Julius Evola – Il maestro che non ebbe discepoli


TRA AVANGUARDIA E TRADIZIONE .

“ Vi era una certa antitesi fra le due predisposizioni. Mentre l’impulso alla trascendenza ingenerava un senso di estraneità per la realtà e quasi il desiderio di una liberazione o di un’evasione, non esente da sfaldamenti mistici, la disposizione del KSHATRIYA mi portava all’azione, all’affermazione libera centrata sull’Io. Può darsi che il contemperare le due tendenze sia stato il compito, esistenziale, fondamentale di tutta la mia vita. Assolverlo, ed evitarlo, mi è stato possibile nel punto in cui giunsi ad assumere l’essenza dell’uno e dell’altro impulso su di un piano superiore. Nel campo delle idee, la loro sintesi sta alla base della formulazione precipua, da me, data nell’ultimo periodo della mia attività, al TRADIZIONALISMO, in opposto a quella più intellettualistica ed orientaleggiante della corrente facente capo a RENE’ GUENON”. Queste parole, poste all’inizio de IL CAMMINO DEL CINABRO, considerato come una guida attraverso i suoi scritti e le sue idee, vera e propria autobiografia spirituale, inquadrano esattamente la figura di Julius Evola, un autore relegato, dal conformismo ufficiale, ai margini della cultura italiana contemporanea di cui, soltanto da poco, si parla un po’ oggettivamente. Ciò, perché Evola è il maggior outsider della nostra civiltà intellettuale, nel senso più realistico del termine. Era proprio “un fuori luogo” “In genere, occorre considerare il fatto che ho dovuto aprirmi la via da solo. – Non ho avuto l’aiuto inapprezzabile di cui, in altri tempi ed in un diverso ambiente, poté usufruire, nello svolgere un’analoga attività che, fin da principio, era direttamente collegato ad una tradizione viva. – Quasi, come un disperso, ho dovuto cercare di riconnettermi, con i miei soli mezzi, ad un esercito allontanatosi, spesso, attraversando terre infide e perigliose; un certo collegamento positivo essendosi stabilito solo a partire da un dato periodo. Nella sua parte essenziale e valida, ciò che ho sentito di dovere esprimere appartiene ad un mondo diverso da quello in cui mi sono trovato a vivere. – In un primo momento, a guidarmi è stato solo un orientamento congenito : la chiarificazione e la precisazione delle idee e degli scopi sono venute, successivamente, con l’ampliarsi delle mie esperienze e delle mie conoscenze” (Il Cammino del Cinabro). Chi, in Italia e prima di Evola, aveva mai parlato di TRADIZIONE? E, poi, di quale Tradizione? – Tuttalpiù ci si rifaceva ad una TRADIZIONE RISORGIMENTALE. Chi mai, prima di Evola, aveva tentato di dare una visione complessiva di una storia morfologica dell’umanità, avendone, come prospettiva , la decadenza, l’involuzione, in un mondo, già all’inizio del secolo, affascinato dall’evoluzionismo darwinista? – Chi mai aveva cercato, su tutti i piani, dall’artistico al filosofico, dal religioso al politico, dall’esistenziale al sessuale, di dare un’interpretazione di tipo “spirituale”, complessiva ed articolata, spinta verso l’ALTO, in cui si fondessero un atteggiamento contemplativo ed uno attivo, il desiderio di allontanarsi da un mondo in cui ci si sentiva estranei e l’intenzione di esserne parte attiva per cambiarlo? Nessuno, credo. Si può dire che questa figura di pittore e teorico della magia, editore di riviste ed alpinista, uomo di mondo ed esploratore delle più antiche tradizioni, appassionato di ricerche bibliografiche e frequentatore di salotti della nobiltà, esponente di un “SUPERFASCISMO” ideale e di una teoria della “RAZZA” su tre livelli, propugnatore dell’ “INDIVIDUO ASSOLUTO e del “CAVALCARE LA TIGRE” nel mondo moderno, di instancabile viaggiatore nelle capitali europee, tra le due guerre, e di “MAESTRO”, di autore di poesie dada e di violente polemiche giornalistiche, abbia costituito un evento unico, nella cultura italiana e, quindi, praticamente impossibile da sistemare nel casellario di tanti critici ed intellettuali abituati a pensare secondo schemi prefissati. Chi non rientra in questi schemi non esiste. Per quanto si possa cercare tra i nomi degli intellettuali ritenuti autorevoli e famosi, su vari piani culturali, nessuno è stato, al contempo, uomo di pensiero e di azione come lo è stato Julius Evola. Soprattutto un pensiero ed un’azione che hanno avuto come punto di riferimento una Tradizione di cui egli si considerava portatore nell’ ”ITALIA DEL NOVECENTO”. Il barone, GIULIO CESARE ANDREA EVOLA, nacque a Roma, il 10 maggio 1898, da una famiglia di origini siciliane. Nei suoi primi scritti, poetici e teorici, assunse lo pseudonimo di “JULIUS”, che si voleva rifare sia alla cultura francese sia alla Roma classica, e si firmava con il monogramma “J”. Le sue iniziali “JE”, in francese, infatti, si traducono “Io”… Fu sedotto dalla cultura, più contestataria degli Anni Dieci: Marinetti ed il Futurismo, Papini e LACERBA, Tzara ed il Dadaismo, e, dalla filosofia più spregiudicata dell’epoca : Nietzsche, Weininger Michelstaedter e Stirner. A 19 anni partecipò alla prima guerra mondiale, come ufficiale d’artiglieria e, già allora, riteneva positiva la struttura politico-costituzionale degli IMPERI CENTRALI, quindi, la sua non fu una scelta “nazionalistica”, ma, non vi si sottrasse poiché considerava la “guerra” un’esperienza che andava fatta, un cimento personale. Militare, cominciò a scrivere la sua opera filosofica conclusa nel 1924 : “TEORIA E FENOMENOLOGIA DELL’INDIVIDUO ASSOLUTO” apparsa, in due volumi, nel 1927 e nel 1930 presso Bocca. Proponendo l’ “IDEALISMO MAGICO”, Evola, tentava un superamento della dualità “IO non IO” e dell’idealismo classico di CROCE e GENTILE con i quali fu in polemica ma, anche, in contatto epistolare. Nel pensiero evoliano c’era una chiara influenza della filosofia orientale, quella dei TANTRA, conosciuta attraverso i libri di Sir JOHN WOODDROFFE, che si firmava “ARTHUR AVALON” con il quale fu in contatto epistolare e le cui idee divulgò con “L’UOMO COME POTENZA” (Atanòr, 1926). Dal 1917 al 1921, il giovane Evola fu molto attivo nel campo poetico ed artistico; Futurismo e Dadaismo gli apparvero come una possibilità di opporsi al conformismo ed al moralismo della borghesia; cercava di stupire ed accadeva che si presentasse, nei salotti della Capitale, con le unghie laccate, secondo i canoni dello stile dada… Aveva grande successo con le donne e fu al centro di un mondo esoterico-mondano, come ci narra SIBILLA ALERAMO nel romanzo “AMO DUNQUE SONO” (Mondadori, 1927) in cui lui, Giulio Parise ed altri sono descritti con pseudonimi. Partecipò a mostre ed a … polemiche. Viene, oggi, considerato il massimo, e forse unico, vero esponente di Dada in Italia. Quelli, dal 1923 al 1939, furono gli anni in cui iniziarono le frequentazioni di ambienti occultistici, spiritualistici ed esoterici ai quali giunse, forse, tramite la conoscenza di personalità quali GIOVANNI COLAZZA, ARTURO REGHINI, GIULIO PARISE, EMILIO SERVADIO, ANICETO DEL MASSA, ARTURO ONOFRI e GIROLAMO COMI, tutti artisti dada o futuristici. Fra teosofi e kremmerziani, pitagorici ed antroposofi, Evola, scelse la sua via personale e respinse le posizioni che non ritenne possibile condividere; come l’arte e la Tradizione, qui, la magia e ribellione contro il mondo. Collaborò ad ULTRA, BILYCHNIS, IGNIS ed ATANOR; fondò e diresse i fascicoli mensili di Ur (1927-28) e, nel 1929, a causa di una scissione nel gruppo diede vita a Krur. Una risistemazione di quelle esperienze, uniche nel loro genere, è riunita in “INTRODUZIONE ALLA MAGIA” (Bocca, 1955 – Ed. Mediteranee 1971). Magia, “quale scienza dell’Io”, apertura verso l’alto non priva di pericoli, un tentativo di mutare “status interiore” ricorrendo a teorie sia occidentali che orientali. Il che, dagli Anni Trenta agli Anni Sessanta, venne sempre rimproverato ad Evola, tanto che veniva definito “il MAGICO BARONE”, e tanto malignamente che gli fu affibbiata la nomea di portare male… questa è l’Italia che pretende di essere concreta e positiva… L’attività di Evola ebbe una svolta all’inizio degli anni Trenta: da un lato iniziarono le esplorazioni del “MONDO DELLA TRADIZIONE”, dall’altro aumentarono gli interventi nel dibattito culturale. La TORRE uscì, in dieci fascicoli, dal febbraio al giugno 1930 e si fregiava del sottotitolo : “FOGLIO DI ESPRESSIONI VARIE E DI TRADIZIONE UNA”. Scriveva Evola : “… del fascismo accettiamo quel che si collega alla Tradizione e ne proponiamo il superamento, un andare oltre verso una specie di superfascismo…” Evola non aveva affatto una buona fama, infatti, due anni prima, erano scoppiate polemiche molto accese intorno al suo “IMPERIALISMO PAGANO” (Atanòr, 1928), fortemente critico nei confronti del Cristianesimo, e, nel quale metteva in guardia il regime dal cadere nelle mani della religione dominante. Questo, alla vigilia del Concordato, non sembrò molto opportuno. L’esuberante autore non poté essere difeso nemmeno da GIUSEPPE BOTTAI, suo commilitone, e, che aveva pubblicato gli articoli originali sulle pagine di “CRITICA FASCISTA” dallo stesso diretta. Il libro lo mise in contrasto con Arturo Reghini, che aveva già usato lo stesso titolo del libro in un articolo di anni prima – da ciò derivò anche la crisi di Ur. Sulle pagine de “La Torre” c’era il nucleo originale dei libri che Evola pubblicò, successivamente, presso Laterza per interessamento, sorprenderà, di BENEDETTO CROCE, testi che indagavano nel mondo dei simboli primordiali e dell’esoterismo LA TRADIZIONE ERMETICA (1931), IL MISTERO DEL GRAAL (1937), mentre una netta posizione critica nei confronti delle correnti pseudo-spirituali dell’epoca, che sono quelle tuttora imperversanti, uscì, presso Bocca, nel 1932: MASCHERA E VOLTO DELLO SPIRITUALISMO CONTEMPORANEO. Attività intensa, varia ed anticonformista, le collaborazioni giornalistiche ed i saggi su riviste di studio erano spesso una critica “dall’interno” del fascismo in nome di una visione del mondo superiore e “tradizionale” con lo scopo di “rettificare” quelle che Evola riteneva storture ideologiche e culturali. Si pensi alla polemica sulla “romanità” che ebbe con gli storici ufficiali, per far valere una concezione spirituale ed esistenziale del simbolo di Roma che andava per la maggiore, o, la costante critica all’idealismo gentiliano ed alla filosofia dello “Stato etico”, o, il tentativo di imporre un’interpretazione corretta dell’idea di ”razza”, in netta contrapposizione al biologismo di ALFRED ROSEMBERG e dei suoi seguaci italiani. L’opera più impegnativa del suo enorme repertorio “RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO”, uscì nel 1934 presso Hoepli dopo che venne, invano, proposta a Laterza; si tratta di un’opposizione attiva alla “contemporaneità” in nome di una Weltanschauung antiprogressista ed antimaterialista. L’opera rientra in quella “letteratura della crisi” così tipica del periodo interbellico, ma, è assai diversa da quelle di SPENGLER, BENDA, HUIZINGA, MASSIS, KEYSERLING e GUENON. Tratta una sorta di storia della decadenza della civiltà seguendo lo schema dedotto dalla teoria delle quattro età, comune ad Oriente ed ad Occidente, ricostruendo, in termini propositivi “il mondo della Tradizione” ed, in termini critici “il mondo moderno”. Nonostante la giovane età – 36 anni – resta la sua opera principale che perdurerà, sostanzialmente immutata, nei successivi quaranta anni. L’eco, nella cultura ufficiale italiana, allora ed in seguito, non fu certo larghissima.

