For foreign readers: this article is taken from a Guidebook by Italian Touring Club, published in 1929, and contains a description of two Italian colonies of those years: Tripolitania (presently part of Libya) and Eritrea.


Introduzione

Ancora una volta, una Guida Rossa del Touring diventa prezioso documento storico, specie se si tratta della prima edizione del volume sulle Colonie, acquistata nel 2006 all’incredibile prezzo di … 1 Euro!
E allora da quelle pagine, in mezzo alla precisione del rendiconto di un turismo evidentemente d’elite, emerge una sensazione più autentica, inaspettata e non retorica, di un colonialismo che davvero pensava di “portare la civiltà” alle genti africane, prima di tutto attraverso il lavoro e la fatica del colono.
Il testo rispecchia fedelmente l’originale. Ho solo abolito le abbreviazioni (fin troppo utilizzate nelle prime edizioni della Rossa) e accorciato alcuni punti di scarso interesse. Non ho invece mai “epurato” i passaggi che possono suonare più datati al lettore moderno, in particolare quelli razziali: è evidente che una lettura storica del testo richiede una certa maturità di giudizio (e, insieme, anche una forte serenità di vedute). Ma molto dell’interesse sta proprio nel confronto con questi aspetti.
Alcuni dei difficili nomi geografici potrebbero contenere qualche errore, ma in genere ho visto che il mio OCR (Fine Reader 5.0 Sprint) si è mostrato molto affidabile, anche con il minuscolo corpo tipografico della guida. I corsivi sono originali, i grassetti sono un’aggiunta mia per facilitare la lettura. Il carattere grande-piccolo è originale, così come l’abbondanza di accenti tonici.


Estrarre qualche pagina significativa, in mezzo alle 852 che costituiscono l’originale, non è certo cosa facile. Mi sono concentrato sulla Tripolitania (parte dell’attuale Libia) e sull’Eritrea, trascurando del tutto le Isole Egee, certamente meno “esotiche” anche per il viaggiatore del tempo. Ho altresì omesso la Cirenaica e la Somalia, in un certo senso simili rispettivamente alle prime due, mentre Albania ed Etiopia, ancora non conquistate nel 1929, non comparivano in questa edizione.
I due capitoli sono a mio avviso complementari:

  • della Tripolitania, colpisce la logica dell’epoca, il significato che aveva il colonialismo, il suo intreccio con il governo fascista. Governo che qui è nella sua fase iniziale, dato che siamo nel 1929. Il lettore moderno, prima ancora di un giudizio etico – che non può che essere anche “storico” – credo noterà la sensazione di una lucidità di vedute, di un realismo determinato e a suo modo coraggioso: penso ad esempio alla chiara distinzione tra quanto può essere l’intervento privato e quanto va invece sussidiato e governato dal pubblico; il confronto con la confusione d’intenti che oggi sembra prevalere sempre di più, mi pare notevole e in un certo senso istruttivo;
     
  • dell’Eritrea, prevale l’aspetto esotico, tropicale, quasi avventuroso; ho riportato l’intera descrizione del viaggio per nave, da Genova al Canale di Suez: in una pagina fitta fitta si passa dalla vista del mio Capo Noli, al panorama dello stretto di Messina, all’ingresso in Port Said, autentica porta d’oriente. L’appassionato di ferrovie non si stupirà poi di vedere la narrazione del viaggio sulla Massaua-Asmara, ancor oggi in esercizio, parzialmente con gli stessi rotabili della colonizzazione italiana. Tutte le descrizioni sono volutamente senza foto: sul web non dovrebbe essere difficile trovarne, ma credo che così si rispetti maggiormente lo spirito dell’originale che, a distanza di 80 anni esatti, riesce ancora a suggestionare con le sole parole, il che non è poco.

L.V. Bertarelli
Guida d’Italia del Touring Club Italiano
POSSEDIMENTI E COLONIE
ISOLE EGEE,
TRIPOLITANIA, CIRENAICA,
ERITREA, SOMALIA
Milano, 1929 – Anno VII
Prima edizione di 400’000 esemplari
Gratis ai Soci del 1929


Contenuto:
In questa pagina:

TRIPOLITANIA

È la più vasta delle Colonie italiane e la più vicina alle coste della Patria, della quale felicemente fu detto costituire la «quarta sponda». Perciò è quella che ci interessa più particolarmente e sempre più deve interessare l’Italia, grazie ai ricordi del dominio romano, alle notevolissime vestigia monumentali (Léptis Magna, Sabràtha), al fatto che vi sorge la maggiore e più popolosa delle nostre città coloniali, alla suggestione di paesaggi e di costumi non familiari a occhi italiani e soprattutto grazie alle possibilità agricole già avviate a sicura e prossima realizzazione mercé l’opera assidua, saggia e paziente dei nostri coloni.

I. – Notizie pratiche.

Stagione di viaggio. – La visita delle città costiere può, a rigore, essere effettuata in qualunque stagione, ma quella dell’interno unicamente nel periodo da ott. a mar., di rado disturbata dalle piogge, che sogliono essere di breve durata. La stagione più adatta è la 2ª metà d’autunno (16 ott.-30 nov.), quando le piogge non hanno ancora del tutto imbevuto il terreno e la temperatura è mite. Anche i mesi di feb. e mar., pur non essendo privi di giornate calde e un poco ventose, sono abbastanza indicati. Lo stato del mare, spesso cattivo nel periodo invernale, non costituisce un ostacolo per chi non soffre in maniera particolare del mal di mare, grazie alla brevità della traversata e alle ottime condizioni del magnifico porto di Trìpoli, che permette quasi senza eccezione l’accesso ai piroscafi con qualunque fortunale, e anche al fatto che le altre località costiere della Colonia sono più comodamente e più rapidamente accessibili per via di terra che per via di mare.
[…]

II. – Sguardo d’insieme.

Prima dell’occupazione italiana il nome di Tripolitània comprendeva abitualmente anche la Cirenàica, ma si soleva poi distinguere la Tripolitània propria dall’altipiano di Barca o Cirenàica. Col decreto di annessione del 5 nov. 1911 le due Colonie furono unite nel nome antico di Libia, che era stato risuscitato in una sua pubblicazione dal Minutilli; il 12 gen. 1913 Tripolitània e Cirenàica furono costituite in due separati governi; nel dic. 1928 vennero di nuovo unite sotto un solo governatore.
[…]

15° NOTIZIE ECONOMICHE.

