FINE DI UNA GUERRA. CELEBRAZIONE DI UNA VITTORIA? IL QUESITO ALLA LUCE DEL TRATTATO DI PACE


vedi anche: BENEDETTO CROCE: DISCORSO PRONUNCIATO ALL’ASSEMBLEA COSTITUENTE IN OCCASIONE DELLA RATIFICA DEL TRATTATO DI PACE , IL 24 LUGLIO 1947
http://pocobello.blogspot.com/2010/01/ratifica-del-trattato-di-pace-benedetto.html

50 ANNI FA I “POVERINI” CREDEVANO DI ESSERE TRA I VINCITORI!
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Il 10 febbraio 1947, a Parigi, veniva firmato il Trattato di Pace tra l’Italia ed i cosiddetti “Alleati” (alleati tra loro e non certo con l’Italia), che chiuse per noi la seconda guerra mondiale.
Dopo lunghi dibattiti l’Assemblea Costituente approvava ed il Governo provvedeva a depositare la ratifica.
Con Decreto Legislativo n. 1430 in data 28 novembre 1947, controfirmato da Alcide de Gasperi, Presidente del Consiglio dei Ministri (di fronte a questo ennesimo atto di pavidità, noi giovani, all’epoca studenti presso il Liceo “Paolo Sarpi” di Bergamo, preferivamo chiamarlo “Presidente del Coniglio”), da Sforza ministro degli Esteri ecc. , veniva reso esecutivo in Italia.
Il Decreto aveva effetto retroattivo”: dal 16 settembre 1947.
Perché in dispregio del diritto delle genti, l’Art. 90 stabiliva che il Trattato sarebbe entrato in vigore non dopo il deposito delle ratifiche da parte di tutti i 21 firmatari, compresa la controparte, cioè l’Italia. Ma l’entrata in vigore era vincolata al deposito della ratifica da parte dei c.d. 4 “Bigs” (grandi) da noi allora chiamati i 4 “Pigs” (cioè porci) vale a dire URSS, USA, Gran Bretagna e Francia.
Perfino il vecchio Benedetto Croce proponeva di non firmare il Trattato e Vittorio Emanuele Orlando parlava, in assemblea, di “libidine di servilismo”, da parte di De Gasperi e compagni che volevano accettare il “Diktat”.
Questo non era certo un trattato, ovvero un atto internazionale frutto di “trattative”. Era invece un “Dettato” (Diktat imposto con la forza e senza alcuna “trattativa”.
In esso, in barba alla “Carta Atlantica” ed a tutti gli “scopi di guerra” proclamati delle Potenze “Alleate”, nella cessione di territori non si teneva conto alcuno della volontà delle popolazioni delle terre cedute: della Venezia Giulia, Istria, Dalmazia (Zara), Briga e Tenda. L’Italia doveva perfino rinunciare alle colonie prefasciste (Eritrea, Somalia e Libia): ma in Libia il prof. Desio aveva scoperto, ai primi del 1940, il petrolio!
Sotto riportiamo i principali articoli di questo spregevole “Diktat”.
Enorme la delusione tra gli italiani.
Nel 1943 il Ministro della Real Casa Duca Pietro d’Acquarone, che aveva trascinato il Re Vittorio Emanuele III° (che pure era stato il Re del Convegno di Peschiera, il Re che aveva rifiutato la guerra civile desiderata da Amendola, Taddei ed Alessio, affidando il Governo a Mussolini il 28 ottobre 1922, il Re che aveva sostenuto il Regime Fascista, nonché il Re che aveva firmato la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940), il Maresciallo Badoglio, ma anche Grandi, Ciano, ed altri 17 gerarchi fascisti membri del Gran Consiglio del Fascismo, e dietro di loro, membri dell’alta finanza, della grande industria ed anche esponenti clericali, avevano proposto, organizzato e avallato il “Colpo di Stato” del 25 luglio per compiere un salto della quaglia con cui erano sicuri “di saltare sul carro dei vincitori”. Loro dicevano che questa era furberia. Invece si rivelò soltanto furbizia da mercanti di tappeti.
