Berto Ricci e "l’Universale"


Giovanni Bartolone    
   
«Avremmo voluto rispettare il desiderio dello scrittore fiorentino Berto Ricci il quale in un suo Avviso del gennaio 1932 scrisse: «Non son di nostro gusto gli anniversari, nè i grandi nè i piccoli ma …» la grave situazione italiana e la ricerca di punti di riferimento teorici sicuri per costruire il futuro su solide basi dottrinali ci spingono a violarne il volere, per cercare nel suo pensiero spunti importanti, un esempio di stile da additare ai più giovani, oltre che a ricordarlo nella ricorrenza della scomparsa.
Egli influenzò sensibilmente i giovani dell’epoca, in special modo Indro Montanelli, Romano Bilenchi e Vasco Pratolini, per i quali i suoi attesissimi “Avvisi”, pubblicati sull’Universale, erano «come una rivelazione destinata a trasformare il mondo». 
La sua importanza è riconosciuta anche da Benedetto Croce il quale nei “Quaderni della Critica” sottrae all’assoluto giudizio negativo sul Fascismo solo quei giovani fascisti alla Ricci cui «deve rendersi giustizia».

Il suo anticonformismo piaceva -come confermò Paolo Spriano- anche ai fuorusciti comunisti, tipo Ruggero Greco. 
I quali s’interessarono al professore fascista fiorentino che aveva voglia di rivoluzione, di scandalizzare i moderati scrivendo che la Russia «con la rivoluzione dei comunisti ha fatto bene a se stessa» ed elogiava gli italiani che col Fascismo avendo dato una mazzata al liberalismo e a tutti i socialismi trasformisti, «non possono sentirsi più vicini a Londra parlamentare e conservatrice, che a Mosca comunista… L’antiroma c’è, ma non è a Mosca. 

Contro Roma, città dell’anima, sta Chicago, capitale del maiale» e considerava il fascismo “borghese” come antifascismo bello e buono. 
Ma non si deve confonderlo con un bolscevico travestito, o un fascista di sinistra. 
Ricci sostenne che il Fascismo avesse bisogno sia di una fase di “destra”, che identificò nella conquista dell’Impero, sia di una di “sinistra”, in cui prevalesse la spinta sociale. 

Il nemiconumero uno, come scrisse nel 1939, «fu e resta il centro, cioè la mediocrità accomodante… Il centro è compromesso, noi siamo per l’affermazione simultanea degli estremi, nella loro totalità». 
Egli era un convinto mussoliniano; esaltava la rivoluzione fascista come «premessa necessaria dell’Impero romano che realizzerà la Monarchia di Dante e il Concilio di Mazzini». 

Berto Ricci, all’anagrafe Roberto, nacque a Firenze il 21 maggio 1905 ed eroicamente morì da tenente delle Camicie Nere, 26° Reggimento Artiglieria, III Gruppo, 9ª Batteria, verso le nove del 2 febbraio 1941 a Bir Gendula, nel Gebel cirenaico, mentre cercava di far riparare i suoi uomini dal fuoco micidiale di due aerei Spitfire inglesi. 

Alla maniera degli antichi eroi -secondo il suo amico Paolo Cesarini- «fu fulminato con il volto severo verso il cielo» mentre in piedi gridava: «A terra, a terra!»

Dopo un’iniziale militanza anarchica, nel 1930, fu conquistato dalla fede nel Fascismo, restando pervaso per tutta la feconda vita dall’entusiasmo del neofito. A Mussolini e al Fascismo Ricci arrivò collaborando al “Selvaggio”, di cui non accettava l’antimodernismo reazionario, e frequentando l’ambiente di Strapaese. ” Toscanaccio” tra “toscanacci” non poteva che apprezzare il fascismo rude, popolare e intransigente delle “squadre” che sognavano la “seconda ondata”.

Rinunciando ai molti vantaggi che il suo prestigio intellettuale e i suoi legami con il Partito potevano procurargli restò militante tra i militanti, mantenendo la famiglia con il modesto stipendio di insegnante di matematica nei Regi Istituti Tecnici Industriali Statali di Prato e “V.E. III” di Palermo, perchè‚ come scrisse Diano Brocchi «si rifiutò di campare della sua arte di scrittore per paura che il mestiere riuscisse ad influire su ciò che andava scrivendo in giornali e riviste del Regime».

Anche per Ricci si potrebbero ripetere le parole dette da Leonardo da Vinci dopo la morte di un altro giovane eroe: «Mai cieco ferro al mondo troncò più grande speranza”. 
Infatti, il giovane polemista fiorentino fu una delle più promettenti speranze della generazione venuta all’impegno dopo la tempesta della Iª Guerra Mondiale. 
Essi aspirarono ad essere degni dei fratelli maggiori o dei padri che l’avevano combattuta e vinta, morendo se la Patria ne avesse avuto bisogno, o partecipando alla edificazione dello Stato fascista con l’impegno intellettuale, di cui rivendicarono una larga autonomia. 
Egli chiese ai giovani intellettuali di misurarsi con tre storici problemi della società italiana: questione religiosa, formazione di una nuova classe dirigente e riforma del costume.

