Giacinto de Sivo


“Risorgimento” italiano:
Giacinto de’ Sivo (1814-1867), scrittore e storico napoletano, è l’autore di un’importante opera, “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”. Arrestato più volte dopo la proclamazione del nuovo stato italiano, pagò anche con l’esilio la sua fedeltà alla verità storica.

Il Principe dei Reazionari
di
Marcello DONATIVI

Prefazione a “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861” di Giacinto de’ Sivo
http://www.edizionitrabant.it/il-principe-dei-reazionari/


Esiste una storia parallela del nostro paese. Nascosta nelle biblioteche, narra vicende diverse da quelle dei libri di testo. Parla di avvenimenti rari da rintracciare altrove, racconta di uomini il cui nome difficilmente si troverebbe in una enciclopedia. Bisogna andarsela a scovare, questa storia: nessuno te la svelerà mai di propria iniziativa.

Perché è nascosta? Per vari motivi. Sarà la pigrizia intellettuale che da sempre ci contraddistingue, la paura di guardare i fatti da una diversa prospettiva; o più probabilmente la classica abitudine della storia scritta dal vincitore. Niente di cui stupirsi, accade ovunque. Ma troppo spesso accade da noi, in un paese che avrà pure avuto da secoli una coscienza nazionale, senza per questo tirarsi indietro dal fare del suo passato una successione pressoché ininterrotta di guerre civili.

Ogni volta che la guerra termina, inizia il processo di rimozione. Lo sconfitto deve essere cancellato, al limite messo al ridicolo. Le sue testimonianze oscurate, relegate a una folcloristica rarità da bancarella, mentre sull’altro fronte si imbastiscono poemi epici di ogni tipo. E non ci si rende conto del male che ci si fa in questo modo. Non importa, infatti, quanto una parte potesse avere torto: distruggere la conoscenza è in ogni caso un crimine. E ingigantire a oltranza i meriti della propria fazione alla lunga danneggia qualunque causa. O almeno, questo è ciò che nella nostra ingenuità crediamo.

Molte di queste storie dimenticate risalgono al XIX secolo. Una di queste, parla dell’autore del presente libro.

Giacinto de Sivo nacque nel novembre del 1814 a Maddaloni, un posto che certo all’epoca non si poteva immaginare destinato a un ruolo in avvenimenti storici. Cinquant’anni più tardi sarebbe divenuto celebre per l’eroica resistenza del reggimento di Nino Bixio durante la battaglia del Volturno; ma ai tempi in cui nacque il nostro autore lo immaginiamo come un sonnolento posto di provincia in un sonnolento reame. La sua famiglia era immersa fino al collo nella classe dirigente del Regno delle Due Sicilie: basterebbe citare il padre, ufficiale dell’esercito, ma ancora di più uno zio che nel 1799 aveva combattuto i repubblicani tra le fila dell’esercito sanfedista del Cardinale Ruffo. Segnali più che chiari del tipo di educazione ricevuta dal De Sivo: ne darà dimostrazione in età adulta, sfoderando una rabbiosa fedeltà al trono dei Borboni.

Come ogni bravo figlio della buona società, compì gli studi a Napoli: lezioni di lingua ed elocuzione italiana presso la scuola del marchese Basilio Puoti. Anche in questo caso, possiamo azzardare qualche congettura. Non è difficile immaginare che tipo di educazione letteraria abbia ricevuto il giovane De Sivo, se si dà uno sguardo anche rapido alla sua produzione successiva: una lingua classicista, quasi trecentesca, e una certa tendenza all’ampollosità. Quelli erano i tempi e i luoghi. Nelle sue memorie Luigi Settembrini, coetaneo ma di vedute esattamente opposte, ci ha ben descritto il clima che si respirava nelle scuole del tempo: un pigro rifugiarsi nel tempo che fu, vuota erudizione, una presenza pervasiva dell’insegnamento religioso in tutte le discipline. Certo, c’è da dire che la medesima educazione provoca effetti diversi a seconda del contesto, ed è in questo che si scopre il valore dell’ambiente familiare; perché a ben vedere Settembrini, di padre carbonaro, avverte un senso di soffocamento e si dà al riformismo liberale; De Sivo, di famiglia tradizionalista, nulla trova di che eccepire e assorbe quella cultura e quel mondo.

Da qui in poi il nostro segue un doppio percorso: da un lato è un amministratore del Regno, prima ammesso nella Commissione per l’Istruzione Pubblica, poi nominato Consigliere d’Intendenza della Terra di Lavoro; dall’altro è un poeta, più esattamente tragediografo. Una carriera intrapresa nel 1840, con la composizione del “Costantino Dracosa”. Seguiranno altre sette tragedie di argomento storico, a cui si aggiunge nel 1846 un romanzo, il “Corrado Capece”.

Fino a questo momento lo possiamo immaginare come un quieto nobile di provincia, magari già con un carattere acceso, ma con poche occasioni di metterlo in luce. La sua vita sarebbe potuta scivolare tranquilla tra le responsabilità amministrative e — chiamiamolo pure così — l’hobby della letteratura, importante quanto si vuole ma non al punto da farne una celebrità.

