La rivoluzione ‘Francese’ è una truffa.


La rivolta spontanea del popolo francese il 14 luglio, la cosiddetta rivoluzione ‘Francese’ è una truffa.


Brano selezionato e riportato da Rosalba Valente.

-La Rivoluzione detta “francese”, fu un colpo di Stato ad opera dei club massonici (Jacobins)  finanziati dai banchieri,  tra gli altri  Laborde de Méréville, Boscary, Dufresnoy , sostenuto dal partito del Duca d’Orléans, Gran Maestro del Grande Oriente di Francia e sostenuto dall’ Inghilterra tramite l’ordine  cavalleresco Saint-Georges … L’obbiettivo era ribaltare tutto, distruggere le tradizionali  Istituzioni  del Paese (monarchia, religione) per sostituirle con un ordine “nuovo” , un Francese nuovo: il “cittadino”.
Alla fine: l’Inghilterra ci guadagnò; la Francia   arretrò senza possibilità di recupero.
 Questi furono i risultati. Parlare oggi di «rivolta del popolo»,  è  raccontare una grande burla smentita dai  dati storici.  

Considerandosi “patrioti’, i rivoltosi sinceri (non parliamo degli istigatori pagati …) non sapevano di essere manipolati dalla massoneria (Grande Oriente di Francia del Duca di Orléans  e massoneria inglese) .
I  “rivoluzionari” hanno dato l’esempio di un disprezzo inaudito per l’idea stessa di rappresentatività: “I 749 membri della Convenzione furono  eletti in un  tale clima di terrore organizzato, che le astensioni raggiunsero  il 90% …  tenendo conto  delle modalità di  censo elettorale e del diniego di  diritto al voto per le donne,  questa Assemblea rappresentava meno del 3% di questo popolo ” (Jacques Heers, Un homme un vote?, Editions du Rocher, Monaco 2007, p. 208-209).
Nel 1789,  i capitalisti e gli speculatori di Parigi come Kornmann, Claviere e altri, consigliati dai banchieri  Laborde e Dufresnoy, membri dei Trenta, giocavano al ribasso e sovvenzionavano la sommossa. I Finanziatori più ricchi  fornirono il denaro necessario per pagare le truppe rivoluzionarie. .
Nel suo “Louis XVI o la fine di un mondo” (1955, reed. La Table ronde, Paris 1981, p. 304), Bernard Faÿ racconta il ruolo giocato dalla borsa alla vigilia della Rivoluzione: “ da  buoni ‘patrioti’, i finanziatori  della capitale, a giugno 1789,  non smettevano ancora di fare abbassare la borsa … Mentre altri “patrioti” corrompevano i soldati” (B. Faÿ, Louis XVI o la fine di un mondo, ibid., p. 305).
“La Rivoluzione viene considerata oltre-Manica il mezzo migliore per abbattere definitivamente le pretese marittime  della monarchia francese”  (p. 283.)  … Disorganizzata, scoraggiata, disgregata, in preda alla sovversione, la Marina doveva, a febbraio 1793, misurarsi  nuovamente con la Royal Navy. … Nel  momento in cui  la Francia doveva affrontare  la fase decisiva di ciò che potrebbe essere chiamato la ‘seconda guerra dei cent’anni’, la Rivoluzione sconquassa l’unica risorsa che le  avrebbe potuto  consentire di colpire la coalizione anti-francese…” (p. 291)
“Ciò che la Francia perde, lo guadagna l’Inghilterra. Più ancora sul piano commerciale che su ogni altro piano.
L’ Inghilterra  è la grande beneficiaria della Rivoluzione e delle sue conseguenze.  Essa sa, sin dall’inizio del grande sconvolgimento, della fortuna che le si offre e, giacché ha da riprendersi la rivincita contro la Francia che ha aiutato l’America ad affrancarsi, non le dispiace vedere lo sconquassamento della monarchia.
“sin dal 1788, i massoni, con sempre sulla bocca l’argomento dell’ ordine e della centralizzazione, sono la colonna vertebrale del partito nazionale, di quel partito di cui Lafayette è il dio e che si nutre delle idee politiche inglesi e americane dopo avere succhiato  il latte dall’Encyclopedie.”
“Così la massoneria dirige tutto ed ecco, persino dal punto di vista dei rivoluzionari il cattivo lato delle cose: poiché la massoneria è approdata dall’Inghilterra  e poiché le logge francesi sono rimaste a stretto contatto con le logge madri oltre mare e  che, inoltre , le logge di rito scozzese,…  si ricollegano sempre più alla Grande Loggia di Londra, una sotterranea influenza inglese, una oscura pressione si esercita nella Francia alla quale si aggiunge l’anglomania imperante da cinquanta, sessant’ann.
L’opposizione segreta della Massoneria  alla monarchia secolare  si trova così sotterraneamente  fomentata dall’Inghilterra; mentre l’ Inghilterra, vinta nella guerra di Indipendenza Americana , si rifà, acquisendo vantaggi  per terra e per mare.
Grave questione su cui meditare per un patriota, ma i patrioti dell’epoca non pensano a tutto questo: vanno avanti con la testa tra le nuvole.
La vera rivoluzione francese, quella che segnerà tutto il secolo da venire , è un fatto finanziario prima che politico : al primato del sangue,  che caratterizzava l’impostazione dell’ Ancien Régime, succede il primato dei soldi. Alla nobiltà succede la borghesia affarista.  I notabili subentrano ai nobili.
Lo stesso Marat si interroga : “Che ci guadagneremo nel distruggere l’aristocrazia dei nobili, se essa viene rimpiazzata dall’aristocrazia dei ricchi?”.
Un Samuel Bernard, persino un John Law potevano  pretendere gli onori solo nella misura in cui si piegavano alle regole stabilite, nobilitandosi ed entrando nel sistema di regole. Il re, ad ogni buon conto, arbitrava la mischia.
Ora si tratta dell’ esplosione del capitalismo. Da secondo ordine , passa al primo rango. Più nessuna autorità, ormai, sarà in grado di fargli da contrappeso. I diritti di nascita non potranno nulla contro quelli della finanza.
“Gli industriali e i finanzieri non guardano se le anime si perdono , ma guardano se gli affari si fanno” (Antoine Blanc de Saint – Bonnet, la legittimità, Tournai, Casterman, 1873, p. 83)”
Il denaro è ormai un valore supremo.
E’ la nascita del Denaro-Re al posto del Cristo-Re.


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E QUESTO ERA L’ORIGINALE IN FRANCESE:
Rosalba Valente  
La révolte spontanée du peuple français le 14 juillet, la révolution dite “française” est une légende.
– La “Révolution française” est un coup d’Etat soutenu par les clubs maçonniques (les Jacobins), et financé par les banquiers (Laborde de Méréville, Boscary, Dufresnoy entre autres…), par le parti duc d’Orléans, grand maître du Grand orient, et par l’Angleterre (la Cavalerie Saint-Georges)… dont la culture consiste à tout changer, détruire toutes les gloires nationales (monarchie, religion) pour créer un ordre entièrement “nouveau” avec un français nouveau, le “citoyen”. Au final : l’Angleterre gagnante. “Un recul sans appel”. Dans ces conditions, parler aujourd’hui encore de “révolte du peuple” est une vaste plaisanterie que toutes les données de l’histoire contredisent. Pensant être des ‘patriotes’, les émeutiers sincères (ne parlons pas des émeutiers payés…) ne savaient pas qu’ils étaient manœuvrés par la franc-maçonnerie (Grand Orient de France du duc d’Orléans et franc-maçonnerie anglaise).
les “révolutionnaires” ont donné exemple d’un effarent mépris pour l’idée même de représentation : “Les 749 membres de la Convention furent élus dans un tel climat de terreur organisée, que les abstentions ont atteint 90% … Si bien que, si l’on tient compte du cens et du refus du droit de vote aux femmes, cette Assemblée… n’était mandatée que par deux ou trois pour cent de ce peuple” (Jacques Heers, Un homme un vote ?, Editions du Rocher, Monaco 2007, p. 208-209).
En 1789, les capitalistes de Paris et agioteurs comme Kornmann, Clavières et autres, menés par les banquiers Laborde et Dufresnoy, membres des Trente, jouaient à la baisse, et subventionnaient l’émeute. Les principaux financiers fournirent l’argent nécessaire pour payer les troupes révolutionnaires.
Dans son “Louis XVI ou la fin d’un monde” (1955, réed. La Table ronde, Paris 1981, p. 304), Bernard Faÿ mentionne le rôle joué par la Bourse à la veille de la Révolution : “bons ‘patriotes’, les financiers de la capitale ne cessaient en juin (1789) de la faire baisser” (la Bourse)… Pendant que “d’autres patriotes débauchaient les soldats” (B. Faÿ, Louis XVI ou la fin d’un monde, ibid., p. 305.)”La Révolution est considérée outre-manche comme le meilleur moyen d’abattre définitivement les prétentions maritimes de la monarchie française” (p. 283.)… Désorganisée, découragée, désarticulée, en proie à la subversion, la Marine devait à partir de février 1793 faire face une nouvelle fois à la Royal Navy. … Au moment où la France entame la phase décisive de ce que l’on pourrait appeler la ‘seconde guerre de Cent Ans’, la Révolution a brisé le seul instrument qui aurait pu permettre de frapper au cœur l’âme des coalitions antifrançaises…” (p. 291)
“Ce que la France perd, l’Angleterre le gagne. Plus encore sur le plan commercial que sur tout autre plan, elle est la grande bénéficiaire de la Révolution et de ses suites. Elle est sans doute consciente, dès le début du grand bouleversement, de la chance qui s’offre à elle : comme elle a une revanche à prendre sur la monarchie française qui a aidé l’Amérique à se libérer, elle n’est pas fâchée de voir le roi contesté et diminué.
“Dès 88, les Maçons, avec toujours en bouche les grands thèmes d’ordre et de centralisation, sont la colonne vertébral du parti national, de ce parti dont Lafayette est le dieu, qui vit des idées politiques anglaises et américaines après avoir sucé le lait de l’Encyclopédie.
“Ainsi la Maçonnerie mène tout et voici, même du point de vue des révolutionnaires le mauvais côté de la chose: comme la Maçonnerie nous vient d’Angleterre, et que les loges françaises sont restées en relations étroites avec les loges-mères de l’autre côté de l’eau, que, notamment, les loges de rite écossais, … se rallient de plus en plus à la Grande Loge de Londres, une sourde influence anglaise, une obscure pesée s’exercent sur nous, qui s’ajoutent à l’anglomanie régnante depuis cinquante à soixante ans. L’opposition secrète de la Maçonnerie à la monarchie traditionnelle se trouve ainsi secrètement initiée par l’Angleterre, alors que l’Angleterre, battue dans une guerre précédente (Guerre d’Indépendance d’Amérique) a sa revanche à prendre sur terre et sur mer. Grave sujet de méditation pour un patriote, mais les patriotes de l’époque ignorent tout cela: ils marchent la tête dans les nuées.
La vraie révolution française, celle qui va marquer tout le siècle, se situe sur le plan financier: à la primauté du sang, qui caractérisait théoriquement l’Ancien Régime, succède la primauté de l’argent. A la noblesse, qui détenait en principe les privilèges succède la bourgeoisie. Aux nobles succèdent les notables.
Marat lui-même s’interroge: “Qu’allons-nous gagner à détruire l’aristocratie des nobles, si elle est remplacée par l’aristocratie des riches?”
Même un Samuel Bernard, même un John Law ne pouvaient prétendre aux honneurs que dans la mesure où ils se pliaient aux règles établies, en s’anoblissant et en entrant dans le système. Le roi, de toute façon, était au-dessus de la mêlée. Il s’agit d’une explosion du capitalisme. Du second rôle, il passe au premier. Aucune autorité, désormais, ne sera en mesure de lui servir de contrepoids. Les droits de la naissance ne pourront rien contre ceux de la finance.
“Les industriels et les financiers ‘ne regardent pas si les âmes se perdent, mais si les affaires se font’ (Antoine Blanc de Saint-Bonnet, La Légitimité, Tournai, Casterman, 1873, p. 83.
L’argent est désormais une valeur suprême. Ou la naissance de l’Argent-Roi à la place du Christ-Roi.

