10 giugno 1940: le vere motivazioni della guerra italiana


«La guerra del sangue contro l’oro»

di Maurizio Barozzi

AVVERTENZA
L’analisi storica qui appresso riportata cerca di attenersi il più possibile a dati, avvenimenti e fatti comunemente conosciuti, appurati o dimostrabili.
Unica eccezione l’abbiamo fatta per descrivere quanto è probabilmente accaduto, dietro le quinte,  tra Mussolini e Churchill al momento della nostra entrata in guerra (10 giugno 1940). Del resto questo “segreto”, pur non potendolo oggettivamente comprovare, visto che ogni documentazione in merito è stata fatta sparire, ha vari riscontri e testimonianze ed è anche facilmente deducibile da tutta una serie di circostanze e dalla logica stessa di quegli avvenimenti. A nostro avviso quindi, quella misteriosa vicenda da “diplomazia segreta”, oramai non costituisce più un mistero impenetrabile.
Volutamente, invece, non vengono presi in considerazione tanti particolari ed informazioni più o meno segrete ed episodi che si sono svolti dietro le quinte della storia, laddove ci siamo limitati ad accennare all’operato di certe “Consorterie” o Lobby, non meglio specificate, ma sempre riferibili al grande potere e agli interessi di quella International Banking Fraternity, la potente confraternita nota con il nome edulcorato di Alta Finanza che aveva i suoi Templi sull’asse City di Londra – Wall Street New York.
Ciò non toglie, però, che gli avvenimenti storici non sono, non possono essere, solo quelli che appaiono in superficie, perché interagiscono nei fenomeni umani, non solo fatti imprevedibili, ma anche strategie occulte, ben calcolate, che si sommano a tutta una serie di fatti e concause, restando spesso nascosti dietro le quinte della storia.
Nelle vicende umane, sia dei popoli che dei singoli individui, ogni volta che si presentano personaggi, forze e avvenimenti di una certa rilevanza, a volte naturali e inevitabili altre volte, creati a tavolino, ci sono sempre e comunque altre forze, altri poteri che tendono a condizionarli o piegarli ai propri fini.
È questa una legge storica inevitabile.
Chi strilla al “cospirazionismo”, spesso può avere ragione, se i fatti da cui questo “complottismo” nasce, non sono pienamente appurati e oggettivi, ma a volte è un ignorante o un deficiente che non vuol aprire gli occhi.
Abbiamo comunque scelto di seguire una pacata, e il più possibile comprovata, metodologia storiografica per la semplice ragione che è già arduo, di per sè stesso, far accettare una confutazione della storiografia “politicamente corretta”, retaggio dellapropaganda di guerra Alleata, attraverso fatti ed elementi comunemente conosciuti; addentrandoci viceversa in una controinformazione che prendesse in considerazione elementi occulti ed informazioni non alla portata di tutti o non ben comprovabili, si sarebbe corso il rischio di confondere o non farsi capire da molti lettori.


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INTRODUZIONE
La ricerca storiografica, piaccia o meno, dovrebbe trascendere da considerazioni di ordine morale o di diritto, essendo questi degli aspetti del tutto secondari e fuorvianti, e attenersi invece ad un semplice postulato ben noto a storiografi e ricercatori anche se, interessi di varia natura, spesso inducono poi costoro a ignorarlo:
nei conflitti bellici, quando si parla di Nazioni non ci sono in assoluto i “buoni” e i  “cattivi” né, in definitiva, se non in via transitoria e contingente, ci sono gli “aggrediti” o gli “aggressori”, perché lo stato di guerra -e non di pace- è lo stato ricorrente degli esseri umani e quindi di conseguenza dei popoli.
Non è un caso che i buoni e gli aggrediti di oggi, cambiando le condizioni storiche ed i rapporti di forza, spesso divengano i cattivi e gli aggressori di domani. Certe categorie di giudizio appartengono semmai al piano etico ed ideologico, così come considerazioni di carattere “morale” possono poi applicarsi a posteriori alla visione d’insieme della Storia, ma non possono condizionare la ricerca storiografica.
La guerra, infatti, è la “prosecuzione della politica con altri mezzi” e rappresenta la volontà di potenza dei popoli, lo scontro, l’ascesa ed il declino delle civiltà e gli interessi dei rispettivi Stati (i marxisti direbbero: dei gruppi economici).
Le necessità geopolitiche, i contrasti ideologici, gli interessi economici che portano alla guerra, sono superiori a tutto e trascendono inevitabilmente, piaccia o meno, gli aspetti morali o le ragioni deldiritto dei popoli.
La parola “guerra” poi ha un significato molto generico ed estensivo, perché rientra perfettamente in questo vocabolo anche quella conflittualità non ben visibile che determina la risoluzione dei contrasti finanziari e sociali, laddove lo scontro, spesso violento e ricattatorio, è trasposto su di un piano economico e finanziario, al fine di piegare altrui volontà o di puntare alla conquista di spazi e mercati a danno di altri.
Senza dimenticare poi il permanente stato bellico delle organizzazioni criminali, dei servizi segreti, ecc., insomma, tutte situazioni attestanti un archetipo umano conformato sull’affermazione di sè, sul dominio, la conquista e il mantenimento del potere, anche e soprattutto attraverso l’uso della violenza di vario genere e natura e più o meno edulcorata o giustificata.
Questa è la “natura umana“, per fortuna bilanciata da tante altre virtù e aspetti generosi e positivi nell’uomo. L’affermazione che «se non si vuol portare le proprie armi si finisce per portare quelle degli altri», non è una frase propagandistica, ma una realtà immutabile dell”esistenza.
Certo, il simpatizzare e lo schierarsi con il più debole, con l’aggredito di turno e così via, è una componente generosa ed innata nell’essere umano, e lo sa bene la propaganda di guerra che cerca sempre di presentare, in un contesto di diritto e giustizia, o come reazione ad una altrui aggressionele proprie “sacrosante” guerre (quante false flag hanno determinato il casus belli!). La verità oggettiva dei fatti e degli eventi storici però non è riducibile ad un fattore di semplice diritto e del resto la stessa verità non può essere strumentalizzata per consolarsi, assolvere o accusare visto che la guerra trascende in assoluto tutti questi aspetti morali.
La  versione addomesticata della Seconda Guerra mondiale
Semplificando e sintetizzando quanto viene spacciato dalla storiografia ufficiale, la Seconda Guerra Mondiale sarebbe dipesa dalle velleità di dominio planetario di un esaltato, Hitler che, sostenuto dal militarismo (inizialmente titubante, ma poi sempre più convinto dai ricorrenti successi hitleriani) e dalla grande industria tedesca (bramosa di espansione), aveva avuto per anni, con la sua spregiudicatezza, buon gioco sulle nazioni democratiche, grazie anche all’ingenua politica inglese diappeasement negli anni ’30.
Ma Hitler, prosegue questa storiella per ingenui, inebriato dai successi conseguiti con i suoi colpi di mano: rimilitarizzazione della Renania, anschluss in Austria (tra l’altro desiderato dalla stragrande maggioranza degli austriaci), Sudeti e occupazione della Cecoslovacchia, ecc., non riuscendo più a controllarsi nelle sue conquiste ai danni dei paesi limitrofi (che poi non erano “conquiste” ma semmai riappropriazioni di quanto precedentemente rapinato alla Germania), arrivò all’invasione della Polonia, provocando la legittima reazione armata delle grandi democrazie.
Uno scenario analogo viene disegnato per gli USA alle prese, si dice, con i fanatici militaristi che avevano preso il potere in Giappone e minacciavano i mercati ed i commerci nel sud est asiatico tendendo ad assoggettare ed occupare le nazioni asiatiche a cominciare dalla Cina. Una versione questa che capovolge fatti e responsabilità ed arriva a legittimare le ingerenze, le prepotenze e le pretese americane per quei luoghi a loro lontani che, semmai, avrebbero dovuto costituire materia riservata agli asiatici.
L’Italia infine, ci illustra ancora questa storiografia mendace, grazie ad un dittatore megalomane e nonostante non fosse in condizioni di sostenere una guerra, fece il classico passo più lungo della gamba, illusa dalle stupefacenti vittorie tedesche e si gettò a capofitto nel baratro del conflitto.
Insomma, da anni, ci viene riproposta niente altro che la vecchia propaganda di guerra Alleata con la solita distinzione tra buoni e cattivi, tra guerrafondai aggressori e smaniosi di dominare il mondo  epacifiche nazioni democratiche aggredite.
Niente di tutto questo, però, corrisponde alla verità ed a come sono effettivamente andate le cose, perché le cause della guerra, gli eventi che la determinarono e la sua dinamica complessiva avevano altre motivazioni e si erano svolti in ben altro modo.
Oggi, anche alla luce di quanto è avvenuto nel dopoguerra, con gli assetti e gli Istituti mondialisti, conformi ad un dominio dell’Alta finanza sugli Stati, che sono stati imposti a quasi tutti le nazioni del mondo, si può individuare il momento di “rottura” dei sottili equilibri mondiali, che determinò definitivamente la decisioni di scatenare una guerra contro gli stati fascisti europei. Questo avvenne, più o meno, attorno al 1937 quando la Germania, priva di oro e di moneta, cercò di impostare gli scambi internazionali anche sulle basi del “baratto”, ovvero prendere le materie prime dai paesi produttori e pagarle con prodotti finiti di alta tecnologia. In pratica si cercava, in prospettiva, di sostituire l’oro e la moneta con la “forza e tecnologia del lavoro”, eliminando oltretutto i profitti delle intermediazioni bancarie.
A questo tipo di traffici commerciali che si iniziarono con alcune nazioni, anche del sud America ed a cui altre nazioni sembravano volerne seguire l’esempio, si aggiunse in Germania, nel giugno del 1939, una Legge che sottopose la Reichsbank tedesca sotto l’egida dello Stato (avrebbe risposto direttamente al Führer) e lo Stato si riappropriava anche del controllo monetario.
Era l’inizio della fine del cosiddetto “signoraggio” ovvero della commissione data dai singoli Stati alle Banche centrali, in mani private, di emettere moneta praticandoci sopra un interesse. Un sistema che si era ulteriormente perfezionato quando, nel 1913, negli Stati Uniti, venne varato il Federal Reserve System ponendo l’immenso e ricchissimo stato americano sotto dittatura bancaria.
Ecco allora venir fuori uno dei motivi veri di quella guerra: una nazione che rifiuta di indebitarsi, che cerca di tagliare fuori le intermediazioni bancarie negli scambi internazionali, che oltretutto interrompe il signoraggio delle cosiddette Banche Centrali, è una minaccia mortale per i banksters.
Lo stesso Winston Churchill nel 1960 ebbe a dichiarare:
«Il delitto imperdonabile della Germania prima della Seconda Guerra Mondiale fu il suo tentativo di sganciare la sua economia dal sistema di commercio mondiale, e di costruire un sistema di cambi indipendente di cui la finanza mondiale non poteva più trarre profitto».
Ma anche il generale J. P. C. Fuller, storico di quella guerra intuì che:
«Quel che ci spinse in guerra contro Hitler non fu la sua dottrina politica; la causa stavolta fu il suo tentativo coronato da successo di dare vita a una nuova economia. La prosperità della finanza internazionale dipende dall’emissione di prestiti a interesse a nazioni in difficoltà economica. L’economia di Hitler significava la sua rovina. Se gli fosse stato permesso di completarla con successo, altre nazioni avrebbero certo seguito il suo esempio, e sarebbe venuto il momento in cui tutti gli stati senza riserve auree si sarebbero scambiati beni contro beni; così non solo la richiesta di prestiti sarebbe cessata e l’oro avrebbe perso valore, ma i prestatori finanziari avrebbero dovuto chiudere bottega. Questa pistola finanziaria era puntata in modo particolare alla tempia degli Stati Uniti».
Considerazioni alle quali fece eco, nel 1992, James Baker, segretario agli esteri statunitense che dichiarò: «[La seconda guerra mondiale] era solo una misura economica preventiva».
Furono probabilmente proprio questi nuovi indirizzi politico finanziari che si stavano attuando in Europa, la vera goccia che fece traboccare il vaso ed accelerarono gli avvenimenti verso la guerra. Queste intrusioni dello Stato, nei domini dell’Alta finanza, infatti, non potevano essere assolutamente tollerati perchè avrebbero letteralmente smantellato e  “rovinato” il potere mondiale dellaInternational Banking Fraternity, che tanto aveva faticato negli ultimi tre secoli per raggiungere le posizioni di potere e signoraggio a cui era giunta. Oramai la parola doveva passare al cannone!
In definitiva, girando e rigirando, i particolari e i veri presupposti storici che determinarono la Prima e la Seconda guerra mondiale troviamo, senza ombra di dubbio, due motivi fondamentali, mai espressi esplicitamente, ma che sono facilmente riconoscibili ad una attenta disamina e osservazione storica:
1. il possesso o il controllo delle risorse energetiche, in particolare il petrolio.
2. il potere, oramai da configurarsi in ambito planetario che consentiva le speculazioni della finanza mondiale. Una ingerenza questa, rispetto agli Stati sovrani e alle Nazioni e dinastie appositamente indebitate, da difendere e ampliare con ogni mezzo, specialmente dopo il varo del Federal Reserve Sistem (1913) che aveva garantito un diabolico meccanismo speculativo, di controllo e potere  bancario trans e over nazionale, messo nelle mani delle grandi banche private.
Queste due specifiche condizioni geopolitiche, tradotte in termini concreti e in nomi, possono configurarsi in tre nominativi: i Rothschild innanzi tutto, quindi i Rockefeller e i Morgan, che sono le grandi dinastie finanziarie che controllavano la finanza mondiale e la proprietà dei grandi giacimenti di petrolio. Attorno ad essi ruotano un pugno di altre grosse famiglie che avevano il controllo di grandi banche e istituti di credito.
Furono questi “poteri” che progettarono e determinarono la Prima e la Seconda guerra mondiale, quale un unico atto da realizzarsi in due tempi, e che avrebbe dovuto portare tutto il pianeta nella condizione di realizzare i presupposti ideologici mondialisti,  che oggi vediamo attuarsi dappertutto.
Insomma, traducendo in termini politici tutto questo, non possiamo che ripetere un passaggio in una celebre intervista al professor Antonio Pantano, nella quale così si esprimeva:
«La seconda guerra mondiale fu attuata per cancellare il vero concetto di “Stato”, sorto in Italia sulle ceneri del tentativo di “stato liberale” generato dalla “nomenclatura” oligarchica del “vecchio regime settecentesco”: un paternalismo elitario condito con l’acqua santa del cristianesimo e l’incenso delle logge massoniche. Il nuovo “Stato” moderno e sociale fu intuizione maturata nell’animo di pochi, che Mussolini concretò. Stato moderno. Popolo e governo in unico spirito».
Ed in effetti, se consideriamo il modello di Stato che si impose con i regimi fascisti in Europa, uno Stato sovrano, dove gli aspetti etici e politici, avevano assoluta preminenza su gli aspetti e gli interessi economico-finanzari, vediamo come questo modello sia l’esatta antitesi, il pericolo mortale per gli interessi dell’Alta Finanza.
I presunti sogni di dominio mondiale di Hitler
Senza voler considerare gli assetti postbellici, vessatori e pesantemente iniqui imposti alla Germania con la conferenza di Versailles del 1919, tali da configurarsi in una vera e propria rapina ai danni del popolo tedesco, i quali già da soli davano il diritto ed il dovere a questo popolo di riprendersi quanto gli era stato derubato e di rifiutare, non appena le forze lo avessero permesso, quanto gli era stato imposto con la prepotenza delle armi (perché altrimenti sconfineremmo in valutazioni idealistiche qui non pertinenti), occorre senz’altro affermare che già da una semplice, ma esauriente e obiettiva osservazione della struttura militare tedesca (attrezzata con delle forze armate di tipo continentale) e degli obiettivi strategici della sua politica internazionale (espansionismo ad Est) si riscontra,  inequivocabilmente, che non c’era in atto alcun progetto per un possibile dominio mondiale da parte di Hitler.
La visione geopolitica di Hitler era quella di raggiungere la supremazia politica, economica e militare nel continente europeo (dominio del centro Europa) e di conseguire una espansione geografica nei territori dell’ Est (Russia sovietica). Egli, risoluto ad usare all’occorrenza anche la forza delle armi, pensava o sperava, anzi era questa la condizione principale del suo progetto, di poter conseguire e soprattutto mantenere questi obiettivi attraverso un accordo globale con la Gran Bretagna. Agli inglesi avrebbe garantito l’Impero, il cui ruolo geopolitico riteneva fosse anche funzionale alla protezione dell’Europa ed anzi, per l’estremo oriente, vedeva persino di buon occhio il ruolo di “guardiano” che vi esercitava la Gran Bretagna.
Al contempo e fino a quando gli Stati Uniti non fossero assurti ad una politica di egemonia e di ingerenza nel contesto europeo, Hitler pensava di mantenere un rapporto di reciproco interesse commerciale e reciproco disinteresse politico con questa immensa nazione, disinteressandosi della loro egemonia nel continente latino americano e nel pacifico.
Al di là di quanto a tutt’oggi pur si conosce, su la politica hitleriana e su le relazioni internazionali di quel periodo tutto questo, come accennato, è altresì indicato inequivocabilmente, proprio dal tipo di riarmo tedesco e dalla conseguente composizione delle sue forze armate di terra, di mare e di cielo, alla vigilia della guerra. Addirittura non era stato neppure programmato o previsto un adeguato arsenale bellico atto a sostenere una guerra europea su più fronti e di lunga durata, figuriamoci se di portata mondiale per una nazione, oltretutto, non talassocratica.
A meno che Hitler non fosse stato letteralmente pazzo e con lui altrettanto folle tutta la classe politica e militare tedesca, sarebbe stato ridicolo e sciagurato progettare piani di egemonia mondiale ed al contempo attrezzarsi militarmente per una guerra di stampo continentale e di breve respiro con programmi di riarmo sul mare (presupposto indispensabile per una strategia planetaria) limitati ad un contesto locale e che, al limite, avrebbero potuto, forse, essere incentivati nel futuro per garantire alla Germania il recupero delle sue ex colonie sottrattegli con il precedente conflitto. Ma in ogni caso una politica coloniale tedesca, neppure era, in quel momento, nei pensieri del Führer.
Che poi, giocando con il fuoco, Hitler spinse le cose fino ai limiti dello scontro bellico è un altro discorso, ma resta il fatto che “quello scontro” venne scientemente programmato e predisposto proprio dalle grandi democrazie occidentali, dietro cui agiva quella International Banking Fraternity,supportata dalla Massoneria internazionale le cui strategie di distruzione e predominio in Europa erano da tempo in atto, tanto da far ritenere che le due guerre mondiali, Prima e Seconda, non erano altro che i due atti di una unica conflagrazione divisa da un armistizio ventennale (simbolo vivente di questa continuità strategica lo si poteva ravvisare in quel Bernard Baruch, onnipontente finanziere ebreo, consigliere privato di ben sei presidenti americani a partire da Wilson e creatore di quellaWar Industry Board, organo di pianificazione centralizzata della produzione bellica).
Fatta questa constatazione devesi anche osservare come poi si finisca oltretutto nella farsa, perché chi effettivamente aveva un Impero da sfruttare e difendere ai quattro angoli della terra, e quindi doveva giocoforza muoversi in un ottica planetaria, era proprio la Gran Bretagna (ma anche la Francia non scherzava come possedimenti coloniali e altrui aree dove esercitava ingerenze), mentre l’altra potenza, gli USA, stavano già pensando (lo misero in atto nel 1939) al varo di un costosissimo e immenso piano di riarmo – sui due oceani – con scopi proiettati ad un vero e proprio dominio mondiale.
La stessa Russia sovietica poi, pur essendo di fatto una forma di burocratico capitalismo di Stato, mascherato da comunismo, era comunque animata da una ideologia internazionalista e quindi suo presupposto logico era la esportazione del comunismo in ogni angolo della terra e la ricomposizione mondiale di stati e nazioni, conquistati al socialismo e posti sotto la guida della Grande Madre URSS che però mostrava chiaramente di riprendere, ampliandoli, i sogni di espansione degli Zar.
Quando infatti la crisi europea cominciò a raggiungere stati di tensione notevole, l’Urss mostrò di voler intraprendere un evidente espansionismo dinamico a cui Stalin non rinunciò mai, tanto che oggi viene ben supposto che gli aiuti, più o meno  segreti, ma evidenti, dati in qualche modo alla rinascita delle forze armate tedesche negli anni ’20, portavano in sè anche  la nascosta e sottile strategia di usare la Germania come un ariete, per uno sconvolgimento bellico in Europa, per poi attaccarla al momento opportuno e quindi occupare il massimo di estensioni territoriali e punti strategici nel continente.
Non fu un caso che l’attacco Hitleriano alla Russia del 22 giugno 1941 venne coronato da un incredibile successo iniziale, reso possibile dal fatto che l’attacco sorprese le armate sovietiche durante l’attuazione di una loro dislocazione strategica di tipo offensivo (che non fu possibile correggere in corsa pur essendo i sovietici, all’ultimo momento, venuti a conoscenza dei piani di invasione dei tedeschi), in previsione di un imminente attacco alla Germania, venendo così precedute nell’aggressione, di poche settimane.
Tutta questa situazione è altresì attestata dalle vicende storiche di quegli anni che ci mostrano una Gran Bretagna, non solo impegnata ad imporre, con le buone e le cattive, la sue egemonia in Africa, in Medio ed Estremo Oriente (in particolare in India) oltre che nel mediterraneo, ma come sempre anche attiva nella sua atavica politica tesa ad impedire il coagularsi nel centro Europa di una entità egemonica, militarmente ed economicamente forte.
Con questi presupposti, nel biennio ’34 /’35, fu proprio la politica inglese che, almeno in parte, consentì alla Germania una crescita politica e militare, visto che, in ogni caso, i tedeschi si erano impegnati, con l’accordo navale del 1935 e a riprova di una strategia sostanzialmente non antibritannica, a tenere la loro marina ben al di sotto di quella di Sua Maestà. Era quella inglese, allora, un politica mossa dall’ottica di mantenere il continente europeo scompaginato e diviso, ostacolando al contempo anche un eventuale sviluppo eccessivo dell'”amica” Francia.
Solo dopo che, nei fatti, questo tipo di politica britannica, tesa alla divisione dell’Europa, era da considerarsi superata e preso anzi atto delle inaspettate grandi capacità di ripresa tedesca e della forza dinamica della politica nazionalsocialista, essa venne ribaltata e dal 1936 in avanti si assistette ad un crescente impegno nel contrastare la rinascita della Germania e ad una lenta ma decisa politica di riarmo inglese.
Gli effettivi scenari internazionali nel ’39
Se osserviamo le cartine dell’Europa, prima e dopo la Grande Guerra 1914 – 1918, ci si rende conto quale stravolgimento di situazioni geopolitiche, futura e sicura causa di eventi bellici, venne brutalmente imposto in Europa al termine di quel conflitto. E questi stravolgimenti vennero tutti architettati in esecuzione di un preciso piano, che si dispiegò attraverso varie strategie finalizzate all’annientamento della civiltà europea.
Si riscontra, infatti, da una parte, un piano di natura per così dire massonica, che porta alla creazione della Società delle Nazioni ed ai primi organismi mondialisti quali il CFR, ecc., che si può leggere come anti europeo in senso ideale, perché permeato di un presupposto ideologico mondialista di superamento delle entità nazionali e, dall’altro, una strategia dai classici canoni nazionalistici, antitedesca in senso stretto e contingente, perché tendente ad accerchiare la Germania e impedirne la rinascita, grazie ad una serie di nazioni, soprattutto slave, create artificialmente e gonfiate a spese della Germania stessa, dell’ex impero austro ungarico e dell’ex Russia zarista. Una creazione talmente iniqua e artificiale e foriera di stati di tensione non controllabili che si sarebbe potuta reggere solo fino a quando la Germania e la Russia fossero rimaste nello stato di inferiorità economico e militare post bellico.
In qualche caso si vuol far passare questi assurdi rimaneggiamenti posti in atto dalla pace di Versailles come l’ingenuità del presidente americano Wilson e le sue utopie pacifiste e le relative tattiche per l’autodeterminazione dei popoli.
Ma a parte il fatto che Wilson era il semplice esecutore in una ben individuata lobby massonica che lo gestiva, le cose non stanno affatto in questo modo, perché le strategie del 1919 furono attuate con coscienza di causa ed in vista della progettazione di un programma mondialista, transnazionale,teso al superamento ed alla subordinazione degli Stati e delle identità nazionali all’Alta Finanza Internazionale  (che ovviamente non rappresenta soltanto un aspetto finanziario) il cui sbocco naturale lo vediamo in quanto avviene oggi con il Nuovo Ordine Mondiale post caduta del muro di Berlino e che si vorrebbe un domani far confluire in una ideale e planetaria “Repubblica Universale”.
Senza considerare poi le migliaia di Km2 di colonie, di possedimenti vari rapinati con la guerra agli Imperi Centrali e quello Ottomano oppure estorti, come mandati, da quelle democratiche nazioni che, già in possesso di enormi estensioni coloniali, avevano assicurato di  essere entrate nella Grande Guerra, senza alcun fine di conquiste territoriali! 
Se poi andiamo a considerare tanti altri avvenimenti e sviluppi della seconda metà degli anni ’30, ci rendiamo anche conto come, la politica di appeasement degli inglesi espletata in quegli anni, lungi dall’essere stata la politica degli ingenui o degli amanti della pace ad ogni costo (gli inglesi, poi, figurarsi!), costituiva invece una opportuna condotta temporizzatrice, dettata dalla necessità di mediare con le varie componenti interne al paese (non tutte schierate su posizioni guerrafondaie ed antitedesche), una politica verso la Germania accettabile da queste componenti, ma sopratutto era indispensabile per mantenere una desiderata divisione del Continente e, se necessario, preparare quel riarmo e quella maturazione politica e propagandistica finalizzata a colpire e distruggere una volta per tutte la rinata Germania.
Chamberlain e Churchill, la “colomba” e il “falco”, in definitiva, se si osserva sopra gli aspetti contingenti  e propagandistici della loro politica, rappresentano due diverse facce di una stessa medaglia ed entrambi sono espressione di situazioni storiche, politiche e militari, affatto diverse, ma con lo stesso fine da raggiungere seppur in modi difformi e secondo le necessità del momento: la distruzione dell’egemonia tedesca in Europa.
Gli accordi di Monaco (settembre 1938) furono il limite temporale della politica di appeasement: da quel momento in poi, essendo l’Inghilterra sufficientemente in grado di sostenere un conflitto, i suoi atteggiamenti cambiarono improvvisamente direzione e presero a far soffiare i venti di guerra al fine di conseguire gli obiettivi strategici da tempo prefissati. L’incredibile, ipocrita e pericolosissima “garanzia” offerta a marzo del 1939 e confermata ad agosto, alla Polonia, rispecchia perfettamente l’oramai avvenuto cambiamento di strategia britannica.
La Germania verso la guerra
La Germania di Hitler, in ogni caso, aveva voluto con tutte le sue forze un riscatto nazionale dopo le umiliazioni e le privazioni succedute alla Grande Guerra ed ora, assurta di fatto e di diritto, alla dimensione di grande potenza, coltivava l’obiettivo di un dominio nell’Europa centrale ed il sogno di una sua espansione nei ricchi territori dell’Est sovietico che soli gli avrebbero consentito quella economia autarchica in grado di sostenere e mantenere, anche in futuro, un ruolo di grande potenza in tutta sicurezza.
Se gli inglesi avevano in piedi un vasto impero mondiale, per altro ben accettato da Hitler, che vi trovava un interesse reciproco per una barriera di fronte all’oriente, Impero accumulato e strenuamente difeso nei secoli attraverso guerre, violenza, inganni e stragi; se i francesi possedevano ampie estensioni coloniali e se gli Stati Uniti, già di per sè stessi ricchi di ogni risorsa materiale ed energetica, potevano agire indisturbati nel continente americano e negli scacchieri oceanici, la Germania a quegli obiettivi geopolitici continentali appena accennati non vi avrebbe rinunciato per nessun motivo al mondo.
Hitler era comunque conscio che il fattore tempo giocava un ruolo nefasto contro le aspirazioni germaniche, perché questo avrebbe consentito, entro pochi anni, alle nazioni occidentali di raggiungere una superiorità economica e militare schiacciante sui tedeschi, mentre al contempo la stessa Unione Sovietica, colosso indecifrabile e minaccioso mostrava un evidente ed inevitabile espansionismo verso gli Stato Baltici e nei Balcani e non si poteva di certo scartare un possibile attacco alla Germania.
Per il Führer la scelta era obbligata: o soprassedere e rinunciare  quello che riteneva l’indispensabile espansionismo ad Est, visti in prospettiva i pericoli militari che questo presentava (addirittura una guerra sui due fronti) o tentare il tutto per tutto, correndo il risch+io di ritrovarsi, come infatti accadde, proprio in un conflitto che ben presto divenne di portata planetaria.
Ma oggi sappiamo perfettamente che, in un caso o nell’altro, qualunque fosse stata la sua scelta, in un futuro più o meno prossimo e sicuramente in condizioni per lui più deboli, non avrebbe potuto evitare lo scontro con l’Inghilterra e/o l’attacco sovietico.
La Germania nazionalsocialista e l’Italia fascista, anche a prescindere da questi aspetti e contrasti geopolitici contingenti, dovevano comunque essere prima o poi distrutte perchè la loro conformazione non democratica delle Istituzioni, accettata ed esaltata dai rispettivi popoli tanto da configurarsi, come già accennato, in una sorta di Stato Nazional popolare, la preminenza data per principio ai loro Stati, agli aspetti etici e politici su quelli economici e finanziari, la salvaguardia e la valorizzazione dei loro patrimoni culturali, razziali, ecc., non potevano a lungo termine essere tollerati dalle grandi Confraternite e Lobby internazionali che controllavano la politica mondiale, proprio come oggi, quando il “mondialismo” e la sua ideologia possono dirsi oramai trionfanti, non viene tollerato nessun tipo di Stato che tende a muoversi su basi di indipendenza nazionale e proponga anche un timido accenno di politica eugenetica e antimultietnica.
Come noto Hitler volle correre il rischio di procedere comunque su quegli obiettivi che si era preposto, sperando che la prima fase, quella del conflitto con la Polonia, che avrebbe oltretutto dovuto eliminare l’assurdità del territorio di Danzica separato dalla madre patria e le violenze, divenute incontenibili, dei polacchi verso i tedeschi rimasti intrappolati nei confini arbitrariamente divisi a Versailles, potesse rimanere localizzata.
In questo caso, il suo progetto prevedeva che, dopo aver rimodellato la situazione geografica ad est, Hitler avrebbe potuto pensare al “problema” sovietico. Non calcolò bene, invece, che ora era interesse degli occidentali spingere le cose fino allo scontro bellico, anche perchè psicologicamente, dopo la inevitabile occupazione della Cecoslovacchia da parte tedesca (marzo 1939) e il protettorato sulla Boemia e la Moravia, la situazione internazionale era cambiata. Addirittura anche dalla lontana America, si mosse tutta una diplomazia sotterranea impegnata a strumentalizzare la Polonia per indurre la Germania alla guerra.
Precedentemente, infatti, tutti i passi ed i colpi di mano che avevano consentito ad Hitler di recuperare le posizioni ed i territori sottrattigli nel 1919, non avevano potuto essere attaccati propagandisticamente di fronte all’opinione pubblica mondiale, perché erano stati logici e, possiamo dire legittimi. A marzo del 1939 però Hitler, come inevitabile conseguenza degli accordi di Monaco, era entrato a Praga, sia pure dietro un certo accordo estorto al presidente ceco Hácha, ponendo una enorme ingerenza tedesca su quel che restava della Cecoslovacchia.
Il passo successivo fu la richiesta di restituzione ai tedeschi di Memel da parte della Lituania. Adesso quindi tutti sapevano che sarebbe venuto al pettine il problema di Danzica e del suo corridoio.
Solo allora, la propaganda occidentale, una volta offerta una subdola garanzia politico militare alla Polonia, incentivandone al contempo il suo carattere già di per se stesso bellicista, ebbe le condizioni favorevoli per fare di tutta un erba un fascio e presentare gli intenti tedeschi su Danzica, forse i più legittimi di tutti, come una usurpazione ed una volontà di conquista indefinita e illimitata da parte della Germania.
Il fatto che l’Inghilterra fosse ora in grado di affrontare il rischio di uno scontro militare, fece il resto e portò inevitabilmente alla guerra.
Fiumi di inchiostro sono stati versati per rievocare quei giorni di fine agosto primi di settembre del 1939, ricostruire gli incontri frenetici, i passi diplomatici dell’ultim’ora, ecc. e magari per voler dimostrare la volontà bellicista della Germania che portò alla guerra in Europa, quando l’esatto andamento dei fatti è perfettamente attestato in un aneddoto tramandatoci da Paul Carrell alias Paul Otto Schmidt, interprete ufficiale alla Cancelleria del Reich a Berlino. Alla cancelleria, quando con la guerra che oramai divampava in Polonia, pervenne ai tedeschi l’ultimatum inglese che intimava il ritiro delle loro divisioni che avevano passato la frontiera polacca l’interprete, in piedi, ad una certa distanza dallo scrittoio di Hitler, tradusse l’ultimatum britannico ad un Hitler impietrito:
 «Dopo un istante che mi parve un eternità, si rivolse a von Ribbentrop, rimasto immobile davanti alla finestra. “Ed ora?” Chiese Hitler con sguardo irato, come se volesse far intendere che Ribbentrop l’aveva informato male sulle probabili reazioni inglesi. A bassa voce von Ribbentrop rispose: “Prevedo che nelle prossime ore i francesi ci faranno pervenire un ultimatum negli stessi termini”».
Si palesava così l’azzardo con cui aveva giocato il Führer il quale, nonostante avesse modificato, o comunque dilazionato nel tempo i suoi progetti verso la Russia, addivenendo ad un patto con questa (Molotov-Ribbentrop 23 agosto 1939) per coprirsi le spalle e sperando che fungesse anche da deterrente nei confronti degli occidentali, aveva finito per far saltare il banco, ma era la dimostrazione che la guerra totale in Europa era stata caparbiamente voluta e cercata dagli occidentali, non dai tedeschi.
La falsa neutralità di Roosevelt
Dall’altra parte dell’oceano l’amministrazione americana di Roosevelt, strettamente controllata dalle lobby massoniche e finanziarie (a dimostrazione dei sottili e occulti fili che la riallacciavano alle strategie in atto in Europa), già da allora inaugurava quella politica sporca fatta di propaganda ipocrita e mendace, di falso pacifismo, di ricatti e provocazioni continue, di interventi paramilitari in ogni tempo e luogo (Cina), che doveva portare il paese, per altro psicologicamente restio se non addirittura contrario, ad imbarcarsi in un altra sanguinosa crociata per la difesa del cosiddettomondo libero contro la barbarie e la  tirannide, in una guerra mondiale insomma, per meglio dire una carneficina premeditata e progettata oltreoceano e dispiegatasi su quell’asse Londra-New York a cui abbiamo più volte accennato. Una carneficina che avrebbe oltretutto risolto negli States, grazie all’industria di guerra, la grave crisi economica e occupazionale, mai sanata dopo il crollo speculativo delle borse del 1929.
Nonostante il sequestro delle documentazioni, fatto dalle potenze vincitrici, ben documentato è il lavorio sottobanco che fece la diplomazia americana, in particolare nella Polonia alla vigilia della guerra, per scatenare il conflitto in Europa e non era neppure un caso che a Parigi, l’ambasciatore americano William Bullitt, rooseveltiano di ferro, aveva palesemente gioito allo scoppio del conflitto tanto desiderato.
A guerra in corso, poi, è noto che Roosevelt spedì in Europa il suo sottosegretario agli esteri Benjamin Summer Welles, con un mandato esplorativo finalizzato alla ricerca di una soluzione al conflitto. Era una evidente impostura, un artificio valido ai soli fini interni e propagandistici per mostrare al mondo la volontà di pace di Roosevelt (che sottotraccia invece lavorava per la guerra e ad uso e consumo dell’opinione pubblica faceva l’angelo della pace) e additare al contempo l’ostinazione guerrafondaia di Hitler.
Summer Welles arrivò anche in Italia, alla vigilia della partenza di Mussolini per l’incontro con Hitler al Brennero, e venne ricevuto il 16 marzo 1940 dal Duce. L’americano, senza tema di rasentare il ridicolo, prospettò la possibilità di rimuovere le cause belliche ammettendo, al momento opportuno, i Paesi meno provvisti alla partecipazione alle materie prime in cui abbondano invece gli altri.
Mussolini ovviamente cercò di trasformare quell’insulso tentativo pacifista degli americani in una concreta missione di pace e, in buona parte il sottosegretario si mostrò propenso. Ebbene, il giorno successivo, Roosevelt, con una telefonata intercontinentale, gli impose di non proseguire in quel senso. A lui bastava mostrare agli americani, nelle delicate e successive elezioni presidenziali di novembre 1940, dove aveva preso il solenne impegno a non mandare in guerra gli americani, che con la spedizione del suo sottosegretario agli esteri in Europa, aveva “fatto tutto il possibile” per trovare un accordo di pace.
Di legge in legge, appositamente varata per vendere e trasferire armi agli anglo francesi, da un atto proditorio all’altro, da violazioni palesi o mascherate della neutralità, ecc., tutto fu escogitato negli USA, per arrivare ad entrare in guerra.
E così la grande stampa e la cinematografia, in mano a certe Lobby e perfino i cartoni animati di Walt Disney e della Warner Bross, furono mobilitati per mostrare  all’opinione pubblica i “mostri” del fascismo, l’America in pericolo di essere invasa e stimolare gli americani ad annientarli.
Si dovette alla decisa imposizione di Hitler, su la marina e la luftwaffe, di non rispondere alle provocazione statunitensi, anche quando erano costituite da proditorii attacchi navali, se gli USA, per entrare in guerra dovettero aspettare il dicembre 1941 e provocare l’attacco giapponese, grazie ad un “11 settembre” ante litteram, che fu Pearl Harbour.
Tutti i ricercatori storici che hanno analizzato l’atteggiamento politico e militare degli USA dal 1939 fino al momento della loro effettiva entrata in guerra (7 dicembre 1941) hanno dovuto prendere atto che, di fatto, gli americani, autodefinitesi l’arsenale delle democrazie, erano già in guerra con l’Asse e sostenevano in ogni modo inglesi e francesi pur continuando a dichiararsi “neutrali”.
L’Italia costretta alla guerra
E veniamo infine all’Italia (la cui entrata in guerra è l’oggetto del nostro saggio), vaso di coccio tra vasi di ferro costretta, volente o nolente, a scendere prima o poi in guerra a causa della sua natura geografica, dei suoi minacciati interessi mediterranei ed africani, del suo assetto di regime anni prima ammirato per aver debellato il bolscevismo, ed ora improvvisamente non più tollerato per la sua impostazione dirigistica del governo e dello Stato dove come abbiamo accennato primeggiavano gli aspetti etici e politici su quelli economici e finanziari, una vera jattura questa per la grande Finanza internazionale.
L’Italia fu letteralmente trascinata nel conflitto attraverso la chiusura di ogni spazio diplomatico, le minacce ed i ricatti ed infine, come vedremo, invogliata anche dall’inganno inglese. La pretesa inglese, durante il periodo della nostra non belligeranza fu, fino ad un certo punto, quella di tenerci a freno, con vuote promesse, poi di minacciarci, colpendoci nei  traffici sul mare con il sequestro della navi mercantili (soprattutto, quelle carbonifere che creavano un gravissimo danno alla nazione).
A febbraio 1940, dopo che la diplomazia britannica aveva forzato l’Italia per vendere agli inglesi armi e munizioni, uscendo di fatto dalla neutralità, dopo il rifiuto del nostro governo, l’ambasciatore inglese ci “informava” che la flotta inglese avrebbe bloccato e confiscato le nostre navi mercantili carbonifere già oggetto di fermo e ispezioni alquanto arbitrarie.
E così avvenne a partire dal 5 marzo, mentre poi il 1 maggio 1940 gli inglesi ebbero addirittura la spudorata sfacciataggine di proclamare un “blocco navale” delle coste italiane, con la scusa di una prevenzione, del tutto campata in aria, di eventuali attacchi italiani alla marina britannica (solo il 23 maggio 1940, con il precipitare della loro situazione militare, arrivò a Roma una spedizione inglese tesa ad informare gli italiani della sospensione del blocco navale e mostrarsi più accomodanti. Troppo tardi).
Anche il filo occidentale  e antitedesco Ciano, che nei mesi precedenti aveva sperato in un ribaltamento delle alleanze, tanto da imprecare contro le prove notturne di coprifuoco che si esercitavano nel paese e che lui vedeva come un ostacolo ad un riavvicinamento con Francia e Inghilterra, rimase costernato dall’atteggiamento inglese contro le nostre navi che, di fatto, spingeva l’Italia in guerra. 
Il 2 marzo del ’40 Ciano scrisse nel proprio diario: «Ricevo Sir Noel Charles. Colgo l’occasione per dirgli che il controllo sul carbone appartiene a quella categoria di decisioni che spingono l’Italia nelle braccia della Germania».
Atti ostili che non avevano analogie in un analogo atteggiamento inglese verso altri paesi in quel momento neutrali, tanto che non pochi hanno supposto che, in realtà gli inglesi, almeno da un certo momento in poi, si riproponevano, per misteriosi motivi, di forzare una nostra entrata in guerra.
Persino lo storico resistenziale, di formazione marxista, Ernesto Ragionieri, ha sottolineato che la decisione di Mussolini di portare in guerra l’Italia, nel giugno del 1940, fosse strettamente legata ad una politica inglese che egli stesso definisce  di autentico “ricatto”. Scrive il Ragionieri nel suo “La Storia d’Italia”, Einaudi:
«La decisione dell’intervento a fianco della Germania maturò tra il febbraio e il marzo del 1940. In quel breve arco di tempo l’Italia fu oggetto di una triplice e concentrica pressione: di natura economica da parte dell’Inghilterra, di natura politica da parte degli Stati Uniti, di natura politico-economica da parte della Germania; fu quest’ultima a prevalere  e ad orientare definitivamente la scelta di Mussolini. Mentre volgeva al termine la guerra russo-finlandese, l’Inghilterra accelerò la realizzazione di tutte le misure di blocco economico che, nel quadro della “drôle de guerre”, potevano costituire uno strumento di pressione decisivo. Tra queste figurò anche l’embargo sulle navi che trasportavano il carbone dalla Germania all’Italia e che assicuravano i due terzi della fornitura tedesca. L’Inghilterra, dal canto suo, si dichiarava disposta a coprire gran parte del fabbisogno italiano di carbone, ma, poiché l’Italia difettava delle divise straniere occorrenti, esigeva in cambio materiale bellico  per un valore complessivo di 15 milioni di sterline. Il blocco inglese veniva dunque a porre l’Italia di fronte all’alternativa senza vie d’uscita in cui la politica condotta da Mussolini l’aveva guidata: accettare il ricatto inglese avrebbe comportato una drastica riduzione del già precario potenziale bellico dell’Italia e avrebbe significato in pratica deporre ogni ambizione di politica di grande potenza, respingerlo voleva dire rinunziare anche a quel ristretto margine di manovra che la politica italiana si era ritagliato con la dichiarazione di non belligeranza».
Comunque sia l’alternativa che ci si poneva chiaramente era quella di tradire l’alleanza con la Germania e schierarci apertamente con gli anglo francesi, ovviamente rinunciando alle nostre pretese geopolitiche, oppure restare a “bagnomaria” in attesa di essere prima o poi colpiti.
Cosciente della nostra intrinseca debolezza strutturale e di conseguenza anche militare, Mussolini tutto si era potuto augurare, tranne un conflitto bellico di portata Europea.
Facciamo un passo indietro e constatiamo che tutta la politica Mussoliniana, dopo le parentesi belliche settoriali in Africa settentrionale e in Spagna, che avevano dissanguato le nostre finanze, una politica oltretutto proiettata alla costosa e pacifica esposizione E42, era sempre stata tesa alla ricerca di un quadro di sicurezza internazionale per proteggere gli enormi sforzi fatti in tutti campi dal regime al fine di accelerare la crescita, la potenza ed il prestigio dell’Italia.
Non è azzardato affermare che se non fosse stato per lo sforzo delle riforme  sociali e delle grandi opere del ventennio, pur con tutte le loro carenze, contraddizioni e in certi casi patetiche manifestazioni di retorica, l’Italia sarebbe probabilmente rimasta un paese sottosviluppato e arretrato come certi paesi del sud Europa o dei Balcani.
Alle prese con questi problemi Mussolini, che poi si indirizzò definitivamente verso l’alleanza con la Germania, non lasciò nulla di intentato, percorrendo anche sondaggi verso Roosevelt (si parla giustamente di uno scottante carteggio con Churchill, ma occorrerebbe anche considerare la presenza di importati documentazioni rispetto ai rapporti USA – Italia). La presenza di molti immigrati negli States, a cui Roosevelt era sensibile per ragioni elettorali e il prevedibile interesse americano a scalzare e  occupare posizioni della Gran Bretagna in Europa e in Africa, potevano costituire per Mussolini una carta da giocare.
Ma Roosevelt non era altro che l’arma, neppure troppo segreta, che l’Alta Finanza cosmopolita e massonica, con solide radici in America, aveva in serbo per procedere allo smantellamento degli stati Fascisti in Europa e alla distruzione dell’Europa stessa e quindi la “carta America”, venne a vanificarsi da sola.
Il Patto d’Acciaio e quello Moltov-Ribbentrop
E fu così che l’Italia, contando sull’assicurazione tedesca che avrebbe contenuto la sua politica fino “al rischio bellico” per almeno tre anni, arrivò all’alleanza con la Germania, sancita nel Patto d’acciaio (22 maggio 1939). Un patto trattato da Ciano con troppa leggerezza e oltremodo “pericoloso”, perché prevedeva l’intervento automatico dell’Italia al fianco della Germania in caso di guerra comunque determinatasi.
Per Mussolini quel patto doveva rappresentare un ulteriore arma di pressione verso la politica ostile degli anglo francesi, un aumento della sua forza contrattuale, facendosi forte della copertura “militare” tedesca e ritenendo che i contrapposti schieramenti potessero rimanere in equilibrio statico. Non a caso, alla vigilia di sottoscrivere quel patto, Mussolini fece sapere a inglesi e francesi si dichiarò disponibile a trattare anche con loro e in questo senso incoraggiò una iniziativa del Vaticano per una conferenza globale in Europa.
Ma il Duce non potè tenere conto o non previde che i tempi erano oramai ristretti e che dietro le quinte soffiavano i venti bellici, perché i tedeschi a qualunque costo volevano conseguire gli obiettivi dell’espansionismo ad Est e gli occidentali, ancor più ad ogni costo volevano distruggere la Germania, liquidare i fascismi e sottomettere l’Europa.   
Anche uno storico non certo “tenero” con l’Italia come David Irving va a riconoscere che:
«Avendo Hitler evitato di informare Mussolini dell’operazione ‘Bianco’ (l’attacco alla Polonia, n.d.r.)gli italiani apparivano ben lieti di firmare con lui un formale patto di alleanza. Il 6 maggio (1939, n.d.r.) Ribbentrop assicurò al ministro degli esteri italiano, Ciano, che l’Italia poteva contare su un periodo di pace di almeno tre anni. Il 22 Ciano venne a Berlino per firmare il patto d’Acciaio e due giorni più tardi, a Roma, il generale Milch firmò un patto separato per l’aviazione. Milch, tuttavia, tornò da Hitler con l’avvertimento che Mussolini aveva sottolineato che l’Italia non sarebbe stata pronta per la guerra fino al 1942. In un memorandum al Fuehrer, anzi, il Duce parlò persino del 1943».
Avvenne così che verso la fine di agosto, quando Hitler, grazie al fresco patto tedesco sovietico Molotov-Ribbentrop che gli copriva le spalle e gli assicurava gli indispensabili rifornimenti di materiale, aveva predisposto l’attacco alla Polonia, contando anche sul fatto che la presenza dell’Italia al suo fianco, seppur debole militarmente, ma costituente pur sempre una vasta area strategica da controllare, avrebbe frenato gli anglo francesi dall’attaccarlo onorando la “garanzia” data ai polacchi, l’Italia si sottrasse agli obblighi che il Patto d’acciaio prevedeva, nella fattispecie all'”esplosivo” art. 3 che stabiliva l'”automatismo dell’intervento italiano a fianco della Germania.
Aveva praticamente prevalso, nelle due nazioni il medesimo interesse nazionale: in Hitler nel non tener conto degli impegni a rispettare le necessità italiane a non essere trascinati in guerra prima di tre anni, come pur si era impegnato a fare, e in Mussolini a non rispettare alla lettera il Patto d’acciaio e quindi scendere in guerra, a prescindere, al fianco della Germania.
Come noto l’Italia, per dichiararsi pronta ad affrontare la guerra, presentò ai tedeschi una pretestuosa richiesta di fornitura di materiali talmente esagerata, tale da “ammazzare un toro”, come venne definita, ben sapendo che l’impossibilità ad esaudirla gli avrebbe consentito di rifugiarsi nella formula, sia pure poco edificante, della “non belligeranza”.
Una disamina obiettiva in merito alla “inadempienza” degli obblighi previsti dal Patto d’Acciaio, non può comunque che costatare che tale inadempienza fu reciproca visto che i tedeschi sottoscrivendo il 23 agosto 1939 il Patto di non aggressione con i sovietici (oltretutto comprensivo di pesanti clausole segrete) a cui seguì il Trattato di amicizia e gli accordi commerciali, avevano derogato dagli impegni del “Patto” con l’Italia che in casi come questi prevedevano una preventiva consultazione. Tanto più che anche l’Italia aveva i suoi interessi nell’est europeo.
Anzi a guardar bene i tedeschi, con quella “alleanza” con i sovietici avevano anche aggirato il pattoantikomintern, eludendo gli interessi non solo italiani, ma anche spagnoli e giapponesi. Sopratutto a Tokio ne rimasero fortemente scossi visto che ancora non si erano esauriti quegli scontri militari, ovvero una specie di “guerra non dichiarata”, dell’armata giapponese del Kwantung, in Manciuria contro i sovietici al confine con la Mongolia dove i giapponesi subirono pesanti perdite.
Ma questi aspetti li considereremo meglio più avanti, quando analizzeremo le necessità geopolitiche delle nazioni in campo e capiremo perché Mussolini dovette giocoforza destreggiarsi in un certo modo.
In ogni caso, il vero appunto che può essere elevato al Duce non è quello di averci alla fine portato in guerra, dato che questa era inevitabile, ma quello di aver forse preteso troppo da un popolo dispaghettari mandolinari, aduso da secoli al servilismo verso lo straniero. Ci si chiede infatti se era in grado l’Italiano di sostenere un minimo di ambizione politica per la sua patria e di anelito ad una certa indipendenza, affrontando i compiti e i rischi che questa strada avrebbe presentato, o se invece non fosse stato meglio lasciare tutto il paese ridotto al rango di località turistica, immensa stazione termale di sole e mare, alla servile disposizione dei padroni del mondo, offrendo a costoro 40 milioni di camerieri, prostitute e pulcinella.
Per concludere, oggi, con il senno del poi, possiamo dire che la visione geopolitica “euro atlantica” di Hitler era impraticabile perchè, pur conscio del potere massonico e dell’ebraismo internazionale, egli sottovalutava il fatto che dietro gli interessi geopolitici dei singoli Stati, dietro l’asse Londra-New York con il corollario di Parigi, si muovevano forze,  in particolare di natura finanziaria che, consolidate nell’uso del potere nei secoli, miravano alla distruzione dell’Europa e della sua civiltà (quindi non solo degli stati fascisti).
Mussolini, invece, che forse ancor più sottovalutava l’incidenza di queste forze di carattere “mondialista”, cercava di praticare una geopolitica di tipo “euro asiatico” forse più consona al momento storico e certamente più confacente per i nostri interessi nazionali.  
Germania e Italia però andavano ognuno per conto suo, seguivano i propri interessi nazionali, sottovalutando il fatto che il “nemico” non gli avrebbe mai e per nessun motivo consentito di sopravvivere.
Esposto, sia pure sommariamente, quanto sopra e partendo da questa introduzione entriamo nell’argomento dell’entrata in guerra dell’Italia.
* * *
 