La natura e la storia non hanno certo contribuito a fare della Tripolitània una regione che possa dirsi oggi economicamente florida: la prima, negandole i suoi favori; la seconda, ritogliendole i benefici che la tenacia romana le aveva onerosamente concessi e rimbarbarendola nei secoli. In condizioni di grande povertà e nel più inerte abbandono essa era infatti, allorché l’Italia se ne assunse, con la conquista, il compito dell’incivilimento e dell’avvaloramento, al quale oggi attende con ferma e assidua opera.
L’economia della Tripolitània è nel complesso arretrata e la sua base è lo sfruttamento, in gran parte rudimentale, delle limitate risorse naturali del territorio. Una economia, quindi di carattere essenzialmente agricolo, nel duplice aspetto di agricoltura indigena e di agricoltura colonizzatrice; con manifestazioni industriali, per lo più acclimatate e in genere assai modeste. V’è, poi, oltre alla utilizzazione delle risorse offerte dal mare, la caratteristica produzione delle piccole industrie indigene, il cui valore economico si accresce normalmente di quello che v’inseriscono l’arte e il colore locale.
Intorno a questo nucleo di operosità produttiva, una trama di rapporti commerciali che ne riflette l’indole, le interne proporzioni e le movenze, e la varia attività economico-commerciale, che il Governo coloniale provoca mediante l’esecuzione di opere pubbliche, di forniture ecc. e che non può non essere notevole in un paese nuovo e in via d’incremento, ove l’azione amministrativa è per necessità intensa e talora preponderante.
Si aggiunga il complesso rinnovamento che si va operando nella Colonia attraverso la creazione di un’agricoltura intensiva, l’appoderamento e il popolamento italiano, il finanziamento e rafforzamento delle industrie, l’organizzazione sempre più adeguata del credito e delle comunicazioni, lo sforzo assiduo e molteplice per porre in valore tutte le possibilità economiche.

16° ORDINAMENTO POLITICO, AMMINISTRATIVO, GIUDIZIARIO, MILITARE, SCOLASTICO, ECC.

[…]La delicata questione della cittadinanza venne risolta riconoscendo agli indigeni una cittadinanza italiana libica, dalla quale è esclusa ogni idea di equiparazione colla cittadinanza metropolitana [metropolitano è all’incirca sinonimo di colono, europeo o italiano, ndr]. La pur delicata questione della partecipazione dell’elemento indigeno al Governo della Colonia venne risolta nell’unico modo suggerito dall’esperienza del passato, da ragioni di prestigio e dall’ancora arretrato stato di civiltà della maggior parte delle popolazioni indigene della Colonia. Fu cioè ammessa sotto forma di semplice consultazione, la quale dovrà (questa parte della legge organica, che ha le sue norme esecutive nel recentissimo ordinamento politico-amministrativo, non ha ancora e non poteva materialmente avere, pratica applicazione) essere esercitata da un organo di nuova istituzione, la Consulta Generale, composta di membri scelti direttamente dal Governatore fra i cittadini metropolitani e libici, e il cui parere, pur essendo in alcuni casi obbligatorio (a es. in tema di applicazione di tributi locali), non vincola però in alcun modo la libertà di azione del Governo. La Consulta Generale, che deve riunirsi almeno una volta all’anno, partecipa poi con due suoi membri ai lavori del Consiglio di Governo,organo consultivo avente prevalente carattere tecnico e come tale composto in maggioranza da funzionari, al quale sono sottoposti per l’esame i regolamenti e gli atti amministrativi più importanti, oltre quelli sui quali tale parere è richiesto per legge.

Alla suddivisione del territorio in circoscrizioni amministrative, provvede specialmente l’Ordinamento Politico-Amministrativo, secondo criteri fondamentali, che sono però fissati nella legge organica. Il territorio della Tripolitània è diviso in Commissariati Regionali e in Comandi di Zona: i primi, istituiti nelle zone della Tripolitània pacificate e le cui esigenze hanno carattere prevalentemente civile; i secondi, nelle zone ove le esigenze militari prevalgono e ove, per ragioni d’ordine pubblico, è necessario riunire le funzioni di Governo col Comando Militare. […]

Nei centri urbani di una certa importanza sono istituiti dei Municipi (derivazione dalle vecchie Beladìe), la cui organizzazione sulla base di podestà nominati dal Governo e di consulte, è stata fortemente influenzata dalla recente legislazione attuàtasi nel Regno nel campo municipale.

Al concetto fondamentale dell’esercizio diretto dell’autorità dello Stato, non costituisce eccezione l’aver conservata la figura del capo tribù per le popolazioni nomadi e semi-nomadi. Trattasi di istituto di assai scarso rilievo e che ha la sua giustificazione in ragioni di pratica amministrativa, nell’opportunità cioè di rendere più agevoli ed efficaci i rapporti fra le autorità locali e i nomadi, rendendo effettivo e concreto, attraverso le persone dei capi, il principio di responsabilità collettiva dei vari gruppi etnici. Del resto l’autorità di questi capi promana sempre dal Governo che li nomina, accogliendo o meno le designazioni che degli stessi vengono fatte dalle tribù nelle forme tradizionali, solitamente mediante supplica (mazbata) al Governatore, sottoscritta dagli anziani.
Aggiungeremo infine che il diretto Governo di popolazioni musulmane da parte di Stati cristiani, quale si pratica in Tripolitània e quale trova altro cospicuo esempio nell’Algeria francese, se può apparire non appropriato a tutti gli ambienti e a tutte le situazioni coloniali, è indiscutibilmente l’unico possibile in un paese come la Tripolitània, ove l’arretrata fase di civiltà dei suoi abitanti, rispetto alle altre popolazioni dello stesso Nord-Africa, renderebbe sostanzialmente inefficace, anzi dannosa una più larga partecipazione indigena al Governo locale, e ove infine viene attuandosi, per volontà del Governo Nazionale, un imponente programma di valorizzazione. agricola e di colonizzazione a base demografica, che solo un Governo forte e dotato dei più estesi poteri può essere in grado di affrontare.