Enormi erano state le promesse degli Angloamericani, di Churchill e Roosevelt, nonché del loro “amico” Stalin, basti pensare alla dichiarazione di Quebec dell’agosto 1943. Ma ora, al “redde rationem” tutte le promesse angloamericane – come sempre – si sono rivelate menzognere. Del resto lo stesso era avvenuto al termine della Ia guerra mondiale, nel 1919, a Versaglia: l’Italia, “la cara alleata” accettata a braccia aperte nel 1915 purché rompesse l’alleanza con la Germania e l’Austria-Ungheria vigente da 33 anni (dal 1872), era stata vigliaccamente “pugnalata alla schiena”. Questa sì era stata una pugnalata alla schiena perché data ad un alleato. Non quella dell’Italia a Francia e Gran Bretagna il 1° giugno 1940, dato che queste due potenze avevano rotto l’alleanza, ed addirittura anche l’amicizia, con l’Italia a Versaglia nel 1919, nonché con le sanzioni nel 1935. Francia e Gran Bretagna erano perciò nostre nemiche, ed ai nemici non è fattibile dare pugnalate alla schiena. Incidentalmente è da notare che nella storia recente esempi di autentiche “pugnalate alla schiena” sono gli attacchi fatti dall’U.R.S.S. contro la Polonia il 17 settembre 1939, ed al Giappone – ultimi giorni di guerra nell’agosto 1945. In particolare è da rilevare che l’URSS era vincolata dal Giappone da un “Patto di non aggressione e amicizia”, firmato nella primavera del 1941.
Quanto alla guerra Italia – Francia del 1940, è doveroso sottolineare l’ordine dato alle Forze Armate Italiane di “non sparare” per primi sui Francesi e l’offensiva degli ultimi tre giorni di guerra erra stata determinata dalle provocazioni da parte francese (tra cui il bombardamento navale delle coste liguri).
I “furbi” insomma, che erano sicuri di essere ormai saliti sul carro del vincitore, e così ritenevano di avere salvato la Venezia Giulia, l’Istria, Zara, Briga e Tenda, le colonie prefasciste, la flotta (che verrà spartita in gran parte tra “veri vincitori” o loro satelliti) ed il rango per l’Italia di “Potenza Mondiale ” si ritrovarono con un “pugno di mosche”.
“Sancta Simpicitas” dicevano i latini. Noi diciamo “stupida ingenuità”, quella di coloro che ritenevano di essere dei furbacchioni. Da meditare anche da parte di quanti abbiano invece fatto la scelta opposta.
E noi, Italiani attuali, a mezzo secolo da quei fatti, dobbiamo domandarci se fosse meglio ricercare un’utilità di carattere mercantile cercando di saltare sul carro dei vincitori (rivelatasi poi del tutto illusoria) oppure seguire la scelta opposta, quella della salvaguardia dell’onore e della dignità del popolo italiano.
Con l’accettazione del “diktat” tutti i partigiani, “la resistenza” ecc. ricevevano la loro paga: venivano ricoperti di guano (eufemismo) proprio da quelle stesse Potenze Straniere a favore delle quali avevano voluto combattere, causando enormi distruzioni con la trasformazione dell’Italia in campo di battaglia fra opposti eserciti stranieri e provocando nel Paese una spaventosa guerra civile le cui ferite ancor oggi, nonostante nobili iniziative condotte da più parti, non si sono cicatrizzate.