https://www.facebook.com/notes/antonio-pocobello/la-rivolta-spontanea-del-popolo-francese-il-14-luglio-la-cosiddetta-rivoluzione-/10151890989576669


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Perché la ricetta Hitler funzionò

M.B.
«Come mai Adolf Hitler è stato capace di sollevare la Germania dalla Grande Depressione mentre in Usa Roosevelt ha fallito?». 
Negli ultimi anni, mentre la nostra crisi globale cresceva, la domanda se l’è posta un numero sorprendentemente alto di economisti o giornalisti economici americani, spesso con tendenze di sinistra: da Alexander Cockburn a Mike Whitney, dal giornalista cino-americano Henry CK Liu (commentatore principe di Asia Times) a Ellen Brown, l’avvocatessa indagatrice del sistema di creazione di denaro dal nulla da parte delle banche, che con il suo libro Web of Debt ha toccato i vertici dei best-sellers.
I nostri lettori, specie quelli che hanno letto i due capitoli dedicati all’economia hitleriana nel mio «Schiavi delle Banche», sanno già rispondere alla domanda. È curioso ed istruttivo vedere cosa, del miracolo economico tedesco 1933-41, hanno scoperto gli americani.
Tutti informano i loro lettori che i nazionalsocialisti «emisero la propria moneta» senza interessi, escludendo dall’affare il cartello bancario internazionale; un «programma di credito nazionale» simile a quello con cui Abraham Lincoln finanziò la guerra civile stampando dollari di Stato, Greenbacks: così Ellen Brown.
Mike Whitney (di Counterpunch) fa un confronto fra la creazione monetaria di Hitler – o meglio, quella di Hjalmar Schacht, il suo banchiere centrale – e quella della Fed sotto Ben Bernanke. 
I «tassi a zero e la compra di titoli (quantitative easing con moneta creata dal nulla) di Bernanke hanno fatto bene alla finanza di rischio: le azioni sono apprezzare di oltre il 140% rispetto alla loro caduta del 2009; però la disoccupazione resta sopra il 7%, i salari reali ribassano, il Pil cresce meno del 2%, 47 milioni di americani vivono grazie ai sussidi sul cibo (food stamps)… le politiche di Bernanke hanno favorito solo la classe degli investitori».
Hitler invece, con la creazione monetaria, si propose come prima cosa di far sparire la disoccupazione, che aveva raggiunto la spaventosa cifra di 6 milioni durante Weimar e la sua politica di austerità-deflazione, nel tentativo politicamente corretto di pagare i debiti di guerra imposti dai nemici vincitori, che superavano di 3 volte l’intera ricchezza nazionale.
«Nel luglio 1935 il numero degli occupati tedeschi era già cresciuto della metà, da 11,7 milioni a 16,9; cinque milioni di nuovi lavori pagati furono creati», scrive ammirato Liu. 
Settant’anni dopo, «gli economisti neo-liberisti hanno ancora da imparare che il pieno impiego è tutto quel che conta, e i salari sono la chiave della prosperità nazionale», ciò che il regime hitleriano aveva capito subito. «Ogni politica economica che non tenda al pieno impiego è controproducente ed illusoria, così come ogni politica che permette la concorrenza internazionale fra salari è traditrice»
Per questo Hitler comunicò agli industriali tedeschi che il ruolo dello Stato si sarebbe limitato a «incoraggiare gli investimenti privati soprattutto attraverso incentivi fiscali», senza investire direttamente nelle imprese , dice Liu: «la sua volontà era di dare ragguardevole finanziamento pubblico a investimenti pubblici come le autostrade, non all’industria. 
Gli investimenti (industriali) sono improbabili se i consumatori non hanno denaro da spendere o hanno paura, per l’insicurezza del posto, di spenderlo per comprare le merci che producono. Hitler capì che i lavoratori avevano bisogno di un decente introito per diventare consumatori, sicché il pieno impiego doveva essere la molla d’innesco del ciclo economico». (Nazism and the German economic miracle)
E ancora insiste: «Gli economisti nazi capivano che la creazione di credito sovrano (dal nulla) allo scopo di creare lavoro non pone alcun pericolo d’inflazione, ed è una politica molto più responsabile dell’attuale approccio, di aumentare le imposte e tagliare lo Stato sociale per risanare il deficit del bilancio pubblico. L’idiota politica di restrizione monetaria e riduzione della spesa sociale per ripianare il bilancio allo scopo di pagare i debiti esteri è ancor oggi imposta dal Fondo Monetario alle nazioni indebitate, tranne che agli Usa…».

Henry CK Liu si dilunga a descrivere come il Reich emettesse «titoli pubblici per la creazione di lavoro (Arbeitsbeschaffungswechseln – ABS), a scadenza trimestrale rinnovabili fino a cinque anni, come «pre-finanziamento» (Vorfinanzierung) delle vaste opere pubbliche; le agenzie capofila delle opere pagavano i fornitori e sub-appaltatori con questi ABS, i quali li portavano all’incasso presso banche per farsi dare contanti, e a quel punto essi diventavano «commercial papers» scontabili presso la banca centrale Reischsbank. La breve scadenza (trimestrale) ebbe lo scopo di ricostituire creare fiducia in questo tipo di credito, che fu infatti agevolmente rinnovato.
«Il Tesoro del Reich cominciò a redimere questi titoli, un quinto del totale all’anno, fra il 1834 e il 1938; come garanzia per tali titoli depositò presso gli istituti di credito un corrispondente ammontare di Steuergutscheine, in pratica di promesse di pagamento basate sui futuri introiti fiscali. Via via che il Tesoro redimeva gli ABS, tali tratte dovevano essergli restituite. 
Così, creando moneta speciale per l’impiego, Hitler aumentò il volume monetario nell’economia tedesca. (…) Il ritiro dei ABS pesò sul bilancio dello stato 1934-39, ma il declino delle spese pubbliche per i sussidi di disoccupazione e l’aumento del gettito fiscale dai salari per la ripresa economica, più che compensò il peso della redenzione. Il surplus fu usato per ridurre ulteriormente il debito e il carico fiscale».

Il Reich praticò il controllo dei salari unito però all’introduzione della indicizzazione in base ai prezzi (Leistungslohn) e al salario minimo garantito; inoltre «salvò i coltivatori tedeschi dai loro pesanti debiti attraverso programmi di alleviamento e sussidi ai prezzi agricoli»
Ed esercitò un rigoroso controllo sui capitali e sulle importazioni. «Se la Germania di allora fosse stata membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, WTO, queste opzioni gli sarebbero vietate», conclude Liu.