TRA LE ROVINE

La posizione di Evola, all’interno della cultura fascista, era eterodossa, e, pur scrivendo su giornali ufficiosi come “Il Corriere Padano” di Italo Balbo ed “Il Regime Fascista” di Roberto Farinacci, sul quale curò, tra il 1934 ed il 1943, una pagina speciale intitolata “DIORAMA FILOSOFICO” dove invitò esponenti tradizionalisti di tutta Europa, e su mensili come “LA VITA ITALIANA” e “LO STATO”. Su queste testate sviluppava le proprie idee comprese quelle sulle diversità di razza e sulla tripartizione : “CORPO, ANIMA, SPIRITO”. Nè ricavò l’ostilità degli ambiente ufficiali tedeschi e, dopo il 1938, italiani, come, oggi, rivelano documenti segreti del Ministero degli Esteri del Reich e della Ahnenerbe riportati recentemente alla luce. Pubblicò, quindi, IL MITO DEL SANGUE (Hoepli, 1937) e SINTESI DELLA DOTTRINA DELLA RAZZA (Hoepli, 1941), entrambi accolti criticamente, anche se Mussolini, dopo aver letto il secondo, ne convocò l’autore a Palazzo Venezia, nel settembre 1941, dicendogli : “E’ il libro che ci occorreva!” L’idea che lo spirito informasse di se il corpo e che fosse quello l’elemento essenziale e distintivo che differenziava una stirpe dall’altra, è la logica conseguenza dell’idea che Evola aveva dell’essere umano e delle forze che spingevano, dall’interno, le diverse culture umane. Nonostante la decadenza inevitabile, dovuta ai cicli temporanei, i popoli potevano tentare di opporsi ad essa risuscitando simboli tradizionali, basandosi su determinati miti, come spinta propulsiva, per un sussulto d’orgoglio e di dignità, per fare, come collettività e come singoli, quel che doveva essere fatto in quel dato momento storico, indipendentemente dalle possibili conclusioni positive. E’ la regola dell’ ”IMPERSONALITÀ’ ATTIVA”, fatta propria da Evola. In piena guerra, chiese di andare volontario al fronte, ma, gli fu opposto rifiuto perché non iscritto al Partito Nazionale Fascista. Nel 1943 uscì, presso Laterza, “LA DOTTRINA DEL RISVEGLIO”, un saggio sull’ascesi buddhista, in cui si presentava la vocazione attiva e guerriera di un buddhismo dalle origini tutt’altro che “pacifiste”. Se si vuole un contributo per la fortificazione interiore di una Nazione in lotta, sarebbe opportuno averne profonda conoscenza. L’8 settembre lo sorprese a Roma, si avviò verso il Nord, per non essere arrestato e, fu uno dei pochi ad accogliere Mussolini nel quartiere generale di Hitler, dopo la liberazione dal Gran Sasso. Per l’occasione, le firme dei presenti vennero apposte sulla carta che avvolgeva una scatola di sigari, una cui riproduzione è stata anche pubblicata negli Anni Cinquanta. Incaricato di missioni speciali, sia a Roma che a Vienna, qui, si trovò coinvolto, per strada, in un bombardamento poco prima dell’arrivo dei russi nella Capitale austriaca, il 6 aprile 1945. Venne sbalzato da uno spostamento d’aria. “A dire il vero – spiega nel Cammino del Cinabro – il fatto non fu privo di relazione con la norma, da me già da tempo seguita, di non schivare, anzi, di cercare i pericoli, nel senso di un tacito interrogare la sorte”. Una lesione al midollo spinale provocò una irrimediabile paresi agli arti inferiori. Svegliandosi, la prima cosa che chiese fu che fine avesse fatto il suo monocolo… L’alpinista, il nomade d’Europa, l’uomo di società si trovò bloccato in un letto d’ospedale a Vienna; nel 1948, grazie alla Croce Rossa Internazionale, venne trasferito a Bologna. Nel 1950, rientrò nella sua casa di Roma. “Quei cinque anni furono “tempo d’arresto” anche se “nulla cambiava”, tutto si riduceva ad un impedimento puramente fisico che, a parte i fastidi pratici e certe limitazioni di vita profana, poco mi toccava, la mia vita e la mia attività spirituale ed intellettuale non essendone, in alcun modo, pregiudicate o modificate”. Non solo rientrò in contatto con vecchi amici che lo aiutarono da lontano, anche materialmente, come Girolamo Comi e Massimo Scaligero, ma rivide ed adattò un’antologia di scritti di J.J.Bachofen già approntata agli inizi degli anni Trenta. (LE MADRI E LA VIRILITÀ’ OLIMPICA, Bocca, 1949), risistemò il materiale di Ur e Krur che uscirà, poi come INTRODUZIONE ALLA MAGIA QUALE SCIENZA DELL’IO, in tre volumi (Bocca, 1955-56), riscrisse ex novo, tanto da farne un’opera diversa, il giovanile libro sui TANTRA che divenne LO YOGA DELLA POTENZA (Bocca, 1949), rivide LA RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO (Bocca 1951), rivide anche LA TEORIA DELL’INDIVIDUO ASSOLUTO che sarebbe uscita solo nel 1973 presso le Edizioni Mediterranee, effettuò parecchie traduzioni che offrì a vari editori, tra cui Laterza, che non videro mai la luce, probabilmente, per pregiudizi “politici” sul suo nome. Evola scrisse a Girolamo Comi, il 20 aprile 1948, che si era ritrovato in un “mondo di rovine”, sia materiali che spirituali. Che fare se non tentare di riuscire a restare in piedi tra di esse? Di fronte ad una decadenza del mondo moderno, precipitosa ed inarrestabile, ecco la necessità di fornire armi intellettuali, spirituali e metodologiche per affrontare una nuova fase di civiltà. Si spiegano così i motivi per cui venne riscritto Lo Yoga e vennero riproposte le teorie di Bachofen e di Ur-Krur. I Tantra venivano visti, da Evola, come una delle poche dottrine utili per affrontare il Kali yuga, l’età ultima. E’ comprensibile che partendo dagli “undici punti di “ORIENTAMENTI”, venissero sviluppati dei saggi, di maggiore ampiezza, che fornissero gli strumenti per restare se stessi in quel “mondo di rovine”. Evola mise mano, quasi contemporaneamente, a due libri tra loro complementari : il primo era una specie di manuale per chi volesse affrontare la lotta politica, s’intitolò, appunto, GLI UOMINI E LE ROVINE (Ed. dell’Ascia, 1953); il secondo che proponeva “una serie di comportamenti, per un tipo umano differenziato, in un’epoca in dissoluzione, apparve, otto anni dopo, come CAVALCARE LA TIGRE (Scheiwiller,1961), titolo che richiama il detto orientale : “CAVALCA LA MODERNITÀ’ SENZA PARTI SBALZARE AL SUOLO, ASSORBI I VELENI TRASFORMANDOLI IN FARMACI, AFFRONTA I MALI E LE BRUTTURE SENZA CONTAMINARTI E SENZA CHIUDERTI IN UNA TORRE D’AVORIO”. Con METAFISICA DEL SESSO (Atanòr, 1958) si completa una trilogia ideale di tipo esistenziale; vi si danno gli stessi insegnamenti sul piano dell’eros interpretato in un modo “tradizionale”, come la “più grande forza magica del mondo”, indicando la strada necessaria per non farsene travolgere e, totalmente, condizionare, in una società che stava facendo già il suo fine ultimo, e, per elevarlo di livello in modo che anch’esso costituisse una via verso la conoscenza e non uno strumento di abbrutimento. Nella sua abitazione romana, di Corso Vittorio Emanuele 197, dove viveva in affitto e sopravviveva con la sua pensione di invalido di guerra, Evola, traduceva libri, scriveva articoli e saggi, riceveva amici giovani e vecchi, curiosi della sua attività che l’intelighenthia italiana continuava, praticamente, ad ignorare od a respingere a priori, accoglieva tutti fra il serio ed il faceto, inforcava il monocolo, faceva dell’ironia su se stesso e su quelli che definiva gli “evolomani”, cioè, gli acritici seguaci delle sue dottrine. Riscoperto, come unico vero esponente del Dadaismo italiano, da ENRICO CRISPOLTI, nel 1963, in quello stesso anno, oltre al citato “Cammino del Cinabro”, aveva visto ristampare da Scheiwiller il suo primo poemetto in francese LA PAROLE OBSCURE DU PAYSAGE INTERIEUR, mentre nel 1964, da Volpe, sarebbe uscito un saggio interpretativo su IL FASCISMO, in seguito, ampliato ed intitolato : IL FASCISMO VISTO DA DESTRA. Si giunge al fatidico sessantotto, con l’esplosione della “contestazione globale” anche nelle università italiane. In quell’anno apparve la raccolta di saggi L’ARCO E LA CLAVA (Scheiwiller), mentre l’anno prima era uscita la nuova edizione de “Gli uomini e le rovine”. Evola compiva giusto 70 anni ed alcuni articoli ed un libricino di ADRIANO ROMUALDI ne presentarono, per la prima volta, criticamente, il pensiero. Di fatto il nome di Evola si affiancò, non volendo, a quello di Marcuse, anche se la stampa se ne accorse ben poco ma, la pubblicazione o ripubblicazione, sin dal 1973, di una dozzina di sue opere sta a confermare il favore che ebbe presso i giovani di varie tendenza. – Non era mai accaduto. Ovviamente le sue idee erano assai diverse da quelle del filosofo tedesco-americano che, alla fine, cadde anch’egli sotto gli strali di coloro che si erano abbeverati alle sue teorie. La “contestazione” di Evola era, infatti, assai più profonda ed andava alle radici dal mondo moderno da cui erano nati sia capitalismo che comunismo. Se lo spirito era forte e combattivo, lo stesso non si poteva dire del corpo; Evola venne colpito da scompenso cardiaco proprio nel 1968 e nel 1970; si trattava di una situazione endemica che comportava difficoltà respiratorie ed epatiche. Dalla metà del 1973 e dall’inizio del 1974, la situazione fisica generale iniziò a peggiorare; perdeva, a poco a poco, le forze, il corpo s’indeboliva, contraeva banali infezioni, soffriva di astenia, mangiava poco e malvolentieri. Era sempre più consapevole che il fisico non lo sorreggeva più. Considerava compiuta la sua missione ed affermava : “Ho detto tutto. Basta sapermi leggere”. Verso la fine del maggio 1974 era sempre più debole, e, Martedì 11 giugno, nel primo pomeriggio, Evola, sentendo approssimarsi la fine, si fece vestire e portare alla sua scrivania di fronte alla finestra : la fece aprire. Da essa si vede il palazzo della Cancelleria e s’intravede il Gianicolo. Reclinò il capo e non si mosse più. Così lo trovò il suo medico : “colpito da collasso”. (Cfr. TESTIMONIANZE SU EVOLA, Ed. Mediterranee, 1985, pag. 367). Secondo le volontà espresse, nel testamento olografico del 30 gennaio 1970, venne cremato, il 10 luglio successivo, a Spoleto e le ceneri furono consegnate alla guida alpina EUGENIO DAVID, suo compagno di scalate negli anni Trenta, e sepolte nella crepa di un ghiacciaio sul Monte Rosa. Un simbolismo che è inutile commentare. Julius Evola è stato definito : “IL MAESTRO CHE NON AVEVA DISCEPOLI”. E’ esatto. – Ripudiava una scolastica evoliana ed ammonì sempre di proseguire ed avanzare nella strada tracciata che si diramava secondo innumerevoli linee di ricerca . “Mondo delle origini, sapere primordiale, mito e simbolo, scontro fra diverse visioni del mondo, reinterpretazione della storia, critica delle degenerazioni spirituali, rivalutazione di tutto quanto il materialismo ha degradato, corazzatura dell’Io rispetto al mondo in decadenza in cui si è costretti a vivere, ritorno ad un senso della vita dimenticato, interpretazione di avvenimenti materiali e spirituali alla luce di valori superiori e perenni, utilizzazione del metodo interpretativo simbolico tradizionale nei settori più vari, valorizzazione di idee e di autori messi al bando dalla cultura ufficiale, indicazioni di filosofia di vita e di scelte spirituali, resistenza nei confronti di falsi idoli, l’esigenza di essere persona in una società massificata, l’impersonalità attiva come metodo costante in una cultura mercificata, consapevolezza che in un mondo senza vere patrie soltanto un’idea comune è il termine di collegamento…”. Solo per citare alcuni punti fermi, cui se ne potrebbero aggiungere molti altri che, con il passare del tempo, via via emergono. A trentanni dalla sua scomparsa ci rendiamo conto che Julius Evola ci ha indicato molteplici direzioni, seguendo le quali si può giungere sicuramente ad una modifica di “Status interiore” per il semplice motivo che esse sono tutte in opposizione con i valori culturali, intellettuali e spirituali che ci circondano. E’ l’unico pensatore del Novecento italiano che, con la sua opera complessiva, si pone su questo piano. Unico nel suo genere, il pensiero di Evola è stato facilmente equivocato in buona fede e, di regola, male interpretato, in cattiva fede. Forse, mentre assistiamo al cadere di numerosi pregiudizi che hanno caratterizzato la monocultura italiana dell’ultimo mezzo secolo, possiamo sperare in una più giusta interpretazione della sua visione del mondo.

VENT’ANNI DOPO
In quasi 60 anni di attività culturale, Julius Evola, ha scritto una ventina di libri, pubblicato molte centinaia di saggi e di articoli affrontando tutti i possibili argomenti, dai più complessi ai più contingenti, segnandoli tutti con la sua inconfondibile lucidità ed il suo perentorio anticonformismo. A 20 anni dalla sua morte, alle soglie del 2000, risulta arduo indicare, fra le sue idee e le sue intuizioni, quale costituisca l’eredità più feconda. E’ giocoforza procedere per linee generali, perché, se ci si dovesse soffermare sugli aspetti particolari, non si finirebbe più. Dell’eredità del Maestro sceglierei almeno quattro punti. Il primo riguarda il singolo. Evola insiste sulla necessità di “restare persona in una società sempre più massificata, di mantenere una qualifica spirituale, di restare un “uomo differenziato”. Ciò sia nelle democrazie occidentali, sia nelle dittature orientali. Se questo poteva valere negli anni 40 e 50, tanto più sembra oggi che l’appiattimento e l’omologazione planetaria stanno facendo scomparire ogni identità, ogni specificità, ogni differenza, grazie anche ai mezzi di comunicazione di massa. Il secondo punto è una conseguenza del primo. – Come, ed in che modo, restare se stessi in una società avviata verso quella che appare come una inarrestabile decadenza, in balia di forze incontrollabili, priva di valori e punti di riferimento, preda delle mode più negative? La risposta è : “Far parte del mondo senza, allo stesso tempo, farne parte; essere come un convitato di pietra che assiste a quanto accade attorno a lui partecipandovi senza esserne coinvolto; non respingere le esperienze, le novità, le prove, ma, non farsene condizionare; assorbire tutti i veleni trasformandoli in farmaci così come, quand’è necessario, “cavalcare la tigre” cercando di non cadere giù per non esserne sbranati o travolti. Non estranearsi e non diventarne succubi. Da qui, diceva Evola, la necessità di una “impersonalità attiva”, la necessità di “fare quel che dev’essere fatto” senza preoccuparsi di eventuali benefici personali. Altro che “torre d’avorio”! Il terzo punto è più generale e riguarda quella che potremmo chiamare la comunità, la società. Evola ha indicato l’ ”organicismo”, la struttura del mondo tradizionale, come contr’altare alla proposta del capitalismo e del comunismo che si basano, sostanzialmente, su di un punto di vista economicistico. Un riferimento, una tendenza, un ideale da porre come meta, una indicazione di un modo diverso di vivere la vita, i rapporti con gli altri, con le istituzioni, il potere, le categorie sociali ed anche situazioni interpersonali. Anch’essa un’indicazione per combattere la massificazione da un lato, l’auto-mizzazione dall’altro, quindi, totalitarismo, la statolatria, il dorigismo, la pianificazione generale o la generale “deregulatio”, l’inquadramento da caserma od il “lassaiz faire” selvaggio. Il che oscillando, l’Occidente e l’Italia, da un estremo all’altro, sembra quanto mai indispensabile e di grande attualità. Il quarto punto è anch’esso generale e riguarda una metodologia. Evola ha indicato direttamente ed indirettamente, per l’uso che ne ha fatto nei suoi libri che ne sono l’esplicazione pratica, un metodo di indagine, di analisi storica e culturale, sociologica ed artistica, che è quello simbolico che si rifà al mito ed a quanto di mitico si è perpetuato attraverso i millenni, nella nostra vita e nelle nostre strutture, perché “è proprio tramite il simbolo che si trasmette il mito”. Evola amplia, così, le indicazioni di Bachofen e di Guenon, portandolo su piani più attuali. E’ qualcosa di più profondo e complesso degli archetipi junghiani; si pensi solo alla straordinaria massa di risultati sorprendenti raggiunti da studiosi, che hanno seguito percorsi paralleli, come Eliade e Campbell. Si pensi alle interpretazioni di eventi contingenti, di mode, di fatti quotidiani che le critiche letterarie ed artistiche compiute da Evola, in tutta la sua vita, con queste sue premesse che erano, e sono, accusate di essere “antiscientifiche”. Le giovani generazioni di destra, nel dopoguerra, hanno trovato in Evola un punto di riferimento, un maestro di vita e di pensiero che li ha guidati nella loro azione politica anticonformista. Evola, come, Nietzsche, è, senza dubbio, un pensatore che dev’essere ben compreso, non equivocato, meditato, preso a piccole dosi per non farne indigestione o ubriacarsi. Quei giovani, di, ormai, varie generazioni di destra, che nell’arco di 40 anni lo hanno letto, hanno inteso la sua lezione in modi diversi e, spesso, anche contraddittori. Premesso che non tutti ne hanno fatto il loro maestro e che intorno al suo nome vi sono state, sovente, polemiche pro e contro, si deve distinguere tra chi ha seguito le sue esplicite indicazioni e chi ha preferito fare di testa propria. Per i primi Evola, ha scritto, di volta in volta, dei testi che hanno accompagnato l’evolversi del suo pensiero rispetto al contingente, da ORIENTAMENTI (1950) a GLI UOMINI E LE ROVINE (1953), da METAFISICA DEL SESSO (1958) a CAVALCARE LA TIGRE (1961), da IL FASCISMO (1964) all’ultima edizione della RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO (1969). Lì c’è quello che intendeva dire. Senza rinnegare nulla del passato, non ha permesso, lui vivente, che si ripubblicassero altre sue opere ante guerra che considerava scritte “in” e “per” un periodo ben preciso. Quel che pensava su certi argomenti lo si ritrova anche nelle sue opere successive ed in quelle in cui lo stesso preparò le nuove edizioni. In esse c’è, praticamente, tutto sul piano ideale e su quel che si poteva mettere in pratica. I secondi, esaltandosi su questi testi quasi “proibiti”, si sono trovati in un vicolo cieco ideologico e pratico. La “lezione” è stata quella, da un lato, di creare una specie di fronte di resistenza rispetto al conformismo ideale, culturale e morale dilagante; dall’altro, come conseguenza, la nascita di una comunità umana che ha conservato i legami nel corso degli anni. Evola è stato il primo della serie, e, già il passaggio dall’artista al filosofo, all’esoterista, al politico, allo studioso di Tradizioni, sembrò una contraddizione. Tutti questi aspetti non si possono scindere proprio perché una personalità non si può scindere; la si può considerare complessa e multiforme, ma, sempre con una unitarietà di fondo. Questa unitarietà, come Evola stesso spiega nella sua “autobiografia spirituale”, si deve cercare nel desiderio di andare sempre oltre nei confronti di se stesso e contro una società borghese alla quale non si è mai sentito di appartenere. Il tentativo di salvare un Evola per respingerne un altro non funziona. Per contraddittori che possano apparire, certi interessi hanno sempre qualcosa in comune. Pur ispirandosi, spesso a Guenon che si convertì all’Islam, Evola non indica una specifica via religiosa ma si pone, di fatto, come mediatore tra la cultura orientale e quella occidentale. Evola ha sempre riconosciuto il debito che aveva nei confronti di Guenon, ma, anche la differente via che egli seguì, nell’ambito della Tradizione, rispetto al Maestro francese. Anche sul piano religioso : “Un fattore religioso è necessario come sfondo per avere una concezione eroica della vita. Bisogna sentire in se stessi l’evidenza che di là di questa vita terrestre vi è una più alta vita”. Ciò non ha bisogno delle formule dogmatiche, di una data confessione religiosa”. Dunque, non si fece mussulmano praticamente. Proprio per questa propensione, non, per un’unica religione “orientale”, ritengo che fece moltissimo per una comprensione reciproca e mutua tra spiritualità e cultura occidentali ed orientali, grazie alla demolizione dei luoghi comuni che esistevano nei confronti dell’oriente, tra i cultori del Classicismo e della Romanità, all’epoca del Fascismo, alla diffusione del pensiero tantrico sin dagli Anni Venti, all’interpretazione attiva del Buddhismo, alle sue analisi parallele, pubblicate nel dopoguerra su “EAST and WEST”, la rivista dell’ISMEO – ISTITUTO per il MEDIO ed ESTREMO ORIENTE – fondato da GIUSEPPE TUCCI, di cui è stato, di recente, ricordato il centenario. Molti detrattori affermano che “Rivolta contro il mondo moderno” è un libro datato. E’, dunque, opportuno dire due parole sull’argomento. L’opera è apparsa, per la prima volta, 60 anni fa, mentre, la sua ultima edizione è di 25 anni fa. E’ la stesura più importante di Evola, l’opera cardine del suo pensiero anche se uscì quando l’autore aveva appena 36 anni, la più suggestiva, probabilmente, unica nel suo genere per il suo tentativo di delineare una morfologia del mondo della Tradizione e da una patologia del mondo moderno, il passaggio da questo a quello. Attraverso l’uso del metodo simbolico-tradizionale ricostruisce la storia dell’umanità secondo lo schema della decadenza, la transizione dall’età dell’oro all’età oscura, il passaggio dalla civiltà “maschile” delle origini alla civiltà “femminile” contemporanea. Non può essere considerato datato dal punto di vista generale e dalle varie analisi particolari. Certo, è “datato”, anzi è tutto un errore, per chi questi schemi non accetta “a priori”, oppure non considerano “scientifico” il suo metodo. Dato il tempo trascorso, il libro, non può tener conto di tutta una serie di nuove ricerche, nuovi studi, nuove ipotesi, sia pro che contro le tesi sostenute, ma le eventuali smentite non sono tali da inficiare, mettere in dubbio o datare l’edificio complessivo, la “visione del mondo” che esso offre.