LE PRINCIPALI CLAUSOLE DEL TRATTATO DI PACE DEL 1947

CLAUSOLE TERRITORIALI
Art. 2
La frontiera fra l’Italia e la Francia, quale era alla data del I° gennaio 1938, sarà modificata nelle seguenti zone…
Il che significa perdita di zone di valore strategico ed economico Briga, Tenda ed i passi alpini in favore della Francia!
Art. 3
La frontiera tra l’Italia e la Jugoslavia sarà determinata come segue:
Il che significa perdita di altri più vasti territori in favore della Jugoslavia e città come Pola, Zara e Fiume!
Art. 4
La frontiera fra l’Italia ed il Territorio Libero di Trieste sarà fissata come segue:…
Il che significa che Trieste sarà città occupata e ciò durerà fino al 1955!
E la zona “B ” del TLT sarà poi annessa alla Jugoslavia.
Art. 14
L’Italia cede alla Grecia in piena sovranità le isole del Dodecaneso.
Si tratta di Rodi e di altre 12 isole dell’Egeo, che l’Italia aveva fin dal 1912, in seguito alla guerra italo-turca, e che non erano appartenute alla Grecia, ma alla Turchia!

CLAUSOLE POLITICHE
Art. 16
L’Italia non perseguirà né disturberà i cittadini italiani, particolarmente i componenti delle Forze Armate, per il solo fatto di avere, nel corso del periodo compreso tra il 10 giugno 1940 e la data dell’entrata in vigore del presente Trattato, espresso la loro simpatia per la causa delle Potenze Alleate ed Associate o di aver condotta un’azione a favore di detta causa.
E’ il famoso articolo 16, per cui chi ha tradito i propri compagni in armi, chi ha fatto la spia ed ha cercato di sabotare non può essere punito, così come lo è stato in tutti gli altri Paesi del mondo!
Art. 17
L’Italia che, in conformità all’art. 30 della Convenzione di Armistizio, ha preso delle misure per sciogliere le organizzazioni fasciste in Italia, si impegna a non tollerare la ricostituzione sul territorio di organizzazioni di questa natura, il cui scopo è quello di privare il popolo dei suoi diritti democratici.
Ciò sempre come espressione dello …”,affettuoso” interessamento degli anglo-franco-russo-americani nei riguardi del popolo italiano e dei suoi fatti interni!
Art. 23
L’Italia rinuncia a tutti i diritti e titoli sui possedimenti territoriali italiani in Africa, e cioè la Libia, l’Eritrea e la Somalia Italiana.
Questa clausola non si comprende bene se sia stata dettata dal desiderio di ridare la libertà ai popoli africani (ma l’esempio non è stato seguito dalla Francia e Inghilterra!) o di punire l’Italia per aver profuso tanto lavoro e benessere in decenni di sua colonizzazione!

CRIMINALI DI GUERRA
Art. 45
L’Italia prenderà tutte le misure necessarie per assicurare l’arresto e la consegna, in vista del loro giudizio:
a) delle persone accusate di aver commesso, ordinato dei crimini di guerra e dei crimini contro la pace e l’umanità, oppure di esserne stati complici;
b) dei cittadini di tutte le Potenze Alleate ed associati accusati di aver violato le leggi dei rispettivi Paesi commettendo degli atti degli atti di tradimento collaborando con il nemico durante la guerra.
L’Italia con funzioni di carceriere!

CLAUSOLE MILITARI
Art. 47
