LE "NOYADES" DI NANTES

Autunno 1793, il Terrore imperversava a Parigi e in tutta la Francia, il Comitato di Salute Pubblica, stretto attorno a Robespierre, si affannava a punire con la morte tutti i nemici della repubblica, sospendendo, o meglio negando, i principi di libertà e di fraternità che avevano tenuto a battesimo la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino dell’agosto 1789. Solo l’eguaglianza sopravviveva, seppur trasfigurata nell’imperativo di asservire con il Terrore tutti i cittadini alla repubblica, al fine di salvare la repubblica stessa.
La deriva verso il più feroce estremismo fu graduale, dettata dalla politica contingente. Nel gennaio del 1793 la decapitazione di Luigi XVI, dopo un processo farsesco, radicalizzò lo scontro con le monarchie europee. La guerra, voluta nell’aprile del 1792 dai girondini per smascherare le ambiguità dei foglianti e della monarchia e assicurare lauti profitti alla borghesia mercantile, si trasformò in uno scontro ideologico, in cui la Francia regicida era costretta a lottare per la propria sopravvivenza, dal momento che la ghigliottina aveva troncato insieme alla testa di Luigi XVI ogni ipotesi di compromesso e di convivenza con il resto dell’Europa.

Dopo aver invocato la guerra i girondini si mostrarono incapaci di gestirla sia sul piano politico che su quello militare. 

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Maximilien de Robespierre

L’esercito francese non era pronto: gli equipaggiamenti erano insufficienti, l’emigrazione aveva gravemente indebolito il corpo ufficiali. Su 9000 ufficiali la metà aveva abbandonato la Francia. I battaglioni di volontari, pur animati dall’entusiasmo suscitato dalla propagandarivoluzionaria, che presentava la guerra come una crociata per la sopravvivenza della Francia e l’instaurazione della libertà universale, erano privi di un adeguato addestramento. Il proposito di Dumouriez, posto dai girondini a capo dell’esercito, di superare i vistosi limiti della sua armata grazie a una guerra breve, resa più agevole per le armi francesi dall’insorgere delle popolazioni confinanti al richiamo dei valori della rivoluzione, divenne utopia dopo il gennaio 1793.
Tra febbraio e marzo del 1793, l’Inghilterra e la Spagna ruppero la loro preoccupata neutralità e dichiararono guerra alla Francia. L’improvviso estendersi del conflitto impose la chiamata sotto le armi di oltre 300.000 uomini, accendendo forti resistenze in tutto il Paese. 
Nel marzo del 1793 il generale Dumouriez, i cui legami con i girondini erano ben noti, concluse segretamente un armistizio con gli austriaci e tentò di organizzare un colpo di stato, ma il rifiuto delle sue truppe di volgersi contro la Convenzione lo costrinse a consegnarsi al nemico.
Il tradimento di Dumouriez gettò l’ombra del sospetto sui girondini e diffuse in tutta la Francia una nuova ondata di panico a cui seguì la persecuzione dei nemici veri o presunti della rivoluzione. Ovunque, su iniziativa dei sanculotti, nacquero Comitati di Sorveglianza che si incaricarono di controllare e di fermare i sospetti.
All’inizio di aprile i giacobini acuirono la loro animosità verso i girondini accusandoli di tradimento e di colpevole debolezza nella condotta della guerra e invocando misure straordinarie come il calmiere dei prezzi e le requisizioni per soddisfare le pressanti necessità dell’esercito e delle classi popolari. 
Sempre più logorati e incalzati dall’offensiva giacobina, i girondini dovettero concedere prima l’abolizione dell’inviolabilità dei deputati contro cui esistessero forti presunzioni di complicità con i nemici della rivoluzione; poi l’istituzione, sotto l’influsso di Danton, di un Comitato di Salute Pubblica per coordinare gli sforzi bellici; infine l’introduzione di un calmiere dipartimentale dei prezzi dei foraggi e dei cereali.
Tali concessioni non furono tuttavia sufficienti a evitare la caduta della Gironda.
Nel giugno del 1793, esasperati dall’andamento assai incerto della guerra, i sanculotti dei sobborghi di Parigi, con la piena complicità dei giacobini, accerchiarono la Convenzione e chiesero l’arresto dei deputati girondini. La convenzione cedette, aprendo così la strada alla dittatura giacobina.