Il quale ricorda – fatto curioso e istruttivo – che «nel Panico Bancario del 1907, il banchiere JP Morgan (1837-1913) fece essenzialmente la stessa cosa che Hitler. 
Forzò le banche Usa a saldare i conti fra loro, invece che in contanti che non avevano, con “certificati di clearing” che egli emise, così aumentò illegalmente il volume monetario senza bussare allo Stato, e finì col possedere una fetta molto più grossa del settore finanziario, pagato con i suoi certificati, ironicamente riscotendo anche la gratitudine del governo. 
La differenza fu che il beneficio economico andò a Morgan personalmente anziché alla nazione come nella Germania nazista, e la moneta privata fu usata per salvare le banche anziché i disoccupati».

È quel che dice Ellen Brown: la chiave del successo economico hitleriano fu di «buttar fuori dall’affare il sistema bancario transnazionale». 
E la Brown cita un altro best-seller, Billions for the Bankers, Debts for the People (1984), dove l’autore Sheldon Emry commentava:
 «La Germania emise denaro libero da debito e da interesse dal 1935, e ciò spiega la sua stupefacente ascesa dalla depressione a potenza mondiale in 5 anni. 
La Germania finanziò tutta l’attività del governo e della guerra dal 1935 al 1945 senza oro e senza debito, e ci volle tutto il mondo capitalista e comunista per distruggere la potenza tedesca e riportare l’Europa sotto il tallone dei banchieri. 

E questa storia monetaria non appare nemmeno sui testi di economia d’oggi».

Mark Weber, dello Institute for Historical Review (qui la fonte è più parziale, trattandosi di «revisionista storico» ), fornisce qualche cifra per dare un’idea di come migliorò la qualità della vita.
«Tra il 1932, l’ultimo anno dell’era pre-hitleriana, e il 1938, l’ultimo anno pieno prima della guerra, il consumo alimentare crebbe di un sesto, quello di abiti e tessili di oltre un quarto, e il mobilio e beni per la casa del 50 %. Finché durò la pace, il consumo di vino aumentò del 50%. Tra il 1932 e il 1938, il volume del turismo più che raddoppiò, e la proprietà di automobili triplicò durante gli anni ’30. La produzione di autoveicoli, che comprendeva auto fabbricate da Ford e dalla General Motors (Opel) raddoppiò nei cinque anni dal 1932 al ’37, mentre l’export tedesco di veicoli aumentò di 8 volte. Il traffico aereo passeggeri in Germania triplicò dal ’33 al 37».
«Durante i primi quattro anni del regime, i profitti netti della grandi imprese quadruplicarono (…) Fino al 1938, scrive» lo storico Niall Ferguson, il «prodotto interno lordo tedesco crebbe, in media, di un notevole 11% l’anno», senza una significativa crescita dell’inflazione».
E il potenziale industriale mostrò tutta la sua eccezionale potenzialità durante la guerra. 
Lo storico ebreo Richard Grunenberger nel suo saggio «The Twelve-Year Reich» ricorda che «nei tre anni dal 1939 al 1942 l’industria tedesca si espanse quanto aveva fatto nei precedenti 50 anni». (Hitler vs. Bernanke)

I profitti industriali erano tuttavia controllati per legge dallo Stato. «Dal 1934, i dividendi per gli azionisti in Germania furono limitati al 6% annuo. I profitti non distribuiti erano investiti in buoni del Tesoro del Reich, che davano un interesse annuo del 6%, e dopo il 1935, del 4,5%. Questa politica ebbe l’effetto – voluto – di incoraggiare il reinvestimento e l’auto-finanziamento industriale, riducendo di conseguenza l’indebitamento presso le banche e, più in generale, diminuendo il potere del capitale finanziario commerciale. Le tasse sulle imprese furono aumentate dal 20 al 25% nel ’36, e al 40% all’inizio della guerra, nel 1939-40».
(Triste considerazione: oggi le imprese italiane, dalla democrazia pluripartitica, sono aggravate da tassazioni al 60%, e senza la scusa della guerra… Ndr)
«Tra il 1934 e 1938, il reddito tassabile lordo dei dirigenti privati tedeschi crebbe del 148%, nello stesso periodo il gettito fiscale complessivo crebbe del 232%. 
Il numero di contribuenti nel più alto scaglione fiscale (quelli che guadagnavano più di 100 mila marchi annui) crebbe in questo periodo del 445%. 
Per contro, il numero di contribuenti nel più basso scaglione (quelli che guadagnavano meno di 1500 marchi l’anno) crebbero solo del 5%. 
La tassazione nazional-socialista era fortemente progressiva… Tra il 1934 e il 1938, il prelievo medio per coloro che percepivano oltre i 100 mila marchi annui salì dal 37,4 al 38,2%».
(Una “durezza” fiscale nazista, che noi felici cittadini della partitocrazia possiamo solo invidiare. Ndr)

«Nel 1938 i tedeschi nello scaglione fiscale più basso erano il 49% della popolazione e avevano il 14% del reddito nazionale, ma pagavano solo il 4,7% di tasse. 
Quelli nella categoria reddituale più alta erano solo l’1% della popolazione, detenevano il 21 % del reddito nazionale, e sostenevano il 45% del peso fiscale complessivo».
(È il caso di fare confronti con le iniquità, anche tributarie, in corso nell’Italia «democratica» e nel capitalismo terminale? Penso di no. Ndr)

Anche «l’Austria provò un drammatico miglioramento dopo l’unificazione con Terzo Reich nel marzo 1938. 
Immediatamente dopo l’Anschluss, i dirigenti si diedero ad alleviare il disagio sociale e rivitalizzare la languente economia. 
Investimenti, produzione industriale, edilizia abitativa, spese di consumo, turismo e standard di vita crebbero velocemente. 
Solo tra giugno e dicembre 1938, il reddito settimanale dell’operaio austriaco crebbe del 9%. La disoccupazione scese dal 21,7 del 1937, al 3,2 % nel 1939. Il prodotto interno lordo austriaco aumentò del 12,8 % nel 1938, e di uno stupefacente 13,3 % nel 1939».
(Tassi di crescita più che cinesi, Ndr)

«Un anno dopo la salita di Hitler al potere, il tasso di natalità germanico crebbe del 22 % e rimase alto anche nel 1944, l’ultimo anno intero di guerra». 
Secondo lo storico John Lukacs, questo balzo nelle nascite era espressione “dell’ottimismo e della fiducia” dei tedeschi durante gli anni hitleriani. 
Per ogni due bambini nati in Germania nel 1932, quattro anni dopo ne nacquero 3. 
Nel 1938-39, le più alte percentuali di matrimoni furono registrate in Germania, superando anche i popoli più prolifici dell’Europa Orientale. 
Nota lo storico americano Gordon Craig: «La Germania nazionalsocialista, sola tra le nazioni bianche, è riuscita ad ottenere un incremento della fertilità».

E tutto questo, sottolineano i commentatori americani, «mentre il resto del mondo restava tuttora bloccato nella paralisi economica» nel gelo della Grande Depressione. 
«Hitler fece della Germania un’isola di prosperità», riconosce Sebastian Haffner, noto giornalista tedesco estremamente critico del Terzo Reich. Il confronto d’obbligo per americani è con il New Deal di F. D. Roosevelt, che prese il potere poche settimane dopo Hitler (nel marzo 1933, l’altro a gennaio).
Uno degli storici e biografi di Roosevelt, professor William Leuchtenburg, deve riconoscere che «Il New Deal ha lasciato molti problemi irrisolti e ne ha creato, fatto increscioso, di nuovi. Non è mai riuscito a dimostrare di poter produrre prosperità in tempo di pace. Ancora alla fine del 1941, i disoccupati erano 6 milioni, e questo esercito di senza lavoro non scomparve fino al 1943», quando fu arruolato nella grande produttrice di pieno impiego, la guerra.

Lo storico ebreo Joachim Fest deve riconoscere: «Se Hitler fosse stato vittima di un attentato alla fine del 1938 pochi esiterebbero ad acclamarlo come il più grande statista tedesco, il coronamento della storia germanica».

