal 1927 al 1943, coinvolgono poi 13.547 imputati (su 15.806 deferiti): ne vengono condannati 4.596, per un totale di 27.735 anni di carcere e confino di polizia (e quindi, in media, 300 individui all’anno, condannati in media a sei anni a testa, dei quali ne vengono effettivamente scontati, sempre in media, la metà) più tre ergastoli. La pena capitale viene comminata a 69 individui ed eseguita contro 62, per la stragrande maggioranza assassini slavi, terroristi ed assassini in Venezia Giulia, per i quattro quindi dal 10 giugno 1940 al 25 luglio 1943, quindi in periodo bellico (si pensi anche che nei soli tre anni di pace dall’agosto 1927 all’agosto 1930 nella regione erano stati compiuti dall’Orjuna jugoslava ben 90 atti di terrorismo, tra i quali 13 omicidi, 31 aggressioni a mano armata, 18 incendi di scuole, asili e altri istituti italiani, 8 attentati dinamitardi e 4 operazioni di spionaggio). Nel 1927 viene giudicata anche la cricca massonica di Tito Zaniboni e del generale Luigi Capello, responsabile del primo attentato contro Mussolini (gli autori di altri tre attentati, compiuti nel 1926, sono la squilibrata irlandese Violet Gibson, l’anarchico Guido Lucetti e, come detto, l’anarchico Anteo Zamboni); nell’anno, nessuna condanna a morte.
La prima sentenza capitale è del 3 ottobre 1928 per strage (Michele Della Maggiora, fuoriuscito comunista che il 6 maggio aveva ucciso – “era stato costretto ad uccidere”, c’intenerisce Galzerano – i fascisti Buonamici e Moschini a Ponte Buggianese, Pistoia: fucilato il 18 ottobre. Seguono:
1929 – una per terrorismo assassino istigato dalla Jugoslavia o meglio dal “Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni”, il termine “Jugoslavia” venendo adottato solo il 3 ottobre 1929: lo slavo Vladimiro Gortan, processato a Pola dal 14 al 16 ottobre con altri quattro, che il 24 marzo aveva gravemente ferito a pistolettate due contadini che si recavano a votare a Pisino, Matteo Braicovich e Giovanni Tuchtan, padre di dieci figli, deceduto due giorni dopo all’ospedale di Pola, eventi minimizzati con virtuoso understatement da Gianni Oliva, per il quale il gruppo aveva soltanto “sabotato le elezioni plebiscitarie del 24 marzo nel paese di Beram, impedendo agli elettori di recarsi alle urne”, e addirittura liricizzati da Garzeramo, per il quale Gortan “si era opposto ad una colonna di fascisti che aveva costretto i contadini di Pisino a votare con forza alle elezioni plebiscitarie del 24 marzo 1929” (“Il Gortan, in seguito a queste vicende, divenne per gli slavi “eroe popolare” e nel 1944 una brigata partigiana titina venne intitolata a suo nome”, nota Vincenzo Maria de Luca);
1930 – su diciotto imputati per 99 capi d’accusa, processati alla presenza dei consoli di Francia, Inghilterra, Brasile ed Haiti per evitare strumentalizzazioni slave, dieci vengono assolti in istruttoria, quattro con pene fino a trent’anni, quattro fucilati il 6 settembre: gli slavi Zvonimiro Milos, Ferdinando Bidovec, Francesco Marusic e Luigi Valencic, imputati di strage con un morto e numerosi feriti, altri cinque omicidi di militi fascisti e semplici civili, un tentato omicidio, rapina all’ufficio postale di Ranzato, attentato al Faro della Vittoria a Trieste e alla polveriera di prosecco, assalto alle scuole di Sgonico e cattinara, incendio delle scuole di Branizza e Schertina, danneggiamento di lapidi nel cimitero di Sant’Antonioin Bosco, pianificazione di future azioni e possesso illegale di armi, munizioni ed esplosivi contro la sicurezza e l’integrità dello Stato finalizzata alla separazione della Venezia Giulia dall’Istria per consegnarla alla Jugoslavia; come detto, tra l’agosto 1927 e l0agosto 1930 in Venezia Giulia si contano 90 delitti anti-italiani, fra i quali 13 omicidi, 31 aggressioni a mano armata contro carabinieri e militi fascisti, 8 attentati terroristici, 18 incendi di scuole, asili e istituti italiani di cultura e varie azioni di spionaggio a favore non solo della Jugoslavia, ma anche di Francia e Inghilterra;
1931 – una per progettato attentato a Mussolini: l’anarchico Michele Schirru che, irretito in un complotto anarchico-antifascista e giunto a Roma con due ordigni esplosivi, fermato casualmente per un controllo e condotto al commissariato, aveva pistolettato un vicecommissario e due agenti di polizia e cercato di uccidersi con un colpo alla testa, ferendosi alla regione temporale e mascellare destra con foro d’uscita al labbro inferiore;
1932 – due: una per terrorismo assassino, Domenico Bovone della Concentrazione Antifascista, che nel 1931, dopo aver fatto esplodere dal 29 marzo al 1° agosto tredici bombe a Bologna, Torino e Genova uccidendo un maresciallo dei carabinieri, ferendo gravemente tre persone e causando ingenti danni materiali, resta a sua volta gravemente ferito sollevando il coperchio di una valigia zeppa di esplosivo, e una per progettato attentato a Mussolini: l’anarchico Angelo Pellegrino Sbardellotto (alla terza missione di assassino), inviato in Italia dal boss giellista Alberto Tarchiani da Bruxelles con pistola, due bome e fiaschetta esplosiva con ottanta grammi di cheddite, capace di colpire a morte in un raggio di cento metri, fucilati nello stesso giorno (quello di Sbardellotto sarebbe stato l’ultimo dei sei attentati al Duce);
1933 – due per spionaggio militare, di cui una eseguita: il maresciallo del ministero della Marina Ugo Traviglia e, unica donna condannata a morte in Italia, Camilla Maria Rosa Agliardi, commutata all’ergastolo;
1934: nessuna; 1935: nessuna; 1936: nessuna (e il 1936, a parte l’avvio delle Grandi Purghe, è l’anno che, coi massacri da parte dei rojos spagnoli, apre la fase decisiva della lotta mortale tra l’Europa di Mezzo e il demoliberalbolscevismo!); 1937: nessuna; 1938: nessuna;
1939 – una per spionaggio militare: Antonio Scarpa;
1940 – quattro, delle quali due per spionaggio militare: Aurelio Cocozza e Francesco Ghezzi, e due per rapina: Alberto Pavese e Clemente Grisanti secondo la legge 16 giugno 1940 n. 582 “Norme per l’aggravamento delle pene riguardo ai delitti commessi profittando delle circostanze dipendenti dallo stato di guerra”);