La teoria, elaborata fin dal 1789 da Sieyès, del potere illimitato e assoluto delle assemblee rappresentative incaricate dalla nazione sovrana di produrre una nuova costituzione si saldò con le invocazioni di Marat all’avvento di un dittatore capace di vincere l’inerzia e la volubilità delle masse e di liberare la giovane repubblica da quanti all’interno e all’esterno intendevano soffocarla, instaurando così libertà, felicità e prosperità definitivamente. Le incertezze dell’andamento della guerra, il degenerare della contrapposizione politica tra girondini e giacobini, l’estremismo della base rivoluzionaria, il dilagare dell’ossessione per i tradimenti e le cospirazioni controrivoluzionarie deformarono il nucleo ideologico e giuridico della rivoluzione, rappresentato dalla teoria di Sieyès del potere costituente, sino ad inglobarvi anche l’idea della dittatura terroristica giacobina, intesa come una fase transitoria, ma indispensabile, violentissima, ma salvifica.
Dopo aver epurato la Convenzione dei “traditori” girondini, il gruppo dirigente giacobino si affrettò, con l’appoggio della pianura, preoccupata di essere tacciata di tiepido spirito rivoluzionario, ad approvare una nuova costituzione molto avanzata sul terreno della democrazia politica, grazie all’introduzione del suffragio universale e del referendum popolare, e con caute aperture alla democrazia sociale, attraverso l’affermazione del principio generale dell’assistenza pubblica agli indigenti. L’assolvimento del compito costituente della Convenzione non fece tuttavia svanire le minacce all’edificio rivoluzionario, anzi le alimentò, fornendo ampie giustificazioni al differimento dell’applicazione della nuova costituzione sino alla pace e al consolidamento del potere nelle mani dei giacobini.

Soltanto dopo aver saldamente assunto il potere Robespierre si preoccupò di chiarire sul piano teorico la legittimità della dittatura rivoluzionaria. Nel rapporto Sui principi del

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Charles François Dumouriez

governo rivoluzionario del 5 nevoso II (25 dicembre 1793) scrisse: «Il fine del governo costituzionale è di conservare la Repubblica; quello del governo rivoluzionario di fondarla. La rivoluzione è la guerra della libertà contro i suoi nemici; la costituzione è il regime della libertà vittoriosa e tranquilla. [.] Il governo costituzionale si occupa principalmente della libertà civile [cioè della garanzia delle libertà individuali]; e il governo rivoluzionario della libertà pubblica [cioè la salvezza della comunità e l’indipendenza della nazione]. Sotto il regime costituzionale basta proteggere gli individui contro gli abusi del potere pubblico; sotto il regime rivoluzionario il potere è costretto a difendersi contro tutte le fazioni che lo attaccano. Il governo rivoluzionario deve ai buoni cittadini tutta la protezione nazionale; ai nemici del popolo non deve che la morte». Prima di ottenere una definitiva formulazione teorica la dittatura giacobina fu costruita giorno dopo giorno, emergenza dopo emergenza, ribellione dopo ribellione, atrocità dopo atrocità, dilapidando il patrimonio ideale della rivoluzione con l’intento di preservarlo.
L’arresto dei girondini, eliminando dalla scena politica i fautori di una politica moderata, sensibile alla difesa della libertà economica, alimentò in molte province, soprattutto nel sudest, lo spirito di ribellione. Bordeaux, Marsiglia, Tolone, Montbrison e Lione insorsero.
La sollevazione della Vandea, iniziata nel mese di marzo per porre fine alla coscrizione e alla persecuzione dei preti refrattari, assunse nel corso dell’estate del 1793 dimensioni imponenti, mettendo in fuga le armate inviate prontamente da Parigi con il compito di ristabilire l’ordine.
Le sorti della guerra intanto volgevano a sfavore della Francia: tutti i territori occupati erano stati riconquistati dal nemico, Parigi stessa era esposta a gravissimi rischi.
Alle difficoltà politiche e militari si aggiungevano quelle economiche: l’inflazione continuava a crescere e l’assegnato a svalutarsi. Le derrate alimentari che affluivano nei mercati erano insufficienti a sfamare la popolazione.
Di fronte a questa grave situazione, prossima alla disgregazione della Francia, i giacobini diedero prova di grande fermezza, mettendo però da parte ogni residuo di spirito umanitario. Nel luglio del 1793, essi ottennero dalla Convenzione la ristrutturazione del Comitato di Salute Pubblica che fu trasformato in un governo di guerra, dotato di ampie competenze in tutti i campi: dal controllo dell’ordine pubblico alla diplomazia, dalla regolazione delle attività economiche alla condotta delle operazioni militari. Per enfatizzare il carattere transitorio della dittatura giacobina il decreto del 14 Frimaio II (4 dicembre 1793), che riorganizzò il governo rivoluzionario, stabilì la rielezione mensile da parte della Convenzione dei membri del Comitato. Tale ossequio formale alla centralità della Convenzione nel sistema politico non impedì che il Comitato finisse di fatto per imporsi sull’assemblea rappresentativa. La rielezione dei membri dell’esecutivo divenne una pura formalità, dal momento che il governo rivoluzionario giacobino possedeva efficaci strumenti di ricatto, di intimidazione e, all’occorrenza, di repressione nei confronti di qualsiasi oppositore, dentro e fuori la Convenzione.