L’amministrazione della giustizia rappresentò, sin dai primi tempi dell’occupazione, uno dei maggiori problemi della Colonia, della cui importanza si dimostrarono sempre consapevoli governanti e studiosi, benché le soluzioni adottate nel passato non sempre rispondessero alle necessità di una giustizia che fosse semplice e snella, facilmente accessibile agli indigeni, non usi alle complicazioni e lungaggini procedurali, e nello stesso tempo rispettosa degli Istituti giuridici italiani, che appariva politicamente opportuno introdurre in Colonia; sicché, italiana essendo la sovranità su quelle terre, italiana ne fosse la giustizia. Si aggiunga a tale difficoltà quella della diversità delle razze e delle religioni, e la necessità di conservare per determinate materie le leggi che nella religione dei nuovi nostri sudditi avevano immutabile e insostituibile fondamento.
Il problema fondamentale della giustizia in Libia venne perciò risolto introducendo in Tripolitània e Cirenàica i nostri Codici e facendoli applicare da Magistrati italiani. La rigidità di questa massima fu tuttavia temperata dall’altra importantissima, sancita dalla legge organica, per la quale l’applicazione dei Codici ha luogo in quanto è consentito dalle condizioni locali. Ancora, una disposizione dell’Ordinamento giudiziario ricorda ai Magistrati e ai Funzionari l’obbligo che essi hanno di osservare e di fare osservare lo spirito che anima le disposizioni di legge, anziché la fredda lettera, e di amministrare giustizia con la massima rapidità e semplicità di forme. Da tali massime la figura del giudice prende singolare rilievo e importanza, assumendo aspetti che ricordano il pretore romano.

17° Condizioni sanitarie e profilassi.

[…]
MORBI INFETTIVI E PARASSITARI. – Nella Colonia esistono pressoché tutte le malattie infettive cosmopolite, più alcune affezioni strettamente tropicali. Le prime sono comuni a tutta la popolazione, le seconde quasi circoscritte agli indigeni della classe povera.
Tra le infezioni cosmopolite, frequente e grave è il tifo addominale, più nei bianchi che negli indigeni. Uno dei veicoli più comuni dell’infezione sono le mosche. Fuori dei principali centri urbani, in causa della mancanza dì latrine, la diffusione è favorita dalla contaminazione dell’acqua dei pozzi con le feci dei malati sì che, formatesi un focolaio infettivo, si hanno nuovi casi per contagio. La pulizia contro le mosche e l’uso di acqua pura o depurata sono i mezzi principali di profilassi contro la febbre tifoide. Per i giovani che debbono dimorare in campagna è consigliabile la vaccinazione antitifica.

La malaria non esiste nell’interno delle città maggiori, ma è endemica e si manifesta con forme perniciose nelle campagne (specialmente nei dintorni della laguna di Tauórga), ove le larve della zanzara anofele, veicolo dell’infezione, trovano nelle oasi l’acqua necessaria per il loro sviluppo. Per proteggersi dall’infezione bisogna dormire sotto la zanzariera e prendere ogni sera due confetti di chinino dello Stato, dal giorno dell’arrivo nei luoghi malarici sino a 15 giorni dopo la partenza.

Il vaiuolo, che serpeggia nella popolazione nomade in causa della difficoltà dì vaccinarla regolarmente, risparmia ordinariamente gli europei; nondimeno, il bianco che ha bisogno di avere frequenti contatti con gli indigeni, farà bene a rivaccinarsi, se l’ultima rivaccinazione ha dato esito negativo o sono trascorsi oltre tre anni dall’ultima rivaccinazione con esito positivo. […]

Le malattie infettive degli occhi e soprattutto il tracoma, sono diffuse nella popolazione indigena, rare tra gli europei. Al ghìbli, considerato dai nativi come un vento benefico, perché affretta la maturazione dei datteri, si fa addebito dai bianchi di essere causa di varie affezioni morbose.

Le malattie tropicali propriamente dette sono relativamente meno diffuse che in altri paesi pretropicali e colpiscono quasi esclusivamente la popolazione indigena più misera. Pertanto, una misura profilattica di ordine generale è, come usano gli Inglesi, di accordare poca domestichezza ai nativi della classe povera, limitando i rapporti con essi allo stretto necessario.

Il tifo petecchiale e, in misura più limitata, il ricorrente regnano endemici tra i beduini e tra gli arabi più poveri che albergano innumerevoli pidocchi, veicoli delle due infezioni. La profilassi consiste nel curare la massima pulizia della persona, per evitare l’aggressione di tali insetti che inoculano il morbo.

La lebbra è scomparsa dalla Tripolitània; la dissenteria amebica, la dengue e la frambesia sono rare.

ANIMALI VELENOSI. – Gli avvelenamenti da morsi di serpenti non sono rari. Tra i colubridi vive in Colonia la Naia haje; tra i viperidi la più diffusa è la Vipera tebetina. Gli scorpioni danno qualche caso di avvelenamento, che però termina con la guarigione. Nelle escursioni nell’interno non deve mancare la provvista del siero contro il veleno dei colubridi (che giova puro nell’avvelenamento da scorpioni) e del siero contro i viperidi.