Berto Ricci appartenne ad una covata d’intellettuali militanti, fascisti eretici e puri, come ad esempio Carlo Roddòlo, Guido Pallotta e Niccolò Giani, che raccolti attorno alle riviste giovanili, “L’Italiano”, “Selvaggio”, “Cantiere”, “Vent’anni”, “Bargello”, portarono una ventata di giovinezza e di anticonformismo nel Fascismo, ormai diventato Regime e sempre più preda del gerarchismo, i cui malefici frutti si vedranno il 25 Luglio 1943.

La sua passione più viva e profonda fu forse l’attività letteraria. 
Ma l’impegno giornalistico, unito all’insegnamento, seriamente esercitato per tutta la vita, ci lasciano di lui poche opere: “Poesie” e “Corona Ferrea”, due raccolte di versi pubblicate rispettivamente nel 1930 e nel 1933; intramezzate da “lo Scrittore Italiano”, edito nel 1931, e della contemporanea traduzione del “Vicario di Wakelfield” di O. Goldsmith. “Il Meglio del Petrarca”, un’antologia del 1928, fu la sua prima opera. Colto umanista tradusse Ovidio e Shakespeare. 
Nei numerosi articoli sulle espressioni della letteratura europea contemporanea fu avvantaggiato dal conoscere il francese, il tedesco, il portoghese e l’inglese.
Nel libro “Lo Scrittore italiano”, oltre ad una serie di considerazioni sull’arte e sugli scrittori, volle fornire un modello, umano e politico oltre che artistico, agli intellettuali fascisti o italiani, termini considerati da Ricci come due sinonimi.

L’importanza di Ricci è dovuta, principalmente, alla pubblicazione dell’Universale, che ebbe come “padre spirituale” Ottone Rosai. 
Il bimensile, un «fascicolo di 30 pagine, scritto col fuoco, alla carducciana e non con lo stile alla leopardevole»; fu fondato «con la volontà di agire sulla storia italiana». 

Il periodico, segui Rosai. Il poeta stampò il foglio credendo «che attraverso i suoi errori, le sue contraddizioni, l’Universale espresse con le sue idee, anzi con la sua esistenza, una verità fondamentale: la necessità per gli artisti e per gli scrittori italiani, di partecipare alla vita italiana» senza «isolette oceaniche e paradisi artificiali» volendo «portare un contributo alla storia in atto». 
La rivista, che ebbe vita breve e difficile, uscì dal 3 gennaio 1931 al 25 agosto 1935.

Il professore e i suoi ragazzi pensavano, secondo Montanelli che: «il fascismo, da quella mezza burla che era stato sino ad allora, poteva trasformarsi in una rivoluzione vera solo se riusciva a costruire un nuovo tipo d’italiano: quello per il quale Ricci -più che a fornire idee- badò a fornire un esempio a chi gli stava intorno, e ci riuscì».

 Collaborarono al bimensile, tra gli altri, Roberto Pavese, detto il filosofo, Indro Montanelli, Romano Bilenchi, che fu il più vicino collaboratore di Ricci e che lo sostituì nella direzione del periodico dal giugno all’agosto 1935, Ottone Rosai, Edgardo Sulis, Dino Garrone, Diano Brocchi e Camillo Pellizzi. 
Da questa covata, fu compiuto l’estremo tentativo di una minoranza di giovani intellettuali d’inserirsi, incidendovi, nella vita italiana. 
Lo scrittore fu aiutato, come giudicò Montanelli, dalla «sua prosa polemica così asciutta e tagliente, e cosi in contrasto con lo stile del tempo» che «la letteratura giornalistica italiana non ne ha mai avuta di tanto stringente, dura e, qua e là, spavalda».

Farinacci dalle pagine del cremonese “Regime Fascista” accusò Ricci di “bolscevismo” a causa di due “Avvisi” del febbraio 1932 in cui si lamentava «l’ozio di una parte della classe ricca, siaborghese che aristocratica» alla quale ultima «qualche chiappafumo s’impunta a assegnarle in teoria prerogative da medioevo». 
Inoltre, i suddetti ceti venivano imputati di «criminosa diserzione» nella difficile situazione economica del periodo e ammoniti che: «La proprietà inviolabile non è affatto un principio dello Stato fascista, che ha dimostrato di saper colpire anche la proprietà in nome della Patria. La proprietà inviolabile è un dogma liberale non fascista, inglese e non romano: da noi proprietario è depositario e non altro… [la storia italiana ] è storia di spogliazioni compiute dallo Stato per il popolo».

In un “Avviso” dell’ottobre 1932, si dichiarò «non entusiasta» del concetto di Corporazione Proprietaria, esposto da Ugo Spirito durante il Convegno di Ferrara.
Nel gennaio 1933, il professore e i suoi sottoscrissero un “Manifesto Realista” in cui definirono il «marxismo incompatibile con la natura umana e soprattutto con la natura italiana», e teorizzarono che «Il tramonto inarrestabile del sistema liberale esige da una parte l’eticità dell’economia, dall’altra la graduale partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende e la fine d’ogni proletariato. Ritengono che la società futura avrà a fondarsi sul dovere del lavoro e sul diritto del produttore alla proprietà nei limiti utili allo Stato; e che il diritto di proprietà e quello d’eredità siano buoni in quanto servono allo Stato, nocivi in quanto non concordano coi suoi fini; che l’iniziativa individuale sia da favorirsi oppure da limitarsi e reprimersi secondo lo stesso criterio».