Ma quelli non erano tempi, e quando passano le bufere non si può mai sapere che direzione prenderà la vita. Nel 1848 l’Europa è infiammata dalla rivoluzione, e ben presto il vento arriva anche nel Regno di Napoli. Milano si è ribellata agli Austriaci, il Piemonte si appresta a fornire il suo aiuto, persino il Papa sembra appoggiare il movimento. Poi gli avvenimenti incalzano: Venezia è indipendente, scoppia la guerra tra l’Austria e il Piemonte, il Papa ritira la sua adesione e nel giro di poco tempo viene spodestato da un colpo di mano liberale. Lo scossone non risparmia il Regno delle Due Sicilie, con la ribellione della Sicilia e la concessione della Costituzione da parte di Ferdinando II; fino ai tragici avvenimenti del 15 maggio e il processo ai membri della Setta dell’Unità.

De Sivo assiste a questo terremoto con un misto di sdegno e incredulità. La sua vita è segnata da una incrollabile fedeltà alla causa dei Borboni; non però tanto fanatica da impedirgli di dissentire dalle decisioni del Re. Uomo di un altro secolo, non comprende le ragioni per cui il sovrano si sia piegato a concedere la Costituzione; ne vede i risultati e non riesce che scorgere anarchia e distruzione. Mette allora mano alla penna, e questa volta non per un mero esercizio di stile. Dalla traumatizzante esperienza del 1848 nasce un nuovo De Sivo: lo storico.

Ma nel 1849 anche quella fase è passata e la situazione sembra tornare alla normalità. La Sicilia è domata, la Costituzione, ufficialmente mai abolita, non viene di fatto più applicata e Ferdinando II si ritira in una triste vecchiaia. L’esperienza lascia tuttavia un pesante strascico di insoddisfazioni, e troppi cospiratori mandati in esilio e pronti a rifarsi alla prima occasione. De Sivo ha ormai scritto buona parte di un’opera storica sugli eventi di quel biennio, ma decide di non renderla pubblica, più per timore di spiacere alla parte legittimista che a quella rivoluzionaria; e la nasconde nella sua villa.

Una decisione che in un certo senso gli sarà fatale. Nel 1860 i Mille sbarcano a Marsala, e nel giro di pochi mesi, tra l’incredulità generale, sbaragliano il più numeroso esercito borbonico e arrivano alle porte di Napoli. È il tanto temuto — per lui — trionfo della Rivoluzione. Quando il giovane Francesco II lascia Napoli per rifugiarsi a Gaeta, i garibaldini occupano i principali punti strategici al di qua del Volturno: fra questi c’è Maddaloni, in cui De Sivo ricopre la carica di consigliere cittadino. In quanto autorità locale, viene invitato a recarsi a rendere omaggio e sottomissione a Garibaldi; in seguito al suo rifiuto, il 14 settembre è arrestato e condotto prigioniero a Napoli. Nel frattempo la sua villa è requisita e utilizzata come quartier generale di Nino Bixio. Le camicie rosse frugano in ogni dove, rubano di tutto. Fra le altre cose, trovano il manoscritto sulla rivoluzione del 1848: c’è n’è abbastanza per fare del nostro autore un pericoloso sospetto.

E infatti, anche quando viene scarcerato, i guai per lui non sono finiti. Nel gennaio 1861, mentre re Francesco è sottoposto al bombardamento di Gaeta e già si preparano le prime elezioni del nuovo Parlamento Italiano, De Sivo viene nuovamente arrestato senza una motivazione chiara, per generici sospetti di cospirazione. Rilasciato dopo due mesi, decide di lanciare la sua aperta sfida al nuovo regime fondando una rivista di stampo reazionario, la “Tragicommedia”. Dopo appena tre numeri, il periodico è costretto a chiudere e il nostro gentilmente invitato a lasciare il Regno d’Italia, pena una nuova carcerazione.

Così De Sivo intraprende, come molti della sua parte, la via dell’esilio a Roma, dove si è rifugiato il Re assieme alla sua corte. Dopo le sue recenti vicissitudini, ha ormai chiaro il suo obiettivo: riprendere il manoscritto incompiuto sulla Rivoluzione, per farne non più una descrizione dei fatti del 1848-49, ma una più completa storia recente del Regno delle Due Sicilie, dal 1847 fino alla sua caduta. Per questo ha bisogno dell’appoggio della corte reale, cui si rivolge per ottenere documenti e informazioni. Ma non trova l’aiuto sperato: nonostante i continui attestati di stima, persino nella cerchia del Re è ritenuto troppo virulento ed estremista.

Ma non si perde d’animo, benché abbia difficoltà anche trovare dei tipografi disposti a stampare il suo fiume di polemiche. Tra il 1862 e il 1863 sono pubblicati i primi due volumi; due anni più tardi l’opera completa è nelle mani di un tipografo veneto, in territorio austriaco, pronta per la stampa. Ma qualche mese più tardi il Regno d’Italia occupa il Veneto in seguito alla III Guerra d’Indipendenza. Il tipografo, temendo le persecuzioni, non pubblica nulla e si rifiuta persino di restituire il manoscritto: De Sivo è costretto riscrivere tutto.