1941 – quindici, di cui undici eseguite:due per omicidio e rapina, Filippo Messina e Antonio Masotine, una per tradimento/servizio nell’esercito britannico, Fortunato Picchi (membro del commando SAS che il 10 febbraio 1941 ha attentato al viadotto dell’acquedotto pugliese sul fiume Tragino e, nella fuga, ucciso due civili, viene fucilato il 6 aprile), due per tentata rapina aggravata e omicidio di carabinieri, Antonio Porcelli e Roberto Angioloni, una per plurifavoreggiamento del nemico, Mikos Knezevic, cinque per sabotaggio, spionaggio e strage, gli slavi Vittorio Bobek, Giovanni Ivancic e Simone Kos, Giovanni Vadnal e Giuseppe Tomasi;
1942 – ventisette, di cui: nove per banda armata artefice di devastazioni, saccheggi, stragi, rapine e omicidi in Venezia Giulia: francesco Vinci, Giovanni Cekada, Giuseppe Hrescak, Paolo Rust, Francesco Srebot, Leopoldo Frank, Carlo Calusa, Antonio Belé e Guglielmo Dolgan, otto per spionaggio militare: Santo Barillà, Antonio Grzina, Vincenzo Hrvatin, Giuseppe Roic, Francesco Vicic, Giuseppe Zefrin, Giuseppe Giacomazzi ed Ettore Vacca, due per favoreggiamento del nemico: Vittorio Blecic e Miro Grahalic, quattro per diserzione e favoreggiamento del nemico: i fratelli Egone ed Amauri Zaccaria, Emilio Zappalà e Gallo Antonio, due per rapina aggravata e/o tentato omicidio: Carlo Orestano e Vittorio Colombo, due per omicidio: Ledoni Giacomo e Carmelo Miduri;
1943 – undici, di cui nove eseguite:Laura D’Oriano, Francesco Vigilante e Kurt Sauer per spionaggio politico-militare, Domenico baldi, Giovanni Lenta, Silvestro Paderni, Ernesto Robella e Normando Tesi per “associazione a delinquere e furto continuato aggravato su cose incustodite in dipendenza di incursione nemica”, Emanuele Guerrieri per rapina aggravata e tentato omicidio continuato; commutate in ergastolo: Laurenzi Angela per aver ucciso la figlia di tre anni e Argante Barone, complice del Guerrieri, per rapina aggravata e tentato omicidio continuato.
Riassumendo: undici esecuzioni nei primo tredici anni (dei quali sei senza alcuna condanna a morte) e cinquantuno in quattro anni di guerra. Più precisamente, le esecuzioni che possiamo considerare non come punizione per atti di terrorismo, spionaggio o delitti comuni quali omicidio e rapina, ma di repressione politica – peraltro legalmente previste per l’assassinio o il tentato assassinio del re, del suo erede o del Capo del Governo – sono quelle di Schirru e Sbardellotto. Quanto alle critiche che si potrebbero sollevare sull’”intenzione” e il “tentativo” di un assassinio non giunto a compimento, il procuratore generale Vincenzo Balzano esplica il 6 giugno 1932 nel processo a Sbardellotto: “L’attentato, di cui all’art. 280 del CP, il quale tutela la vita, l’incolumità e la libertà personale del Capo del Governo, è un fatto formale, per cui il “voluto” è considerato “avvenuto”, appena che siasi dato principio ad un atto il quale abbia la potenza causale di produrre l’effetto dannoso ed inoltre un atto che sia rivelatore della volontà dell’agente di conseguirlo, sebbene non lo ottenga, ma che abbia la necessaria univocità (…) La legge, prescindendo, come era ovvio, dall’intento conseguito, ha non solo voluto preservare lo Stato e i supremi organi costituzionali dall’essere raggiunti da qualsiasi fine criminoso, ma colpire altresì gli sforzi tendenti al medesimo fine, sempreché l’attività umana inizii l’opera (nella specie quasi prevenuta alla soglia del delitto mancato, della passata teoria penale), indirizzata a raggiungerlo, con serio pericolo per l’ordine sociale”. La repressione propriamente politica vede quindi, nell’arco dell’intero Ventennio, due vittime (nel marzo 1938 ammirate da Mussolini a colloquio con Yvon De Begnac – “in una delle sue spacconate di falsa e tardiva umanità”, maligneggia Galzerano – per il dignitoso contegno tenuto durante il processo e l’esecuzione). Dicesi: due (per il caso dei fratelli Carlo e Sabatino Enrico “Nello” Rosselli, vedi oltre).

Condanne a morte pronunciate dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato
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In tempo di pace
1927 1928 1929 1930 1931 1932 1933 1934 1935 1936 1937 1938 1939
Sentenziate – 1 1 4 1 2 2 – – – – –
Eseguite – 1 1 4 1 2 1 – – – – 1
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TOTALE 11

In tempo di guerra
1940 1941 1942 1943
Sentenziate 4 15 27 11
Eseguite 4 11 27 9
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TOTALE 51

Quanto alle pressioni del potere esecutivo sul giudiziario (a contrariis, si pensi alla “umanità” di un Lenin o alla “delicatezza” di uno Stalin!), nella Prefazione all’ultimo volume delle Decisioni Emesse dal TSDS, il curatore dottor Floro Roselli ricorda un discorso di Mussolini al personale del Tribunale – lo “scannatoio (…) gran vergogna dell’Italia in pieno ventesimo secolo”, definizione del 1932 del fuoriuscito socialista Franco Clerici, approvata da Garzerano – in data non indicata, ma alla fine degli anni Trenta: “avete bene assolto il vostro compito, direi la vostra missione, con approvazione mia, delle gerarchie del Partito e della Nazione. Tutti gli Stati hanno compreso la necessità di creare un unico organo di difesa contro la delinquenza politica: tutti gli Stati, compresi quelli a Regime liberale. Siate inflessibili contro coloro che tradiscono la Patria a favore dello straniero che potrebbe essere il nemico di domani. Il comunismo non sa rassegnarsi al fatto compiuto. Anche il popolo comprende la necessità di una giustizia severa, e l’approva. Ho detto giustizia severa, ma non crudele. La crudeltà non è nella giustizia, né nella coscienza umana, e non corrisponde neanche allo stile e alla tradizione romana, italiana e fascista. Quello che ho detto dovete intenderlo come una direttiva spirituale e generica. Niente altro, perché non è mio sistema intervenire né direttamente né indirettamente nell’amministrazione della giustizia. Non ho altro da divi. Vi ripeto la mia simpatia”.