Il sistema delle fortificazioni e delle installazioni militari permanenti italiane lungo la frontiera franco-italiana, come pure i loro armamenti, saranno distrutti od asportati.
L’Italia non deve potersi difendere verso Occidente!
Art. 48
Tutte le fortificazioni ed installazioni permanenti italiane esistenti lungo la frontiera italo-jugoslava, compresi i loro armamenti, saranno distrutte od asportate.
Né deve potersi difendere verso Oriente!
Art. 49
Pantelleria, le isole Pelagie (Lampedusa, Lampione e Linosa), così come Pianosa (nell’Adriatico) saranno e rimarranno smilitarizzate.
Né può essere difesa dal mare!
Art. 50
In Sardegna tutte le postazioni permanenti d’artiglieria di difesa delle coste, così come i loro armamenti e tutte le installazioni navali situate a meno di 30 km. dalle acque territoriali francesi saranno o trasportati nell’Italia continentale o demoliti entro un anno dalla entrata in vigore del presente Trattato.
In Sicilia ed in Sardegna sarà proibito all’Italia di costruire qualsiasi installazione o fortificazione navale, militare o di aviazione militare.
E l’Italia non solo deve abbattere quello che c’è, ma anche deve esserle proibito di ricostruire qualsiasi opera di difesa!
Art. 51
L’Italia non possederà né fabbricherà: 1) alcuna arma atomica; 2) alcun proiettile automotore o comandato: 3) alcun cannone di una portata superiore a 30 km.
L’Italia deve essere quasi completamente disarmata!
Art. 55
In nessun caso un ufficiale o sottufficiale dell’antica milizia fascista, dell’antico esercito repubblicano fascista potrà essere ammesso a servire col grado di ufficiale o di sottufficiale nell’esercito, nella marina, o nell’aviazione italiana, come anche nei carabinieri, ad eccezione di quelli che saranno stati riabilitati dall’organo competente, in conformità della legge italiana.
Tanto timore di questi combattenti?!
Art. 56
La flotta italiana attuale sarà ridotta alle unità elencate all’allegato XII A.
Non molte! Infatti, la nostra flotta verrà ridotta principalmente a corvette e motosiluranti, in buon numero, oltre ad una settantina di dragamine, e a 4 cacciatorpediniere, 4 navi scorta, 3 incrociatori, 5 caccia, 3 avvisi scorta, 4 sommergibili, molte delle quali navi o dateci dall’America, o vecchio tipo, o in fase di allestimento o di rimodernamento.
Art. 61
L’esercito italiano, comprese le guardie di frontiera, sarà limitato ad una forza di 185,000 uomini ivi compreso il personale di comando, le unità combattenti e i servizi, ed a 65 mila carabinieri; tuttavia l’uno o l’altro di questi due elementi potrà variare di 10.000 uomini, purché gli effettivi globali non oltrepassino i 250.000 uomini.
Art. 64
L’aviazione militare italiana, ivi compresa tutta l’aeronautica navale, sarà limitata a 200 apparecchi da combattimento e da ricognizione ed a 150 apparecchi da trasporto, da salvataggio in mare, da istruzione (apparecchi scuola) e di collegamento.
Art. 71
I prigionieri di guerra italiani verranno rimpatriati non appena possibile, in conformità agli accordi conclusi fra ciascuna delle Potenze che detengono tali prigionieri e l’Italia.
L’impegno non è molto preciso: «non appena possibile». In Russia i prigionieri sono in gran parte scomparsi.