18° LA RINASCITA DELLA TRIPOLITÀNIA.

Restituita al nostro incontrastato dominio, la Tripolitània si avvia a essere il grande campo di prova della nostra maturità colonizzatrice. Il Regime Fascista vi ha compiuto un’opera senza precedenti. Ha saputo dare agli indigeni, con la imponenza del suo sforzo operoso, il senso di una volontà di dominio non limitata ad affermare soltanto, ma vòlta a costruire e a suggellare, per il tempo e per i tempi, la realtà della occupazione.
Quest’opera grandiosa della trasformazione civile e politica della Colonia, esaminata con spirito realistico su dati di fatto, apparirà una magnifica affermazione di volontà e di perseveranza, di ardimento e di intelligenza, di generosità e di umanità.
Vi è però un’opera che non si può sostanziare in cifre, perché attinge significato morale e politico superiore a qualsiasi cifra e consiste nell’amministrazione rinnovata su basi di fermezza e di rettitudine, nella disciplina consolidata in alto e in basso, nella giustizia divenuta, per la sua assoluta indipendenza, arma di sovrano prestigio morale [non so se davvero fosse stato così; ma se lo fosse, come non pensare a un paragone con questagiustizia che ci ritroviamo ora? ndr]nella politica attuata con alto senso di fierezza nazionale.

OPERE PUBBLICHE A TRIPOLI.

Solo dopo l’avvento del Governo Fascista il problema delle opere pubbliche venne organicamente compreso nel campo dell’azione politica. Dopo dodici anni dalla conquista, noi eravamo ancora quasi accampati a Trìpoli. Il Governo, la Giustizia, gli Uffici e i Servizi Pubblici erano installati precariamente. La città non mostrava alcun segno apprezzabile della nostra capacità costruttiva. Lo stesso porto di Tripoli attendeva il completamento e la reale destinazione agli usi del commercio. Nulla esisteva che valesse a sollevare innanzi agl’indigeni il prestigio e la dignità dell’Italia e del suo Governo; nulla che, ispirando ai connazionali fiducia e sicurezza, li incitasse all’opera di valorizzazione della Colonia.
Il Governo si accinse all’opera con visione chiara di tutti i bisogni politici, morali ed economici, e soprattutto col proposito di fare di Trìpoli una città veramente moderna [nel 1929 la città contava 65’000 abitanti, di cui 16’000 “metropolitani”, cioè europei]

RINNOVAMENTO EDILIZIO DI TRIPOLI.

La meravigliosa continuità di sviluppo assunta da Trìpoli negli ultimi sei anni e il suo progresso nel campo edilizio, rendono superfluo ogni confronto tanto con l’epoca precedente la nostra conquista, quanto con quella del periodo immediatamente posteriore. La fisionomia della città è totalmente mutata: chi ha veduto Trìpoli nel 1922-23 e la rivede ora, ne resta vivamente sorpreso. Dappertutto è fervore di vita e di rinnovamento. Dal 1922 a oggi Trìpoli si estende, si trasforma, si abbellisce secondo un piano preordinato, che ha rispettato la vecchia città barbaresca, all’infuori di qualche sventramento diretto a risanare i quartieri ebrei e dell’isolamento dell’Arco di Marco Aurelio. La parte nuova della città è stata anch’essa largamente interessata dal piano regolatore, sia con la rettifica di strade esistenti sia con l’apertura di molte altre, con la formazione di piazze e di aree a giardino e con la destinazione di zone per villini, per impianti ferrovia e per stabilimenti industriali.
Il vecchio Castello, deturpato da sovrapposizioni posticce, stato ridonato al suo antico splendore mercé graduali lavori di sventramento e parziali e studiate ricostruzioni.
Sul piazzale Bu-Laghi, ribattezzato al nome della Vittoria, sorge, elevato su tutta la città e in vista del mare, un nobile monumento che attesta la gratitudine della Patria ai suoi figli caduti per la nuova grandezza e nel quale riposano le Salme gloriose di dieci delle diciannove «medaglie d’oro» della Tripolitania.
Ragioni di dignità e di prestigio hanno poi imposto di provvedere a una più degna residenza del Governatore. Il nuovo palazzo rappresenta un’opera pregevolissima con masse e linee vigorose, temperate da motivi di ispirazione orientale.
La nuova Cattedrale sorge nel quartiere che va rapidamente formandosi attorno alla residenza governatoriale. L’alta mole si eleva come un atto di fede. La nuova chiesa, appena inaugurata, già risplende per un prodigio d’arte: il gruppo della Pietà dello scultore triestino Attilio Selva, una singolare e alta opera d’arte.
Il corso Vittorio Emanuele II, prolungato sino alla nuova residenza del Governatore, ha visto sparire una lunga fila di indecorose bottegucce e al loro posto sono sorti il Palazzo di Giustizia e la nuova sede del Municipio ed è stato iniziato l’edificio della filiale del Banco di Nàpoli.
La spiaggia a levante del Castello sino al Belvedere, già deposito di rifiuti, è ora la magnifica passeggiata Conte Volpi, lungo la quale sorgono il teatro, il grandioso palazzo della Banca d’Italia e il grande albergo municipale. Il Belvedere è ora degno del suo nome; lungo esso, trasformato in giardino, sorgono la palazzina del Segretario Generale e altri fabbricati destinati ad alloggio di funzionari e di ufficiali. […]
Gli uffici tecnici stanno attivamente lavorando per risolvere il problema delle fognature e della rete idrica. A facilitare la viabilità si studiano i mezzi migliori per la definitiva pavimentazione stradale. Si continua a migliorare e ad arricchire l’alberatura delle vie (già più di duemila piante). Di pari passo aumentano i traffici. Una società privata, sussidiata dal Municipio, ha impiantato una rete di linee di autobus, che ha ampliato praticamente i confini della vecchia città verso l’oasi.