Quanto a forme repressive più soft ricordiamo che, a prescindere dalla qualità della repressione, neppure lontanamente paragonabile alla criminalità bolscevica:

1. i fuoriusciti “politici” non superano i 3.000 nell’arco dell’intero Ventennio, 2. tutti vivono tranquillamente e si recano ai Regi Consolati per rinnovare i documenti, molti vi ritirano la pensione, taluni si avvicinano al regime e rientrano in Italia, 3. come riconosce anche l’antifascista Ruggero Zangrandi, dopo l’amnistia per il Decennale, nel novembre 1932 i condannati per antifascismo rimasti in carcere sono 337, 4. nell’intero periodo 1926-43 gli inviati al confino di polizia (domicilio coatto) nelle isole del Mezzogiorno sono 12.330, compresi i ribelli libici, gli speculatori di valuta e i responsabili di “scorrettezze amministrative”: in dettaglio, il numero dei ristretti al confine risulta: 68 nel novembre e 600 nel dicembre 1926, 839 nel gennaio 1935, 1.570 nel maggio 1936, 2.250 nel dicembre 1937 (l’impennata è dovuta all’aumentato attivismo antifascista per la guerra di Spagna), 3.000 nel dicembre 1940.

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E veniamo al comunista Antonio Gramsci. Direttore del settimanale L’Ordine Nuovo, nato il 1° maggio 1919 con finanziamenti sovietici e richiamando nel titolo il nuovo ordinamento bolscevico, cofondatore e segretario del Partito Comunista d’Italia, marito della russa Julia/Giulia Schucht funzionaria GPU, cui dà i figli Delio e Giuliano (la sorella Evgenija, già volontaria nella guerra civile, è segretaria della moglie di Lenin al Commissariato dell’Istruzione; la sorella Tatjana, subordinata all’ebreo Pietro Sraffa economista a Cambridge, è ancor più “allodola”, cioè spia/seduttrice e lomga manus bolscevica), il nostro viene arrestato l’8 novembre 1926, confinato nell’isola di Ustica e poi, dal febbraio 1927 al maggio 1928, carcerato a Milano, processato e condannato a Roma il 4 giugno 1928 a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di carcere più 6.200 lire d’ammenda per avere, con altri, “quali esponenti del PCI concertato e stabilito di commettere a mezzo del cosiddetto esercito rivoluzionario composto specialmente di operai e di contadini aderenti al partito, all’uopo segretamente ed in parte anche militarmente organizzato con disponibilità di armi, munizioni e denaro proveniente perfino dall’estero, fatti diretti a far sorgere in armi gli abitanti del Regno contro i poteri dello Stato, per instaurare violentemente la Repubblica italiana dei soviet”, diffondendo inoltre materiale a stampa e manoscritto per incitare all’odio tra le diverse classi sociali.
Già in odore di eresia presso l’ufficialità del Partito fin dal 1921, Gramsci viene messo al bando dal collettivo dai compagni di reclusione (dai quali riceve persino una sassata, oltre che insulti e sputi nel piatto) e isolato come appestato dai boss del Partito per le sue posizioni politicamente antistaliniane…per quanto ideologicamente lo si possa dire un punto proto stalinista. Già prima della sentenza il gruppo togliattian-stalinista aveva cercato di “spiazzarlo” agli occhi delle autorità fasciste con iniziative compromettenti, tra le quali l’invio di una lettera a Mosca…gioco talmente plateale che lo stesso giudice istruttore Enrico Macis, comunicandogliela, aveva commentato: “Onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo di galera”.
Della “durezza” della reclusione – che il lettore metterà indubbiamente a confronto col comportamento tenuto dai bolscevichi verso le loro vittime – riferiscono, tra gli altri, i picisti Angelo Rossi e Giuseppe Vacca, partendo dal “confino” di Ustica: “Sotto il profilo economico fu deciso (lo decise il Pcd’I col consenso del Comintern) di inviare a Gramsci, come a tutti i detenuti o deportati, un sussidio di trecento lire mensili e alla famiglia una somma mensile di duecento lire. Inoltre, Pietro Sraffa aveva aperto a favore di Gramsci un conto illimitato presso la libreria Sperling & Kupfer per l’acquisto di libri e pubblicazioni (…) La destinazione a (lla casa penale per minorati fisici e psichici di) Turi (presso Bari) non era affatto scontata, tanto che la sede alla quale in un primo momento Gramsci era stato destinato era il carcere di Portolongone (poi Porto Azzurro, sull’isola d’Elba). La scelta di Turi avviene a seguito della domanda della famiglia che Mussolini accoglie. Inoltre, grazie all’intervento del Duce, vengono accolte altre due richieste; la prima è quella di mettere a disposizione di Gramsci una cella singola, evitandogli di coabitare con altri detenuti, e l’altra è la concessione del permesso di scrivere e di ricevere libri, riviste e giornali”, spingendosi a riconoscere, peraltro untuosamente, che “la vulgata del “lento assassinio di Gramsci” non sembra avere un’adeguata base documentaria”.
Altro indice della “crudeltà” fascista è il fatto che “lo scambio epistolare tra Gramsci e Tania (Tatjana) diviene più fitto e più continuo: se dal 19 luglio 1928, data dell’arrivo a Turi, fino a tutto il 1929 il prigioniero aveva indirizzato a Tania 24 lettere ricevendone in risposta 105, nel 1930 i due si scambiano 132 lettere, nel 1931 147, nel 1932 150 e infine, nell’ultimo anno di reclusione nel carcere pugliese le lettere scambiate furono 163”.