La rivista fu intransigente contro i tentativi di reinserimento nella vita politica compiuti dai vecchi sovversivi dell’Italia prefascista. 
Per l’opposizione d’Alessandro Pavolini, in quel periodo “federale” di Firenze, Ricci avrà la tessera del P.N.F. solo nel febbraio del 1934, dopo tre anni di successi de “l’Universale”.

Allo scoppio del conflitto italo-etiopico, Ricci, che aveva definito la guerra ” madre della civiltà ” e teorizzato che ” non c’è rivoluzione fascista senza impero “, lasciò la moglie, la figlioletta di appena due anni e l’insegnamento, per combattere, col grado di scelto, nella I Divisione delle Camicie Nere.
“L’Universale” diede «dodici combattenti per l’Impero; un caduto, medaglia d’argento Roddolo, un mutilato, medaglia di bronzo Cesarini».

Gli “Avvisi” piacquero molto al Duce che invitò la covata dello scrittore fiorentino, “antidealista ed antigentiliana” a portare una ventata di aria frizzante di gioventù tra le polverose stanze de “Il Popolo d’Italia”. Gli alti papaveri del Regime fecero naufragare l’iniziativa. Lo stesso Mussolini, che apprezzava il fiorentino considerandolo quasi il prototipo dell’italiano nuovo nato dal Fascismo, approvò l’iniziativa di affidargli un giornale, ma il progetto sfumò nei meandri del Minculpop, in quel periodo impegnato nella ricerca di eretici o infiltrati nelle riviste giovanili. 
La ritrosia di Ricci, cui pesava chiedere le cose più di una volta, e la vincita di un concorso alla cattedra di matematica a Palermo fecero naufragare definitivamente il progetto della “Tribuna dell’Universale”.

Il trasferimento in Sicilia, accettato a malincuore dal giovane reduce, non interruppe la sua partecipazione alla vita politica e culturale attraverso le stoccate pubblicate sulla rivista di Giuseppe Bottai “Critica Fascista” ed ad articoli sul giornale mussoliniano “Il Popolo d’Italia”. Dal 30 gennaio al 15 settembre 1937, Ricci insegnò matematica presso il Regio Istituto Tecnico Industriale “Vittorio Emanuele III” di Palermo. Critico severo delle degenerazioni cattoliche della religione di Cristo, la cui decadenza «impone ormai… di risorgere o morire», e del lento procedere verso la costruzione dello Stato Nazionale del Lavoro, Ricci diede del Fascismo un’interpretazione che si rifaceva a tratti a Mazzini, criticando la scelta monarchica del 1922.
Nell’importante lettera circolare ai collaboratori del 3 aprile 1938 scritta per annunciare la rinascita del periodico, affermò che «Bisogna preparare la libertà fascista», e che il Fascismo, dopo aver dato agli italiani il senso dello Stato, doveva educare il popolo alla vera libertà e alla partecipazione alla vita pubblica ed espresse il suo «rispetto e simpatia alla Nazione tedesca e alla rivoluzione nazionalsocialista; avversione assoluta all’ideologia razzista e specialmente a qualunque sua infiltrazione in Italia».

Allo scoppio della II Guerra Mondiale riuscì, dopo «aver scocciato mezza Italia» e aver scritto «venti lettere per farsi richiamare e venti … per farsi trasferire … ad una destinazione più guerriera da un accampamento a pochi chilometri da casa» a farsi mandare sul fronte marmarico, dove cadde mentre combatteva, da volontario in camicia nera, gli «inglesi di fuori», pensando di risolvere a guerra finita i conti con «gli inglesi di dentro».

Per Ricci, come scrisse in una lettera del 14 gennaio 1941 al pittore e scrittore Nino Bertocchi, la vittoria doveva essere «davvero imperiale e innanzi tutto morale e civile». 
In tal modo smentendo le tesi di Ruggero Zangrandi e di Romano Bilenchi, con cui aveva già chiuso da tempo, che per sminuire i loro voltafaccia post bellici parleranno poi del gesto del volontario Ricci in termini di «consapevole suicidio» o di un Ricci che sopravvissuto sarebbe diventato comunista. 

Il quale nel suo ultimo incontro con Montanelli disse che il problema di una sua conversione per lui non si poneva in quanto: «Sono già convertito -ricordando la sua giovanile militanza anarchica- non posso riconvertirmi per la seconda volta. Sarebbe una arlecchinata».

Confusa fra tante appare la sua tomba nel sacrario dei caduti d’Oltremare di Bari, l’iscrizione “(Ro)Berto Ricci” e la data della sua morte. 

Vergognosamente l’amministrazione comunale di Firenze cancellò, nel 1948, una via a lui dedicata.

Giovanni Bartolone      
Bagheria, 18 febbraio 1998    


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