Danton, ritenuto ondivago e incline al compromesso, fu messo da parte; la guida del Comitato passò nelle mani uomini come Billaud-Varenne, Collot-d’Herbois, Barrère, Lindet, Couthon, Carnot, Saint-Just e Robespierre che diedero vita a un organismo politico estremamente compatto, che non esitò a sospendere le garanzie liberali e la democrazia stessa pur di imporre al paese la disciplina necessaria a sostenere lo scontro con i nemici interni ed esterni della rivoluzione.
Al Comitato di Salute Pubblica fu affiancato il Comitato di Sicurezza Generale, anch’esso rieletto di mese in mese, con una competenza specifica sulla polizia politica e sulla giustizia rivoluzionaria. Tra i due comitati, detti di governo, il primo finì per prevaricare sul secondo.
Nei dipartimenti l’organizzazione amministrativa fu semplificata e improntata alla più rigida centralizzazione. Si impose alle municipalità di rendere conto della loro attività, in particolare quella repressiva nei confronti dei sospetti di attività controrivoluzionarie, ogni dieci giorni ai distretti, che dovevano poi riferire al governo rivoluzionario centrale.
In agosto il Comitato di Salute Pubblica decretò la leva in massa di tutti i giovani tra i 18 ed i 25 anni e pose tutti gli altri cittadini in stato di requisizione, in modo da poterli impiegare, all’occorrenza, nelle fabbricazioni di guerra e nelle retrovie. Grande attenzione riservò anche alla crisi economico-finanziaria. Introdusse il calmiere dei prezzi che inizialmente riguardò soltanto i cereali per poi estendersi gradualmente a quasi tutti i beni ed ai salari.
Il calmiere, unito alle requisizioni dei prodotti alimentari e delle materie prime, stabilizzò l’inflazione e garantì la sussistenza sia delle classi popolari, sia dell’esercito. Neppure il commercio estero sfuggì al controllo del comitato.