LE VERE MOTIVAZIONI DELL’INTERVENTO ITALIANO                           
 Risalire oggi, a 70 anni dal 10 giugno 1940, alle vere motivazioni dell’entrata in guerra dell’Italia, dopo che le potenze Alleate hanno sequestrato i nostri archivi di Stato e militari, mentre al contempo non hanno reso accessibili i propri, non è certo un compito agevole. Oltretutto, come abbiamo visto nell’introduzione, si è anche costretti a lavorare a fronte di una “storiografia addomesticata” che cerca di presentare la seconda guerra mondiale come il risultato dei sogni di dominio mondiale della Germania hitleriana quando, viceversa, è indubbio che se Hitler giocò con il fuoco, portando il punto di crisi in Europa fino alle soglie della guerra,  è altrettanto vero che furono invece le “democrazie occidentali”, forti di un futuro appoggio statunitense, che dopo aver conseguito con la prudente politica dell’appeasement, il tempo necessario per un riarmo bellico, fecero soffiare i venti di guerra strumentalizzando la Polonia e puntando decisamente allo scontro.
Partendo da questo presupposto, palesemente sottaciuto, ma storicamente inoppugnabile, occorre tener presente che qualunque analisi storica che voglia risalire alle cause di un conflitto di portata mondiale, deve trovare in qualche modo anche conferma nelle grandi linee geopolitiche della Storia.
Gli storici basano le loro ricostruzioni storiche sui “documenti”, relazioni e riscontri di varia natura, tenendo in gran conto anche i “Diari” personali dei protagonisti. Ma questo non basta. I diari poi, si sa benissimo che già sono alterati alla fonte, in quanto chi li scrive sa benissimo che un giorno saranno utilizzati per dare un giudizio sul suo operato, ma spesso sono anche contraffatti all’atto della loro pubblicazione. I diari di Ciano, per esempio, si sa benissimo che ebbero alcune pagine riscritte, intorno all’estate del 1943, dallo stesso autore, che evidentemente voleva dare una certa interpretazione, a sua difesa, degli avvenimenti del 1939 – 1940 esagerando le inadempienze dei tedeschi.
Se portiamo lo sguardo oltre i particolari contingenti, dalle ideologie, dagli interessi economici divergenti, ecc., troveremo che il “motore” della Storia è quello della Geopolitica, laddove Stati e Nazioni si dividono, si scontrano, e si compattano dietro i grandi interessi geopolitici, gli unici che possono garantire nel tempo lo sviluppo futuro e la sicurezza militare ai poli antagonisti della terra: le realtà continentali e quelle talassocratiche.
Valutazione questa, assolutamente vera per il passato, forse un pò meno vera da quando, nel secolo XX, un secolo dagli enormi progressi soprattutto nel campo dei trasporti e delle comunicazioni che hanno “globalizzato” le economie, le comunicazioni e le culture del pianeta, sono entrate pesantemente in gioco Lobby e Consorterie transnazionali, tendenti al dominio mondiale svincolato da un riferimento etnico e geografico, perché forti di una potenza finanziaria cosmopolita mai vista in passato.
In ogni caso la corrispondenza tra gli sviluppi e le tendenze militari, economiche ed ideologiche e la geopolitica resta sempre un presupposto irrinunciabile per avere la controprova della giustezza delle analisi storiche. Ed è appunto su questi presupposti che cercheremo di spiegare molti aspetti oscuri della nostra partecipazione alla guerra.
Come noto l’Italia nel 1940 entrò in guerra con una formula, coniata da Mussolini, di “guerra parallela”, quindi sostanzialmente sganciata dalle strategie dei tedeschi (questa la formula che il Duce ebbe anche ad illustrare al Re: «non per la Germania, né con la Germania, ma per l’Italia a fianco della Germania»).
Era evidente che quella “guerra parallela” prescindeva dagli interessi e dagli obiettivi tedeschi e come vedremo, nonostante l'”intesa” segreta che sarà raggiunta con Churchill all’ultimo momento, aveva una sua strategia antibritannica e non necessariamente antifrancese.
L’evidente e segreta  “intesa”, infatti, che poi intercorse all’ultimo momento tra Mussolini e Churchill (accordo nascosto nel famoso “Carteggio” fatto sparire dal britannico) che determinò un inizio blando delle nostre operazioni belliche, ha fatto avanzare da molti il sospetto che tutto sommato, l’entrata in guerra di Mussolini era, paradossalmente, più contro la Germania che contro l’Inghilterra e del resto, svariate esternazioni del Duce farebbero sospettare anche l’ipotesi di un Mussolini “segreto nemico” di Hitler.
In realtà, che Mussolini possa essere stato un “segreto nemico di Hitler” è una forzatura interpretativa di alcuni fatti, analizzati senza conoscere i retroscena geopolitici, perché le cose non stanno affatto in questi termini, come del pari non è neppure vero il contrario, ovvero che Mussolini fu uno strumento nelle mani di Hitler. Sono tutte congetture di chi parla a vanvera senza conoscere i retroscena e il contesto geopolitico di quegli anni.
Vero invece che l’Italia giocò le sue carte strategiche, fino ad entrare in guerra e anche oltre, indipendentemente dagli interessi tedeschi e Mussolini aderì all’ultimo momento alle “proposte segrete” di Churchill, non per sabotare la guerra tedesca, anche se poi in effetti ne derivò un danno per una possibile vittoria, ma semplicemente perché quell’intesa sembrava risolvere di colpo tutti i nostri problemi.
Le linee geopolitiche ed i retroscena strategici che stanno dietro i grandi avvenimenti internazionali non sono facilmente percepibili all’esterno e non possono essere usati per tranciare giudizi di ordine morale. Per fare un esempio, quando nel 1936 l’Italia si trovò isolata nella sua guerra Africana e venne posta nell’angolo dalla coalizione franco inglese che portò alle sanzioni e quel che segue, non tutti sanno che, al contempo, si svolsero dietro le quinte della diplomazia tutta una serie di iniziative e patteggiamenti. Fu così che l’intervento militare italiano venne in parte attuato attraverso  accordi segreti con i francesi (preoccupati che l’Italia, presa da altri impegni, si defilasse da un ruolo di vigilanza sulla Germania), ma anche con gli inglesi che finirono per concedere un mezzo consenso a condizioni, che contribuì ad  evitare lo scontro con i britannici.
La Germania invece sostenne apertamente l’Italia e questo appoggio fu di notevole portata perchè consentì al nostro paese di uscire dall’isolamento. Ma anche qui non tutti sanno che la Germania non stava facendo opera di carità nei nostri confronti o di solidarietà ideologica, ma stava semplicemente sfruttando la ghiotta occasione che si presentava sullo scacchiere internazionale, laddove la guerra ethiopica, rimescolava le carte e spostava il baricentro della politica nello scacchiere mediterraneo e africano, consentendo alla Germania di azzardare le progettate azioni politiche e militari che dovevano portarla a ribaltare  le pesanti condizioni e i legami che gli erano stati imposti a Versailles. A questo fine, l’interesse tedesco, era essenzialmente quello che la nostra “guerra africana” durasse il più a lungo possibile e fu per questo che se da una parte i tedeschi ci appoggiavano politicamente, economicamente e diplomaticamente, dall’altra segretamente rifornivano di armi l’esercito del Negus. Le mitragliatrici che ci sparavano addosso erano anche tedesche e questi “rifornimenti” non corrispondevano solo ad un traffico di natura commerciale, consueto in questi casi, ma erano anche finalizzati a mantenere in vita il più possibile quella guerra.
LA GEOPOLITICA DI MUSSOLINI
 La strategia geopolitica di Mussolini, in ogni caso, restò sempre, nonostante gli alti e bassi di una difficile alleanza tra partner di sbilanciata potenzialità economica e militare, una geopolitica antibritannica, e non poteva essere diversamente vista la irriducibile avversità inglese nei nostri confronti e i loro interessi diametralmente opposti ai nostri nei balcani, nel mediterraneo ed in Africa (le posizioni italiane in Africa, potevano costituire in prospettiva una vera mina vagante per gli equilibri inglesi in quella loro parte di Impero), mantenendosi però, al contempo, distinta e guardinga nei confronti dei tedeschi.
Oggi, finalmente, gli storici stanno, a poco a poco, arrivando a individuare i veri contenuti del Carteggio Churchill Mussolini, tranne che, magari, ancora non possono dire certe cose con chiarezza (non si fa carriera, divergendo troppo dalle linee ideologiche che sono alla base del “regime”). Per le vicende del “Carteggio”, comunque, ci sono due testi che bisogna assolutamente conoscere e ai quali rimandiamo: F. Andriola: Mussolini Churchill il carteggio segreto, SugarCo 2007 e U. Giuliani Balestrino: “Il carteggio Churchill Mussolini alla luce del processo Guareschi”, Ed. Settimo Sigillo 2010.
In realtà, quello che avvenne tra il Duce e Churchill, a livello di diplomazia sotterranea, più che un “accordo” fu un reciproco stato di necessità intercorso proprio al momento della nostra entrata in guerra.
Gli storici sono ancora sostanzialmente divisi tra chi, ingenuamente o in male fede, continua a negare l’esistenza di questo “Carteggio”, mentre altri vanno anche al di là di ogni immaginazione e prospettano addirittura un preciso connubio italo inglese contro la Germania. In realtà si trattò invece di un “accordo” en passant, in un momento particolare, redditizio e funzionale (sebbene poi si rivelò catastrofico) per la nostra politica di guerra e, all’opposto, un artificio di Churchill per realizzare una inconfessata strategia bellica e quindi, una volta conseguito, non doveva assolutamente essere rivelato.
Tutto scaturisce dalla nostra situazione storica e geopolitica, laddove è noto che Mussolini lavorava per elevare l’Italia al rango di una media potenza nel Mediterraneo e nel Sud Europa, trovando la soluzione demografica e degli approvvigionamenti di materie prime (atavica nostra deficienza strutturale) nelle colonie africane. In queste condizioni, stabilite dalla geografia, la sola via obbligata, per salvaguardare la propria indipendenza era appunto quella di recitare un ruolo di media potenza.
Il dramma era che la nostra geopolitica non poteva che essere espressione di una potenza marittima, ma contemporaneamente con uno sguardo al continente: insulare e peninsulare.Il che per una nazione economicamente debole, priva di risorse energetiche e militarmente scarsa e per di più con l’Africa settentrionale scollegata, era un vero e proprio dramma. Ma il dramma più grosso era l’irriducibile avversione degli inglesi.
Fotografando la situazione, così si espresse Mussolini, durante la RSI, con il suo medico Georg Zachariae: «L’Inghilterra  [che] ha molti interessi nel mediterraneo, quale via di comunicazione con l’Egitto e l’India, era invidiosa dell’influenza che l’Italia andava prendendo nel bacino mediterraneo, nei Balcani, nel vicino Oriente e in Africa. L’ostilità britannica non poteva certo farmi desistere dai miei piani, perché tanto valeva che me ne andassi abbandonando l’Italia al suo destino».
Scrive Franco Cardini, riassumendo perfettamente la situazione dell’epoca:
«Se si considera che l’Italia unitaria era stata fondata, ottant’anni prima di allora, con l’appoggio non disinteressato di una Francia prima e di un’Inghilterra poi che ambivano a piazzare le loro pedine commerciali e portuali in una penisola che, con l’apertura del canale di Suez, sarebbe divenuta un molo mediterraneo importante sulla via degli oceani, l’entrata in guerra del ’40 acquista una prospettiva sulla quale di solito non si riflette: quella della definitiva liberazione del paese da un ruolo subalterno nel panorama politico europeo.
Il tragico era che tale disegno era destinato a inquadrarsi nel contesto del profilarsi di una subordinazione ancora più forte e tragica: quella alla Germania nazista. Qui l’abile giocoliere Mussolini, che aveva avuto fino ad allora la fortuna e l’abilità di costruire il mito della potenza italiana su una serie di colpi di mano e di bluff ben giocati – l’ultimo dei quali era quello di mediatore degli accordi di Monaco del ’38 -, si trovava adesso a doversi confrontare con il vero nodo irrisolto della sua politica»
 (F. Cardini: Una riflessione nel settantesimo dell’entrata dell’Italia in guerra). 
Mussolini quindi, partendo dai nostri interessi nazionali, sostanzialmente antibritannici, scelse giustamente di diventare junior partner della Germania, sperando in tal modo di proiettare  il futuro della sua geopolitica in una prospettiva euroasiatica.
Nel contingente, come tutti gli junior partner, egli non poteva che augurarsi che in Europa permanesse uno stato di equilibrio, senza dominatori assoluti ed evitando il più possibile la guerra. Precedentemente, infatti,  proprio così si era mosso a Locarno 1925, con il Patto a quattro 1933 (in pratica Mussolini proponeva un direttorio Europeo dei “quattro grandi”, Inghilterra, Germania, Francia, Italia, escludendo la Russia, ma questa costruzione fu silurata proprio dagli anglo francesi), Stresa 1935, la ricerca della Piccola intesa e di una Intesa balcanica, tale da stemperare la crescita militare della Germania oltre certi limiti (sabotata dagli inglesi) e Monaco 1938 (dove di fatto si concretizzò il “direttorio europeo dei quattro grandi”, ma di breve respiro perchè realizzato solo dietro straordinarie necessita contingenti).
Tutto questo è storicamente indiscutibile e gli studi più recenti in campo storiografico attestano che Mussolini, pur giocando d’azzardo, cercò sempre e fino all’ultimo una via negoziabile per una ricomposizione del quadro Europeo, forzando inglesi e francesi ad accettare un riequilibrio dei rapporti di forza nel mediterraneo nel nostro interesse.
Il fine ultimo di questa politica era quello di arrivare ad una vera e concreta Conferenza internazionale che potesse anche stemperare o diversamente indirizzare la crescente crescita della potenza germanica. Sempre con questi fini egli si barcamenò poi, a guerra purtroppo iniziata (settembre 1939), con la formula della “non belligeranza”.
Quanto dovette pesargli quella “non belligeranza”, di fatto, un evidente disimpegno dagli obblighi previsti dal Patto d’Acciaio e da quella “propaganda combattentistica” che il fascismo aveva sempre propugnato, è risultato a tutti evidente. Ma non c’era altra scelta.
Durante la nostra belligeranza, oltretutto, quando a tutti parve evidente che particolari accordi tra tedeschi e sovietici, consentivano a questi ultimi di espandersi verso gli stati baltici, mettendo in pericolo anche quelli danubiani e balcanici, se non le stesse zone di influenza turche, Mussolini, accogliendo il desiderio di questi stati, tentò di mettere in piedi un progetto politico internazionale detto “blocco dei neutrali“. Praticamente l’Italia avrebbe rappresentato gli interessi dei paesi neutrali in un area che era sempre stata anche di nostro interesse. Hitler, che nell’ottica di esperire ogni possibilità per ricomporre lo scontro con i britannici, in un primo momento sembrava favorevole, ma si rese però quasi  subito conto che in tal modo l’Italia avrebbe assunto una certa egemonia in quei settori legandogli le mani e quindi stroncò decisamente questa iniziativa.
Il 3 gennaio del 1940, in una lettera inviata all’alleato tedesco vincitore in Polonia, lettera che seguiva al discorso di dicembre di Ciano alla Camera, intriso di spirito anti tedesco, Mussolini, dopo aver stigmatizzato l’alleanza dei tedeschi con i sovietici e ammoniti i primi a non andare ancora oltre su quel piano, cercò anche di indurlo a preservare uno Stato polacco indipendente, quale ragionevole via di uscita con gli anglo francesi, anche nel presupposto, scriveva con lungimiranza il Duce, che gli Stati Uniti, in futuro, sarebbero sicuramente intervenuti, non potendo consentire la sconfitta delle democrazie europee. Hitler, irritato, non rispose, e si chiuse in un cupo silenzio per oltre due mesi.
Ma se Mussolini era stato logico e lungimirante la sua analisi era però errata, perchè l’accordo, sia pure gravido di enormi implicazioni, tra Ribbentrop e Molotov non era certo in un ottica filo sovietica, ma anzi costituiva una fase transitoria per prevenire la guerra ad occidente o, al limite, se questa fosse stata inevitabile, quella sui due fronti, attingendo oltretutto alle risorse che l’accordo con i sovietici consentiva.  Ma in realtà la strategia tedesca, finalizzata ad una spinta espansionista ad Est e quindi antisovietica, pur nascosta, rimaneva sempre in auge, così come, allo stesso modo, Stalin aveva aderito immediatamente a quel patto con il “diavolo”, non soltanto per i vantaggi di ogni tipo che questo prevedeva, ma anche perchè presupponeva che in tal modo Hitler si sarebbe sicuramente gettato a capofitto in guerra contro gli anglo francesi.
Oltretutto, oggi a posteriori, possiamo ben dire, che questi intenti “pacificatori” di Mussolini erano fuori della realtà, perché gli occidentali a tutto pensavano meno che ad una pace ed avevano un unico e pervicace scopo: la liquidazione degli Stati fascisti e la disintegrazione dell’Europa (che realizzeranno a Jalta) e per di più, dietro gli Occidentali c’erano le grandi Consorterie internazionali che da tempo perseguivano un dominio finanziario mondiale, supportato da quella visione ideologica che oggi chiamiamo “mondialismo”. Ma queste sono tutte considerazioni che noi oggi possiamo facilmente fare “a posteriori”, mentre all’epoca di quei fatti, ben più difficile era il potergli dare il giusto valore e importanza.
Quando Hitler, dopo lunga e adirata pausa, in un contesto militare che stava cambiando, rispose a Mussolini, fece osservare al Duce che il “trattato commerciale” che aveva conseguito con i sovietici era indispensabile nella situazione in cui si trovava la Germania. Quindi, seppur prolisso, ma con molta lucidità ebbe ad affermare:
«L’esito di questa guerra decide anche sul futuro dell’Italia! Se questo futuro viene considerato nel Vostro paese soltanto come il perpetuarsi di un esistenza di Stato europeo di modeste pretese, allora io ho torto. Ma se questo futuro viene considerato alla stregua di una garanzia dell’esistenza del popolo italiano da un punto di vista storico, geopolitico e morale, ossia secondo le esigenze imposte al diritto di vita del Vostro popolo, gli stessi nemici che combattono oggi la Germania vi saranno avversari».
LA GEOPOLITICA DI HITLER
 Resta il fatto che Mussolini, oltre all’estendersi del conflitto, paventava anche che inglesi e tedeschi si mettessero d’accordo tra loro su dimensioni globali (cosa ben diversa da un accordo Europeo, auspicato anche dall’Italia, che evitasse o che interrompesse il conflitto oramai in corso).
In effetti la Germania di Hitler aveva una visione geopolitica classica, per così dire semplice, finalizzata ad uno spazio ad Est, unico modo per una potenza continentale di dominare il continente e garantirsi le fonti energetiche e alimentari. In quest’ottica l’Italia era considerata un alleata indispensabile per coprire il sud Europa ed in questo senso Hitler era anche disposto a rinunciare definitivamente all’Alto Adige (pomo di discordia con gli italiani).
Questa geopolitica però era complicata dal pangermanesimo del Führer, oltretutto impostato su basi razziali dai contenuti in buona parte “biologici” e quindi più che altro confacente al popolo tedesco (e sappiamo quante complicazioni questa visione razzista causò nei territori occupati in Russia), ma sopratutto coltivava anche un sogno ambizioso, anzi un fine preciso, quello di addivenire ad un accordo su larga scala con gli inglesi, considerati “fratelli di razza”: alla Germania il continente, all’Inghilterra l’Impero, garantendogli anche i suoi punti strategici come Gibilterra, Suez, Aden, Singapore, Hong Kong, Città del Capo e le Isole Falkland.
Ricorda l’aiutante personale di Hitler, Fritz Wiedemann che il Fuerer ebbe a dire:
«Se dovessi scegliere tra la Gran Bretagna e Mussolini la scelta sarebbe chiara: l’Italia ci è certo ideologicamente più vicina, ma politicamente vedo un futuro solo a fianco della Gran Bretagna».
Ed erano queste delle scelte  che partivano da lontano ed a cui il Führer si attenne sempre. Nel 1928 Hitler scriveva chiaramente che occorreva favorire una intesa con la Gran Bretagna e con il suo Impero, per poter dettare insieme la Storia del’intero pianeta.
Una intesa con la Gran Bretagna, proprio il nemico principale e irreversibile dell’Italia, quello che osteggiava in ogni modo la nostra presenza in Africa, ci contendeva la “quarta sponda”, pretendeva di dettare legge nel Mediterraneo, area di vitale interesse e competenza del nostro paese e ci osteggiava parimenti nei Balcani.
Vi è un dato di fatto storico indiscutibile: gli inglesi nell’ottica del controllo del Mediterraneo e del Sud Europa e dietro i maneggi massonici, avevano contribuito al nostro Risorgimento, ponendo al contempo una pesante ipoteca sulla autonomia della nostra politica estera, ma soprattutto dopo l’apertura del canale di Suez, nel novembre del 1969, l’Italia era diventata strategicamente determinante per gli interessi britannici.
Ma tanta era la volontà di Hitler di accordarsi con gli inglesi, che nell’agosto del 1940, in piena guerra comune, il generale Leeb, dopo una conferenza di Hitler ai feldmarescialli di nuova nomina, ebbe a scrivere: «…la Germania non vuole schiacciare la Gran Bretagna perché significherebbe concedere al Giappone l’intero continente, all’Unione Sovietica l’India, all’Italia il Mediterraneo e agli Stati Uniti il commercio globale». 
Tanto è vero che un giorno Hitler, nel 1941, ebbe a sottolineare come le alleanze in atto erano più che altro alleanze di convenienza ed aggiunse:  
«Il popolo tedesco sa che la nostra alleanza con l’Italia è solo un alleanza tra me e Mussolini. Noi tedeschi abbiamo simpatie solo per la Finlandia. Potremmo trovare qualche simpatia per la Svezia e naturalmente per la Gran Bretagna. Un alleanza tedesco britannica sarebbe un alleanza tra due popoli! La Gran Bretagna dovrebbe soltanto tener giù le mani dall’Europa, potrebbe tenersi il suo Impero, e se lo vuole tutto il mondo».
In definiva la geopolitica hitleriana assumeva un carattere euro atlantico profondamente diverso da quello euro asiatico perseguito dal Duce.
E questo “accordo globale” Hitler perseguì fino all’ultimo, contando sul fatto che l’apparire all’orizzonte di due superpotenze planetarie, gli USA e l’URSS, assurte in pochissimo tempo al rango di potenze talassocratiche (gli USA) o di genere misto (i sovietici), con mire di dominio mondiale, costringesse l’Inghilterra a rivedere la sua ricorrente politica, quella di attaccare e distruggere la nazione europea emergente nel continente: da Luigi XIV, a Napoleone a Guglielmo II, l’Inghilterra, nazione talassocratica, si era sempre mossa, e non poteva fare diversamente, in questo senso: dividendo gli avversari, attaccandoli o alleandosi con nazioni continentali o marittime (come l’Italia nella prima guerra mondiale).
In questa situazione l’Italia, seppur alleata della Germania, qualora l’accordo globale anglo tedesco, fosse andato in porto, avendo gli inglesi tutti i loro interessi in opposizione ai nostri, tale accordo non poteva che essere contro gli interessi italiani (è una legge storica inevitabile).
IL DRAMMA DI MUSSOLINI
 Si immagini in quale difficile situazione venne a trovarsi Mussolini: alleato della Germania non poteva che augurarsi il successo militare della stessa, ma al tempo stesso che questo successo non fosse troppo eccessivo (soprattutto sperava che la Francia fosse ridimensionata, ma non totalmente sconfitta ed occupata); interessato alla pace in Europa, non poteva che sollecitare un accordo – armistizio tra gli anglo francesi e i tedeschi, ma al tempo stesso che questo “accordo” non fosse monopolio anglo tedesco e proiettato su scala planetaria; dover infine essere presente nel teatro bellico, per evitare l’esclusione dell’Italia dalla definizione degli esiti bellici, ma al tempo stesso non essere in grado di affrontare una guerra di quella portata, e così via.
Così Mussolini aveva riassunto la nostra situazione a Giuseppe Bottai:
«Qui ci sono due imperi in lotta, due leoni. Non abbiamo interesse che  stravinca nessuno dei due. Se vincesse l’Inghilterra, non ci lascerebbe che il mare per fare i bagni. Se vincesse la Germania, ne sentiremmo il peso. Si può desiderare che i due leoni si sbranino, fino a lasciare a terra le code, e caso mai, andare a raccoglierle».
Questo il dramma che al tempo viveva il Duce, oltretutto a capo di una nazione “riottosa” a certe scelte impegnative anche perché, erede del Risorgimento massonico, aveva una industria, una finanza e buona parte di una cultura (tranne quella cattolica) in sintonia con gli anglo francesi e si aggiungano poi gli interessi non certo “italiani” di Casa Savoia e del Vaticano!
E le conseguenze di questa complessa e precaria situazione si palesarono quasi subito, già dall’autunno del 1940, a pochi mesi dal nostro intervento, quando Mussolini, dopo i primi rovesci dell’esercito italiano, si trovò praticamente solo, a difendere gli interessi della nazione. Basta leggere quanto poi egli ebbe a dire ad Hitler nel corso di un loro incontro presso la “Tana del Lupo”,nell’agosto del 1941 nel pieno dell’offensiva contro la Russia.
In quell’occasione il Duce confidò al Führer che ne rimase sconvolto:
 «Mi dica cosa farebbe lei se avesse degli ufficiali che hanno dei dubbi sul regime e sulle sue ideologie…  e che dicono, mentre lei parla della sua ideologia o della ragion di Stato, che loro sono monarchici e che devono lealtà solo al Re?».
Si spiega così il comportamento contraddittorio e ondivago di Mussolini durante la precedente non belligeranza e tutto il resto. 
Eppure sarebbe forse bastato un intervento offensivo, deciso e a tutto campo della nostra marina, in quel momento (estate 1940) certamente in superiorità nel mediterraneo, per creare una situazione oltremodo favorevole alle operazioni belliche dell’Asse e garantire nel futuro i nostri rifornimenti in Africa.
Scriverà significativamente, anche se forse esagerando un poco l’entità delle nostre forze navali, l’ammiraglio Andrew Cunningham, comandante in capo della flotta britannica nel mediterraneo:
«Se la forza italiana avesse agito con maggior decisione ed avesse attaccato le navi inglesi certamente si sarebbe assicurata il dominio del mediterraneo…. Sarebbe bastato che alcuni mercantili carichi di cemento o di esplosivo si fossero affondati nel canale di Suez o davanti al porto di Alessandria, per paralizzare le operazioni navali britanniche…. Ma poi se dopo la disfatta della Francia gli italiani avessero attaccato con le corazzate  e con gli incrociatori noi avremmo dovuto ritirarci».
Ma come vedremo, in parte l'”accordo” con Churchill del giugno 1940 e poi soprattutto l’operato di ambienti anglofili, di quelli massoni destati dal “sonno” nel quale li aveva relegati il fascismo nel ventennio e generali felloni, impedirono tutto questo.
Per tornare alla nostra politica, come abbiamo visto giocoforza “guardinga e ondivaga”,  ad aprile 2010 il giornalista storico Fabio Andriola nella rivista Storia in Rete  ha pubblicato un articolo (“Dai nemici mi salvi Dio che dagli amici mi guardo io”) che mostra come Mussolini, ancora in piena guerra, si premuniva anche rispetto ad una possibile aggressione dei tedeschi (che aveva messo in conto e pur paventava) e comunque si teneva circospetto ed ambiguo rispetto alla politica dell’Asse.
Una storia tutta da riscrivere e che dimostra come l’ Asse era nella propaganda, ma non nei fatti, ed  in effetti se la geopolitica di Mussolini era sostanzialmente antinglese, al contempo il Duce temeva l’affermarsi in Europa di una egemonia tedesca e quindi agiva di conseguenza.
Andriola, infatti, ha rievocato lo “strano” (a dir poco) comportamento dell’Italia, non solo durante il periodo della nostra non belligeranza (dove, presi per il collo da una disastrosa situazione finanziaria, si ebbe perfino una sia pur limitata vendita di materiale bellico agli anglo francesi), ma addirittura fino al 1942 inoltrato, quando si procedeva alacremente a costruire imponenti fortificazioni (confidenzialmente soprannominate la “linea non mi fido“) in Cadore, Carnia e al Tarvisio, quel “vallo Littorio” al nord, nord est a protezione dell’Italia da una eventuale invasione tedesca.
Incredibilmente, mentre si combatteva una guerra a fianco della Germania, al contempo l’Italia, che aveva iniziato a ritmo frenetico i lavori a fine novembre 1939 durante la sua non belligeranza, si premuniva e si attrezzava come se, prima o poi, dovesse far fronte alla nazione amica.
Il gerarca Tullio Cianetti che andò in visita a quei cantieri nell’estate del 1940, scrisse nel suo diario che gli era venuto il dubbio se si stava lavorando per la guerra dell’Asse oppure contro.
Cosa stava accadendo? Quali furono le conseguenze di questa politica dal “doppio binario” che, per esempio, il 16 dicembre del 1939, dopo il discorso di Ciano alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni (ispirato da Mussolini), con il quale si presero le distanze dalle ragioni di guerra dei tedeschi e si ricordarono i loro impegni (purtroppo non messi per iscritto), non mantenuti a non forzare eventi bellici in Europa per almeno altri tre anni, si rischiò seriamente di incrinare l’alleanza con la Germania?
La risposa stava semplicemente in quella massima degli antichi romani, per cui: «la salvezza della Patria è la legge suprema» e per le conseguenze, purtroppo, oggi possiamo dire che furono nefaste.
Mussolini, intanto, sapeva bene che, specialmente dopo la nostra non partecipazione di fine agosto ’39 al fronte bellico con i tedeschi, in deroga al Patto d’Acciaio, l’alleanza con la Germania era sprofondata ai livelli minimi ed anzi, in quel momento, in Germania, forse una campagna militare contro l’Italia, con discesa fino all’Alto Adige, sarebbe stata la più popolare di tutte. E non gli si può neppure dare torto se andiamo a leggere le pagine del diario di Joseph Goebbels, scritte ancor prima, il 10 magio 1938, quando con Hitler ebbero a passare per Merano. Scrive Goebbels: «Sullo sfondo scorgiamo alcuni sudtirolesi in lacrime. Ci si sente stringere il cuore. Addio. Per sempre?».
E in quell’interrogativo, c’era tutto un futuro che nessuno poteva garantire.
Ma oltretutto nei primi mesi della nostra belligeranza, un nostro intervento in guerra non era ancora stato deciso e pertanto, protraendosi la nostra neutralità nella situazione esplosiva e dai prevedibili cambiamenti strategici e militari in Europa, non si poteva del tutto escludere che gli stessi tedeschi, avessero la necessità di invadere ed occupare il nostro territorio.
Per questo il vallo Littorio ebbe priorità di esecuzione e ingenti stanziamenti finanziari.
La storia, in definitiva, si può analizzare nei suoi particolari svolgimenti contingenti, oppure riassumerla ed inquadrarla “fuori dal tempo e dallo spazio” ovvero in una dimensione metastorica.
In quest’ultimo caso, per stare in argomento, è perfettamente legittimo inquadrare il fascismo ed il nazionalsocialismo come un portato della civiltà europea, una manifestazione della “Tradizione” neitempi ultimi, confacente al secolo delle masse laddove, una comune visione della vita e del mondo portarono l’Italia e la Germania ad intraprendere una “guerra del sangue contro l’oro“, contro le democrazie dell’occidente liberista ed il bolscevismo sovietico.
Questo però è appunto un discorso metastorico che investe il campo ideologico, mentre invece nel campo storiografico gli avvenimenti vanno visti da un altra prospettiva, laddove i fattori ideologici e gli ideali di partito, spesso non vanno di pari passo con gli interessi geopolitici e la ragion di Stato, vale a dire che le similitudini ideologiche tra fascismo e nazionalsocialismo non ebbero affatto un peso prevalente nelle evoluzioni belliche.
Una guerra che, come abbiamo visto, fu condizionata dall’ossessione tedesca di addivenire ad una intesa con gli inglesi.
Su questi presupposti nella politica tedesca non ci sono dubbi, sia considerando le loro strategie geopolitiche e i tentati approcci diplomatici del tempo, fino a guerra inoltrata, e sia le tante testimonianze che se ne hanno in proposito.
Anche Schwering Von Krossing ricorda che Hitler teneva in conto le parole di un morente maresciallo Hindenburg : “Non si fidi degli italiani”, parole che, come sottolinea lo storico David Irving, sarebbero state alla base di una sua eventuale scelta tra Gran Bretagna e Italia.
Comunque sia tutto questo non toglie che, nella considerazione storica, che trascende i particolari e le contingenze, in definitiva il 10 giugno 1940 fu proprio quello che affermarono gli ex combattenti della FNCRSI in un loro volantino: «Il sangue contro l’oro; il lavoro contro la speculazione e l’intrigo; schiavisti anglossassoni e sovietici contro proletari che volevano i frutti del proprio lavoro».
Scrive ancora Franco Cardini:  «Quell'”Italia proletaria e fascista” evocata in termini al tempo stesso tanto laconici e tanto retorici non veniva affatto presentata come vittoriosa e potente. Al contrario: essa si metteva dalla parte dei poveri, dei “dannati della terra”, degli sfruttati.
Dietro al Duce chiuso nell’orbace dalle spalline dorate si profilava ancora e nonostante tutto l’ombra del giovane Benito Mussolini agitatore socialista-interventista: la guerra destinata a rovesciare i destini del mondo, a rovesciare i troni dei potenti e ad esaltare il destino dei diseredati. Una guerra ch’era davvero la prosecuzione di quella del ’14-’18, il saldo dei conti ch’essa non aveva saputo chiudere, la reazione contro gli inganni e le ingiustizie della “pace ingiusta” di Versailles. Una guerra il conclamato scopo della quale era la rottura della prigione geopolitica mediterranea che rinserrava una giovane potenza entro il lago sorvegliato dalle due porte di Gibilterra e di Suez, saldamente in mano britannica».
E VENNE LA GUERRA
Arriviamo così alla guerra (1- 3 settembre 1939), conflitto dove l’Italia non poteva rimanere neutrale all’infinito senza rinunciare a tutto, anzi correndo addirittura grossi rischi. Sia che prevalesse uno dei due contendenti e sia che, invece, fossero addivenuti ad un accordo su larga scala l’Italia, senza aver combattuto, avrebbe di colpo dovuto rinunciare a tutte le sue mire. Proseguendo ed estendendosi il conflitto, invece, c’era anche il reale rischio che uno dei contendenti, per ragioni strategico militari, poteva invadere la nostra penisola per utilizzarla quale ideale portaerei nel mediterraneo.
Quel 1° settembre del 1939 quando già dall’alba la nave scuola tedesca Schleswing Holstein aveva aperto il fuoco contro la fortezza polacca della Westerplatte, le truppe tedesche avevano varcato la linea di confine e la luftwaffe si accingeva ad alzarsi in volo per bombardare Varsavia Mussolini, teso in volto, alle 15 a Palazzo Venezia presiedette il Consiglio dei Ministri e praticamente attuò la decisione, precedentemente comunicata al Führer (e ovviamente mal digerita), che l’Italia non sarebbe scesa in guerra.
Era la non belligeranza, decisione inevitabile, che riscosse l’applauso e il sollievo di ministri e fascisti presenti, ma che ci espose ai sorrisi ironici di nemici e alleati che rinvangavano i nostri “giri di Valzer” del 1914, ma si guardavano bene dall’evidenziare: per i tedeschi, i loro progetti strategici e segreti nei tempi e nei fini militari di attuazione del lebersraum, strafregandosene dei tempi e delle necessità italiane, mentre per gli occidentali, lo sporco e palese utilizzo della Polonia come un espediente, una miccia unicamente  atta a scatenare la guerra alla Germania, tanto che poi si guardarono bene dal mandare un sol uomo a “morire per Danzica”!
Mussolini, che come aveva già avuto modo di dire al giornalista Bruno Spampanato: «solo un interesse italiano, vale il sangue di un italiano», procrastinò il nostro intervento fino all’impossibile, pur avendolo poi definitivamente deciso a fine marzo 1940 (come ampiamente documentato), ma operativamente considerato, salvo sviluppi imprevisti del momento, all’incirca per il settembre di quell’anno (anzi la precedente previsione era stata per la primavera del 1941). Oltre, specialmente se la guerra si fosse intensificata, sarebbe stato un suicidio. Praticamente la politica di Mussolini, perfettamente aderente ai nostri interessi ed alle nostre necessità si era mossa fino a quel momento sia per evitare l’intervento in guerra e sia, allo stesso tempo, per evitare uno sganciamento dall’alleanza con la Germania che sarebbe stato un salto nel buio e ci avrebbe gettato allo sbaraglio.
Ma anche ora che Mussolini aveva “deciso” l’intervento, in cuor suo si augurava che “qualcosa” potesse alla fin fine evitare questo passo estremo.
Successivamente al vertice del Brennero con Hitler, di metà marzo 1940, quando la guerra ancora non aveva investito lo scacchiere occidentale, Mussolini con un riservato “Memoriale panoramico al Re” del 31 marzo 1940, scrisse:
«Se si avverrà la più improbabile delle eventualità, cioè una pace negoziata nei prossimi mesi, l’Italia potrà, malgrado la sua non belligeranza, avere voce in capitolo e non essere esclusa dalle negoziazioni: ma se la guerra continua credere che l’Italia possa rimanere estranea fino alla fine. È assurdo e impossibile. L’Italia non è accantonata in un angolo di Europa come la Spagna, non è semiasiatica come la Russia, non è lontana dai teatri di operazione come il Giappone o gli Stati Uniti; l’Italia è in mezzo ai belligeranti, tanto in terra, quanto in mare,. Anche se l’Italia cambiasse atteggiamento e passasse armi e bagagli ai franco-inglesi, essa non eviterebbe la guerra immediata con la Germania, guerra che l’Italia dovrebbe sostenere da sola. 
E’ solo l’alleanza con la Germania, cioè con uno Stato che non ha ancora bisogno del nostro concorso militare e si contenta dei nostri aiuti economici e della nostra solidarietà morale, che ci permette il nostro attuale stato di non belligeranza…. L’Italia non può rimanere neutrale per tutta la guerra, senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di un Svizzera moltiplicata per dieci.
Il problema non è quindi sapere se l’Italia entrerà in guerra o non entrerà in guerra, perché l’Italia non potrà fare a meno di entrare in guerra. Si tratta soltanto di sapere quando e come: si tratta di ritardare il più a lungo possibile, compatibilmente con l’onore e la dignità, la nostra entrata in guerra: a) per prepararci in modo tale che il nostro intervento determini la decisione;  b) perché l’Italia non può fare una guerra lunga, non può cioè spendere centinaia di miliardi, come sono costretti a fare i paesi attualmente belligeranti».