Il suo destino da carcerato ricalca quello di un altro “martire del fascismo”, il “tedesco” Carl von Ossietkky, del quale, per inciso, non si rivela pressoché mai l’ebraicità, attestataci invece dall’israeliano Robert Wistrich, che lo dice figlio di convertiti cattolici polacchi, mentre Istvan Deak si limita a dirlo di padre stenografo cattolico polacco e madre luterana, lui stesso di religione ignota (“his own religion, if any, remains unknown, la sua religione, se pure ne ebbe una, resta sconosciuta”), e lo storico inglese Richard Evans si spinge a scrivere: “nonostante il cognome, non era né ebreo né polacco né russo, bensì autenticamente tedesco”. Nato ad Amburgo nel 1889, nel 1912 editore e direttore del settimanale Die Revolution, nel 1917 redattore della Berlin Volkzeitung di proprietà dell’ebreo Rudolf Mosse, il “cittadino del mondo” Ossietzky si annovera tra i più attivi disfattisti dell’Aktionausschuss Nie wieder Krieg “Comitato d’azione Mai Più Guerra”, nel 1919 è rivoluzionario nei Consigli degli operai e dei Soldati e tra i primi anti-nazisti, nonché massone della loggia Menschentum “Umanità” di Amburgo. Nel 1924 è tra i fondatori dell’effimera Republikanische Partei Deutschlands all’insegna “Difesa della Repubblica”, opera come giornalista su numerosi periodici radical-sinistri, in particolare Tage-Buch e Die Weltbuhne, tucholskyano anello di congiunzione tra il sinistrismo borghese e i comunisti, del quale dall’anno 1927 al febbraio 1933 è terzo e ultimo direttore. Nel 1927 viene processato per diffamazione contro i colonnelli Kurt von Schleicher e von Bock e il capitano Keiner e condannato a un mese di carcere, viene amnistiato il 14 luglio 1928, nel novembre 1931 condannato a 18 mesi per alto tradimento dopo la pubblicazione di documenti militari riservati, incarcerato a Tegel il 10 maggio 1932 ed ancora amnistiato nel dicembre. Sempre virulento anti-nazista, viene arrestato il 28 febbraio 1933, il giorno seguente l’incendio del Reichstag, internato nei campi di Oranienburg ed Esterwegen; malato di tubercolosi, rifiuta do Goring il rilascio e una pensione, nel maggio 1936 viene ricoverato nel sanatorio berlinese Nordend, dopo una virulenta campagna di stampa radicalsinistra viene insignito nel 1935 del Nobel per la Pce, muore per meningite il 4 maggio 1938 nel suddetto sanatorio.
Ma torniamo a Gramsci: affetto dall’infanzia da tubercolosi ossea e poi polmonare, viene posto in libertà condizionale per motivi di salute, su sua istanza del 24 settembre 1934, dal ministero di Grazia e Giustizia già il 25 ottobre (la notizia dell’accoglimento gli era stata anticipata il 14 da un ispettore generale di PS appositamente inviato a Formia dal ministero). Resta ricoverato in infermeria o in clinica a spese dello Stato per due anni e mezzo fino alla morte, avvenuta per emorragia cerebrale il 27 aprile 1937: dal 7 gennaio 1934 nella clinica del dottor Cusumano a Formia/Littoria; dal 24 agosto 1935, nella romana Quisisana, case di cura dotate di ogni comfort e ove riceve libri e riviste, scrive e invia all’estero gli scritti…come, peraltro, aveva fatto nel carcere per malati cronici di Turi (dal 9 luglio 1928), ove riceveva, in abbonamento diretto o tramite la biblioteca, i maggiori giornali, libri di ogni genere, anche marxisti, e le più importanti riviste, anche internazionali. A ragione scrive quindi Luigi Nieddu che il carcere in Italia fu per Gramsci una sorte di gran lunga meno brutale di quella che avrebbe incontrato se si fosse trovato in URSS, ove lo avrebbero voluto attirare Sraffa e il gruppo togliattian-stalinista.
Meno noto di quello del Grande Intellettuale – l’enfant prodige del primo comunismo, che deve all’ingrata Mosca fama e carriera – è il detsino mdel fratello Mario, di dodici anni minore, il quale, già volontario sottotenente nella Grande Guerra, non solo è ardente fascista, viene bastonato a sangue dai comunisti ed è nel 1921 il primo federale di Varese, ma parte volontario capitano per la guerra d’Etiopia, combatte nel 1940 in Africa Settentrionale, viene fatto prigioniero e deportato in Australia, aderisce idealmente alla RSI, rientra sfinito dalle malattie ivi contratte e muore di tifo nel settembre 1945, dimenticato da tutti. E fascisti sono anche la sorella Teresina, cassiera del Fascio femminile di Sorgono/Nuoro, tessera n. 34.220, e il fratello Carlo, assistente di un deputato fascista sardo in un’organizzazione economica del PNF:

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I fratelli Carlo e Sabatino Enrico “Nello” Rosselli sono figli del facoltoso livornese Giuseppe Emanuele Rosselli e nipoti di Enrichetta Nathan, sorella di Ernesto Nathan, il gran maestro massone 1896-1904 e 1917-19e sindaco di Roma 1907-1913 (altro membro del clan Rosselli, il banchiere Michelangelo è finanziatore di Giuseppe Mazzini).
Carlo fonda nel 1922, con la moglie inglese Marion Cave, un antifascista Circolo di Studi Sociali, si fa adepto del PSU e con Sandro Pertini e Riccardo Bauer organizza l’emigrazione clandestina di complotta tori, viene confinato a Lipari, vi scrive Socialismo liberale, fugge in Francia nell’autunno 1929 coi goyim Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti. Definito da un fiduciario fascista “un piccolo Lenin, figlio di papà” e dal Corriere della Sera del 12 giugno 1937 una figura che “negli ambienti antifascisti italiani di Parigi non godeva di molte simpatie negli ambienti stessi per i suoi atteggiamenti da piccolo e ridicolo dittatore, che amava prendere per le sue vaste possibilità finanziarie”, fonda il gruppo intellettual-terroristico Giustizia e Libertà – che si propone di abbattere il regime a suon di attentati e di “redimere” gli italiani purgandoli con un bagno di sangue – e combatte nella Spagna roja. Nell’ottobre del 1936 si fa capo di 250 volontari in gran parte socialisti ed anarchici, il 13 e 14 novembre squittendo alla radio di Barcellona il ritornello “Oggi in Spagna, domani in Italia”.
