Nell’Italia del 1943 non vi furono amici né, tanto meno, liberatori: ma soltanto nemici

di Francesco Lamendola

Padre Lombardi, in un affollato comizio tenuto a Udine subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, rievocando la recente tragedia dell’Italia invasa e devastata da due eserciti contrapposti, pronunciò, fra l’altro, queste parole, con chiara allusione ai cosiddetti Alleati (ma di chi?): «Li abbiamo chiamati liberatori; li abbiamo chiamati amici: erano, tutti, nemici».
Non si potrebbe sintetizzare meglio il senso di quella vicenda storica; pur aggiungendo, subito dopo – per onestà intellettuale, ma disponendo di una documentazione che, nell’immediato dopoguerra, non esisteva – che, fra quei «nemici», ve n’erano pure parecchi di casa nostra.
Gli ammiragli, per esempio: il coraggioso storico Antonino Trizzino fu il primo a mettere in evidenza come esistessero troppe strane coincidenze tra i movimenti della nostra marina (che, come disse l’ammiraglio Angelo Iachino, era realmente una «grande marina» (e, comunque, molto più forte della Mediterranean Fleet britannica) e le micidiali, tempestive azioni nemiche che la decimarono e ne ridussero sensibilmente lo spirito offensivo, sin dai primi mesi di guerra (valgano per tutte l’attacco delle aerosiluranti inglesi contro la base navale di Taranto e la tragica battaglia di Capo Matapan).
Ma l’elenco delle pagine oscure degli alti comandi della Marina (non certo degli equipaggi, che andarono ad affrontare la morte con indomito coraggio) potrebbe continuare a lungo. Come mai la munitissima base di Pantelleria si arrese senza sparare un colpo, con gli effettivi ancora intatti e con le difese perfettamente integre? E come mai, al momento della resa, i materiali da guerra e le scorte di acqua e viveri non vennero distrutti, ma consegnati al nemico in eccellenti condizioni? (Cfr. il nostro saggio «La caduta di Pantelleria nel 1943 apre le porte all’invasione dell’Italia», consultabile sul sito di Arianna Editrice).
E perché la piazzaforte di Augusta, la più potente dell’intero scacchiere mediterraneo, si arrese prima ancora di essere investita dalle forze d’invasione anglo-americane?
Questo, per quanto riguarda le responsabilità della Marina.
Ma vi sono parecchie altre istituzioni e diversi gruppi di potere che giocarono la carta del tradimento, fin dal principio della guerra, e che si attivarono in ogni modo per provocare la sconfitta e l’invasione dell’Italia e per consegnarla al nemico, con l’obiettivo – nemmeno tanto dissimulato – di conservare, rafforzare o restaurare le proprie posizioni egemoniche. Sono le cinque “M” di cui parla lo storico Alfio Caruso: oltre alla Marina, la Massoneria, i Monsignori (taluni settori della gerarchia vaticana), la Monarchia e, da ultimo ma non per ultimo, la Mafia, rientrodotta (vedi il caso del “gangster” Lucy Luciano), valorizzata e posta nei settori chiave dell’amministrazione, proprio dalle forze anglo-americane sbarcate in Sicilia il 10 luglio 1943.
Ma lasciamo perdere questo aspetto, per ora.
Resta la domanda: gli Alleati che sbarcarono in Italia, che la bombardarono senza risparmio, che la percorsero lungo tutto lo Stivale, furono degli amici e dei liberatori?
Questo è ciò che la Vulgata democratica e filo-americana vorrebbe farci credere, da dai oltre sei decenni a questa parte. Essa vorrebbe che noi nutrissimo per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna una eterna gratitudine, in quanto essi ci avrebbero liberati… da noi stessi.
E, per sostenere questa discutibile tesi, non si è esitato a gonfiare oltre ogni limite il mito della brutalità tedesca e quello, ad esso speculare, della bonomia e della amichevolezza americana, mettendo del tutto a tacere i molti, moltissimi episodi di crudeltà gratuita, accanimento contro i civili e disprezzo delle convenzioni internazionali, che contraddistinsero la campagna d’Italia, fra il 1943 e il 1945, da parte delle truppe alleate.
Quanti Italiani delle generazioni odierne, ormai familiarizzati con lo stereotipo del “bravo ragazzo yankee” venuto a rischiare la vita per portarci libertà e benessere, sanno – ad esempio – che aviatori da caccia americani si divertivano a mitragliare quei bambini che a Grosseto, sulle giostre, si concedevano qualche attimo di spensieratezza, in mezzo alle crudeli privazioni e alla continue paure della guerra?