L’economia francese fu dunque in gran parte nazionalizzata, sia direttamente,

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Fucilazioni a Lione

attraverso la creazione di manifatture di stato, sia indirettamente, mediante la fornitura di materie prime e di mano d’opera, il controllo della produzione, la requisizione dei prodotti, l’imposizione di prezzi e salari.
Tutte le misure adottate per la regolazione dell’economia non furono per il comitato il frutto di un disegno ideologico, ma un espediente straordinario e transitorio per affrontare le necessità della guerra.
L’alleanza stretta dai giacobini con l’ala sinistra della rivoluzione, rappresentata dai sanculotti delle sezioni parigine, favorì inoltre lo sviluppo del movimento di scristianizzazione. Il clima di mobilitazione patriottica incoraggiò le sezioni rivoluzionarie ad estendere anche al clero costituzionale l’odio che già da tempo investiva i preti refrattari. I rivoluzionari più intransigenti iniziarono a considerare la Chiesa al servizio della controrivoluzione e ne invocarono l’estirpazione dal corpo della società francese.
Rispetto a questo movimento della base rivoluzionaria il Comitato di Salute Pubblica ebbe un atteggiamento oscillante. Da principio assecondò la scristianizzazione tollerando la chiusura delle chiese, introducendo il calendario repubblicano che eliminava dalla vita quotidiana ogni riferimento al cristianesimo per celebrare invece la patria, le stagioni ed i mestieri; poi si sforzò di contenerla. Robespierre riteneva pericolosa la scristianizzazione in quanto da un lato avrebbe fomentato l’ateismo, lontano dalla sensibilità popolare e foriero di immoralità pubblica e privata; dall’altro avrebbe fanatizzato i già numerosi nemici della repubblica. Sulla base di tali considerazioni il comitato rifiutò di dare una sanzione formale alla scristianizzazione imponendo per legge il divieto di culto.

Il principale strumento di governo del Comitato di Salute Pubblica fu il Terrore, cioè la condanna a morte, spesso a seguito di processi sommari, talvolta senza neppure un simulacro di processo, di tutti i sospetti oppositori della dittatura giacobina: nobili, preti refrattari, cittadini stranieri, simpatizzanti girondini, accaparratori di generi alimentari, commercianti che eludessero il calmiere dei prezzi. Robespierre interpretò il Terrore come una giustizia “pronta, severa, inflessibile” che fosse emanazione diretta della virtù repubblicana, cioè, rifacendosi alla tradizione classica, dell’amore e della devozione verso la patria e le sue leggi.
La legge sui sospetti, approvata nel settembre 1793, costituì la cornice legale del Terrore. Essa definiva i sospetti in maniera così elastica da rendere onnipotenti i Comitati di Sorveglianza incaricati di applicarla. Il sospetto prendeva di mira l’autore possibile di un reato eventuale a causa delle sue opinioni e non il presunto colpevole di un fatto realmente compiuto. L’arbitrio aveva in questo modo campo libero. Una volta deferiti dai comitati di sorveglianza ai tribunali rivoluzionari, i sospetti erano spacciati, non avendo la possibilità né di ricorrere in 

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Gli annegamenti a Nantes

appello né di difendersi concretamente. Spesso i processi si risolvevano con l’accertamento dell’identità dei sospetti, a cui seguiva la lettura della sentenza di morte.
L’organismo esecutivo della legge sui sospetti e del Terrore furono i Comitati di Sorveglianza. Sorti spontaneamente tra la base rivoluzionaria dei sanculotti delle sezioni parigine e di molti comuni, anche piccoli, i comitati furono istituzionalizzati, prima nel marzo e poi nel settembre del 1793, con il riconoscimento formale di tutti i poteri che nel frattempo si erano arrogati: compilare liste di sospetti, procedere ad arresti e perquisizioni, rilasciare certificati di civismo, controllare i documenti dei militari in licenza, arrestare chiunque fosse sprovvisto della coccarda tricolore.