Molta attenzione riscuote Hjalmar Horace Greeley Schacht, anche perché suo padre visse per diversi anni negli Usa e diede a suo figlio il secondo nome in onore di Horace Greely, giornalista americano di estrema sinistra e militante anti-schiavista. 
Con quattro lauree (medicina, filologia, scienze politiche e infine economia, nel 1899) Schacht trovò lavoro alla Dresdmer Bank, e fu consulente del governo di occupazione tedesco del Belgio durante la prima guerra mondiale; nel 1923 fu tra coloro che riuscirono a mettere un freno all’iper-inflazione come Commissario Reich alle Valute, e premiato come presidente della Reichsbank. 
Fu anche il capo della delegazione tedesca che nel 1929 trattò la riduzione dei debiti di guerra (Piano Young).
Hjalmar Schacht
Hjalmar Schacht
Schacht viene dipinto come un fascista a tutto tondo. 
Volle conoscere Hitler, di cui aveva letto con ammirazione Mein Kampf – fu introdotto da Goering nel 1931, e da allora si adoperò a raccogliere fondi per il Partito, convincendo gli industriali con cui aveva rapporti, dai Krupp ai Thyssen, dai Voegler re dell’acciaio ai Kirdorf, Bechstein e Bruckmann a sborsare i quattrini (nel ’33, per far vincere al NDSP le elezioni, raccolse ancora 3 milioni di marchi). 
Fu lui a convincere questi grandi industriali a firmare la lettera che, nel novembre 1932, invitava il presidente Hindenburg a dare ad Hitler il posto da Cancelliere. Sempre Schacht visitò gli Stati Uniti dove tenne 40 conferenze come propagandista del regime hitleriano, scrivendo vari articoli per giornali americani. Incontrò anche Franklin D. Roosevelt, che però lo ritenne «estremamente arrogante».
I commentatori americani d’oggi ritengono tuttavia che Schacht indusse Hitler a lanciare il grande programma di opere pubbliche perché «influenzato dalle idee di John Maynard Keynes e dal New Deal di Roosevelt».
Può darsi. Ma piuttosto fu Keynes che, nella prefazione tedesca alla sua «Teoria Generale dell’Impiego» pubblicata sotto Hitler, riconobbe che la sua ricetta «si applica meglio sotto le condizioni di un stato totalitario, che sotto le condizioni di libera concorrenza e laissez-faire».
Schacht, oltre a suggerire il programma di opere pubbliche (i commentatori Usa non sembrano conoscere la sua più brillante invenzione finanziaria, gli «Effetti MeFo») «introdusse un Nuovo Piano che controllava rigorosamente tutto ciò che veniva importato in Germania. 
Per questo negoziò una serie di accordi commerciali bilaterali fra cui con l’Unione Sovietica nel 1935.
«Come altri nazisti Schacht era ostilissimo agli ebrei tedeschi. 
In uno dei suoi discorsi annunciò: “Gli ebrei devono capire che la loro influenza in Germania è finita per sempre” (1). 
Fu lui a concludere nel 1934 l’accordo con la World Zionist Organization secondo cui gli ebrei tedeschi potevano emigrare in Palestina dietro pagamento di 15 mila marchi. 
Si calcola che nei 4 anni seguenti oltre 170 mila ebrei si stabilirono in Palestina sotto questo accordo».
Il regime lo nominò «Ariano d’Onore». 
Ma già nel ’35 Schacht si urtò con Julius Streicher per il suo razzismo e il suo foglio Der Sturmer, con questo argomento: gli ebrei avevano combattuto con valore nell’armata germanica durante la Grande Guerra e meritavano un trattamento leale. 
Divenne anche sempre più critico della pesante politica di riarmo, e disse ad Hitler che tale politica avrebbe ecceduto le capacità economiche del Paese. 
Nel novembre 1937 diede le dimissioni da ministro dell’Economia, anche se rimase presidente della Reichsbank; dove continuò a far conoscere le sue critiche al riarmo. 
Hitler lo rimosse nel gennaio 1939. 
Nel 1944, sospettato (senza fondamento) di aver preso parte alla Congiura di Luglio fu imprigionato per qualche mese a Dachau: un regalo, che lo salvò dalla condanna al processo di Norimberga.
 Assolto dagli Alleati, Schacht fu condannato dal nuovo governo federale tedesco ad otto anni: ma fu rimesso in libertà nel settembre 1948. 
Fondò una banca sua e fu consulente di vari governi esteri, fra cui quello di Nasser in Egitto. 
È morto a Monaco il 4 giugno 1970.
* * *
I Paesi asiatici di successo (da Taiwan alla Corea alla Cina) hanno adottato almeno in parte soluzioni schachtiane o hitleriane. 
Se n’è accorto anche un economista inglese Joe Studwell, che in un saggio «How Asia Works» (Come funziona l’Asia), dopo accurate indagini, conclude: questi Paesi hanno violato i tre dogmi del «Washington Conensus», ossia «stabilizzare, privatizzare, liberalizzare», per adottare un’altra triade, o piuttosto tre fasi successive: «riforma agraria; industria che esporta ed è sostenuta dallo Stato; repressione finanziaria». 
Il settimanale Economist ha esaltato lo studio di Studwell. 
Si spera che il mondo anglosassone elabori un nuovo «consensus», che alla fine sarà adottato, come ultima moda, dall’università Bocconi e da Alesina & Giavazzi.
1) Tuttavia, come ha notato il professor Gordon Craig, storico dell’università di Stanford, «le ditte ebraiche continuarono ad operare profittevolmente specie nei settori tessili, confezioni e dettaglio, fino al 1938. (…) Nel mondo della finanza non fu posta alcuna restrizione alle attività di ditte ebraiche nella Borsa di Berlino, e fino al 1937 le case bancarie dei Mendelssohn, Bleichroder, Arnhold, Sreyfuss, Straus, Warburg e Behrens erano ancora attive». 
La catena di grandi magazzini Bertie, ebraica, ricevette un aiuto governativo – approvato da Hitler – di 14,5 milioni di marchi nel giugno 1933: un «salvataggio» intrapreso per non mandare in rovina i fornitori della catena e soprattutto i suoi 14 mila dipendenti. 
A cinque anni dalla presa del potere di Hitler il ruolo degli affari ebraici era ancora rilevante nell’economia, specie a Berlino. 
Ciò cambiò dal 1938; alla fine del 1939 gli ebrei erano stati per lo più rimossi dalla vita economica tedesca.

https://www.facebook.com/sandro.marroni/posts/10201787738726548

Quando la storia viene presentata come lotta tra il “bene” e il “male”