L’episodio in questione è citato, fra l’altro, in una fonte insospettabile: il libro del sacerdote Alessandro Pronzato «Coraggio, andiamo. Esplorazioni nell’attualità dei Salmi», Torno, Piero Gribaudi Editore, 1970, p. 148 (col “nihil obstat”, ossia l’avallo dell’autorità ecclesiastica, del vescovo di Casale Monferrato, Leandro Rota).
E quanti Italiani delle odierne generazioni sanno che, durante la campagna di Sicilia, decine di soldati italiani vennero passati per le armi, a freddo, dopo aver combattuto valorosamente e dopo essersi arresi; e che una direttiva del generale Patton aveva esplicitamente incoraggiato i militari statunitensi ad agire in tal senso, affermando – alla vigilia dello sbarco del 10 luglio – che essi non avrebbero dovuto fare prigionieri?
Cediamo la parola allo storico Alfio Caruso, autore del libro «Arrivano i nostri» (Milano, Longanesi & C., 2004, pp. 236-37):
«Il 14 [luglio 1943] il 180° reggimento di Middleton assaltò l’aeroporto di Biscari, nei pressi di Acate. Lo difendevano tedeschi della “Goering” e italiani sparsi. La battaglia fu aspra e lunga. Gli statunitensi lamentarono parecchie perdite e s’invelenirono per l’inaspettata resistenza. Catturati 36 soldati italiani, alcuni de quali in abiti civili, il capitano John Compton, comandante della compagnia C, ordinò di fucilarli immediatamente. Era soltanto l’inizio della mattanza ignorata per oltre mezzo secolo in Italia e ricostruita da Ezio Costanzo in “Sicilia 1943”. Altri 48 prigionieri, 3 dei quali tedeschi, erano nelle mani della compagnia A. Il sergente Horace West doveva scortare 37 italiani nelle retrovie affinché fossero interrogati, invece li fece schierare lungo un fosso, s’impossessò di un fucile mitragliatore Thompson e aprì il fuoco. Ne caddero 36, uno provò a fuggire e fu abbattuto da un caporale, dietro preciso ordine di West…»
E questo non è che un episodio fra i tanti.
Ma tali fatti – obietterà qualcuno – sono accaduti nel calor bianco della lotta, quando si scatenano gli istinti omicidi; cose del genere sono sempre accadute in tutti gli eserciti, anche i più disciplinati del mondo.
Benissimo. Vediamo allora se gli Alleati si comportarono in modo umano e corretto verso la popolazione civile (beninteso, quando non venivano accolti da folle esultanti in un tristissimo spettacolo di servilismo, quale mai si vide nella storia, né prima né dopo).
Gli storici si stanno svegliando solo in questi ultimissimi anni; ma gli scrittori avevano già parlato di fatti atroci in più occasioni, solo che la loro voce non era stata presa troppo sul serio dalla cultura “ufficiale” italiana (rigorosamente democratica, filoaltantica e antifascista) e relegati a “semplici” testimonianze umane o a spiacevoli incidenti di percorso (un po’ come le “bombe intelligenti” statunitensi che, durante le due guerre del Golfo e quella in Afghanistan, hanno prodotto innumerevoli vittime tra la popolazione inerme).
Giuseppe Berto, ne «Il cielo è rosso», aveva narrato con impassibile oggettività il bombardamento a tappeto subito dalla città di Treviso, il 7 aprile del 1944, che nessuna ragione strategica poteva giustificare e che costò la vita a migliaia di vecchi, donne e ragazzi: quanti esattamente, non lo si saprà mai. E Alberto Moravia, ne «La Ciociara», aveva rievocato lo stupro di due donne in fuga davanti alla guerra – madre e figlia appena adolescente – da parte delle truppe marocchine, nella zona di Frosinone, durante la battaglia per Roma del maggio-giugno 1944 (dal romanzo, nel 1960, il regista Vittorio De Sica avrebbe tratto uno dei suoi film migliori).
Ma non si trattò affatto di casi isolati.
Si trattò di centinaia e centinaia d casi, cui si aggiunsero le percosse e le uccisioni dei mariti, fratelli e altri parenti che tentavano di difendere le loro congiunte dalla furia bestiale di quelle truppe coloniali, inquadrate nelle forze armate francesi e comandate da ufficiali europei, i quali rimasero a guardare, lasciandole sfogare a loro piacimento.
Forse, se quei Romani – spettacolo vergognoso e degradante – che accolsero con entusiastiche ovazioni l’ingresso degli Alleati nella capitale, il 4 giugno 1944, fossero state a conoscenza di tante atrocità, avrebbero trattenuto almeno in parte le manifestazioni di simpatia per quei cosiddetti “liberatori”, pur nel comprensibile sollievo per la fine delle privazioni, della paura dei rastrellamenti e dei bombardamenti aerei, notturni e diurni.