PER TUTTI E PER NESSUNO

Più ci si addentra nell’attività di Julius Evola e più il suo pensiero risulta articolato, complesso ed, ad un’analisi superficiale, contraddittorio, soprattutto, per i vari settori in cui s’è addentrato lasciandoci articoli, saggi, libri e teorizzazioni – arte, filosofia, esoterismo, magia, studio delle Tradizioni e delle religioni, dottrina dello Stato, analisi delle civiltà, politica e metapolitica, razza, esistenzialismo, eros, storiografia, etc. Esiste un filo conduttore fra tutto ciò? – Perché Evola si occupò di tante materie e speculò su tanti campi del sapere? La risposta si trova nelle origini dell’attività evoliana, quando, alla fine del 1921, scrisse a Tristan Tzara una lettera fondamentale; posto che i principi di Dada possono essere riassunti “nell’imperativo polare dell’indifferenza e nelle virtualità mobili”, egli dice: “Ora, io penso che questa posizione possa, al contrario, essere un punto di partenza che può ben essere simboleggiato dal piano di separazione dell’olio dall’acqua (…) che colui che è in basso, nella mischia, nell’umanità, è il supremo (…) mentre per colui che è veramente distaccato dalla vita, dal “cerchio”, questo piano può essere il punto di partenza per una nuova vita, è, dunque, il suo punto più basso”. Questa vita è il regno dell’iperbole che, come dicevano i Greci, è “Madre, sorella e figlia di se stessa; e l’attività disinteressata, la libertà” (Lettere di J.Evola a Tristan Tzara, 1991 e Scritti sull’arte d’avanguardia, 1994). Siamo alla rottura di livello – il passaggio da un’esperienza all’altra, infatti, la frase tipica de “Il Cammino del Cinabro” è : “Esaurita l’esperienza, andai oltre”. Il filo conduttore di tutta la vita politica, intellettuale e spirituale di quest’uomo fu il progressivo avanzamento nella consapevolezza e nella salvaguardia dell’Io durante la quarta età in cui, secondo varie tradizioni, viviamo. Per mantenere l’integrità dell’Io, esplorò tutte le vie che le tradizioni occidentali ed orientali indicavano, senza auto definirsi uno “specialista” di nessuna di esse; le “vie” di salvezza interiore ed esteriore adatte a varie situazioni ed a vari tipi di persone; chi più portato alla contemplazione e chi per l’azione, chi per la “via secca” e chi per la “via umida”, chi per entrare “dans la malèe” e chi più portato alla propria interiorità, chi per la tradizione ermetica occidentale e chi verso uno yoga orientale. Tutto ciò ebbe un piano pratico, “politico” se vogliamo – Evola – non espone solo teorie, ma, ne indicò anche la prassi, sempre sottolineando il distacco, la non compromissione, l’ “impersonalità attiva”, l’ ”apolitia”. Indicazioni che ebbero modelli e riferimenti diversi fra e dopo le due guerre. Questa è la spiegazione che chiarisce il fascino che Evola esercitò, su certuni, specie negli ultimi tempi il cui la Destra non aveva alcun pratico riferimento in tale piano. – Questo è quanto. C’è un’enorme differenza nel porre Evola come autore essenzialmente politico. Si potrebbe cadere in equivoci pericolosi e demonizzanti, come accade a Marco Franquelli nel suo IL FILOSOFO PROIBITO (Terziaria, Milano 1994) che si occupa di “Tradizione e reazione nell’opera di Julius Evola” ignorando, praticamente, l’altro aspetto che avrebbe potuto rettificarne alcuni giudizi e conclusioni, che sono da rigettare con decisa fermezza. Franquelli, ritiene l’ideologia evoliana sottesa a tutta la “Destra eversiva”, perchè rintraccia idee, motivi e fraseologia evoliana negli scritti e nelle teorizzazioni di coloro che sono accusati e condannati per “terrorismo nero”. Costoro non sono molto differenti da chi potrebbe aver letto “L’UOMO AD UNA DIMENSIONE o MARXISMO E RIVOLUZIONE” di Marcuse e poi essersi dedicati al “terrorismo rosso” con attentati ed omicidi. Si deve parlare di “Cattivi maestri” o di “Cattivi discepoli”? Il terrorismo armato iniziò dopo la morte di Evola, nel 1974; egli in vita, condannò sempre, non soltanto, gli equivoci ideologici di destra e di Sinistra, ma, anche la violenza in se. Lo dice in un brano de “Gli uomini e le rovine” (1953), citato da Franquelli : “Non si tratta affatto di prolungare, artificialmente e violentemente, forme particolari legate al passato”. – Ed allora? Il testo di Franquelli è ampio, meditato, ricco di analisi e riferimenti, ma, è tutt’altro che quella “sintesi organica” di cui parla Giorgio Galli nell’introduzione, infatti, presenta solo una parte del pensiero evoliano quella “politica” o “megapolitica”, ponendo alla base le tesi già citate. Cioè che la dottrina evoliana avrebbe esercitato un ruolo di “trait d’union” (…) sul terrorismo nero, da ORDINE NUOVO ad AVANGUARDIA NAZIONALE, dallo stragismo alle “schegge” dello spontaneismo armato (…).Per ciò, Franquelli, usa un singolare metodo : da un lato rivaluta la figura di Evola come pensatore, teorizzatore, organizzatore culturale, ideologo dalla profonda influenza in questo dopoguerra, ma al contempo ne svaluta la singolarità, l’eresia, la differenza, la disorganicità e l’autonomia rispetto alla cultura fascista in se per quanto riguarda il periodo fra le due guerre. Tutto questo allo scopo di considerarlo “compromesso con il regime fascista e la sua ortodossia”. Era “più un problema di forma che di sostanza” la diversità dell’evoliano” “Stato organico” rispetto al fascista “Stato totalitario”, ovvero quella del suo “razzismo spirituale” rispetto al “razzismo biologico” nazista o di certi ambienti italiani. Il saggio di Franquelli si eleva, tra quelli prodotti dalla cultura progressista, se non altro, per la complessità e l’ampiezza; non risulta proprio che “gli interventi più proficui, per una lettura dell’opera di Evola, giungano da tale versante e tantomeno che, a destra, vi siano state solo opere agiografiche ed apologetiche”. Ve ne sono anche di tali, ma che dire di quelle di Roberto Melchionda, Marcello Veneziani, Gianni Ferraguti, Marco Rossi… I rischi che corre Evola non sono quelli indicati da Galli, ma, quello di essere ancora e sempre indicato come “Cattivo Maestro” di intere generazioni della Destra italiana.

OLTRE LE ROVINE

La pagina di Marco Tarchi, che nel 1984, in un numero speciale del suo DIORAMA LETTERARIO, così ben tratteggia i sentimenti del “giovane di partito” approdato alla Tradizione attraverso la lettura di Evola, è ancora attuale. Quasi una radiografia in cui si colgono significati ed indicazioni sull’approdo “confortante per tutti coloro che, nel rifiuto della “sfera mercantile” attendevano ORIENTAMENTI, tuttora il libretto evoliano con questo titolo risulta il più venduto alle nuove generazioni di una Destra potenziale, per opporsi alla statica delle ragioni “irreali”. Era il capovolgimento delle logiche epocali, il tentativo di ribellione che i giovani del secondo dopoguerra potevano, e dovevano, praticare, se, nella loro esperienza di vita, amavano privilegiare la cultura dell’intimo-spirito, dell’autosufficienza, il conseguimento di un metodo conoscitivo “antropocentrico”, facente perno su una capacità ordinante mai rinvenuta nel corso di un’indagine sul mondo, ma nel corso di un processo di “comprensione interiore”. Di nuovo la “gnosi”, una specie di autoscienza salvifica, messa fatalmente a coincidere con una morale eletta, rinvenuta tra gli effetti di un processo di falsificazione della legge esterna, all’esito di un processo interminabile di elisioni, che non si concludeva nella negazione assoluta, ma, scopriva il “nucleo aure” di una certezza, oltre il vero delle forme, nell’acquisizione di una “personalità trascendentale”, di rango “nobilitante”, aristocratico. Come sfuggire ad una tale lusinga? – Come schernirsi dall’ipotesi di una verità tanto vera da meritarsi l’iniziale maiuscola, da inserirsi in una autorevole Tradizione (Del Noce), anch’essa con la T maiuscola, in grado di raccogliere, nel rigore incorruttibile di una metafisica delle idee e, non dei concetti, il meglio di questa come delle passate civiltà? – Come subire il fascino di un nuovo Olimpo, più prometeico che divino, capace di accogliere anche i nostri “supereroi”, in un rinnovato amplesso di giustizia-linimento ambito dai tanti perseguitati nella sorte avversa? Di euforie evoliane se ne son viste già tante ed altre se ne vedranno. Spesso si è avvertito il totale fraintendimento di quell’avvertenza contenuta in letture come “Il Cammino del Cinabro”, fonte di sola incomprensione, per di più ostico per chi non è in grado di cogliere il significato, assolutamente relativo, delle affermazioni di Evola e della sua filosofia. Manca la compilazione di una bibliografia evoliana completa, un lavoro vasto e difficile che mi ha fatto scoprire un grande numero di articoli sul tema della razza ed ha rivelato la di lui collaborazione ad un impressionate numero di periodici italiani e stranieri. Dico questo per quanti si avvicinano ad Evola per la prima volta affinché si rendono conto di cosa li aspetta. Alcune raccolte di questa straordinaria produzione sono state tentate, ma, si sono rivelate poco utili sia per l’incompletezza sia per le imprecisioni curatori improvvisati. Il fatto è che Evola non è stato capito bene o è stato studiato in maniera settoriale, disarticolata, creando proiezioni non proporzionate della sua dottrina, ammesso che se ne possa parlare in tali termini. Siamo lontani dal riuscire a connotare quell’ “Equazione personale”, sulla quale il pensatore metteva cautamente in avviso chiunque, l’avvicinava, sedando severamente gli entusiasmi di occasionali lettori. La “scomodità” di Evola nasconde la comodità con la quale taluni divulgatori hanno abusato dei luoghi comuni partoriti da arbitrarie, quanto fantasiose, ricostruzioni di un presunto “mondo dei valori”, ostinatamente “altro” dal mondo delle realtà attuali. Si tratta di eliminare l’orpello accessorio da quella struttura esistenziale essenziale, presente nel lungo e tortuoso cammino di Julius Evola. Ciò per arrivare a farne un modello ontologico, non trascurabile, nella linea di svolgimento del pensiero contemporaneo. Vede bene Roberto Melchionna, che colloca il bandolo della matassa evoliana nelle pagine filosofiche, in quella che subito diventerà la “spiegazione dello antecedente artistico e, la chiave d’accesso alle dimensioni di ogni successiva “spiritualità”. Vede bene, quando si sente di dover tracciare la strada compiuta dall’Individuo evoliano, nella sua qualità di autotrascendimento, come possibilità, estesa, d’innesto nel filone delle dinamiche tradizionali, come opportunità offerta all’uomo per recuperare, anche nel XX secolo, anche in concomitanza all’accidente filosofico “storicista” e “attualista”, la sua autentica umanità. Attardarsi nel commento delle circonvenzioni di un pensiero “debole” nella descrizione delle distanze prese dalle “categorie signorili” di un pensiero “forte”, abusando di un vocabolario recente che, sotto un diverso punto d’osservazione, richiama gli antagonismi della coppia evoliana “errore – verità”, tutto ciò potrebbe, a questo punto, dimostrarsi utile. Melchionda iniziò a farlo qualche anno fa, ma, non c’è spazio qui, per concludere quel discorso, per parlare di “neo-sofistica”, per affrontare le giustificazioni che indussero Mussolini ad esaltare l’accostamento tra movimento fascista ed il relativismo di Tilgheriana memoria. Evola, in quel periodo, fu estimatore di Adriano Tilgher. Dobbiamo accontentarci, per arrivare a toccare almeno le nostre conclusioni, di dare per scontata, più che la conoscenza specifica, la sensazione diffusa del clima di “metafisica incertezza”, respirato nel primo quarto di secolo. Un clima nel quale l’Individuo evoliano si propose come “superamento della disperazione, della lusinga del suicidio e, dell’abbandono all’incantesimo delle “immagini”. Il nucleo del messaggio evoliano consiste nella precisazione caratteriale di tale individuo e nella collocazione del suo rapporto con l’altro. Un messaggio che insiste sulla componente individuale per l’ansia di vedere il soggetto-politico uno staccato da implicazioni atomizzanti e massificanti, principalmente, dall’inganno di piacevoli confluenze verso una comprensione “ideal fideista”, sitto qualsiasi denominazione “teologica” vada configurandosi. Le motivazioni della grande disputa con Gentile prendono avvio da qui, in una spirale argomentativa che finisce per travolgere, in senso critico, la medesima versione crociana, come qualunque viatico che pretenda desumere validità alla forza ragionata di una rivelazione. Il discorso diventerebbe interminabile, ma, ci porterebbe a capire perché già CALOGERO e TILGHER e COSTAMAGNA, assunsero Evola a referente significativo nei loro lavori. A Marcello Veneziani va il merito di aver coraggiosamente introdotto la filosofia evoliana, acquisendo al tavolo della ricerca la professionalità di Antimo Negri, cui è senz’altro dovuta buona parte di legittimazione degli studi che, fino a pochi anni indietro, sembravano doversi perdere nelle vanità di inconcludenti esercitazioni. Ma è alla buona volontà ed alla costanza di Gianfranco de Turris che si deve l’introduzione del criterio di un’analisi testuale comparata, in grado di costituire il necessario punto di partenza per ogni serio impegno sul personaggio evoliano. La situazione del patrimonio evoliano è obbligata a transitare sul terreno impervio di uno “spartiacque”, circoscritto negli anni intorno al 1924 e, delimitato dai testi di “Teoria, fenomenologia, Saggi” e dai pochissimi altri che vi si connettono. Per chi è abituato a farsi coinvolgere dalle suggestioni della RIVOLTA, si tratta di un’operazione arida ed ingrata, ma, è solo nei capitoli filosofici che si avrà il riscontro giusto alla nostra impostazione. La verifica, che lo stesso Evola ancora aspetta, conduce alla sua filosofia, alla possibilità di tradurre in eternità il suo contributo “mediale” e “pontificale”, oltre ogni rischio di “contraddizione falsificante”.

L’ESOTERISMO ED IL “GRUPPO DI UR”

Sui sentieri della Magia.

Tra le varie esperienze che hanno contribuito a dotare, ad arte, Julius Evola di una fama “sulfurea”, abilmente sfruttata dai suoi interessati detrattori, vi è quella della fondazione del “Gruppo di Ur”, associazione esoterica, operante tra il 1927 ed il 1929, le cui dottrine e, in parte l’azione, vennero divulgate dalla rivista mensile “Ur”, trasformatasi, successivamente, in “Krur”. I testi di quella rivista, rielaborati e corretti, sono poi apparsi, in tre volumi, anche nel dopoguerra con il titolo di “Introduzione alla Magia”, la cui ultima edizione è uscita presso le Mediterranee, mentre, la romana Tilopa ha pubblicato, integralmente, la collezione. Al “Gruppo di Ur”, oltre ad Evola, aderirono antroposofi quali Girolamo Comi, Giovanni Colazza, Arturo Onofri e Corallo Reginelli, seguaci del mago napoletano Ciro Formisano, meglio noto con lo pseudonimo di Giuliano Kremmerz, quali Ercole Quadrelli ed il principe Leone Caetani di Sermoneta, alfiere di un lucidissimo “neopaganesimo”, massoni atipici come Arturo Reghini, Giulio Parise, Aniceto Del Massa e vari altri personaggi, tra cui lo psicanalista Emilio Servadio, l’alpinista Domenico Rudatis ed i cattolici, in odore di eresia, Guido De Giorgio e Nicola Moscardelli. Vi è da dire che, pur avendo il Gruppo prodotto alcuni seri lavori, frutto di una sincera ricerca spirituale, ed, in questo senso, molte monografie e saggi pubblicati sono dei piccoli capolavori, l’ambiente che risulta da un attento studio di tutto l’insieme fa venire alla mente quello degli occultisti romani descritto nel celebre sceneggiato televisivo “IL SEGNO DEL COMANDO”, che ebbe molto successo qualche decennio fa. Anche senza essere prevenuti, non è difficile riscontrare nel gruppo, e nella sua attività, un quid di tenebroso, tanto da far quasi comprendere, se non giustificare, l’esagerata descrizione che Sibilla Aleramo, nel romanzo “AMO DUNQUE SONO” (Oscar Mondadori), da del suo antico mante Julius Evola, celato dietro il personaggio Bruno Tallegra : “… fatto per subire più il fascino di un demonio che non quello di un angelo … disumano … gelido architetto di teorie funambolesche … vanitoso … vizioso … perverso…”. Tale velenosa descrizione non riesce ad arrivare, comunque, al livello di bassezza degli ancor più velenosi, attacchi che, dalle colonne di “Studium”, lanciava, ad Evola, tale Giovanni Battista Montini. Per orientarsi bene, nella complessa storia del Gruppo, un pregevole studio di Renato Del Ponte – EVOLA E IL MAGICO GRUPPO DI UR – (Ed. Scar – via Ariosto 10/b – 42010 Borzano Emilia). Sulla scorta di documenti, di assai difficile reperibilità, alcuni dei quali sono riportati in appendice, Renato Del Ponte ci spiega le numerose tappe di lavoro del Gruppo che, tra furibondi litigi e burrascose scissioni, arrivò a sciogliersi, definitivamente, nel 1929. La componente filoevoliana del Gruppo darà origine, subito dopo, alla rivista “LA TORRE”, un’iniziativa più decisamente politica, nella quale i richiami esoterici si possono appena intravedere. Sarebbe, oltremodo, interessante approfondire certi argomenti. Questi filoni della cultura hanno avuto, talvolta, una grande influenza su personaggi della letteratura e della politica che mai ci si aspetterebbe essere in contatto con simili realtà. Inoltre, a voler razionalizzare e banalizzare tutto, si commetterebbe un errore identico e speculare a quelli che vedono la storia solo come un’espressione dell’esoterismo o, comunque, di correnti spirituali eterodosse.

CERCANDO IL BUDDHA “UNIVERSALE”

La sua apertura mentale l’avvicinò ad una spiritualità nuova.

“Il Buddha sapeva che un messaggio spirituale, se autentico, può superare tutte le differenze di razza e di casta, riuscendo a parlare a chiunque lo voglia ascoltare”.