di Mauro Manno

Un recente articolo del Sunday Times ci informa che Adolf Eichmann, considerato il principale responsabile dell’olocausto, salvò 800 ebrei tenendoli segretamente al sicuro in un ospedale di Berlino.
Secondo l’articolo, “questi ebrei sopravvissuti erano collaboratori, spie o le mogli di tedeschi influenti sotto alta protezione nazista. Altri ebrei costituivano il personale dell’ospedale, incaricati da Eichmann di curare i malati”.
La storia della seconda guerra mondiale è presentata da USA e Israele come la lotta tra il bene e il male, tra i più crudeli carnefici di tutti i tempi, i nazisti, e le eterne vittime della violenza razzista, gli ebrei.
Secondo i dogmi della religione dell’Olocausto, nella presentazione del secondo conflitto mondiale, da una parte, vengono fatte scomparire le vittime non ebraiche, ben più numerose, dall’altra, viene taciuta la documentata e continuativa collaborazione tra una parte degli ebrei, i sionisti, e tutti gliantisemiti europei, in particolare i nazisti.
Questa collaborazione sembrerebbe innaturale ma non lo è affatto. Discende dal comune interesse di nazisti e sionisti di operare, in tutta Europa, per la separazione tra non ebrei ed ebrei ed il trasferimento di questi ultimi lontano dagli stati del continente europeo verso altri continenti.
Possiamo illustrare questa strategia con le parole di un sionista, tra tanti, che collaborò strettamente col nazismo:
Per molti anni ho ritenuto che la completa separazione delle attività culturali dei due popoli sia la condizione per rendere possibile una collaborazione pacifica (…) a condizione che essa si basi sul rispetto della nazione straniera [gli ebrei]. Le Leggi di Norimberga (…) mi sembrano, se si escludono le disposizioni legali, conformarsi interamente con il desiderio di una vita separata sulla base del mutuo rispetto”.
Questo signore si chiamava Georg Karesky e concluse la sua vergognosa esistenza nello stato ebraico, da lui desiderato e fondato assieme ai suoi simili separatori di “razze”.
I palestinesi, vittime di questa operazione congiunta di sionisti e antisemiti, rappresentavano per i colonizzatori ancora un’altra “razza” da cui essi volevano separarsi.
Per questo, in concomitanza della fondazione del loro stato (1948), provvidero a cacciarli dalla Palestina con una enorme operazione di pulizia etnico-razziale.
La storia delle varie soluzioni territoriali per la costituzione di uno stato ebraico è ormai abbastanza nota.
Gli inglesi, prima della Dichiarazione Balfour (1917), proposero a Herzl il trasferimento degli ebrei in Uganda.
Alcuni sionisti, contestualmente, proponevano uno stato ebraico in Argentina.
Il sionista Zangwil proponeva il trasferimento in America del Nord.
I sionisti che contavano, in particolare i sionisti “socialisti”, rigettarono decisamente queste soluzioni e insistettero per la costituzione di uno stato ebraico in Palestina.
Contro questa “soluzione” avevano messo in guardia due importanti personalità ebraiche vissute prima della nascita ufficiale del sionismo (primo congresso sionista di Basilea, 1896). Ahad ha-Am, avvertiva che la Palestina era popolata dai palestinesi e che la costituzione di uno stato ebraico su quella terra avrebbe richiesto l’eliminazione del popolo palestinese.
Egli proponeva quindi, la fondazione, non di uno stato, ma di un centro religioso e culturale ebraico a Gerusalemme, per la conservazione dell’ebraismo più che degli ebrei, una specie di Vaticano ebraico. Ispirati da questo centro, gli ebrei della diaspora avrebbero dovuto restare nei paesi in cui vivevano, mantenendo viva la loro religione.
Il secondo personaggio, Leo Pinsker, proponeva un raggruppamento ebraico in una parte della Russia meridionale, intorno ad Odessa, dove già gli ebrei erano numerosi. Non in uno stato, ma in una comunità indipendente, all’interno dell’impero zarista.
Altra soluzione territoriale fu proposta da Stalin, il quale pressato dai sionisti col mal di mare, cioè quelli che temevano il viaggio verso la Palestina, alla fine concesse agli ebrei una terra, il Birobijan, nell’estremo Oriente russo, perché vi costruissero una repubblica ebraica all’intero dell’Unione Sovietica. Molti ebrei sovietici ed altri provenienti da diversi paesi emigrarono in Birobijan, per costituire uno stato ebraico progressista.
I sionisti che non soffrivano di mal di mare e che si erano trasferiti o si stavano trasferendo in Palestina, condannarono con forza questa idea, perché il Birobijan avrebbe rappresentato una alternativa, una soluzione concorrenziale.
I nazisti tra il 1933 e il 1940 accettarono la proposta sionista di trasferire gli ebrei tedeschi in Palestina e solo in Palestina. Si stabilì quindi una proficua collaborazione tra sionisti e nazisti a questo fine. Karesky è solo un esempio di questa collaborazione.
I sionisti accettarono con entusiasmo le leggi razziali di Norimberga, perché esse rappresentarono un sostanziale passo in avanti nel loro progetto di stato ebraico in Medio Oriente.
Questa naturale collaborazione, fondata sull’idea della separazione degli “ariani” dagli ebrei, vide anche la firma di un patto economico, noto come Ha’avara.
Secondo questo patto, i tedeschi incoraggiavano l’emigrazione degli ebrei in Palestina e gli ebrei, in cambio, acquistavano macchinari e materiale agricolo tedesco. Fu costituita una banca comune, sionistico-nazista, in cui gli emigranti tedeschi, prima di emigrare, depositavano i loro denari che i nazisti incameravano come compenso per i macchinari, i pezzi di ricambio, i concimi, ecc., esportati. A pagamento della “merce” ebraica acquistata dai sionisti dalla Palestina, i nazisti ricevevano pure agrumi e altri prodotti agricoli della colonia sionista.
Subito dopo l’inizio del secondo conflitto mondiale, i nazisti capirono che l’emigrazione ebraica in Palestina li danneggiava. Essa rafforzava l’Impero Britannico e rendeva impossibile una politica di apertura, in funzione anti-inglese, verso gli arabi. Interruppero quindi il patto economico Ha’avara, e l’ “esportazione” di ebrei in Palestina. Cercarono di conseguenza un’altra soluzione territoriale alla questione ebraica.
In collaborazione con la Francia di Vichy, proposero agli alleati che si permettesse l’emigrazione degli ebrei europei in una colonia francese, questa volta in Africa: il Madagascar. Gli alleati rifiutarono e non se ne fece nulla. La partecipazione degli alleati a questa soluzione era indispensabile perché la flotta inglese, come quella statunitense, controllava gli oceani. L’Inghilterra controllava pure i territori africani da cui si poteva accedere al Madagascar.
Mussolini, da parte sua, dopo aver appoggiato il sionismo e favorito, con una linea marittima diretta tra Trieste e Haifa, l’emigrazione sionista in Palestina, iniziata la guerra, propose che gli ebrei costituissero una specie di stato all’interno della colonia etiopica, di recente conquista. Questo stato all’interno dello stato coloniale etiopico doveva sorgere nella regione dei Falascià, popolazione etiopica semi-ebraizzata. La solita politica del divide et impera con gli ebrei a guardia dei neri africani, “razza” ancora più in basso della “razza” ebraica.
Mussolini aveva anche capito che per il controllo del Mediterraneo a cui aspirava, una politica aperta verso gli arabi era indispensabile. Anche in questo caso, comunque, i sionisti rifiutarono.
Fallita l’operazione Madagascar, per mancata collaborazione dei britannici (e dei sionisti), i nazisti, essendo ormai iniziata la guerra contro l’Unione Sovietica, pensarono ad un’altra soluzione territoriale: la Siberia.
Intanto gli ebrei sottomessi ai nazisti erano diventati milioni. La maggior parte di essi infatti si trovava nei paesi baltici, in Bielorussia e nella parte di Russia conquistata.
I nazisti pensarono che dopo la guerra e la sconfitta dell’Unione Sovietica, tutti gli ebrei d’Europa potevano essere trasferiti oltre gli Urali, dove potevano costruire il loro stato, sottomesso al III Reich.
Ma l’Unione Sovietica non fu sconfitta e tutti gli ebrei raccolti nei campi di concentramento furono usati come forza lavoro praticamente gratuita. La stessa sorte toccò a milioni di non ebrei, i soldati polacchi e russi fatti prigionieri ma anche gli italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 e considerati disertori perché non aderivano alla Repubblica Sociale Italiana.
Verso la fine della guerra, con i bombardamenti alleati e la distruzione delle città tedesche, le condizioni dei campi peggiorarono. Né si può immaginare che ciò non accadesse, dal momento che lo stesso popolo tedesco viveva ormai nella miseria, nella fame e nella violenza.
La tragica fine di tanti ebrei nei campi non può essere separata dalla morte di milioni di non ebrei e dalla stessa morte dei tedeschi nelle città rase al suolo. Solo nel bombardamento di Dresda da parte degli anglo-americani morirono 180 000 civili tedeschi, in meno di 48 ore.
A noi continuano a dirci che i nazisti volevano l’eliminazione dei soli ebrei. Non ci hanno detto nulla delle altre vittime del nazismo.
Il “giorno della memoria” è il giorno della memoria ebraica. Per gli altri ci sono stati decenni di oblio, di cancellazione, di silenzio.
Non ci hanno detto che nella ricerca di una soluzione territoriale i nazisti trovarono la fattiva collaborazione dei sionisti.
Non ci hanno detto che, perfino nei campi di concentramento, furono molti gli ebrei che collaboravano con i tedeschi. Ne fa testimonianza il libro (poco o per niente pubblicizzato) della storica ebrea Idith Zertal: Israele e la shoah, la nazione e il culto della tragedia. Nel suo racconto, riporta gran parte dei processi ai collaboratori, emigrati in Israele dopo la guerra e riconosciuti come torturatori e assassini di altri ebrei.
Nei primi anni ’50, lo stato ebraico fu costretto ad emanare una legge che permettesse, senza suscitare troppo clamore, di giudicare questi criminali. “Tutti i processati in base a questa legge, — afferma la Zertal – sino al processo di Adolf Eichmann celebrato nel 1961, furono cittadini ebrei di recente immigrazione, individui miserabili e meschini, sopravvissuti alla Shoah, che, al loro arrivo in Israele, furono riconosciuti, talvolta casualmente, da altri sopravvissuti e denunciati alle autorità di polizia.
Il sistema giuridico israeliano li processò in base alla stessa legge che, circa dieci anni dopo, sarebbe servita per perseguire l’alto ufficiale delle SS Adolf Eichmann”.
Ironia della storia: sapevate che con la stessa legge sono stati perseguiti Eichmann e i tanti ebrei collaborazionisti?
Ma la vergogna non finisce qui. Simon Wiesenthal, il “cacciatori dei nazisti”, è morto onorato e riverito nel suo letto. Un altro ebreo, meno noto, tale Solomon Morel, vive ancora in Israele.
Questi due signori, non lo si dice mai, si sono macchiati di crimini orrendi e di crimini contro l’umanità. Wiesenthal, in un primo momento, raccontò di essere stato partigiano comunista nel 1943, di essere stato poi catturato dai nazisti ma di aver salvato la pelle. Come partigiano (ebreo) sarebbe stato immediatamente fucilato, ma si salvò ‘miracolosamente’.
Successivamente, nella sua autobiografia, raccontò di aver tentato il suicidio ma di essere stato salvato dai tedeschi. Raccontò anche di aver ricevuto, nel periodo di prigionia, “doppia razione di cibo”. La verità è che egli collaborò con la Gestapo, denunciando comunisti e altre persone coinvolte nella resistenza.
Morel dal suo canto è oggi ricercato dalla giustizia polacca per crimini contro l’umanità ma viene protetto dal governo di Tel Aviv, che naturalmente si guarda bene dal consegnarlo.
Morel fu a capo di un campo di concentramento per tedeschi. Il campo di Schwientochlowitz funzionò dalla primavera del 1945 alla fine di quello stesso anno. I prigionieri non erano nazisti, ma semplicemente tedeschi etnici, gente i cui antenati avevano vissuto da secoli in Slesia, Prussia orientale, Pomerania e che aveva l’unica colpa di trovarsi sulle terre che i vincitori avevano assegnato alla Polonia dopo la guerra.
Nel campo della morte da lui comandato, Morel con gli altri guardiani, quasi tutti ebrei polacchi, si dimostrò più crudele dei nazisti. Maltrattò, torturò e uccise con le sue mani centinaia di detenuti. Gli altri guardiani cercarono di emularlo e così migliaia di tedeschi, colpevoli solo della loro origine etnica, furono uccisi.
La storia di Morel e del suo campo di sterminio è narrata nel libro “Occhio per occhio” del giornalista ebreo americano John Sack, il quale ha affermato che scriverlo gli è costato vergogna e dolore.
Adesso apprendiamo che il “maggiore rappresentante del male assoluto”, Eichmann, salvò 800 ebrei. Alcuni di essi erano effettivamente collaboratori e spie dei nazisti del tipo di Karesky e Wiesenthal, altri erano semplicemente medici, infermieri o donne ebree sposate con tedeschi.
La storia del II conflitto mondiale non è la storia della lotta tra il ‘bene’ e il ‘male’. Se poi la si vuole assolutamente presentare a questo modo, allora nel campo del male bisogna annoverare il sionismo e tanti ebrei che collaborarono con i nazisti o che commisero orrendi crimini contro l’umanità subito dopo la guerra. E c’entrerebbero di diritto anche i responsabili anglo-americani della distruzione di intere città tedesche, con oltre un milione di vittime civili, e di Hiroshima e Nagasaki.
La religione dell’olocausto e la presentazione semplicistica e unilaterale della II Guerra Mondiale serve perfettamente, oggi, a Israele e alla lobby ebraica per giustificare e nascondere i loro crimini in Palestina e in Medio Oriente.
Agli americani serve per mantenere il loro traballante impero. Nella più recente versione della religione olocaustica, Israele e gli Stati Uniti hanno sostituito i nazisti con gli arabi o gli islamici, per la conduzione di una guerra di civiltà che sta già causando milioni di morti, in Iraq, in Palestina, in Libano.