OPERE PUBBLICHE NEGLI ALTRI CENTRI DELLA COLONIA.

Anche in questi il Governo estende la propria attività e incoraggia e promuove iniziative private. A pochi km da Trìpoli sorge il nuovo penitenziario di Sghedéida, una vera e propria «colonia penale agricola».
Zuàra vede sistemate le sue strade, costruiti l’acquedotto, la residenza del Commissario Regionale, due ampie scuole (una per arabi e una per italiani), la sezione agraria e infine difese contro l’insabbiamento che la minacciava.
A Zàuia, centro di una delle più redditizie zone agrarie, sorgono decorose sedi di uffici e servizi. La bella cittadina dispone già di luce elettrica, per l’incremento della sua vita civile e specialmente della sua operosità agricola, e vanno sorgendo le cabine di distribuzione di energia nelle numerose e fiorenti concessioni agrarie. A Sugh el-Giùmaa è sorto un ridente villaggio indigeno. Più in là, il caratteristico quartiere israelitico di Amrùss assume nuovo aspetto in séguito al risanamento attuato dal Governo. […]

POLITICA DELLA COLONIZZAZIONE.

Il Governo Fascista si è impegnato a fondo in questa che è la battaglia decisiva: la conquista della terra. Esso da cinque anni sta effettuando con fermezza il suo programma, senza farsi illudere da vani miraggi, ma con la pacata e ferma visione di chi è conscio del destino storico della nazione e delle virtù vitali della razza.
È una politica agraria predisposta con un disegno organico, con mète progressive, con sviluppi preordinati.
Nell’aspetto tecnico il problema presenta tre distinti momenti: quello dell’indemaniamento o dell’acquisto al demanio dei terreni da colonizzare; quello della distribuzione delle terre demaniali; quello dell’assistenza (tecnica e finanziaria) al colono.

1° FORMAZIONE DEL DEMANIO COLONIALE.
Prima dell’avvento del Fascismo si partiva dal presupposto che la terra, anche se incolta, fosse di proprietà privata e solo in via di esclusione si andava rintracciando come demaniale quella su cui i privati non avanzassero pretese. Ma siccome poi, nell’accertamento delle proprietà, l’Ufficio Fondiario riconosceva come valide e autorevoli le hoggie private e le dichiarazioni dei capi quartiere, e si ammettevano le prove testimoniali sul possesso anche per le terre incolte, ne conseguiva che il demanio patrimoniale della Colonia era circoscritto, o quasi, in un’insignificante estensione di terra. Veniva quindi a mancare, per la colonizzazione, il presupposto indispensabile: la disponibilità della terra.
Nel 1922 si capovolse, nella procedura di indemaniamento, quello che ne era il presupposto giuridico, cioè si partì dalla premessa che tutti i terreni incolti fossero per presunzione demaniali, salvo a riconoscere, in via di eccezione, come di proprietà privata, quelli che tali fossero dimostrati con titoli autentici e validi.
Da allora si inizia l’opera veramente ammirevole compiuta dall’Ufficio Fondiario del Governo, la quale costituisce forse il massimo sforzo amministrativo e la più completa realizzazione di diritto compiuta in Libia dal 1911 a oggi. Tale sistema di incameramento fondiario si è rivelato in ogni senso perfetto: giuridicamente, perché evita le contestazioni e porta a un’iscrizione fondiaria definitiva e inattaccabile; politicamente, perché, sia pure attraverso infinite difficoltà di esecuzione, si viene a un accordo bilaterale che lascia l’elemento indigeno in perfetta tranquillità. Si ha una prova concreta di ciò nel fatto che finora non una sola azione giudiziaria è stata intentata dagli indigeni contro le decisioni intervenute.

2° LOTTIZZAZIONE DEI TERRENI DEMANIALI.
È il compito più faticoso e più delicato, un lavoro che non può essere compiuto in modo sommario, perché nulla sarebbe più nocivo allo sviluppo dei futuri diritti di proprietà quanto il dar loro, fin dal nascere, una base mal certa.
Vari elementi vengono tenuti presenti nella lottizzazione:
a) necessità di formare i lotti in modo che ciascuno comprenda una certa quantità di terreno buono e una certa parte dì terreno mediocre o cattivo, se, come spesso accade, in quella determinata zona, si avvicendano varie qualità di terreno;
b) necessità di .fare la lottizzazione in modo che a ciascun concessionario riesca facile o almeno possibile raggiungere la linea ferroviaria o l’arteria stradale o la carovaniera più vicina;
c) necessità di adattare i lotti ai confini spesso irregolari o frastagliati delle zone indemaniate.
Il problema della distribuzione delle terre è il problema «centrale» della trasformazione agraria e dall’adottare più o meno appropriate soluzioni dipende il risultato più o meno brillante di tutta la colonizzazione. Esclusa a priori la colonizzazione di Stato, sorge la domanda: grande o piccola colonizzazione? Il Fascismo si inspira, in ciò, alle esigenze concrete della realtà. Inoltre esso ha dato un’altra prova di avveduto realismo, quando ha utilizzato, «inquadrandoli» nella nascente economia della colonizzazione, tipi di contratti tradizionali in Libia, quali la «mugarsa» e l’«enzel».

3° ASSISTENZA AI COLONI.
Questa è tecnica e finanziaria. La colonizzazione è, soprattutto in principio, un fatto artificioso. L’uomo, per quanto capace di adattamento, ha bisogno di un certo periodo di tempo per adattarsi. Solo il logorìo dì più generazioni e la loro cumulata esperienza può creare fra il lavoratore e la terra quell’accordo che darà il maggiore prodotto col minore sforzo.
Ma quando un lavoratore si trapianta in una terra, del tutto diversa da quella che lo vide nascere, allora questo ciclo deve essere compiuto assai più rapidamente e nel giro di pochi anni il colono deve rendersi padrone di una tecnica diversa da quella prima usata, deve comprendere le attitudini di una terra nuova, deve spogliarsi di idee, che, esatte altrove, diventerebbero assurde e fatali in Colonia. Il successo di un vasto tentativo di colonizzazione è in gran parte subordinato alla prontezza con cui si compie questo processo di adattamento dell’uomo alla terra. Di qui la necessità di una larga integrazione dello sforzo individuale con le provvidenze statali.