L’inasprimento della repressione impose inoltre, nel settembre 1793, un rimaneggiamento del Tribunale Rivoluzionario. Esso fu chiamato a giudicare senza appello né cassazione ogni iniziativa controrivoluzionaria, ogni attentato contro la libertà, l’eguaglianza, l’unità e l’indivisibilità della repubblica, la sicurezza interna ed esterna e tutti i complotti tendenti a restaurare la monarchia. Alla Convenzione era riservata la nomina dei giudici e dei giurati e soprattutto la chiamata in giudizio dei sospetti.
Per i reati contro la repubblica il tribunale criminale di ogni dipartimento poteva sedere “rivoluzionariamente”, seguendo le stesse regole fissate per il Tribunale rivoluzionario di Parigi; nelle regioni dove infuriava la guerra civile furono invece istituite apposite commissioni militari per giudicare i sospetti.
La politica del Terrore fu inaugurata nell’ottobre del 1793 con la condanna a morte di Maria Antonietta. L’esecuzione della regina vanificò ogni residua, nonché flebile, illusione di una soluzione diplomatica della guerra. A breve distanza salirono sul patibolo i deputati girondini, arrestati in giugno, e alcuni dei capi dei foglianti, il duca di Orléans, Filippo Egalité e madame Roland, una delle anime politiche del gruppo girondino. 
Negli ultimi tre mesi del 1793 su 395 accusati presso il Tribunale Rivoluzionario 177 furono ghigliottinati, cioè il 45%. Il numero degli arresti subì una impennata. Nel dicembre 1793 i detenuti nelle galere parigini superarono le 4500 unità, in agosto non erano più di 1500.

Alla periferia della repubblica l’anello di congiunzione tra il governo rivoluzionariocentrale da una parte e i comitati di sorveglianza e le amministrazioni locali dall’altra erano i rappresentanti della Convenzione in missione, dotati di poteri pressoché illimitati. La loro funzione era normalmente quella di sovraintendere alla mobilitazione e al dispiegamento dell’esercito e di coordinare gli sforzi bellici, e perciò rivoluzionari, della cittadinanza, ma nelle regioni in cui si fossero verificate sollevazioni controrivoluzionarie tale funzione si riduceva alla messa in pratica del Terrore, cioè dell’inflessibile punizione di tutti i nemici veri o presunti della repubblica.
Mentre a Parigi il Terrore era modulato direttamente dal governo rivoluzionario coniugando l’imperativo di imporre alla Francia la disciplina necessaria a sconfiggere i suoi nemici con la salvaguardia di larvate procedure formali, nei dipartimenti esso era condizionato non solo dalle direttive che provenivano dal centro, ma anche dallo zelo e dal temperamento, cioè dalle inclinazioni più o meno sanguinarie dei rappresentanti in missione. 
A Lione, riconquistata alla repubblica dopo un lungo assedio nell’ottobre del 1793, il rappresentante in missione, nonché membro del Comitato di Salute Pubblica, George Couthon, pur invocando la necessità di rieducare la popolazione a cominciare dall’alfabeto rivoluzionario e dall’imposizione alla città di un nuovo nome, Ville-Affranchie, Città Liberata, non scatenò la sua ferocia sulle persone ma sui simboli della prosperità lionese che ai suoi occhi aveva alimentato la rivolta. Il 26 ottobre nella Place Bellecour, dove sorgevano le più eleganti residenze nobiliari della città, Couthon, dalla sua sedia da invalido, pronunciò una accorata orazione in cui ordinò di abbattere gli edifici che si affacciavano sulla piazza, in quanto essi erano «luoghi criminosi ove la magnificenza regale reca affronto alla miseria del popolo ed alla semplicità di modi repubblicana». Prima di dare il buon esempio sferrando il primo colpo di mazza tuonò: «Possa questo terribile esempio incutere paura alle future generazioni e insegnare all’universo che la nazione francese, sempre grande e giusta, come sa premiare la virtù, così sa anche aborrire il crimine e punire la ribellione».

Nonostante la demolizione di più di 1700 case in tutta la città, la condotta di Couthon fu giudicata fiacca dalla Convenzione che si affrettò a inviare a Lione altri due suoi autorevoli membri, Fouché e Collot d’Herbois, per attuare forme ben più dirette di castigo.
Fino alla fine di ottobre le condanne a morte non erano state più di trenta e avevano riguardato quasi esclusivamente ufficiali rei di tradimento e membri in vista della municipalità che si era posta alla guida della rivolta, dopo l’arrivo a Lione di Fouché e di Collot d’Herbois la ghigliottina incominciò invece a lavorare a pieno ritmo. La delazione fu incoraggiata e premiata, il rispetto delle pur sbrigative procedure formali venne presto dimenticato. Tuttavia per quanto i boia lavorassero febbrilmente, sino a mozzare, come risulta dai dati registrati con estrema meticolosità, trentadue teste in venticinque minuti, per i più zelanti interpreti del Terrore occorreva adottare metodi ancora più rapidi ed efficaci per estirpare il male controrivoluzionario. Si ricorse pertanto a esecuzioni di massa con l’ausilio dei cannoni caricati a mitraglia. La Plaine des Brotteaux, la spianata sulla riva del Rodano da dove Montgolfier aveva iniziato al sua ascensione con il pallone