Julius Evola scrisse un interessante saggio sull’ascesi buddhista – LA DOTTRINA DEL RISVEGLIO. Molti considerano tale libro un’opera secondaria, assolutamente poco significativa nel panorama delle sue pubblicazioni ed, in effetti, si tratta di uno dei libri meno letti e meno studiati. L’importanza de “La dottrina del risveglio”, nell’opera e nel pensiero evoliano, viene oggi ribadita, con forza, da Sandro Consolato nel suo “Julius Evola e il Buddhismo” (Ed. Scar). Secondo il Consolato, il testo sull’ascesi buddista non è stato mera esercitazione accademica, per quanto profonda, di uno storico delle religioni, ma un vero e proprio messaggio lanciato ad un’élite di occidentali contemporanei a far propria, in quest’epoca di decadenza e di progressivo oscuramento del divino, “la dottrina del risveglio” di Buddha, sia come visione del mondo esistenziale, sia come prassi ascetica volta alla realizzazione spirituale. Quando Evola scrisse il suo libro non era ancora uscito il film sul “Piccolo Buddha” e, non c’era ancora la moda, per i “Vip nostrani”, di convertirsi al buddismo; sarebbe stato interessante vedere come Evola avrebbe commentato il fatto; forse si sarebbe anche ricreduto, giacché, con lo scarso valore della sostanza umana a noi contemporanea, anche il più nobile messaggio spirituale rischia di trasformarsi nella classica “perla data in pasto ai porci”. Il giovane Evola, che non era affatto un porco che non apprezza le perle, ma, un uomo di straordinaria apertura mentale e spirituale, si salvò dal suicidio, che sembrava lo sbocco naturale di una grave crisi esistenziale, proprio leggendo un testo sacro buddista. Quel testo lo portò ad un più netto orientamento verso la trascendenza, dove il buddismo giocò un ruolo importante, fino al punto di scrivere “la dottrina del risveglio” proprio per pagare il debito contratto, con quel Buddha, che, un giorno, lo salvò dal suicidio. La dottrina del Buddha nata, all’inizio, tra la nobiltà guerriera dell’India del VI secolo a.C. che contestava la casta sacerdotale di uno sclerotizzato brahamanesimo, ben si adattava alla mentalità di un Evola, uomo di pensiero e di azione. E’ tutto da vedere se, come dice il Consolato, il buddismo possa davvero essere l’unica religione, estranea al cristianesimo, che possa farsi strada, in maniera indolore, nella realtà etnica e culturale dell’uomo europeo, offrendo, all’occidente, un valido scudo spirituale contro l’Islam che pare diffondersi in maniera sempre più veloce ed aggressiva. Il fatto che il buddismo sia l’origine indoeuropea e non semitica come l’Islam, nulla toglie alla sua fondamentale “esoticità”, se non altro, per le numerose incrostazioni di cui si è ricoperto nel corso dei secoli. Come la mettiamo col fatto che questa religione indoeuropea abbia avuto tanta fortuna presso popoli asiatici di stirpe mongolica? Forse perché il sapeva che un messaggio spirituale, se autentico, riesce a superare tutte le differenze di casta e di razza riuscendo a parlare a chiunque lo voglia ascoltare, così come l’ebreo Gesù ha parlato a tutta l’umanità e, paradossalmente, proprio dai suoi compatrioti, è stato meno capito che da chiunque altro. Non facciamoci, nella legittima ansia di difendere la nostra cultura, e coinvolgere in fisime di tipo razzista, altrimenti, rischiamo di tradire proprio quel Buddha che Evola ha dimostrato, con assoluta purezza di spirito, di amare tanto.

AL “MARCUSE DELLA DESTRA” NON PIACEVANO LE UTOPIE

Evola ha sempre affascinato i giovani

L’11 giugno 1974, moriva Julius Evola, ma, forse sarebbe più esatto dire che, si lasciò morire a partire da un periodo collocabile tra il 1973 ed il 1974, si dispose in attesa dell’atto liberatorio, giorno dopo giorno, vigilando e come sollecitando. Lo fanno supporre il comportamento che tenne negli ultimi mesi, il ricovero ospedaliero rifiutato, le sue scelte sulla terapia e l’alimentazione. D’altra parte la “Contemplatio mortis” fa parte della sua meditazione per la durata di tutta la sua esistenza. Nelle ultime pagine di Cavalcare la tigre s’interrogò a lungo sulle opzioni che davanti alla crisi finale può porsi “l’uomo differenziato”. De Turris ci ha confermato che Evola, poco prima di spirare, volle lasciare il letto, essere vestito e sedersi alla scrivania davanti alla finestra aperta che si affacciava sul sole di Roma. Alla Stampa, questo desiderio, era sembrato improbabile in un moribondo e, perciò, frutto dell’invenzione di agiografi cultori di, non si sa quale, deità pagana. Ad Evola, avevo telefonato alcuni giorni prima, per chiedergli un incontro, pur conoscendo il suo stato di salute; gli volevo sottoporre un lavoro che riguardava l’aspetto più ostico e, meno noto, allora come oggi, della sua opera, il “sistema filosofico concepito negli anni giovanili”. Mi rispose la governante, che, subito escluse di poter farmi parlare con il malato, senonchè, mentre così spiegava, fu interrotta da qualcosa e, dopo un breve tramestio, sentii all’apparecchio Evola, con una voce cavernosa e lontana che mi impressionò molto. Per quanti sforzi facessi, non riuscii a capire quanto mi diceva. Ricorda che più volte alluse ad un incontro da farsi in “… altra occasione … altra occasione”. Il mio primo contatto con l’autore risaliva ad oltre due decenni prima, all’immediato dopoguerra, quando avevo vent’anni. Ero riuscito a sapere il nome della persona che si celava dietro lo pseudonimo di Arthos che compariva sul settimanale “RIVOLTA IDEALE” di Giuseppe Tonelli, in calce ad intensi articoli che mi incuriosivano enormemente per la singolarità del taglio ed il pathos trattenuto. Nella biblioteca comunale della città di provincia in cui vivevo trovai un solo libro di quest’autore “Rivolta contro il mondo moderno”, l’elegante edizione Hoepli del 1934, e devo dire che fu una lettura molto tempestosa, alternata a moti d’attrazione e di rigetto. Restituii il libro, dopo pochi giorni, irritato dal suo impianto postulatorio e dogmatico. Le mie letture di quei mesi erano il Nietzsche demistificante di “Aurora” e l’Ugo Spirito di “Vita come ricerca”. Ma se quel parlare “ex cathedra” mi urtava, nello stesso tempo, sentivo che qualcosa di essenziale mi sfuggiva. Ripresi in mano il libro, cercai e trovai, alla Brera di Milano, alcuni dei suoi lavori, dai titoli inusuali, che avevo già trovati indicati in una pagina di “Rivolta”. Cominciai ad entrare nel mondo evoliano, a comprendere la provenienza di quell’atteggiamento assertorio che mi aveva disturbato, ad accostare il punto di vista della “ratio” a quello della “Traditio”. Fu una grande emozione e, guardando a ritroso, fu un penetrare per successive approssimazioni ed un procedere, poco lineare e, non sempre progressivo ed autopropulsivo. – Questa mia strada, ad Evola, mi spronò. In seguito, consigliai agli amici la lettura di “Rivolta” come libro di primo approccio, sembrandomi che l’apprendista critico vi trovasse difficoltà ad ambientarsi ed il giovane lettore romantico troppo stimolo per le sue fantasie. Evola è scrittore, come Nietzsche, destinato a piacere ai giovani. La sua attualità consiste nell’evocare ciò ch’è inattuale, orizzonti del tutto fuori dall’ordine astante delle cose. Un grande suscitatore di realtà alternative. Il suo è un pensiero che si nutre sempre di realismo pur riferendosi ad un mondo che non appartiene al mondo. Questa miscela di quotidiano e di straordinario è la forza della sua attrattiva. Negli anni in cui furoreggiava “L’uomo ad una dimensione” fu chiamato il “Marcuse della destra”. E’ inutile dire che il richiamo che Evola esercita sui giovani, appena si va oltre i più elementari pruriti spiritualistici, è molto diverso da quello che esercita l’utopismo marx-freudiano di Marcuse. Dovremmo avere imparato che le serie contrapposizioni vanno riferite agli autori, e, meno ai lettori in fase formativa. E’ una questione che riguarda il presente come il passato, ad esempio l’interpretazione delle correnti “irrazionalistiche” del tempo fascista e prefascista. Se risolta equilibratamente, consente di cogliere fecondi conati spiritualistici anche in manifestazioni che, viste sotto altri aspetti, sembrano indirizzare verso lidi opposti. Il radicalismo di Evola può accedere la fantasia giovanile su tanti versanti, politico e metapolitico, esoterico, tradizionale e filosofico, storico e letterario, etc. Una condizione va, ad ogni modo, sempre osservata. In una lettera del 1965 ad un giovane di Siena, Evola scriveva: “… Ma, assai, è più importante una linea di difesa interiore individuale, sulla linea di tutto ciò che ho scritto in “Cavalcare la tigre”… Non so la vostra età, ma anche questo è un elemento da considerare… Gettando uno sguardo indietro vedo, sulla via percorsa, soltanto dei cadaveri… Giovani che sono “partiti in quarta” ma, che poi, al contatto con la serietà della vita, con le routines borghesi etc., si sono, a poco a poco, afflosciati… Un giovane, sui vent’anni, può prendere sul serio le proprie vocazioni solo se si trova a conservarle e, rafforzarle, passati i trent’anni… Piuttosto che accarezzare progetti ambiziosi, seducenti quanto chimerici, è quest’azione individuale, possibile ma silenziosa ed ingrata, che è importante”…

E VENNE IL TEMPO DELL’INATTUALE

E’ venuto il tempo della riscoperta anche per Julius Evola, il “Marcuse nero”, il barone dalle idee scomode, il punto di riferimento del tradizionalismo? Alcuni avvenimenti indurrebbero a pensarlo : l’esposizione di 14 opere dadaiste evoliane e l’affollato convegno della Fondazione Evola, nel ventennale della morte, che ha suscitato curiosità ed attenzione sollecitando numerose analisi critiche. Oltre i nostri confini si registra un fatto di grande rilievo: in Russia c’è chi traduce e divulga le opere di Julius Evola. – Si tratta di Alexandr Dughin, teorico del Nazionalbolscevismo, che è stato ospite, a Roma della “Tre giorni” evoliana. Evola è certo un nome che divide; chi non ricorda gli eterni e noiosi dibattiti, nel chiuso delle sezioni dei tempi del “ghetto”, sulla preferenza da dare al “filosofo ufficiale del fascismo”, Giovanni Gentile, od, all’aristocratico reazionario in polemica con l’idealismo? Ancora c’è chi si ostina a guardare alla sua opera come a quella dell’ispiratore occulto della Destra radicale ed extraparlamentare contro il parere di chi riconosce al pensiero evoliano dignità, profondità e spessore. Evola, in fine, divide perché, nonostante la varietà dei temi affrontati nella sua produzione, si deve accettare o rifiutare integralmente. – Non si possono fare distinguo. Oltre a dividere sulla scia di quelle che lui stesso chiamava le “frontiere dell’anima”, Evola, è anche pensatore difficile per la radicalità delle sue posizioni e per la ricercata “inattualità” delle sue pagine. Il segreto del suo fascino consiste nell’obbligare la mente a liberarsi dell’abitudine a pensare in sintonia col proprio tempo. Questo non è punto d’arrivo cui si può giungere dopo un’opportuna riflessione. – No! – E’ un punto di partenza. Non concede nulla a chi legge e se, lo sciagurato, invece di chiudere il libro, procede, difficilmente si libererà più del fascino di cui si parlava. Questo è uno dei motivi che rende difficile la sua riscoperta; un autore che, per sua scelta, appartiene alla cerchia di quegli scrittori che hanno sbagliato epoca e, che scrivono per un lettore che non c’è o non c’è più. Saranno venerati, come maestri, da un cenacolo di discepoli, con tutti i rischi che ciò comporta, e guardati con sufficiente disprezzo da tutti gli altri. Può capitare, a volte, che i pensatori inattuali siano i più attuali di tutti e, che proprio ad essi, ci si possa o debba rivolgere per avere una chiave di lettura alternativa dei fenomeni presenti. E’ il caso di Evola : “Egli fu, infatti, un fustigatore implacabile di costumi, vezzi, pregiudizi e tendenze che vanno sotto il nome di “Contemporaneità”. Può darsi che volle lucidamente costruire un’antropologia negativa dell’uomo moderno, condannandone la fede superstiziosa nella scienza, l’aridità spirituale, il suo rincorrere un benessere esclusivamente materiale, il suo idolatrare la ricchezza, la sua incapacità di reagire all’angoscia ed alla sofferenza, il suo annichilimento di fronte alla nietzschiana perdita di Dio. L’altra ragione d’attualità di Evola sta nell’aver indicato, come via d’uscita dalla crisi, l’ancoraggio alla Tradizione, come tutto il pensiero reazionario europeo senza , però, farne un concetto statico dato, una volta per sempre, ma, dinamico, attivo, da trovare attraverso una lunga e difficile ricerca interiore. La Tradizione non si identifica con una particolare forma di Stato, benché Evola ammirasse l’Impero ghibellino, ne con una particolare religione, ma, con una “visione del mondo” capace di rimettere le coscienze in comunicazione con quella dimensione spirituale che, in Occidente, si era via via oscurata. Nella sua opera, la Tradizione, diviene strumento interpretativo delle civiltà, della loro ascesa e caduta, in quell’affresco di filosofia della storia, assolutamente contro corrente rispetto ai canoni storicistici, che è “Rivolta contro il mondo moderno”. Oltre che parlare di questi temi, il convegno romano è stato occasione per presentare tre volumi che vanno ad arricchire la bibliografia evoliana: “Homo Faber – Julius Evola tra arte ed alchimia” di Elisabetta Valento, “Evola in dada” di Pablo Echaurren e, dello stesso Evola “Scritti sull’arte d’avanguardia”. Numerosi gli intellettuali che hanno portato al convegno il loro contributo, ora mettendo a fuoco il tentativo filosofico di superare l’idealismo, ora sottolineando la grandiosa ricerca esoterica di Evola, che è di storia delle religioni ed, allo stesso tempo, di orientamento spirituale, ora mettendo l’accento sul concetto di Tradizione, centrale ed ineludibile nel suo pensiero. Una tavola rotonda con Pino Rauti, Fausto Gianfranceschi, Alfredo Cattabiani, Stenio Solinas e Adolfo Morganti ha concluso i lavori della “tre giorni”. C’era entusiasmo per il successo dell’iniziativa, ma, anche rammarico per alcuni commenti che accreditavano, di Evola, l’immagine dell’istigatore all’odio ed alla violenza. Nulla di più superficiale poteva esser detto; tutta l’opera di Evola è un ossessiva raccomandazione a badare ai principi anziché dimenarsi in un attivismo insensato e senza direzione, anziché farsi tentare da quella “vocazione rivoluzionaria” che, per lui, equivaleva alla smania di distruggere.

Rileggendo “Metafisica del sesso” – Amor sacro e amor profano.

La grandissima attualità del pensiero di Evola è direttamente proporzionale alla sua profondità. Uno dei suoi più noti libri, Metafisica del sesso, potrebbe valere per tutte le sue opere sia per quelle d’attualità sia per quelle di più ampio respiro. Il pensiero di Evola procede per tappe metafisiche, per definizione metafisiche, per intuizioni metafisiche, per deduzioni metafisiche percorrendo una via del pensiero occidentale che, in quanto trascendentale, si ricollega al pensiero orientale, al pensiero di tutti i tempi, al pensiero di tutti i Paesi e di tutti gli uomini. “Rivolta contro il mondo moderno” percorre con precisione puntuale il cammino del degrado e della dissacrazione dell’Occidente. Questa dissacrazione è sotto gli occhi di tutti, questa perdita delle ragioni della vita, “Propter vitam perdere causas”, ha segnato questo cammino dominato dall’idea della realtà e della potenza. Gesù, il cui messaggio resta profondamente ambiguo, aveva puntualizzato con estrema precisione: “… non si possono servire due padroni : Dio e Mammona” – il denaro ed il potere. Il mondo è stato conquistato dagli adoratori del “culo di Satana”, cioè, dagli adoratori del potere, siano essi servi o detentori. Il potere, come l’amore ed il sesso, è stato dissacrato, ridotto ad un misero brandello di carni senza alcuna vita spirituale. In Metafisica del sesso, Evola illustra con tale potenza, anche nella parola, il carisma, la sacralità, la magia del sesso, che, come egli dice in un passo, i nostri contemporanei dovrebbero arrossire e vergognarsi vedendo a cosa si sono ridotti i loro cosiddetti amori. La congiunzione dei centri spirituali, la salita del kundalini fino al Ciakra, cioè a queste costellazioni di energia, a questi nuclei di energia radiante, implica una gradualità, una capacità di percorrere tutte le vie dell’Eros, dalla più bassa alla più alta. Bassa, non intendo in senso morale o spirituale, ma, in senso topico di localizzazione simbolica ed, al tempo stesso, reale. Uno dei fenomeni più clamorosi, chiassosi, eclatanti e vuoti nel nostro tempo : “il fenomeno del femminismo”. Una parola che sembra grande ed è piccola di per stessa, poiché riduce l’eterno femminino allo squallido ed omosessuale femminismo. Chi può negare che il femminismo abbia, su molte questioni, ragione : le prevaricazioni e l’ottusità maschili, l’invenzione che l’uomo ha fatto della prostituta, appetendola lubricamente e poi disprezzandola, chi può negare l’ottusità di tanti maschi, più femmine che maschi, più snervanti di qualunque femmina, nel corso della storia? Chi può negare che i grandi adoratori del “culo di Satana” siano tutti maschi? Chi può negare che la virilità sia diventata del tutto ipotetica? Chi può negare la viltà del maschio, la sua aggressività contro la femmina più debole, la sua incapacità di esprimere la sua spiritualità, la sua incapacità di isolarsi veramente? Tutte queste verità dette anche dal femminismo sul maschio e sul patriarcato e sul maschilismo non attenuano le gravissime colpe del femminismo. Anche perché il femminismo poi, andando alla sostanza emotiva, biologica, concreta delle cose, che cosa rappresenta? Da una parte delle donne viriloidi che vorrebbero avere il fallo che non hanno, che fanno di tutto per metterselo posticcio o per farsi crescere il clitoride e, che vogliono delle femminucce tenere, delle femminucce appena sbocciate, delle adolescenti profumate ed appetibili in tutti i sensi. Dall’altra delle femminucce, veramente femmine, veramente un po’ ochette, affascinate da queste virago mostruose ed orribili, ossute e mortifere, teschiose e menagramiche, perché terrorizzate dal fallo maschile. Vogliono un uomo che non abbia il fallo quando poi, queste lesbicottere attive, in realtà, hanno un fallo megagalattico mentale. Non tutte le femministe, per fortuna, sono così, ma, quelle che fanno la storia, per lo più, lo sono. Tutto ciò da cosa deriva? Da quello che pure Evola esamina, pur sottovalutando il contributo di Wilhel Reich, anche perchè, giustamente, ne riconosce soltanto il carattere biologico e “tellurico”, il grande abbandono della via maestra è stato determinato dalla spaventosa sessuofobia. Una sessuofobia che vietando la “virilità olimpica e la femminilità eterica o demetrica” vietando, cioè, la differenziazione polare, spirituale, anzitutto e, corporale, poi, tra i sessi, ne ha snervato completamente il senso, l’attrazione, il magnetismo. Nella “Metafisica del sesso”, questo cammino è ripercorso ed è previsto questo terrificante periodo che oggi è iniziato e che sembra voler essere evitato dagli uomini, i quali producono tutto ciò che serve ad andarci incontro : la fecondità dei popoli del Sud del mondo, la loro iperprolificità, la desertificazione del pianeta, la perdita, non solo dei valori ma, del centro che li produce; come sottolineava Emanuele Kant in un passo di “Antropologia”. Si annuncia quello che, da tanto, si sapeva e si vuole ignorare, il Kai-juca, cioè il periodo della decadenza, il periodo delle tasse disordinate, il periodo della non crescita degli esseri umani sia in senso spirituale che materiale, non di diffusione, ma di perfezionamento dei corpi. A queste considerazioni di Evola se ne può aggiungere una : “Il senso dell’universo è il femminino, la donna nella sua, e nella sua totalità, è purezza estetica, libidica, orgasmica e procreatrice”. Noi stiamo regredendo dalla femminilità e per fare questo abbiamo anche distrutto il maschio, che doveva essere, nei piani cosmici, lo strumento rivelatore della femminilità ed è diventato, per la donna nuova, tutt’altro che femminile, lo strumento di rivalità. L’operazione di “castrazione perfetta”, anche anatomicamente, perfetta, degna di un grande chirurgo, come hanno detto i medici che hanno compiuto l’operazione di sutura, operata dalla Bobbit è il simbolo più perfetto del nostro mondo : “Si toglie il fallo del mondo, come, e, perchè, si toglie la vagina del mondo, come, e perché, si toglie l’incontro del mondo, come, e perché, si toglie la felicità del mondo”.