Quindi Mussolini affermava che, escluso un nostro voltafaccia dell’alleanza con i tedeschi, non ci rimaneva che la possibilità di una “guerra parallela” con la Germania ed in funzione dei nostri interessi che si potevano riassumere in questi obiettivi:
«Libertà sui mari, finestra sull’oceano, L’Italia non sarà mai una nazione indipendente sino a quando avrà a sbarre della sua prigione mediterranea la Corsica, Biserta, Malta e, a mura della stessa prigione, Gibilterra e Suez. Risolto il problema della frontiere terrestri, se l’Italia vuole essere una Potenza veramente mondiale deve risolvere il problema delle sue frontiere marittime: la stessa sicurezza dell’Impero è legata alla soluzione di questo problema».
Quindi una “guerra parallela” con la Germania e sostanzialmente contro l’Inghilterra.
La disamina di Mussolini rispecchiava con molto realismo la delicata situazione del momento, una fotografia senz’altro valida fino all’invasione tedesca della Scandinavia (primi di aprile 1940), che portò la guerra direttamente in occidente, ma che non sarà più attuale dopo il dirompente successo delle operazioni contro la Francia.
Infatti, quella pace negoziata che Mussolini, teoricamente, a fine marzo escludeva, adesso dopo il crollo francese che rompeva gli equilibri militari e lo scarso interesse tedesco a proseguire la guerra contro la Gran Bretagna, con quest’ultima venutasi a trovare in gravi difficoltà, sempre teoricamente, sarebbe forse potuta divenire possibile.
Ma in ogni caso l’arrivo della guerra alle nostre frontiere avrebbe reso necessario rivedere i tempi del nostro intervento, non solo per non perdere posizioni nelle aree di nostra ingerenza, ma anche perchè se i tedeschi fossero entrati a Parigi, il nostro intervento non avrebbe avuto più senso ed anzi sarebbe forse stato dannoso.
Fatto sta che il 9 aprile i tedeschi entravano in Danimarca e Norvegia, precedendo di un soffio l’invasione inglese della Norvegia e della Scandinavia, ma soprattutto mostravano di poter battere gli inglesi anche in operazioni sul mare.
Quando il mese dopo, nei giorni successivi al 10 maggio, inizio dell’offensiva tedesca sul fronte occidentale, la Francia crollò inaspettatamente ed in quella misura poi, il nostro intervento non poteva più essere rinviato perché i tedeschi che dal 1938, senza colpo ferire, erano arrivati al Brennero e si erano riaffacciati anche nell’Adriatico (chi poteva escludere possibili nostalgie, seppur ancora non espresse, oltre che per  l’Alto Adige, addirittura per l’asburgico lombardo/venuto, tutte aree geografiche e storiche di vitale interesse italiano che, fatto salvo Hitler, a Vienna e Berlino non avevano mai dimenticato?) adesso, spazzata via la Francia, minacciavano una ingerenza anche sul Tirreno, ponendo in forse quegli equilibri che garantivano la nostra geopolitica sul continente (non si dimentichi che l’Alto Adige e lo stesso territorio francese erano per l’Italia una necessaria antemurale a protezione).
Anche in questo caso le leggi storiche dimostrano che alleanze ideologiche ed eventuali accordi, da soli, senza esercitare una influenza sul territorio, non sono mai una garanzia e i tedeschi avevano sempre agito senza tener troppo in conto i nostri interessi nella mitteleuropa e soprattutto nei Balcani, aree di interesse italiano.
Dovevamo quindi entrare in guerra subito, pur senza copertura finanziaria e con un esercito non all’altezza. Solo la marina avrebbe potuto svolgere una sua parte (ma non lo fece).
Il 27 maggio 1940 il Corpo di Spedizione britannico, ignorati i disperati appelli francesi e lasciati qust’ultimi nei guai, iniziava sulla spiaggia di Dunkerque le operazioni di reimbarco.
Il 29 maggio 1940, all’indomani della resa del Belgio e con i franco – inglesi in totale rotta, Mussolini ottenne su delega del Re il comando delle forze armate. Si investiva quindi di un comando più che altro “formale”, di grande prestigio se le cose fossero andate bene, ma la conduzione strategica ed operativa della guerra, con tutte le sue deficienze (e tradimenti) era di fatto nelle mani di Pietro Badoglio Capo di Stato Maggiore Generale a sua volta coadiuvato dei capi di stato Maggiore della Marina Domenico Cavagnari, dell’Aeronautica Francesco Pricolo e dell’Esercito Rodolfo Graziani.
E proprio a questi responsabili delle imminenti operazioni quello stesso giorno Mussolini disse che inizialmente aveva previsto l’ingresso in campo dell’Italia all’incirca per la primavera del 1941, ma poi l’incalzare delle vicende belliche travolse ogni previsione. Infatti i tedeschi avevano in poco tempo vinto in Norvegia e Danimarca (aprile 1940) e Mussolini fu costretto ad anticipare il progettato intervento per il settembre di quello stesso anno, ma adesso:
«La situazione attuale non permette ulteriori indugi, perché altrimenti noi corriamo dei pericoli maggiori di quelli che avrebbero potuto essere provocati con un intervento prematuro… D’altra parte se tardassimo due settimane o un mese, non miglioreremmo la nostra situazione, mentre potremmo dare alla Germania l’impressione di arrivare a cose fatte, quando il rischio è minimo…».
Era questa la famosa riunione, tenuta nella stanza del Duce, in cui si decise ufficialmente la nostra entrata in guerra. Il resoconto stenografico ci informa anche che non ci furono assolutamente obiezioni di sorta da parte dei generali presenti!
Chi, ancora oggi, di fronte all’evidenza dei fatti, accusa Mussolini di megalomania e avventatezza, dovrebbe invece riflettere che le decisioni di Mussolini furono tutte ponderate, soppesate e impostate sull’eccesso di prudenza, addirittura a scapito della stessa opinione pubblica della nazione.
Nel 1939 un rapporto riservato dell’OVRA, aveva infatti rilevato un generale dissenso verso una nostra entrata in guerra, ma ora nella primavera del 1940, la situazione si era letteralmente capovolta: opinione pubblica e classi dirigenti, comprese quelle tendenzialmente anglofile, avevano tutti il timore di “arrivare tardi“, a cose fatte, di perdere prestigio e posizioni (e ovviamente affari e interessi).
Anche Vittorio Emanuele III confidava al suo aiutante di campo, generale Puntoni, che “Il più delle volte gli assenti hanno torto” e non lesinava neppure qualche battuta sul troppo esitante Mussolini.
Solo Mussolini, invece, di fronte ai fenomenali successi tedeschi, e nonostante l’intensificarsi delle provocazioni britanniche ai nostri danni, pur con la pressione “guerrafondaia” montante nel paese, cercava di rimanere il più razionale possibile.
Eppure a causa del blocco navale inglese ai nostri danni il presidente della Montecatini Guido Donegani era corso a Roma a sottolineare come la sospensione dei rifornimenti di carbone stava per causare l’arresto dell’industria determinando la catastrofe nella produzione e serie conseguenze sociali.
«Tra poco i cannoni spareranno da soli» inveì  Mussolini, ed aggiunse costernato: «non è possibile che io, proprio io, sia diventato il ludibrio dell’Europa. Non faccio che subire umiliazioni».
Quando poi i travolgenti successi tedeschi stavano ubriacando tutti gli italiani e la Germania ci era anche venuta incontro sopperendo alla carenza delle forniture di carbone provocata dal blocco inglese, il Duce così, significativamente, confidò a suo figlio Vittorio:
«Adesso tutti desiderano sparare il primo colpo di fucile. Il Re, lo Stato Maggiore, i gerarchi. Per quanto paradossale sembri, l’unico pacifista sono rimasto io, io solo!».
Il 30 maggio, infine, Mussolini comunicava a Hitler la decisione di entrare in guerra indicando il giorno 5 giungo che fu poi, per richiesta tedesca, spostato al 10.
Dobbiamo doverosamente sottolineare un importante articolo di Michele Rallo, che su Storia in Rete di giugno 2010, con l’articolo “Ecco perchè l’Italia andò in guerra” ha sufficientemente  ricostruito queste situazioni e riconosciuto a Mussolini quanto anche da noi attestato, ricordando persino che la speranza e l’intento di Mussolini, nel fare necessità virtù, era quella di mettere in pratica la furbizia di Bertoldo che accettò di essere impiccato a patto di scegliere lui stesso l’albero: che ovviamente non trovava mai. E così Mussolini, conveniva di entrare in guerra a patto di scegliere lui il momento, nella speranza che questo momento non avesse dovuto mai trovarlo.
Riassumiamo  ora cosa accadde, dietro le quinte, in quel periodo precedente la nostra entrata in guerra.
IL CRIMINALE PROGETTO DI CHURCHILL CELATO NEL SEGRETO DEL CARTEGGIO
 Sir Winston Leonard Spencer-Churchill dopo il marzo 1939, sostenuto dalle lobby che volevano imporre una guerra ad oltranza alla Germania, venne portato da Chamberlain nel governo e fatto entrare nel gabinetto di guerra (War Gabinet), nominandolo Primo Lord dell’Ammiragliato.
Fu proprio verso quest’uomo, fino a poco tempo prima screditato, che si focalizzarono e si appuntarono le strategie delle Lobby occidentali risolute ad una guerra ad oltranza.
Esse trovarono in lui quegli elementi idonei a strumentalizzarlo per i propri fini. Anzi, nella delicatezza della politica britannica, con vaste e forti realtà sicuramente avverse ad una nuova guerra contro i tedeschi, proprio le sue doti di cocciutaggine, ostinazione, impulsività e stravaganza, costituivano le condizioni favorevoli ad investire su di lui.
Forti pressioni, attuate dietro interessi trasversali, a cui il venale Churchill non era insensibile, avrebbero inoltre consentito di condizionarlo nonostante il suo noto carattere da cane sciolto.
Dall’aprile del 1940, quindi a guerra in corso, Churchill presiedette il Comitato di Coordinamento militare che comprendeva i capi di Stato Maggiore.
In questa veste fu anche responsabile dell’insuccesso militare dell’intervento inglese abortito in Norvegia, ma nonostante questo infortunio, tanto erano forti le correnti che lo sostenevano e puntavano su di lui, che il suo prestigio venne scosso, ma non intaccato. 
Il 10 maggio del 1940, infine, diventò Primo Ministro.
Tutto questo per sottolineare come, anche prima di diventare capo del governo, Churchill era in grado, se non di trattare, almeno di intercedere attraverso una diplomazia sotterranea con l’Italia, durante il periodo della nostra non belligeranza.
E’ ovvio però che possono costituire oggetto di trattativa concreta e forte compromissione, con implicazioni di portata internazionale, solo gli impegni da lui presi ed effettivamente sottoscritti dal momento in cui divenne Premier.
In ogni caso è indubbio che Churchill ebbe in mano le leve di potere dell’impero britannico proprio in uno dei suoi momenti più difficili e delicati. Giova solo ricordare:
a fine maggio c’era stata Dunkerque con l’abbandono del vecchio continente da parte delle forze inglesi;  con la prima settimana di giugno 1940, mentre la Francia è oramai avviata verso la capitolazione, gli inglesi anche in Norvegia furono costretti a reimbarcarsi definitivamente a seguito del fallimento delle loro operazioni militari; infine l’8 giugno avvenne, a largo di Narvik, il non indifferente affondamento della portaerei Glorius.
E’ chiaro che, in una situazione drammatica come questa, in cui anche la prudente Spagna dichiarò una propria “non belligeranza attiva”, Churchill non si facesse di certo scrupolo ad intraprendere ogni più spregiudicata, ignobile e rischiosa operazione che tornasse utile alla salvezza dell’Inghilterra ed agli obiettivi strategici finalizzati al proseguimento della guerra ad ogni costo. Churchill aveva avuto mano libera dopo la drammatica riunione segreta del gabinetto di guerra, tenuta nel pomeriggio del 28 maggio ’40, dove riuscì definitivamente ad imporre la sua strategia che in quel momento prevedeva di separare i destini inglesi da quelli francesi e di rigettare ogni profferta di pace da parte tedesca. E’ da quel momento in poi che Churchill giocò le carte più spregiudicate della sua strategia bellica che prevedeva l’allargamento del conflitto con il coinvolgimento dell’Italia.
Praticamente Churchill, fino a circa la metà del maggio 1940, nei suoi contatti segreti con il Duce (la classica “diplomazia sotterranea” tipica di tutte le nazioni), ha cercato di tenere l’Italia fuori della guerra, minacciandola e al contempo promettendo in cambio ampie concessioni territoriali a spese della Francia (e poi consenziente la Francia stessa, quando cominciò a trovarsi in difficoltà). E anche questo è abbastanza documentato.
Ma non è tutto, perché poi la situazione internazionale e militare precipitò  in pochi giorni, quando, a causa dell’improvviso e imprevisto crollo militare dei francesi, Churchill sostenuto, sull’asse Londra – New York, da certe Consorterie guerrafondaie, si trovò nella necessità di fronteggiare un eventuale assalto delle correnti pacifiste che potevano ora ritenere vantaggiose le generose offerte di pace avanzate da Hitler e forse opportuno conseguire quell’ “accordo globale” anglo tedesco, che Hitler aveva sempre prospettato.
Pertanto adesso (siamo ai primi di giugno ’40) in attesa di un sicuro, ma ancora lontano nel tempo, intervento americano, Churchill aveva la assoluta necessità di allargare il teatro bellico e rendere la guerra irreversibile.
Era una strategia, nella sua ottica guerrafondaia, rischiosa, ma necessaria, una strategia che lo portò a massacrare la flotta francese a Mars el Kebir i primi di luglio, anche al fine di mandare un messaggio di “guerra a oltranza” ad Hitler e, prima ancora, di giocare di furbizia e d’audacia con Mussolini, invitandolo a scendere subito in guerra (sia pure contro gli  inglesi), proponendo un accordo a “non farsi troppo male” (cosa che in effetti è avvenuta nei primi tempi) in vista di un garantito prossimo tavolo della pace dove l’Italia, sostenne probabilmente e in mala fede Churchill, avrebbe avuto tutto da guadagnare e la sua presenza sarebbe stata anche utile per gli stessi britannici.
Oltretutto Churchill sapeva benissimo che oramai Mussolini non poteva più rimanere neutrale, quindi tanto valeva che egli “mediasse” in qualche modo il nostro “inevitabile” intervento, un uscir fuori dell’Italia dalla “neutralità” che in Gran Bretagna non pochi gradivano, anche sotto il profilo tattico – strategico, non temendo affatto il nostro potenziale offensivo, contando su molti “canali” e “contatti” favorevoli e compiacenti che avevano nel nostro paese, e ritenevano quindi molto più utile affrontarci direttamente che dover tenere immobilizzate navi e truppe per controllare le aree geografiche dove era possibile la presenza italiana.
Non è azzardato ipotizzare  che le basi di questa “intesa a non farsi troppo male” erano idealmente una  estensione bellica di un altra intesa che già era avvenuta alla vigilia della seconda guerra mondiale, quando, intorno al 28 agosto 1939, Mussolini ebbe ad inviare questo telegramma segreto al Re: 
«Desidero Maestà, nell’attesa di mandarvi tutto l’epistolario scambiato con il Führer, anticiparvene le conclusioni. E cioè l’Italia si limiterà almeno nella prima fase del conflitto ad un atteggiamento puramente dimostrativo. Francesi e inglesi ci hanno fatto sapere che faranno altrettanto».
In pratica, sperava Mussolini, con tale intesa si sarebbe potuto ripetere nel 1940 ai nostri confini e nel mediterraneo quella stessa situazione di “finto conflitto” che si determinò per mesi, dopo la conquista della Polonia, tra tedeschi ed occidentali, tanto da essere definita una drôle de guerre (una guerra “buffa”, “finta”), 
Questo è il “terribile segreto” del Carteggio, ovvero Churchill che aveva chiesto e ottenuto, il nostro intervento in guerra!
Lo si evince chiaramente dalla lettura delle intercettazioni telefoniche ed epistolari carpite di nascosto dai tedeschi su Mussolini, i cui contenuti mostrano l’enorme l’importanza del “Carteggio” e l’intenzione del Duce di utilizzarlo nell’interesse nazionale. 
Vale per tutti questa registrazione telefonica  tra Mussolini e Claretta Petacci del 22 marzo 1945 (si sta parlando di Pavolini, in quel momento ignaro del “Carteggop”, ne sarà messo al corrente pochi giorni dopo, n.d.r.):
«… lui non può capire la situazione, non può collaborare. Perciò io devo rispettare il suo punto di vista di parte. Lui non conosce gli avvenimenti accaduti pochi giorni prima della nostra entrata in guerra. Non ne ho parlato con nessuno. E Churchill ancora meno. Bisognerà raccontare una buona volta questa storia. Chi dovrebbe parlarne oggi ? In tutto la conoscono cinque persone!».
Ma non da meno è anche una lettera, precedentemente, inviata da Mussolini a Graziani il 9 gennaio 1945:
«[Scrive Mussolini]: “Ho una lettera di Hitler, datata 2 gennaio 1945.
Il suo comportamento mi convince poco. La sua pretesa di ritirarci in caso di bisogno al Nord, molto al Nord, è un sintomo chiaro. Il suo consiglio di portare con me tutti gli incartamenti della cui esistenza gli feci cenno e che proposi di sfruttare, parlano chiaro. Sono seriamente preoccupato.
Le vicende della guerra non mi illudono più. Io non faccio questione della mia persona, ma quello che mi preoccupa è il pensiero di vedere in un prossimo futuro l’Italia interamente occupata dagli anglo-americani.
Al momento ritengo di grande importanza portare in salvo questi incartamenti, in primo luogo lo scambio delle lettere e gli accordi con Churchill. Questi saranno i testimoni della malafede inglese. Questi documenti valgono più di una guerra vinta, perché spiegheranno al mondo le vere, le sole ragioni del nostro intervento a fianco della Germania. Ho bisogno di vedervi. Vi attendo per  stasera”».
Interessante anche leggere questa lettera inviata da Mussolini a Graziani il 3 aprile 1945, evidentemente a seguito di una proposta, a dir poco ingenua, per non dire altro, di Graziani di trattare i preziosi documenti in mano a Mussolini attraverso la mediazione del Re:
«[Mussolini]: …”La vostra proposta è assolutamente insensata! Affidare al Savoia i documenti per vincere la pace ?  Vittorio Emanuele mi ha rinnegato e continuerà a tradire uno dopo l’altro i suoi compari, liquidandoli dopo averli sfruttati….
Mai il Savoia potrà servirsi delle nostre carte. Se tentasse ne sarà impedito! Il Savoia vuol portare l’Italia alla disfatta, alla capitolazione incondizionata, solo per seppellire il Fascismo”».
Per il contenuto e la grande importanza che rivestono queste, ed altre, intercettazioni si veda: R. Lazzero: Il sacco d’Italia, Mondatori 1994.
Ricorda Pino Romualdi, al tempo vicesegretario del Partito Fascista Repubblicano:
«Ero a conoscenza dell’esistenza di un carteggio intercorso tra Mussolini e Churchill fin dall’inizio del 1945 per esserne stato informato da Mussolini stesso, ma non ho mai preso visione direttamente di qualcuna delle lettere pubblicate Il vero carteggio, invece quello a cui Mussolini attribuiva il potere di giustificare la condotta della nazione italiana, era di tenore molto diverso. In esso infatti, lo so personalmente… sarebbe risultato che l’entrata in guerra dell’Italia avvenne con un larvato consenso inglese».
In sostanza Mussolini, non fu né furbo, né ingenuo e neppure dovette credere a tutte le sciocchezze del britannico (tra l’altro non poteva ignorare che ad un eventuale “tavolo della pace” gli inglesi non avevano di certo bisogno del nostro appoggio per mitigare Hitler anzi, l’Italia addirittura, con i suoi interessi in contrasto con quelli inglesi sarebbe stata un ulteriore carico su la Gran Bretagna), ma si trovava nella tremenda situazione di dover ora e subito entrare in guerra. Una guerra che, è bene ripeterlo, non rifiutava per principio, ma paventava per la nostra debolezza e per il possibile risultato che ne uscisse fuori un solo vincitore dominante assoluto. Più che altro il Duce, e su questo gli storici sono abbastanza d’accordo, ritenne che l’entrata in guerra dell’Italia avrebbe affrettato la conclusione del conflitto con un risultato che non avrebbe troppo indebolito gli Occidentali, rendendo così possibili dei negoziati di pace.
In questa prospettiva, il Duce non si lasciò sfuggire l’occasione della proposta segreta, chiamiamola di “accordo” transitorio, che gli avanzava Churchill e che apparentemente gli consentiva di ottenere il massimo rischiando pochissimo.
Non quindi una trama anglo italiana ai danni della Germania, ma di una reciproca convenienza (per noi reale, per il britannico falsa e con altri obiettivi) devesi parlare.
Il tutto probabilmente venne formalizzato, pochi giorni prima del nostro intervento del 10 giugno 1940, forse in un paio di lettere che Mussolini, come attesta Elena Curti, portava indosso al momento che venne catturato a Dongo. Scrive la Curti:
 «Prima di sedersi (Mussolini era giunto nell’autoblinda, n.d.r.) sistemò ordinatamente il suo bel giubbotto bianco e una ‘machine-pistole’ a canna corta, senza mai abbandonare una busta di pelle di 25 – 28 cm. per 18 circa che teneva tra le mani. Una volta seduto si mise la busta su le ginocchia, vi appoggiò sopra le mani incrociate con fare possessivo.
Mi guardava. “Qui ci sono dei documenti di estrema importanza. Qui c’è la verità di come sono andate le cose e chi sono i veri responsabili della guerra. Il mondo deve saperlo e si sorprenderà“…
Quando il Duce scese dalla blindo (per recarsi nel camion tedesco, n.d.r.) portava la busta con sé.Le sue dimensioni gli permettevano di nasconderla sotto la giacca» (Elena Curti, Il chiodo a tre punte, Juculano editore Pavia 2003).
E questa affermazione circa “documenti di estrema importanza” legati ai destini dell’Italia, ebbe a farla precedentemente al suo attendente, il brigadiere Pietro Carradori e poi al partigiano Bill alias Urbano Lazzaro che lo prese in custodia a Dongo.
Due altre valige invece contenevano un Carteggio precedente alla nostra entrata in guerra, quindi meno importante. Probabilmente si trattava di quei 62 fogli che in qualche modo  riuscì a leggere Luigi Carissimi-Priori, al tempo a capo dell’ufficio politico della questura di Como.
Così ha raccontato il Carissimi-Priori, ricordando le peripezie di questa borsa di documenti, praticamente finita nelle mani dei comunisti di Como e poi anche fotografata da un giornalista fotografo (tale Ugo Arcuno) dell’Unità e poi, a quanto sembra, venduta agli inglesi:
«E questa copia c’è. Esiste ancora, sono appunto le 62 lettere [in realtà sembra che fossero 62 fogli per un numero imprecisato di lettere, n.d.r.] di una corrispondenza intercorsa tra Mussolini e Churchill solo prima, e sottolineo prima, che l’Italia entrasse in guerra il 10 giugno 1940. Non vi sono lettere del periodo successivo. Io so, ho avuto fra le mani quei documenti, li ho letti e dunque so cosa c’era scritto
Credo che potessero essere importanti in quel momento, quando l’Italia ha trattato la pace. Perché prima dell’entrata in guerra Churchill, affinché Mussolini non entrasse nel conflitto al fianco della Germania, gli garantiva che poteva avere anche la Corsica, anche Nizza, anche la Tunisia. Questo è certo…» (vedesi: Nuova Storia Contemporanea N. 5 del 2004, e R. Festorazzi Mussolini Churchill Le carte segrete Datanews 1998).
Ovviamente sparì tutto!
LE FAVOLETTE DI UN GIORNALISMO STORIOGRAFICO DI REGIME
 È penoso constatare come il giornalismo storiografico, in tutti questi anni, per non dover ammettere o almeno ipotizzare la strategia guerrafondaia di Churchill, in presenza di vari indizi e alcune prove che attestavano chiaramente l’esistenza di un compromettente “Carteggio”, si è più che altro aggrappato proprio a questa congettura, ovvero che il “peccato” del britannico consistette probabilmente nell’offerta di un pingue bottino territoriale all’Italia ed a spese della Francia, affinché l’Italia rimanesse neutrale.
Una favoletta questa per ingenui. In realtà le precedenti “offerte” e proposte di Churchill, del tutto transitorie e che pur contemplavano questo tipo di concessioni, rispondevano ad altre esigenze diplomatiche, erano interne a tutto un discorso di lunga data che evidentemente tra Mussolini e Churchill si analizzava e si prendeva in considerazione.
E’ indubbio però che a Churchill non stava a cuore la “neutralità” italiana, egli aveva altri e ben più devastanti obiettivi ed allo stesso tempo Mussolini ben sapeva che non gli sarebbe assolutamente stato possibile “ingozzarsi” di territori e mandati a spese della Francia, senza aver combattuto.
Consideriamo comunque questa interpretazione di comodo che proprio nella sua assurdità e inconsistenza mostra il pressapochismo, la superficialità, se non la malafede, di certo giornalismo storico.
Dunque, si viene a sostenere che Churchill, ad un certo punto, avrebbe buttato a mare la Francia, quando ancora non si era arresa ed avrebbe addirittura offerto all’Italia l’intera Dalmazia e l’Istria, il possesso definitivo delle isole del Dodecaneso, la Tunisia, la Corsica,  Nizza, e quant’altro pur di evitare questo tanto paventato intervento italiano. Logico quindi, affermano i sostenitori di questa tesi, che non volesse far conoscere la natura delle proposte di baratto che poi, in definitiva, non si concretizzarono neppure, nonostante le favolose offerte, proprio in virtù del fatto che l’Italia scese, nonostante tutto,  in guerra.
Tanto per cominciare, non è credibile che Churchill possa aver concretamente avanzato offerte di questa natura e compensi di questo genere quando non era ancora entrato a far parte del Comitato di Coordinamento militare (ovvero prima di aprile 1940).
E’ vero che in quel periodo, per gli inglesi, poteva essere conveniente evitare una entrata in guerra dell’Italia, ma in effetti l’Inghilterra era pur convinta di una relativa resistenza del fronte francese e quindi delle possibilità di controffensiva militare non appena ne fossero maturate le condizioni. In quella contingenza, tutto al più, si può parlare di generici e propagandistici inviti alla neutralità, da parte del governo di sua Maestà britannica, all’Italia, che lasciano però il tempo che trovano.
E questo è anche attestato, in quel periodo, dall’atteggiamento di chiusura della diplomazia inglese nei confronti di quella italiana e dal comportamento aggressivo della marina britannica verso i nostri traffici mercantili: chi persegue effettivamente l’obiettivo essenziale di escludere l’Italia dalla guerra, si muove ed agisce diversamente!
Più credibile sarebbe invece sostenere che si sia potuto trattare tra Italia e Inghilterra su queste basi, nei primi giorni in cui Churchill divenne Premier (inizi di maggio 1940), quando delineandosi il crollo della Francia la situazione si fece critica per gli inglesi e poteva quindi esserci una effettiva necessità a procrastinare la neutralità italiana.
Resta però il fatto che, sia nel primo caso che nell’altro (più probabile), è estremamente complicato credere alla finalizzazione di vere e proprie trattative con una posta di ricompensa così esagerata, e questo per il semplice motivo che,  non vediamo come avrebbe poi potuto l’Italia, restando fuori dal conflitto, impinguarsi in quel modo a spese della Francia. Non è pensabile infatti che l’Italia, per incassare quelle spropositate promesse, avesse dovuto aspettare e sperare in una vittoria (tra l’altro in quel momento ritenuta improbabile, dell’Inghilterra),  né la Germania gli avrebbe consentito, in caso di una sua solitaria vittoria, di annettersi quei territori. È noto che i tedeschi al momento delle trattative di pace con la Francia (che tra l’altro non videro quelle tremende imposizioni e spoliazioni che si temeva), attesero si, in segno di rispetto, che anche l’Italia fosse pronta per sedersi al tavolo dei negoziati, ma agirono risolutamente da freno verso le richieste italiane. E questo sia per motivi di opportunità politica verso i francesi e sia perché non ritenevano l’Italia degna di avanzare eccessive pretese dato il limitato apporto alla guerra. Con la creazione del governo di Vichy e gli obblighi germanici ad esso correlati, i tedeschi rispettarono tutti gli accordi ed i trattati stipulati e non c’era quindi spazio per eventuali ed ulteriori rivendicazioni italiane verso la Francia e questo nonostante che l’Italia era comunque scesa in guerra: figuriamoci se fosse rimasta fuori dal conflitto!
La faccenda, se la si osserva bene, avrebbe assunto i contorni del ridicolo perché, in pratica, Mussolini a guerra conclusa avrebbe dovuto “affacciarsi” al tavolo delle trattative di pace con un discorso di questo genere:
“Cari camerati germanici, mentre vi facciamo i complimenti per aver concluso vittoriosamente la guerra, noi italiani, che non abbiamo potuto aiutarvi per via di una intesa con i vostri nemici, siamo qui per intascare, senza aver mosso un dito, quanto dagli inglesi ci venne promesso e sottoscritto!”
Ogni ulteriore commento è superfluo.
Quindi, offerte di questo tipo, da parte di Churchill, non generiche, ma concrete, possono invece essere state riproposte, in tutt’altro contesto, proprio nell’imminenza dell’entrata in guerra dell’Italia (primi di giugno 1940) in quanto, per una audace e spregiudicata strategia bellica dell’ultima ora, questo intervento fu anche sollecitato proprio dagli inglesi e quindi le offerte vanno viste adesso non come ricompensa a stare fuori dal conflitto, ma come incentivo per entrarci e per addivenire ad unaintesa reciproca sul come comportarsi militarmente nella fase di inizio bellico in vista di una millantata pace imminente.
In questo caso e solo in questo caso, le offerte di Churchill forse sarebbero state un domani esigibili ed inoltre, essendo veramente scottanti, se fossero venute alla luce avrebbero messo in grosse difficoltà lo statista inglese.
Il solo e semplice mercanteggiare, infatti, attraverso offerte allettanti all’Italia, a spese delle Francia, perché resti neutrale è sempre possibile che ci sia stato ai primi di maggio ’40 nel momento del crollo della Francia, ma è oltretutto pressoché ininfluente per l’importanza del carteggio rispetto a gravi responsabilità e colpe da addossare agli inglesi. Oltretutto è molto probabile e logico che il premier inglese sapeva di poter fare certe offerte anche con il consenso di una  Francia alla disperazione, tanto che, nella testimonianza di Carissimi-Priori, precedentemente riportata, si ebbe anche modo di affermare che: «la rilevanza della partita a spese della Francia, dimostra che Churchill garantiva personalmente per l’atteggiamento favorevole di Parigi».  
E’ decisiva, infatti, la constatazione che se anche il contenuto di queste offerte così poco gentili per la Francia, fatte per tenerci fuori dal conflitto, fosse venuto a conoscenza dell’opinione pubblica e della diplomazia internazionale, Churchill a guerra finita (e vinta!), anche se con una certa vergogna, si sarebbe difeso brillantemente adducendo la ragion di stato ed il momento di pericolo che correva l’Inghilterra in quel periodo e che lo costringeva a gettare a mare la Francia  per evitare l’intervento dell’Italia.
D’altronde poi, questo genere di accusa, avrebbe lasciato il tempo che trova in quanto, di fatto, non si era concretizzata alcuna cessione di territorio francese, né l’Italia si era astenuta dall’intervenire e Churchill stesso avrebbe anche potuto sostenere di aver fatto verso Mussolini niente più che un bluf firmando una cambiale che mai avrebbe onorato!
Non ebbe forse Churchill un atteggiamento cinico e spregiudicato anche ai primi di luglio del 1940, quando affondò la flotta francese a Mers-el-Kebir procurando quasi 1300 morti e centinaia di feriti tra i suoi ex alleati ? E come si difese Churchill, nelle sue memorie, riportando questo ignobile gesto?
«Fu una decisione odiosa – egli scrisse – la più inumana, la più penosa che mi sia capitato di condividere. Ancora il giorno prima i francesi erano nostri carissimi alleati,… ma la nostra esistenza nazionale e la sopravvivenza della nostra causa erano in gioco».
Ebbene, rispetto, a questi avvenimenti, come è possibile ipotizzare che delle proposte di offerte territoriali, a spese della Francia (oltretutto probabilmente consenziente), mai concretizzatisi, potevano costituire per lo statista inglese, causa di estrema preoccupazione?!
Ma oltretutto poi, lo ripetiamo ancora una volta, non si comprende come Mussolini ed il Re, nonostante qualsiasi tipo di garanzia fosse stata fornita all’Italia e a meno che non fossero dei perfetti idioti, potevano fidarsi di un impegno del genere e di come potesse essere eventualmente onorato, visto che una vittoria dell’Inghilterra era in quel momento ritenuta improbabile e se pur si fosse verificata mai gli inglesi avrebbero pagato un tale prezzo,  mentre nel caso di una pace o di una vittoria tedesca, sarebbe stato impossibile per l’Italia, senza aver combattutopotersi impinguarea spese della Francia !
In ogni caso, e questa è una ulteriore osservazione decisiva, a cosa poteva servire una documentazione di questo genere a Mussolini, se essa pur attestando favolose offerte all’Italia a spese della Francia aveva, nonostante questo, spinto il Duce ad entrare in guerra?  Questo, anzi, pur essendo un relativo sputtanamento per il britannico, era un aggravante per l’Italia ed un chiaro esempio di inettitudine di Mussolini!
Altro che materiale pregno di possibilità da giocarsi al tavolo della pace!
E’ talmente evidente che se il Duce, per difendersi di fronte ad un ipotetico tribunale internazionale, avesse tirato fuori la sola offerta di Churchill di grosse promesse territoriali per star fuori dalla guerra, avrebbe peggiorato la sua situazione, non avrebbe recato alcun vantaggio alla propria nazione e tutto al più avrebbe gettato un certo discredito sul premier inglese, il quale, come abbiamo appena visto, si sarebbe difeso con una certa facilità !
Quindi in quel famigerato carteggio, negli scambi epistolari dell’ultim’ora, c’era ben altro che delle sia pur onerose offerte di bottino per star fuori dalla guerra! Non bisogna fermarsi a qualche indiscrezione, qualche rigo di lettera dove si possono esprimere queste proposte, perché quello che conta è la sostanza di ciò che viene poi ratificato non quello che si discute e si propone in via interlocutoria.
E quello che eventualmente può trasformarsi in effettiva intesa non può assolutamente essere ciò che non ha possibilità alcuna di poter poi essere effettivamente intascato.
Ma oltretutto siamo logici: se per esempio tutto il “Carteggio” fosse racchiuso nell’attestazione di Carissimi-Priori, ovvero che egli lesse e fece tradurre le famose 62 lettere o fogli con la corrispondenza Mussolini / Churchill fino alla vigilia della guerra, riscontrando offerte a spese della Francia, fatte all’Italia per rimanere neutrale,  è già esagerato constatare che per riavere questo genere di carteggio, non eccessivamente compromettente, Churchill si sia dannato l’anima, ma è totalmente assurdo che la sua esistenza sia stata nascosta e negata, anche dopo i fatidici 50 anni, agli storici!
Non vi era alcuna necessità politica e neppure storica nell’impedire con tanto accanimento che l’opinione pubblica, dopo tanti anni, potesse prendere atto di fatti e circostanze già supposte ed ipotizzate da tanti.
E’ ovvio quindi che il “Carteggio” aveva tali contenuti compromettenti da rovinare irreparabilmente l’immagine e la carriera di Churchill, compromettere gli assetti che si dovevano imporre all’Europa con la fine della guerra e ribaltare totalmente la storiografia di comodo imposta dai vincitori.
Mussolini, non a caso, nei suoi ultimi tempi assegnò una grande importanza ai documenti in suo possesso e, come abbiamo visto dalle intercettazioni fatte dai tedesche, gli uomini del suo entourage che ne sono al corrente e con i quali ne parla spesso mostrano chiaramente di condividere questa importanza. Inoltre cerca di fare in modo di metterlo al sicuro, lo duplica fotocopiandolo ed esplicitamente, afferma che: quelle carte attestano le “vere ragioni per le quali l’Italia è entrata in guerra” quindi -si badi bene- non del perché non è entrata in guerra! 
Questa affermazione, in ogni caso, lascia inequivocabilmente intravedere molto, ma molto di più disemplici offerte di bottino per restare neutrali, come per esempio le stesse offerte, ma fatte per invitare l’Italia a scendere in guerra!
Quella tra Mussolini e Churchil, quindi, fu più che altro una “intesa” dell’ultimo momento, resa possibile dalla inconfessata esigenza inglese di allargare il teatro bellico e dalla reale necessità italiana di scendere in guerra facendo finta di farla. Di fatto una convergenza di interessi. Il do ut des, di questa intesa è più che altro qui, ed eventuali offerte di future concessioni all’Italia (che in qualche modo non mancavano) sono del tutto secondarie, anche perché avrebbero dovuto fare i conti con la Germania.
Mussolini oltretutto non si preoccupò di fare il gioco degli inglesi, non solo perché egli dovevacomunque scendere in guerra, così come già comunicato a fine maggio a Hitler, ma anche perché il suo interesse era quello che dalla guerra non uscisse fuori un vincitore assoluto e quindi, accogliere il “desiderio” di Churchill, venendo incontro alle sue esigenze, poteva rientrare benissimo in questa strategia.
Franco Bandini, nel suo interessante “Vita e morte segreta di Mussolini” Mondadori 1978, riporta che l’industriale Alberto Pirelli, nel maggio del 1940, commentando con il suo medico, l’endocrinologo milanese prof. Alcide Fraschini, la situazione internazionale che in quel momento vedeva la sconfitta francese oramai quasi definitiva e l’Italia ancora alla finestra, di fronte alle preoccupazioni del medico, Pirelli lo tranquillizzò:
“Niente paura, caro professore! Il ‘testone’ si è già messo d’accordo con Churchill. Qualche mese fa ho fatto io stesso la spola con Londra, come ‘corriere segreto’, e le posso garantire che non succederà nulla. E’ già tutto stabilito”.
Nota giustamente il giovane ricercatore storico Emilio Gin: «Il fatto che uno stato dichiari una guerra, preavvisando per di più gli ambasciatori dei paesi nemici con una settimana di anticipo, senza fare assolutamente nulla dopo, appare un enigma che non è possibile spiegare unicamente con l’impreparazione bellica».
È questo a dimostrazione di come Mussolini, di fronte alla tremenda situazione, militare e  geopolitica, in cui si trovava, dubbioso che gli inglesi potessero mai essere definitivamente sconfitti e comunque timoroso che i tedeschi stravincessero e diventassero i dominatori assoluti della situazione, andava da tempo cercando un accordo del genere con gli inglesi, ovvero la possibilità di fare una guerra “finta”, senza particolari rischi, che ci garantisse quel minimo indispensabile alle nostre esigenze politiche post belliche e che possibilmente fosse l’anticamera della pace in Europa, mantenendo i vecchi equilibri delle forze in campo. L’occasione gliela offrì Churchill i primi di giugno del 1940.