Il fratello Nello, storico e docente universitario, resta indisturbato in Italia, protetto non solo da Giovanni Gentile e dallo storico Gioacchino Volpe, ma anche da Mussolini…per quanto nel 1924 abbia dichiarato: “Io sono un ebreo che non va al tempio il sabato, che non conosce l’ebraico, che non osserva alcuna pratica di culto. Eppure io tengo al mio ebraismo e voglio tutelarlo da ogni deviazione, che può anche essere amplificazione, come attenuazione. Non sono sionista. Non sono dunque un ebreo integrale”.
Sulla fine dei due fratelli il 9 giugno 1937 in Francia a Bagnoles-de-l’Orne, attribuita ad un ordine di Mussolini o di Ciano dalla pigrizia, dalla malafede e dall’insufficienza mentale degli “studiosi” antifascisti (ordine mai documentato, ma fatto ambiguamente intuire nel 1944-46 dal generale Cesare Amée dal colonnello Santo Emanuele, già capi del SIM, il servizio segreto militare), non possiamo che rimandare all’apposito capitolo del nostro Sentimento del fascismo – Ambiguità esistenziale e coerenza poetica di Cesare Pavese, sostanzialmente basato sulla magistrale opera di Franco Bandini (il quale ne fa responsabili agenti staliniani, come era all’epoca opinione diffusa, riecheggiata anche da Pietro Pellicano; meno credibilmente, Franco Scalzo parla di un’alta personalità monarchica coinvolta in un torbido gioco di spionaggio e tradimento, spinta a recuperare documenti compromettenti giunti in mano a Carlo Rosselli; l’antifascista Franzinelli riecheggia la vulgata), del quale capitolo diamo le conclusioni:
“Il governo italiano, per quanto sempre violentemente attaccato dai fuoriusciti, mantiene tuttavia sempre, nei loro confronti, un atteggiamento di sostanziale distacco e sufficienza (è soprattutto il fatto dell’avere il Bandini reso incontestabile tale fatto, attraverso la documentazione addotta, che ha mandato letteralmente in “bestia” i critici antifascisti del suo libro). Che ora si voglia sostenere che Carlo Rosselli sia stato ucciso su ordine di Mussolini – in quanto potenziale “capo” di un potenziale governo instaurato dopo una potenziale vittoria, conseguenza di una potenziale rivoluzione in Italia guidata dai capi del fuoriuscitismo – ebbene, anche questa tesi il Bandini ha ormai spazzato nel cestino della malafede o dell’imbecillità storica: “E’ converrà fermarsi su questo punto, poiché è sempre stato dato per scontato che da Roma si guardasse ai “fuoriusciti”, specie quelli di GL, con apprensione, paura fisica e paura politica. Si è immaginata una guerra ai ferri corti, senza tregua, tenuta viva da Mussolini per lo spettro dell’”alternativa” al governo della nazione di persone o gruppi pronti a ghermire la successione “en cas de malheur”. Ma di questo stato d’animo, di questa angoscia politica non vi è alcuna traccia documentale, e neppure nei fatti: per lunghissimi anni nulla vien tentato contro Rosselli, né contro alcun personaggio eminente della concentrazione antifascista”.
“Benché essi siano letteralmente circondati, e anzi assediati fin dentro casa da un nugolo di spie dell’OVRA, non temono nulla da questa parte, perché sanno benissimo che il delitto politico a freddo non fa parte dei ferri del mestiere di Mussolini. Dal 1929 al 1937, per tutta la lunga esperienza in terra francese di Carlo, non un solo antifascista è stato aggredito, men che meno ucciso dagli agenti di Bocchino: è anzi vero il contrario, con una lunga lista di fascisti eliminati, di sedi consolari attaccate con bombe, e anche con molti attentati eseguiti o abortiti in Italia. Risposte organiche e pianificate da Roma non sono mai state date, e un fatto negativo verificabile per un così lungo periodo ha senza dubbio un preciso significato politico. L’assassinio di Matteotti, prima ancora che un delitto, è agli occhi di Mussolini un errore pressoché fatale: non permetterà mai più che, come del resto testimonia il diario di Ciano, almeno per la parte che se ne conosce, che una crisi politica interna, piccola o grande, venga risolta con la violenza” (…) “Per quanto a Roma si abbiano sospetti, ma anche prove, sulla costante presenza di Carlo Rosselli e di Alberto Tarchiani dietro parecchi attentati commessi in Italia, per quanto possano infastidire i raid aerei (propagandistici) su Roma e Milano (compiuti l’11 luglio 1930 e il 3 ottobre 1931, rispettivamente dal “prode Anselmo” – così il giovane fascista Guido Pallotta sulla Gazzetta del Popolo il 13 luglio 1930 – Giovanni Bassanesi e da Lauro De Bosis) e per quanto si conoscano benissimo i propositi oltranzisti di GL, pure nessuna ritorsione viene ordinata, nemmeno quella del mancato rinnovo del passaporto, che metterebbe i “nemici” in grave difficoltà. Le famiglie in Italia, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, sono libere di andare e venire, senza molestie e senza rimproveri. La madre dei Rosselli si reca al processo del giovane (anarchico Fernando) De Rosa, attentatore al principe Umberto (a Bruxelles, il 24 ottobre 1929, mentre rende omaggio al Milite Ignoto), e al ritorno nessuno la disturba per quella che è senza dubbio una precisa manifestazione politica (il “dibattimento si trasformò in apologia del tentato principicidio quale atto pedagogico di alto valore civile. Al processo, il 25-27 settembre 1930, De Rosa venne difeso da un collegio prestigioso: il socialdemocratico Paul Henri Spaak, De Bock e Soudan. Come testi “a discolpa” si presentarono l’ex presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, il socialista Filippo Turati, Gaetano Salvemini, il cattolico Francesco Luigi Ferrari e Marion Cave, moglie di Carlo Rosselli”, nota Aldo Alessandro Mola). Nello Rosselli va in Germania, in Francia, in Inghilterra, vi incontra in lunghi soggiorni il fratello Carlo e, naturalmente, persone e gruppi non proprio favorevoli al fascismo: eppure non ne ricava danni, non perché – come è stato detto – il “regime” si senta costretto ad usare con l’opposizione la mano leggera, ma per quella esattamente opposta. Mussolini guarda agli esuli, agli oppositori interni, con sprezzante indulgenza, disposto a tollerare – spesso con acre ironia – quelli che giudica inconcludenti maneggi”.