Non è facile esporre in sintesi quello che, in questo campo, è stato compiuto dal Governo Fascista, potenziando al massimo l’esperienza dei tecnici che hanno affrontato lo studio della esperimentazione agraria, e successivamente il compito pratico di guidare ogni giorno la mano dei coloni. Basti dire che l’Istituto Agrario di Sìdi Mésri è, fra le varie istituzioni create dall’Italia nelle sue terre d’oltremare, una delle più benemerite.
Assistenza economica. Non si insisterà mai abbastanza sulla necessità di un largo credito agrario e fondiario, sorretto dallo Stato, essendo l’iniziativa privata troppo timida e troppo scarsa. Con la creazione della «Cassa di Risparmio della Tripolitània» (istituita il 12 lug. 1923) il Governo ha affrontato le esigenze del credito agrario e, con l’erogazione di diretti contributi finanziari, ha integrato le provvidenze creditizie. La Cassa ha assolto un vasto compito con ritmo sempre più adeguato ai bisogni.
L’anno 1928 segna una data memorabile nella politica agraria coloniale con l’emanazione del R. D. 7 giu. 1928 VI, che regola la materia in tema di concessioni agricole, pastorali e industriali. Le disposizioni di esso sono frutto dell’esperienza pratica. Infatti si sono distinte le zone nelle quali la valorizzazione agricola deve essere diretta al popolamento dei fondi con famiglie di contadini italiani e le zone in cui essa è diretta allo sfruttamento agricolo, pastorale e industriale. Nelle prime il Governo si assume l’onere per le opere pubbliche occorrenti per la formazione dei centri rurali (costruzione di strade, sistemazione dei bacini montani, ricerche idriche e acquedotti, rimboschimento delle dune, bonifiche di zone paludose, ecc.) e l’opera del concessionario è sorvegliata e diretta dal Governo mediante precisi obblighi imposti nel disciplinare la concessione. Però, accanto a questi maggiori obblighi, il Governo ha stabilito numerose provvidenze a favore dei concessionari.

LAVORO ATTUATO.

L’attività valorizzatrice della steppa oggi si estende sulla costa da Misurata al margine della grande sébcha di Zuàra, e si protende a Sud di Trìpoli fin sotto i piedi del Gebèl. Su questa zona si svolge quotidianamente una gigantesca fatica: dissodamenti di terreni incolti da secoli; scavi di buche in lunghissimi filari per piantagioni arboree; impianti di uliveti, di mandorleti, di vigneti, di gelseti, di frutteti di ogni sorta; barriere verdi di frangivento; costruzioni di pozzi e di case coloniche.
Ecco le cifre, raccolte recentemente dal R. Ufficio Agrario, che documentano il mirabile lavoro finora compiuto:


OPERA DI TRASFORMAZIONE DELLE DUNE.

L’incatenamento e la successiva messa in valore delle dune costituiscono un compito che non può essere affrontato dal colono, dal pioniere senza la larga cooperazione del Governo. La duna, che costituiva la permanente insidia di chi affrontava il lavoro della terra, è vinta. La soluzione del problema è stata preceduta dalla sperimentazione e si è trovata una tecnica che, in relazione alle modeste risorse del paese, costituisce quanto di più semplice e di più efficace si può immaginare. Essa consiste nella divisione a scacchiera della zona da rimboschire, mediante siepette morte formate da materiale erbaceo spontaneo della steppa (particolarmente Imperata cilindrica), e nella piantagione, tra i quadrati che ne risultano, di semenze forestali diverse, fra le quali predominano le acacie australiane, la robinia pseudo-acacia, tamerici diverse, qualche conifera (cipressi e pini di Aleppo) e, come piante da sottobosco, la ginestra comune e la Retama raetam. Così in pochi anni si sono creati boschi ove dominava lo squallore, mutando radicalmente la fisionomia selvaggia delle dune mobili. Con quest’opera di rimboschimento, che prosegue alacremente, si provvede a due fondamentali esigenze: alla difesa dal pericolo d’insabbiamento delle zone destinate alla colonizzazione e delle strade e alla produzione di legname da ardere e da costruzione, la cui assoluta mancanza obbliga ancora a costose importazioni.

BONIFICA IDRAULICA.

Essa in molte zone deve precedere la bonifica agraria vera e propria. Compito grave anche questo; ma, appunto perciò, affrontato subito dal Governo.
Due importanti canali di bonifica, dello sviluppo complessivo di circa 18 km, stanno per essere ultimati nelle zone di Tagiùra e di Ain Zàra, ove circa 1000 ha. verranno redenti dalla malaria. Sono in corso gli studi per le altre importanti bonifiche di Sìdi ben Nur, Gasr Carabùlli, e Gasr Chiàr.
Importantissima bonifica, collegata coll’utilizzazione della più notevole sorgente di acque della Colonia, è quella della grande palude dì Tauórga. A essa si pensò persino dal Governo Turco e nel 1913 formò oggetto di studio da parte della Commissione agrologica Bertolini. Solo il Regime Fascista saprà realizzarla.
Un’ultima prova dell’interessamento del Governo si ha dal fatto che nel 1929 S. E. Badoglio ha ordinato lo studio organico degli sbarramenti di corsi d’acqua esistenti nell’antichità classica. L’esperienza degli avi verrà nuovamente utilizzata e saranno gradualmente ricostruite le dighe innalzate da Roma, per fermare le acque e devolverle a fecondare il lavoro dei nostri coloni.