LO STRANO INIZIO DELLE NOSTRE OPERAZIONI BELLICHE
Comunque, come sappiamo, l’Italia scese effettivamente in guerra senza impartire direttive strategiche offensive e le stesse indicazioni di Mussolini erano state quelle di attendere gli sviluppi politici e militari, magari considerando un offensiva nel Mediterraneo, ma il Capo di Stato Maggiore della marina Cavagnari si preoccupò subito di notare che tale direttiva doveva “essere interpretata e precisata”.
Le uniche operazioni erano quelle verso la Francia, oltretutto di non ampio respiro strategico e qualche “movimento” sul mare, tanto è vero che, addirittura alla Regia Aeronautica venne impedito il sorvolo del territorio francese anche come semplice ricognizione.
Il Capo di Stato Maggiore Generale, il massone Badoglio, ovviamente, diede la sola consegna di “chiudere le porte di casa” sia ai confini italiani che in Libia e in Africa Orientale.
In pratica si venne a fare, purtroppo, proprio il gioco in malafede di Churchill.
Scrisse Dino Campini, già segretario del ministro RSI Carlo Alberto Biggini:
«Se i fatti consentono interpretazioni, se è valida la catena delle cause e degli effetti, si deve ammettere che l’Italia cominciò la guerra non per farla, ma soltanto per inserirsi in un gioco politico» (D. Campini, Piazzale Loreto, Il Conciliatore 1972).
Ma altrettanto interessante è questa valutazione del giornalista storico Franco Bandini:
«Esiste una speciale continuità tra la politica ‘non belligerante’ di Mussolini e quella che si definisce ‘bellica’, senza che lo sia davvero, posteriore al 10 giugno 1940. Egli entrò in guerra del tutto persuaso che al crollo della Francia sarebbe inevitabilmente seguito quello della Gran Bretagna, o che comunque si sarebbe giunti ad una pace di compromesso, al massimo entro l’agosto –  settembre di quello stesso anno.
Uniformò la sua condotta politica e militare, interamente su questo presupposto: ma nel farlo sembrò aggirarsi in un perimetro ben definito, il cui aspetto storicamente più curioso è che non venne condotta alcuna azione militare contro le posizioni inglesi, tranne una, e cioè la conquista della Somalia, nell’agosto del 1940.
Dovrebbe essere evidente ormai, che fino al settembre 1940 le forze armate italiane vennero cautamente mosse sul presupposto della pace di compromesso, e sulle linee di un programma che era già stato definito.
 In altre parole occorrerebbe spiegare, se questo non fosse vero, in qual modo e per qual motivo Mussolini avrebbe potuto pretendere qualcosa al tavolo della pace britannica, senza esserselo conquistato, almeno formalmente, con un minimo di sacrifici.
Sostenere che egli entrò in guerra per ‘arraffare la parte di bottino’, e non trarre le dovute conseguenze dal fatto, incontestabile, che egli non si mosse per prenderlo, o ne prese uno piccolissimo, significa cadere in una contraddizione di termini, e attribuire a Mussolini un grado di incoerenza eccessivo, almeno per quel periodo» (F. Bandini: Tecnica della sconfitta, Sugar 1963 e Longanesi 1969).
E ancora il Bandini fa una giusta considerazione:
«Chiediamoci quali tresche vennero intrecciate nel periodo della nostra ‘non belligeranza’: soltanto un ingenuo potrebbe credere che non ve ne furono affatto. Generali e gerarchi tedeschi complottarono non meno di sette od otto volte con gli inglesi per sopprimere Hitler e porre termine alla guerra.
Vi furono un ala integralista e una conciliante in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in Francia e persino nella Russia Sovietica, e perché non in Italia?…» (F. Bandini: “Appuntamento sul lago, in  Il Tempo  26.4.1985).
Con estrema lucidità e inappuntabile analisi l’addetto navale giapponese a Roma, il capitano di vascello Toyo Mitunobo, scrisse:
«Dal mio punto di vista l’Italia doveva essere pronta a conquistare Malta e la Tunisia, che sono i punti chiave per il controllo del Mediterraneo. Giudicando dalla propaganda interna italiana, dalla seconda metà di maggio sino all’intervento  in guerra del giugno 1940, io pensavo che ciò si sarebbe effettuato subito dopo l’intervento. Ma l’Italia ha dichiarato nel pomeriggio del 10 giugno che essa sarebbe entrata in guerra la mattina dell’11 giugno (esattamente alle ore 00,00, n.d.r.).Questo mi sorprese. E poi l’11, 12, 13 e 14 giugno le operazioni per la conquista di Malta e della Tunisia non erano ancora cominciate. Ciò era per me incomprensibile».
Oggi sappiamo che ci sono state con la Francia intese per evitare ogni scontro bellico di portata strategica, e conosciamo anche i contatti avuti tra Badoglio e l’addetto militare, generale Parisot, suo amico personale, con richieste di non essere attaccati a fondo ed accoglimento delle stesse. Noto è anche un commento del generale Emilio Faldella:
«Per la prima volta della storia una guerra aveva inizio con l’ordine di non sparare».
Sintomatico l’ordine “28 op.” dello Stato Maggiore Generale (il massone e filo francese Badoglio) circa le operazioni contro la Francia:
«Se si incontrano forze francesi non essere i primi ad attaccare;  non sorvolare il territorio francese;   nessun reparto dovrà varcare il confine;   restare a 10 km. dal confine» (vedesi: P. Sella,L’Occidente contro l’Europa, Ed. Uomo Libero, 1984).
Stranamente la documentazione, rispetto ad eventuali e simili accordi con l’Inghilterra è, decisamente carente. E oltretutto, guarda caso nella documentazione restituita dagli Alleati all’Italia, circa i dispacci segreti provenienti dalle ambasciate italiane, mancano gli anni 1939 e ’40!
Ma se è incompleta o assente la documentazione parlano i fatti.
Alla sanguinosa e inconcludente offensiva sulle Alpi occidentali, dove vennero impiegate due Armate, ventidue Divisioni e notevoli unità minori, senza che per altro si sarebbero potuti conseguire risultati strategicamente rilevanti, si era accompagnata una irreale stasi delle operazioni offensive in Libia verso il confine egiziano, pur trovandosi gli inglesi in condizioni precarie e inferiori.
Al confine tunisino la Quinta armata stava praticamente prendendo il sole, nonostante che i francesi avevano dovuto sguarnire le loro forze, richiamate in patria da impellenti necessità. Ovvio che il caro Badoglio nulla aveva predisposto in vista della guerra.
La Marina invece rimase a passeggiare per il Mediterraneo, evitando accuratamente ogni possibile scontro con la Mediterranean Fleet della Royal Navy britannica, mentre una grossa fetta del nostro naviglio mercantile, ma non solo mercantile, non avvisato per tempo dell’entrata in guerra venne internato in porti neutrali o sequestrato dal nemico.
Al colmo della beffa il 14 giugno i moribondi francesi arrivarono, indisturbati dalla nostra marina, a bombardare con le loro navi Genova, Savona e Vado ligure tornandosene indietro incolumi e nel frattempo, in meno di venti giorni, una diecina di sommergibili italiani furono affondati dal nemico.
Anche la Regia Aeronautica ebbe le sue beffe, quando apparecchi francesi lanciarono manifestini su Roma e 36 bombardieri inglesi Whithleys arrivarono a bombardare le nostre industrie a Torino e Genova.
Per tutta l’estate del 1940, nonostante poi i successivi desiderata di Mussolini, nessuna operazione militare venne messa in atto contro gli inglesi, escludendo l’occupazione effimera della Somalia Britannica, che, come afferma sempre Piero Sella nel suo pregevole libro già citato, era comunque stata oggetto di patteggiamenti nei mesi precedenti.
Eppure in quel momento di estrema crisi dell’apparato bellico inglese c’era, nonostante l’inadeguatezza dei mezzi, forse la possibilità  di scendere lungo il Nilo, coordinando le operazioni con l’armata libica del generale Graziani.
Uscita la Francia dalla guerra, infatti, e svincolate le nostre truppe al confine tunisino, gli inglesi si erano trovati a difendere tutto un enorme distesa di fronte (Kenia, Sudan, Somalia, ecc.) in cui le forze di Wawel erano ridotte all’osso, ma le nostre forze armate al comando di Balbo prima e di Graziani dopo non si mossero per almeno tre mesi.
Osserva il ricercatore storico Emilio Gin: «Di cose che si potevano fare nei primi giorni di guerra per rendere la vita difficile agli alleati in Mediterraneo ce n’erano: dalla presa di Malta al bombardamento di Alessandria, d’Egitto».
Certo, date le enormi estensioni geografiche e la penuria di mezzi, si potevano concepire delle operazioni militari di breve durata, ma comunque in quel momento, se decisamente intraprese e con tutto l’appoggio tattico che la marina poteva dare nel mediterraneo, potevano essere di estrema importanza bellica e soprattutto con ripercussioni enormi nel mondo arabo che anelava a scrollarsi di dosso il gioco inglese.
Ancora lo scrittore Piero Sella, nel suo “L’Occidente contro l’Europa” ci segnala un episodio marginale, ma significativo, quello del generale di squadra aerea Santoro a cui venne inflitto, dallo Stato Maggiore, un severo monito per aver ordinato, all’inizio delle ostilità, che una grossa formazione di bombardieri attaccasse Malta! 
E proprio contro Malta, che  gli inglesi in quel momento temevano di perdere, non si fece assolutamente nulla. E questa tregua insperata per l’isola fortezza britannica la pagammo duramente in seguito, in termini di navi affondate, quando dovevamo rifornire le forze dell’Africa Korps di Rommel e quando fece da prezioso punto di appoggio per lo sbarco anglo americano in Sicilia!
Per alcuni mesi le forze dell’Asse avevano l’iniziativa ed una certa superiorità strategica, ma anche di uomini e mezzi rispetto agli avversari.
Ma l’Italia trascurò totalmente l’impiego delle sue forze militari per operazioni di largo respiro. In particolare la Marina, che in quel momento pur vantava una buona qualità e consistenza di navi da guerra, fu lasciata tranquillamente a passeggiare nel mediterraneo, fino a quando non fu seriamente compromessa nella notte di Taranto (novembre 1940) e fini poi per essere ignominiosamente consegnata al nemico a Malta nel settembre ’43. Eppure, proprio per la guerra sul mare, Mussolini cercò di sollecitare qualche iniziativa militare, ma fu un predicare nel deserto.
Certamente le nostre risorse finanziarie e soprattutto i nostri mezzi non erano adeguati, per quantità e qualità, ad una guerra lunga ed intensa, ma in quel frangente un loro deciso e totale impiego avrebbe forse potuto far pendere la bilancia dalla parte dell’Asse.
Ed invece non vennero neppure impiegati quei pochi mezzi disponibili, e neppure la non disprezzabile marina fu utilizzata almeno per un appoggio tattico a qualche operazione. Conseguenza: nel proseguo del conflitto, si esaurirono o vennero distrutti quasi tutti i nostri mezzi, senza possibilità di rimpiazzo!
Oltretutto, a causa della nostra necessità geopolitica (ma anche gelosie dei comandi e peggio ancora) che ci “consigliava” di non far arrivare i tedeschi nel mediterraneo e nel Sud Europa, fu respinta ogni collaborazione militare con la Wehrmacht, compresa quella di un appoggio per il teatro nord africano che ci avrebbe consentito di straripare verso l’Egitto. In pratica rimanemmo con le “armi al piede”.
Il gioco di Churchill per averci in guerra, a “certe condizioni”, era riuscito in pieno e subito dopo, pur palesandosi l’inganno, non fu neppure più possibile capovolgere le nostre intenzioni strategiche. In troppi, pur non essendo al corrente di certi “accordi” segreti, si erano trovati a meraviglia in una guerra senza impegni e senza rischi, senza recare eccessivi danni ai “cari” britannici.
Quel che accadde nel teatro bellico (o meglio “non accadde”), in quei giorni del giugno 1940, lasciò sconcertato anche Hitler il quale, seppur dimentico che anche lui, pochi giorni prima e per analogheragioni geopolitiche, di fatto, aveva risparmiato quasi 350.000 uomini del contingente inglese a Dunkerque, così osservò con il suo addetto militare a Roma che lo ha poi così ricordato:
«Quando il Duce gli aveva dichiarato di non poter ritardare l’annuncio della sua entrata in guerra a una data posteriore all’11 giugno, lui aveva creduto che l’Italia avesse preparato un’azione fulminea contro la Corsica, Tunisi o Malta e che il segreto militare ne impedisse naturalmente un rinvio. Di conseguenza, dopo il discorso di Piazza Venezia, gli era sembrato logico aspettarsi che accadesse qualcosa. Invece, nessuno si era mosso. Questo, aveva concluso il Führer, gli aveva ricordato ciò che accadeva nel Medio Evo, quando le città si scambiavano messaggi di sfida e tutto finiva lì” (S. Corvaja: Mussolini nella tana del lupo, Ed. Dall’Oglio, 1982).
Ma di questa, “strana”, situazione e delle sue conseguenze, Hitler ebbe a tornarci su con delle considerazioni nelle sue note segrete a febbraio del 1945, considerazioni che fanno anche capire meglio quelli che erano stati gli interessi di Churchill a spingere l’Italia in guerra:
«Ah, se gli italiani fossero rimasti fuori dalla guerra!. Se fossero rimasti in stato di non belligeranza.! Gli stessi alleati si sarebbero rallegrati, perché seppur non avevano un opinione molto elevata  della potenza militare dell’Italia, non potevano immaginare una tale debolezza da parte di quest’ultima. Avrebbero considerato un guadagno la neutralizzazione della forza che le attribuivano. Ma siccome non potevano darle fiducia, ciò li avrebbe obbligati a immobilizzare numerose truppe in prossimità dei suoi confini, al fine di evitare il rischio di un intervento sempre minaccioso, sempre possibile, se non probabile.
Questo significava, per noi, soldati britannici immobilizzati, i quali non avrebbero fatto né l’esperienza della guerra né quella della vittoria – insomma una sorta di ‘strana guerra’ che si sarebbe prolungata a nostro esclusivo vantaggio» (A. Hitler: Ultimi discorsi, Ed. di AR, 1988).
Oltre al testo base di Renzo De Felice: Mussolini l’alleatoL’Italia in guerra. 1940-’43, Einaudi, 1990, ci sono alcuni testi, importantissimi che, a saperli leggere, mostrano molto bene lo strano comportamento militare italiano nel primo mese di guerra e il “segreto del Carteggio”.
Questi testi sono: Dino Campini, Strano gioco di Mussolini, Editoriale PG – Milano 1952; Franco Bandini, Tecnica della sconfitta, op. cit; Carlo De Risio, La clessidra di Mussolini, Settimo Sigillo 2000, e Pietro Sella,  L’occidente contro l’Europa, Ed, Uomo Libero 1985.
Per concludere occorre aggiungere che Churchill, oramai coinvolta l’Italia nel conflitto, gettò  ben presto la maschera e Mussolini, che certamente non aveva creduto a tutte le assicurazioni e impegni del britannico, dovette capirlo subito perché, come documentazioni ci attestano, già i primi di luglio ’40, cominciò a tempestare Badoglio invitandolo a spronare Balbo in Libia (e poi, alla morte di questi, Graziani) affinchè sferrasse un offensiva decisiva verso l’Egitto e lo stesso fece con Supermarina perché intraprendesse qualche azione di rilievo nel mediterraneo (il 28 giugno 1940 Badoglio con un telegramma aveva pressato Balbo in Libia affinchè accelerasse gli studi per l’offensiva, in  quanto “il Duce sta fremendo… fa di tutto per essere pronto per il 15 luglio” e successivamente il 3 luglio confermò al subentrato Graziani nel comando libico: “Duce mi ordina di comunicarvi che est interesse vitale per l’Italia che voi siate pronti a sferrare l’offensiva per il giorno 15”.
Tutto però fu inutile perché, accordo o non accordo, in Italia, a cominciare dal Re, da Badoglio e da Supermarina e anche da certe gerarchie del fascismo, come per esempio i filo “occidentali” Grandi e Ciano (quest’ultimo non aveva forse scritto nel suo diario che preferiva il golf e il wiskey inglese, alla società marziale dei tedeschi?), ben pochi avevano la voglia di fare la guerra sul serio agli inglesi, ma questo è un altro discorso.
La disamina di tutti quegli avvenimenti quindi, porta alla conclusione che non fu solo la segreta “intesa” transitoria conseguita con Churchill e riguardante il momento e il “modo” di entrare in guerra contro gli inglesi, a determinare l’inettitudine e la stasi delle nostre operazioni militari, ma fu tutta una serie di concause, al centro delle quali stava il nostro Stato Maggiore Generale, quello che aveva in mano le chiavi operative e strategiche della guerra, che da tempo, oltre a non aver previsto e predisposto piani strategici, stava sottobanco sabotando lo sforzo bellico.
UN ANEDDOTO SIGNIFICATIVO
Tanto per avere una più ampia veduta generale delle condizioni in cui fu costretto ad operare Mussolini nel periodo che precedette la nostra entrata in guerra e dei cambiamenti strategici che, per vari motivi, alla fin fine vennero a condizionare il nostro intervento, è altamente istruttivo attingere ad alcuni ricordi del Maresciallo Rodolfo Graziani.
Verso la metà del mese di Aprile del 1940, Graziani allora Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ebbe incarico, da parte di Mussolini (il quale a sua volta voleva dare corso ad una proposta avanzata dallo Stato Maggiore germanico) di elaborare un progetto strategico altamente efficace.
Il progetto prevedeva che, per il momento in cui i tedeschi avessero investito la linea Maginot, l’esercito italiano, forte da 10 a 15 divisioni, fornite di armi e di mezzi moderni da parte dei tedeschi, si sarebbe radunato alla Porta Burgunda per irrompere nella Valle del Rodano ed aggirare così tutto l’esercito francese, schierato nelle Alpi Occidentali ed ammontante a circa 25 divisioni. Il progetto era dirompente ed, in pratica, ricalcava quello in vigore al tempo della Triplice Alleanza.
In ogni caso, per volere del Duce, ci si sarebbe mossi a guerra con quella che era la strategia politica da tempo indicata: “non per la Germania, né con la Germania, ma a fianco della Germania”.
Di conseguenza, Graziani ed il suo entourage, avvantaggiati dal fatto che nei nostri archivi militari già esisteva una traccia di un piano simile, risalente alla Grande Guerra, redassero  una Memoria che venne consegnata a Mussolini ed ovviamente al Capo di Stato Maggiore Generale (Badoglio).
Badoglio però, quando gli fu esposto il progetto, ascoltò senza un commento, ed invitò Graziani a non interessarsene più visto che prendeva lui stesso la direzione della cosa!
Tempo dopo Graziani, convocato dal Duce, lo trovò nervoso ed adirato, perché evidentemente a quell’importante progetto non era più stato dato un seguito concreto. Graziani allora espresse dei dubbi circa una condotta dello Stato Maggiore Generale in sintonia con i voleri di Mussolini.
Il Duce in stato d’ira ed a voce alta gridò: «Se Badoglio non si sente di farlo se ne vada, se ne vada. Qui non si tratta di me, ma degli interessi supremi della Patria!».
E quindi promise di far conoscere decisioni in merito.
Il 29 maggio però, a Palazzo Venezia, durante il rapporto con il Capo di Stato Maggiore Generale ed i tre capi di Stato Maggiore delle forze armate, Graziani trovò una atmosfera tranquilla e completamente diversa: era evidente che Mussolini aveva  soprasseduto nei suoi intenti di costringere Badoglio ad un chiarimento e magari alle dimissioni.
Conoscendo oggi tutta la situazione nel suo insieme se ne deduce che, dati i rapporti tra le nostre FF.AA e le istituzioni, in particolare Casa Savoia, Mussolini non poteva e non volle imporre a Badoglio -a viva forza- l’esecutività di un progetto ispirato dai tedeschi e comprensivo di un loro contributo d’armi, e neppure poteva fare a meno del Capo di Stato Maggiore generale proprio nell’imminenza della guerra.
Ma oltretutto, probabilmente, una nostra entrata in guerra era stata ripensata con una condotta bellica, almeno inizialmente, del tutto diversa da quella non molto prima richiesta a Graziani.
Nel corso della riunione Badoglio tenne anche a precisare: 
«Quindi è inteso che, da oggi, esiste un unico comando operativo, il mio. Attraverso il quale dovrà passare qualsiasi progetto o piano».
“Certamente”  sanzionò Mussolini, avallando quelle disposizioni.
Ma se Mussolini aveva soppesato tutti i pro ed i contro ed aveva valutato in questo modo il da farsi (forse anche dietro nuovi e imprevisti sviluppi della diplomazia sotterranea con gli inglesi), non aveva però tenuto conto che  Badoglio era un traditore già in piena attività e qualunque cosa facesse la faceva a vantaggio dei suoi “amici” francesi e dei “confratelli“.
La favorevole occasione strategica fu quindi perduta e sappiamo invece quello che accadde:  gli italiani, già schierati in posizioni difensive, dovettero poi attaccare, per la fretta che avevano preso gli avvenimenti, in ordine frontale e senza adeguata preparazione offensiva, quelle Alpi Occidentali che nessuno aveva pensato potessero superarsi in tal modo. L’Attuazione del piano della Porta Burgunda, da Badoglio fatto boicottare, avrebbe invece offerto ben diverse prospettive di successo.
Ricorda ancora Graziani:  «Allorché, dopo la conclusione dell’armistizio con la Francia, mi recai a far visita al Sovrano, egli mi disse: “Badoglio non voleva la guerra con la Francia”».
Le responsabilità di Mussolini
Certamente la lettura di questi episodi porta a rigettare su Mussolini la grave responsabilità di aver portato la nazione in guerra con gli altissimi quadri dirigenti delle forze armate inquinati da tradimento o meglio da personaggi non all’altezza, dediti più che altro ai propri interessi e sopratutto, inclini al connubio con gli anglo francesi. Ma allora il discorso cambierebbe prospettiva e bisognerebbe considerare la mancata eliminazione nel 1922 dell’Istituto monarchico e la mancata procedura, negli anni successivi, per attuare veramente una rivoluzione fascista che avrebbe dovuto rivoltare da capo a piedi tutte le strutture politiche e militari del paese.
Ma qui sorgerebbe un altra domanda: era in grado Mussolini di procedere in questo senso? Di far fuori Casa Savoia popolare tra gli italiani e che aveva legato il suo nome a Vittorio Veneto? Erano in condizioni le camice nere, sia nel 1922 o magari nel 1937 – ’38 dopo la proclamazione dell’Impero, quando Mussolini e il fascismo raggiunsero il massimo delle adesioni dagli italiani, di prevalere in uno scontro con l’Esercito, i carabinieri e quant’altro che, fedeli a Casa Savoia, li avrebbero affrontati? A tutte queste domande, la risposta è sicuramente negativa e neppure ininfluente è anche il fatto che attorno a Mussolini non c’erano di certo quei “quadri rivoluzionari” all’altezza di un compito del genere.
LA GUERRA PARALLELA
Anche successivamente all’entrata in guerra, almeno fino al 1942, la strategia bellica italiana, benché non più condizionata dall'”intesa” segreta celata nel “Carteggio”, seguì una sua linea, quella della guerra parallela, logica e consequenziale, in considerazione delle nostri esigenze geopolitiche, ma decisamente nefasta per le sorti della guerra (in particolare a causa del nostro scriteriato intervento in Grecia figlio non solo di tutta questa situazione ambigua ed anomala che la “guerra parallela” e il desiderio a non veder prevalere i tedeschi nelle aree di nostro interesse, determinava, ma anche di evidenti sabotaggi massonici).
Andò a finire, come tutti sanno:
– ad ottobre iniziò la scriteriata, sventurata e sabotata campagna di Grecia;
– a novembre ci fu il duro colpo alla nostra marina con la notte di Taranto;
– ed infine, a dicembre, il contrattacco inglese in Africa che travolse la Libia e, successivamente, pose fine per sempre al nostro impero coloniale nell’Africa orientale.
Ebbene, come quasi ad un segnale momento convenuto, fin da metà autunno 1940 andò formandosi spontaneamente e/o artatamente il circolo di coloro (Badoglio, Cavagnari, Caviglia, Ciano, Grandi, per citare i nomi più noti) che già puntavano ad una pace separata gettando a mare Mussolini, mentre la massoneria in svariati ambiti e settori era da tempo operativa nell’opera di sabotaggio di tutta la guerra.
Sembra che proprio dopo questi primi rovesci per le nostre forze armate ed il disastro subito dalla marina con la notte di Taranto, vi furono anche alti gradi della Marina che presero contatto con gli inglesi (tra dicembre ’40 e marzo 1941) non solo per impegnarsi a non consegnare la nostra flotta ai tedeschi, ma peggio ancora per vendere le nostre migliori navi ad un prezzo, definito dagli stessi inglesi irrisorio, richiedendo ovviamente anche un salvacondotto per loro e le proprie famiglie (su questo abominevole avvenimento Franco Bandini nel N. 287 del 1981 di Storia Illustrata fece un servizio memorabile).
Non a caso, a fine guerra, gli Alleati pensarono bene di inserire nel trattato di pace, imposto all’Italia, con l’art. 16, l’impunità retroattiva per tutti questi traditori che operarono a favore degli Alleati fin da allora, se non prima!
In ogni caso ebbe ben presto termine anche la nostra “guerra parallela”, perchè da quel momento in poi i tedeschi presero decisamente in mano la situazione operativa anche nei settori di nostra competenza.
Prima giunse in Sicilia il Decimo Corpo Aereo tedesco, poi il 19 febbraio 1941 venne formato ilDeutsches Afrika Korps che venne spedito in Libia e posto al comando di Rommel e oltretutto i tedeschi dovettero anche intervenire militarmente nei Balcani perchè la situazione divenuta incandescente in Jugoslavia, dopo il colpo di stato sfavorevole all’Asse di fine marzo 1941, rischiava di far crollare tutto un ampio teatro strategico.
Oggi, perduta la guerra e venuti alla luce episodi e personaggi che vi giocarono un ruolo sporco, possiamo tracciare un giudizio definitivo su fatti e uomini di quel periodo storico.
La nostra classe politica, sociale ed istituzionale di quegli anni si può infatti dividere così:
1.    in quelli, come Mussolini, che agirono, magari a volte sbagliando, tenendo presente esclusivamente gli interessi della Nazione, anche sacrificando a tal fine, gli aspetti  ideologici del fascismo, per altro identificato con i destini della Patria;
2.    in quelli che, invece, avevano a cuore solo ed esclusivamente i loro particolari interessi di casta e di bottega (casa Savoia, il Vaticano, la grande industria e la finanza, le componenti borghesi del paese e nel partito fascista) e che erano propensi unicamente ad appoggiare azioni sicure, con ilvento a favore, non comportanti rischi eccessivi e comunque, in caso di pericolo per i loro privilegi, erano persino disposti a buttare a mare, sicuramente il fascismo, ma persino la Patria: divennero infatti, tutti -senza eccezioni- dei traditori. Non a caso erano in stragrande maggioranza eredi del nostro risorgimento massonico e quindi anglofili e francofili per inclinazione naturale;
3.    ed infine in quelli che, ideologicamente, deliberatamente e coscientemente si attivarono, da sempre o in un secondo momento, per operare sabotaggi ed un autentico tradimento ai danni della Patria (massoneria, gerarchie delle FF.AA. vendute agli Alleati, antifascisti, ecc.).
A Mussolini si può forse addebitare la responsabilità di averci portato in guerra senza essere riuscito ad ottenere il completo controllo del potere o almeno la certezza che le sue direttive venissero rispettate.
Casa Savoia era di fatto un corpo estraneo alla Nazione a cui era legata solo in virtù dei suoi interessi di casta.
L’industria nazionale aveva praticamente sfruttato e raggirato il regime per impinguarsi a dismisura. Gli industriali, in particolare la Fiat e l’Ansaldo, ovvero le più grosse ditte impegnate nello sforzo bellico, avevano preteso e goduto di ogni facilitazione: pace sociale in fabbrica, monopolio nei prodotti rispetto alla concorrenza estera, protezioni doganali, ecc. E tutto questo senza dare in cambio un prodotto adeguato, come altresì si erano impegnate, perchè preferirono incentivare la produzione di apparati bellici che più gli erano remunerativi, a scapito di quelli più evoluti ed adeguati ad una guerra moderna. Questo “giochetto” gli fu anche possibile, grazie alla scarsa conoscenza tecnica degli armamenti da parte di Mussolini e a tutta quella cernita di manutengoli, anche nel Pnf, che per bassi interessi gli tennero il gioco. Il danno che gli industriali fecero, rispetto al nostro sforzo bellico, fu enorme, decisivo e non venne mai colmato.
La massoneria, vero cancro della nazione, era stata dal fascismo mandata in “sonno”, ma non certo estirpata definitivamente. E i suoi vecchi, storici legami con gli anglo francesi e soprattutto con l’Alta Massoneria internazionale, la risvegliarono al momento opportuno per fargli sabotare, criminosamente la guerra italiana.  I massoni potevano contare appoggi e contatti in elementi sparsi in tutta la scala gerarchica delle FF.AA, negli uffici statali, nelle Istituzioni, nel tessuto sociale, industriale, nella diplomazia, nel partito fascista, ecc.
Non gli fu difficile sabotare gli ordinativi di merci e materiali bellici, nascondere quella disponibilità di mezzi necessari alle campagne belliche, ritardare o boicottare certe disposizioni, instillare il disfattismo, insomma sabotare la guerra italiana in tutto e per tutto.
Generali, Ammiragli, e tanti alti quadri delle nostre forze armate, molti dei quali massoni, a cominciare da Badoglio, non erano oltretutto preparati ad una guerra moderna, non parliamo poi delle loro “doti” caratteriali, ma dimostrarono spesso di essere anche degli approfittatori della situazione che il regime fascista aveva creato per proiettare l’Italia ad alti compiti storici e geografici, ponendo loro automaticamente al massimo interesse dello Stato e della nazione a cui erano indispensabili. Inutile dire quale fu il risultato.
E lo stesso PNF, un elefantiaco partito popolare, con milioni di iscritti, sindacato, colonie, dopolavoro, ecc., poteva dirsi in massima parte in mano ad elementi che si crogiolavano nella retorica, non certo nell’impegno rivoluzionario. Il 25 luglio tutti i nodi vennero al pettine.
Queste, di non aver attentamente vigilato, di non essere intervenuto drasticamente, sono le “colpe” che possono ascriversi al Duce, sempre che si possa però dimostrare che Mussolini poteva essere in grado, con quel che passava il convento (partito, milizia e popolo italiano, di dare quella spallata, da seconda ondata, per prendere in mano tutto il potere.
A fine aprile 1945 Mussolini, di fatto abbandonato senza adeguata scorta militare nel comasco, in quel paesino lacustre di Menaggio, da pseudo comandanti fascisti desiderosi di arrendersi al più presto agli Alleati e magari riciclarsi nel dopoguerra come anticomunisti e antisovietici, si trovò inevitabilmente a passare in un crocevia di morte:
Morto lo volevano gli inglesi, per nascondere l’intesa con Churchill, una intesa che una volta svelata, avrebbe rivoltato tutta l’interpretazione storiografia della seconda guerra mondiale, squalificato il britannico agli occhi del mondo e complicato la politica internazionale degli inglesi soprattutto rispetto alla Jugoslavia di Tito.
Morto lo volevano gli americani, come ben sappiamo da una registrazione telefonica intercontinentale tra Churchill e Roosvelt del 29 luglio 1943, e questo nonostante che apparentemente e ufficialmente, gli americani dicevano, ma non facevano niente!, di volerlo catturare per processarlo e umiliarlo.
Morto lo volevano i sovietici (e i comunisti italiani, non muovevano foglia che Stalin non voglia), visto che Stalin voleva tenere nascoste certe “intese segrete” con l’Italia del ventennio, risalenti fin dal 1924 e che, praticamente, avevano preservato il nostro paese da attentati delle cellule comuniste (gli unici attentati furono quelli dei massoni e di Giustizia e Libertà), ma anche si voleva nascondere certi contatti, avvenuti nel primo semestre del 1943, quando l’Italia e l’Urss si trovarono concordi a sondare le possibilità di far uscire i sovietici dalla guerra.
Morto lo voleva il Re che paventava che venissero fuori le sue responsabilità nella guerra, dove lui, che aveva tutti gli interessi finanziari della Corona nelle banche di Londra, aveva condiviso,  eccome!,  l’ “intesa” con Churchill (il Re era sicuramente una di quelle 5 persone, indicate da Mussolini e al corrente degli accordi con il britannico.
Morto infine non dispiaceva neppure ai tedeschi di Wolff, che lo avevano tradito con la loro ignobile resa.
Ci meravigliamo che finì a Piazzale Loreto?
Lo storico Alessandro De Felice, forse nipote del celebre Renzo (ma non ne sono certo), ebbe a raccontare una confidenza che gli fece Leo Valiani: «La morte di Mussolini deve rimanere un mistero. Ed è meglio che sia così… Londra ha suonato la musica, ed il PCI è andato a tempo!».
Non a caso ebbe ad affermare l’altro celebre storico, il Renzo De Felice: «La documentazione in mio possesso porta tutta ad una conclusione: Benito Mussolini fu ucciso da un gruppo di partigiani milanesi su sollecitazione dei servizi segreti inglesi. C’era un interesse a far si che il capo del fascismo non arrivasse mai ad un processo. Ci fu un suggerimento inglese: ‘Fatelo fuori’, mentre le clausole dell’armistizio ne stabilivano la consegna. Per gli inglesi era molto meglio se Mussolini fosse morto. In gioco c’era l’interesse nazionale legato alle esplosive compromissioni presenti nel carteggio che il premier britannico avrebbe scambiato con Mussolini prima e durante la guerra».
Sono passati 70 anni da quegli avvenimenti, la guerra fu perduta e l’Italia venne colonizzata e inserita nel sistema occidentale della Nato. Un altra parte dell’Europa venne sottomessa al sistema sovietico del Patto di Varsavia. Per circa 40 anni tutta l’Europa ha avuto confini, popolazioni, governi, partiti politici e circoli culturali, divisi, anteposti: i fans della Nato da una parte  e i partigiani del Patto di Varsavia dell’altra: Scemi & più Scemi.
Un sistema perfetto per tenere sottomessa tutta l’Europa, scompaginarla, rimodellarla in un Nuovo Ordine Mondiale, diluirla infine in un miscuglio multietnico.
E dopo il “crollo del muro” questo Nuovo Ordine Mondiale ha mostrato definitivamente il suo volto: quello del dominio incontrastato e in ogni campo dell’Alta Finanza cosmopolita, quegli interessi finanziari che già furono alla base delle vere cause della Seconda Guerra mondiale.
In un ultimo scritto di Mussolini, si può leggere:
«Tra le cause principali del tracollo del fascismo io pongo la lotta sorda ed implacabile di taluni gruppi industriali e finanziari, che nel loro folle egoismo temevano ed odiano il fascismo come il peggior nemico dei loro inumani interessi. Devo dire per ragioni di giustizia che il capitale italiano, quello legittimo, che si regge con la capacità delle sue imprese, ha sempre compreso le esigenze sociali, anche quando doveva allungare il collo per far fronte ai nuovi patti di lavoro».
In una sua sottolineatura a matita, come era uso fare, di un discorso di Churchill ai Comuni del maggio 1944, Mussolini aveva evidenziato quanto segue:
«La giustizia dovrà essere fatta ed il castigo cadrà sui malvagi e sui crudeli. Gli sciagurati che hanno macchinato per soggiogare prima l’Europa e quindi il Mondo devono essere puniti. Così dovranno esserlo anche i loro agenti che in tante nazioni hanno perpetrato orribili delitti. Essi devono essere condotti ad affrontare il giudizio delle popolazioni che hanno oltraggiato, sulle stesse scene delle loro atrocità».
Stiamo ancora aspettando che Giustizia si compia.         
* * *
Commiato
Come abbiamo avuto modo di affermare, le ragioni degli Stati e le necessità geopolitiche delle nazioni spesso non vanno di pari passo con le ideologie e gli ideali di partito.
Cosicché abbiamo visto che nella nostra decisione di scendere in guerra pesarono decisamente ragioni di ordine geopolitico e necessità contingenti, tra le quali quella certa “intesa” con Churchill.
Ma abbiamo anche detto che la Storia può e deve essere vista in una prospettiva che la trascende e che al di là di certe necessità internazionali e sotterfugi contingenti, pur si finisce per trovare lo scontro di “civiltà”.
È per questo che ci congediamo, riportando il testo della dichiarazione di guerra di Mussolini, nel suo storico discorso da piazza Venezia, alle 18 del 10 giugno 1940. Qualunque fossero state le vicissitudini che si ebbero dietro le quinte di quella decisione, non si può che sottoscrivere, parola per parola, quelle frasi che resteranno per sempre nella Storia.
Combattenti di terra, di mare e dell’aria.
Camicie nere della rivoluzione e delle legioni.
Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania.
Ascoltate!
Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili.
La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.
Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano.
Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue Stati. La nostra coscienza è assolutamente tranquilla.
Con voi il mondo intero è testimone che l’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa; ma tutto fu vano. Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l’eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che le hanno accettate.
Bastava non respingere la proposta che il Führer fece il 6 ottobre dell’anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia. Ormai tutto ciò appartiene al passato.
Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l’onore, gli interessi, l’avvenire ferreamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia.
Noi impugniamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano
Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione.
È la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra.
È la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto.
È la lotta tra due secoli e due idee.
Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l’Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate.
Italiani!
In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo. Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose Forze Armate.
In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla Maestà del re imperatore, che, come sempre, ha interpretato l’anima della patria. E salutiamo alla voce il Führer, il capo della grande Germania alleata.
L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai.
La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti.
Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: Vincere!
E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.
Popolo italiano!
Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!