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Jean-Baptiste Carrier

aerostatico, fu il teatro di questa atrocità. I condannati, sino a sessanta per volta, venivano legati in modo tale da formare una sola fila, quindi abbattuti a cannonate. Coloro che non rimanevano uccisi all’istante erano finiti a colpi di baionetta, sciabola e fucile. Il 4 dicembre 1793 Dorefeuille, l’ex attore che comandava i plotoni di esecuzione, scrisse al presidente della Convenzione annunciandogli che in quel solo giorno erano stati giustiziati centotredici abitanti di «questa nuova Sodoma» e che in quelli seguenti egli sperava di «fare espiare i loro crimini con il fuoco e il piombo» ad altri quattro o cinquecento.
Quando le stragi nella Ville-Affranchie terminarono, il numero dei giustiziati aveva raggiunto le 1905 unità.
La ferocia sanguinaria della repressione attuata a Lione non si ripeté a Marsiglia, dove i propositi di vendetta deirépresentants-en-mission Barras e Fréron furono mitigati dagli scrupoli formali del locale tribunale rivoluzionario che su 975 cittadini rinviati a giudizio ne mandò assolti quasi la metà. A Bordeaux Jean Lambert Tallien alsangue impuro dei sospetti preferì i loro averi. Per garantire una vita lussuosa alla sua giovane amante aristocratica avviò al patibolo solo coloro che non fossero in grado di pagare lautamente la propria libertà. Accumulò una fortuna, offrendo al boia non più di un centinaio di teste da tagliare.

A Nantes invece il macabro esempio di Lione fu addirittura superato in efferatezza dall’operato del più scellerato tra i terroristi in missione: Jean-Baptiste Carrier.
Figlio di un piccolo proprietario terriero dell’Alvernia, Carrier (1756-94), dopo aver concluso i suoi studi di diritto a Parigi, entrò nel 1784 in magistratura, ottenendo la carica di procuratore ad Aurillac, nelle vicinanza del suo paese natale, Yolet. Né il suo ufficio di magistrato, né il matrimonio contratto con Françoise Laquairie valsero a contenere la passione politica accesa in lui dalla rivoluzione. Nel 1792 la sua militanza nel locale club dei giacobini, dove si era fatto notare come oratore ispirato ed estremista, fu premiata con l’elezione alla Convenzione da parte dei cittadini del dipartimento di Cantal, in Alvernia. Giunto a Parigi non tardò a farsi strada: ottenne dalla Convenzione la nomina a Commissario nelle Fiandre appena occupate. Esaurito il suo compito, votò la condanna a morte di Luigi XVI, si batté per l’instaurazione del tribunale rivoluzionario e fu tra i primi a invocare l’arresto di Filippo d’Orléans. Nell’estate del 1793 Carrier fu nuovamente mandato in missione, prima in Normandia e poi, in agosto, a Nantes, a ridosso dell’area interessata dalla sollevazione vandeana.
Il suo predecessore Fouché aveva in marzo sciolto il locale comitato rivoluzionario giudicandolo troppo moderato e aveva insediato un Comitato di Sorveglianza che, sotto la guida di Jean Jacques Goullin, Pierre Chaux, entrambi avidi commercianti senza scrupoli, e Jean Marguerite Bachelier, un fanatico con un passato da seminarista, si era affrettato a procedere numerosi arresti per scongiurare il pericolo che gli insorti della Vandea potessero trovare a Nantes sostenitori e simpatizzanti. Non appena giunse in città Carrier diede un ulteriore impulso agli arresti. 
Nel mese di ottobre, dopo la sconfitta dell’armata vandeana a Cholet, ai già numerosi sospetti si aggiunse nelle carceri una moltitudine di prigionieri di guerra, i cosiddetti briganti vandeani. Quasi diecimila detenuti furono stipati in condizioni igieniche disastrose nei carceri cittadini: Saintes Claires, Bouffay e Le Bon Pasteur. Successivamente, per contenere tutti i nemici della repubblica fu requisito anche l’Entrepôt des cafés, l’imponente deposito del caffé posto in prossimità del porto, simbolo della ricchezza commerciale di Nantes. Si giunse persino a trasformare alcune navi in disarmo come prigioni galleggianti.