LA CONQUISTA MORALE.

1° LA GIUSTIZIA.
La giustizia italiana è non solo ben accetta, ma desiderata dalle popolazioni locali.
Una caratteristica essenziale della giustizia libica è data da quell’autorità legislativa da parte degli organi locali che dà modo al magistrato, sia di temperare i principi del nostro patrio diritto con le inveterate consuetudini locali, sia di segnalare al Governo la opportunità di provvedimenti legislativi reclamati da peculiari circostanze e imposti dal nuovo ritmo di vita economica e sociale che è derivato dalla estensione del nostro dominio.
Col decreto 8 mag. 1927, N. 884 è stato pubblicato il nuovo ordinamento di Polizia per la Libia, ispirato alla nuova legge dì Pubblica Sicurezza del Regno.

2° LA SCUOLA.
La prima scuola italiana sorse in Trìpoli nel 1876. Ma solo dopo la conquista l’Italia si è trovata di fronte al problema della organizzazione delle scuole, che non può essere risolto coi criteri delle scuole metropolitane, per quel che riguarda l’elemento indigeno, arabi e israeliti, ma deve mirare a fornire a essi i mezzi per poter, meno stentatamente che nel passato, sviluppare la loro attività e sospingerla con adatti aiuti materiali perché dia il rendimento necessario, pur avendo cura di mantenere i loro pensieri e le loro abitudini nelle vie che a essi convengono.
Col Governo Fascista è stata «impostata» una vera e propria politica della scuola coloniale.
Nell’anno scolastico 1921-22 esistevano 20 scuole con 5787 alunni e 78 insegnanti; ora ve ne sono 55 con 9598 alunni e 209 insegnanti e 11 in corso di istituzione. Le scuole private, che sono sussidiate o controllate dal Governo, hanno 8877 allievi. Si sono costruiti 23 nuovi edifici e 6 riattati o ampliati.
Il sistema delle scuole per metropolitani è in tutto uguale a quello del Regno e le riforme scolastiche recentemente promosse dal Governo Nazionale per elevare il tono spirituale della scuola sono state integralmente, coscienziosamente attuate anche in Tripolitània.
Per favorire l’istruzione professionale, il Governo sta ricostituendo la Scuola di Arti e Mestieri di Tripoli, allo scopo di trasformarla in uno snello e pratico ente economico-didattico.
È stata recentemente istituita una Scuola pratica di Agricoltura, che diverrà il vivaio dei veri coloni.
Importanti provvedimenti di carattere generale hanno reso possibile il definitivo assetto materiale e morale delle scuole, sia primarie che medie. Ricordiamo i principali: 1° rigida epurazione del corpo insegnante; 2° costituzione dei Circoli Direttivi Didattici; 3° inquadramento pressoché totale degli alunni metropolitani nelle istituzioni Giovanili Fasciste.
A integrare l’opera della scuola concorrono i corsi serali per adulti analfabeti, le biblioteche circolanti, i patronati scolastici, le proiezioni di fìlms educativi.

3° L’OPERA SANITARIA.
L’opera sanitaria è un’arma di conquista morale. Al pari del maestro, il medico è, in Libia, un apostolo, un costruttore.
Anche qui, tutto è stato da fare. All’epoca dell’occupazione, in Trìpoli qualsiasi vigilanza e assistenza medica era trascurata e l’unico luogo ove, in tutta la città, si curavano seriamente i malati gravi era l’ambulatorio italiano «Guido Baccelli». Perciò l’opera sanitaria è creazione italiana. Ma nei primi anni non si procedette con criterio organico; la «politica sanitaria» data dal 1922.

a) SERVIZIO OSPITALIERO. – Per l’assistenza medico-chirurgica delle popolazioni europee e indigene si trova in via di sistemazione definitiva il grande ospedale di Tripoli, del tipo a padiglioni separati (con un massimo di 48 letti per padiglione) e che, con i previsti ingrandimenti futuri, giungerà a una disponibilità di 800 letti.
[…]


VALORIZZAZIONE TURISTICA.

L’opera di valorizzazione economica della Colonia sarebbe monca se non venisse integrata dall’azione intesa a fare di Trìpoli e del suo «hinterland» centro di «attrazione» internazionale per il soggiorno invernale.
Nulla, per questo, manca a Trìpoli, a incominciare dal clima ove i vantaggi del mare, la debole escursione diurna e annuale della temperatura, l’assenza di polvere e di germi, il grado igrometrico relativamente elevato, la intensità e la grande durata dell’insolazione, la frequenza e costanza dei venti, si trovano in grado superiore, o per lo meno non inferiore a quello delle più celebrate stazioni climatiche marittime.
La valorizzazione di Trìpoli come soggiorno invernale significherà apporto di risorse economiche non meno ampie di quelle che si aspettano dalla bonifica agraria. Essa costituirà un elemento di privata e pubblica ricchezzae animerà nuove iniziative.
Bisogna che all’estero si abituino a pensare a Trìpoli come al Càiro, a Tùnisi, ad Algeri. Ma soprattutto bisogna che gli Italiani imparino a conoscere e ad apprezzare la loro principale Colonia.

L’OPERA DI DOMANI.