Un’impresa immane, che il nostro fa appena in tempo a portare e termine: nel novembre 1867, dopo aver licenziato il quinto volume, muore in esilio a Roma.

Ecco dunque la storia di questa opera, che da più parti ci è stata richiesta. Una testimonianza che in un certo senso procede di pari passo con il “Viaggio da Boccadifalco a Gaeta” di padre Buttà, da noi già proposto in passato. Ma con una sostanziale differenza. Giuseppe Buttà scrive in età avanzata, quasi due decenni dopo gli avvenimenti vissuti, e come lui stesso ammette lo fa “senza passioni”. Questo non gli impedisce di essere feroce, ma sempre in modo più tendente al sarcastico che al velenoso. Tutto sommato è un sacerdote, che si sforza per quanto gli è possibile di perdonare anche ai nemici.

Ma De Sivo non è un sacerdote, e per di più scrive a caldo, in parte durante gli avvenimenti stessi. Non si accontenta di contribuire a quella che ritiene essere la verità: troppo bruciante è ancora l’esperienza vissuta, vuole attaccare, sbugiardare. Se lo scopo di Buttà è fare delle precisazioni, quello di De Sivo è mettere alla gogna.

Da qui l’estrema virulenza di queste cronache, che a tratti sembrano procedere come un fiume in piena. Il mondo di De Sivo non conosce sfumature: è tutto o bianco o nero, una eterna contrapposizione tra buoni e cattivi, e se i buoni hanno qualche colpa è unicamente quella di essere troppo morbidi nel combattere i cattivi. Il suo sdegno è universale, e gli fa macinare gli avvenimenti senza perdere tempo a badare alle sfumature, forte com’è delle sue convinzioni. Il vecchio è buono, il nuovo è cattivo, punto e basta; la monarchia dev’essere assoluta, la religione cattolica imposta di stato, la censura necessaria; e il suo snobismo raggiunge vette involontariamente esilaranti quando riserva ai ‘parvenu’ della società appellativi simpatici come “lurida feccia”, “lezzo di trivio”, “sozza bordaglia”. Un personaggio che doveva avere molto dell’eccessivo, insomma; reazionario sì, ma reazionario a tal punto da scrivere in un italiano antiquato persino per l’ottocento.

Un libro inaccettabile, dunque, degno nemmeno di essere letto? Dipende. Certo, non va troppo per il sottile: già soltanto leggere il primo libro vuol dire confrontarsi con una serie di asserzioni capaci di indignare il più moderato dei progressisti; una rapida storia dell’epoca contemporanea che fa a pezzi illuminismo, scienza e democrazia come frutti di un complotto a metà strada tra il massonico e il satanico. Ma il nostro invito è quello di farsi forza e andare avanti: ne vale la pena. Mai recedere, nemmeno di fronte a quello che ci appare più indigeribile, cercare sempre di ricavare sia pure quell’1% di verità da ogni testo; è questo quello che chiamiamo un approccio laico alla cultura. Anche se può sembrare paradossale parlare di laicismo a proposito di un autore fanaticamente teocratico.

Alla vigilia delle celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, restiamo più che mai convinti della necessità di recuperare anche questa parte della letteratura risorgimentale. E non tanto per costruire una memoria condivisa, il che ha troppo il sapore di un compromesso a tavolino; quanto piuttosto per costruire una memoria completa.

Eccovi dunque la Storia del De Sivo. Da più parti l’avete chiesta; siamo lieti di accontentarvi. Ma fate attenzione: è materiale che scotta.

Usare con cautela.

http://www.storialibera.it/epoca_contemporanea/risorgimento/giacinto_de_sivo/articolo.php?id=3808&titolo=Il%20Principe%20dei%20Reazionari

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Due Sicilie: ripubblicata la storia di Giacinto de’ Sivo
tratto da: editorialeilgiglio.it, 28.5.2010

È stata finalmente ripubblicata la “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861” di Giacinto de’ Sivo. L’opera più importante della storiografia non risorgimentale sulla fine del Regno delle Due Sicilie era introvabile ormai da oltre un decennio ed era reperibile solo sul mercato antiquario. I due volumi di de’ Sivo (2 voll, 1156 pagg., € 53,80) sono stati pubblicati dalle Edizioni Trabant di Brindisi, casa editrice “open source” che stampa a richiesta i libri e li rende disponibili anche in formato digitale.

Mentre si avviano sotto il segno della peggiore retorica propagandistica le celebrazioni per i 150 anni dell’unificazione dell’Italia la storia di de’ Sivo è una lettura preziosa per comprendere che cosa sia stato il cosiddetto Risorgimento, uno strumento fondamentale per la critica del processo di unificazione. «Li ho infamati per l’eternità», scrisse lo storico delle Due Sicilie, e la sua opera resta insostituibile per comprendere come fu unificata l’Italia. Aveva dovuto rimettere insieme faticosamente i propri appunti, distrutti da una brigata garibaldina guidata da Bixio che nel settembre 1861 invase la sua villa a Maddaloni. Pubblicata nonostante l’opposizione dei liberali, che erano infiltrati anche nel governo napoletano in esilio, la “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861” è un grande affresco delle condizioni del Regno, dell’Italia pre-unitaria e dell’Europa. Sullo sfondo – e ciò costituisce la principale chiave interpretativa dell’opera di de’ Sivo – è descritta l’azione della “setta”, la massoneria, che nel cosiddetto Risorgimento e nell’azione congiunta di Inghilterra, Francia e Piemonte contro le Due Sicilie ebbe un ruolo decisivo.