“Ancora nell’aprile 1937 (due mesi prima del duplice assassinio di Bagnoles-de-l’Orne) altamente significativi sono alcuni giudizi espressi ad Yvon de Begnac dal capo del fascismo, venendo a discorrere della recensione, stilata da Nello ed apparsa sull’autorevole Rivista storica italiana, del primo volume della sua biografia, opera dello stesso De Begnac: “Il ministro della cultura popolare mi ha segnalato il saggio di Nello Rosselli. Vi ha trattato bene: ed ha trattato ottimamente anche mio padre. Aggiunge qualcosa al vostro scritto. I riferimenti dei giornali rivoluzionari del tempo sono esatti. Credo si tratti di schede che egli poté utilizzare per il suo Mazzini e Bakunin. Ha ragione circa la somiglianza che corre tra il vostro scritto ed Il diavolo a Pontelungo di Bacchelli. Il raffronto inorgoglirà la vostra giovinezza. Tanto più se si pensa alla fonte da cui proviene. Rosselli è un antifascista dei più pedanti. Si distacca nettamente dal fratello carlo, il quale è in Francia, combatte contro i nostri soldati nelle file dei rossi e vorrebbe uno strano socialismo in cui né socialisti, né liberali sarebbero certamente contenti. Ha tentato di creare un’epopea sfuggendo – Lipari – a custodi incapaci”. Ben ha ragione quindi il Bandini nel definire “sprezzante indulgenza”, mista ad “acre ironia”, l’atteggiamento mussoliniano nei confronti dei fuorusciti: “Se questo è vero in generale, tanto più lo è per i due Rosselli, al cui mondo psicologico, culturale e sociale Mussolini guarda dall’alto di un profondo fossato classista, antiborghese per eccellenza. In più, è possibile rintracciare anche un’antipatia personale per quei “professori” – da Salvemini appunto ai Rosselli – nei quali Mussolini sembra fiutare una passionalità in forte contrasto con i doveri di serenità ed equità connessi col titolo. E questo si traduce in un non celato disprezzo per le loro figure morali e in una sottovalutazione delle loro opere”. Nullità, gli antifascisti, specie giellisti. Nullità, per quanto acri e pericolosi per il terrorismo praticato. Nullità politiche, nullità intellettuali, nullità morali”.
Del resto, ben aveva commentato a suo tempo Luigi Villari: “Un incidente che suscitò molto scalpore a suo tempo nella stampa è quello relativo al fu Carlo Rosselli. Ebreo italiano di sentimenti antifascisti, il Rosselli era intimamente legato coll’ora defunto capo socialista Filippo Turati. Qualche anno dopo l’avvento del Fascismo il Turati, che era vissuto indisturbato a Milano, si mise in testa che lo si voleva perseguitare, e sebbene tale idea fosse del tutto erronea, decise di espatriare senza passaporto, reato punibile in base alla vigente legge italiana. Ciò fece coll’aiuto del Rosselli, il quale si rese così complice di una azione illecita, e fu di conseguenza confinato a Lipari. Essendo persona facoltosa, vi acquistò una villa e vi fu frequentemente visitato dai suoi amici. Ma dopo pochi riuscì a evadere coll’aiuto della moglie di un noto deputato socialista belga, e si stabilì a Parigi, donde non si seppe nulla di lui fuorché per qualche lettera ai giornali. Scoppiata la guerra civile in Spagna, si recò in quel paese e fu investito del comando di una unità nelle Brigate Internazionali. Quali siano state le sue attività militari lo ignoro. Ma finì per mettersi in urto col Comando rosso, che egli accusava di aver trattato male la sua unità, composta a quel che pare di Anarchici; egli accusò pure le autorità rosse di aver ordito l’assassinio del suo amico Porf. Berneri, altro fuoruscito italiano. Il Rosselli, disgustato dalle sue esperienze in Spagna, tornò in Francia. Qui si incontrò col suo fratello Nello Rosselli, che fino ad allora era rimasto in Italia in buoni rapporti con le autorità; egli aveva infatti un insegnamento universitario ed era stato inviato a Londra con una borsa di studio per compiere delle ricerche al Record Office su certi episodi della storia del Risorgimento. Vi è ragione di credere che egli fosse venuto in Francia per trattare la conciliazione di suo fratello Carlo col Governo italiano, e che ambedue intendevano rimpatriare. Ma i comunisti e altri gruppi di sinistra furono informati di questo progetto; indignatissimi contro Carlo Rosselli per il suo atteggiamento sulle cose di Spagna, e inorriditi e preoccupati dell’idea che potesse fare delle compromettenti rivelazioni circa i Rossi spagnoli e i loro fautori stranieri, decisero di ‘liquidarlo’”.

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Il numero dei detenuti per qualunque motivo, politici e comuni, a metà degli anni Trenta si aggira annualmente nell’Italia fascista sui 35.000 (su quarantaquattro milioni di persone). Sessant’anni più tardi, nell’Italia democratica degli anni Novanta e detenuti si aggirano sui 50.000, chiudono il secolo in 53.000, sfiorano i 60.000 a fine 2005 (su cinquantasette milioni di persone). A prescindere da più ampi discorsi, ricordiamo poi che nel quindicennio 1969-1984 il Bel Paese viene infestato da 14.495 episodi di violenza politica che, a prescindere dai colpiti minori, fanno 1.033 feriti e 394 morti – di cui 151 in otto stragi i cui autori sono tuttora ignoti – dei quali 149 causati da formazioni comuniste e 26 da gruppi di “destra”; all’inizio degli anni Ottanta si aggirano poi sui 3.000 i detenuti politici sia di estrema destra che di estrema sinistra. Ricordiamo, per ultimo, che due secoli fa la Glorieuse, la Grande Révolution Faro per l’Avvenire, imprigionò in nemmeno due anni, dalla caduta della monarchia a quella di Robespierre, su una popolazione di 24 milioni di francesi, 300.000 persone, a Termidoro risultandone detenute ancora 70.000.