Dalla sintesi fatta risultano i pregi maggiori della azione compiuta dal Governo Nazionale in Tripolitània: rapidità e organicità.
Un tempo il nostro programma coloniale fu disegnato con mano incerta e attuato con cuore trepido e ciò contribuì a rendere sospettosa e diffidente l’opinione pubblica in materia di espansione coloniale. Oggi i tempi sono mutati. Ciò che prima era considerato come un legato passivo del potere è stato dal presente Governo inserito nel vivo della vita nazionale.
La conquista della Colonia è compiuta e definitiva; ora bisogna conquistare le anime, bisogna vincolare gli interessi. La semplice e muta sottomissione dei nuovi sudditi non può e non deve bastarci. Noi non siamo né padroni distanti, né sfruttatori cupidi. Oggetto della più vera conquista debbono essere la messa in valore del paese e l’attaccamento ragionato dell’indigeno alla nostra opera. Lentamente agli occhi degli inesperti, prestissimo riguardo alla storia, in ogni caso con una facilità crescente, gli indigeni vengono a noi, adottano i nostri metodi, secondano le nostre intenzioni; solo a qualche anno d’intervallo il progresso sociale è sensibile.
[In Libia la storia andò un po’ diversamente, purtroppo, ma l’appassionato di cose ferroviarie avrà senz’altro presente il caso della ferrovia eritrea, qui descritta nella seconda parte. Al principio del XXI secolo, a distanza di oltre 60 anni, e con trenta di guerra civile in mezzo, le uniche cose ferroviarie ancora funzionanti erano eredità della colonizzazione italiana. Particolare non trascurabile, esse erano guardate con attenzione e persino affetto dai ferrovieri locali “sopravvissuti”, come è ad esempio descritto in un bel volume dell’ETR (G.G. Turchi, Treni italiani d’Eritrea, 2003), e costituivano una delle poche risorse turistiche di quel paese.]
L’opera di ricostruzione economica e civile della Tripolitània è fortemente avviata e domani attingerà le sue infallibili mete.
È però necessario che in Italia le classi dirigenti, le classi abbienti siano richiamate a quelli che costituiscono a un tempo i loro doveri e i loro interessi. E soprattutto occorre che gli Italiani apprendano a studiare realisticamente i problemi coloniali. Alle affermazioni teoriche debbono dare base solida i fatti: i fatti specchiano senza reticenza il male, senza attenuazione il bene; i fatti che ci dicono come la Tripolitània vada giudicata senza pessimismo soverchio e quindi dannoso, ma anche senza esagerato ottimismo e però parimente esiziale.
La nostra Colonia non è affatto quell’«osso spolpato» che si vuoi far credere. Si pensi solo – e lo ha detto un tecnico di prim’ordine, Emanuele De Cillis – che in tutta la Tripolitània settentrionale si può, quando si voglia, ripetere il prodigio della foresta di Sfax, ove il capitale impiegato si riprodusse, dopo circa 20 anni, per diciotto volte nel valore degli uliveti. Un altro competente, Andrea Gravino, ha calcolato a 2’400’000 ha. la superficie fruttuosamente coltivabile nella sola Tripolitània settentrionale; e a 350mila gli agricoltori connazionali che potrebbero far la loro fortuna con lo sfruttamento della terra tripolitana.
[Fa quasi sorridere oggi, anche se amaramente, questo esempio di “ricchezza” della terra libica, ancora basato su un metro di giudizio terribilmente agricolo: dopo che il nuovo governo autonomo ebbe cacciato gli italiani, la Libia si trasformò in un produttore di ben altre materie prime: petrolio, gas naturale. Altro che uliveti! E tuttavia è con molta difficoltà che, negli anni che seguirono, riusciamo a immaginare quel senso di giustizia, di civiltà, che, forse come un’illusione, forse come un abbaglio, abbiamo trovato nel testo che stiamo leggendo.]
La presente generazione deve compiere la valorizzazione della Libia, compierla con precisa consapevolezza dei suoi fini, senza febbre di speculazione, senza cieche impazienze, senza sproporzionati ottimismi; ma con un’opera illuminata, perseverante, tenace. Non vi è più bel compito, per una nazione giovane e vigorosa come l’Italia.

19° IL TURISMO.

I. – LE PRINCIPALI ATTRATTIVE.

ASPETTI ETNICI E FOLCLORISTICI. – La Tripolitània tiene il primato su tutte le regioni dell’Africa mediterranea per il suo fascino orientale, originario, primitivo, perché il cosmopolitismo delle città egiziane, tunisine, dell’Algeria e del Marocco non vi è ancora penetrato, e l’arabo, ligio alle tradizioni, vive gelosamente nel suo clima psicologico e sociale, senza mistificazioni e senza contaminazioni. Inoltre la fiducia che ispiriamo agli indigeni ci permette di avvicinarci alla loro vita. A Tùnisi l’ingresso alle moschee è assolutamente precluso al turista, il quale invece può facilmente. visitare quelle di Tripoli. E se gli assuàgh (pl. di sugh) egiziani e tunisini sono assai più grandiosi dei nostri, conviene osservare che quelli son convertiti talora in enormi bazar europei, nei quali si ostenta la merce d’un Oriente più o meno adulterato, mentre nei vicoli e nelle bottegucce attorno alla moschea dei Caramanli i tappeti dai vivaci colori sono fabbricati a Misurata, gli oggetti di cuoio lavorati d’oro e d’argento sono opera di artieri tripolini, e le auree o argentee manine di Fatma e i braccialetti e i monili e i ventagli d’avorio sono autentico lavoro arabo.

Oriente genuino dunque, nelle sue espressioni più caratteristiche. Islamismo che s’inebria nelle «zàuie» con la coreografia degli stendardi trapunti e i cori gutturali della folla; spirito guerriero, che lancia per le vie di Tripoli, nelle grandi parate, la frenesia dei cavalli volanti, i baracani al vento.

VESTIGIA DI ROMA ANTICA. – Il turista che da Tripoli procede lungo le strade litoranee o s’addentra nella Gefàra trova ovunque superbe tracce della potenza di Roma imperiale.

Le maestose rovine di Léptis Magna e delle basiliche di Sabràtha sono espressioni di bellezza architettonica e plastica che hanno poche rivali in tutta l’Africa latina. Gli avanzi di mausolei, di terme, di fattorie, di dighe di sbarramento, di «torcularia» disseminati in tutta la Tripolitània suscitano profonda commozione nell’animo del turista italiano.


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