EVOLA, COSTAMAGNA E IL VALORE DELLO STATO

In questi anni sono stati pubblicati volumi che raccolgono gli scritti che Julius Evola pubblicò negli anni 30 e 40. Dalla loro lettura emergono la complessità della cultura fascista, di cui quelli scritti sono occasioni di analisi, confronto, critica ed il sostanziale allineamento di Evola alla politica del Regime. Un allineamento che non gli impedì di manifestare il proprio disappunto nei confronti di talune correnti e personaggi della cultura “ufficiale”, perseguendo un proprio itinerario intellettuale che si intrecciò ed attraversò l’esperienza fascista e che, non sempre, si riusciva a cogliere nelle pagine di “Gli uomini e le rovine” e di “Il Fascismo dal punto di vista della Destra”. Pare che l’immagine di un Evola al di sopra degli avvenimenti incandescenti del suo tempo sia totalmente fuorviante e falsa. Tra le tendenze dottrinali del Fascismo, quella di Evola, appare tra le più attente, non solo alla situazione italiana, ma, anche a quella europea e, dev’essere considerata tra quelle di maggior spessore teorico, tra quelle più sinceramente e coerentemente perseguite, indipendentemente dal valore che ognuno vorrà attribuirgli. Questi scritti appartengono ad un Evola calato nel proprio tempo, consapevolmente schierato, tutt’altro che in attesa del compiersi del destino ciclico, come, invece, traspare negli “Orientamenti” (1950). Il pensatore tradizionalista, che una pessima cultura propagandistica tenta, da sempre, di screditare ed esorcizzare “tout court” dal panorama intellettuale, merita di essere annoverato tra quei dottrinari che seppero fornire, del fenomeno fascista, una delle interpretazioni più originali ed interessanti, anche se tra le più utopistiche, occorre dirlo, di improbabile verifica sul piano storico contingente. E’ negli anni 30 che Evola, già da tempo lontano dalla giovanile adesione alla filosofia idealistica, prese le dovute distanze dalle tendenze neo-idealistiche del Gentile o di Ugo Spirito, ma, altresì dalle tendenze sindacalistiche rappresentate da un Sergio Pannunzio e, inutile dirlo, da quelle di matrice cattolica cresciute di importanza all’indomani del Concordato. E’ in questo contesto che Evola finirà per incrociare la linea teorica di colui che, a tutt’oggi, ancora non è stato adeguatamente riconosciuto come uno dei massimi teorici della “dottrina giuridico-politica” del Fascismo, Carlo Costamagna. Il rapporto che si stabilì tra Evola e Costamagna non è stato, fino ad ora, indagato da nessuno studioso. Un importante contributo in merito è costituito dal Volume di Gianfranco Lami, LO STATO, 1934 – 1943, edito dalla Fondazione J.Evola, che raccoglie tutti gli scritti evoliani pubblicati proprio dalla rivista “Lo Stato”, di cui Costamagna fu il principale animatore e che iniziò le pubblicazioni nel 1930 con la collaborazione di Ettore Rosboch. Nel 1928, Costamagna aveva già pubblicato un importante commento alla Carta del Lavoro, che risulta da lui stesso scritta. Lì erano le premesse per la definizione di quella “nuova scienza dello Stato” che accomunò Costamagna ad Evola, il primo situandosi sul piano istituzionale ed il secondo su quello etico e spirituale. Carlo Costamagna fu, accanto a Rocco, Acerbo, Del Vecchio e Sergio Pannunzio, tra i maggiori giuristi del Fascismo, in aperto, dialettico e, talvolta, polemico confronto con i massimi esponenti della dottrina giuridica ufficiale, soprattutto con Santi Romano, Oreste Ranelletti, Emilio Crosa, G.M. De Francesco. Si pensi al fatto che nella redazione de “Lo Stato” figura uno dei nomi più importanti del pensiero giuridico del dopoguerra, ossia, Vezio Crisafulli. A conferma del ruolo ricoperto nel Regime a differenza di Carlo Costamagna, Antonio Pagliaro o Marino Gentile, dopo aver subito uno dei più tristemente noti processi di epurazione, non verrà mai più reintegrato nell’insegnamento universitario, a conferma della ritenuta “pericolosità del suo pensiero”. L’introduzione di Gianfranco Lami non ripercorre i nodi teorici attorno ai quali finirono con il convergere gli itinerari di pensiero di Evola e di Costamagna, che, prendendo mosse da premesse diverse, risultano, da vari punti di vista, sostanzialmente coincidenti. Le edizioni di Ar, nel 1970, avevano raccolto in un unico volume dal titolo “L’idea di Stato”, un articolo di Costamagna e quattro di Evola, tratti, appunto, da “Lo Stato”. Molti temi, trattati da Evola, risultano datati ed improponibili in ordine ad una loro possibile utilizzazione in sede politica od ideologica. Si pensi solo agli articoli concernenti il problema ebraico e la ideologia razzista, in merito ai quali i distinguo e gli appelli alle cautele non risulteranno mai troppi, esponendosi, essi stessi, a fraintendimenti ed interessate manipolazioni. Altri temi mantengono un indubbio interesse nella misura in cui richiamano i problemi fondamentali dell’uomo, della Società, dello Stato. Di grande interesse risultano le analisi del confronto tra i principi della Romanità e del Germanesimo. Si tratta di un problema che, in margine all’evoluzione dei rapporti tra Italia e Germania in chiave politica, fu trasferito ed affrontato in chiave culturale. Nel 1940, il filosofo Balbino Giuliano pubblicò il volume Latinità e Germanesimo e, l’anno successivo, a cura di Jolanda De Blasi, uscì l’altro importante volume Romanità e Germanesimo, con i contributi di Bottai, Guido Manacorda, Francesco Ercole, Vittorio Santolli, Luigi Stefanini, Roberto Longhi, Carlo Morandi e di altri ancora, ove l’alleanza politico-militare diventa l’occasione per valutare se era possibile un’alleanza sul piano spirituale e della visione del mondo. Per quanto riguarda la posizione di Evola, le prese di distanza da tutto ciò che era riconducibile a neopaganesimo, a contrasto tra germanesimo nordico e romanità mediterranea, risultavano già acquisite, anticipando quanto verrà ribadito nel volume L’Arco e la Clava, pubblicato quando i toni di quella polemica si erano spenti. Merita un cenno il richiamo evoliano sul valore della personalità che viene giustamente distinto e, per certi versi, contrapposto al principio dell’individualità. Nella distinzione dei principi della persona e dell’individuo, Evola ricava due alternative concezioni dell’uomo, Società e Stato. Inutile sottolineare l’attualità del problema, determinata dalla perenne necessità di una definizione dei rapporti dell’uomo e dei rapporti tra ciascun singolo e lo Stato. Le pagine di Evola, una volte liberate dalle contingenze che ne provocarono l’apparizione, costituiscono un prezioso stimolo di riflessione.

L’ULTIMO TABÙ

E’ l’ultimo proscritto per la cultura ufficiale, ma, a 23 anni dalla morte, emergono storie inedite. Raccomandato da Croce, collaboratore di Gentile, in rapporti con Spirito e Laterza – insomma – l’emarginato non era poi così isolato.

Il 1994 sarà sicuramente ricordato più del 1984 orwelliano che fatidico non fu affatto. Sarà ricordato non solo per quel che è avvenuto il 27 marzo, ma, per le conseguenze che questo “ribaltone” potrebbe avere nel mondo della cultura. Durante il convegno su Gentile, svoltosi a Roma, il 20 e 21 maggio, su iniziativa della giunta di sinistra, per ricordare quello che viene definito il filosofo del Fascismo, a 50 anni dalla morte, alcuni filosofi post-marxisti come Coletti, Marramao e Cacciari, al termine di un lungo percorso intellettuale, lo hanno rivendicato, almeno, in parte, alla Sinistra. Ci si consenta di domandare se lo stesso avrebbe fatto il fronte cultura progressista, se, in quella data avesse vinto la occhettiano “gioiosa macchina da guerra…” Racquistato così alla dignità della cultura ufficiale quantomeno il filosofo se non il politico Gentile, ormai, l’ultimo tabù per i nostri intellettuali resta Julius Evola. Anche per lui cade tra pochi mesi il 24° anniversario della scomparsa. Mentre con Gentile la cultura ufficiale finalmente, a pochi anni dal 2000 si accinge a fare i conti dopo averlo rimosso per mezzo secolo, con Evola, non ci prova nemmeno, pur se qualcosa sta insensibilmente cambiando. Si è passati da un estremo all’altro, entrambi già sentiti : da una parte il demonio, il personaggio quasi luciferico, l’ultrarazzista non salvabile – dall’altro – il pagliaccio della cultura, il dilettante approssimativo, il superficiale non scientifico, il clown dell’esoterismo, il “Mago Othelma”. Andiamo proprio male, anche se qualche voce più responsabile si è sentita. Eppure intorno alla figura di Evola, sia come pensatore sia come uomo di cultura, che ricevette suggestioni e che, a sua volta, suggestionò molti uomini del suo tempo, c’è ancora un enorme lavoro da svolgere. Anche perchè, nei vent’anni trascorsi dalla sua morte, ben poco si è fatto e, l’hanno fatto quei pochissimi che ad Evola si sono sempre riferiti. Sono mancati il tempo e le persone – è l’amara verità – ma le cose stanno proprio così. Basti pensare alla ricerca archivistica per ricostruire fatti ed idee, per riempire vuoti nella vita e nell’evoluzione del pensiero ci vogliono documenti, che, esistono, ma, bisogna andarli a trovare là dove si pensa che debbano stare… I rapporti con il mondo filosofico degli anni 20 e 30… Croce… Gentile… Spirito … Tilgher… . Sappiamo soltanto quel che Evola ci racconta nel “Cammino del cinabro” e quel che si deduce ed intuisce dalle sue prese di posizione sui vari sistemi filosofici. Oppure, sappiamo quanto, in genere, si dice di Evola da parte di chi ha studiato quel periodo della cultura italiana – fu un isolato, un emarginato – le sue idee venivano prese in considerazione poco e male, era ritenuto un personaggio originale, quali folkloristico. Ma… è stato veramente così? – Forse non è stato affatto così, oppure, non è stato proprio così… allora, in base ad una serie di indicazioni, si sono compiute alcune ricerche che hanno portato a risultati incoraggianti che saranno approfonditi in altre occasioni. Risultati che ci presentano un Evola, nei suoi rapporti con Croce e Gentile, ben diverso da quanto l’immagine acquisita ci ha dato da decenni. Si poteva immaginare un Evola “sponsorizzato” da Croce? – Un Evola collaboratore alla gentiliana Enciclopedia Italiana? – Un Evola di casa presso Tilgher ed in contatto con Spirito? Qualcosa si poteva, e doveva, intuire, ma non si avevano vere e proprie prove documentali. L’ “isolato” non era isolato, l’emarginato non era poi tanto emarginato, l’intellettuale che incise, poco o nulla, durante il Fascismo, alla fine, forse incise più di quanto non si sia creduto… Bastava andare a cercare e, molti luoghi comuni sarebbero già stati smantellati; ciò, non sarà, del tutto, possibile se verrà impedita la consultazione dei documenti che lo riguardano. Meglio tardi che mai, e, vedremo se Evola continuerà ad essere, per la cultura progressista, ancora quel tabù … quel diavolo …

E BENEDETTO CROCE SPONSORIZZO’ EVOLA

Il filosofo liberale ed antifascista ebbe lo strano ruolo di protettore di Evola. Fu lui a farne pubblicare i libri da Laterza. Ecco la storia inedita di un rapporto insospettato.