RIPARAZIONI E RECLAMI
Art. 74
Riparazioni per l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
L’Italia pagherà all’Unione Sovietica riparazioni per il valore di 100 milioni di dollari.
Questi pagamenti verranno effettuali durante un periodo di 7 anni.
Art. 76
L’Italia rinuncia, a nome del Governo Italiano e dei cittadini italiani, a far valere contro le Potenze Alleate ed Associate ogni reclamo di qualsiasi natura che risulti direttamente dalla guerra o da misure prese in seguito all’esistenza dello stato di guerra in Europa dopo il I° settembre 1939.
L’Italia rinuncia a tutto, l’Italia si assume ogni responsabilità!

Da «L’Ultima Crociata»

Da notare che in Parlamento Vittorio Emanuele Orlando, ex Presidente della Vittoria (1915-18), definì questo trattato sottoscritto dal Governo De Gasperi, «un atto di vergognoso servilismo allo straniero».

NUOVA CONTINUITA’ IDEALE N. 7-8-9 1997. Riportata a sua volta dall’Ultima Crociata.

DICHIARAZIONE DI MORTE PER IL DIKTAT
Vito Errico

Rifondare l’Italia. E’ l’imperativo cui deve ispirarsi ogni azione politica dopo la lunga, sordida e laida stagione dei partiti. Rifare la nostra Patria dopo il buio periodo in cui le fazioni cieche, il manicheismo partigiano, il maramaldismo dei vincitori, il nostalgismo dei vinti hanno messo in ginocchio, peggio che nella guerra perduta, la dignità di un popolo ormai agonizzante, debilitato dalle flogosi tribali seppure ipervitaminizzato da un processo consumistico che ne ha ingrassato la carne ma denutrito l’anima. Siamo all’Anno Zero. Per i partiti, cosche immonde di pustole suppurate, s’alza il de profundis. Ma da dove si ricomincia? Un principio ci deve essere per non scadere nell’iconoclastia sterile. E l’inizio deve aversi laddove incominciò la nostra fine di popolo e principiò lo scorrazzamento delle bande che, mentre la Patria era in guerra, si misero al servizio del nemico.
Strappiamo finalmente quel Trattato di Pace che in un mesto giorno, il 10 febbraio, 1947 e nella Città dei Lumi, sancì la nostra fuoriuscita dalla storia. Era l’epilogo d’una terrificante storia di morte culminata nel disastro dell’8 settembre per esplodere nel terrore e nella ferocia della guerra civile.
Perché ci si ostina ancora in trattazioni dal sapore falsamente stantio? Perché si è convinti che poca della nostra gente sa cosa ci sia scritto in quei 90 articoli del Protocollo. E tanti di quei disposti contengono la spiegazione di molte situazioni attuali, che sembrano inspiegabili. Si farà perciò in questa sede una carrellata di argomentazioni, sperando di dare un contributo, seppure modesto, infinitesimo, alla causa della rinascita della nostra Patria. E viva la convinzione che si è europei perché italiani. Il contrario non fa per noi.
Stracciare il Trattato di Parigi non significa però darsi in pasto al più becero revanchismo. Noi non militiamo nel partito dei dannunziani da scrivania. D’Annunzio resta un esempio di soldato. Smargiasso per quanto si vuole, ma alle parole faceva seguire i fatti e pagava di persona. Noi non rivendichiamo Briga e Tenda, Tien-Tsin e Chaberton. Nemmeno l’Istria. Noi prendiamo atto della storia e delle miserie dei suoi uomini. Le patrie si conquistano con il sangue, non con le sfilate e nemmeno con la logorrea. Ai primi sintomi dell’attuale crisi iugoslava occorreva approfittare. Ai dannunziani da scrivania occorre ricordare che D’Annunzio prese Fiume con un colpo di mano. Mano armata. Non con le interrogazioni parlamentari. Ciò detto, riprendiamo il filo del discorso affermando che ben altre sono le nostre rivendicazioni e si sostanziano nel perseguimento dell’autodeterminazione del nostro popolo, nella sovrana capacità di decidere, liberi dai ceppi che hanno fatto dell’Italia una colonia dell’Impero del Male.
Noi non abbiamo più conti in sospeso. I nostri debiti sono stati tutti onorati. Materialmente e spiritualmente. Il Trattato di Parigi c’impose il pagamento in sette anni di 360 milioni di dollari (valuta 1947) in conto di riparazione per danni di guerra alle nazioni vincitrici, a cui va aggiunta la perdita di proprietà delle installazioni e attrezzature industriali situate in territori ceduti, relative sia alla distribuzione dell’acqua, sia alla produzione e alla distribuzione del gas e dell’elettricità, più i beni delle società italiane in quei territori.
Cedemmo armamenti e impianti, frutto del lavoro italiano di generazioni. Non ci fu riconosciuta alcuna dignità di popolo. Il famigerato e mai abbastanza deplorato articolo 16 («L’Italia non perseguirà né inquisirà i cittadini italiani, particolarmente i membri delle forze armate, per il solo fatto di avere, nel periodo compreso fra il 10 giugno 1940 e la data di entrata in vigore del presente Trattato, espresso la loro simpatia verso la causa delle Potenze Alleate e Associate o di avere svolto un’azione in favore di questa causa») consacrò la «nobiltà» del traditore in genere e di quello militare in particolare
Una richiesta sacrosanta che, per l’articolo 16, non potrà essere sodisfatta Da “Vox Populi” (lettere dai lettori)

I SABOTATORI NEL NOSTRO ESERCITO

In una delle ultime puntate della trasmissione “Pinocchio” (22 Settembre) un “signore”, di cui mi è sfuggito il nome, ha raccontato con enfasi, di due operai “rossi” che durante la guerra, lavorando in una fabbrica d’armi, sabotavano i cannoni in modo tale che dopo una dozzina di colpi quelle armi diventavano inservibili. Lo stesso “signore”, sempre con la stessa enfasi, ricordava che quelle armi, inservibili, contribuirono alla vittoria dei nostri nemici, in quanto utilizzate sui fronti russo e in particolare africano, dove mio zio Antonio Marchini morì combattendo in difesa della Patria lontana.
Ora, le madri, le mogli saprebbero, se fossero ancora in vita, chi ringraziare per la morte dei loro cari figli e mariti.
E’ mia intenzione denunciare per tradimento e concorso in assassinio quei due operai “rossi” e faccio appello a chi volesse unirsi alla mia iniziativa di contattarmi.