Volante rossa


La Volante Rossa fu un’organizzazione paramilitare attiva a Milano e dintorni nell’immediato secondo dopoguerra, dal 1945 al 1949. Il nome completo era Volante Rossa Martiri Partigiani, comandata dal “tenente Alvaro”, soprannome di Giulio Paggio.

La Volante Rossa era composta da ex partigiani comunisti e operai che ritenevano di proseguire con le loro azioni la Resistenza italiana. Si costituì un apparato organizzativo che discendeva da quello dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) definito “garibaldino” e impiegato nella resistenza fino al 25 aprile 1945.

Il nome derivava da un reparto di partigiani comunisti che operava nella zona dell‘Ossola.

Aveva base nei locali della ex Casa del Fascio di Lambrate (Milano) in via Conte Rosso 12, trasformata dopo il 25 aprile in Casa del Popolo.

Questa forniva loro una copertura e permetteva loro di incontrarsi senza farsi notare, dato il via vai di persone.


Svolgeva funzioni di sostegno nelle attività del partito comunista e del sindacato, in particolare durante gli scioperi e le manifestazioni operaie, durante le quali svolgeva il ruolo di servizio d’ordine e protezione dalle forze dell’ordine e dalle rinascenti organizzazioni non comuniste come il il Partito Liberale e quello dell’Uomo qualunque e dalle organizzazioni neofasciste che in quegli anni ritornavano in attività con sedi, giornali e liste elettorali. Soprattutto in questo periodo diverse organizzazioni neofasciste, come i Fasci di Azione Rivoluzionaria, operavano per mezzo di azioni violente ed attentati verso esponenti della Resistenza italiana e dell’associazionismo socialista e comunista. Da qui nasceva la necessità di dotarsi di un servizio di protezione.

Contro esponenti delle organizzazioni neofasciste la Volante Rossa effettuò attentati e violenze.

Creata a Milano, allargò la sua influenza appoggiandosi a strutture locali e estese la sua azione in gran parte dell’Italia settentrionale e centrale.

Aveva alleanze e basi in tutta la Lombardia ed anche in Piemonte, nel cosiddetto “triangolo della morte” emiliano e nel Lazio.

Fu attiva per quattro anni, fino al 1949.

Molti dei suoi componenti furono ritenuti responsabili di una serie di omicidi e violenze a danno di persone politicamente legate al passato regimefascista, a partiti ostili a quello comunista come quello Liberale o a quello dell’Uomo Qualunque.

Vi furono azioni anche in danno di dirigenti e capi reparto delle fabbriche milanesi ritenuti responsabili di vessazioni (vere o presunte) ai danni degli operai

La Volante Rossa agì nel contesto di una organizzazione più ampia, di cui costituiva una parte.

Spesso simpatizzanti e fiancheggiatori della banda contribuivano al depistaggio delle indagini (quando venivano avviate) spargendo la voce di fughe improvvise delle vittime per luoghi lontani, in genere l’Argentina (già luogo di rifugio di molti fascisti).

Dopo le elezioni del 1948, essendo evidente che il Partito Comunista aveva perso le elezioni e che non si profilava la possibilità di conquistare il potere con la forza, l’organizzazione perse molta della sua importanza ma non cessò l’attività.

Nel 1949, dopo che alcuni membri furono tratti in arresto, l’attività dell’organizzazione cessò.

Il partito comunista, che li aveva a lungo sostenuti, rinnegò l’organizzazione: i vertici furono aiutati a fuggire in paesi al di là della “Cortina di ferro”, mentre diversi appartenenti furono abbandonati al proprio destino.

Il processo si svolse nel 1951 presso il tribunale di Verona. Gli imputati furono 32, di cui 27 in detenzione e 5 latitanti. Le condanne furono 23, di cui 4 all’ergastolo.

Eligio Trincheri, condannato all’ergastolo, rimase in carcere fino al 1971, quando fu graziato dal presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.

I tre elementi di punta dell’organizzazione – Giulio Paggio, Paolo Finardi e Natale Buratto, condannati all’ergastolo – furono aiutati a fuggire in Cecoslovacchia.

Vennero tutti e tre graziati dal presidente della Repubblica Sandro Pertini nel 1978.

Delitti imputati alla Volante Rossa

Il 21 novembre 1953, presso la Corte di Assise e di Appello di Venezia presieduta dal giudice dott. Guido Pisani, venne emessa la sentenza di II grado del processo «Volante Rossa». Dopo sei giorni di dibattimento, i componenti del gruppo Volante Rossa vennero condannati per i seguenti reati:

• associazione a delinquere;

• detenzione di armi;

• 16 giugno 1947: assalto al bar di Via Pacini in Milano;

• 29 ottobre 1947: invasione e danneggiamenti della sede del giornale «Il Meridiano d’Italia»;

• 4 novembre 1947: omicidio di Ferruccio Gatti, responsabile milanese del Movimento sociale italiano e tentato omicidio di sua moglie Margherita Bellingeri;

• 12 dicembre 1947: sequestro di persona (Italo Tofanello);

• 15 luglio 1948: occupazione dell’azienda industriale «Bezzi»;

• 27 gennaio 1949: omicidio di Felice Ghisalberti;

• 27 gennaio 1949: omicidio di Leonardo Massaza.

Sono questi, e nessun altro, i reati dei quali i membri della Volante Rossa sono imputati, sono stati processati e hanno subìto condanne. Qualsiasi altro delitto loro attribuito è frutto di strumentalizzazioni e speculazioni. Per comprovare questo basti consultare, come sopra specificato, la sentenza di secondo grado emessa a Venezia nel novembre 1953, a disposizione presso l’Archivio di Stato

(fonti: tutto il materiale processuale, ivi compresi gli interrogatori; la sentenze di primo e secondo grado; il libro di Carlo Guerriero e Fausto Rondinelli “La Volante Rossa”, Datanews, Roma, 1996; il libro di Massimo Recchioni “Il Tenente Alvaro, la Volante Rossa e i rifugiati politici italiani in Cecoslovacchia”, DeriveApprodi, Roma, 2011)

Appartenenti alla Volante Rossa

Elenco di alcuni componenti dell’organizzazione comunista, tra le parentesi il nome di battaglia, la professione e l’anno di nascita:

• Otello Alterchi (Otelin), elettricista, classe 1928;

• Felice Arnè, nome di battaglia Ciro, operaio, classe 1930;

• Giordano Biadigo (Tom), operaio, classe 1929;
• Bruno Bonasio, elettricista, classe 1926;
• Primo Borghini, custode della Casa del Popolo di Lambrate, classe 1920;
• Mario Bosetti, classe 1926;
• Natale Burato (Lino);
• Luigi Canepari (Pipa), meccanico, classe 1925;
• Camillo Cassis, (Cassis), idraulico, classe 1925;
• Ennio Cattaneo, elettricista, classe 1930;
• Domenico Cavuoto (Menguc), barista, classe 1930;
• Giulio Cimpellin (Ciro), meccanico, classe 1920;
• Ferdinando Clerici (Balilla), operaio, classe 1928;
• Luigi Comini (Luisott), fotografo, classe 1925;
• Walter Fasoli (Walter), disoccupato, classe 1917;
• Paolo Finardi (Pastecca), classe 1928;
• Mario Gandini (Milà);
• Pietro Jani (Jani), idraulico, classe 1926;
• Giacomo Lotteri (Loteri), meccanico, classe 1920;
• Luigi Lo Salvio;
• Angelo Maria Magni, elettricista, classe 1926;
• Sante Marchesi (Santino), radiotecnico, classe 1926;
• Antonio Minafra (Missaglia), classe 1919;
• Enrico Mondani, tipografo e segretario della sezione Lambrate del Partito Comunista Italiano, classe 1925;
• Mario Mondani, meccanico, classe 1927;
• Giuseppe Morandotti;
• Angelo Ostelli (Stuccafiss);
• Mauro Ostelli (Maurino); ex latitante in Cecoslovacchia;
• Giulio Paggio (Alvaro), classe 1925;
• Ettore Patrioli (Iaia), meccanico, classe 1926;
• Carlo Reina, conciatore, classe 1926;
• Emilio Tosato (Lietù), elettricista, classe 1929;
• Ferruccio Tosi (Cazzo), elettricista, classe 1929;
• Eligio Trincheri;
• Angelo Vecchio (Tarzan), operaio, classe 1925;
• Dante Vecchio (Tino), meccanico, classe 1917;
• Walter Veneri;
• Italo Zonato (Italo), meccanico, classe 1925.

I CRIMINI DELLA VOLANTE ROSSA 

31 agosto 1945 – Rosa Bianchi Sciaccalunga e la figlia Liliana, uccise a Milano, perché rispettivamente moglie e figlia di Stefano Bianchi Sciaccalunga, ufficiale della Decima Mas fucilato dai partigiani il 26 aprile 1946.