Julius Evola e Benedetto Croce, all’apparenza, non si potrebbero pensare due filosofi più distanti tra loro, eppure, in un certo periodo della loro esistenza, furono in contatto. Non si trattò di un fatto sporadico ma di una relazione durata quasi un decennio, tra il 1925 ed il 1933. Per la precisione, la relazione vede Croce nella veste di protettore ed Evola nella veste di protetto. Ciò in rapporto all’ingresso di quest’ultimo nel novero degli autori della casa editrice Laterza. Evola aveva pubblicato alcune sue opere, presso Laterza, negli anni 30, in parte, ristampate nel dopoguerra. I rapporti editoriali non erano, finora, noti. Qualche anticipazione sul triangolo Croce-Evola-Laterza era stata fornita, in passato, dagli studiosi Daniela Coli e Marco Rossi. La prima se ne era occupata in un libro pubblicato una quindicina di anni fa – Croce Laterza e la cultura europea, 1983 – il secondo, nel terzo di una serie di saggi dedicati a “L’Itinerario culturale di Julius Evola negli anni 30”, apparso su Storia Illustrata Contemporanea, n. 6, dicembre 1991. Ora, nel “Cammino del cinabro” – Scheiller, 1963 – Evola accenna al rapporto con Croce, ma, dice molto meno di quello che oggi s’incomincia a delineare. Egli dice che Croce, in una lettera, gli fece l’onore di giudicare un suo libro “ben inquadrato e ragionato con esattezza” ed aggiunge che lo conobbe personalmente. Un’indagine condotta sull’archivio della casa editrice barese, depositato presso l’archivio di stato di Bari, ci consente di fornire un quadro particolareggiato della relazione. La prima lettera di Evola che si rintraccia nell’archivio Laterza, risale alla fine del giugno 1925. In essa il pensatore tradizionalista perora, presso l’editore, la stampa della sua teoria dell’Individuo Assoluto. Egli scrive : “Non è simpatico che io, come autore, insista nel richiamare la sua attenzione sulla serietà e l’interesse dell’opera; credo che la raccomandazione del Sen. Croce Le sia garanzia a ciò”. Dell’interessamento del filosofo si ha conferma attraverso una lettera di Laterza a Giovanni Preziosi del giugno precedente. Scrive l’editore : “Ho già sul mio tavolo, da oltre venti giorni, gli appunti che mi lasciò il Sen.Croce intorno al libro di J.Evola “Teoria dell’individuo assoluto”, raccomandandomene pubblicazione. In effetti, Croce si era recato a Bari intorno al 5 maggio ed, in quell’occasione, aveva consegnato l’appunto a Giovanni Laterza. Il libro sarà poi pubblicato da Bocca nel 1927. Questo è il primo di una serie di interventi del filosofo a favore di Evola. Qualche anno dopo, Evola torna a bussare alla porta dell’editore barese in relazione ad una diversa pubblicazione. In una lettera spedita il 3 luglio 1928, il pensatore propone a Laterza la stampa di un suo lavoro sull’ermetismo alchemico, e, nell’occasione ricorda, a Laterza, il precedente intervento di Croce a proposito del suo libro filosofico; anche questa volta Laterza risponde negativamente. Passano due anni ed Evola ripropone il libro, ma, avendo ottenuto l’appoggio di Croce. Il 13 maggio 1930, Evola scrive : “Il senatore Benedetto Croce mi comunica che Ella, di massima non respinge la possibilità di pubblicare “La tradizione ermetica” nella sua collezione di opere esoteriche”. Questa volta Laterza aderisce alla richiesta senza frapporre ostacoli. Nel coevo carteggio Croce-Laterza non risultano riferimenti al libro evoliano. Perciò è lecito supporre che se ne sia parlato direttamente in casa Croce a Napoli, dove Giovanni Laterza si è effettivamente recato qualche giorno prima. Cinque anni dopo il primo intervento, Croce riesce ad inserire, finalmente, Evola nel catalogo Laterza. Un terzo interessamento crociano, anch’esso maturato probabilmente a Napoli, si registra intorno alla ristampa del libro di Cesare della Riviera “Il mondo magico degli Heroi”. Nella prima lettera rintracciabile sull’argomento, del 20 gennaio 1932, Laterza scrive ad Evola per lamentarsi di non essere riuscito a trovare notizie intorno al libro. Il giorno dopo Evola gli comunica che gli manderà in visione una copia della seconda edizione originale. Nel frattempo Croce scrive a Laterza : “Ho visto qui quel libro sulla magia del Riviera di cui c’é un bell’esemplare nell’edizione, che credo la prima, di Mantova, 1603. Bisognerebbe ristamparlo, ristampare la dedica e la prefazione”. Il libro verrà poi edito con prefazione e trascrizione modernizzata da Evola. La lettura del carteggio rende netta l’idea che si sia trattato di un incarico dato ad Evola su iniziativa di Croce. Evola, del resto, in una lettera a Laterza, dell’11 febbraio, giudica la cosa “più noiosa di quanto pensava”. Un quarto tentativo, non andato in porto, riguarda una traduzione di scritti scelti di Bachofen. In una lettera del 7 aprile 1933, a Laterza, Evola scrive : “Col senatore Croce, una volta, si era parlato dell’interesse che poteva offrire una traduzione di passi scelti del Bachofen, un filosofo del mito in gran voga, oggi, in Germania. Se la cosa può interessarLa, posso dirLe di quel che si tratta anche col parere del senatore Croce”. In effetti, Croce si era occupato di Bachofen in un saggio del 1928. Il 12 aprile Laterza consulta il filosofo : “Evola mi scrive di averLe parlato di un volume di passi scelti di Bachofen, è cosa da prendere in considerazione?” Nella risposta di Croce, del giorno dopo, non ci sono riferimenti al quesito, ma, la lettera non è conservata in originale. Evola, in ogni caso, non demorde e, in una cartolina del 2 maggio, comunica che si propone di “scrivere al sen.Croce onde ricordagli quanto si era accennato” tra loro. In una seconda cartolina del 23, chiede a Laterza se abbia chiesto, a sua volta, il parere di Croce e conferma di avere scritto al filosofo. Due giorni dopo, Laterza nega di aver “chiesto al Croce il parere” circa la traduzione, perchè, aggiunge, “temo l’approvi”. Si tratta di una piccola bugia, in effetti, il parere l’ha chiesto, anche se, non sappiamo se ci sia e quale sia stato, mentre, l’antologia apparirà nel 1949 nelle edizioni Bocca. Col 1933 cessano i rapporti con Croce rintracciabili presso l’archivio Laterza. Bisogna giungere al dopoguerra perchè Croce ed Evola si rincontrino in ambito editoriale; il 10 dicembre 1948, Evola propone a Franco Laterza, succeduto al padre, la traduzione di un saggio di Robert Reininger Nietzsche ed “Il senso della vita”, ricevuto il testo, il 17 febbraio, Laterza scrive al Alda Croce, figlia del filosofo : “Ti unisco un manoscritto su Nietzsche, tradotto da Evola; sembra un buon lavoro; vedi se non sia il caso di accettarlo per la biblioteca di Cultura Moderna”. Il 27, è il filosofo a rispondere. Croce dimostra possibilità, pur con qualche riserva, ma, rimanda ogni decisione al ritorno di Alda, in quei giorni a Palermo. La decisione viene presa a Napoli intorno al 23 marzo 1949 – il parere è negativo e si deve intuibilmente da Alda Croce, così, il primo aprile Laterza conferma ad Evola che “il libro fu molto apprezzato per il suo valore” e che, per motivi di opportunità ne era stata esclusa la pubblicazione che uscirà, poi, nel 1971 nelle edizioni Volpe. Evola ignora i particolari ma, la mancata pubblicazione lo insospettisce tanto che, in un paio di lettere di un anno dopo ipotizza tentativi di “epurazione”. L’insinuazione irrita Laterza e, con questa polemica, i rapporti tra Evola e l’editore si raffreddano. In pratica Evola è entrato nella Laterza solo grazie al Croce e ne esce a causa di un parere negativo della di lui figlia Alda.

GENTILE, AMICO E NEMICO

Il rapporto fra Evola e Gentile è stato sempre considerato in termini di contrapposizione alla luce della profonda diversità dei loro rispettivi orientamenti filosofici. Evola, nel suo periodo speculativo – 1923 – 1927 – aveva elaborato la concezione dell’individuo assoluto che rappresentava un deciso superamento della filosofia idealistica nella sue varie formulazioni e, quindi, anche dell’idealismo crociano e dell’attualismo gentiliano, nonchè punto di passaggio verso la riscoperta della Tradizione, intesa e vissuta quale apertura alla Trascendenza ed all’esoterismo quale via sperimentale per la conoscenza e la realizzazione dell’Io. Nel rapporto tra i due pensatori vi è un aspetto del tutto inedito la cui conoscenza può contribuire a darne una visione più chiara, diretta ed esauriente. Si tratta della corrispondenza tra Evola e Gentile, la cui consultazione è stata possibile grazie alla cortese disponibilità della “Fondazione Gentile”. Essa si colloca nel periodo 1927-29, in cui Evola dirige Ur, la rivista per la scienza dell’Io, sottotitolata “rivista di scienze esoteriche”. E’ lo stesso periodo in cui Gentile, con i suoi collaboratori, prepara l’Enciclopedia Italiana di cui è direttore ed il cui primo volume sarà pubblicato nel 1929, mentre, i successivi usciranno con cadenza trimestrale. La lettera più significativa, sotto il profilo storico-culturale, è quella del 2 maggio 1928 che Evola scrive a Gentile, su carta intestata di Ur, per ringraziarlo vivamente di avere accondisceso al suo desiderio di collaborare all’Enciclopedia Italiana per le voci che potevano essere di sua competenza. Tale collaborazione è confermata dalla lettera del 17 maggio 1929, nella quale Evola riferisce a Gentile di aver consegnato ad Ugo Spirito alcune “voci” alla cui stesura ha provveduto. Non è facile saper di quali voci si tratta ma, per ora, è stato possibile identificare, con certezza, solo la voce Atanor, siglata G.E. Tali notizie trovano riscontro nel volume enciclopedia-razione. Egli tentava di dare un’ufficializzazione, all’interno della cultura portante in quel momento storico, all’indirizzo degli sudi di scienza esoterica. Che la disciplina specialistica attribuitagli nell’Enciclopedia fosse quella dell’occultismo può porsi in relazione con tale disegno. L’accoglimento, da parte di Gentile, della collaborazione di Evola costituisce un significativo riconoscimento della qualificazione del teorico dell’individuo assoluto, nonchè un disegno di attenzione verso le tematiche proposte in Ur, pur nelle differenze irriducibili di convincimento filosofico. Vi è d’altra parte, nella collaborazione di Evola, l’accettazione del prestigio culturale di Gentile e del rilievo scientifico dell’opera da questi diretta. Da questo inedito rapporto epistolare emerge un grande insegnamento che entrambi i filosofi ci hanno lasciato in eredità : la capacità di integrare felicemente la coerenza con i propri principi e l’apertura mentale al colloquio, al confronto ed alla collaborazione con chi esprime una forte alterità di carattere e di idee. Altro è, infatti, la coerenza, altro è la rigidità di chi si chiude in uno sterile isolazionismo. Dopo 50 anni di demonizzazioni acritiche, fuorvianti ed infondate dei due pensatori, d’incomprensioni e steccati superati dai processi di trasformazione in atto, di svilimento delle nostre specificità culturali, non potrebbe esservi lezione migliore e più opportuna, per una panoramica rifondazione nazionale, che la rivisitazione a 360°, delle radici della nostra lunga e più vicina memoria storica, recuperando anche quelle soffocate dopo la fine della seconda guerra mondiale e, faziosamente, cancellate da una febbre di “damnatio memoriae”. Va sottolineato che la corrispondenza ripresa si colloca temporalmente nell’arco che ha visto Evola comunicare con Croce come si evince dall’epistolario Evola-Laterza. All’archivio Croce, ci è stato detto testualmente : … quelle lettere non sono consultabili …” Atteggiamento del tutto opposto a quello della Fondazione Gentile che ha fornito senza alcuna difficoltà le lettere di cui si è parlato.

UN LUNGO COLLOQUIO CULTURALE.

Uno dei luoghi comuni che hanno circondato Evola è rappresentato dal preteso isolamento culturale e dell’estraneità dell’opera dello scrittore tradizionalista rispetto ai fermenti più vivi sviluppatisi nell’ambiente intellettuale italiano. Un luogo comune che permane, se dobbiamo dar credito alle interpretazioni minimaliste di un Ferraresi e di uno Staglieno e agli imbarazzi manifestati, di recente, da Cesare Medail su Corriere della sera, nonostante la pubblicazione degli importanti epistolari intercorsi tra Evola ed i vari Tristan Tzara, Girolamo Comi, Giovanni Gentile. Dobbiamo all’accurato lavoro d’archivio di Stefano Arcella la scoperta delle lettere di “Jiulius Evola a Benedetto Croce” (1925-1933)”, la cui pubblicazione, lo studioso napoletano, ha curato per i tipi della “Fondazione J.Evola” presieduta da Gianfranco de Turris. L’epistolario ha inizio con una lettera del 13 aprile 1925, nel momento in cui Evola ha maturato, il pieno, il suo pensiero filosofico con la pubblicazione dei “Saggi sull’idealismo magico” e la stesura della “Teoria dell’individuo assoluto”; opera, quest’ultima, che il giovane filosofo sottopone a Croce affinchè interponga i suoi buoni uffici presso l’editore Laterza. “… La pubblicazione dell’opera principale mi rappresenta qualcosa di effettivamente importante … essa è la condizione per potermi poi volgere, liberamente, a ciò di cui l’insieme della mia dottrina, teoreticamente esposta, non è che l’astratto schema”. E’ l’annuncio del passaggio dalla fase speculativa a quella incentrata sulla realizzazione spirituale, che lo porterà all’esperienza del Gruppo di Ur ed agli studi sulle Tradizioni sapienzali. Evola, pur rivendicando l’autonomia del suo percorso, riconosce a Croce quell’apertura mentale che “lo distinse così nettamente nel settarismo e nel dogmatismo, oggi, così diffuse in Italia”. Come si vede, il conformismo è una costante che si rinnova nel panorama culturale dell’italietta di ieri e di oggi. Laterza, probabilmente, per motivi ideologici e, nonostante il parere favorevole di Croce, non pubblicò “Teoria”, che vide le stampe, da Bocca, nel 1927. Passano cinque anni, nel corso dei quali Evola, da vita al Gruppo di Ur e pubblica “Imperialismo pagano”, mentre, inizia il carteggio con Gentile e la collaborazione con la Treccani. Nel maggio 1930, Evola scrive a Croce proponendogli la sua ultima opera “La Tradizione Ermetica” . “Questo libro mi è costato molto lavoro, ricerca su testi rari del 500,600,700, raffronti con i greci e gli arabi, vi è tutta un’interpretazione del mito e del simbolo sulla linea del Vico, del secondo Schelling e del Bachofen… una tradizione di spiritualità non riducibile alla spiritualità religiosa che dai greci si è trasmessa identica, sotto travestimenti vari, fin sulle soglie dei nostri tempi”. Le lettere successive confermano che quello Evola-Croce è un colloquio di ampio respiro, ben più profondo di quanto supposto da Megail ed altri. L’interesse convergente dei due filosofi per la tradizione alchemica ha, comunque, sviluppi diametralmente opposti : se, per Evola, il ricupero di una tradizione ha valore eminentemente sacrale e sapienzale, per Croce, l’interesse è di carattere storico e culturale. Questa convergenza tattica consentirà la pubblicazione, presso Laterza, dell’opera. L’ultima lettera è datata 2 maggio 1933 ed è particolarmente significativa, in quanto, dimostra che i due filosofi s’incontrarono a Napoli, fino al 1931, in più occasioni. Evola propone un’edizione delle opere di Bachofen, “nell’interesse della cultura italiana”. Qui emerge un ulteriore punto di contatto tra i due, accomunati dall’obiettivo di sprovincializzare la cultura italiana. Le finalità sono diverse: Evola intende introdurre in Italia una metodologia storiografica che lo porterà, nel 1934, alla stampa dell’ancora oggi insuperata “Rivolta contro il mondo moderno”, mentre Croce rimane fermo ad una visione umanistica ed hegeliana della storia. Non a caso Laterza si opporrà alla pubblicazione dell’antologia di Bachofen, che verrà alla luce solo nel 1949 grazie a Bocca. Nella stessa lettera Evola accenna alla “solita chiacchierata” agli “illusi”, un sodalizio culturale operante nella Napoli tra le due guerre e presieduto dallo stesso Croce. Un cenacolo che, nell’anno di attività, tra il 30 ed il 31, aveva ospitato personaggi del calibro di Maribetti, Ungaretti, Malaparte, Bontempelli, Ojetti, Alvaro e Moravia, oltre allo stesso Evola che, vi aveva tenuto una conferenza sul “superamento del romanticismo”, largamente commentata sui giornali napoletani “Il Mattino” ed il Roma”. Nella conferenza, Evola spazia dalla filosofia all’arte, dalla musica all’architettura, dalla letteratura alla fisica, per cogliere l’elemento fondamentale rappresentato dall’irruzione del “a-umano” anche nella vita meccanizzata delle metropoli moderne. Il filosofo dell’idealismo magico indica una via, nel segno del dio indiano Shiva, che attraverso l’accettazione della sfida posta all’uomo moderno dagli aspetti dissolutivi dell’era attuale, porti ad una catarsi attivamente realizzata secondo quanto simbolicamente espresso in tutte le grandi tradizioni spirituali d’Occidente e d’Oriente. Si notano già i tempi ripresi e sviluppati in “Cavalcare la tigre” del 1961. L’autore della ricerca d’archivio, nell’ampio saggio introduttivo, sottolinea il fatto significativo che questo messaggio di lucido e coraggioso realismo venga trasmesso da Evola proprio a Napoli, città, fin dalla più remota antichità, “centro di cultura esoterica”. Non è un caso che Evola parli, per la prima volta, di “via della mano sinistra”, in un momento storico, a pochi mesi dalla chiusura, d’autorità, della rivista “La Torre”, che vedeva l’involuzione, in senso clericale e conservatore, del fascismo regime.