Nato a Maddaloni (Caserta) nel 1814 da un ufficiale dell’esercito napoletano, nipote di un volontario dell’Armata del Cardinale Ruffo, de’ Sivo si mise presto in luce per il suo coraggio e per la fedeltà alla dinastia borbonica. Nel 1848 fu nominato Consigliere d’Intendenza della provincia di Terra di Lavoro. Il 14 settembre 1860 una brigata di garibaldini occupò Maddaloni. De’ Sivo si rifiutò di recarsi a Napoli per omaggiare Garibaldi e fu arrestato, la sua villa fu invasa e saccheggiata. I garibaldini gli sequestrarono anche un manoscritto sugli avvenimenti del 1848-49.

Scarcerato, fu arrestato nuovamente il 1 gennaio 1861 ed imprigionato per due mesi. Quando uscì dal carcere diede vita al giornale “La Tragicommedia” (ripubblicato dall’Editoriale Il Giglio, seconda edizione 1996) un tentativo coraggioso ed intelligente di eludere la censura piemontese per informare sulle reali condizioni del Regno occupato. Ma al terzo numero la polizia sequestrò il giornale. Il 6 settembre 1861 de’ Sivo fu arrestato per la terza volta e costretto all’esilio a Roma. Nel 1861 pubblicò “L’Italia e il suo dramma politico” (Editoriale Il Giglio, 2003), lucida profezia sul fallimento dell’unificazione. Tra il 1862 ed il 1867 superando enormi difficoltà, compresa l’opposizione delle ‘camarille’ liberali alla Corte di Francesco II, pubblicò la fondamentale “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”. Morì in esilio a Roma nel 1867.

http://www.storialibera.it/epoca_contemporanea/risorgimento/giacinto_de_sivo/articolo.php?id=3805&titolo=Due%20Sicilie:%20ripubblicata%20la%20storia%20di%20Giacinto%20de%E2%80%99%20Sivo

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Gabriele MARZOCCO
Giacinto de’ Sivo
tratto da: neoborbonici.it

http://www.neoborbonici.it/portal/index.php?option=com_content&task=view&id=1301&Itemid=81

Giacinto de’ Sivo nacque a Maddaloni il 29 novembre 1814, da Aniello, valoroso ufficiale dell’esercito napoletano, e da Maria Rosa Di Lucia. Lo zio, Antonio, aveva fatto parte dell’armata del Cardinale Ruffo. Là de’ Sivo visse i primi anni, nei possedimenti la Torre maggiore, il Castello e la Torre piccola, acquistati dai Carafa, antichi signori di Maddaloni.

Frequentò poi, a Napoli, la scuola del marchese Basilio Puoti, maestro di lingua e di elocuzione italiana.

Nel 1840, a 26 anni, compose la prima delle sue otto tragedie, dedicata a Costantino Dracosa, ultimo imperatore di Costantinopoli.

Nel 1844 sposò la contessa Costanza Gaetani dell’Aquila d’Aragona dei Duchi di Laurenzana, figlia del conte Luigi, maresciallo di campo e aiutante generale del re, dalla quale ebbe tre figli.

Sono gli anni in cui a Napoli soggiorna Giacomo Leopardi ed in cui fermentano atteggiamenti politici e si distinguono nettamente i napoletani borbonici da quelli antiborbonici o, come allora si diceva, napoletani-francesi, tali, a detta del Croce, “per avvedutezza politica o per ricerca di appoggio”.

Fra questi napoletani-francesi c’era anche un parente di Benedetto Croce, Francesco Paolo Bozzelli, poi bollato giustamente come traditore dal napoletano-borbonico Giacinto de’ Sivo.

Successivamente “l’avvedutezza politica e la ricerca di appoggio” fece diventare gli oppositori napoletani-inglesi. A Londra, nel 1684, era stata fondata la Banca d’Inghilterra, nel 1717 la prima Loggia massonica; a Londra avevano trovato rifugio, successivamente, Marat, Danton, Voltaire, Mazzini, Garibaldi, Marx ed Engels.

Nel 1836 scoppiò la questione degli zolfi. La Sicilia aveva quasi l’esclusiva della produzione di questa importantissima materia prima per l’industria civile e militare. I francesi Tayx e Ayard fecero un’offerta che avrebbe assicurato allo Stato napoletano 400 mila ducati all’anno in più di quanto pagavano gli inglesi. Lord Palmerston, senza tanti complimenti, mandò la flotta inglese al largo delle nostre coste e minacciò di sganciare 100 mila bombe su Napoli. Per quella volta le bombe ci furono risparmiate dal dietro front operato dal nostro governo, che non era in grado di sfidare inpunemente la massima potenza marittima del mondo. L’evento commosse profondamente il de’ Sivo tanto da indurlo, più tardi, a iniziare un capitolo del libro terzo della sua Storia deplorando la pesante e prepotente mano inglese e a intitolarne ironicamente un altro “Amore inglese per l’Italia”. Lo stesso Croce riconosce, peraltro, che se l’Inghilterra, dopo essersi impossessata di Malta, non impose il proprio dominio anche sulla Sicilia, lo si deve ai Borboni. E non per niente Augusto Del Noce, nel suo Diario, ha potuto scrivere che “il cosiddetto Risorgimento italiano è stato un capitolo della storia dell’imperialismo inglese”.