La comparsa di casi di tifo tra i prigionieri del carcere del Bouffay, posto nel cuore medievale di Nantes, non lontano dal Tribunale Rivoluzionario, allarmò le autorità cittadine, ponendo all’ordine del giorno l’adozione di metodi di sterminio che non solo incutessero terrore, ma risolvessero con estrema rapidità il sovraffollamento delle carceri. Anche tralasciando ogni formalismo giuridico sia la ghigliottina, sia il plotone di esecuzione furono giudicati troppo lenti da Carrier che propose di ricorrere alle “deportazioni verticali”, come egli stesso le definì, cioè all’annegamento di massa dei prigionieri nelle acque della Loira. Nella sua mente sconvolta dall’alcoolismo, con cui da tempo tentava di assuefarsi al 

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Chi non annegava veniva ucciso a colpi di lancia

sangue, e dal fanatismo giacobino, che si nutriva della disumanizzazione degli avversari, le noyades, gli affogamenti, furono la risposta più brutale, sbrigativa e perciò rivoluzionaria a una emergenza sanitaria che, sorta tra i prigionieri, considerati alla stregua di detriti umani, di scorie pericolose, minacciava di estendersi ai buoni cittadini repubblicani.
Sulle fiancate di barconi a chiglia piatta erano praticati dei fori sotto la linea di galleggiamento, sui quali venivano inchiodate delle tavole di legno in modo che i barconi stessero provvisoriamente a galla. Si facevano poi salire a bordo i prigionieri, con mani e piedi legati, e i barconi venivano sospinti al centro del fiume. Allora il barcaiolo-carnefice fracassava o schiodava le tavole e si affrettava a saltare su di un’altra imbarcazione, mentre le vittime guardavano impotenti l’acqua che iniziava a sommergerli. Chi tentava di salvarsi dall’annegamento gettandosi dal barcone, veniva ucciso a sciabolate una volta nell’acqua.
Poiché tale sistema di annientamento dei nemici della rivoluzione richiedeva carnefici dalla coscienza particolarmente indurita oppure ottenebrata, Carrier creò la “Legione Marat”, composta da sanculotti spietati, e a essi affiancò i cosiddetti “ussari americani”, un gruppo di ex schiavi di Santo Domingo, assetati di vendetta. Preferendo passare le sue notti gozzovigliando, non assunse direttamente il comando delle operazioni, ma lo affidò a Guillaume Lamberty, un carrozziere che aveva combattuto a Cholet. 