ANTIFASCISTA ED ANTIDEMOCRATICO

Amico di Croce, che fa pubblicare i suoi libri, frequentatore di Amendola, lodato da Tilgher ed amato dalla Aleramo, il teorico dell’ “Individuo Assoluto”, nella sua prima fase, si oppone al Fascismo, addirittura, fin dopo la “Marcia su Roma”. Una storia poco conosciuta che torna alla luce. Analizzando le vicende culturali e politiche italiane dei convulsi anni 20, si deve registrare l’iniziale disinteresse evoliano per l’aspetto politico. Proveniente dal mondo artistico e filosofico, Evola sembra eseguire una propria strada sostanzialmente apolitica, anche se sempre di apoliticità aristocratica si tratta. Giorgio Amendola stesso ci da un ritratto, aspro ma significativo, della particolare collocazione evoliana dei primi anni 20 : “Si erano aperte, anche in concorrenza con le Grotte degli Avignonesi, le Grotte dell’Augusteo, in un sotterraneo della vecchia sala dei concerti dell’Augusteo. Se le prime Grotte erano il centro dell’attività futurista, le seconde erano la base di quella dadaista. Il dadaismo era già arrivato a Roma. Vi fu una serata in onore di uno scrittore. Il propagandista più acceso del dadaismo era un giovane professore, Evola, amico della contessa Piccardi da tempo legata a mia madre e rimasta vedova di uno scrittore siciliano caduto in guerra, Vincenzo Piccardi. Evola divenne, più tardi, fanatico razzista e sostenitore del Nazismo. Mi era già antipatico, freddo e maleducato. Non comprendevo la differenza tra Futurismo e Dadaismo, ma consideravo i futuristi come Anton Giulio Bragaglia ed i suoi amici sempre cortesi, cordiali ed allegri, più simpatici”. Ora bisogna considerare che, proprio in quel vivace panorama artistico, Giorgio Amendola ha conosciuto, seguendo le vicende della sua effervescente madre Eva Khun, gli allegri e cordiali futuristi come Bragaglia che erano proprio quelli che appoggiavano apertamente il movimento fascista, mentre il freddo e maleducato Evola, come il nichilismo assoluto dadaista imponeva, era lontano da qualsiasi tipo di passione politica, e la strada della filosofia-magica che si apprestava a percorrere l’avrebbe sempre più avvicinato ad una posizione di contrasto con il movimento fascista. Tra l’altro l’antipatia di Amendola ricorda quella che sua madre ha espresso, sostanzialmente negli stessi termini di freddezza, nei confronti di Benedetto Croce quando, agli inizi del secolo, ricordava : “Con Croce ci incontrammo, un giorno, al caffè Greco; a me ed Alessandro Costa, che era presente, fece l’impressione di un uomo gelido”. In quell’occasione dette, su Schopenhauer, un giudizio aspro e severo, che, non gli ho mai perdonato. L’antipatia di Giorgio Amendola e di Eva Khun aveva colto qualcosa di reale in quel gelo comune ai due pensatori, Croce ed Evola, così diversi eppure con alcune caratteristiche più vicine di quanto, ancora oggi, si sia disposti ad ammettere. Prima di tutto il giudizio crociano su Schopenhauer verrà ampiamente confermato e sottoscritto da Evola, per il quale il grande filosofo di Danzica esprime una dottrina priva di qualsiasi fondamento teoretico, secondariamente un certo distacco aristocratico per le masse, al di là delle differenze ideologiche, finisce per far orbitare Evola nell’ambiente antifascista liberale spiritualista durante gli anni in cui il fascismo conquista il potere ed opera le prime radicali trasformazioni istituzionali nella direzione del regime. Evola diventa, così, collaboratore del massone Arturo Reghini, che si era formato negli ambiente e nelle riviste capeggiate da Papini e da Prezzolini, il quale criticava apertamente Mussolini di svendere ciò che vi era di positivo nel movimento fascista, alla normalizzazione cattolica e borghese che non teme di rivendicare il ruolo centrale della Massoneria, pagana ed anticristiana, nella costruzione dell’unità nazionale. Evola diventa anche collaboratore di Adriano Tilgher, uno dei filosofi italiani più significativi degli anni Dieci e Venti, fautore di una teoria del pragmatismo trascendentale, autore di volumi agili ed inquietanti sulla crisi spirituale causata dalla prima guerra mondiale, libri che colpirono anche personalità come Anna Kuliscioff e Filippo Turati, collaboratore a “Il Mondo” di Giovanni Amendola, a Rivoluzione Liberale di Carlo Rosselli, firmatario di un manifesto antifascista di Croce, picchiato dai fascisti e morto al confine. Ancora nel 1925, Evola stringe un’affettuosa amicizia, che poi divenne storia d’amore, con Sibilla Aleramo, la quale racconterà queste vicende nel romanzo “Amo dunque sono”, dove Evola appare sotto il nome di Bruno Tallegra, mentre sotto quelle di Luciano, che è il protagonista amato dall’autrice nel momento della stesura del testo, si cela l’identità di Giulio Parise, anche lui cultore di magia e di esoterismo, collaboratore del Reghini e di Evola per tutti gli anni Venti. Anche l’Aleramo, com’è noto, oltre ad avere vissuto intensamente tutta la cultura e l’ambiente delle riviste fiorentine, era stata firmataria del manifesto degli intellettuali antifascisti del Croce, anche se, almeno sino alla fine degli anni Venti, si mantiene vicina e partecipe agli ambiente esoterici ed occultistici che ruotano attorno al Reghini e ad Evola. Infine, Evola stringe una lunga e produttiva amicizia con Giovanni Colonna di Cesarò, uomo politico di un certo rilievo nel panorama italiano, proveniente dalle file del radicalismo angiolittiano, fondatore della formazione politica “Democrazia sociale”, che, nel febbraio 1922, contava 41 parlamentari, ministro delle Poste nel primo governo Mussolini e poi animatore intelligente di uno degli ultimi movimenti antifascisti italiani, soprattutto dalla pagine del quindicinale “Lo Stato Democratico”. Ed è proprio sulle colonne della rivista del di Cesarò che Evola scriverà i suoi primi articoli di argomento politico, confermando l’essenza aristocratica ed antidemocratica della propria filosofia ma, allo stesso tempo, mostrando tutta la sua ostilità verso il movimento fascista, sino ad indicare, nell’ultimo numero della rivista, negli intellettuali antifascisti e nel mondo neospiritualista ed occultista del tempo, l’ambiente umano che avrebbe potuto generare un “gruppo” effettivo, una specie di élite spirituale in grado di propiziare la luce di qualcosa di più alto e di più puro che non sia una vicenda meschina, torbida, dilacerata in cui la vita politica nell’ultimo periodo si è sommersa. Infine, è Benedetto Croce che si occupa personalmente di aiutare Evola a pubblicare la lunga ed ostica trattazione sull’individuo assoluto, prima presso Laterza, senza successo, poi presso le Redazioni Bocca, questa volta con successo; infatti, il 23 luglio 1928, Evola, proponendo al Bocca la pubblicazione dei suoi studi sull’ermetismo, scriveva : “Penso che lei ricordi il mio nome. – A suo tempo, il sen.Benedetto Croce le raccomandò la mia opera sull’ ”Individuo assoluto”, che poi uscì”. Al rifiuto di Bocca di pubblicare lo studio evoliana sull’ermetismo, Croce, risponde e provvede aprendo le porte della casa editrice ad Evola. Una lettera di quest’ultimo, del 13 maggio 1930, a Laterza dice : “Il sen.Benedetto Croce mi comunica che Ella, di massima, non respinge la possibilità di pubblicare una mia opera su “La Tradizione Ermetica” nella usa collezione di opere esoteriche… Sarò veramente lieto se, con questo libro, mi sarà possibile collaborare alla sua attività, dato che con i miei due volumi precedenti all’Individuo assoluto, che lo stesso sen. Croce Le aveva proposto, e che poi sono stati pubblicati da Bocca, non vi sono riuscito”. Con una positiva risposta del 31 maggio 1930, Laterza, ponendo unicamente condizioni sulle dimensioni del saggio, apriva una proficua collaborazione con Evola, attraverso la quale, la famosa casa editrice barese pubblico “La Tradizione Ermetica” nel 1931. Il Mistero del Graal e La Tradizione Ghibellina dell’Impero, nel 1937; La Dottrina del Risveglio e Saggio sull’Ascesi Buddista, nel 1944; la seconda edizione della Tradizione Ermetica nel 1948, infine la seconda edizione riveduta ed ampliata di Maschera e Volto della Spiritualismo, nel 1949. E’ da ricordare che il Croce, in un suo mai citato ma interessantissimo saggio del 1928, è uno fra i primissimi intellettuali italiani ad occuparsi compiutamente del Bachofen il grande studioso dei miti mediterranei sul matriarcato, del quale lo stesso Evola curò, nel 1949, una parziale traduzione commentata. Se teniamo dovutamente conto di questi dati della logica culturale crociana ci appare certo più comprensibile la stima e l’appoggio che il grande filosofo meridionale mostrò nei confronti di Evola, mentre quest’ultimo, nonostante non potesse accettare l’ottica liberale ed umanistica crociana conservò sempre, per l’intellettuale una maggiore stima che non per il Gentile, stima che giunse a prendere, nel ricordo senile, quasi una sfumatura di amarezza sulla direzione conclusiva della speculazione crociana : “Il Croce, in una lettera, mi fa l’onore di giudicare un mio libro come “ben inquadrato e ragionato con esattezza”, da parte mia, se in lui riconobbi una maggiore signorilità e chiarezza rispetto al Gentile, non potei non constatare il basso livello di un pensiero puramente discorsivo, che, alla fine, doveva abbandonare il piano dei grandi problemi speculativi per disperdersi nella saggistica, nella critica letteraria ed in una storiografia ad orientamento laico-liberale. Stesso discorso si può fare di Adriano Tilgher, il quale continuò, nonostante le grandi divergenze ideologiche, a stimare Evola tra i più significativi pensatori italiani del dopoguerra, ancora nel 1937, quando incluse un significativo saggio evoliano nella sua Antologia dei Filosofi Italiani del dopoguerra, assieme ad interventi di Antonil Aliotta, Ernesto Bonaiuti, Piero Martinetti, Costanzo Mignone, Emilia Nobile, Giuseppe Rensi e naturalmente dello stesso Tilgher. In un famoso articolo, di qualche anno precedenti, il Tilgher aveva definito Evola come “una delle più vigorose figure della cultura contemporanea italiana”, precisando che se era “facile individuare i maestri di Evola, i filosofi dell’idealismo i saggi dell’Oriente, Nieyzsche e, fra gli italiani, il geniale Michelssaedter” d’altra parte, questo mondo di pensiero risultava “tutto fuso abilmente in una dottrina che ha il suggello di una personalità vigorosa e dominatrice”, che aveva avuto come merito principale ed originale il sottolineare, chiarire e portare alle necessarie logiche conseguenze “la concezione arbitraria dell’azione”, meta verso la quale “tutta la filosofia moderna è orientata”.

GIOCANDO A DADA

Il gruppo dei dada si è posto, nel 1916, come realtà ideologica a se stante e, proprio perché privo di programma avveniristico e di spinte in avanti ha, in pratica, rifiutato sia il termine di avanguardia che quello di movimento, se intesi come mezzi di anticipazione di nuove realtà e di nuove utopie. Non si deve d’altra parte, trascurare che, alla sua nascita, il Dadaismo aveva già trovato il terreno arato dall’anarchia rivoluzionaria e dal nichilismo nietzscheano, ma anche il corredo di idee e perfino il materiale umano adatti alla sua iconoclastia, per abbattere gli “idola” della storia, colpevoli di avere tramandato la cultura libresca ed umanistica. Senza contare che il pensiero della negazione aveva permeato, ai primi del secolo, le risorgenti avanguardie, dopo le rivoluzioni fallite dall’impressionismo e dal liberty, per cui, sul terreno della pratica letteraria, artistica e perfino politica, i movimenti ideologici si presentavano diversificati e ramificati in maniera diffusa anche se contraddittoria. Il grido di Nietzsche, sull’eccessivo grado di “senso storico”, che aveva portato danni agli esseri viventi per l’aumento d’insonnia e della ruminazione che comporta un effetto negativo sulla vita aveva indotto i “maitres a penser” a rivendicare la totale libertà individuale rispetto ad ogni potere o credo sociale e politico, finchè nei confronti di quell’opera che non si poneva come scopo della vita.

DISTRUZIONE DELLA NORMA

D’altra parte, accanto ai visionari, operavano gli “attivisti” che con l’azione, anche violenta, tendevano alla negazione del passato e delle istituzioni, in maniera indiscriminata, oppure come mezzo di rivendicazione di un avvenirismo, comunque, finalizzato alla vita. In questo senso gli “attivisti” avevano accettato il riferimento di Nietzsche, secondo cui “solo in quanto la storia serva la vita, vogliamo servire la storia”. Pertanto, in questo contesto, appare possibile rintracciare i motivi che hanno determinato l’indiscriminata negatività del dadaismo, denominato come tale non essendo credibile una partenogenesi del pensiero dada, come i fanatici, specialmente nostrani, vanno ripetendo da più tempo. In verità, il predadaismo degli artisti e dei letterari, da Ball a Tzara, da Duchamp a Picabia, si sono posti in sintonia, senza una denominazione particolare o tendenzialità di gruppo, con le idee espresse dai movimenti d’avanguardia europea – Cubismo, Futurismo, Espressionismo – della loro trasgressione, esercitata come motivo di distruzione della “norma”, più che della forma. Al contrario di Tzara e di Ball, vicini criticamente alle idee di Marinetti, Duchamp coglierà dai movimenti d’avanguardia europea i motivi più diversi che lo porteranno ad applicare al prodotto artistico, non già l’ “idea” retinica della forma, ma il lucido ricalco di elementi estetici veri e propri con l’intento di farli esplodere nella loro contraddizione. Infatti il predadaista Duschamp trarrà dalla fenomenologia tedesca, che aveva influenzato l’ “Urschrei” espressionista (urlo primitivo) non soltanto il gergo tecnico ed il motivo generico della distruzione-autodistruzione, tra il nevrotico e l’ossessivo, ma anche il significato archetipico e di conoscenza alchemica per la “Sposa messa a nudo”, guardata dalle “Macchine celibi” (1915). Mentre dal rifiuto marinettiano (1910) di venerare l’ “urna funeraria” della Gioconda, verrà fuori il gesto iconoclastico della Gioconda con i Baffi (1919), l’opera di Duschamp divenuta famosa e ripresa anche da Malevitch e da Lèger. Un riscontro critico articolato merita il “Nudo che scende una scala”, sempre di Duschamp (1912). Ieri come oggi, l’opera ha attirato l’attenzione dei consenzienti acritici, maliziosamente sintonizzati sul preteso carattere predadaista di Duschamp, senza che venissero considerati i caratteri cubo-futuristici, palesemente rivelati dall’artista francese (1887-1968), sia pure per fare esplodere le contraddizioni extra-artistiche. Nonostante il fanatismo dei male informati, è stato detto, per storta interpretazione ideologica : “L’opera combina, con tempismo eccezionale, la scansione analitica ed il monocromatismo del cubismo con l’idea del movimento futurista”.

TRA CUBISMO E FUTURISMO

Sennonché, coloro che sono stati chiamati “partigiani ideologici”, perché portati ad escludere “l’esercizio democratico del sapere”, hanno confermato la priorità dell’opera, sul presupposto che la rappresentazione del movimento e del culto della macchina è venuta nel futurismo in quanto è stato detto la mostra futuristica di Parigi è del 1912, mentre Duschamp aveva già abbozzato (1911) un “Nudo” in movimento. E’ risaputo che è molto difficile farsi ascoltare da chi non vuol sentire. Sommessamente, non ci resta che confermare che, a parte il fatto che la dinamica del “Nudo” che scende una scala, l’idea del movimento, come sintesi di simultaneità tempo-spaziale, non come scomposizione analitica delle forme, è nata nel futurismo con il manifesto di fondazione (1909) e con i manifesti della pittura (1910). Ma vi è di più. La trasposizione nella pratica d’arte della teoresi futurista è avvenuta con la mostra del 1911 a Milano, in cui Boccioni aveva esposto “La Città che sale”. D’altra parte l’Italia era, allora, il richiamo costante degli artisti cosiddetti predadaisti. Ma per i tenaci “partigiani ideologici” l’evidenza dei fatti non basta a correggere il loro campanilismo. E così, cercando di correggere il tiro, Duschamp diventa, quanto meno, erede dei cubisti, dal momento che, se nel “Nudo” non è presente la sintesi del movimento futurista, è certamente evidenziabile l’analisi dell’oggetto, del quale si vuol cogliere “quello che c’è dentro” (Octavio Paz), cioè i meccanismi deliranti che, invece, nulla hanno a che vedere con la scomposizione cubista. Il ragionamento cade dal momento che la componente istintiva e vitalistica appartiene al futurismo e non al cubismo, che manca completamente dello “stato d’animo”, anche a causa dell’ “aumento di fissità generato dall’analisi”, come diceva Boccioni. Ciò per il fatto incontroverso che il cubismo si è arrestato su una posizione di classicismo formale, ancora più severo e rigido del realismo, dal quale era rifuggito. La rassegna romana del Palazzo delle Esposizioni (30 giugno 1944) documenta l’arte della negazione dada ed ha ribadito, forse involontariamente, la priorità d’ordine storico del Futurismo rispetto al Dadaismo, facendo iniziare la mostra dalle opere di un nutrito gruppo di pittori futuristi, perfino di quelli che poco hanno avuto da spartire con il dadaismo. D’altronde, la rassegna romana ha mantenuto una guardinga neutralità tra gli stessi curatori della mostra e del catalogo, riportando le contrapposte ricerche storiografiche, a corredo di chi guarda ai fatti con il metro della storia “Maestra di verità”, sia di chi crede alle virtù taumaturgiche dell’ideologia. I “partigiani ideologici” ritengono disinvoltamente che la “grande negazione Dada” è stata prioritaria e comunque più importante della iconoclastia futurista, avendo il Dadaismo celebrato il nulla ed avendo anticipato … il crollo del muro di Berlino, inteso come crollo delle ideologie rivoluzionarie e finalistiche, non già per una prepotenza consumata sui vinti, dopo la farsa di Norimberga. La verità vuole che ancora si dia credito agli “storici faziosi”, così definiti dallo stesso catalogo della mostra, che pretendono di ricostruire, su misura, il passato, reintegrando “la storia con la disinvoltura di chi taglia a fette secondo la necessità”. Senza contare che, mentre non si capisce come possa “la celebrazione del nulla” andare oltre l’iconoclastia futurista, appare privo di ogni fondamento storico continuare a “fagocitare, a ritroso, le vicende stesse dell’avanguardia” ed affermare risibilmente che:

1. “tutto ciò che c’è stato di buono nel Futurismo e nel Cubo-Futurismo di avanguardia diventa dadaista “ante litteram”.

2. “tutto ciò che appare meno efficace resta invece Futurista e Cubo-Futurista”.

LA DISSOLUZIONE DELL’IO

In effetti al Dadaismo, per la sua incapacità di “trasmettere un’eredità spirituale”, come rileverà Brento e come indicherà Evola, non restava che “rinunciare nell’interesse di ognuno”, sia sul piano dell’attivismo nello “hic et nunc” che in quello della trascendenza. Ed è proprio per questa impossibilità che la diversificazione con il Cubismo ed il Futurismo si fa più marcata, riducendo il fenomeno dadaista ad una posizione di “ripiegamento”, ha scritto Evola, ed in una negazione senza possibilità di sopravvivenza. Ma solo grazie all’acuta indagine di Evola che ha “raggiunto una lucidità d’ordine filosofico che non ha equivalenti in seno a tutto il Dadaismo internazionale”, e, come stanno confermando i “partigiani ideologici” annidati nei mass-media del vecchio regime, possiamo convenire che il Dadaismo ha trovato, nella volontà di distruzione radicale, non tanto la liberazione del limite, quanto la “dissoluzione dell’Io”, senza anelito di trascendenza. Per cui ha varcato quel “limite estremo” al di là del quale non esiste che l’incomunicabilità e l’afasia. Ed è quello che cercheremo di vedere parlando di Evola in dada.

IN DADA

A vent’anni dalla morte Giulio Cesare Andrea Evola, detto Julius, (Roma 1898-1974), continuò ad essere poco ricordato e non sempre per quello che, effettivamente, il suo pensiero ha rappresentato nell’ambito della speculazione filosofico e della prassi politica del nostro tempo. Alla base di questo silenzio, non sempre, troviamo ammissioni così veritiere, ancorché brutali, come quelle che stanno oggi affiorando in un tempo di cambiamento e di rivisitazione, secondo cui ”siccome Evola si è distinto come teorico della cultura tradizionale, antidemocratico, insomma, di destra (sic), hanno preferito tenerselo, un po’, come il cadavere nell’armadio”. In effetti ci è toccato di leggere su riviste e giornali, incalzati dai nuovi eventi politici e culturali, giustificazioni più ovattate o del tutto ambigue, “che cercano di distinguere l’autore, che dev’essere collocato, a pieno titolo, nell’ambito del pensiero tradizionalista di questo secolo” (Cacciari), dall’uomo schierato politicamente. Cioè il pensatore contrapposto al “guru esoterico, fascista, antisemita”. Perfino il pensatore dadaista “più rigoroso e più estremista di tutto il Dadaismo europeo” (G.Lista), contrapposto al pittore, ritenuto di “secondo piano”, dal momento che “in Italia non vi fu alcun movimento Dada” (P.Hulten), ma solo un travaso di idee dadaistiche nel futurismo. Da qui la discrepanza segnalata durante la rassegna “Futurismo-Futurismi” di palazzo Grassi, nell’86, in cui Evola viene espunto finanche dal novero dei “futurismi”, luogo deputato da Paolo Grassi a rappresentare i futurismi coloniali o derivati. Ma anche la discrepanza segnalata alla mostra sul Dadaismo del Palazzo delle Esposizioni a Roma (cfr. Secolo d’Italia del 6 maggio 1994), in cui i lavori dell’arte della negazione vengono preceduti d una nutrita esposizione di opere futuristiche, tra cui anche quelle più notevoli di Julius Evola, quasi a voler significare che il Dadaismo italiano “parrebbe essere stato poco cosa” a paragone dei pittori del movimento futurista.