Un episodio di quegli anni getta luce sul carattere di Giacinto de’ Sivo: una sera schiaffeggiò il comandante del reggimento degli svizzeri, che erano entrati avvinazzati nel teatro di Maddaloni (oggi diventato cine-teatro Alambra). Il duello avvenne il giorno dopo ed ebbe le consuete condanne formali, ma tutti, compreso il re, manifestarono le loro simpatie per il giovane e coraggioso poeta.

Nel 1845 il Congresso degli Scienziati si svolse a Napoli: quale avanzamento avessero le scienze nessuno lo seppe. “Appena usciti da Napoli – scrive de’ Sivo – ricambiarono i balli e i festini con lo stampare vituperi di Napoli, cominciando la guerra delle calunnie. Il nostro volgo appioppò a quegli scienziati il nome di scoscienziati”.

Nel 1847 de’ Sivo pubblica il “Corrado Capece”, che Antonio Tari giudicò il migliore romanzo storico di quell’epoca, eccettuati “I Promessi Sposi”. In quello stesso anno Lord Mintho riceve dal Palmerston l’incarico di scorrere la penisola e di seminarvi la rivolta.

L’anno dopo il ’48. In tutt’Europa, tranne che in Inghilterra, scoppia la rivoluzione. In Italia si comincia dalla Sicilia, che faceva gola agli Inglesi. Coi ribelli, autori di uccisioni, saccheggi, incendi, rapine, ci sono ufficiali, armi e munizioni inglesi. A Messina, per colpire delle batterie che i ribelli hanno innalzato in piena città, re Ferdinando II, dopo opportuno preavviso, fa scagliare qualche bomba: nasce la leggenda di re Bomba (sol per questo il povero re Francesco, completamente innocente, riceverà il gentile appellativo di re Bombino). L’anno dopo re Vittorio Emanuele di Savoia inaugurerà il regno bombardando non dei ribelli, ma i patrioti della seconda città del regno, Genova, che non accettavano l’armistizio concluso con l’Austria. A lui non fu attribuito l’appellativo di re Bombone, che gli spetta a pieno titolo, ma quello di… re Galantuomo.

Nel 1848 Giacinto de’ Sivo, dopo essere stato componente della Commissione per l’istruzione pubblica, fu nominato Consigliere d’Intendenza della provincia di Terra di Lavoro, con settecento uomini ai propri ordini, e dal gennaio al maggio 1849, fu comandante di una delle quattro compagnie della Guardia Nazionale.

Scrive un’opera sulla rivoluzione del 1848-49, ma, “per non parer di percuotere i vinti e inneggiare ai vincitori”, non la pubblica e ripone il manoscritto in un nascondiglio della sua villa di Maddaloni. Quando, oltre un decennio più tardi, pubblica la “Storia”, interviene, poi sui burrascosi rapporti tra Napoli e Londra.

“la ricchezza dell’Inghilterra sta nella miseria altrui: perciò suscitano guerre e tradimenti dappertutto. La pace sul continente è fuoco per la Gran Bretagna: perciò deve trafficare in rivolte come in cotone e piatti”. Che cosa pensano di fare, allora, gli inglesi? Stabiliscono un congresso annuale della Pace, con sede in quella Londra che dava asilo a tutti gli agitatori dell’orbe, con la partecipazione di Palmerston, un massone, che frattanto armava alacremente un esercito di 400 mila uomini in preparazione della guerra di Crimea.

Lord Palmerston, come nel 1847 aveva mandato il Mintho a rivoltare l’Italia, così nel 1850 mandò a Napoli un altro emissario, il baronetto Gladstone (le fortune della cui famiglia erano state fondate sul commercio degli schiavi). Gladstone, in due famose lettere al conte Aberdeen sui processi di Stato a Napoli in seguito ai fatti del 1848, parla di “violazione incessante, sistematica, premeditata delle leggi umane e divine”, e indica il governo borbonico come “negazione di Dio eretta a sistema di governo”. I detenuti in tutto il Regno erano 2.024. Nel 1863, a due anni dalla liberazione, nelle carceri della sola Napoli c’erano fino a 20 mila persone! E ancora nel 1865 sul giornale “L’arca di Noè”, pubblicato a Napoli, fieramente antiborbonico, comparve un articolo, terribilmente serio, sulle durissime carceri italiane-piemontesi, che si concludeva così: “Lord Gladstone, fa’ un secondo viaggio, vieni un’altra volta (…) Il passato è assai più accettabile, rispettabile ed adorabile del presente”.