27 gennaio 1946 – Orlando Assirelli, commerciante, ucciso a Sesto San Giovanni.

6 febbraio 1946 Enrico Meneghini,  perché sospettato di appartenere alle Sam.

gennaio 1947 – Omicidio di Eva Macciacchini e di Brunilde Tanzi, simpatizzanti di movimenti di destra.
14 marzo 1947 – Omicidio del giornalista Franco De Agazio, direttore della rivista “Meridiano d’Italia”.

16 giugno 1947 – Assalto ad un bar di via Pacini 32, ritenuto luogo di ritrovo di simpatizzanti di destra, a colpi di sassi e di pistola.

6 luglio 1947 – Attentato contro l’abitazione di Fulvio Mazzetti, simpatizzante di destra, in Corso Lodi 33. La bomba a mano lanciata contro l’abitazione rimbalza contro una zanzariera e ricade in strada, ove ferisce uno degli attentatori, Mario Gandini. L’altro si chiama Walter Veneri.

10 luglio 1947 – Attentato contro la sede del settimanale missino “Rivolta Ideale”. Qui una quarantina di persone erano radunate per ascoltare una conferenza del professor Achille Cruciani. Due terroristi lanciarono una bomba nella sala con la miccia già accesa. Uno dei presenti la raccolse e la lanciò giù dalla finestra, ove esplose danneggiando il palazzo di via Agnello 10 e tre automobili.

27 luglio 1947 – Un ordigno al plastico viene collocato all’interno di un cinema nel quale il professor Cruciani doveva tenere un’altra conferenza. La polizia lo ritrova prima che esploda.

11 ottobre 1947 – Assalto alla sede del M.S.I. di via Santa Radegonda, che viene devastata. Numerosi missini presenti vengono feriti.

29 ottobre 1947 – Al termine di una manifestazione indetta dalla Camera del Lavoro, viene assalita e distrutta la sede della rivista “Meridiano d’Italia”.

4 novembre 1947 – Omicidio di Ferruccio Gatti, responsabile milanese del M.S.I., nella sua abitazione, in viale Gian Galeazzo 20.

4 novembre 1947 – Tentato omicidio di Antonio Marchelli, segretario della sezione del M.S.I. di Lambrate.

5 novembre 1947 – Omicidio, a Sesto San Giovanni, di Michele Petruccelli, aderente al Movimento “Uomo Qualunque”.
11 novembre 1947 – Giorgio Magenes Folli, agricoltore, appartenente all’Uomo qualunque, linciato da una folla di comunisti a Robbiano Mediglia (Milano) guidati dagli uomini della “Volante rossa”.

12 novembre 1947 – Assalto alle sedi dell’Uomo Qualunque in Corso Italia, del M.S.I. in via Santa Radegonda e della rivista “Meridiano d’Italia”.

13 novembre 1947 – A bordo di tre camion i terroristi della Volante Rossa si recano in via Monte Grappa e devastano la sede del Movimento Nazionale Democrazia Sociale.

14 novembre 1947 – Irruzione nella sede del Partito Liberale Italiano in corso Venezia.

27 novembre 1947 – Assalto alla Prefettura di Milano, insieme a centinaia di manifestanti che protestavano contro la sostituzione del Prefetto Troilo. Nella stessa giornata viene assalita la sede del M.S.I. e quella della RAI in corso Sempione.

6 dicembre 1947 – Aggressione ad una guardia giurata della Breda, a Sesto San Giovanni.

12 dicembre 1947 – Sequestro dell’ingegner Italo Tofanello, dirigente delle Acciaierie Falck, in via Natale Battaglia 29. Condotto in Piazza Duomo l’ingegnere viene costretto a spogliarsi e quindi viene rilasciato senza vestiti.

10 aprile 1948 – Disordini durante un comizio del M.S.I. in piazza Belgioioso.

25 aprile 1948 – Disordini durante una manifestazione non autorizzata a piazzale Loreto.

15 luglio 1948 – Scontri con le Forze dell’Ordine durante l’occupazione degli stabilimenti Bezzi e Motta.

13 ottobre 1948 – Aggressione ad alcuni dirigenti della Breda.

27 gennaio 1949 – Omicidio di Felice Ghisalberti in via Lomazza 
27 gennaio 1949 – Omicidio del dott. Leonardo Massaza in piazza Leonardo da Vinci, ritenuto simpatizzante di destra. 


L’elenco di questi crimini naturalmente rappresenta in modo assai sommario la vera attività della Volante Rossa. Si tratta degli episodi sicuramente attribuibili a questa formazione, mentre non compare una quantità di altre azioni che in quegli anni turbolenti furono commesse da estremisti di sinistra, quasi sicuramente appartenenti alla Volante Rossa, ma di cui non abbiamo documentazione certa.


IL GEN. FERRUCCIO GATTI UCCISO
 DALLA VOLANTE ROSSA NEL 1947

BRUNILDE TANZI, SERGIO LUPARIA, ENRICO MENEGHINI 
UCCISI A MILANO NEL 1946

MILANO 17 GENNAIO 1947 IL CORPO DI EVA MACIACCHINI
 RINVENUTO IN UN PRATO PRESSO LAMBRATE


VOLANTE ROSSA
Questa aggregazione delinquenziale nasce poco dopo la cessazione delle ostilità belliche nell’estate del 1945, La creazione fu opera di un ex partigiano comunista, Giulio Paggio, già operativo in Valsesia nella “Banda Moranino” (zona passata alla storia per i fatti criminosi addebitati al “Moranino”, deputato comunista al Parlamento per il quale la Camera dei Deputati votò per ben tre volte l’incriminazione ed altrettante volte rifugiato in uno stato comunista dal quale rimpatriò tre volte per elezione). Il Paggio aveva operato in un gruppo chiamato “Volante Rossa” e ne conservò il nome. Lasciata la montagna era entrato a far parte della 118/a Brigata Garibaldi operante nella zona di Lambrate che conosceva molto bene avendo lavorato presso lo stabilimento “Innocenti” in quella zona cittadina. A fine guerra, contrariamente al ritorno alla normalità come quasi tutti, decise di continuare una sua clandestina lotta armata fuorilegge con scopi mai precisati. Si diede il nome di “Tenente Alvaro” e, riunendo intorno a se altri come lui, costituì una formazione che denominò, a memoria del passato,“Volante Rossa”. Questa formazione aveva come sede la “Casa del Popolo” di Lambrate, già sede fascista che ora ospitava diverse organizzazioni politiche comuniste. Con lui confluirono Ferdinando Clerici, Otello Alterchi, Natale Burato, Paolo Finardi, Giordano Biadigo, Sante Marchesi, Dante Vecchio, Eligio Trincheri e molti altri che successivamente furono tutti schedati dalla Polizia per crimini, tutti iscritti al P.C.I. (Partito Comunista Italiano) di Palmiro Togliatti.
Verso la fine del 1945 gli effettivi del gruppo erano una sessantina circa. Il programma della Volante era specificatamente politico. Non avevano problemi per l’approvvigionamento di armi perché, a sinistra, ne circolavano in abbondanza in attesa di nuovo impiego previsto per l’occupazione dello Stato Italia che si voleva far diventare provincia sovietica. Per il finanziamento si provvedeva con azioni di rapina, Primo obbiettivo fu lo svaligiamento dell’agenzia Bancaria di Varallo Pombia della Banca Popolare di Novara.
Venne acquistato anche un autocarro utile per le numerose trasferte. Venne anche adottata una specie di divisa consistente in giubbotti di pelle già in dotazione all’aviazione U.S.A., comperati in gran numero alla fiera “Sinigallia2 di Milano.
A Milano esistevano due formazioni armate comuniste ma la più attiva e feroce era la Volante Rossa.
Nel gennaio 1947 venivano uccise due nostre attiviste di destra. Eva Maciachini, attivista delle S.A.M. e Brunilde Tanzi del P.D.F. Il 14 marzo veniva ucciso Franco De Agazio, direttore del “Meridiano d’Italia”.
La notte del 5 luglio due militanti delle V.R.(Mario Gandini e Walter Veneri) effettuarono un attentato contro la casa dell’ex fascista Fulvio Mazzetti in Corso Lodi ma la bomba lanciata contro la finestra viene respinta da una zanzariera e ricade in strada ferendo il Gandino che viene arrestato.
Il 10 luglio avviene l’attentato di Via Radegonda (descritto in altra parte del libro) che se fosse andato a fine avrebbe fatto una carneficina (io ero presente).
Il 27 luglio un forte ordigno al plastico viene fortunosamente scoperto prima di un comizio politico all’interno di un cinema dove, in caso di scoppio, i morti sarebbero stati decine (io ero presente con tutta la direzione M.S.I.)
L’11 ottobre viene devastata la sede M.S.I. di Via Santa Radegonda ferendo varie persone presenti.
Il 29 ottobre viene distrutta e incendiata la sede del giornale “Il Meridiano d’Italia”.
Il 5 novembre viene assassinato Michele Petruccelli.
Il 13 novembre viene devastata la sede del Movimento Democratico in via Monte Grappa.
Inoltre vengono assassinati Felice Ghisalberti in via Paolo Sarpi e Leonardo Massaza.
Questo e molto altro dimostra la criminale determinazione della V.R. e la ragione per cui nacque in me la determinazione di restituire “pan per focaccia” e far capire ai capi comunisti che il “malfatto” si può anche riceverlo e perciò progettai l’attentato, poi realizzato) contro la Federazione Provinciale del P.C.I. sui bastioni Garibaldi dove si riuniva la Direzione del Partito con Longo, Paietta, Secchia, Amendola, e tutti gli altri tromboni del P.C.I. per il quale fui poi arrestato, processato e condannato.
Alla Polizia mi dissero poi che quando arrestarono tutti i componenti della V.R. fra i documenti trovarono un elenco di nomi di persone da assassinare nel quale il mio stava al 12° posto. Non poterono realizzare il mio assassinio perché mi trovavo detenuto a San Vittore.
Dagli incartamenti del processo alla V.R. venne alla luce senza equivoci che questa formazione era conosciuta e protetta dalla direzione del Partito Comunista.
Da una deposizione:” EE.. e in fondo il P.C.I. ci accettava, ci teneva nel suo ambito pur sapendo di determinate nostre attività.
Quando nella sezione eravamo armati o giravamo in camion armati, il partito
non poteva ignorarlo”.
Stando ad un rapporto della Prefettura la lotta politica a Milano si preparava
ad assumere i contorni di una vera e propria guerra tre bande paramilitari
organizzate da ogni partito politico.
Fra queste attività ha maggior risalto quella facente capo al P.C.I. che è appoggiata e controllata da elementi slavi. Essa dispone di un numero rilevante di adepti inquadrati e sottoposti ad un regime disciplinare che nulla ha da invidiare a quello militare e dispone altresì di importanti aliquote
di armi e munizioni.
Purtroppo qualcosa era trapelato su questa Brigata ed il primo a pagare con la vita fu proprio il Gen.le Ferruccio Gatti che venne assassinato a casa sua da Paggio e Biadigo della Volante Rossa che, per farsi aprire la porta di casa, usarono proprio il mio nome. Questo particolare fa parte degli atti del Processo relativo. Io stesso, seppi poi, ero nell’elenco dei candidati a morte della Volante Rossa e mi salvai solo per il fatto che venni arrestato e detenuto al carcere San Vittore.
Questo mi venne riferito dalla Polizia successivamente.
Tratto da “Giovinezza” Dicembre 2012