Uno storico insospettabile di revisionismo, anzi, tra i più accaniti sostenitori della Vulgata democratica, filoatlantica e antifascista, Robert Katz (al punto da essere stato querelato per le insinuazioni sulla “colpevolezza” del silenzio di Pio XII sul genocidio degli Ebrei), ha ricostruito obiettivamente quel che avvenne dopo che l’esercito americano, mediante una schiacciante superiorità numerica, ebbe spezzato il fronte di Montecassino fra l’11 e il 16 maggio del 1944, travolgendo le difese di Kesselring.
La testimonianza è contenuta nel suo libro «Roma città aperta, settembre 1943 – giugno 1944)» (titolo originale: «The battle for Rome»; traduzione italiana di Daniele Ballarini e Maria Cristina Reinhart, Milano, Il Saggiatore 2003, pp. 324-25):
«In questa operazione, Juin [il comandante francese delle truppe marocchine] diede a Kesselring una lezione di invincibilità. Delle quattro divisioni francesi , tre erano truppe coloniali addestrate per gli scontri di montagna, ma i più abili di tutti erano i temuti Goumiers, ottomila irregolari marocchini. Soldati la cui divisa era il “burnus” (mantello di lana con cappuccio), che preferivano usare il coltello e correre sull’infido terreno, riuscendo così nella sorpresa delle sorprese). Furono fra i primi a penetrare fra le difese nemiche, muovendosi con grande rapidità, sciamando fra le linee ritenute dai tedeschi (e dal grosso degli Alleati) quasi impenetrabili, travolgendo le posizioni; schiacciavano ogni resistenza, eliminavano i punti di vantaggio di Kesselring, rendendo così irreversibile la breccia nella linea Gustav.
Tranne rare eccezioni, qui finiscono i resoconti degli storici., perfino quelli più particolareggiati, sul valore militare dei Goumiers nella campagna italiana. Ma un amaro e traumatico episodio degli ultimi giorni della battaglia per Roma è stato raccontato da Alberto Moravia nel romanzo “La Ciociara”, da cui è stato poi tratto anche un film. Una prima sommaria indagine, condotta dal governo romano del dopo occupazione, registrava più d settecento casi di “violenza carnale” commessi dai Goumiers di Juin nella provincia di Frosinone. Poche famiglie di contadini che popolavano la zona sono state risparmiate. Erano quasi tutti analfabeti, ottenebrati dalla bigotteria fascista, ma capaci di raccontare la famelica discesa dei marocchini.
Una donna di Esperia, paese in provincia di Frosinone, identificata solo come Giovannina M., raccontò agli investigatori:
“Noi aspettavamo i liberatori, arrivarono quelli di un’alta razza. Com’erano brutti. Sembravano degli indemoniati. Ci rubarono quel poco che era rimasto e fecero tanto scempio della popolazione. Avevano carta bianca al fronte e fecero tutte quelle sporcizie agli uomini e alle donne. Fecero un macello. […] una montagna in piena, , sbucavano da tutte le parti, prendevano tutte le donne che incontravano e se le portavano nella boscaglia. […] […] che vuoi scappare? C’erano i graduati che erano bianchi, francesi, e non dicevano nulla. Andammo a fare commedia al comando […] ci dissero che per fare andare avanti i marocchini li avevano dovuti lasciar fare.”
Ha detto Concetta C.:
“Li portarono qua a migliaia. Si videro scendere dalla montagna, da lontano erano come formiche. Ma fu un passaggio, in tre giorni, fecero l’inferno. Erano una razzaccia brutta e sporca. Avevano gli orecchini al naso, vesti lunghe, gli occhi usciti fuori. Per tutta la montagna c’erano strilli e lamenti. […] Arrivarono dove stavamo noi e non lontano c’erano anche i francesi, quelli che li comandavano. E fecero stragi. […] Io avevo le mie cose, quando se ne accorsero i due che mi avevano buttata a terra si allontanarono. […] Sai quante vecchie sono morte per il dolore. […] nessun altro soldato ha fatto quello. Il colore della pelle non c’entra niente. Erano bestie per come si comportavano. I tedeschi al loro confronto si comportarono meglio., anche se alla ritirata ci presero le bestie e distrussero tutto. Loro, i marocchini, erano pure i liberatori. Ma come? Ci mandate a liberare, ci venite ad aiutare e combinate tanto schifo? […] Gli toglievano i figli e facevano il comodo loro, quelle cercavano di difendersi, ma che volevi fare? Quelli erano sempre in tre o quattro contro una. I mariti, i fratelli, i padri che si mettevano in mezzo per scansarle venivano bastonati o ammazzati.”
Quando in seguito Clark [il comandane della Quinta Armata degli Stati Uniti, scelto personalmente da Eisenhower, e in eterna competizione con i Britannici di Alexander, che voleva precedere nella presa di Roma], che poteva avere solo una vaga nozione della lussuria marocchina, definì le imprese dei Goumiers “la chiave per il successo” nella conquista di Roma, si riferiva ovviamente alle loro operazioni militari.»