Edda Porrovecchio
via Giammarile 11, 00060 Castelnuovo di Porto (Rm)

UOMO QUALUNQUE N. 39. 8 Ottobre 1998

Ma fece di più. Premise l’assurgere ai piani alti dello Stato di esseri abietti i quali, mentre un popolo moriva nelle sabbie dell’Africa, sugli altipiani della Grecia, nelle steppe della Russia, nei cieli infuocati, sopra e sotto i mari ribollenti, dietro i reticolati della terra, trescavano con il nemico. Valevano il costo di una pallottola nella schiena; li riconobbero come dignitari di Stato.
Noi ci siamo pagate (art. 71) a prezzi da strozzo, completamente in balia del volere dei «liberatori» «tutte le spese sostenute per il trasferimento dei prigionieri di guerra italiani, comprese le spese di mantenimento, da ogni rispettivo centro di rimpatrio, scelto dal Governo delle Potenze Alleate e Associate interessate, fino al luogo d’ingresso sul territorio italiano.» Pensarono a tutto, le Potenze Alleate e Associate. Con l’art. 76 lavarono i dubbi scrupoli di coscienza della divisione «Buffalo», la famigerato unità che legherà il suo nome alla vergogna della Pineta di Tombolo, dove la carne e l’anima d’un popolo divennero merce di postribolo per placare i bassi istinti delle orde di occupazione. Legalizzarono il turpe operato del «X Tabor» marocchino, agli ordini del maggiore francese Poulet-Desbarens, che in Ciociaria e all’isola d’Elba si rese responsabile delle tristemente famose «marocchinate». Lavarono l’onta di averci riportato la mafia in Sicilia e la camorra nel Napoletano. Ci costrinsero ad accettare che « … l’Italia rinuncia, a nome del Governo e dei cittadini italiani a far valere contro le Potenze Alleate e Associate le rivendicazi risultanti dalla presenza, dalle operazioni o dall’azione delle forze armate o delle autorità di Potenza Alleata e associata sul territorio italiano». Il generale Juin, comandante del Corpo di spedizione francese in Italia, è meno colpevole del maggiore Kappler? L’economia italiana fu ulteriormente devastata dall’immissione delle «am-lire» del valore di carta straccia. Ci obbligarono (art. 76 – capo 4) ad assumere «la piena responsabilità di tutta la valuta militare alleata emessa in Italia dalle Autorità Militari Alleate, ivi compresa tutta la valuta di questa natura in circolazione alla data dell’entrata in vigore del presente Trattato». C’impiegheremo anni a riprenderci.
Lo meritavamo? Quando si perde, bisogna chinare il capo. Ma non «ci liberarono». Sostituirono soltanto le catene e le loro sono state più grevi. Perché le portiamo ancora ai polsi. E son passati cinquant’anni.
L’ingiustizia di quel Trattato, lo scempio del principio di diritto lo permearono totalmente. Quel che a noi vinti veniva vietato con l’art. 16, veniva ordinato con l’art. 45: «L’Italia prenderà tutte le misure necessarie per assicurare l’arresto e la consegna a scopo di giudizio […] dei cittadini di tutte le Potenze Alleate e Associate accusati di avere infranto le leggi dei loro paesi commettendo atti di tradimento o collaborando con il nemico durante la guerra» E’ la canonizzazione legislativa del calvario di Ezra Pound. E’ la condanna definitiva a marcire in terra sconsacrata delle povere ossa di Carmelo Borg Pisani, l’eroe martire del cappio di Sua Maestà Britannica. Non possiamo reclamare nemmeno le spoglie miseramente abbandonate sotto un cumulo di terra anonima da un fratello prete nel carcere di La Valletta. Borg Pisani, che amò l’Italia come null’altro.
In queste settimane il Tricolore è tornato a garrire nel cielo di Mogadiscio e si sa degli «screzi» fra italiani e americani, gli stupidi veti all’invio del contingente militare nostro, i pretesti accampati dai padroni a stelle e strisce per frenare l’intervento in una zona di naturale influenza italiana. La causa risiede nel disposto dell’art. 34 – II° capoverso del Trattato: «L’Italia rinuncia ugualmente a rivendicare ogni interesse speciale ed ogni influenza particolare in Etiopia.» Non ingannino i termini nomogeografici: l’Etiopia, nel 1947, comprendeva anche Eritrea e Somalia. E’ da ritenere apprezzabile la determinazione del ministro Andò: i soldati italiani sono di nuovo sul suolo africano, a dispetto dell’America e in nome di un vincolo storico che lega il nostro popolo al destino di quelle popolazioni.