Quanto alle Cime Abissali sovietiche – il Grande Esperimento voluto ad oriente dagli ebrei dopo l’incistamento in occidente del Grande Esperimento puritano – i dati sugli uccisi e i detenuti nelle carceri, nei gulag e nelle carestie volute (di carestia come specifica arma usata dal comunismo contro i riottosi ben parlano Orlando Figes, l’ex comunista Stéphane Courtois e Martin Amis) del 1921-1922 e del 1932-1933 (quanto a tale carestia, scrive Aleksandr Solzenicyn, gli ucraini sono all’epoca convinti che “l’anno 1933 è la vendetta degli ebrei per (quanto fatto dall’ucraino) Chmelnickij (nella rivolta anti-polacca del 1648) non hanno ancor’oggi raggiunto una cifra definitiva, computandosi comunque in decine di milioni di “morti tragiche” (per usare un eufemismo tardo-sovietico). Per i ventiquattro anni di regime staliniano (1929-1953) l’ex comunista ed ebreo Roj Medvedev stima perdite di quindici milioni di persone; lo storico inglese Robert Conquest avanza per lo stesso periodo la cifra di venti milioni, peraltro “quasi certamente troppo bassa, e (che) richiederebbe forse di essere aumentata del cinquanta per cento o giù di lì”; il generale ex sovietico Dimitri Volgokonov ne dà ventuno e mezzo.
Per i settant’anni di bolscevismo diverse fonti ne riportano venticinque (forse escludendo i quindici del 1921-1922); Solzenicyn ne dà inizialmente quaranta e più tardi sessanta; Volgokonov una cifra parziale di trentaquattro e mezzo (tredici, dei quali uno perito nei campi o “giustiziato”, addebitabili al magnanimo Lenin 1918-1921 e ventuno e mezzo al padre-dei-popoli Stalin 1929-1953); l’ebreo russo Edvard Radzinsky ventotto milioni da parte del solo Stalin; lo storico ebreo americano Louis Begley nato Ludvig Begleiter dà oltre trenta milioni: oltre ai morti nell’Arcipelago Gulag fino al crollo del “Socialismo Reale”, dieci milioni durante la rivoluzione bolscevica e la guerra civile, venti milioni durante la collettivizzazione forzata e il terrore politico tra il 1922 e il giugno 1941; lo storico tedesco Werner Maser ne dà circa quarantatré per il solo Stalin;
Sempre Medvedev offre all’inizio trenta milioni globali, poi corretti in crescendo a quaranta e a circa cinquanta nel novembre 1988 sul settimanale Moskovskie Novosti; sempre Medeved dettaglia, su Argumenty i fakty del febbraio 1989: sette milioni di morti o assassinati nella collettivizzazione delle terre, un milione di uccisi nella lotta ai “nemici di classe” a metà degli anni Trenta (su Europe-Asia Studies vol. 48/6, per gli anni 1930-1936 Steven Rosefielde dà 8,8 milioni per le persecuzioni nazionali, sociali e religiose, e 1,2 milioni di eliminati diretti nelle Piccole Purghe), dai 5 ai 7 milioni tra sparati e gulaghizzati nel 1937-1938, 5 milioni di trasferimenti forzati durante la guerra, 2 o 3 milioni giustiziati dopo la legge del 1940 per le infrazioni alla disciplina sul lavoro (quanto al milione e settecentomila detenuti del Gulag impiegati nella guerra per costruire armamenti e ferrovie, l’ebreo inglese Simon Sebag-Montefiore dà 930.000 deceduti, aggiungendo che “nel 1943 il capo dell’NKVD Berija eseguì 931.544 arresti nei territori liberati”), 10-12 milioni di colpiti da provvedimenti repressivi per collaborazionismo, un milione di arresti per motivi politici nel 1946-1953, e il tutto senza conteggiare le perdite dovute alle carestie e alle epidemie dei primi anni Venti e Trenta;
di cinquanta milioni di morti scrive Zbignew Brzezinski nel 1989 in The Grand Failure – The Birth and Death of Communism in the 20th Century; il professor Igor Bestuchev su Nedelja, supplemento della Izvestija del 2 aprile 1988, dà cinquanta milioni di perdite globali; l’ebreo Arkadij Vaksberg, cinquanta fatte dal solo Stalin (di cinquanta dovute alla globale esperienza bolscevica parla nel dicembre 1995 un manifesto del Partito Liberale russo); il sociologo Manuel Castells, docente alla Università di Madrid in collaborazione coi docenti moscoviti Shkaratan e Kolomiets, le valuta in cinquantasei dal 1917 al 1945; “oltre sessanta” in sessant’anni li dice Avraham Sifrin, già ufficiale rotar mista, in Israele dal 1970; di sessantuno virgola nove milioni di morti in settant’anni scrive nel 1996 Rudolf Rummel dell’Università di Hawaii, in Lethal Politics – Soviet Genocide and Mass Murders since 1917; il docente di Statistica Ivan Kurganov nel saggio “La questione russa alla fine del XX secolo” uscito sul n. 7/1994 di Novij Mir, la “russa” Evgenija Albaz e altri autori ne danno sessantasei dal 1917 al 1959; lo storico W. W. Isajev sessantasei milioni e ottocentodiciottomila, sul n. 63/1996 del san pietroburghese Nasche Otetschestvo; Antonov Ovseenko jr sessantasette fino al 22 giugno 1941; il quotidiano moscovita Moskovskij Komsomolets del 24 novembre 1995 settanta milioni per i settan’anni di bolscevismo; il settimanale israeliano in lingua tedesca Israele Nachrichten del 10 settembre 1992, decisamente esagerando, addirittura cento milioni.
In una delle opere più recenti sulla questione Joachim Hoffman, tedesco del Militargeschichtliches Forschungsamt “Ufficio storico militare di ricerca”, scrive, con lo storico ucraino Carynnyk, che “l’Unione Sovietica è disseminata di oltre 100.000 fosse comuni, non contrassegnate da alcun segno indicatore. L’intero paese riposa su ossa umane”. Quali che siano le cifre reali, indubbiamente incerte fino a che non usciranno dagli archivi tutti i documenti segreti sopravvissuti, ma altrettanto indubbiamente nell’ordine di decine di milioni di morti “ideologici” (per fissare una cifra minima “ragionevole”, teniamoci fermi a quaranta milioni, dei quali due quinti addebitati al leninismo e i tre quinti allo stalinismo), si tratta di un vero e proprio genocidio – anche se il democratico francese Yves Ternon non lo qualificherebbe come tale sulla base della definizione sua e di Lemkiniana/onusica memoria – una catastrofe demografica senza precedenti non solo per la storia russa ma, a prescindere dal comunismo cinese, in quella dell’intera umanità in tutta la sua storia.