Sempre nelle sue lettere, Lord Gladstone critica le condizioni igieniche di Napoli. Gli risponde de’ Sivo: “Il Gladstone che aveva sotto gli occhi il milione e mezzo di mendicanti [su 17 milioni di abitanti], le luride case degli artigiani di Liverpool e Birmingham, e le cave di Manchester osava parlare del lezzo della Vicaria. Asserì che il Settembrini era stato straziato atrocemente, quando il Settembrini stesso nella sua difesa, stampata di nascosto, dichiarò di essere stato ben trattato”. L’Inglese, tiranno in Irlanda, dove migliaia di persone in quegli stessi anni morivano letteralmente di fame e cinque milioni di abitanti furono costretti ad emigrare in America, che opprimeva l’India, che nel 1840-42 aveva costretto la Cina alla guerra dell’oppio per l’illegale commercio dell’oppio praticato dalla Gran Bretagna, che nel 1882 bombarderà Alessandria d’Egitto, che nel 1899-1902, in Africa del Sud, s’impadronì dei territori boeri con metodi brutali, “operatore in tutto il mondo di incendi, fucilazioni e torture vere, accusava falsamente Napoli di torture”.

Nei processi di Napoli neppure uno degli imputati fu condannato a morte, mentre nell’isola di Cefalonia, occupata dagli Inglesi, “per le sommosse del 1848, figlie di quelle suscitate dall’Inghilterra in Italia, venivano condannate a morte 25 persone”.

Nell’ottobre del 1856 furono richiamati da Napoli gli ambasciatori inglese e francese, perchè re Ferdinando aveva respinto i loro consigli, cioè le loro ingerenze. I rivoluzionari, che gridavano sempre indipendenza, continuarono a maledire un re che aveva dimostrato di voler essere indipendente. Ferdinando II aveva messo tutto l’anno allo Stato; riuscì ad eliminare il disavanzo dei conti dello Stato, a diminuire le imposte, ad assicurare pace e prosperità ai Napoletani, eppure fu ed è maledetto dai rivoluzionari. Perchè? “Perchè i settari niente maledicono di più quanto il buon governo”.

Si scatenò su Napoli un uragano di calunnie mostruose; parlarono di supplizi occulti, di sevizie, di atrocissimi strumenti di tortura: la cuffia del silenzio, la sedia angelica, il trapano ardente, naturalmente mai esistiti se non nella fantasia dei nemici di Napoli. È la lezione di Voltaire: “Calunniate, calunniate: qualcosa resterà”. È restato più che qualcosa, se ancora oggi spesso si sente qualcuno, magari napoletano, definire “borbonico” qualsiasi comportamento incivile e scorretto!

Arriva il 1860. Gli avvenimenti incalzano. Il 24 marzo 1860 il Piemonte cede Nizza e Savoia alla Francia in cambio dell’appoggio da questa fornito nella guerra contro l’Austria per conquistare la Lombardia. “I liberali – scrive de’ Sivo – avevano sempre strombazzato che i popoli non sono merce; e quello stesso Cavour il 7 febbraio 1859 in senato aveva detto che è un grande progresso della civiltà moderna il non riconoscere ne’ [nei] prìncipi il diritto di alienare i popoli (…) ed ecco Vittorio Emanuele liberalesco, firmanti il Cavour e il Farini liberaloni, far pubblico contratto di popoli: Dio aveva posto le Alpi a difesa del bel paese, il Piemonte le cede alla Francia. Volevano Italia una e forte, e la sbrindellarono e l’aprirono allo straniero”. Volevano fare Italia una, e lasciarono alla Francia l’italianissima Corsica, rinunciarono ai possedimenti veneti della Dalmazia, lasciarono all’Inghilterra l’isola di Malta: per fare 1’”Italia una” prepararono una guerra d’aggressione a uno Stato italiano indipendente: il Regno delle Due Sicilie. Dissero che il popolo, oppresso dalla tirannide borbonica, voleva essere liberato. Certo, c’erano gli scontenti sotto i Borboni. “I pochi malvagi strepitavano, e parevano molti. Erano ambiziosi, sfaccendati, curiali che nell’autorità trovavano argini ai cavilli, erano architetti stanchi del rubar poco, dissoluti avversati nelle libidini, mercanti impediti dai monopoli dei grani, studenti che avevano lasciato Virgilio per il Guerrazzi”.

Si organizzò alla luce del sole la spedizione di Garibaldi, che andò da “porto in sicuro mare, sonetto da mezza Italia, da Francia e Inghilterra, con oro massonico (tre milioni in piastre d’oro turche, equivalenti a centinaia di milioni di dollari attuali, che sarebbero servite a catalizzare le fulminee conversioni alla rivoluzione dei molti traditori), con la già comprata flotta avversaria e i preparati tradimenti militari”.

Giacinto de’ Sivo deve lasciare le sue tragedie storiche (l’ultima è “Belisario”, proprio del 1860). Una tragedia storica di proporzioni e conseguenze crudelissime si svolge sotto i suoi occhi, lo travolge: la fine di un Regno che vanta otto secoli di esistenza, la fine dell’indipendenza della Patria napoletana.