Maurizio Barozzi     

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Sbarco in Normandia: la storia vera

Sbarco in Normandia: la storia vera

(M.Blondet 09-06-14)
«Lo sbarco del 6 giugno è stato affare degli anglo-sassoni, da cui la Francia è stata esclusa.
Erano totalmente decisi a installarsi in Francia come in territorio nemico!
Come stavano facendo in Italia, e come si preparavano a fare in Germania!
E voi volete che vada a commemorare il loro sbarco, il quale non era che il preludio ad una seconda occupazione del paese?
No, non contate su di me!».

Questa frase non è stata pronunciata da Marine Le Pen, né da un reduce del collaborazionismo filo-nazista o da qualche vecchio arnese del fascismo.
È la frase con cui il Generale De Gaulle – il capo della Resistenza francese – rifiutò di presenziare alle celebrazioni del 20 anniversario del D-day in Normandia.
Era il 6 giugno 1964. Le diplomazie di Londra e Washington si spaventarono: l’assenza del Generale alle feste della vittoria alleata sarebbe stata uno scandalo.
Insistettero presso il Governo francese. George Pompidou, che aveva già ricevuto il rifiuto, mandò avanti Alain Peyrefitte. Il quale ricevette, ascoltò ed annotò una lezione di storia e di europeismo secondo De Gaulle.
«No, la mia decisione è presa! La Francia è stata trattata come uno scendiletto!
Churchill mi ha convocato ad Algeri, il 4 giugno; mi ha fatto venire sul treno dove aveva stabilito il suo quartier generale, come un castellano chiama il suo maggiordomo col campanello. E mi ha annunciato lo sbarco, senza che fosse prevista la partecipazione di alcuna unità francese. Abbiamo litigato di brutto: io gli ho rimproverato di essere agli ordini di Roosevelt, invece di imporre una volontà europea! [calca la parola «europea», riporta Peyrefitte].

Churchill mi ha gridato a tutta forza: “De Gaulle, prendete atto che quando avrò da scegliere tra voi e Roosevelt, sempre sceglierò Roosevelt! Quando avremo da scegliere fra i francesi e gli americani, preferiremo sempre gli americani! Quando dovremo scegliere fra il Continente e l’Atlantico, sceglieremo sempre l’alto mare!”».
I mezzi da sbarco del D-Day non portarono solo armi e soldati; portavano bauli interi di AMGOT (Allied military government for occupied territories), ossia banconote d’occupazione stampate in USA
Gli eroici G-men ne portavano mazzi interi nelle tasche, con cui avrebbero «comprato» (leggi: confiscato) i beni di lusso francesi, e – come vedremo – i gioielli delle ragazze francesi (la propaganda gliele aveva dipinte come facili e vogliose di sesso, una versione europea della «faccetta nera bella abissina»).
De Gaulle, arrivato sul suolo della patria solo il 27 giugno (gli alleati lo avevano dimenticato a Londra), si dichiarò capo del Governo provvisorio della Repubblica Francese e fra i primi suoi atti vietò la circolazione di quella «moneta falsa» (come la chiamò).
I prefetti francesi lo assecondarono; anzi il commissario per la Normandia, Francois Coulet, lo aveva addirittura anticipato: già dal 14 giugno aveva istruito le banche di incassare quelle banconote e di non rimetterle in circolazione. Il progetto alleato di imporre il comando militare di occupazione sulla Francia, fu fatto così fallire.
Interessante anche il seguito del battibecco:
Alain Peyrefitte : – Eisenhower et Montgomery ci vanno, Generale…
Charles-de-Gaulle : – Sono degli attori… Si fanno pagare. Caro, per andare in televisione…

Si sente la mancanza di un politico europeo così esplicito, oggi. E di nuovo sbottò:
«Credete che gli Americani e gli Inglesi sono sbarcati in Normandia per farci piacere?
Gli Americani si preoccupavano di liberare la Francia tanto quanto i Russi di liberare la Polonia… Ciò che volevano era avanzare a Nord lungo il mare per distruggere le basi di V 1 e V 2, prendere Anversa e assaltare la Germania…».

Gli alleati videro molto male l’arrivo di De Gaulle in Francia (non l’avevano invitato; dello sbarco l’avevano tenuto all’oscuro fino al 4, come s’è visto) e il fatto che, sgomitando ed imponendosi, aveva trasformato il Comitato di Liberazione Nazionale (CFLN – la resistenza, diciamo) in Governo provvisorio. Secondo loro, non era «democratico».
In attesa prove democratiche della rappresentatività del Governo, il ritorno all’ordine della Francia sarebbe stato meglio fosse curato dal Generale Eisenhower.
De Gaulle aveva già litigato furiosamente con Eisenhower a Londra, il 4 giugno; il rifiuto di accettare l’Amministrazione provvisoria alleata della patria lo indusse, da quel momento, a considerare gli anglo-americani come un potere avverso.
Marocchinate dai GI
Come in realtà era stato. Gli alleati, nella notta tra il 5 e 6 giugno 1944, lanciarono sulla Normandia 7616 tonnellate di bombe, compiendo 11085 missioni aeree.
Il numero dei civili francesi uccisi da questo bombardamento intensissimo durato 24 ore ininterrotte, molte migliaia, non è stato mai voluto accertare.
Dal 13 giugno 1940 (la ritirata inglese da Dunkerque) fino al 14 aprile 1944, i bombardieri «alleati» lanciarono sulla –Francia altre 518 mila tonnellate di bombe per smantellare il dispositivo militare tedesco, trattando esattamente il territorio come nemico.
Trecentomila abitazioni furono distrutte. Sotto le bombe amiche morirono 57 mila civili francesi.
I feriti sono stati 74 mila.
Nessuna di queste vittime viene commemorata dalle celebrazioni ufficiali del D-Day. e dalla retorica hollywoodiana seguente.
Un monumento per queste vittime civili è stato proposto solo oggi, sarà forse realizzato nel 2016.
Un’anche più spessa coltre di omertà copre un altro genere di vittime: le ragazze e donne maritate francesi costrette a subire le esazioni sessuali degli eroici combattenti americani, come compenso per essere state «liberate».

«Gli alti comandi USA avevano voluto “vendere” lo Sbarco come avventura erotica, solo modo di galvanizzare i fantaccini spediti sotto le tempeste d’acciaio di Omaha Beach», ha rievocato lo storico Grégoire Kauffmann su L’Express (Amours… la face cachée du Débarquement).
«Così disinibita, la libido dei GI diventò impossibile da contenere… In Normandia, in Bretagna, in Champagne, i boys facevano l’amore dappertutto, in pieno giorno, davanti ai bambini», ha scritto la storica americana Mary Louise Roberts. (Les GI et des femmes. Amours, viols et prostitution à la Libération, par Mary Louise Roberts. Trad. dall’americano da Cécile Deniard et Léa Drouet. Seuil)
«Per timore delle malattie veneree, le autorità americane tenteranno invano di inquadrare il caos.
Lo Stato Maggiore cerca di “dare degli esempi” impiccando pubblicamente dei soldati negri accusati di stupri (almeno 46), capri espiatori di una armata fondata sulla segregazione razziale».
D’accordo, «il contrasto fra l’indigenza francese e l’opulenza yankee favorisce tutte le combines (..).».
La prostituzione di necessità fu una parte dell’orgia.
Un reduce americano ha raccontato alla Roberts come sia ancora convinto di essere sbarcato in un Paese di donne facili e di mariti cornuti.
«L’Europa d’oggi è popolata di piccolo-borghesi rispettabili che, almeno una volta nella vita, hanno allargato le cosce in cambi di una pagnotta».
«La storia deve rettificare il mito delle gesta eroiche del liberatore accolto degli evviva di un popolo riconoscente. Il ricorso perentorio alla metafora erotica, lo sprezzo delle sfumature… lo tsunami sessuale è uno degli ultimi tabù della seconda guerra mondiale».

I civili così trattati furono però in qualche modo ricompensati: gli Americani lasciarono a loro 700 mila prigionieri di guerra Tedeschi, liberandosi di un peso morto che non sapevano né volevano sfamare.
Dopo il trattamento comune delle prime settimane – insulti, sputi, percosse, ammucchiati in campi di concentramento improvvisati dove infuriavano la fame, il freddo e il tifo (la Croce Rossa lo segnalerà con allarme) – i buoni francesi misero questi loro schiavi a lavorare: lavorarono fino al 1948, strani prigionieri di guerra in tempo di pace: nelle miniere di carbone, allo sminamento, manodopera a prezzo zero.Ultimo dettaglio sul glorioso sbarco: il primo francese in divisa a morire nello sbarco si chiamava Emile Bouétarda, paracadutista, lanciato nella notte del 5-6 giugno sulla sua Bretagna (era nato lì) per prendere contatto con la resistenza e organizzare i sabotaggi dietro le linee.
La divisa che portava era britannica: Emile era inquadrato nelle SAS.
Fu sfortunato; incappò sùbito in una formazione nazista; ferito alla spalla, un ausiliario della Wermacht lo finì con una sventagliata della Maschinenpistol: l’uomo in divisa tedesca era quasi certamente un ucraino – membro dell’Armata Vlasov, inquadrata nell’esercito germanico.
Questo post è tratto dalla rivista on-line EffediEffe sito di informazione a cui consiglio caldamente un abbonamento (50€ spesi benissimo)

Aggiunto da SOCIALE – in francese.

Les Libérateurs Américains: la face cachée du problème!
http://www.youtube.com/watch?v=gQNstsVwXko&hd=1


Gli anni bui della Rivoluzione francese: crimini e genocidi

Nella mentalità europea la rivoluzione francese è considerata generalmente un avvenimento positivo perché, nonostante i crimini compiuti in questo periodo siano ormai noti, viene associata alla finedellAncien Règime e alla proclamazione dei diritti dell’uomo. Anche molti cattolici sono oggi di questo avviso. Eppure paradossalmente in quell’epoca avvenne una delle peggiori persecuzioni anticristiane della storia.
In realtà, lo scontro tra Chiesa e Rivoluzione inizialmente era tutt’altro che scontato. La maggior parte del clero aveva infatti accolto favorevolmente i moti dell’89 tanto che alla costituzione dell’Assemblea nazionale quattro vescovi e 149 preti si unirono al terzo stato. Il clerovotò a favore dell’abolizione della decima e non vi furono particolari problemi quando si decise di nazionalizzare i beni della Chiesa, ma i rapporti si ruppero quando i legislatoripretesero di avere poteri decisionali in materie attinenti al campo spirituale.
Infatti i rivoluzionari, oltre a decretare lo scioglimento degli ordini religiosi che non si dedicassero all’insegnamento e all’assistenza, emanarono nel luglio del 1790 la costituzione civile del clero che prevedeva la riduzione delle diocesi da 130 a 83, l’elezione dei vescovi e dei curati e l’abolizione di ogni giurisdizione del papa sulla Francia venendo a creare di fatto una chiesa nazionale scismatica. Questo provvedimento fu assai controproducente perché diede un aiuto fondamentale alla controrivoluzione e spinse il papa Pio VI (che pur critico verso la rivoluzione si era astenuto da pronunciamenti ufficiali) ad una condanna pubblica. Il clero si divise tra i “refrattari” che si rifiutarono di giurare fedeltà alla costituzione e i “costituzionali” che invece accettarono di farlo (questi ultimi composti da 7 vescovi e circa metà del basso clero anche se vi furono numerose defezioni in seguito alla condanna papale). Il clero refrattario inizierà perciò ad essere accusato di tendenze aristocratiche e controrivoluzionarie.
La situazione religiosa peggiorò con l’avvento della repubblica. Dopo la destituzione del re nell’agosto del 1792, l’Assemblea Costituente emanò una serie di normative antireligiose: la deportazione dei preti refrattari che non avessero lasciato il paese entro 15 giorni (salvo poi negare i passaporti per tenere i preti come ostaggi), la confisca delle campane, lo scioglimento degli ordini religiosi caritativi e il divieto di fare processioni o di indossare l’abito talare al di fuori degli edifici di culto. Anche il clero costituzionaleincomincerà a essere perseguitato perché sospetto di tendenze monarchiche e moderatismo e, del resto, molti rivoluzionari non vedevano alcuna differenza tra le due Chiese. Durante il Terrore, si ebbe la cosiddetta “Scristianizzazione” nella quale i “rappresentanti in missione” influenzati del materialismo tardo-illuminista distrussero oggetti sacri, profanarono chiese e costrinsero all’abiura parecchi preti costituzionali. Venne inoltre adottato il calendario rivoluzionario in sostituzione a quello ecclesiastico e le decadi al posto delle settimane. Non tutti i politici francesi però condividevano la politica di scristianizzazione perché vi era il timore di perdere l’appoggio della maggioranza del popolo rimasta religiosa e d’inimicarsi le nazioni neutrali.
Nel 1795, perciò, si acconsentì alla riapertura delle chiese e lo stato rinunciò al finanziamento del culto. Non vi fu però una vera libertà perché le manifestazioni pubbliche di religiosità rimasero vietate e la repubblica proseguì con la laicità d’attacco, imponendo il calendario repubblicano in tutti gli atti della vita pubblica e il festeggiamento delle decadi al posto delle festività cristiane. Solo sotto Napoleone Bonaparte ebbe fine la fase più anticattolica della rivoluzione, grazie al Concordato stipulato nel 1801. Ilfuturo imperatore considerava però la Chiesa un mero strumento di governo e con gli “Articolo Organici”subordinò strettamente il clero allo stato (per una brevi sintesi sulle misure antireligiose dei rivoluzionari, seppur benevola verso quest’ultimi, si veda A. Soboul, La rivoluzione francese, Roma 1998 pp. 466-468).
La politica antireligiosa suscitò scontento tra la popolazione sfociando in alcuni casi in aperte rivolte. La più importante tra queste fu quella che scoppiò in Vandea. Vi erano già stati segnali di malumore in questa regione quando venne approvata la costituzione civile del clero e i vandeani accolsero con sfavore la notizia dell’esecuzione del sovrano. La goccia che fece traboccare il vaso fu la notizia della coscrizione obbligatoria di 300000 uomini: “Hanno ucciso il nostro Re; hanno cacciato via i nostri preti; hanno venduto i beni della nostra chiesa; hanno mangiato tutto quello che avevamo e adesso vogliono prendersi i nostri corpi… No, non gli avranno”, dichiararono gli insorti vandeani del villaggio di Doulon. Essi si proclamarono perciò realisti e cattolici, ritorcendo contro la Repubblica il diritto all’insurrezione per ottenere la libertà.  La pessima organizzazione delle truppe rivoluzionarie permise agli insorti di prendere il controllo di una vasta area del paese, che le truppe rivoluzionarie avrebbero dovuto riconquistare palmo a palmo. I ribelli riuscirono ad infliggere pesanti perdite ai repubblicani applicando la tattica della guerriglia e per domare la rivolta, i parigini ricorsero a metodi brutali. In entrambi i fronti si ebbero atrocità, ma quello che fecero i rivoluzionari fu così terribile che alcuni studiosi hanno persino parlato di “genocidio”. I massacri più sanguinosi avvennero tra l’altro nel 1794 quando la rivolta era stata in gran parte domata: migliaia di prigionieri vennero brutalmente assassinati. Le azioni più sanguinose si ebbero a Nantes doveJean-Baptiste Carrier, oltre alla ghigliottina, integrò quelle che lui definiva «deportazioni verticali» ossia gli annegamenti nelle acque della Loira: vennero praticati dei fori sulle fiancate dei barconi a chiglia piatta sui quali s’inchiodavano delle tavole di legno che poi venivano schiodate quando le barche erano al centro del fiume, portando così alla morte per annegamento alle vittime legate. In un primo tempo questi annegamenti furono limitati ai sacerdoti, ma presto si estesero ad un numero sempre maggiore di persone (si calcola che le vittime nella sola Nantes siano state tra le duemila e le quattromilaottocento).
Nei mesi di febbraio e marzo del 1794, le forze repubblicane intrapresero attraverso la regione ribelle una marcia «pacificatrice». Le dodici “colonne infernali” del maresciallo Turreau massacrarono ogni personache trovarono sul loro cammino, uccidendo anche vandeani di provata fede repubblicana. Le violenze e le uccisioni su donne e bambini erano all’ordine del giorno. Si calcola che su una popolazione di poco superiore alle 800.000 persone, i vandeani uccisi siano stati più di 117.000 (ma alcuni si spingono fino a 250000, cfr. S. Schama, Cittadini. Cronaca della rivoluzione francese, Milano 1989 pp. 813-817).
Questi massacri non furono dovuti alla semplice brutalità della guerra, ma vennero incitati (se non espressamente ordinati) dai deputati della Convenzione, come apprendiamo dai documenti rinvenuti. Il generale Westermann così scriveva ad esempio al Comitato di Salute Pubblica nel dicembre del 1793: “Non esiste più Vandea, cittadini repubblicani, essa è morta sotto l’albero della libertà con le sue donne e i suoi bambini (…) Eseguendo gli ordini che mi avete dato, ho fatto calpestare i bambini dai cavalli, ho fatto massacrare le donne che almeno non partoriranno più briganti. Non ho prigionieri per i quali possa rimproverarmi”. Anche il deputato Carrier ammetterà candidamente di aver ricevuto “l’ordine di sterminare la popolazione in modo da poter ripopolare il paese in più in fretta possibile con cittadini repubblicani”. Secondo lo storico Reinald Secher, il genocidio vandeano fu quindi concepito, organizzato e messo in atto dal Comitato di Salute Pubblica ovvero, tra gli altri, da Robespierre in persona. (Lorenzo Fazzini, E Robespierre disse: cancellate i vandeaniAvvenire, 21 ottobre 2012). La fine dei massacri si ebbe con l’avvento dei termidoriani che stipularono diversi accordi con i ribelli nella quale promettevano di rispettare la loro fede e i loro beni, ma la pace durò pochi mesi e si ebbero in seguito altri focolai di guerriglia.
Simili insurrezioni si ritroveranno anche nei territori occupati dai francesi. In Belgio i contadini cominciarono ad abbattere gli alberi della libertà sostituendoli con delle croci, in Lussemburgo i francesi dovettero impiegare una battaglia in piena regola per vincere la ribellione e provvidero a deportare molti preti sull’isola di Ré, mentre nello stato Pontificio le truppe francesi venivano spesso assalite da gruppi di contadini guidati dai rispettivi parroci. Tutto questo accade dopo che l’occupazione di Roma e l’esilio del pontefice, aveva fatto credere ai rivoluzionari d’aver schiacciato il “fanatismo” e portato la pace universale (F. Furet – D. Richet, La rivoluzione francese, Bari 1974 pp. 534-535).
La rivoluzione francese ebbe indubbiamente grandi meriti, ma ebbe anche la colpa di aver creato un nuovo fanatismo di tipo ideologico che guardava ai suoi avversari come esseri privi di tratti umani e che scatenò atrocità che nulla avevano da invidiare a quelle provocate in nome del fondamentalismo religioso.