Il Trattato di Pace limita fortemente l’esercizio della sovranità nazionale allorquando affronta gli aspetti militari dell’Italia. Qui è d’obbligo una premessa: non si auspica alcuna «politica delle cannoniere» né revanchismo antistorico. Tantomeno però si può condividere il pensiero di Cossiga che vuole «un Paese che non sarà una grande potenza politica, che non sarà una grande potenza militare e, forse, questa è una benedizione di Dio». E’ meglio tener fuori da queste miserie umane l’Onnipotente e la potenza delle Nazioni la determinano gli uomini. Solo la rassegnazione è dei mediocri. Noi non vagheggiamo «volontà di potenza» ma è ora di mettere fine al nostro servaggio. Anche perché l’art. 46 («Ciascuna delle clausole militari, navali e aeree del presente Trattato resterà in vigore fino a quando non sarà stata modificata, in tutto o in parte, per accordo fra le Potenze Alleate e Associate e l’Italia, o dopo che l’Italia sarà divenuto membro dell’ONU, mediante accordo fra il Consiglio di Sicurezza e l’Italia») prevede la possibilità di revisione di queste clausole iugulatorie. Naturalmente deve essere l’Italia a riaprire il discorso perché non si può pensare che ci venga elargito quello che per mezzo secolo ci è stato negato. A S. Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi, c’è una grande base militare USA che da qualche mese ha chiuso i battenti. L’esistenza di questo presidio di occupazione vietava all’Italia, a norma dell’art. 48 – capo 6 del Trattato, di costruire installazioni militari permanenti «nella penisola della Puglia, a est del meridiano 17′ 45’». Questa base è terra italiana. La rivogliamo. Come rivogliamo la potestà a stabilire se in Sicilia e in Sardegna dobbiamo o meno avere installazioni militari. C’è una sottigliezza appena percettibile ma tanto penalizzante nell’art. 50 («In Sicilia e in Sardegna tutte le installazioni permanenti così come il materiale destinati alla manutenzione e all’immagazzinamento di siluri, di mine marine e di bombe saranno, sia demoliti, sia trasferiti nell’Italia continentale nell’arco di tempo di un anno a partire dall’entrata in vigore del presente Trattato.»). L’applicazione di queste norme determina la mancata creazione di autosufficienza delle due maggiori isole italiane. L’aspetto geografico di esse, i larghi bracci di mare che le separano dal continente le condannano ad una caducità estrema. Mentre a La Maddalena possono tranquillamente albergare i sottomarini nucleari di zio Sam, fatto questo che dovrebbe contrastare con i disposti testé firmati nell’ambito dell’accordo italofrancese, che ha trasformato le Bocche di Bonifacio in un grande parco marino. Il Ministro dell’Ambiente Ripa di Meana dovrebbe fare mente locale su certi argomenti: se in quello Stretto è vietata la navigazione alle petroliere (fatto encomiabile) non vi possono scorrazzare ordigni alimentati ad energia nucleare.
Ci sono quattro articoli che pretendono di regolare i nostri affari con la Germania e il Giappone.
L’art. 52 c’impone il divieto d’acquisto «all’interno o all’estero di materiale bellico d’origine tedesca o giapponese, così come la costruzione su piani tedeschi o giapponesi, così come la fabbricazione di questo materiale.»
L’art. 68 ci vincola a collaborare con le Potenze Alleate e Associate «allo scopo di mettere la Germania e il Giappone nell’impossibilità di adottare, fuori dai territori tedesco e giapponese, misure tendenti al loro riarmo».
L’art. 69 impegna l’Italia «a non autorizzare, sul territorio italiano, né l’impiego né la preparazione di tecnici, compreso il personale dell’aeronautica militare e civile che sono o sono stati cittadini tedeschi e giapponesi.» L’art. 70 ci intima «a non acquistare o fabbricare alcun aereo civile di modello tedesco o giapponese, o dotato di importanti elementi di fabbricazione o di progettazione tedesca o giapponese». Siamo completamente asserviti all’industria americana. I proventi del nostro lavoro devono per forza finire fra le grinfie della McDouglas, della Lockheed e della Rockwell. Sono i sacerdoti dell’economia di mercato e poi agiscono in regime di monopolio. Bolscevizzazione del capitalismo. Chi può ancora sostenere che non siamo un popolo di servi? E se dovesse capitare che la Germania e il Giappone dovessero rivedere alcuni loro comportamenti, com’è sicuro che avverrà, dovremo rischiare in proprio, aggiungere al danno la beffa? Le limitazioni imposteci cinquant’anni fa non hanno più forza di esistere. Noi abbiamo già dato.