Nell’intraprendere la narrazione delle vicende che portarono alla caduta del Regno delle Due Sicilie, de’ Sivo confessa: “Il cuore sanguina, la mente si prostra, e l’animo angosciato quasi quasi rilutta contro la volontà del Signore, che tanta ignominia e infelicità permise che insozzasse la già lieta patria nostra”. Segue, per quasi cinquecento pagine, un lungo elenco di vergognosi tradimenti, incomprensibili indecisioni, scelte funeste, eroismi dimenticati, anzi ignorati, paesi grandi e piccoli messi a ferro e a fuoco per essere rimasti fedeli al loro Re. “Si voleva usurpare la monarchia, e s’è percossa la nazione; si voleva abbattere un re, e si sono spenti 100 mila sudditi”.

Il 6 settembre Francesco II lascia Napoli, “perchè non le fosse arrecato danno…” Il 14 dello stesso mese una brigata garibaldina entra in Maddaloni. De’ Sivo si rifiuta di andare a Napoli a rendere omaggio a Garibaldi e viene destituito dalla carica di Consigliere. La sera del 14, dopo che la sua villa è stata circondata da centinaia di uomini armati, viene condotto a Napoli con apposito convoglio ferroviario. Mentre il pericoloso letterato è tenuto prigioniero a Napoli, la sua casa è occupata per tre mesi da Bixio, poi da Avezzana, infine da Carbonella. Rovistano dappertutto, i liberatori, tanto che trovano il manoscritto sul 1848-49, e gli lasciano la villa “guasta e vuota di roba”. Viene scarcerato, ma il 1° gennaio 1861 è imprigionato di nuovo: il pericoloso scrittore viene portato via di casa di notte, senza nessun motivo, e rinchiuso per due mesi.

Scarcerato di nuovo, vuole sperimentare “la vantata libertà della parola” e pubblica “La Tragicommedia”, giornale soppresso al terzo numero. Gli fanno capire che gli conviene andar via da Napoli, se non vuole finire dentro per la terza volta.

E così, nella notte fra il 14 e il 15 settembre 1861, s’imbarca sul bastimento Quirinale e si rifugia a Roma.

Si lascia alle spalle una Patria conquistata che, nel solo 1861, ha visto ben 15.665 suoi figli fucilati dai fraterni liberatori piemontesi. Una Patria dove i gigli, simbolo della giustizia e della sovranità, vengono scalpellati via da tutti i monumenti; dove dilaga la caccia ai borbonici. La camorra e la mafia si erano alleate col nuovo potere contro quello legittimo. “Il passato è quello che avverrà”: di nuovo la mafia si schiererà col nemico, per facilitare la conquista della Sicilia e oggi la camorra spadroneggia nel Sud. Eppure si dice: “retaggio borbonico”.

In quello stesso 1861 de’ Sivo pubblica “L’Italia e il suo dramma politico nel 1861” e “I Napolitani al cospetto delle nazioni civili”.

Incaricato dal capo del governo borbonico in esilio, marchese Pietro Ulloa, di scrivere un libro sulla “Storia delle Due Sicilie”, nell’estate del 1862, ad Albano, ne legge alcuni capitoli al re, il quale “ascolta con entusiasmo; fornisce chiarimenti e documenti”. Ma uno speciale Consiglio convocato per chiedere se si dovesse permettere la pubblicazione di una storia contemporanea del Regno delle Due Sicilie, dà al sovrano parere sfavorevole, temendo la violenza delle dottrine dell’autore.

Lo stesso Ulloa non mette a disposizione di de’ Sivo la documentazione che gli aveva promesso, tanto che lo storico di Maddaloni, in una lettera a Cesare Cantù, scriverà: “ho stimato troncare con lui le relazioni di amicizia”. Ciò nonostante de’ Sivo continua il duro lavoro. Nel 1863 esce il primo volume, l’anno dopo il secondo. L’opera procura gioia agli onesti, ma provoca proteste violente da parte dei responsabili di dubbi e doppiezze. Il re gli assegna la croce costantiniana ma, delle 400 copie che aveva prenotato, ne ritira solo alcune decine.

Il terzo volume della “Storia” de’ Sivo è costretto a stamparlo, nel 1865, a Verona. Nel 1866 il Veneto è annesso al Regno d’Italia: il tipografo ha paura di pubblicargli gli ultimi due volumi e non gli restituisce nemmeno il manoscritto! De’ Sivo è costretto a riscriverli dai suoi appunti: una fatica a cui accenna nella prefazione al quarto volume, uscito col quinto nel 1867: “se dovessi raccontare la storia di questa Storia!..”.

Muore il 19 novembre 1867, nelle tarde ore della sera. Fu sepolto nel cimitero del Verano. Sulla sua lapide queste semplici parole: “Salute, o Giacinto, vivi in Dio”. Nel maggio del 1960 le sue spoglie sono state traslate nella natia Maddaloni. I napoletani non immemori ne trasmettono l’insegnamento e il messaggio.

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Giacinto de’ Sivo. Cronologia (1814-1867)

1814, 29 novembre: Giacinto de’ Sivo nasce a Maddaloni da Aniello e da Maria Rosa Di Lucia.

1836: poco più che ventenne, dà alle stampe un volumetto di versi. A Napoli, aveva frequentato la scuola del marchese Basilio Puoti (1782-1847), maestro di lingua e di elocuzione italiana.