Tutti conoscono e tutti parlano elle atrocità compiute dall’esercito tedesco ai danni della popolazione civile: le Fosse Ardeatine, Mazabotto.
Quasi nessuno parla delle atrocità compiute dai sedicenti «liberatori» anglo-americani e dalle loro composite unità di rincalzo: Francesi, Marocchini, Polacchi, Brasiliani. Forse per non sciupare la bella favola dei generosi fratelli d’oltre Manica e d’oltre Atlantico, venuti a rischiare la pelle sul fronte italiano per restituirci dignità e democrazia?
E, quanto alle atrocità tedesche, quanti storici hanno avuto l’onestà di riportare la vibrata protesta inoltrata da Mussolini direttamente a Hitler, il 15 settembre 1944, rispetto alla quale nulla di simile esiste nel carteggio fra i capi politici e militari degli Alleati, neppure dopo i più efferati atti di crudeltà contro le popolazioni civili, come l’incendio di Dresda nel 1945 ad opera delle fortezze volanti scatenate da Churchill per puro spirito di vendetta?
La nota di Mussolini (citata in: Aurelio Lepre, «Mussolini l’italiano», Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 195, p. 341) deprecava le rappresaglie in cui
«… sono stati uccisi molte donne e molti bambini e incendiati interi paesi gettando nella disperazione più nera centinaia di famiglie. […] Come uomo e come fascista, non posso più a lungo sopportare la responsabilità, sia pure soltanto indiretta, di questo massacro di donne e di bambini che si aggiunge a quello provocato dai bombardamenti e mitragliamenti nemici.»
Certo, queste proteste non saranno servite a molto; ma si sa benissimo che Mussolini, a quel punto, non possedeva più quasi margini di autonomia nei confronti dei Tedeschi. Ben diversa era la posizione dei comandanti e degli uomini politici alleati gli uni rispetto agli altri: essi disponeva di un potere effettivo, eppure non ne fecero uso per dare alla guerra un carattere un po’ meno disumano.
L’obiezione classica che ci sembra di udire, giunti a questo punto, è se – nonostante tutto – davvero avremmo preferito che a vincere la guerra fossero stati Hitler e Mussolini, piuttosto che Roosevelt. Churchill e Stalin. Lasciamo stare il discorso su Stalin: ricordiamo solo che ci sono voluti ancora dei decenni perché si potesse riconoscere il carattere criminale del suo governo, in nulla inferiore a quello nazista.
Quanto alle democrazie occidentali, la domanda, posta in quei termini, è semplicemente in mala fede. Qui non si tratta di rammaricarsi che esse abbiano vinto la guerra e che i totalitarismi siano stati sconfitti; la questione è ben diversa.
Qui si discute se le democrazie, in una guerra ideologica contro i totalitarismi, possano vantare una superiorità morale, laddove impieghino metodi di lotta analoghi a quelli dei loro avversari, quanto a spregiudicatezza (utilizzo della rete mafiosa), brutalità (gli stupri di massa) o ferocia freddamente deliberata (certe modalità nei bombardamenti aerei sulle città indifese).
In secondo luogo, si discute se l’Italia, ad opera degli Alleati, sia stata davvero «liberata» o se non sia stata, invece, «occupata»: l’ennesima occupazione della sua storia millenaria.
Il fatto, poi, che quella occupazione sia stata favorita, incoraggiata, addirittura acclamata dal popolo italiano, o da una buona parte di esso, rende certo quella vicenda particolarmente disonorevole per noi, ma non sposta la sostanza della questione.
Ci si chiederà, infine, perché rivangare queste pagine brutte della nostra storia recente e di quella dei nostri sedicenti alleati; a quale scopo rievocare le fucilazioni dei soldati italiani in Sicilia, i mitragliamenti dei bambini a Grosseto, gli stupri e le uccisioni di Frosinone, e via dicendo.
Rispondiamo: non per ispirare sentimenti di odio verso alcuno.
Le giovani generazioni, che hanno superato il gretto nazionalismo dei loro nonni e bisnonni, probabilmente non accetteranno mai più di andare a uccidere e a farsi uccidere per miopi obiettivi di potenza e per ingenui sogni di gloria.
Tuttavia, è certo che il presente non si può costruire sulla menzogna; che il rispetto fra i popoli non può nascere che dallo spassionato riconoscimento della verità storica; che solo una analisi imparziale e obiettiva dei fatti, non stravolta da alcun pregiudizio ideologico, può consentirci di sperare che certe tragedie non abbiano a ripetersi mai più.

http://www.italiasociale.net/storia07/storia130209-1.html

Advertisements