La flotta italiana non ha più navi d’altura; l’ultima è andata in disarmo qualche mese fa. Non ci sono rimpiazzi. Perché? Non è l’art. 59 comma 1 che vuole « … l’Italia non costruirà, acquisterà o rimpiazzerà alcuna nave da battaglia»? La Marina Italiana ha varato l’incrociatore «tutto ponte» G. Garibaldi. E’ l’ammiraglia della flotta italiana. In realtà è una piccola portaerei, che doveva appaiarsi al gemello G. Mazzini, ancora a livello di progetto. Una portaerei abbisogna di aerei. Dovevano essere acquistati i «Sea Harrier» a decollo verticale. Non s’è fatto più nulla «per mancanza di fondi». Non è entrato in vigore il disposto dell’art. 59 comma 2 che recita: «L’Italia non costruirà, acquisterà, utilizzerà o sperimenterà alcuna portaerei ( … )»?
L’aviazione non se la passa meglio.
L’art. 64 vuole che sia limitata «a 200 apparecchi da caccia e da ricognizione e da 150 apparecchi da trasporto, da salvataggio in mare, da istruzione e da collegamento. In queste cifre totali saranno compresi gli apparecchi di riserva. L’Italia non possiederà o acquisterà alcun apparecchio progettato essenzialmente come bombardiere ( … )». Quando in Iugoslavia cadde un C130 Hercules italiano carico di coperte, e l’equipaggio perì, la stampa gridò allo scandalo perché l’aereo era disarmato, contrariamente agli stessi modelli di altre nazionalità. E si gridò alla solita inefficienza italiana. Non si tratta di tanto. E ben altro. Infatti il già citato art. 64 impone: «Eccezion fatta per gli aerei da caccia e da ricognizione, nessun apparecchio sarà munito di armamento.» Il CI 30 è un aereo da trasporto. Ecco cosa siamo: bersagli mobili e carne da cannone. Ma c’è di più. La nostra aviazione, oltre ad essere inservibile in quanto a vetustà dei velivoli, non potrà mai essere efficiente. Il comma 2 dell’art. 65 prevede che «nessuna forma di istruzione militare o aeronautica sarà data a persone non facenti parte dell’A.M.I.». Che significa? Innanzitutto che non ci è consentito il mantenimento di una riserva. La maggior parte dei piloti è composta di complementi che dopo cinque anni di ferma lasciano il servizio militare, allettati dalle cospicue somme che l’aviazione civile elargisce loro. Quando un pilota dismette «le stellette» non può più essere richiamato per corsi di aggiornamento in quanto «non facente parte dell’A.M.I.». Si arguisce che succede specie in un campo in cui l’evoluzione tecnologica è quasi quotidiana. Dell’esercito è meglio tacere. Non possiamo avere cannoni di gittata superiore a 30 km (art. 51) e più di 200 carri armati e medi (art. 54). L’art. 61 fissa l’organico dell’Esercito in 250 mila uomini, compresi i Carabinieri e la Guardia di Finanza. Non possono esistere riserve gesuiticamente vietate dall’art. 63 («Non sarà data alcuna forma di istruzione militare, a personale non facente parte dell’esercito italiano e dei Carabinieri»).
La disamina, sia pure non approfondita, si conclude qui. Le considerazioni ulteriori le lasciamo al lettore. E ci piacerebbe che si aprisse un dibattito al riguardo. Quel che si vuole rimarcare è un dato, sul quale si vuole insistere seppure ripetitivo. Noi non auspichiamo alcun riarmo. Possiamo decidere anche di sciogliere le Forze Armate Italiane. Ma rivendichiamo il diritto di farlo da noi. Come popolo sovrano. Senza che alcuno c’imponga più quel che dobbiamo o non dobbiamo fare.
Quando le chiavi dell’uscio sono in mani altrui, non si può invocare la violazione di domicilio. In casa propria non si può vivere da famigli. Questo accade quando «chi non sa comandare, va a servire».

TABULA RASA N. 1. 31 Gennaio 1993

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