1836: la questione degli zolfi di Sicilia; de’ Sivo se ne occuperà nella “Storia”

1840: a 26 anni, compone la prima delle sue otto tragedie, dedicata a Costantino Dracosa, ultimo imperatore di Costantinopoli.

1844: sposa la contessa Costanza Gaetani dell’Aquila d’Aragona dei Duchi di Laurenzana, figlia del conte Luigi, maresciallo di campo e aiutante generale del re, dalla quale ebbe tre figli.

1845: si svolge a Napoli il Congresso degli Scienziati. “Appena usciti da Napoli – scrive de’ Sivo – ricambiarono i balli e i festini con lo stampare vituperi di Napoli, cominciando la guerra delle calunnie. Il nostro volgo appioppò a quegli scienziati il nome di scoscienziati”.

1847: de’ Sivo pubblica il romanzo storico, “Corrado Capece. Storia pugliese dei tempi di Manfredi” mentre Lord Mintho riceve dal Palmerston l’incarico di diffondere e incoraggiare nella penisola la rivolta.

1848. L’Europa è in fiamme. de’ Sivo, dopo essere stato componente della Commissione per l’Istruzione Pubblica, viene nominato Consigliere d’Intendenza della provincia di Terra di Lavoro, con settecento uomini ai propri ordini.

1849 (da gennaio a maggio): diviene comandante di una delle quattro compagnie della Guardia Nazionale, fino allo scioglimento di questa milizia, quindi comanda per alcuni mesi la ricostituita Guardia Urbana. Scrive un’opera sulla rivoluzione del 1848-49, ma preferisce non pubblicarla “per non parer di percuotere i vinti e inneggiare ai vincitori”. Il manoscritto viene riposto in un nascondiglio della sua villa di Maddaloni sino a quando, oltre un decennio più tardi, pubblicherà la “Storia”.

1850: Lord Palmerston invia a Napoli un altro emissario, il baronetto Gladstone in cui compito è organizzare scietificamente la calunnia verso il Regno delle Due Sicilie. È la lezione di Voltaire: “Calunniate, calunniate: qualcosa resterà”.

1860: de’ Sivo ha appena il tempo di completare la tragedia “Belisario”. Un’altra tragedia incombe sul Regno: “Il cuore sanguina, la mente si prostra, e l’animo angosciato quasi quasi rilutta contro la volontà del Signore, che tanta ignominia e infelicità permise che insozzasse la già lieta patria nostra”.

1860, 6 settembre: Francesco II lascia Napoli, “perchè non le fosse arrecato danno…”

1860, 14 settembre: una brigata garibaldina entra in Maddaloni. De’ Sivo si rifiuta di andare a Napoli a rendere omaggio a Garibaldi e viene destituito dalla carica di Consigliere. La sera del 14, dopo che la sua villa è stata circondata da centinaia di uomini armati, viene condotto a Napoli con apposito convoglio ferroviario. La casa è occupata per tre mesi da Bixio, poi da Avezzana, infine da Carbonella. I liberatori saccheggiano e trovano il manoscritto sul 1848-49. De’ Sivo viene, poi, scarcerato.

1861, 1 gennaio: De’ Sivo viene nuovamente imprigionato. Viene portato via di casa di notte, senza nessun motivo, e rinchiuso per due mesi. Scarcerato, vuole sperimentare “la vantata libertà della parola” e dà vita al periodico “La Tragicommedia”. La pubblicazione viene soppresso al terzo numero.

1861, 14 settembre: per evitare il terzo arresto, s’imbarca nottetempo sul bastimento Quirinale e si rifugia a Roma.

1861: de’ Sivo pubblica “L’Italia e il suo dramma politico nel 1861” e “I Napolitani al cospetto delle nazioni civili”. Viene anche incaricato dal capo del governo borbonico in esilio, marchese Pietro Ulloa, di scrivere un libro sulla storia del Regno. Dà alle stampe anche “Storia di Galazia Campana e di Maddaloni”.

1862, estate: ad Albano, legge alcuni capitoli “Storia delle Due Sicilie”al re, il quale “ascolta con entusiasmo; fornisce chiarimenti e documenti”. Ma uno speciale Consiglio convocato per chiedere se si dovesse permettere la pubblicazione di una storia contemporanea del Regno delle Due Sicilie, dà al sovrano parere sfavorevole. Lo stesso Ulloa non mette a disposizione di de’ Sivo la documentazione che gli aveva promesso.

1863: viene pubblicato il primo volume e l’anno dopo il secondo. Il re gli assegna la croce costantiniana ma, delle 400 copie che aveva prenotato, ne ritira solo alcune decine.

1865: il terzo volume della “Storia” de’ Sivo è costretto ad affidarlo ad una tipografia a Verona.

1866: il Veneto è annesso al Regno d’Italia e il tipografo ha paura di pubblicare gli ultimi due volumi. A de’ Sivo non viene nemmeno restituito il manoscritto.

1867: vengono finalmente pubblicati il quartoe il quinto volume.

1867, 19 novembre: Giacinto de’ Sivo muore, nelle tarde ore della sera. Viene sepolto nel cimitero del Verano. Sulla sua lapide queste semplici parole: “Salute, o Giacinto, vivi in Dio”. Nel maggio del 1960 le sue spoglie sono state traslate nella natia Maddaloni.

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