PUNTO DI SALDATURA

D’altra parte la discrepanza viene ribadita anche in catalogo in cui il curatore fa discendere tutte le avanguardie europee dal “dopo Dada”; un altro curatore lega invece al movimento futurista, anche al “Futurismo” di Evola, la priorità del pensiero anticonformista e rivoluzionario. Sennonché, invece di cercare di capire le tortuosità critiche dei tanti “partigiani ideologici”, come un curatore ha definito altri faziosi curatori della mostra, forse, è bene indagare sull’incontro tra i futuristi ed i dadaisti, ossia, tra Evola ed il futurismo. Anche se non abbiamo la difficoltà di confermare che diversi aspetti filosofici e comportamentali dividono Evola da Marinetti, come ha riferito in catalogo, S.Benvenuti (Dada e la filosofia), non occorre dimenticare che è sul piano dell’arte che Julius Evola trova una saldatura con le cose che lo avvicinano al futurismo, senza insistere su quelle che lo dovrebbero allontanare. Proprio perchè è stato l’ambiente futurista italiano a polarizzare l’attenzione degli artisti europei più rivoluzionari dadaisti compresi, come ha ricordato lo stesso Evola, sicchè si può confermare che in quel tempo “era davvero difficile essere dadaista in Italia, cioè, presenti come esponenti Dad nel paese dov’era nato ed operava il futurismo”, considerato il movimento più innovatore in Europa. Nelle “Confessioni, trasmesse alla T.V. canadese, nel 1973, è lo stesso Evola a precisare ed a confermare che:

1. la sua partecipazione al futurismo sia, pure da lui, ritenuta “non essenziale”, è stata legata ad “alcuni quadri esposti nelle mostre futuriste” della sua non cospicua produzione. Infatti, le poche opere di pittura, legate all’ “idealismo sensoriale”, furono realizzate da Evola dal 1915 al 1918, mentre, quelle ispirate al cosiddetto “astrattismo mistico” dal 1918 al 1921. Le dette opere furono esposte nelle mostre futuristiche a Palazzo Cova, Milano, nel 1919, nella casa d’arte Bragaglia, Roma, nel 1920, e nella galleria Der Sturm, a Berlino, nel 1920; infine, nella mostra internazionale d’avanguardia a Ginevra nel 1920-21 e nel Salon Dada nella galleria Montaigne a Parigi nel 1922.

2. La sua adesione al Dadaismo è stata collegata alla supposta “volontà di distruzione radicale, come vocazione ad un caos liberatore da ogni limite”, anche se Dada non si spinse fino a tanto e se in Italia “ebbe un’estensione limitata”, comunque, sintonizzava ai gruppi futuristi romani ed alla rivista “Noi” diretta dal futurista Prampolini, da Bino Sanminiatelli ed un numero dello stesso Evola, nonchè alle riviste mantovane “Procellaria” (1917) e “Blue” (1920), di cui Evola conobbe “l’esistenza grazie a Tzara”, frequentatore dell’ambiente futurista italiano con Gino Cantarelli, Aldo Fiozzi ed Ivo Pannaggi.

3. La crisi del Dadaismo ha trovato nella “volontà di distruzione” non tanto la ”liberazione del limite”, quanto la “distruzione dell’Io”. La crisi si normalizzerà solo quando i dadaisti, a causa della loro “indefinibilità stilistica”, confluiranno nella “”Multinazionale di Tzara”, insieme ad “artisti” che producono opere espressioniste, astrattiste, dechirichiane, concettuali, costruttive.

SUICIDIO METAFISICO

Ma la normalizzazione avvenne anche, dirà Evola con Aràgon, Eluard ed altri “che fecero, in seguito, una poesia semplicemente ben apprezzata”, trasmettendo al surrealismo quel “carattere regressivo, dal mio punto di vista”, nonchè quell’ “interesse morboso, non per la sua supercoscienza ma, per l’inconscio, la psicologia, la scrittura automatica, etc.” Infine, la sua decisione, espressa nel 1920, di cessare ogni attività creativa e di mettere in atto un “suicidio metafisico”, sarà sostenuta dalla convinzione che la sua opera d’arte era “inadeguata” nel campo e nella prassi, atteso anche il fatto che l’impostazione teoretica e speculativa non era più in sintonia con la fenomenologia dadaista, ormai, entrata definitivamente in crisi. A Dada, stante l’assoluta impossibilità teoretica di trovare la normalizzazione, non restava che buttarsi nell’ “avventura”, cioè “Fuori dalla letteratura”, come fece Rimbaud ed in una certa misura, Blasie Cendrars e qualche rappresentante della “beat generatio”, oppure “ci si doveva uccidere”. In verità, Julius Evola non realizzò alcuna delle due ipotesi, dal momento che preferì “cambiare solo il mezzo” : non usò la rivoltella ma “mantenne la parola”, con chiara allusione alla feconda attività teoretica portata avanti, tra alterne e drammatiche vicende con varia motivazione speculativa e, nella prassi, con coraggio negli anni del fascismo e contro corrente, soprattutto, negli anni di piombo fino alla morte. Occorre, a questo punto, non trascurare il fatto che proprio in quegli anni che videro il consumarsi del “suicidio metafisico” del Dadaismo, il Futurismo ha mostrato segni di vitalità e di formidabile continuità, specialmente negli anni del dopofascismo ed in questo fine secolo. La circostanza conferma che il futurismo, non solo è ancora vivo ed operante, ma, non è “morto di dada”, secondo l’ormai celebre affermazione di Tzara – “LE FUTURISMO EST MORT. – DE QUOI? – DE DADA”. Al contrario, è stato il Dadaismo a morire di impotenza e di contraddizione, una volta constatato che gli era “possibile aprirsi una strada solo su una linea che non era più quella dell’arte e della letteratura”, come osserva Evola. Era ed è evidente che quella linea non poteva che portare all’afasia (poesia puramente fonica di Hugo Ball), cioè, alla fuga dal linguaggio ed al rifiuto totale della parola, come dire al rifiuto di “sentire in modo diverso (Nietzsche), che si realizza attraverso il nuovo linguaggio “diverso”. In definitiva, il Dadaismo, dopo essersi rimpinzato dell’estremismo futurista ed avere rappresentato il “limite estremo ed insuperabile di tutte le correnti d’avanguardia”, non comprese che il “limite estremo” andava tradotto in un linguaggio che gli permettesse di “sentire in modo diverso e di non essere sordo a tutto, anche al nuovo linguaggio”.

ROTTURA DI LIVELLO

E’ stato Evola che, all’interno del Dadaismo, ha osservato come la “rottura di livello” non poteva che presupporre un’ineludibile alternanza, o, la “dimensione della trascendenza”, cioè, una trascendenza che va al di là di ogni arte stilisticamente definibile in forza del nuovo linguaggio; oppure “segnare il passo nel ripiega,ento e nella sopravvivenza”. E’ di tutta evidenza che il poeta, che vive della parola, “non può fare come lo stilista o l’anacoreta che sale su una colonna”. Si deve aprire all’altro, al diverso, come ha confermato Barillim nel ricordo di Luciano Anceschi, che, nel 1936, ha pubblicato l’importante opera “AUTONOMIA E ETERONOMIA DELL’ARTE” (Sansoni). Infatti, “la ricerca artistica si muove su due poli e, quindi, è ammissibile il polo dell’autonomia, così come ci sono grandi stagioni in cui l’arte sente l’attrazione dell’altro, del diverso, va a mescolare le sue esperienze con quelle di carattere epistemologico o politico-morale o religioso”. E’ avvenuto, in effetti, che il futurismo, dopo Bocconi e dopo la fase “destruens”, scelse la realtà e l’azione nell’ambito della continuità storica, come dire, “la tradizione del nuovo”. Ciò in quanto la “continuità storica” non riguardava negli anni 10, soltanto l’attrazione dell’altro e degli eventi della realtà che, “gli intellettuali italiani stavano ancora vivendo per gli ultimi sprazzi dello spirito risorgimentale”, perché l’unificazione non era stata ancora completata” (A.Schwarz), ma, interessava, soprattutto negli anni 20, il “sopravvivere di una realtà più avanzata in senso attualistico, sia tecnologicamente che come modi di comportamento, sociale ed individuale, della società contemporanea, provocando, negli anni 30, la caduta di distanza, di scarto utopico avveniristico, tipica del Futurismo degli anni 10” (E.Crispolti).

IN DADA E L’IO IN LIBERTÀ

Il ventesimo anniversario della morte di Jiulius Evola ha coinciso con la, definitiva ed unanime, riscoperta di un segmento, fino ad oggi poco conosciuto, del percorso esistenziale e creativo di questo straordinario personaggio. Una sezione della rassegna “Dada, l’arte della negazione” ed una serie di iniziative editoriali e convegnistiche della “Fondazione Evola”, hanno posto all’attenzione di un più vasto pubblico il ruolo centrale avuto dal “Maestro” all’interno del movimento dadaista italiano. L’impegno artistico di Jiulius Evola si svolge e si esaurisce tra il primo ed il secondo decennio del secolo, nella vivace atmosfera romana dell’avanguardia futurista. Il centro gravitazionale futurista si sposta da Milano a Roma ed Evola frequenta casa Balla, dove conosce Ginn con cui divide l’interesse per una pittura incentrata sul paesaggio interiore, sullo spiritualismo assoluto. Nel 1918 può considerarsi concluso il primo ciclo dell’attività artistica evoliana, quello dell’ “Idealismo sensoriale” iniziato tre anni prima ed inizia il secondo ciclo, l’ “astrattismo mistico” che durerà fino al 1921. La seconda fase affonda le radici nel terreno metafisico e nelle dottrine sapienziali orientali, ed, in quest’ambito, avviene l’incontro con il Dadaismo. “La conversione avviene – scrive Claudia Salaris, nella prefazione al volume HOMO FABER, JULIUS EVOLA FRA ARTE E ALCHIMIA, di Elisabetta Valento (Fondazione Evola) – dopo la lettura del Manifesto dada di Tristan Tzara del 1918; ma, l’adesione del filosofo al movimento non è acritica, tanto che, così afferma:“il dadaismo difetta dell’interpretazione mistica”. Del dadaismo Evola può condividere la pregiudiziale antimoderna, il substrato simbolista, l’afflato spiritualista, l’occultismo e l’astrattismo, e, l’arte astratta lo attira per la totale libertà di significazione che consente. Il valore estetico non è DATO e NON ESISTE in se, ma, è concepibile solo nell’interpretazione dell’opera d’arte. Che, nella concezione artistica evoliana, non dev’essere letta e considerata nei suoi aspetti formali ed estetici ma colta come “SEGNO E SIMBOLO” di spiritualità, come categoria dell’esperienza interiore. Evola definisce il dadaismo – nato, ufficialmente, a Zurigo, nel 1916 – “il più paradossale frutto della cultura moderna” che rivela l’assolutezza del principio dell’Io nel tentativo di risolvere l’antitesi fra se ed il mondo. La negazione, nel Dadaismo, ha un significato particolare, perchè non riguarda qualcosa di esterno, che è altro da se, ma l’Io stesso. Ed Evola afferma che il Dadaismo è il fenomeno “dell’assoluta autarchia dell’Io che è giunto alla fine … alla persuasione che egli è, in se stesso, il libero creatore ed il signore assoluto di tutte quelle forme in cui egli vive la sua esperienza”. L’Io, libero ed attivo, del Dadaismo, è il potere “di tutto animare e di tutto negare indifferentemente, di potenziare e di annullare, assoluta astrazione ed assoluta libertà”. Dada non vuole comunicare nessun messaggio! Dada – una parola oscura, un “non sense”, scelto come nome dai fondatori del movimento – per Evola, doveva, coincidere con la fine ed il superamento dell’arte, con la “morte dell’arte”. Doveva essere “arte della negazione e negazione dell’arte stessa”, arte ed anti arte, nichilismo, individualismo ed indifferenza. Evola è, unanimemente, considerato la figura centrale del Dada romano, nella poetica dadaista, il pensatore identifica l’esperienza mistico-ermetica in cui vede una ulteriore evoluzione rispetto al Futurismo. L’esperienza dadaista di Evola è una fase di transizione, nell’arco di un percorso esistenziale volto ad altre avventure dello spirito, di tipo filosofico-sapienziale. Prerogativa del Dadaismo romano fu la concezione dell’arte astratta, che Evola aveva scoperto in casa Balla ed aveva anticipato nelle sue opere pittoriche. Nell’ottobre 1919, iniziano i contatti epistolari tra Evola ed il poeta rumeno Tristan Tzara e, nel gennaio 1920, il filosofo ufficializza l’adesione al movimento di Zurigo. Nello stesso anno pubblica il Manifesto “L’ARTE COME LIBERTA’ ED EGOISMO” e presenta alla casa d’arte una sua mostra personale, con 54 opere. Nell’aprile 1921 organizza l’esposizione collettiva “MOSTRA DEL MOVIMENTO ITALIANO DADA – EVOLA, FIOZZI, CANTARELLI”. Evola svolge, senza modificazioni sostanziali, la sua poetica dell’astrattismo mistico che dice incentrata sul valore secco e volitivo dell’Io. Dopo il 1920, tra i sogni ermetici del suo “astrattismo mistico”, Evola, introduce una novità : “Un quadratino dai lati curvi e traboccanti”, che racchiude tutta la sua concezione dadaista. Il contrappunto dadaista di linee e colori, di segni ed immagini, ha il suo fine in se stesso ed esaurisce l’opera d’arte. L’arte, nella concezione evoliana, è manifestazione delle forme aure dello spirito, di una dimensione dell’essere che supera quella umana; l’arte, quindi, che nelle sue forme astratte annulla l’oggetto, svincolandolo dalla necessità e dal sentimento, è libertà individuale, è autonoma creazione dell’Io. Per Evola, Dada è sinonimo dell’IO. Lo spiritualismo di Evola si incontra con il nichilismo dadaista : “DADA SENTITO COME RICERCA DEL “GRANDE VUOTO ORIENTALE”, è il niente e può essere il tutto. Dada si può applicare a tutto, eppure, non è niente, è il punto in cui il si ed il no s’incontrano … Dada è una dittatura dello spirito. Dada è una vita ed una via, un percorso dello spirito che si conclude, coerentemente, con la morte dell’arte e con il suicidio metafisico dell’artista che, conclusa l’esperienza dadaista, abbandonò

Il Libeccio

BIBLIOGRAFIA

Alcuni titoli per uno studio dell’ opera di Julius Evola :

1) L’uomo come potenza – Atanor – 1926

2) Teoria dell’individuo assoluto – Bocca -1927

3) Imperialismo pagano – Atanòr -1928

4) Fenomenologia dell’individuo assoluto -Bocca -1930

5) La tradizione ermetica –Laterza – 1931

6) Maschera e volto dallo spiritualismo contemporaneo – Bocca -1932

7) Rivolta contro il mondo moderno – Hoepli – 1934

8) Il mito del sangue – Hoepli -1937

9) Sintesi della dottrina della razza –Hoepli – 1941

10) La dottrina del risveglio – Laterza – 1943

11) Le madri e la virilità olimpica – Bocca -1949

12) Lo yoga della potenza – Bocca – 1949

13) Gli uomini e le rovine – Ed. Ascia – 1953

14) Introduzione alla magia – Bocca – 1955

15) Metafisica del sesso – Atanor -1958

16) Cavalcare la tigre – Scheiwiller -1961

17) Il cammino del cinabro- Scheiwiller – 1963

18) Il fascismo visto da destra – Volpe -1964

19) L’arco e la clava – Scheuwillwr – 1968

I N D I C E

Capitolo primo

Tra Avanguardia e Tradizione

Il Libeccio

Capitolo secondo

Tra le rovine

Il Libeccio

Capitolo terzo

Vent’anni dopo Il Libeccio

Il Libeccio

Capitolo quarto

Per tutti e per nessuno

G.d Turris

Capitolo quinto

Oltre le rovine

G.Lami

Capitolo sesto

Sui sentieri della magia

A.Regazzoni

Capitolo settimo

Cercando il Buddha universale

A.Regazzoni

Capitolo ottavo

Al “Marcuse della Destra” non piacevano le utopie

R.Melchionna

Capitolo nono

Il tempo dell’inattuale

A.Terranova

Capitolo decimo

Amor sacro amor profano

F.Antonini

Capitolo undicesimo

Il valore dello Stato

G.Perez

Capitolo dodicesimo

L’ultimo tabù

G. d Turris

Capitolo tredicesimo

Uno sponsor come Benedetto Croce

A.Barbera

Capitolo quattordicesimo

I rapporti con Giovanni Gentile

S.Arcella

Capitolo quindicesimo

Colloqui culturali con B. Croce

G.Marro

Capitolo sedicesimo

Antifascista ed antidemocratico

M.Rossi

Capitolo diciassettesimo

Giocando a Dada

L.Tallarico

Capitolo diciottesimo

In Dada

L.Tallarico

Capitolo diciannovesimo

Dada e l’Io in libertà

I.Rauti

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