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LE "NOYADES" DI NANTES

Autunno 1793, il Terrore imperversava a Parigi e in tutta la Francia, il Comitato di Salute Pubblica, stretto attorno a Robespierre, si affannava a punire con la morte tutti i nemici della repubblica, sospendendo, o meglio negando, i principi di libertà e di fraternità che avevano tenuto a battesimo la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino dell’agosto 1789. Solo l’eguaglianza sopravviveva, seppur trasfigurata nell’imperativo di asservire con il Terrore tutti i cittadini alla repubblica, al fine di salvare la repubblica stessa.
La deriva verso il più feroce estremismo fu graduale, dettata dalla politica contingente. Nel gennaio del 1793 la decapitazione di Luigi XVI, dopo un processo farsesco, radicalizzò lo scontro con le monarchie europee. La guerra, voluta nell’aprile del 1792 dai girondini per smascherare le ambiguità dei foglianti e della monarchia e assicurare lauti profitti alla borghesia mercantile, si trasformò in uno scontro ideologico, in cui la Francia regicida era costretta a lottare per la propria sopravvivenza, dal momento che la ghigliottina aveva troncato insieme alla testa di Luigi XVI ogni ipotesi di compromesso e di convivenza con il resto dell’Europa.

Dopo aver invocato la guerra i girondini si mostrarono incapaci di gestirla sia sul piano politico che su quello militare. 

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Maximilien de Robespierre

L’esercito francese non era pronto: gli equipaggiamenti erano insufficienti, l’emigrazione aveva gravemente indebolito il corpo ufficiali. Su 9000 ufficiali la metà aveva abbandonato la Francia. I battaglioni di volontari, pur animati dall’entusiasmo suscitato dalla propagandarivoluzionaria, che presentava la guerra come una crociata per la sopravvivenza della Francia e l’instaurazione della libertà universale, erano privi di un adeguato addestramento. Il proposito di Dumouriez, posto dai girondini a capo dell’esercito, di superare i vistosi limiti della sua armata grazie a una guerra breve, resa più agevole per le armi francesi dall’insorgere delle popolazioni confinanti al richiamo dei valori della rivoluzione, divenne utopia dopo il gennaio 1793.
Tra febbraio e marzo del 1793, l’Inghilterra e la Spagna ruppero la loro preoccupata neutralità e dichiararono guerra alla Francia. L’improvviso estendersi del conflitto impose la chiamata sotto le armi di oltre 300.000 uomini, accendendo forti resistenze in tutto il Paese. 
Nel marzo del 1793 il generale Dumouriez, i cui legami con i girondini erano ben noti, concluse segretamente un armistizio con gli austriaci e tentò di organizzare un colpo di stato, ma il rifiuto delle sue truppe di volgersi contro la Convenzione lo costrinse a consegnarsi al nemico.
Il tradimento di Dumouriez gettò l’ombra del sospetto sui girondini e diffuse in tutta la Francia una nuova ondata di panico a cui seguì la persecuzione dei nemici veri o presunti della rivoluzione. Ovunque, su iniziativa dei sanculotti, nacquero Comitati di Sorveglianza che si incaricarono di controllare e di fermare i sospetti.
All’inizio di aprile i giacobini acuirono la loro animosità verso i girondini accusandoli di tradimento e di colpevole debolezza nella condotta della guerra e invocando misure straordinarie come il calmiere dei prezzi e le requisizioni per soddisfare le pressanti necessità dell’esercito e delle classi popolari. 
Sempre più logorati e incalzati dall’offensiva giacobina, i girondini dovettero concedere prima l’abolizione dell’inviolabilità dei deputati contro cui esistessero forti presunzioni di complicità con i nemici della rivoluzione; poi l’istituzione, sotto l’influsso di Danton, di un Comitato di Salute Pubblica per coordinare gli sforzi bellici; infine l’introduzione di un calmiere dipartimentale dei prezzi dei foraggi e dei cereali.
Tali concessioni non furono tuttavia sufficienti a evitare la caduta della Gironda.
Nel giugno del 1793, esasperati dall’andamento assai incerto della guerra, i sanculotti dei sobborghi di Parigi, con la piena complicità dei giacobini, accerchiarono la Convenzione e chiesero l’arresto dei deputati girondini. La convenzione cedette, aprendo così la strada alla dittatura giacobina.

La teoria, elaborata fin dal 1789 da Sieyès, del potere illimitato e assoluto delle assemblee rappresentative incaricate dalla nazione sovrana di produrre una nuova costituzione si saldò con le invocazioni di Marat all’avvento di un dittatore capace di vincere l’inerzia e la volubilità delle masse e di liberare la giovane repubblica da quanti all’interno e all’esterno intendevano soffocarla, instaurando così libertà, felicità e prosperità definitivamente. Le incertezze dell’andamento della guerra, il degenerare della contrapposizione politica tra girondini e giacobini, l’estremismo della base rivoluzionaria, il dilagare dell’ossessione per i tradimenti e le cospirazioni controrivoluzionarie deformarono il nucleo ideologico e giuridico della rivoluzione, rappresentato dalla teoria di Sieyès del potere costituente, sino ad inglobarvi anche l’idea della dittatura terroristica giacobina, intesa come una fase transitoria, ma indispensabile, violentissima, ma salvifica.
Dopo aver epurato la Convenzione dei “traditori” girondini, il gruppo dirigente giacobino si affrettò, con l’appoggio della pianura, preoccupata di essere tacciata di tiepido spirito rivoluzionario, ad approvare una nuova costituzione molto avanzata sul terreno della democrazia politica, grazie all’introduzione del suffragio universale e del referendum popolare, e con caute aperture alla democrazia sociale, attraverso l’affermazione del principio generale dell’assistenza pubblica agli indigenti. L’assolvimento del compito costituente della Convenzione non fece tuttavia svanire le minacce all’edificio rivoluzionario, anzi le alimentò, fornendo ampie giustificazioni al differimento dell’applicazione della nuova costituzione sino alla pace e al consolidamento del potere nelle mani dei giacobini.

Soltanto dopo aver saldamente assunto il potere Robespierre si preoccupò di chiarire sul piano teorico la legittimità della dittatura rivoluzionaria. Nel rapporto Sui principi del

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Charles François Dumouriez

governo rivoluzionario del 5 nevoso II (25 dicembre 1793) scrisse: «Il fine del governo costituzionale è di conservare la Repubblica; quello del governo rivoluzionario di fondarla. La rivoluzione è la guerra della libertà contro i suoi nemici; la costituzione è il regime della libertà vittoriosa e tranquilla. [.] Il governo costituzionale si occupa principalmente della libertà civile [cioè della garanzia delle libertà individuali]; e il governo rivoluzionario della libertà pubblica [cioè la salvezza della comunità e l’indipendenza della nazione]. Sotto il regime costituzionale basta proteggere gli individui contro gli abusi del potere pubblico; sotto il regime rivoluzionario il potere è costretto a difendersi contro tutte le fazioni che lo attaccano. Il governo rivoluzionario deve ai buoni cittadini tutta la protezione nazionale; ai nemici del popolo non deve che la morte». Prima di ottenere una definitiva formulazione teorica la dittatura giacobina fu costruita giorno dopo giorno, emergenza dopo emergenza, ribellione dopo ribellione, atrocità dopo atrocità, dilapidando il patrimonio ideale della rivoluzione con l’intento di preservarlo.
L’arresto dei girondini, eliminando dalla scena politica i fautori di una politica moderata, sensibile alla difesa della libertà economica, alimentò in molte province, soprattutto nel sudest, lo spirito di ribellione. Bordeaux, Marsiglia, Tolone, Montbrison e Lione insorsero.
La sollevazione della Vandea, iniziata nel mese di marzo per porre fine alla coscrizione e alla persecuzione dei preti refrattari, assunse nel corso dell’estate del 1793 dimensioni imponenti, mettendo in fuga le armate inviate prontamente da Parigi con il compito di ristabilire l’ordine.
Le sorti della guerra intanto volgevano a sfavore della Francia: tutti i territori occupati erano stati riconquistati dal nemico, Parigi stessa era esposta a gravissimi rischi.
Alle difficoltà politiche e militari si aggiungevano quelle economiche: l’inflazione continuava a crescere e l’assegnato a svalutarsi. Le derrate alimentari che affluivano nei mercati erano insufficienti a sfamare la popolazione.
Di fronte a questa grave situazione, prossima alla disgregazione della Francia, i giacobini diedero prova di grande fermezza, mettendo però da parte ogni residuo di spirito umanitario. Nel luglio del 1793, essi ottennero dalla Convenzione la ristrutturazione del Comitato di Salute Pubblica che fu trasformato in un governo di guerra, dotato di ampie competenze in tutti i campi: dal controllo dell’ordine pubblico alla diplomazia, dalla regolazione delle attività economiche alla condotta delle operazioni militari. Per enfatizzare il carattere transitorio della dittatura giacobina il decreto del 14 Frimaio II (4 dicembre 1793), che riorganizzò il governo rivoluzionario, stabilì la rielezione mensile da parte della Convenzione dei membri del Comitato. Tale ossequio formale alla centralità della Convenzione nel sistema politico non impedì che il Comitato finisse di fatto per imporsi sull’assemblea rappresentativa. La rielezione dei membri dell’esecutivo divenne una pura formalità, dal momento che il governo rivoluzionario giacobino possedeva efficaci strumenti di ricatto, di intimidazione e, all’occorrenza, di repressione nei confronti di qualsiasi oppositore, dentro e fuori la Convenzione.

Danton, ritenuto ondivago e incline al compromesso, fu messo da parte; la guida del Comitato passò nelle mani uomini come Billaud-Varenne, Collot-d’Herbois, Barrère, Lindet, Couthon, Carnot, Saint-Just e Robespierre che diedero vita a un organismo politico estremamente compatto, che non esitò a sospendere le garanzie liberali e la democrazia stessa pur di imporre al paese la disciplina necessaria a sostenere lo scontro con i nemici interni ed esterni della rivoluzione.
Al Comitato di Salute Pubblica fu affiancato il Comitato di Sicurezza Generale, anch’esso rieletto di mese in mese, con una competenza specifica sulla polizia politica e sulla giustizia rivoluzionaria. Tra i due comitati, detti di governo, il primo finì per prevaricare sul secondo.
Nei dipartimenti l’organizzazione amministrativa fu semplificata e improntata alla più rigida centralizzazione. Si impose alle municipalità di rendere conto della loro attività, in particolare quella repressiva nei confronti dei sospetti di attività controrivoluzionarie, ogni dieci giorni ai distretti, che dovevano poi riferire al governo rivoluzionario centrale.
In agosto il Comitato di Salute Pubblica decretò la leva in massa di tutti i giovani tra i 18 ed i 25 anni e pose tutti gli altri cittadini in stato di requisizione, in modo da poterli impiegare, all’occorrenza, nelle fabbricazioni di guerra e nelle retrovie. Grande attenzione riservò anche alla crisi economico-finanziaria. Introdusse il calmiere dei prezzi che inizialmente riguardò soltanto i cereali per poi estendersi gradualmente a quasi tutti i beni ed ai salari.
Il calmiere, unito alle requisizioni dei prodotti alimentari e delle materie prime, stabilizzò l’inflazione e garantì la sussistenza sia delle classi popolari, sia dell’esercito. Neppure il commercio estero sfuggì al controllo del comitato.

L’economia francese fu dunque in gran parte nazionalizzata, sia direttamente,

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Fucilazioni a Lione

attraverso la creazione di manifatture di stato, sia indirettamente, mediante la fornitura di materie prime e di mano d’opera, il controllo della produzione, la requisizione dei prodotti, l’imposizione di prezzi e salari.
Tutte le misure adottate per la regolazione dell’economia non furono per il comitato il frutto di un disegno ideologico, ma un espediente straordinario e transitorio per affrontare le necessità della guerra.
L’alleanza stretta dai giacobini con l’ala sinistra della rivoluzione, rappresentata dai sanculotti delle sezioni parigine, favorì inoltre lo sviluppo del movimento di scristianizzazione. Il clima di mobilitazione patriottica incoraggiò le sezioni rivoluzionarie ad estendere anche al clero costituzionale l’odio che già da tempo investiva i preti refrattari. I rivoluzionari più intransigenti iniziarono a considerare la Chiesa al servizio della controrivoluzione e ne invocarono l’estirpazione dal corpo della società francese.
Rispetto a questo movimento della base rivoluzionaria il Comitato di Salute Pubblica ebbe un atteggiamento oscillante. Da principio assecondò la scristianizzazione tollerando la chiusura delle chiese, introducendo il calendario repubblicano che eliminava dalla vita quotidiana ogni riferimento al cristianesimo per celebrare invece la patria, le stagioni ed i mestieri; poi si sforzò di contenerla. Robespierre riteneva pericolosa la scristianizzazione in quanto da un lato avrebbe fomentato l’ateismo, lontano dalla sensibilità popolare e foriero di immoralità pubblica e privata; dall’altro avrebbe fanatizzato i già numerosi nemici della repubblica. Sulla base di tali considerazioni il comitato rifiutò di dare una sanzione formale alla scristianizzazione imponendo per legge il divieto di culto.

Il principale strumento di governo del Comitato di Salute Pubblica fu il Terrore, cioè la condanna a morte, spesso a seguito di processi sommari, talvolta senza neppure un simulacro di processo, di tutti i sospetti oppositori della dittatura giacobina: nobili, preti refrattari, cittadini stranieri, simpatizzanti girondini, accaparratori di generi alimentari, commercianti che eludessero il calmiere dei prezzi. Robespierre interpretò il Terrore come una giustizia “pronta, severa, inflessibile” che fosse emanazione diretta della virtù repubblicana, cioè, rifacendosi alla tradizione classica, dell’amore e della devozione verso la patria e le sue leggi.
La legge sui sospetti, approvata nel settembre 1793, costituì la cornice legale del Terrore. Essa definiva i sospetti in maniera così elastica da rendere onnipotenti i Comitati di Sorveglianza incaricati di applicarla. Il sospetto prendeva di mira l’autore possibile di un reato eventuale a causa delle sue opinioni e non il presunto colpevole di un fatto realmente compiuto. L’arbitrio aveva in questo modo campo libero. Una volta deferiti dai comitati di sorveglianza ai tribunali rivoluzionari, i sospetti erano spacciati, non avendo la possibilità né di ricorrere in 

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Gli annegamenti a Nantes

appello né di difendersi concretamente. Spesso i processi si risolvevano con l’accertamento dell’identità dei sospetti, a cui seguiva la lettura della sentenza di morte.
L’organismo esecutivo della legge sui sospetti e del Terrore furono i Comitati di Sorveglianza. Sorti spontaneamente tra la base rivoluzionaria dei sanculotti delle sezioni parigine e di molti comuni, anche piccoli, i comitati furono istituzionalizzati, prima nel marzo e poi nel settembre del 1793, con il riconoscimento formale di tutti i poteri che nel frattempo si erano arrogati: compilare liste di sospetti, procedere ad arresti e perquisizioni, rilasciare certificati di civismo, controllare i documenti dei militari in licenza, arrestare chiunque fosse sprovvisto della coccarda tricolore.

L’inasprimento della repressione impose inoltre, nel settembre 1793, un rimaneggiamento del Tribunale Rivoluzionario. Esso fu chiamato a giudicare senza appello né cassazione ogni iniziativa controrivoluzionaria, ogni attentato contro la libertà, l’eguaglianza, l’unità e l’indivisibilità della repubblica, la sicurezza interna ed esterna e tutti i complotti tendenti a restaurare la monarchia. Alla Convenzione era riservata la nomina dei giudici e dei giurati e soprattutto la chiamata in giudizio dei sospetti.
Per i reati contro la repubblica il tribunale criminale di ogni dipartimento poteva sedere “rivoluzionariamente”, seguendo le stesse regole fissate per il Tribunale rivoluzionario di Parigi; nelle regioni dove infuriava la guerra civile furono invece istituite apposite commissioni militari per giudicare i sospetti.
La politica del Terrore fu inaugurata nell’ottobre del 1793 con la condanna a morte di Maria Antonietta. L’esecuzione della regina vanificò ogni residua, nonché flebile, illusione di una soluzione diplomatica della guerra. A breve distanza salirono sul patibolo i deputati girondini, arrestati in giugno, e alcuni dei capi dei foglianti, il duca di Orléans, Filippo Egalité e madame Roland, una delle anime politiche del gruppo girondino. 
Negli ultimi tre mesi del 1793 su 395 accusati presso il Tribunale Rivoluzionario 177 furono ghigliottinati, cioè il 45%. Il numero degli arresti subì una impennata. Nel dicembre 1793 i detenuti nelle galere parigini superarono le 4500 unità, in agosto non erano più di 1500.

Alla periferia della repubblica l’anello di congiunzione tra il governo rivoluzionariocentrale da una parte e i comitati di sorveglianza e le amministrazioni locali dall’altra erano i rappresentanti della Convenzione in missione, dotati di poteri pressoché illimitati. La loro funzione era normalmente quella di sovraintendere alla mobilitazione e al dispiegamento dell’esercito e di coordinare gli sforzi bellici, e perciò rivoluzionari, della cittadinanza, ma nelle regioni in cui si fossero verificate sollevazioni controrivoluzionarie tale funzione si riduceva alla messa in pratica del Terrore, cioè dell’inflessibile punizione di tutti i nemici veri o presunti della repubblica.
Mentre a Parigi il Terrore era modulato direttamente dal governo rivoluzionario coniugando l’imperativo di imporre alla Francia la disciplina necessaria a sconfiggere i suoi nemici con la salvaguardia di larvate procedure formali, nei dipartimenti esso era condizionato non solo dalle direttive che provenivano dal centro, ma anche dallo zelo e dal temperamento, cioè dalle inclinazioni più o meno sanguinarie dei rappresentanti in missione. 
A Lione, riconquistata alla repubblica dopo un lungo assedio nell’ottobre del 1793, il rappresentante in missione, nonché membro del Comitato di Salute Pubblica, George Couthon, pur invocando la necessità di rieducare la popolazione a cominciare dall’alfabeto rivoluzionario e dall’imposizione alla città di un nuovo nome, Ville-Affranchie, Città Liberata, non scatenò la sua ferocia sulle persone ma sui simboli della prosperità lionese che ai suoi occhi aveva alimentato la rivolta. Il 26 ottobre nella Place Bellecour, dove sorgevano le più eleganti residenze nobiliari della città, Couthon, dalla sua sedia da invalido, pronunciò una accorata orazione in cui ordinò di abbattere gli edifici che si affacciavano sulla piazza, in quanto essi erano «luoghi criminosi ove la magnificenza regale reca affronto alla miseria del popolo ed alla semplicità di modi repubblicana». Prima di dare il buon esempio sferrando il primo colpo di mazza tuonò: «Possa questo terribile esempio incutere paura alle future generazioni e insegnare all’universo che la nazione francese, sempre grande e giusta, come sa premiare la virtù, così sa anche aborrire il crimine e punire la ribellione».

Nonostante la demolizione di più di 1700 case in tutta la città, la condotta di Couthon fu giudicata fiacca dalla Convenzione che si affrettò a inviare a Lione altri due suoi autorevoli membri, Fouché e Collot d’Herbois, per attuare forme ben più dirette di castigo.
Fino alla fine di ottobre le condanne a morte non erano state più di trenta e avevano riguardato quasi esclusivamente ufficiali rei di tradimento e membri in vista della municipalità che si era posta alla guida della rivolta, dopo l’arrivo a Lione di Fouché e di Collot d’Herbois la ghigliottina incominciò invece a lavorare a pieno ritmo. La delazione fu incoraggiata e premiata, il rispetto delle pur sbrigative procedure formali venne presto dimenticato. Tuttavia per quanto i boia lavorassero febbrilmente, sino a mozzare, come risulta dai dati registrati con estrema meticolosità, trentadue teste in venticinque minuti, per i più zelanti interpreti del Terrore occorreva adottare metodi ancora più rapidi ed efficaci per estirpare il male controrivoluzionario. Si ricorse pertanto a esecuzioni di massa con l’ausilio dei cannoni caricati a mitraglia. La Plaine des Brotteaux, la spianata sulla riva del Rodano da dove Montgolfier aveva iniziato al sua ascensione con il pallone

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Jean-Baptiste Carrier

aerostatico, fu il teatro di questa atrocità. I condannati, sino a sessanta per volta, venivano legati in modo tale da formare una sola fila, quindi abbattuti a cannonate. Coloro che non rimanevano uccisi all’istante erano finiti a colpi di baionetta, sciabola e fucile. Il 4 dicembre 1793 Dorefeuille, l’ex attore che comandava i plotoni di esecuzione, scrisse al presidente della Convenzione annunciandogli che in quel solo giorno erano stati giustiziati centotredici abitanti di «questa nuova Sodoma» e che in quelli seguenti egli sperava di «fare espiare i loro crimini con il fuoco e il piombo» ad altri quattro o cinquecento.
Quando le stragi nella Ville-Affranchie terminarono, il numero dei giustiziati aveva raggiunto le 1905 unità.
La ferocia sanguinaria della repressione attuata a Lione non si ripeté a Marsiglia, dove i propositi di vendetta deirépresentants-en-mission Barras e Fréron furono mitigati dagli scrupoli formali del locale tribunale rivoluzionario che su 975 cittadini rinviati a giudizio ne mandò assolti quasi la metà. A Bordeaux Jean Lambert Tallien alsangue impuro dei sospetti preferì i loro averi. Per garantire una vita lussuosa alla sua giovane amante aristocratica avviò al patibolo solo coloro che non fossero in grado di pagare lautamente la propria libertà. Accumulò una fortuna, offrendo al boia non più di un centinaio di teste da tagliare.

A Nantes invece il macabro esempio di Lione fu addirittura superato in efferatezza dall’operato del più scellerato tra i terroristi in missione: Jean-Baptiste Carrier.
Figlio di un piccolo proprietario terriero dell’Alvernia, Carrier (1756-94), dopo aver concluso i suoi studi di diritto a Parigi, entrò nel 1784 in magistratura, ottenendo la carica di procuratore ad Aurillac, nelle vicinanza del suo paese natale, Yolet. Né il suo ufficio di magistrato, né il matrimonio contratto con Françoise Laquairie valsero a contenere la passione politica accesa in lui dalla rivoluzione. Nel 1792 la sua militanza nel locale club dei giacobini, dove si era fatto notare come oratore ispirato ed estremista, fu premiata con l’elezione alla Convenzione da parte dei cittadini del dipartimento di Cantal, in Alvernia. Giunto a Parigi non tardò a farsi strada: ottenne dalla Convenzione la nomina a Commissario nelle Fiandre appena occupate. Esaurito il suo compito, votò la condanna a morte di Luigi XVI, si batté per l’instaurazione del tribunale rivoluzionario e fu tra i primi a invocare l’arresto di Filippo d’Orléans. Nell’estate del 1793 Carrier fu nuovamente mandato in missione, prima in Normandia e poi, in agosto, a Nantes, a ridosso dell’area interessata dalla sollevazione vandeana.
Il suo predecessore Fouché aveva in marzo sciolto il locale comitato rivoluzionario giudicandolo troppo moderato e aveva insediato un Comitato di Sorveglianza che, sotto la guida di Jean Jacques Goullin, Pierre Chaux, entrambi avidi commercianti senza scrupoli, e Jean Marguerite Bachelier, un fanatico con un passato da seminarista, si era affrettato a procedere numerosi arresti per scongiurare il pericolo che gli insorti della Vandea potessero trovare a Nantes sostenitori e simpatizzanti. Non appena giunse in città Carrier diede un ulteriore impulso agli arresti. 
Nel mese di ottobre, dopo la sconfitta dell’armata vandeana a Cholet, ai già numerosi sospetti si aggiunse nelle carceri una moltitudine di prigionieri di guerra, i cosiddetti briganti vandeani. Quasi diecimila detenuti furono stipati in condizioni igieniche disastrose nei carceri cittadini: Saintes Claires, Bouffay e Le Bon Pasteur. Successivamente, per contenere tutti i nemici della repubblica fu requisito anche l’Entrepôt des cafés, l’imponente deposito del caffé posto in prossimità del porto, simbolo della ricchezza commerciale di Nantes. Si giunse persino a trasformare alcune navi in disarmo come prigioni galleggianti.

La comparsa di casi di tifo tra i prigionieri del carcere del Bouffay, posto nel cuore medievale di Nantes, non lontano dal Tribunale Rivoluzionario, allarmò le autorità cittadine, ponendo all’ordine del giorno l’adozione di metodi di sterminio che non solo incutessero terrore, ma risolvessero con estrema rapidità il sovraffollamento delle carceri. Anche tralasciando ogni formalismo giuridico sia la ghigliottina, sia il plotone di esecuzione furono giudicati troppo lenti da Carrier che propose di ricorrere alle “deportazioni verticali”, come egli stesso le definì, cioè all’annegamento di massa dei prigionieri nelle acque della Loira. Nella sua mente sconvolta dall’alcoolismo, con cui da tempo tentava di assuefarsi al 

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Chi non annegava veniva ucciso a colpi di lancia

sangue, e dal fanatismo giacobino, che si nutriva della disumanizzazione degli avversari, le noyades, gli affogamenti, furono la risposta più brutale, sbrigativa e perciò rivoluzionaria a una emergenza sanitaria che, sorta tra i prigionieri, considerati alla stregua di detriti umani, di scorie pericolose, minacciava di estendersi ai buoni cittadini repubblicani.
Sulle fiancate di barconi a chiglia piatta erano praticati dei fori sotto la linea di galleggiamento, sui quali venivano inchiodate delle tavole di legno in modo che i barconi stessero provvisoriamente a galla. Si facevano poi salire a bordo i prigionieri, con mani e piedi legati, e i barconi venivano sospinti al centro del fiume. Allora il barcaiolo-carnefice fracassava o schiodava le tavole e si affrettava a saltare su di un’altra imbarcazione, mentre le vittime guardavano impotenti l’acqua che iniziava a sommergerli. Chi tentava di salvarsi dall’annegamento gettandosi dal barcone, veniva ucciso a sciabolate una volta nell’acqua.
Poiché tale sistema di annientamento dei nemici della rivoluzione richiedeva carnefici dalla coscienza particolarmente indurita oppure ottenebrata, Carrier creò la “Legione Marat”, composta da sanculotti spietati, e a essi affiancò i cosiddetti “ussari americani”, un gruppo di ex schiavi di Santo Domingo, assetati di vendetta. Preferendo passare le sue notti gozzovigliando, non assunse direttamente il comando delle operazioni, ma lo affidò a Guillaume Lamberty, un carrozziere che aveva combattuto a Cholet. 

La prima noyade avvenne in novembre. Lamberty e i suoi uomini annegarono, con il favore delle tenebre, circa novanta preti. Soltanto uno di essi riuscì fortunosamente a mettersi in salvo. Nei mesi successivi il macabro rituale si ripeté più volte; vi presero parte anche membri in vista del Comitato di Sorveglianza, come Goullin, che guidò l’irruzione notturna nel carcere del Bouffay dove radunò a caso, essendo troppo ubriaco per leggere la lista che aveva portato con sé, circa centotrenta detenuti per avviarli allo sterminio.
Con il ripetersi degli annegamenti l’orrore divenne routine, cancellando ciò che restava della pietà nella coscienza dei carnefici. Non si attese più la notte per uccidere, ma lo si fece in pieno giorno, infierendo sulle vittime, tra cui, almeno nell’ultima noyade del febbraio 1794, vi furono anche bambini e neonati. Neppure un brandello di dignità fu risparmiato agli esseri umani che il sospetto aveva trasformato in scorie da schernire e da distruggere. Con raccapricciante umorismo i sanculotti coniarono espressioni come “battesimo repubblicano” e “matrimonio repubblicano” per indicare l’ultimo umiliante sberleffo da imporre alle vittime in punto di morte. I prigionieri erano spogliati degli abiti e di tutti i loro averi; preti e suore, giovani e ragazze venivano legati insieme in pose oscene prima di essere cacciati a forza sui barconi e annegati.
L’esecrazione delle noyades da parte di Robespierre valse a interrompere lo sterminio a Nantes, ma non determinò l’arresto di Carrier che fu richiamato a Parigi ed eletto segretario della Convenzione. Soltanto dopo il Termidoro (luglio 1794) Carrier, nonostante si fosse prontamente schierato a favore del colpo di stato contro Robespierre, fu processato e condannato a morte nel novembre del 1794. Anche la testa di Lamberty rotolò nel cesto del boia. Sorte diversa ebbero invece altri responsabili delle noyades come Goullin, Bachelier e Chaux che furono processati e assolti.

Le stime di coloro che morirono nelle acque della Loira tra il novembre 1793 ed il febbraio 1794 sono molto variabili. Non furono comunque meno di duemila, anche se secondo alcune fonti sfiorarono le quattromilaottocento unità. Al di là dei numeri l’importanza delle noyades risiede nella sperimentazione di impersonali sistemi di sterminio di massa che rivelano un aspetto della mentalità rivoluzionaria molto prossimo ai tratti psicologici tipici degli autori dei genocidi del XX secolo. A Nantes nell’anno II mancò quella saldatura tra tecnologia, disumana follia politica ed efficienza burocratica che avrebbe caratterizzato i genocidi del XX secolo, tuttavia fu sperimentato il corredo ideologico indispensabile per procedere a uno sterminio di massa.
La violenza accompagnò tutto il processo rivoluzionario, ma a Nantes accadde qualcosa di nuovo. Il potere costituito, e non una folla di scalmanati accecati dall’odio, come nel caso dei massacri nelle carceri parigine del settembre 1792, abbandonò ogni parvenza di legalità per sterminare il più rapidamente possibile una categoria di cittadini ritenuta così colpevole da non meritare alcuna umanità né alcun indugio procedurale. La scelta dello sterminio non fu inoltre il parto di una mente criminale isolata. Certo Carrier offrì alla rivoluzione la sua sanguinaria creatività, ma non ebbe difficoltà a trovare complici solerti ed entusiasti. Né mancarono altri “ardenti patrioti” che si sforzarono di escogitare mezzi di sterminio rapidi, impersonali e di devastante potenza. 
Dopo aver sconfitto sul campo le forze vandeane, la repubblica procedette all’annientamento sistematico e indiscriminato della popolazione e del territorio della Vandea. Ogni distinzione tra combattenti e non combattenti venne considerata un tradimento degli imperativi rivoluzionari. La deportazione in massa, lo spopolamento di intere regioni e persino l’impiego di gas (fumigations) capaci di asfissiare il nemico furono presi in considerazione per estirpare lo spirito di ribellione dal cuore della Vandea. Soltanto le difficoltà tecniche per la realizzazione di tali progetti imposero di ricorrere a forme di stermino più tradizionali e sperimentate. Le dodici “colonne infernali” del generale Turreau furono incaricate di attraversare la Vandea e di massacrare ogni essere vivente che avessero incontrato sul loro cammino: uomini, donne, vecchi e bambini, fiancheggiatori della rivolta e repubblicani.

BIBLIOGRAFIA

  • La rivoluzione francese, di G. Lefebvre – Torino, Einaudi 1987.
  • Storia della rivoluzione francese, di A. Soboul – Milano, Rizzoli 1988.
  • Cittadini. Cronaca della Rivoluzione francese, di S. Schama – Milano, Mondadori 1989.
  • Dizionario critico della rivoluzione francese, a cura di F. Furet e M. Ouzuf – Milano, Bompiani 1988.

SIAMO NELLA CACCCA! D’ALTRA PARTE DA QUESTA “REPUBBLICA NATA DALLA RESISTENZA COSA TI POTEVI ASPETTARE”?

di Filippo Giannini
Da dove comincio?
Da Cristoforo Colombo?
Perché non se ne è stato a casa?
Da Colombo un saltino alla Dottrina Monroe, sarebbe necessario; ma diverrebbe un discorso troppo lungo.
Allora partiamo da oggi: inizio questo articolo ai primi di giugno 2014, giorno dei Ludi Veneziani, dove, tanto per cambiare, sono stati arrestati alcuni politici, e di nuovo tanto per cambiare, intenti a rubare.
Nulla di nuovo sotto il cielo di questa Repubblica nata dalla Resistenza.
 
Ma da qualche parte debbo pur iniziare, e allora ricordiamo quanto ebbe a dire l’ineffabile Woodrow Wilson (non lo ricordate?) in una lezione alla Columbia University nell’aprile 1907; quando rivolgendosi a giovani studenti americani, dichiarò:
“Dal momento che il commercio ignora i confini nazionali e il produttore preme per avere il mondo come mercato, la bandiera della sua nazione deve seguirlo, e le porte delle nazioni chiuse devono essere abbattute… Le concessioni ottenute dai finanzieri devono essere salvaguardate dai ministri dello stato, anche se in questo venisse violata la sovranità delle nazioni recalcitranti… Vanno conquistate o impiantate colonie, affinché al mondo non resti un solo angolo utile trascurato o inutilizzato”.
Immaginate cosa sarebbe accaduto se queste parole fossero state pronunciate da un Mussolini o da un Hitler. Ma adiamo avanti.
   Oggi, per completare l’opera di distruzione, è in programma la svendita persino della Banca d’Italia e questa vendita, viene fatta passare dai carognoni, come un’operazione di salvataggio.
Nessuna meraviglia: quest’opera di falsificazione è un tipico dei servizi inglesi e statunitensi che mirano di fare apparire il contrario di ciò che è nella realtà.
Questi metodi tendono a rendere l’Italia un paese completamente soggiogato ad un sistema mafioso e criminale, come poi è avvenuto, al potere finanziario.
Andiamo avanti e facciamo un saltino sino al 2 giugno 1992 e saliamo sul panfilo Britannia (da http://alfredodecclesia.blogspot.it/): Il Britannia), in navigazione lungo le coste siciliane.
Sul panfilo c’erano alcuni appartenenti all’elite di potere anglo-americana, come i reali britannici e i grandi banchieri ai quali si rivolgerà il governo italiano durante la fase delle privatizzazioni (Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers).
In quella riunione si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d’Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni.
A questa riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del Ministero del Tesoro, il dirigente dell’Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell’Iri Riccardo Galli.
Fra i complici italiani possiamo trovare l’ex ministro del Tesoro Piero Barocci, l’allora Direttore di Bankitalia Lamberto Dini e l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi.
Alcune autorità italiane (come Dini) fecero il doppio gioco: denunciavano i pericoli ma in segreto appoggiavano gli speculatori.
Gli intrighi decisi sul Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani (come sta avvenendo, nda) di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c’erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani (…).
Nel giugno 1992 si insediò al governo Giuliano Amato. Un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell’Italia.
Infatti Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.
Appena salito al potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l’elite finanziaria le potesse controllare, e in seguito rilevare.
L’inizio fu concertato dal Fondo Monetario Internazionale che, come aveva fatto in altri paesi, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell’elite (…).
Le reti della Banca Rothschild, attraverso il direttore Richard Katz, misero le mani sull’Eni (un gioiello mussoliniano, ndr), che venne svenduta.
Il gruppo Rothscild ebbe un ruolo preminente anche sulle altre privatizzazioni, compresa quella della Banca d’Italia (…).
“Dietro tutto questo c’era l’elite economico finanziaria (Morgan, Schiff, Harriman, Kahn, Warburg. Rockefeller, Rothschild ecc), che ha agito preparando un progetto di devastazione dell’economia italiana e lo ha attuato valendosi di politici, di finanzieri e di imprenditori (…).
Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha acquisito somme enormi, e ha permesso all’elite economico finanziaria anglo-americana di esercitare un pesante controllo sui cittadini, sulla politica e sul paese intero (…)”.
   Come siamo arrivati a questo?
Per una risposta più prossima alla verità, ci dobbiamo spostare alla metà degli anni ’30 dello scorso secolo.
Ecco come lo storico Rutilio Sermonti dichiara (L’Italia nel XX Secolo): “La risposta poteva essere una sola: perchè le plutocrazie volevano un generale conflitto europeo, quale unica risorsa per liberarsi delle Germania – formidabile concorrente economico – e soprattutto dell’Italia. Questo è necessario comprendere se si aspira a evidenziare la verità storica: soprattutto dell’Italia”. 
Infatti il reale avversario delle plutocrazie erano i fascismi con le loro idee e proposte sociali, idee che si stavano espandendo in tutto il mondo; ecco, allora, la necessità di spingere la Germania e l’Italia alla guerra attraverso provocazioni e minacce.

   Proviamo ad approfondire. Nel novembre 2011, sia l’Italia che la Grecia hanno subito un golpe bianco, senza che i rispettivi popoli ne abbiano preso conoscenza.
Chi sono gli autori del golpe bianco? Il governo tecnico di Papademos in Grecia, e il governo tecnico di Monti in Italia.
Chi sono questi personaggi? Da dove provengono? Entrambi erano membri della Commissione Trilaterale di quel soggettino che ha nome David Rockefeller, appartenente ad una delle tredici famiglie che da sempre hanno dominato il mondo attraverso l’economia e la finanza.
Quelle famiglie che il fascismo ha tentato di combattere.
Tutto ciò era stato ben compreso da quello che, chi scrive queste note, considera il più grande politico dello scorso secolo: Benito Mussolini.
Ecco con quanta lungimiranza e lucidità il 7 febbraio 1944 (!) scriveva: (…): Il progetto statunitense, in parole povere, si può dunque riassumere così: tutte le nazioni porteranno i loro risparmi nelle casse del Tesoro americano, che  li amministrerà pro domo sua. Secondo tale piano, infatti, il governo di Washington si assicura, nell’amministrazione del Fondo internazionale di livellamento dei cambi, di cui propone la costituzione; il numero di voti sufficienti per essere in grado di fermare qualsiasi decisione contraria al suo interesse. In tal modo gli Stati Uniti, oltre all’accaparramento in corso di attuazione delle basi navali ed aeree del mondo e alla creazione delle più potenti flotte navali e aeree di guerra e commerciali, indispensabili ai loro piani imperialistici, avrebbero anche finanziariamente tutte le altre nazioni alla loro mercè (…)”.