Infine, per tornare all’Italia, anche se i dati sono ancor’oggi frammentari per gli ostacoli frapposti alla ricerca dagli epigoni del togliattismo, istruttivo è non solo il confronto con le vittime fatte in quattro giorni a fine luglio 1943 dal governo Badoglio (tra fascisti e antifascisti, 1.200 morti sotto il piombo delle truppe adibite all’”ordine pubblico”), ma soprattutto anche un altro col bolscevismo, concernente i comunisti italiani vittime dello stalinismo. Seicento sono i comunisti, con qualche socialista ed anarchico che, spesso coi familiari, fuggono alla “repressione” fascista, in maggioranza nel 1928-1932, riparando nel Radioso Avvenire per costruire, con gli italiani colà presenti, il Socialismo-In-Un-Solo-Paese. In sei anni vengono processati mille di tali volonterosi (su una comunità di quattromila persone) e più o meno direttamente ne vengono liquidati duecento quali “deviazionisti”, “bordighisti”, “spie” e “trotzkisti”, spesso con l’alacre collaborazione dei togliattiani.
A parte sporadiche anticipazioni alla fine degli anni Settanta, è solo nell’ottobre 2000 che viene conosciuto il destino di alcuni di loro. Scrive Fabrizio Dragosei: “Furono centinaia gli italiani che finirono nel tritacarne delle repressioni, comunisti fuorusciti sotto il fascismo e loro parenti. Almeno una decina sono sepolti a Kommunarka (alla periferia meridionale di Mosca, ove vengono scoperte fosse con 6.500 cadaveri del 1937-1941). Lino Manservigi, operaio della FIAT di origini ferraresi, che lavora in una fabbrica di Mosca, nel dicembre del 1937 venne prelevato dalla polizia politica. Si sapeva che era poi morto in un lager. Invece i documenti dell’NKVD ci dicono che il 14 marzo del 1938 venne fucilato e gettato in una fossa comune di Kommunarka. Stessa fine per Renato Cerquetti, un cartografo, fucilato il 10 febbraio dello stesso anno. Dalle carte emergono altri nomi, di cui si sa poco: Severino Lotti, musicista fucilato il 2 aprile del 1938; Aldo Torre, milanese, tecnico cinematografico, ucciso lo stesso giorno di Manservigi e di un romano, Marco Visconti, esperto di riprese aeree. Poi Elena Ferrari, figlia di italiani ma cittadina sovietica, capitano dell’NKVD. Tutti uccisi con un colpo di pistola o di mitragliatrice, in questo bosco di betulle”.
Oltre agli interpreti e agli impiegati russi del Komintern, sono migliaia i comunisti stranieri – l’intero PC polacco e i capi soprattutto jugoslavi e tedeschi – vittime della ezovscina (sparati, massacrati a bastonate sotto le coperte per ridurne l’eco, come molti inquilini dell’Hotel Lux, sterminati da sicari in Spagna o assassinati alla Poreckij, Krivickij, fratelli Rosselli, Raskolnikov, Rein, Munzenberg, tresca, etc). Ne basti la testimonianza del romano Dante Corneli che, fuoruscito nel Paradiso dei Lavoratori, nel 1936 viene condannato per trotzkismo a cinque anni nelle miniere di carbone di Vorkuta: “Un morto, lassù, era meno di nulla. Fra il 1937 e il 1938 le autorità isolarono, infatti, 1.015 ‘ortodossi’, cioè intellettuali, vecchi bolscevichi, trotzkisti e oppositori del regime; pian piano, a turno, li assassinarono, con la tecnica del colpo alla nuca” (trasferito in esilio a vita ad Igarka invece di essere posto in libertà allo scadere della pena, Corneli viene liberato solo nel 1953, morto il Padre dei Popoli).
Ne basti un commento, peraltro ancora ultra-riduttivo, di Arnold Roller sull’anarchico italo-americano Il Martello del 4 luglio 1938, titolo La Patria dei Lavoratori, Paradiso dei Parassiti, che non solo denuncia lo sterminio di milioni di oppositori della collettivizzazione delle terre, ma critica a tutte lettere quel paese nel quale “vennero sterminati più socialisti e comunisti da Stalin in un anno che da Hitler e Mussolini durante tutti gli anni che sono stati al potere, dove vi sono più prigionieri politici che in tutti gli altri paesi del mondo posti assieme, dove è stata introdotta la schiavitù sotto forma di lavoro forzato contro quelli che non incontrano il favore dei leaders locali del partito”.
Gustosamente – ci si perdoni il comprensibile cinismo – nell’autunno del 1937 duecento trotzkisti internati a Magadan, capitale della Kolyma, attuano lo sciopero della fame per ottenere lo status di prigionieri politici, denunciando i “boia-gangster” e il “fascismo di Stalin, molto peggiore di quello di Hitler”: l’11 ottobre vengono tutti condannati a morte, 74 sparati nei giorni 26 e 27 ottobre e 4 novembre, i restanti nei mesi seguenti.
Ben conclude, anche contro individui quali l’ebreo Edward Tannerbaum docente di Storia Contemporanea a New York (“Per quanto mi riguarda, il fascismo mi è sempre apparso come una cosa terribile, tanto che quasi ogni altro tipo di regime potrebbe essergli preferibile, e considero quegli italiani che lo combatterono, in esilio o in patria, i veri eroi degli anni di Mussolini”), il russo Anatolij Ivanov: “Da noi la parola ‘fascismo’ ci richiama al terrore di massa. Ma Walter Laqueur (…) scrive al proposito: “Nell’Italia fascista furono giustiziati, in vent’anni, venti ‘nemici dello Stato’, dei quali alcuni implicati in veri e propri atti di terrorismo”. Noi, abituati a contare in milioni le cifre delle vittime, stentiamo a crederci. Venti uomini in tutto in vent’anni? E lo si chiama fascismo? Ma questo è un qualche liberismo, non il fascismo! E in effetti lo è. E tuttavia è anche il vero fascismo italiano. Quella cosa, il cui nome tutti ci terrorizza”.

Gianantonio Valli

da L’UOMO LIBERO numero 66 anno XXIX

http://www.italiasociale.net/storia07/storia010609-1.html

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