La prima noyade avvenne in novembre. Lamberty e i suoi uomini annegarono, con il favore delle tenebre, circa novanta preti. Soltanto uno di essi riuscì fortunosamente a mettersi in salvo. Nei mesi successivi il macabro rituale si ripeté più volte; vi presero parte anche membri in vista del Comitato di Sorveglianza, come Goullin, che guidò l’irruzione notturna nel carcere del Bouffay dove radunò a caso, essendo troppo ubriaco per leggere la lista che aveva portato con sé, circa centotrenta detenuti per avviarli allo sterminio.
Con il ripetersi degli annegamenti l’orrore divenne routine, cancellando ciò che restava della pietà nella coscienza dei carnefici. Non si attese più la notte per uccidere, ma lo si fece in pieno giorno, infierendo sulle vittime, tra cui, almeno nell’ultima noyade del febbraio 1794, vi furono anche bambini e neonati. Neppure un brandello di dignità fu risparmiato agli esseri umani che il sospetto aveva trasformato in scorie da schernire e da distruggere. Con raccapricciante umorismo i sanculotti coniarono espressioni come “battesimo repubblicano” e “matrimonio repubblicano” per indicare l’ultimo umiliante sberleffo da imporre alle vittime in punto di morte. I prigionieri erano spogliati degli abiti e di tutti i loro averi; preti e suore, giovani e ragazze venivano legati insieme in pose oscene prima di essere cacciati a forza sui barconi e annegati.
L’esecrazione delle noyades da parte di Robespierre valse a interrompere lo sterminio a Nantes, ma non determinò l’arresto di Carrier che fu richiamato a Parigi ed eletto segretario della Convenzione. Soltanto dopo il Termidoro (luglio 1794) Carrier, nonostante si fosse prontamente schierato a favore del colpo di stato contro Robespierre, fu processato e condannato a morte nel novembre del 1794. Anche la testa di Lamberty rotolò nel cesto del boia. Sorte diversa ebbero invece altri responsabili delle noyades come Goullin, Bachelier e Chaux che furono processati e assolti.

Le stime di coloro che morirono nelle acque della Loira tra il novembre 1793 ed il febbraio 1794 sono molto variabili. Non furono comunque meno di duemila, anche se secondo alcune fonti sfiorarono le quattromilaottocento unità. Al di là dei numeri l’importanza delle noyades risiede nella sperimentazione di impersonali sistemi di sterminio di massa che rivelano un aspetto della mentalità rivoluzionaria molto prossimo ai tratti psicologici tipici degli autori dei genocidi del XX secolo. A Nantes nell’anno II mancò quella saldatura tra tecnologia, disumana follia politica ed efficienza burocratica che avrebbe caratterizzato i genocidi del XX secolo, tuttavia fu sperimentato il corredo ideologico indispensabile per procedere a uno sterminio di massa.
La violenza accompagnò tutto il processo rivoluzionario, ma a Nantes accadde qualcosa di nuovo. Il potere costituito, e non una folla di scalmanati accecati dall’odio, come nel caso dei massacri nelle carceri parigine del settembre 1792, abbandonò ogni parvenza di legalità per sterminare il più rapidamente possibile una categoria di cittadini ritenuta così colpevole da non meritare alcuna umanità né alcun indugio procedurale. La scelta dello sterminio non fu inoltre il parto di una mente criminale isolata. Certo Carrier offrì alla rivoluzione la sua sanguinaria creatività, ma non ebbe difficoltà a trovare complici solerti ed entusiasti. Né mancarono altri “ardenti patrioti” che si sforzarono di escogitare mezzi di sterminio rapidi, impersonali e di devastante potenza. 
Dopo aver sconfitto sul campo le forze vandeane, la repubblica procedette all’annientamento sistematico e indiscriminato della popolazione e del territorio della Vandea. Ogni distinzione tra combattenti e non combattenti venne considerata un tradimento degli imperativi rivoluzionari. La deportazione in massa, lo spopolamento di intere regioni e persino l’impiego di gas (fumigations) capaci di asfissiare il nemico furono presi in considerazione per estirpare lo spirito di ribellione dal cuore della Vandea. Soltanto le difficoltà tecniche per la realizzazione di tali progetti imposero di ricorrere a forme di stermino più tradizionali e sperimentate. Le dodici “colonne infernali” del generale Turreau furono incaricate di attraversare la Vandea e di massacrare ogni essere vivente che avessero incontrato sul loro cammino: uomini, donne, vecchi e bambini, fiancheggiatori della rivolta e repubblicani.

BIBLIOGRAFIA

  • La rivoluzione francese, di G. Lefebvre – Torino, Einaudi 1987.
  • Storia della rivoluzione francese, di A. Soboul – Milano, Rizzoli 1988.
  • Cittadini. Cronaca della Rivoluzione francese, di S. Schama – Milano, Mondadori 1989.
  • Dizionario critico della rivoluzione francese, a cura di F. Furet e M. Ouzuf – Milano, Bompiani 1988.
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