   Quanto sin qui scritto è solo una parte microscopica della storia mondiale, ma sufficiente per comprendere come ci hanno portato nella cacca.
I passaggi essenziali partono dalla Dottrina Monroe (elaborata in realtà da Quincy Adams), ma ci dobbiamo spostare ai primi del 1800, con la quale Monroe espresse l’idea della supremazia degli Stati Uniti nel continente americano, e da qui è facile passare alla supremazia nel globo intero.
Oggi possiamo contare da quelle enunciazioni almeno cento guerre condotte dagli Stati Uniti al di fuori del continente americano. Tutte guerre d’aggressione per affermare il potere finanziario anglo-americano. Come poco sopra scritto, il fascismo provò a fermare tutto ciò, ma fu sopraffatto dal grande capitale.

   La domanda: visto che siamo nella cacca, c’è un modo per uscirne ?
Non so dare una risposta, ma ritengo che questa se c’è si trova nelle teorie mussoliniane, dovremmo, in pratica, ma sia chiaro questo è una mia personale affermazione, dovremmo ripartire dall’aprile del 1945, perché in quella data possiamo vedere come il nostro futuro fu compromesso e ci fu rapinato.
   In ogni caso vedo il futuro nostro e di chi ci seguirà molto, ma molto oscuro.
   Certo la propaganda è stata asfissiante, ma siamo pure un tantinello imbecilli, soprattutto perché c’è tanta gente che ancora accorda fiducia a certi personaggi ben individuabili.
   Concludo: e pensare che c’è ancora qualcuno che ci  propone di festeggiare il giorno della liberazione.

   Poveri noi!

"Sangue romagnolo": un libro che cela una grande verità

Maurizio Barozzi 

Mussolini, Bombacci, Arpinati e Nanni: quattro romagnoli, amici dall’adolescenza, figli di un socialismo anarcoide di fine ottocento e rimasti in qualche modo sempre legati tra loro. Separati dalla guerra su sponde opposte, ma tutti assassinati da partigiani. Chi di loro fu veramente coerente con i propri ideali di gioventù  e fece le scelte giuste?
   



Accenniamo qui ad un libro, a nostro avviso di estremo interesse storico, pubblicato in estate dalla Minerva Edizioni: “Sangue romagnolo – I compagni del Duce”,  scritto da due giornalisti e prolifici scrittori romagnoli, Giancarlo Mazzuca di Forlì già direttore di diverse testate tra cui il Resto del Carlino e Il Giorno e Luciano Foglietta di Santa Sofia di Romagna decano dei giornalisti romagnoli.
Si tratta di un opera, già in seconda edizione dopo  un solo mese, che da un punto di vista strettamente storico non porta molti elementi nuovi sulla vita di Mussolini,  ma a nostro avviso assume un importanza fondamentale per conoscere alcuni aspetti non molto noti su Mussolini e il fascismo e soprattutto perché consente, sia pure indirettamente, di intuire  una verità fondamentale sul perchè si fecero scelte irreversibili e decisive che portarono l’Italia all’alleanza con la Germania e di conseguenza alla guerra, la sconfitta bellica e la fine del fascismo.
Benito Mussolini, Nicola Bombacci, Leandro Arpinati e Torquato Nanni, tutti romagnoli, tutti con ideali socialisti, seppur non proprio marxisti e con sfumature assai diverse e soprattutto amici di vecchia data che anche quando le loro strade si separarono non smisero mai di mantenere un certo “contatto” tra loro, anche in virtù di una tradizione di “amicizia” che da quelle parti ha sempre avuto un valore sopra le righe.
In definitiva, questi quattro amici finirono tutti ammazzati, seppure su fronti opposti (o quasi) per mano partigiana, nonostante che Arpinati e Nanni erano stati addirittura attigui alla cosiddetta Resistenza. I quattro romagnoli, già compagni di lotte, poi in antitesi tra loro e separatisi, ma mai definitivamente persisi di vista, perchè un sottile filo e spesso un aiuto reciproco, li ha sempre tenuti in qualche modo legati fino all’ultimo, consente a chi sa leggere tra le righe della storia, di capire certe scelte drastiche e definitive che ancora oggi molti non sanno interpretare o giudicano con troppa superficialità.
Prima di affrontare il tema del libro dobbiamo però anche osservare e  riconoscere come, con il passare del tempo e l’affievolirsi degli odi e delle passioni, molti di coloro che affrontano l’argomento “Mussolini”, pur non essendo di certo simpatizzanti del fascismo, come nel caso dei due autori in questione, cominciano ad essere alquanto più obiettivi e meno faziosi rispetto a chi scriveva in passato. E non è poco.
Il libro offre una ricostruzione storica e caratteriale di quattro personaggi, nati sul finire dell’ottocento a poca distanza l’uno dall’altro in un fazzoletto di terra di Romagna: Benito Mussolini da Predappio, Nicola Bombacci e Leandro Arpinati da Civitella di Romagna e Torquato Nanni da Santa Sofia di Romagna. Quattro personaggi, come dicono gli autori, che nel bene e nel male hanno fatto la storia del nostro paese per mezzo secolo, eppure le loro vite che si allacciano, si separano, si rincontrano e si allontano per poi ricongiungersi incredibilmente, hanno la stessa unica matrice: sono tutti figli di quel socialismo anarcoide che si impose in Romagna a cavallo tra l’ottocento e il novecento.
In pochi giorni, di quel maledetto aprile 1945, questi quattro “amici” terminano le loro vite: Mussolini assassinato senza scrupoli da sicari ancora senza nome, Bombacci fucilato a Dongo con gli altri esponenti della RSI, ma in realtà assassinato visto che non c’erano di certo gli estremi per infliggergli una condanna a morte, e per finire Arpinati e Nanni, nonostante non abbiano partecipato alla RSI, anzi in qualche modo collaborarono con ambienti antifascisti, assassinati da una squadra ignota di sicari partigiani fatti venire apposta da qualche pezzo grosso per uccidere Arpinati, molto probabilmente per tacitarlo per sempre (spararono anche a Nanni che aveva cercato di fare scudo all’amico).
Insomma tutti e quattro uccisi da partigiani in quelle “radiose giornate”.
Ma vediamo ora di tratteggiare sommariamente queste figure.
Di Mussolini c’è poco da dire, è stato forse uno dei pochi artefici di un processo rivoluzionario, da lui stesso ideato, progettato e realizzato allo stesso tempo nel corso di una vita, sia pure mediato per forza di cose da compromessi e adattamenti, e che è sfociato nell’unica e vera rivoluzione socialista in Italia, quella della RSI con il suo corporativismo completato dalla socializzazione, con la regolamentazione e subordinazione allo Stato del mercato azionario e con il cooperativismo socializzato nel grande commercio di interesse primario per il popolo, quale quello dell’alimentazione, del vestiario essenziale e del settore immobiliare delle case di abitazione.
Bombacci, al pari di Mussolini, dopo aver militato nel comunismo, di cui ne fu uno dei fondatori, e aver sostenuto la rivoluzione bolscevica, finì per riavvicinarsi a Mussolini durante il ventennio riconoscendo le grandi riforme sociali del fascismo e finendo poi per aderire entusiasticamente e senza riserve alla RSI dove trovò nella socializzazione, al cui varo aveva partecipato direttamente, l’attuazione dei suoi ideali socialisti. “Mussolini è la rivoluzione socialista, dove va lui, vado io” usava dire Bombacci in quegli ultimi mesi di vita e la storia oggi ci dimostra quanto quelle parole fossero vere.
Leandro Arpinati, già socialista, poi interventista, con tendenze anarchiche, divenne segretario del fascio di Bologna, partecipò quindi con Mussolini alla rivoluzione fascista e alla marcia su Roma. Successivamente fu federale del fascio di Bologna e Podestà della stessa città, quindi sottosegretario agli Interni e altro ancora, insomma fu un gerarca del fascismo. Ben presto si indirizzò verso forme di pensiero liberali, disdegnando le stesse Corporazioni. Fu insofferente all’andazzo adulatorio di quegli anni, oltre che pungente di parola, entrando ben presto in contrAsto con altri gerarchi del fascismo e con le stesse direttive di governo.
Dovette quindi dimettersi da tutte le cariche e finì così relegato al confino a Lipari e poi ai “domiciliari”. Durante la RSI non ritenne di aderirvi.
Torquato Nanni, imparentato con l’amico Arpinati, fu sempre un socialista, mai estremista e potrebbe definirsi l”‘intellettuale” del gruppo. Fedele agli ideali socialisti di giustizia e libertà, non si adeguò alla instaurazione della dittatura, ma comunque si rifiutò di giudicare Mussolini un servo del padronato e degli agrari e riteneva che prima o poi fascismo e socialismo avrebbero finito per trovare una convergenza antiborghese (aveva visto giusto).
Anche lui durante il ventennio, subì angherie da quei tanti che si definivano fascisti tutti d’un pezzo e poi si vide il 25 luglio del 1943, cosa in realtà fossero,  e finì al confino, in Sardegna, ma ebbe comunque modo di mantenere molti rapporti umani e politici in varie direzioni. Nel 1924 scrisse un libro dedicandolo all’inseparabile amico Arpinati, in quel momento in auge, con questa dedica significativa: “A Lendro Arpinati, con affetto di fratello, con ammirazione di avversario”.
Soprassediamo a riportare aneddoti, storie e profili di questi quattro romagnoli, tutti particolari che potrete trovare nel libro, aggiungiamo solo che negli ultimi mesi di guerra, mentre Mussolini e Bombacci lottavano con ogni mezzo contro gli Alleati invasori, Arpinati e Nanni si trovarono a nascondere alcuni ufficiali inglesi e quindi si potrebbe dire che i due finirono, in qualche modo, per partecipare alla lotta contro i tedeschi.
Partecipazione che però, come abbiamo visto, non gli evitò di essere ammazzati proprio nei giorni in cui si “festeggiava” la Liberazione che meglio sarebbe definire occupazione del nostro paese da parte del nemico vincitore.
Detto questo, ci si chiederà, dove trovasi  l’importanza di questo libro?
Per comprendere appieno, quanto queste storie ci insegnano, bisogna partire da alcuni accenni espressi, qua e là, dagli autori, ovvero dalle considerazioni che, in ogni caso, sono fatte proprie da tutta una storiografia e una letteratura, post resistenziale o cosiddetta “democratica”, ovvero il riconoscere una certa coerenza politica e le scelte giuste in Arpinati e Nanni che non si adeguarono alla dittatura e all’alleanza con la Germania e la guerra.
E fin qui tutto potrebbe rientrare in una certa logica, oseremmo dire nella “normalità” di un pensiero di matrice antifascista. Il fatto è che però le stesse considerazioni, finiscono spesso per esser fatte proprie anche da persone che, invece, potrebbero essere definite simpatizzanti del fascismo. Ma andiamo per ordine.
Lasciamo da parte le insofferenze verso la dittatura, visto che i quattro amici romagnoli possono avere le loro buone ragioni: Mussolini e Bombacci ritenendo ai aver agito per il bene superiore della Patria e Arpinati e Nanni per una legittima ripulsa all’andazzo adulatorio e miserabile di quell’italiano fattosi fascista per convenuienza, e consideriamo invece la diversità di pensiero e di atteggiamento rispetto alla scelta dell’alleanza con la Germania, laddove sappiamo che soprattutto Arpinati, da ex fascista,  perorò tutt’altre intenzioni e auspicava invece un indirizzo della nostra politica internazionale verso alleanze con gli occidentali. In lui si sottolinea quindi la sua intenzione di voler superare la dittatura con una forma di fascismo social liberale incluso in un sistema di alleanze occidentali e sicuramente non antibritanniche. Solo così, forse, ritenendo che l’Italia ne avrebbe avuto tutto da guadagnare, la sua inclinazione anarco – social – liberale, gli avrebbe consentito di riavvicinarsi al fascismo.
All’opposto Mussolini e Bombacci che invece perseguirono la strada che ci portò in guerra contro le grandi democrazie, secondo il pensiero comune, saggi non lo furono affatto e oltretutto, dicesi, non furono coerenti fino in fondo con i loro ideali di socialisti.
Il ritornello è sempre lo stesso: se Mussolini si fosse mantenuto lontano dall’alleanza con la Germania, avrebbe potuto salvare sè stesso, il fascismo e il paese dalla catastrofe.
E allora riformuliamo anche noi la domanda: chi, tra questi quattro amici, ma anche in un più ampio senso storico, aveva ragione? Chi aveva visto giusto  e soprattutto chi fu veramente coerente con i propri ideali di gioventù: Mussolini e Bombacci o Arpinati e Nanni?
Considerando la sconfitta bellica e il disastro che ne è conseguito, la risposta sembrerebbe scontata, ed invece le cose non stanno affatto cosi, perchè coloro che furono coerenti con i vecchi ideali socialisti sono proprio Mussolini e Bombacci e la scelta dell’alleanza con la Germania fu del tutto consequenziale e inevitabile, in considerazione delle forze in campo e  degli interressi geopolitici che erano sul tappeto.
Mussolini, che non a caso finì per trovarsi Bombacci al suo fianco, sia pure con un percorso contraddittorio e altalenante, conseguenza della profonda arretratezza del nostro paese e delle forze contrarie che vi giocavano un ruolo determinante, finì per costruire uno Stato dove i valori etici e politici avevano la preminenza su quelli economici e finanziari; al contempo si attenne a praticare una forma di governo a carattere dirigista, tutte prospettive queste che sono l’esatto contrario delle forme di Stato e di governo dei paesi occidentali, dove sono invece i potentati economici e le lobby massoniche a dettar legge.
Il ventennio fascista, nonostante una prassi di regime conservatore, necessaria per risollevare l’Italia dalle sue misere condizioni, varò una spettacolare e inaudita serie di opere pubbliche e riforme sociali di altissimo contenuto sociale. La RSI infine, come già accennato, fu la prima e unica attuazione vera e concreta del socialismo in Italia.
Come potevano ritenere un Arpinati (in questo caso lasciamo stare Nanni che non aveva mai aderito al fascismo) e al contempo come possono pensarlo, gli stessi “buontemponi”, fautori di un “fascismo moderato”, tutto sommato occidentale, che una forma di simile Stato nazional popolare, potesse essere tollerato dagli occidentali, potesse convivere a fianco delle nazioni governate da governi democratici e iper liberisti?
Ma non c’è solo questa considerazione politico  ideologica a indicare che Mussolini e Bombacci furono consequenziali e coerenti fino in fondo ai loro ideali. Ci sono anche le considerazioni geopolitiche.
La storia e l’analisi geopolitica ci dicono chiaramente che l’Italia non avrebbe mai potuto avere un posto a fianco della politica inglese, per il semplice motivo che gli inglesi considerano, e a ragione secondo i loro interessi, il Mediterraneo un settore strategico di vitale importanza. L’Italia quindi per i britannici, deve essere subordinata ai loro interessi e soprattutto non avrebbe dovuto esprimere una politica propria nei Balcani e in Africa perchè, alla lunga, questo avrebbe anche sconvolto la sua funzione imperiale.
L’Italia fascista che tentò la strada della sua indipendenza venne inesorabilmente stroncata manu miltari, ma anche tutti coloro che dal dopoguerra ad oggi, hanno timidamente avanzato una politica necessaria a ricavare un timido spazio di sopravvivenza per le nostre esigenze energetiche e politiche (ci riferiamo a Mattei, a Moro, ma non solo) hanno fatto una brutta fine e non a caso il nostro paese, per tenerlo in soggezione e impossibilitato a percorrere strade autonomiste, è stato appositamente sconvolto da stragi e terrorismo di evidente matrice straniera.
Mussolini si rendeva conto che, stante la nostra inevitabile debolezza economica e militare,  anche rispetto alla Germania e quindi ai nostri interessi continentali potevano esserci grossi problemi ed è per questo che egli aveva sempre auspicato che in Europa ci fosse un duraturo bilanciamento di forze, senza che nè gli inglesi, nè i tedeschi prendessero il sopravvento.
Ma nonostante tutti i suoi sforzi in questo senso, non ci fu nulla da fare, perchè i tedeschi vollero, a rischio di far saltare il banco, perseguire i loro obiettivi di espansione ad Est, mentre gli occidentali, dietro la pervicace volontà delle Consorterie che ne condizionavano i loro governi, avevano deciso e predisposto lo scoppio della guerra e la subordinazione, non solo della Germania, ma di tutta l’Europa.
Quando gli avvenimenti precipitarono era chiaro che il nostro posto non poteva che essere al fianco della Germania, sia pure come junior partner, perchè solo così il fascismo con le sue riforme e innovazioni sociali avrebbe potuto sopravvivere, solo così l’Italia avrebbe potuto evitare di essere inglobata e sottomessa in quel sistema plutocratico e finanziario di cui oggi ne vediamo gli  scempi e le rapine sulla pelle dei popoli.
Tanto per fare un esempio e capire come le scelte, sia pure perdenti, di Mussolini e Bombacci, furono quelle giuste, si considerino gli ultimi avvenimenti storici, dove anche una semplice Serbia, che aspirava ad un minimo di indipendenza, è stata annientata, così al pari di altre nazioni che si sono permesse di difendere i loro interessi vitali, rifuggendo dalla piovra di una omologazione mondialista.
Dall’Irak di Saddam Hussein, alla Libia di Gheddafi, troviamo statisti vilmente assassinati e paesi sconvolti e riportati all’età della pietra da quello stesse terrorismo selvaggio e criminale che gettava le bombe sul nostro paese. In altri casi, meno cruenti, troviamo comunque tanti altri Stati ricattati e depredati, o impostigli restrizioni e rapine da usurai come attualmente sta accadendo alla Grecia e all’Italia.
L’andazzo è uno solo: chiunque aneli ad un minimo di indipendenza, chiunque cerchi una strada alternativa ai meccanismi da rapina economici e finanziari imposti  dalla Internazional Banking Fraternity, la potente confraternita planetaria e cosmopolita, nota con il nome edulcorato di Alta Finanza, che aveva ed ha i suoi Templi sull’asse City di Londra – Wall Street  di New York , deve essere inesorabilmente annientato.
Si immagini se ci poteva esser posto per l’Italia fascista di Mussolini.
No, seriamente, Mussolini e Bombacci, anche se perdenti, furono coerenti con sè stessi e con gli interessi nazionali, avevano visto giusto e la storia lo sta dimostrando.
 

Opere pubbliche eseguite nel Regno di Napoli

NOVITÀ EDITORIALE    “CENNO STORICO”
“delle opere pubbliche eseguite nel Regno di Napoli”
“sotto l’augusta dinastia dei Borboni”

di
Angelo Forgione
     Da grande appassionato di cultura di Napoli ho indagato molto per comprendere quanto anche la sua storia fosse articolata e affascinante. 
La Città è stata protagonista tra il Seicento e il Novecento di un’incredibile produzione culturale sviluppata in un territorio senza peso politico nello scenario europeo e penalizzato da una piattaforma sociale molto complessa. 
L’Unità l’ha vista protagonista, nel momento in cui era di fatto l’unica metropoli europea d’Italia, meritevole del ruolo di capitale che invece Torino prese per sé. 
La dinastia borbonica è stata ovviamente rivestita di una considerazione non lusinghiera, che è però, a distanza di un secolo e mezzo, in fase di una più attenta rivisitazione, quanto mai necessaria. 
Cosa accadde veramente in quel preciso periodo storico? 
Erano quei sovrani dei tiranni reazionari e assolutisti da condannare tout court o semplici pedine sullo scacchiere geopolitico europeo dell’epoca non in grado di opporsi a un progetto politico-economico su scala internazionale? 
L’errore da non commettere è quello di descrivere il Mezzogiorno peninsulare d’Italia alla vigilia dell’Unità come una sorta di terzo mondo immerso in quel retrogrado immobilismo che sarebbe stato imposto da Ferdinando II. 
La visione degli sconvolgimenti ottocenteschi merita di uscire dalla narrazione celebrativa del potere affermatosi in seguito, per contemplare un quadro più complesso a tinte diverse e variopinte, una tela sorprendentemente attuale di cui Napoli è parte non trascurabile.

     Il continuo collasso dell’economia italiana dei nostri giorni, già penalizzata da un più ampio processo occidentale, fornisce una chiave di lettura dell’operato del quarto sovrano borbonico di Napoli, la cui politica protezionistica, accusata dalla storiografia liberale, fu ispirata dal giurista Luigi de’ Medici, presidente del consiglio dei ministri dal 1816 fino alla morte del 1830. 
L’esperienza governativa del capo di governo mirò al risanamento delle finanze e al rafforzamento della flotta mercantile, e questi due obiettivi programmatici consentono di capire meglio l’azione del Re.

     La prima metà dell’Ottocento è il periodo storico in cui l’economia europea si plasmò secondo i precisi dettami in cui siamo oggi immersi. 
Il secolo precedente aveva fornito due paradigmi assoluti: quello fondativo di Antonio Genovesi a Napoli, ovvero l’Economia Civile, e quello immediatamente successivo dell’Economia Politica dello scozzese Adam Smith, considerato erroneamente il primo economista classico e padre dell’Economia moderna. 
In realtà, i primi fondamenti furono posti nel Regno di Napoli da un intellettuale la cui opera è stata in buona parte eclissata per motivi evincibili da una più attenta riflessione sui tragici problemi che affliggono la Comunità Europea di oggi e, soprattutto, un Mezzogiorno che non riesce a riavviare il suo motore economico. 
Genovesi osservò la società napoletana del Settecento, individuando i freni alle sue ottime potenzialità e considerando l’economia un affare civile, quindi del popolo, che desse opportunità a tutti, in modo da bandire l’assistenzialismo degenerativo. 
Creò i presupposti per l’implosione del sistema feudale, per l’avvio dell’iniziativa privata e il libero commercio, e per le trasformazioni sociali di fine Settecento e dell’Ottocento. 
Smith fece altrettanto, ma, dovendosi preoccupare di una base sociale britannica meno problematica di quella napoletana, considerò l’economia un affare politico, ovvero statale ed elitario, proponendo un liberismo più integrale. 
La cattedra economista di Genovesi sfornò i più noti riformatori del Mezzogiorno, che avrebbero costituito l’ossatura della Scuola Napoletana di Economia. 
Non a caso, nel 1778, ispirata dal Supremo Consiglio delle Finanze, composto dagli economisti napoletani e preposto a dare impulso alle riforme economiche e sociali nel Regno, fu istituita da Ferdinando IV la Borsa Cambi e Merci, la prima Borsa Valori d’Italia, una delle più importanti d’Europa grazie alla presenza del porto, alle stabili relazioni internazionali e, soprattutto, agli investimenti degli enormi capitali della ricca famiglia ebreo-tedesca Rothschild. 
La famiglia dei grandi banchieri di Francoforte, in quel periodo, s’insediava nelle città più importanti d’Europa, là dove poteva avviare grandi affari, potendo contare sulla possibilità di trasferire i prestiti inglesi ai più importanti Stati europei che necessitavano di finanziamenti. 
Oltre alla casa madre di Francoforte, crearono fortune commerciali a Londra, Parigi, Vienna e Napoli, dove si trasferì Carl, uno dei fratelli Rothschild. 
Fu ben accolto da Ferdinando IV, ormai I delle Due Sicilie, traumatizzato dalle due destituzioni di inizio Ottocento e dai moti costituzionalisti del 1820-21, sedati con l’ausilio delle truppe austriache inviate nel Mezzogiorno d’Italia nell’età della Restaurazione post-napoleonica, che assicurarono la stabilità del trono borbonico. 
Per pagare circa trentacinquemila soldati di Vienna, rinforzati da tre reggimenti di fanteria svizzera, il Re necessitò di ingenti prestiti, e la famiglia Rothschild li garantì. 
Nel 1830, anno dell’incoronazione del ventenne nipote Ferdinando II, il de’ Medici era da poco deceduto e l’esercito straniero aveva lasciato il Regno delle Due Sicilie, dopo aver stanziato per un decennio, comportando notevole aggravio per le casse dello Stato e un forte disavanzo pubblico definito debito galleggiante per via della sua prolungata persistenza. 
Come dovremmo chiamare il disavanzo italiano dopo un secolare e costante allargamento?
Il nuovo Re ereditò un grosso deficit che si mise in testa di risanare seguendo la politica dettata dal defunto de’ Medici, e lo fece brillantemente, attuando delle misure oculate e pareggiando il bilancio nel 1845. 
Gran contributo al risultato lo diedero le trattenute sulle pensioni e sugli stipendi amministrativi e dei ministri, nonché i tagli dei costi delle amministrazioni dei ministeri. 
A quel punto diminuì le tasse esistenti invece di istituirne di nuove, protesse le fasce più deboli e non arrecò danni all’industria nascente, evitando di soffocare l’attività d’impresa. 
Con molta cautela, avviò un lento e controllato sviluppo infrastrutturale, mirato a contenere la spesa pubblica e a generare la disponibilità monetaria dello Stato meridionale, che risultò, al momento dell’Unità, in quantità doppia rispetto a quella di tutti gli altri Stati italiani messi insieme. 
Si concretizzò in poco più di un ventennio il passaggio dall’orlo del fallimento alla solida economia del Paese col debito pubblico più esiguo d’Europa, strumentalizzata da una propaganda di quel tempo e da una certa agiografia postuma per giustificare un immobilismo di propaganda che, in realtà, non esisteva. 
Annullato il deficit, in occasione dei moti rivoluzionari del 1848 qualcosa di significativo accadde: gli investitori internazionali, su forte pressione inglese, misero in atto un “cartello” finanziario contro la Borsa di Napoli e i titoli del debito pubblico del Regno delle Due Sicilie. Perché?
     Ferdinando II, incosciente della sfida lanciata agli odiati inglesi, non volle aderire alla smodata competizione liberista dei Paesi europei ma portò avanti un controllato programma infrastrutturale che, se da un lato penalizzò la velocità di modernizzazione delle Due Sicilie rispetto al resto d’Europa, dall’altro garantì una spesa verificata necessaria a tener lontano l’insorgere di una nuova crisi del debito. 
Le potenze d’Europa, al contrario, spendevano molto più di quanto avevano in cassa, aderendo al sistema economico capitalista in affermazione a quel tempo, indebitandosi presso le banche private e alimentando gli affari dei grandi banchieri e delle potenze ricche da cui piovevano i finanziamenti. 
Questo fece il Regno di Sardegna, impegnato in dispendiose guerre e nella sfrenata realizzazione di opere pubbliche come la rete ferroviaria, non potendo contare su quelle rotte del mare che nel territorio borbonico erano ben sviluppate e consentivano lo spostamento delle merci e un più lenta realizzazione delle strade. 
Gli altri Paesi iniziarono a creare le voragini nei conti pubblici, avviando l’Europa alle problematiche sociali dei nostri giorni, tra imbrigliate politiche monetarie e indeboliti poteri tradizionali.

Ferdinando II, convinto che il suo Regno chiuso dal mare e dallo Stato pontificio potesse essere tenuto lontano dai conflitti europei, fu certamente miope nella sua spavalda visione dello scenario politico internazionale, pensando di poter agire indisturbato e di poter governare a modo suo, senza suscitare antipatie, in un contesto in cui il capitalismo britannico iniziava ad allineare la politica economica della nuova Europa e il ceto medio auspicava maggiore slancio. 
I tagli alla spesa offrirono un avanzo che fu destinato ad accrescere i fondi per le necessarie opere pubbliche, e ne furono realizzate tante soprattutto nel territorio peninsulare del Regno. 
Certo, se ne sarebbero potute realizzare di più, perché la disponibilità economica lo consentiva, ma il Re preferì assicurare stabilità al Regno ed evitare il rischio di ricondurlo nelle condizioni in cui l’aveva ereditato.
L’uomo che le guidò, per certi aspetti, andrebbe preso a modello da politici e cosiddetti tecnici dell’Italia di oggi, canalizzati nella globalizzazione dei mercati da soggetti opachi che frenano le funzioni pubbliche, incapaci di affrontare l’ingente passivo delle finanze se non accrescendo massicciamente il carico fiscale e colpendo le fasce più deboli, generando riduzione del Prodotto Interno Lordo e dilatando sensibilmente i tempi di realizzazione delle necessarie opere pubbliche. 
A Napoli, a metà dell’Ottocento, si andava nella direzione opposta, verso una vera spending review fatta di tagli mirati e abolizione di privilegi per i funzionari pubblici. Un vero risanamento delle casse dello Stato di cui necessita oggi l’Italia boccheggiante, che nulla fa per recuperare gli insegnamenti dell’Economia Civile napoletana, quella che crea posti di lavoro, rispetta i lavoratori, protegge l’ambiente, migliora i beni e sviluppa i servizi.
L’esperienza descritta dimostra che per modernizzare un Paese non bisogna spendere ma spendere bene. Queste pagine possono aiutare ad acquisire quest’ottica e rivedere positivamente il non troppo lontano passato di Napoli.

Notiziario Telematico Legittimista n°119
Direttore Responsabile: Alessandro Romano

Pubblicato da: www.reteduesicilie.it

Anno 2014
pp. 80 circa
€ 15,00
ISBN: 978-88-95063-57-7
Venerdì 6 Giugno 2014
N. 119

For foreign readers: this article is taken from a Guidebook by Italian Touring Club, published in 1929, and contains a description of two Italian colonies of those years: Tripolitania (presently part of Libya) and Eritrea.


Introduzione

Ancora una volta, una Guida Rossa del Touring diventa prezioso documento storico, specie se si tratta della prima edizione del volume sulle Colonie, acquistata nel 2006 all’incredibile prezzo di … 1 Euro!
E allora da quelle pagine, in mezzo alla precisione del rendiconto di un turismo evidentemente d’elite, emerge una sensazione più autentica, inaspettata e non retorica, di un colonialismo che davvero pensava di “portare la civiltà” alle genti africane, prima di tutto attraverso il lavoro e la fatica del colono.
Il testo rispecchia fedelmente l’originale. Ho solo abolito le abbreviazioni (fin troppo utilizzate nelle prime edizioni della Rossa) e accorciato alcuni punti di scarso interesse. Non ho invece mai “epurato” i passaggi che possono suonare più datati al lettore moderno, in particolare quelli razziali: è evidente che una lettura storica del testo richiede una certa maturità di giudizio (e, insieme, anche una forte serenità di vedute). Ma molto dell’interesse sta proprio nel confronto con questi aspetti.
Alcuni dei difficili nomi geografici potrebbero contenere qualche errore, ma in genere ho visto che il mio OCR (Fine Reader 5.0 Sprint) si è mostrato molto affidabile, anche con il minuscolo corpo tipografico della guida. I corsivi sono originali, i grassetti sono un’aggiunta mia per facilitare la lettura. Il carattere grande-piccolo è originale, così come l’abbondanza di accenti tonici.


Estrarre qualche pagina significativa, in mezzo alle 852 che costituiscono l’originale, non è certo cosa facile. Mi sono concentrato sulla Tripolitania (parte dell’attuale Libia) e sull’Eritrea, trascurando del tutto le Isole Egee, certamente meno “esotiche” anche per il viaggiatore del tempo. Ho altresì omesso la Cirenaica e la Somalia, in un certo senso simili rispettivamente alle prime due, mentre Albania ed Etiopia, ancora non conquistate nel 1929, non comparivano in questa edizione.
I due capitoli sono a mio avviso complementari:

  • della Tripolitania, colpisce la logica dell’epoca, il significato che aveva il colonialismo, il suo intreccio con il governo fascista. Governo che qui è nella sua fase iniziale, dato che siamo nel 1929. Il lettore moderno, prima ancora di un giudizio etico – che non può che essere anche “storico” – credo noterà la sensazione di una lucidità di vedute, di un realismo determinato e a suo modo coraggioso: penso ad esempio alla chiara distinzione tra quanto può essere l’intervento privato e quanto va invece sussidiato e governato dal pubblico; il confronto con la confusione d’intenti che oggi sembra prevalere sempre di più, mi pare notevole e in un certo senso istruttivo;
     
  • dell’Eritrea, prevale l’aspetto esotico, tropicale, quasi avventuroso; ho riportato l’intera descrizione del viaggio per nave, da Genova al Canale di Suez: in una pagina fitta fitta si passa dalla vista del mio Capo Noli, al panorama dello stretto di Messina, all’ingresso in Port Said, autentica porta d’oriente. L’appassionato di ferrovie non si stupirà poi di vedere la narrazione del viaggio sulla Massaua-Asmara, ancor oggi in esercizio, parzialmente con gli stessi rotabili della colonizzazione italiana. Tutte le descrizioni sono volutamente senza foto: sul web non dovrebbe essere difficile trovarne, ma credo che così si rispetti maggiormente lo spirito dell’originale che, a distanza di 80 anni esatti, riesce ancora a suggestionare con le sole parole, il che non è poco.

L.V. Bertarelli
Guida d’Italia del Touring Club Italiano
POSSEDIMENTI E COLONIE
ISOLE EGEE,
TRIPOLITANIA, CIRENAICA,
ERITREA, SOMALIA
Milano, 1929 – Anno VII
Prima edizione di 400’000 esemplari
Gratis ai Soci del 1929


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TRIPOLITANIA

È la più vasta delle Colonie italiane e la più vicina alle coste della Patria, della quale felicemente fu detto costituire la «quarta sponda». Perciò è quella che ci interessa più particolarmente e sempre più deve interessare l’Italia, grazie ai ricordi del dominio romano, alle notevolissime vestigia monumentali (Léptis Magna, Sabràtha), al fatto che vi sorge la maggiore e più popolosa delle nostre città coloniali, alla suggestione di paesaggi e di costumi non familiari a occhi italiani e soprattutto grazie alle possibilità agricole già avviate a sicura e prossima realizzazione mercé l’opera assidua, saggia e paziente dei nostri coloni.

I. – Notizie pratiche.

Stagione di viaggio. – La visita delle città costiere può, a rigore, essere effettuata in qualunque stagione, ma quella dell’interno unicamente nel periodo da ott. a mar., di rado disturbata dalle piogge, che sogliono essere di breve durata. La stagione più adatta è la 2ª metà d’autunno (16 ott.-30 nov.), quando le piogge non hanno ancora del tutto imbevuto il terreno e la temperatura è mite. Anche i mesi di feb. e mar., pur non essendo privi di giornate calde e un poco ventose, sono abbastanza indicati. Lo stato del mare, spesso cattivo nel periodo invernale, non costituisce un ostacolo per chi non soffre in maniera particolare del mal di mare, grazie alla brevità della traversata e alle ottime condizioni del magnifico porto di Trìpoli, che permette quasi senza eccezione l’accesso ai piroscafi con qualunque fortunale, e anche al fatto che le altre località costiere della Colonia sono più comodamente e più rapidamente accessibili per via di terra che per via di mare.
[…]

II. – Sguardo d’insieme.

Prima dell’occupazione italiana il nome di Tripolitània comprendeva abitualmente anche la Cirenàica, ma si soleva poi distinguere la Tripolitània propria dall’altipiano di Barca o Cirenàica. Col decreto di annessione del 5 nov. 1911 le due Colonie furono unite nel nome antico di Libia, che era stato risuscitato in una sua pubblicazione dal Minutilli; il 12 gen. 1913 Tripolitània e Cirenàica furono costituite in due separati governi; nel dic. 1928 vennero di nuovo unite sotto un solo governatore.
[…]

15° NOTIZIE ECONOMICHE.

La natura e la storia non hanno certo contribuito a fare della Tripolitània una regione che possa dirsi oggi economicamente florida: la prima, negandole i suoi favori; la seconda, ritogliendole i benefici che la tenacia romana le aveva onerosamente concessi e rimbarbarendola nei secoli. In condizioni di grande povertà e nel più inerte abbandono essa era infatti, allorché l’Italia se ne assunse, con la conquista, il compito dell’incivilimento e dell’avvaloramento, al quale oggi attende con ferma e assidua opera.
L’economia della Tripolitània è nel complesso arretrata e la sua base è lo sfruttamento, in gran parte rudimentale, delle limitate risorse naturali del territorio. Una economia, quindi di carattere essenzialmente agricolo, nel duplice aspetto di agricoltura indigena e di agricoltura colonizzatrice; con manifestazioni industriali, per lo più acclimatate e in genere assai modeste. V’è, poi, oltre alla utilizzazione delle risorse offerte dal mare, la caratteristica produzione delle piccole industrie indigene, il cui valore economico si accresce normalmente di quello che v’inseriscono l’arte e il colore locale.
Intorno a questo nucleo di operosità produttiva, una trama di rapporti commerciali che ne riflette l’indole, le interne proporzioni e le movenze, e la varia attività economico-commerciale, che il Governo coloniale provoca mediante l’esecuzione di opere pubbliche, di forniture ecc. e che non può non essere notevole in un paese nuovo e in via d’incremento, ove l’azione amministrativa è per necessità intensa e talora preponderante.
Si aggiunga il complesso rinnovamento che si va operando nella Colonia attraverso la creazione di un’agricoltura intensiva, l’appoderamento e il popolamento italiano, il finanziamento e rafforzamento delle industrie, l’organizzazione sempre più adeguata del credito e delle comunicazioni, lo sforzo assiduo e molteplice per porre in valore tutte le possibilità economiche.

