La società salesiana e la leva obbligatoria dei risorgimento

La leva militare: un dramma dei primi anni settanta
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Le enormi spese che dovette affrontare don Bosco per l’esenzione dei chierici
Un’opera come quella salesiana che dagli umilissimi inizi di casa Pinardi nel 1846 alla morte di don Bosco nel 1888 era già diffusa in varie nazioni europee e sudamericane, doveva avere alle sue spalle un fondatore capace di attirare numerose schiere di giovani disponibili a consacrarsi all’educazione di quella “gioventù a rischio”, cui troppo pochi nella società civile e in quella ecclesiale si interessavano seriamente. A fondamento di una simile impresa vi era il “dito di Dio”, come don Bosco non esitava a dire al papa, alle autorità della Santa Sede, ai salesiani, ma vi erano anche la sua capacità di stimolare la beneficenza, tanto pubblica che privata, – unica risorsa su cui poteva e voleva contare – e il suo indefesso impegno in tale direzione. Ciò che poi per lui era un’impellente necessità di sopravvivenza, diventava sovente motivo di derisione da parte della stampa anticlericale, dei liberali ostili alla chiesa, dei governi massoni. Uno dei bisogni maggiori di liquidità si presentò a don Bosco ad inizio degli anni Settanta, paradossalmente proprio all’indomani dell’approvazione pontificia della sua congregazione (1869). L’epistolario lo conferma.
La legislazione 
Fino al 1869 nel neonato regno d’Italia era in vigore la legge del Regno di Sardegna del 1854, che permetteva ai vescovi di disporre di un certo numero di chierici, fissato annualmente per legge, esenti dalla ferma militare. Don Bosco più volte si era rivolto a qualche vescovo amico, che inseriva i chierici di Valdocco fra i propri seminaristi. Per tutti gli altri giovani, estratti a sorte nei comuni di residenza, era comunque sempre possibile farsi surrogare con il versamento di una cifra paragonabile allo stipendio annuale di un professore universitario. Con legge del 27 maggio 1869 tale privilegio venne abolito, anche se un decreto legge del giugno successivo consentiva di nuovo di affrancarsi dal servizio sempre mediante una grossa tassa, fissata in franchi 3200 (circa 12.000 Euro). A fronte di ciò, la Chiesa elevò la sua protesta, inascoltata.
Il dramma di Valdocco
Don Bosco si trovò immediatamente in difficoltà. Con sé aveva molto personale in età di leva. Doverne fare senza per il lungo periodo della ferma significava perdere molte forze vive nelle sue case. Ora se nel dicembre 1870 aveva già “alcuni sotto le armi” ed altri “in procinto di andarci” se non avesse pagato in tempi abbastanza ristretti i 3200 franchi richiesti, nel 1871 il problema si acuì al punto che il 30 aprile scriveva alla marchesa Uguccioni: “In brevissimo tempo abbiamo dovuto riscattare dieci chierici dalla leva militare colla enorme somma di franchi 32 mila [120 mila euro]. Vede che flagello”. Pochi mesi dopo, il 12 luglio 1871 supplicava un immediato aiuto economico alla signora Lucini di Bergamo: “abbiamo 14 chierici che sono colpiti dalla leva testé effettuata e si possono riscattare soltanto fino al 31 luglio del corrente luglio. Dopo, tutti sono militari, abolito ogni supplente”. Trovare denaro in contanti non era facile ma la beneficienza non venne mai meno, tanto che il 24 luglio comunicava a don Tribone di Genova: “Ho il piacere di significarle che di quattordici chierici che avevamo da riscattare, sette sono già stati riscattati, per gli altri speriamo nella misericordia di Dio”. Misericordia di Dio, ovviamente, da suscitare attraverso l’umile supplica ai suoi generosissimi benefattori: contesse Corsi, Brancadori, Callori, marchesi Fassati, Uguccioni, barone Ricci des Ferres ecc. Nel settembre le cose migliorarono, perché la somma richiesta per il riscatto era scesa a 2500 franchi (9500 Euro). La nuova legge dell’aprile 1872 rimise in vigore l’esenzione per i seminaristi, ma a determinate condizioni, quelle che don Bosco non era in grado di garantire, perché non era Ordinario di diocesi e la sua Congregazione non aveva alcun riconoscimento di fronte alla legge. Nell’agosto 1872 aveva da riscattare undici chierici; a fine ottobre 1873 quindici.
“Là c’è la Provvidenza”
Così don Bosco avrebbe potuto affermare con il Renzo manzoniano, anche se la Provvidenza non sempre era a basso costo. Il 26 settembre 1873 infatti scriveva alla contessa Callori: “La sua preziosa lettera andò a raggiungermi in Varazze e mentre la leggeva e considerava la carità che faceva pei nostri chierici, in quell’istante medesimo ricevo un dispaccio da Alessandria che mi annunzia un nostro chierico essere stato ritenuto nella prima categoria. Sia benedetto il Signore, dissi con Don Francesia: egli manda la spina e contemporaneamente la rosa”. A fine ottobre 1874 don Bosco venne a trovarsi nelle stesse condizioni di bisogno, per cui rilanciava il suo accorato appello all’avvocato torinese Galvagno: “Mi rincresce disturbare tanto sovente la S. V. Benemerita, ma mi trovo in bisogno eccezionale. Ho cinque chierici da riscattare dalla leva militare e non ho ancora un soldo ad hoc mentre [siamo] vicini all’epoca del riscatto. Potrebbe ella venirmi in ajuto? Ecco l’umile mia preghiera. Ogni chierico deve pagare fr. 2500 per passare dalla 1a alla 2a categoria [da cui si poteva essere esentati]“. Pochi giorni dopo, il 7 novembre, era la volta della contessa Teresa Corsi: “La contessa Corsi Gabriella mi portò franchi duecento che V. S. Ill.ma offre per il riscatto dei nostri chierici dalla leva militare. Non poteva essere cosa più opportuna; domani è giorno ultimo pel riscatto di uno di tali chierici ed a favore di quello fu tosto spedita la sua limosina… Di cinque chierici due sono già riscattati; preghi Dio che mi aiuti a trovare i mezzi per riscattare gli altri tre”. E l’indomani, probabilmente dopo una notte insonne, ecco un nuovo appello alla marchesa Bianca Malvezzi e così via.
E la ricompensa?
I religiosissimi benefattori di don Bosco si accontentavano di un semplice grazie, nutrito però di preghiere per il presente e per il futuro: “Dio saprà compensarla. Il Clero, la Chiesa, noi tutti le saremo riconoscenti e ci uniremo al chierico beneficato ad invocare costantemente le benedizioni del cielo sopra di Lei e sopra tutta la sua famiglia”. Negli anni successivi, fino alla Conciliazione del 1929, il problema si ripropose continuamente, ma don Bosco e i suoi primi successori (don Rua, don Albera, don Rinaldi) troveranno sempre il modo di risolverlo senza danneggiare le case salesiane, in cui la presenza di giovani educatori è essenziale.
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