16° ORDINAMENTO POLITICO, AMMINISTRATIVO, GIUDIZIARIO, MILITARE, SCOLASTICO, ECC.

[…]La delicata questione della cittadinanza venne risolta riconoscendo agli indigeni una cittadinanza italiana libica, dalla quale è esclusa ogni idea di equiparazione colla cittadinanza metropolitana [metropolitano è all’incirca sinonimo di colono, europeo o italiano, ndr]. La pur delicata questione della partecipazione dell’elemento indigeno al Governo della Colonia venne risolta nell’unico modo suggerito dall’esperienza del passato, da ragioni di prestigio e dall’ancora arretrato stato di civiltà della maggior parte delle popolazioni indigene della Colonia. Fu cioè ammessa sotto forma di semplice consultazione, la quale dovrà (questa parte della legge organica, che ha le sue norme esecutive nel recentissimo ordinamento politico-amministrativo, non ha ancora e non poteva materialmente avere, pratica applicazione) essere esercitata da un organo di nuova istituzione, la Consulta Generale, composta di membri scelti direttamente dal Governatore fra i cittadini metropolitani e libici, e il cui parere, pur essendo in alcuni casi obbligatorio (a es. in tema di applicazione di tributi locali), non vincola però in alcun modo la libertà di azione del Governo. La Consulta Generale, che deve riunirsi almeno una volta all’anno, partecipa poi con due suoi membri ai lavori del Consiglio di Governo,organo consultivo avente prevalente carattere tecnico e come tale composto in maggioranza da funzionari, al quale sono sottoposti per l’esame i regolamenti e gli atti amministrativi più importanti, oltre quelli sui quali tale parere è richiesto per legge.

Alla suddivisione del territorio in circoscrizioni amministrative, provvede specialmente l’Ordinamento Politico-Amministrativo, secondo criteri fondamentali, che sono però fissati nella legge organica. Il territorio della Tripolitània è diviso in Commissariati Regionali e in Comandi di Zona: i primi, istituiti nelle zone della Tripolitània pacificate e le cui esigenze hanno carattere prevalentemente civile; i secondi, nelle zone ove le esigenze militari prevalgono e ove, per ragioni d’ordine pubblico, è necessario riunire le funzioni di Governo col Comando Militare. […]

Nei centri urbani di una certa importanza sono istituiti dei Municipi (derivazione dalle vecchie Beladìe), la cui organizzazione sulla base di podestà nominati dal Governo e di consulte, è stata fortemente influenzata dalla recente legislazione attuàtasi nel Regno nel campo municipale.

Al concetto fondamentale dell’esercizio diretto dell’autorità dello Stato, non costituisce eccezione l’aver conservata la figura del capo tribù per le popolazioni nomadi e semi-nomadi. Trattasi di istituto di assai scarso rilievo e che ha la sua giustificazione in ragioni di pratica amministrativa, nell’opportunità cioè di rendere più agevoli ed efficaci i rapporti fra le autorità locali e i nomadi, rendendo effettivo e concreto, attraverso le persone dei capi, il principio di responsabilità collettiva dei vari gruppi etnici. Del resto l’autorità di questi capi promana sempre dal Governo che li nomina, accogliendo o meno le designazioni che degli stessi vengono fatte dalle tribù nelle forme tradizionali, solitamente mediante supplica (mazbata) al Governatore, sottoscritta dagli anziani.
Aggiungeremo infine che il diretto Governo di popolazioni musulmane da parte di Stati cristiani, quale si pratica in Tripolitània e quale trova altro cospicuo esempio nell’Algeria francese, se può apparire non appropriato a tutti gli ambienti e a tutte le situazioni coloniali, è indiscutibilmente l’unico possibile in un paese come la Tripolitània, ove l’arretrata fase di civiltà dei suoi abitanti, rispetto alle altre popolazioni dello stesso Nord-Africa, renderebbe sostanzialmente inefficace, anzi dannosa una più larga partecipazione indigena al Governo locale, e ove infine viene attuandosi, per volontà del Governo Nazionale, un imponente programma di valorizzazione. agricola e di colonizzazione a base demografica, che solo un Governo forte e dotato dei più estesi poteri può essere in grado di affrontare.


L’amministrazione della giustizia rappresentò, sin dai primi tempi dell’occupazione, uno dei maggiori problemi della Colonia, della cui importanza si dimostrarono sempre consapevoli governanti e studiosi, benché le soluzioni adottate nel passato non sempre rispondessero alle necessità di una giustizia che fosse semplice e snella, facilmente accessibile agli indigeni, non usi alle complicazioni e lungaggini procedurali, e nello stesso tempo rispettosa degli Istituti giuridici italiani, che appariva politicamente opportuno introdurre in Colonia; sicché, italiana essendo la sovranità su quelle terre, italiana ne fosse la giustizia. Si aggiunga a tale difficoltà quella della diversità delle razze e delle religioni, e la necessità di conservare per determinate materie le leggi che nella religione dei nuovi nostri sudditi avevano immutabile e insostituibile fondamento.
Il problema fondamentale della giustizia in Libia venne perciò risolto introducendo in Tripolitània e Cirenàica i nostri Codici e facendoli applicare da Magistrati italiani. La rigidità di questa massima fu tuttavia temperata dall’altra importantissima, sancita dalla legge organica, per la quale l’applicazione dei Codici ha luogo in quanto è consentito dalle condizioni locali. Ancora, una disposizione dell’Ordinamento giudiziario ricorda ai Magistrati e ai Funzionari l’obbligo che essi hanno di osservare e di fare osservare lo spirito che anima le disposizioni di legge, anziché la fredda lettera, e di amministrare giustizia con la massima rapidità e semplicità di forme. Da tali massime la figura del giudice prende singolare rilievo e importanza, assumendo aspetti che ricordano il pretore romano.

17° Condizioni sanitarie e profilassi.

[…]
MORBI INFETTIVI E PARASSITARI. – Nella Colonia esistono pressoché tutte le malattie infettive cosmopolite, più alcune affezioni strettamente tropicali. Le prime sono comuni a tutta la popolazione, le seconde quasi circoscritte agli indigeni della classe povera.
Tra le infezioni cosmopolite, frequente e grave è il tifo addominale, più nei bianchi che negli indigeni. Uno dei veicoli più comuni dell’infezione sono le mosche. Fuori dei principali centri urbani, in causa della mancanza dì latrine, la diffusione è favorita dalla contaminazione dell’acqua dei pozzi con le feci dei malati sì che, formatesi un focolaio infettivo, si hanno nuovi casi per contagio. La pulizia contro le mosche e l’uso di acqua pura o depurata sono i mezzi principali di profilassi contro la febbre tifoide. Per i giovani che debbono dimorare in campagna è consigliabile la vaccinazione antitifica.

La malaria non esiste nell’interno delle città maggiori, ma è endemica e si manifesta con forme perniciose nelle campagne (specialmente nei dintorni della laguna di Tauórga), ove le larve della zanzara anofele, veicolo dell’infezione, trovano nelle oasi l’acqua necessaria per il loro sviluppo. Per proteggersi dall’infezione bisogna dormire sotto la zanzariera e prendere ogni sera due confetti di chinino dello Stato, dal giorno dell’arrivo nei luoghi malarici sino a 15 giorni dopo la partenza.

Il vaiuolo, che serpeggia nella popolazione nomade in causa della difficoltà dì vaccinarla regolarmente, risparmia ordinariamente gli europei; nondimeno, il bianco che ha bisogno di avere frequenti contatti con gli indigeni, farà bene a rivaccinarsi, se l’ultima rivaccinazione ha dato esito negativo o sono trascorsi oltre tre anni dall’ultima rivaccinazione con esito positivo. […]

Le malattie infettive degli occhi e soprattutto il tracoma, sono diffuse nella popolazione indigena, rare tra gli europei. Al ghìbli, considerato dai nativi come un vento benefico, perché affretta la maturazione dei datteri, si fa addebito dai bianchi di essere causa di varie affezioni morbose.

Le malattie tropicali propriamente dette sono relativamente meno diffuse che in altri paesi pretropicali e colpiscono quasi esclusivamente la popolazione indigena più misera. Pertanto, una misura profilattica di ordine generale è, come usano gli Inglesi, di accordare poca domestichezza ai nativi della classe povera, limitando i rapporti con essi allo stretto necessario.

Il tifo petecchiale e, in misura più limitata, il ricorrente regnano endemici tra i beduini e tra gli arabi più poveri che albergano innumerevoli pidocchi, veicoli delle due infezioni. La profilassi consiste nel curare la massima pulizia della persona, per evitare l’aggressione di tali insetti che inoculano il morbo.

La lebbra è scomparsa dalla Tripolitània; la dissenteria amebica, la dengue e la frambesia sono rare.

ANIMALI VELENOSI. – Gli avvelenamenti da morsi di serpenti non sono rari. Tra i colubridi vive in Colonia la Naia haje; tra i viperidi la più diffusa è la Vipera tebetina. Gli scorpioni danno qualche caso di avvelenamento, che però termina con la guarigione. Nelle escursioni nell’interno non deve mancare la provvista del siero contro il veleno dei colubridi (che giova puro nell’avvelenamento da scorpioni) e del siero contro i viperidi.


18° LA RINASCITA DELLA TRIPOLITÀNIA.

Restituita al nostro incontrastato dominio, la Tripolitània si avvia a essere il grande campo di prova della nostra maturità colonizzatrice. Il Regime Fascista vi ha compiuto un’opera senza precedenti. Ha saputo dare agli indigeni, con la imponenza del suo sforzo operoso, il senso di una volontà di dominio non limitata ad affermare soltanto, ma vòlta a costruire e a suggellare, per il tempo e per i tempi, la realtà della occupazione.
Quest’opera grandiosa della trasformazione civile e politica della Colonia, esaminata con spirito realistico su dati di fatto, apparirà una magnifica affermazione di volontà e di perseveranza, di ardimento e di intelligenza, di generosità e di umanità.
Vi è però un’opera che non si può sostanziare in cifre, perché attinge significato morale e politico superiore a qualsiasi cifra e consiste nell’amministrazione rinnovata su basi di fermezza e di rettitudine, nella disciplina consolidata in alto e in basso, nella giustizia divenuta, per la sua assoluta indipendenza, arma di sovrano prestigio morale [non so se davvero fosse stato così; ma se lo fosse, come non pensare a un paragone con questagiustizia che ci ritroviamo ora? ndr]nella politica attuata con alto senso di fierezza nazionale.

OPERE PUBBLICHE A TRIPOLI.

Solo dopo l’avvento del Governo Fascista il problema delle opere pubbliche venne organicamente compreso nel campo dell’azione politica. Dopo dodici anni dalla conquista, noi eravamo ancora quasi accampati a Trìpoli. Il Governo, la Giustizia, gli Uffici e i Servizi Pubblici erano installati precariamente. La città non mostrava alcun segno apprezzabile della nostra capacità costruttiva. Lo stesso porto di Tripoli attendeva il completamento e la reale destinazione agli usi del commercio. Nulla esisteva che valesse a sollevare innanzi agl’indigeni il prestigio e la dignità dell’Italia e del suo Governo; nulla che, ispirando ai connazionali fiducia e sicurezza, li incitasse all’opera di valorizzazione della Colonia.
Il Governo si accinse all’opera con visione chiara di tutti i bisogni politici, morali ed economici, e soprattutto col proposito di fare di Trìpoli una città veramente moderna [nel 1929 la città contava 65’000 abitanti, di cui 16’000 “metropolitani”, cioè europei]

RINNOVAMENTO EDILIZIO DI TRIPOLI.

La meravigliosa continuità di sviluppo assunta da Trìpoli negli ultimi sei anni e il suo progresso nel campo edilizio, rendono superfluo ogni confronto tanto con l’epoca precedente la nostra conquista, quanto con quella del periodo immediatamente posteriore. La fisionomia della città è totalmente mutata: chi ha veduto Trìpoli nel 1922-23 e la rivede ora, ne resta vivamente sorpreso. Dappertutto è fervore di vita e di rinnovamento. Dal 1922 a oggi Trìpoli si estende, si trasforma, si abbellisce secondo un piano preordinato, che ha rispettato la vecchia città barbaresca, all’infuori di qualche sventramento diretto a risanare i quartieri ebrei e dell’isolamento dell’Arco di Marco Aurelio. La parte nuova della città è stata anch’essa largamente interessata dal piano regolatore, sia con la rettifica di strade esistenti sia con l’apertura di molte altre, con la formazione di piazze e di aree a giardino e con la destinazione di zone per villini, per impianti ferrovia e per stabilimenti industriali.
Il vecchio Castello, deturpato da sovrapposizioni posticce, stato ridonato al suo antico splendore mercé graduali lavori di sventramento e parziali e studiate ricostruzioni.
Sul piazzale Bu-Laghi, ribattezzato al nome della Vittoria, sorge, elevato su tutta la città e in vista del mare, un nobile monumento che attesta la gratitudine della Patria ai suoi figli caduti per la nuova grandezza e nel quale riposano le Salme gloriose di dieci delle diciannove «medaglie d’oro» della Tripolitania.
Ragioni di dignità e di prestigio hanno poi imposto di provvedere a una più degna residenza del Governatore. Il nuovo palazzo rappresenta un’opera pregevolissima con masse e linee vigorose, temperate da motivi di ispirazione orientale.
La nuova Cattedrale sorge nel quartiere che va rapidamente formandosi attorno alla residenza governatoriale. L’alta mole si eleva come un atto di fede. La nuova chiesa, appena inaugurata, già risplende per un prodigio d’arte: il gruppo della Pietà dello scultore triestino Attilio Selva, una singolare e alta opera d’arte.
Il corso Vittorio Emanuele II, prolungato sino alla nuova residenza del Governatore, ha visto sparire una lunga fila di indecorose bottegucce e al loro posto sono sorti il Palazzo di Giustizia e la nuova sede del Municipio ed è stato iniziato l’edificio della filiale del Banco di Nàpoli.
La spiaggia a levante del Castello sino al Belvedere, già deposito di rifiuti, è ora la magnifica passeggiata Conte Volpi, lungo la quale sorgono il teatro, il grandioso palazzo della Banca d’Italia e il grande albergo municipale. Il Belvedere è ora degno del suo nome; lungo esso, trasformato in giardino, sorgono la palazzina del Segretario Generale e altri fabbricati destinati ad alloggio di funzionari e di ufficiali. […]
Gli uffici tecnici stanno attivamente lavorando per risolvere il problema delle fognature e della rete idrica. A facilitare la viabilità si studiano i mezzi migliori per la definitiva pavimentazione stradale. Si continua a migliorare e ad arricchire l’alberatura delle vie (già più di duemila piante). Di pari passo aumentano i traffici. Una società privata, sussidiata dal Municipio, ha impiantato una rete di linee di autobus, che ha ampliato praticamente i confini della vecchia città verso l’oasi.

OPERE PUBBLICHE NEGLI ALTRI CENTRI DELLA COLONIA.

Anche in questi il Governo estende la propria attività e incoraggia e promuove iniziative private. A pochi km da Trìpoli sorge il nuovo penitenziario di Sghedéida, una vera e propria «colonia penale agricola».
Zuàra vede sistemate le sue strade, costruiti l’acquedotto, la residenza del Commissario Regionale, due ampie scuole (una per arabi e una per italiani), la sezione agraria e infine difese contro l’insabbiamento che la minacciava.
A Zàuia, centro di una delle più redditizie zone agrarie, sorgono decorose sedi di uffici e servizi. La bella cittadina dispone già di luce elettrica, per l’incremento della sua vita civile e specialmente della sua operosità agricola, e vanno sorgendo le cabine di distribuzione di energia nelle numerose e fiorenti concessioni agrarie. A Sugh el-Giùmaa è sorto un ridente villaggio indigeno. Più in là, il caratteristico quartiere israelitico di Amrùss assume nuovo aspetto in séguito al risanamento attuato dal Governo. […]

POLITICA DELLA COLONIZZAZIONE.

Il Governo Fascista si è impegnato a fondo in questa che è la battaglia decisiva: la conquista della terra. Esso da cinque anni sta effettuando con fermezza il suo programma, senza farsi illudere da vani miraggi, ma con la pacata e ferma visione di chi è conscio del destino storico della nazione e delle virtù vitali della razza.
È una politica agraria predisposta con un disegno organico, con mète progressive, con sviluppi preordinati.
Nell’aspetto tecnico il problema presenta tre distinti momenti: quello dell’indemaniamento o dell’acquisto al demanio dei terreni da colonizzare; quello della distribuzione delle terre demaniali; quello dell’assistenza (tecnica e finanziaria) al colono.

1° FORMAZIONE DEL DEMANIO COLONIALE.
Prima dell’avvento del Fascismo si partiva dal presupposto che la terra, anche se incolta, fosse di proprietà privata e solo in via di esclusione si andava rintracciando come demaniale quella su cui i privati non avanzassero pretese. Ma siccome poi, nell’accertamento delle proprietà, l’Ufficio Fondiario riconosceva come valide e autorevoli le hoggie private e le dichiarazioni dei capi quartiere, e si ammettevano le prove testimoniali sul possesso anche per le terre incolte, ne conseguiva che il demanio patrimoniale della Colonia era circoscritto, o quasi, in un’insignificante estensione di terra. Veniva quindi a mancare, per la colonizzazione, il presupposto indispensabile: la disponibilità della terra.
Nel 1922 si capovolse, nella procedura di indemaniamento, quello che ne era il presupposto giuridico, cioè si partì dalla premessa che tutti i terreni incolti fossero per presunzione demaniali, salvo a riconoscere, in via di eccezione, come di proprietà privata, quelli che tali fossero dimostrati con titoli autentici e validi.
Da allora si inizia l’opera veramente ammirevole compiuta dall’Ufficio Fondiario del Governo, la quale costituisce forse il massimo sforzo amministrativo e la più completa realizzazione di diritto compiuta in Libia dal 1911 a oggi. Tale sistema di incameramento fondiario si è rivelato in ogni senso perfetto: giuridicamente, perché evita le contestazioni e porta a un’iscrizione fondiaria definitiva e inattaccabile; politicamente, perché, sia pure attraverso infinite difficoltà di esecuzione, si viene a un accordo bilaterale che lascia l’elemento indigeno in perfetta tranquillità. Si ha una prova concreta di ciò nel fatto che finora non una sola azione giudiziaria è stata intentata dagli indigeni contro le decisioni intervenute.

2° LOTTIZZAZIONE DEI TERRENI DEMANIALI.
È il compito più faticoso e più delicato, un lavoro che non può essere compiuto in modo sommario, perché nulla sarebbe più nocivo allo sviluppo dei futuri diritti di proprietà quanto il dar loro, fin dal nascere, una base mal certa.
Vari elementi vengono tenuti presenti nella lottizzazione:
a) necessità di formare i lotti in modo che ciascuno comprenda una certa quantità di terreno buono e una certa parte dì terreno mediocre o cattivo, se, come spesso accade, in quella determinata zona, si avvicendano varie qualità di terreno;
b) necessità di .fare la lottizzazione in modo che a ciascun concessionario riesca facile o almeno possibile raggiungere la linea ferroviaria o l’arteria stradale o la carovaniera più vicina;
c) necessità di adattare i lotti ai confini spesso irregolari o frastagliati delle zone indemaniate.
Il problema della distribuzione delle terre è il problema «centrale» della trasformazione agraria e dall’adottare più o meno appropriate soluzioni dipende il risultato più o meno brillante di tutta la colonizzazione. Esclusa a priori la colonizzazione di Stato, sorge la domanda: grande o piccola colonizzazione? Il Fascismo si inspira, in ciò, alle esigenze concrete della realtà. Inoltre esso ha dato un’altra prova di avveduto realismo, quando ha utilizzato, «inquadrandoli» nella nascente economia della colonizzazione, tipi di contratti tradizionali in Libia, quali la «mugarsa» e l’«enzel».

3° ASSISTENZA AI COLONI.
Questa è tecnica e finanziaria. La colonizzazione è, soprattutto in principio, un fatto artificioso. L’uomo, per quanto capace di adattamento, ha bisogno di un certo periodo di tempo per adattarsi. Solo il logorìo dì più generazioni e la loro cumulata esperienza può creare fra il lavoratore e la terra quell’accordo che darà il maggiore prodotto col minore sforzo.
Ma quando un lavoratore si trapianta in una terra, del tutto diversa da quella che lo vide nascere, allora questo ciclo deve essere compiuto assai più rapidamente e nel giro di pochi anni il colono deve rendersi padrone di una tecnica diversa da quella prima usata, deve comprendere le attitudini di una terra nuova, deve spogliarsi di idee, che, esatte altrove, diventerebbero assurde e fatali in Colonia. Il successo di un vasto tentativo di colonizzazione è in gran parte subordinato alla prontezza con cui si compie questo processo di adattamento dell’uomo alla terra. Di qui la necessità di una larga integrazione dello sforzo individuale con le provvidenze statali.

Non è facile esporre in sintesi quello che, in questo campo, è stato compiuto dal Governo Fascista, potenziando al massimo l’esperienza dei tecnici che hanno affrontato lo studio della esperimentazione agraria, e successivamente il compito pratico di guidare ogni giorno la mano dei coloni. Basti dire che l’Istituto Agrario di Sìdi Mésri è, fra le varie istituzioni create dall’Italia nelle sue terre d’oltremare, una delle più benemerite.
Assistenza economica. Non si insisterà mai abbastanza sulla necessità di un largo credito agrario e fondiario, sorretto dallo Stato, essendo l’iniziativa privata troppo timida e troppo scarsa. Con la creazione della «Cassa di Risparmio della Tripolitània» (istituita il 12 lug. 1923) il Governo ha affrontato le esigenze del credito agrario e, con l’erogazione di diretti contributi finanziari, ha integrato le provvidenze creditizie. La Cassa ha assolto un vasto compito con ritmo sempre più adeguato ai bisogni.
L’anno 1928 segna una data memorabile nella politica agraria coloniale con l’emanazione del R. D. 7 giu. 1928 VI, che regola la materia in tema di concessioni agricole, pastorali e industriali. Le disposizioni di esso sono frutto dell’esperienza pratica. Infatti si sono distinte le zone nelle quali la valorizzazione agricola deve essere diretta al popolamento dei fondi con famiglie di contadini italiani e le zone in cui essa è diretta allo sfruttamento agricolo, pastorale e industriale. Nelle prime il Governo si assume l’onere per le opere pubbliche occorrenti per la formazione dei centri rurali (costruzione di strade, sistemazione dei bacini montani, ricerche idriche e acquedotti, rimboschimento delle dune, bonifiche di zone paludose, ecc.) e l’opera del concessionario è sorvegliata e diretta dal Governo mediante precisi obblighi imposti nel disciplinare la concessione. Però, accanto a questi maggiori obblighi, il Governo ha stabilito numerose provvidenze a favore dei concessionari.

LAVORO ATTUATO.

L’attività valorizzatrice della steppa oggi si estende sulla costa da Misurata al margine della grande sébcha di Zuàra, e si protende a Sud di Trìpoli fin sotto i piedi del Gebèl. Su questa zona si svolge quotidianamente una gigantesca fatica: dissodamenti di terreni incolti da secoli; scavi di buche in lunghissimi filari per piantagioni arboree; impianti di uliveti, di mandorleti, di vigneti, di gelseti, di frutteti di ogni sorta; barriere verdi di frangivento; costruzioni di pozzi e di case coloniche.
Ecco le cifre, raccolte recentemente dal R. Ufficio Agrario, che documentano il mirabile lavoro finora compiuto:


OPERA DI TRASFORMAZIONE DELLE DUNE.

L’incatenamento e la successiva messa in valore delle dune costituiscono un compito che non può essere affrontato dal colono, dal pioniere senza la larga cooperazione del Governo. La duna, che costituiva la permanente insidia di chi affrontava il lavoro della terra, è vinta. La soluzione del problema è stata preceduta dalla sperimentazione e si è trovata una tecnica che, in relazione alle modeste risorse del paese, costituisce quanto di più semplice e di più efficace si può immaginare. Essa consiste nella divisione a scacchiera della zona da rimboschire, mediante siepette morte formate da materiale erbaceo spontaneo della steppa (particolarmente Imperata cilindrica), e nella piantagione, tra i quadrati che ne risultano, di semenze forestali diverse, fra le quali predominano le acacie australiane, la robinia pseudo-acacia, tamerici diverse, qualche conifera (cipressi e pini di Aleppo) e, come piante da sottobosco, la ginestra comune e la Retama raetam. Così in pochi anni si sono creati boschi ove dominava lo squallore, mutando radicalmente la fisionomia selvaggia delle dune mobili. Con quest’opera di rimboschimento, che prosegue alacremente, si provvede a due fondamentali esigenze: alla difesa dal pericolo d’insabbiamento delle zone destinate alla colonizzazione e delle strade e alla produzione di legname da ardere e da costruzione, la cui assoluta mancanza obbliga ancora a costose importazioni.

BONIFICA IDRAULICA.

Essa in molte zone deve precedere la bonifica agraria vera e propria. Compito grave anche questo; ma, appunto perciò, affrontato subito dal Governo.
Due importanti canali di bonifica, dello sviluppo complessivo di circa 18 km, stanno per essere ultimati nelle zone di Tagiùra e di Ain Zàra, ove circa 1000 ha. verranno redenti dalla malaria. Sono in corso gli studi per le altre importanti bonifiche di Sìdi ben Nur, Gasr Carabùlli, e Gasr Chiàr.
Importantissima bonifica, collegata coll’utilizzazione della più notevole sorgente di acque della Colonia, è quella della grande palude dì Tauórga. A essa si pensò persino dal Governo Turco e nel 1913 formò oggetto di studio da parte della Commissione agrologica Bertolini. Solo il Regime Fascista saprà realizzarla.
Un’ultima prova dell’interessamento del Governo si ha dal fatto che nel 1929 S. E. Badoglio ha ordinato lo studio organico degli sbarramenti di corsi d’acqua esistenti nell’antichità classica. L’esperienza degli avi verrà nuovamente utilizzata e saranno gradualmente ricostruite le dighe innalzate da Roma, per fermare le acque e devolverle a fecondare il lavoro dei nostri coloni.

LA CONQUISTA MORALE.

1° LA GIUSTIZIA.
La giustizia italiana è non solo ben accetta, ma desiderata dalle popolazioni locali.
Una caratteristica essenziale della giustizia libica è data da quell’autorità legislativa da parte degli organi locali che dà modo al magistrato, sia di temperare i principi del nostro patrio diritto con le inveterate consuetudini locali, sia di segnalare al Governo la opportunità di provvedimenti legislativi reclamati da peculiari circostanze e imposti dal nuovo ritmo di vita economica e sociale che è derivato dalla estensione del nostro dominio.
Col decreto 8 mag. 1927, N. 884 è stato pubblicato il nuovo ordinamento di Polizia per la Libia, ispirato alla nuova legge dì Pubblica Sicurezza del Regno.

2° LA SCUOLA.
La prima scuola italiana sorse in Trìpoli nel 1876. Ma solo dopo la conquista l’Italia si è trovata di fronte al problema della organizzazione delle scuole, che non può essere risolto coi criteri delle scuole metropolitane, per quel che riguarda l’elemento indigeno, arabi e israeliti, ma deve mirare a fornire a essi i mezzi per poter, meno stentatamente che nel passato, sviluppare la loro attività e sospingerla con adatti aiuti materiali perché dia il rendimento necessario, pur avendo cura di mantenere i loro pensieri e le loro abitudini nelle vie che a essi convengono.
Col Governo Fascista è stata «impostata» una vera e propria politica della scuola coloniale.
Nell’anno scolastico 1921-22 esistevano 20 scuole con 5787 alunni e 78 insegnanti; ora ve ne sono 55 con 9598 alunni e 209 insegnanti e 11 in corso di istituzione. Le scuole private, che sono sussidiate o controllate dal Governo, hanno 8877 allievi. Si sono costruiti 23 nuovi edifici e 6 riattati o ampliati.
Il sistema delle scuole per metropolitani è in tutto uguale a quello del Regno e le riforme scolastiche recentemente promosse dal Governo Nazionale per elevare il tono spirituale della scuola sono state integralmente, coscienziosamente attuate anche in Tripolitània.
Per favorire l’istruzione professionale, il Governo sta ricostituendo la Scuola di Arti e Mestieri di Tripoli, allo scopo di trasformarla in uno snello e pratico ente economico-didattico.
È stata recentemente istituita una Scuola pratica di Agricoltura, che diverrà il vivaio dei veri coloni.
Importanti provvedimenti di carattere generale hanno reso possibile il definitivo assetto materiale e morale delle scuole, sia primarie che medie. Ricordiamo i principali: 1° rigida epurazione del corpo insegnante; 2° costituzione dei Circoli Direttivi Didattici; 3° inquadramento pressoché totale degli alunni metropolitani nelle istituzioni Giovanili Fasciste.
A integrare l’opera della scuola concorrono i corsi serali per adulti analfabeti, le biblioteche circolanti, i patronati scolastici, le proiezioni di fìlms educativi.

3° L’OPERA SANITARIA.
L’opera sanitaria è un’arma di conquista morale. Al pari del maestro, il medico è, in Libia, un apostolo, un costruttore.
Anche qui, tutto è stato da fare. All’epoca dell’occupazione, in Trìpoli qualsiasi vigilanza e assistenza medica era trascurata e l’unico luogo ove, in tutta la città, si curavano seriamente i malati gravi era l’ambulatorio italiano «Guido Baccelli». Perciò l’opera sanitaria è creazione italiana. Ma nei primi anni non si procedette con criterio organico; la «politica sanitaria» data dal 1922.

a) SERVIZIO OSPITALIERO. – Per l’assistenza medico-chirurgica delle popolazioni europee e indigene si trova in via di sistemazione definitiva il grande ospedale di Tripoli, del tipo a padiglioni separati (con un massimo di 48 letti per padiglione) e che, con i previsti ingrandimenti futuri, giungerà a una disponibilità di 800 letti.
[…]


VALORIZZAZIONE TURISTICA.

L’opera di valorizzazione economica della Colonia sarebbe monca se non venisse integrata dall’azione intesa a fare di Trìpoli e del suo «hinterland» centro di «attrazione» internazionale per il soggiorno invernale.
Nulla, per questo, manca a Trìpoli, a incominciare dal clima ove i vantaggi del mare, la debole escursione diurna e annuale della temperatura, l’assenza di polvere e di germi, il grado igrometrico relativamente elevato, la intensità e la grande durata dell’insolazione, la frequenza e costanza dei venti, si trovano in grado superiore, o per lo meno non inferiore a quello delle più celebrate stazioni climatiche marittime.
La valorizzazione di Trìpoli come soggiorno invernale significherà apporto di risorse economiche non meno ampie di quelle che si aspettano dalla bonifica agraria. Essa costituirà un elemento di privata e pubblica ricchezzae animerà nuove iniziative.
Bisogna che all’estero si abituino a pensare a Trìpoli come al Càiro, a Tùnisi, ad Algeri. Ma soprattutto bisogna che gli Italiani imparino a conoscere e ad apprezzare la loro principale Colonia.

L’OPERA DI DOMANI.

Dalla sintesi fatta risultano i pregi maggiori della azione compiuta dal Governo Nazionale in Tripolitània: rapidità e organicità.
Un tempo il nostro programma coloniale fu disegnato con mano incerta e attuato con cuore trepido e ciò contribuì a rendere sospettosa e diffidente l’opinione pubblica in materia di espansione coloniale. Oggi i tempi sono mutati. Ciò che prima era considerato come un legato passivo del potere è stato dal presente Governo inserito nel vivo della vita nazionale.
La conquista della Colonia è compiuta e definitiva; ora bisogna conquistare le anime, bisogna vincolare gli interessi. La semplice e muta sottomissione dei nuovi sudditi non può e non deve bastarci. Noi non siamo né padroni distanti, né sfruttatori cupidi. Oggetto della più vera conquista debbono essere la messa in valore del paese e l’attaccamento ragionato dell’indigeno alla nostra opera. Lentamente agli occhi degli inesperti, prestissimo riguardo alla storia, in ogni caso con una facilità crescente, gli indigeni vengono a noi, adottano i nostri metodi, secondano le nostre intenzioni; solo a qualche anno d’intervallo il progresso sociale è sensibile.
[In Libia la storia andò un po’ diversamente, purtroppo, ma l’appassionato di cose ferroviarie avrà senz’altro presente il caso della ferrovia eritrea, qui descritta nella seconda parte. Al principio del XXI secolo, a distanza di oltre 60 anni, e con trenta di guerra civile in mezzo, le uniche cose ferroviarie ancora funzionanti erano eredità della colonizzazione italiana. Particolare non trascurabile, esse erano guardate con attenzione e persino affetto dai ferrovieri locali “sopravvissuti”, come è ad esempio descritto in un bel volume dell’ETR (G.G. Turchi, Treni italiani d’Eritrea, 2003), e costituivano una delle poche risorse turistiche di quel paese.]
L’opera di ricostruzione economica e civile della Tripolitània è fortemente avviata e domani attingerà le sue infallibili mete.
È però necessario che in Italia le classi dirigenti, le classi abbienti siano richiamate a quelli che costituiscono a un tempo i loro doveri e i loro interessi. E soprattutto occorre che gli Italiani apprendano a studiare realisticamente i problemi coloniali. Alle affermazioni teoriche debbono dare base solida i fatti: i fatti specchiano senza reticenza il male, senza attenuazione il bene; i fatti che ci dicono come la Tripolitània vada giudicata senza pessimismo soverchio e quindi dannoso, ma anche senza esagerato ottimismo e però parimente esiziale.
La nostra Colonia non è affatto quell’«osso spolpato» che si vuoi far credere. Si pensi solo – e lo ha detto un tecnico di prim’ordine, Emanuele De Cillis – che in tutta la Tripolitània settentrionale si può, quando si voglia, ripetere il prodigio della foresta di Sfax, ove il capitale impiegato si riprodusse, dopo circa 20 anni, per diciotto volte nel valore degli uliveti. Un altro competente, Andrea Gravino, ha calcolato a 2’400’000 ha. la superficie fruttuosamente coltivabile nella sola Tripolitània settentrionale; e a 350mila gli agricoltori connazionali che potrebbero far la loro fortuna con lo sfruttamento della terra tripolitana.
[Fa quasi sorridere oggi, anche se amaramente, questo esempio di “ricchezza” della terra libica, ancora basato su un metro di giudizio terribilmente agricolo: dopo che il nuovo governo autonomo ebbe cacciato gli italiani, la Libia si trasformò in un produttore di ben altre materie prime: petrolio, gas naturale. Altro che uliveti! E tuttavia è con molta difficoltà che, negli anni che seguirono, riusciamo a immaginare quel senso di giustizia, di civiltà, che, forse come un’illusione, forse come un abbaglio, abbiamo trovato nel testo che stiamo leggendo.]
La presente generazione deve compiere la valorizzazione della Libia, compierla con precisa consapevolezza dei suoi fini, senza febbre di speculazione, senza cieche impazienze, senza sproporzionati ottimismi; ma con un’opera illuminata, perseverante, tenace. Non vi è più bel compito, per una nazione giovane e vigorosa come l’Italia.

19° IL TURISMO.

I. – LE PRINCIPALI ATTRATTIVE.

ASPETTI ETNICI E FOLCLORISTICI. – La Tripolitània tiene il primato su tutte le regioni dell’Africa mediterranea per il suo fascino orientale, originario, primitivo, perché il cosmopolitismo delle città egiziane, tunisine, dell’Algeria e del Marocco non vi è ancora penetrato, e l’arabo, ligio alle tradizioni, vive gelosamente nel suo clima psicologico e sociale, senza mistificazioni e senza contaminazioni. Inoltre la fiducia che ispiriamo agli indigeni ci permette di avvicinarci alla loro vita. A Tùnisi l’ingresso alle moschee è assolutamente precluso al turista, il quale invece può facilmente. visitare quelle di Tripoli. E se gli assuàgh (pl. di sugh) egiziani e tunisini sono assai più grandiosi dei nostri, conviene osservare che quelli son convertiti talora in enormi bazar europei, nei quali si ostenta la merce d’un Oriente più o meno adulterato, mentre nei vicoli e nelle bottegucce attorno alla moschea dei Caramanli i tappeti dai vivaci colori sono fabbricati a Misurata, gli oggetti di cuoio lavorati d’oro e d’argento sono opera di artieri tripolini, e le auree o argentee manine di Fatma e i braccialetti e i monili e i ventagli d’avorio sono autentico lavoro arabo.

Oriente genuino dunque, nelle sue espressioni più caratteristiche. Islamismo che s’inebria nelle «zàuie» con la coreografia degli stendardi trapunti e i cori gutturali della folla; spirito guerriero, che lancia per le vie di Tripoli, nelle grandi parate, la frenesia dei cavalli volanti, i baracani al vento.

VESTIGIA DI ROMA ANTICA. – Il turista che da Tripoli procede lungo le strade litoranee o s’addentra nella Gefàra trova ovunque superbe tracce della potenza di Roma imperiale.

Le maestose rovine di Léptis Magna e delle basiliche di Sabràtha sono espressioni di bellezza architettonica e plastica che hanno poche rivali in tutta l’Africa latina. Gli avanzi di mausolei, di terme, di fattorie, di dighe di sbarramento, di «torcularia» disseminati in tutta la Tripolitània suscitano profonda commozione nell’animo del turista italiano.


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