Rosa Bianca e Liliana Sciaccaluga.

Milano 31.08.1945 – Le sedute pubbliche del quarto Congresso del Partito Comunista Italiano si svolsero a Milano nel gennaio del 1948. Il servizio d’ordine che proteggeva, sorvegliava e bloccava l’accesso al palco dei dirigenti nazionali e dei delegati esteri era formato da circa cinquanta persone armati e in divisa militare con giubbotto di pelle marrone, dai bordi con lana di pecora. Sulla manica destra, cucito con cura, recava un triangolo di stoffa con la scritta “Volante Rossa”. Alcuni portavano sul petto una medaglia lucida di ferro sospesa legata ad un nastrino di colore rosso. Da un lato vi erano foglie di quercia in rilievo che sovrastavano la scritta “Brigata d’Assalto”; dall’altro vi era in primo piano una figura che imbracciava e mirava con il fucile. Generalmente gli uomini si spostavano insieme, viaggiando su alcuni camion Dodge, trafugati alle forze armate statunitensi. A volte, nelle rare occasioni di parata in pubblico per le strade della città, cantavano una marcia di origine russa adattata con parole italiane. Il gruppo storico della famigerata Volante Rossa, sorse nell’estate del 1945, come risposta alle riorganizzazioni neofasciste, per volontà di alcuni ex partigiani appartenenti alla Brigata comunista Garibaldi Valgrande Martire. La sede, fu collocata presso la Casa del Popolo di Lambrate in via Conte Rosso, mentre la direzione fu affidata a Giulio Piaggio, soprannominato Tenente Alvaro, ed ex comandante della Brigata Garibaldi. Operaio elettrotecnico presso la fabbrica Bezzi, riuscì ad ottenere l’esonero dal servizio militare come elemento insostituibile per la produzione aziendale. Già a partire dalla fine di agosto del 1945 si ebbe notizia di una prima esecuzione sommaria attribuita alla Volante Rossa. Grazie alle indagini condotte dalla Magistratura e al lavoro della stampa per la divulgazione della notizia stessa, fu svelato il mistero dell’assassinio della famiglia Sciaccaluga. La signora Rosa Bianca Sciaccaluga e la figlia Liliana, fanatiche fasciste, si erano trasferite a Milano quattro mesi prima, per sfuggire alle persecuzioni dei partigiani. Il marito, Stefano, fu giustiziato il 26 aprile mentre tornava da Brescia in divisa da ufficiale della Decima Flottiglia Mas. Le due donne vivevano in una camera di pensione presso la casa in via Pindemonte, a Porta Monforte. Nel giugno dello stesso anno, avevano subito una perquisizione ad opera di presunti agenti del Commissariato di Magenta. Il 31 agosto, intorno alle diciassette, furono invitate, dagli stessi uomini, a recarsi presso gli uffici amministrativi. Di loro si persero le tracce. Entrambe furono ritrovate alcuni giorni dopo nello stagno della cava Gaslini, cinquanta metri dal cimitero di Corsico, uccise da un colpo di rivoltella sparato a bruciapelo al volto.

MUSSOLINI FU COMPLICE DI HITLER (NEL SUPPOSTO) STERMINIO DEGLI EBREI?


MUSSOLINI FU COMPLICE DI HITLER (NEL SUPPOSTO) STERMINIO DEGLI EBREI?
(Con intervento su articolo del Prof. Francesco Perfetti)


di Filippo Giannini

   Ho ricevuto una telefonata da un mio caro amico che indicherò con le sue iniziali, E.S.. Al telefono era un “tantinello” incazzato avendo letto un articolo su “Il Corriere della Sera”, articolo a firma di Roberto Marabini. 
E.S. mi ha inviato in seguito l’articolo in oggetto. Il titolo del pezzo è: “I vicini scomodi – essere ebrei nel 1937”. 
Tratta di “una famiglia che, “negli anni bui” del fascismo (proprio così ha scritto Marabini) aveva due peccati originali: possedere una villetta a Riccione,  vicino alla villa del Duce, ed essere ebrea (…)”.
E giù una serie di contumelie contro il Duce, colpevole, secondo l’Autore, dello sterminio degli ebrei sterminio iniziato, sempre secondo il Signor Marabini, nel 1937. 
Solo questa data indicata dall’Autore ci fornisce il grado di ignoranza dello stesso. 
Infatti se avesse studiato la storia dovrebbe sapere che le leggi sulla razza furono varate nel 1938.
Per iniziare riporto “una lettera ricevuta dall’al di là” da il gatto:
Salve, cari posteri,
il mio nome è Joseph Iugasvili Stalin, certamente mi conoscete o per lo meno avete sentito parlare di me, più di qualche volta …
Ho chiesto il permesso a Dio per scrivervi questa lettera, vi scrivo, dove mi trovo poco vi interessa. Può interessarvi dove si trova il vostro statista Benito Mussolini, che nella Storia è ricordato come “Il Duce”, ve lo dico, anche se non dovrei; si trova, bontà del nostro sommo Dante Alighieri (nostro, perché la Poesia, quella vera, seria, appartiene a tutto il mondo) nel Purgatorio, girone dei c … ni!
Eh sì, perché tale luogo meritava.
Come potremmo definire un uomo che in vita ha protetto i suoi avversari mantenendoli con un sussidio all’estero, e poi tutti hanno affermato che erano in esilio, come chiamereste voi un uomo che ha salvato dalla fucilazione da parte dei Tedeschi gente che si professava sua nemica, e lo ha fatto in nome della vecchia amicizia che nutriva per loro; come giudicate oggi il fatto che oggi a quest’uomo attribuiscono la responsabilità delle leggi razziali, quando proprio lui ne ha salvati tanti di quelli!!! (…).
   Per confutare, ancora una volta, le malignità scritte su questo argomento dai vari Marabini, mi rifaccio ad un mio precedente articolo, che riporto qui di seguito. E qualcuno mi smentisca.
********
    Nel contempo ho ricevuto dal Signor X una mail che riporto di seguito.
   “Caro Giannini, grazie per il suo impegno a ristabilire una verità storica tanto orrenda che pochi hanno il coraggio di approfondire. Grazie per il suo appassionato e ingrato lavoro, ma nulla fra le innumerevoli stragi precedenti (Caino in un solo colpo, uccidendo Abele, sterminò un quarto dell’umanità dell’epoca) e per citarne qualcuna  sotto l’imp. Tito nel ’70 d.c. furono eliminati 600 mila dei 900 mila ebrei di Palestina…
   Quanto tempo avrebbe impiegato l’apparato di Himmler a scoprire che la mia bisnonna era ebrea e quindi io, con la mia famiglia, essere destinato ai campi di concentramento ed ai forni crematori? 
Il fatto di non essere ariano – e neppure Himmler lo era – giustifica tanto orribile accanimento? 
Se Tamerlano, per fare un solo esempio, ha passato a fil di spada 18 milioni di persone in dieci anni, anche se erano suoi nemici irriducibili, si giustifica per questo? 
Un conto, caro Giannini, è essere storico e un altro essere politico. Cerchi, se possibile, di rimanere imparziale. Nel nome della verità storica. Grazie. XX”
   Forse mi sbaglio, ma se ho ben capito, il Signor X vorrebbe che i miei scritti convalidassero quanto la “vulgata resistenziale” da oltre sette decenni va sostenendo, e cioè che “Mussolini faceva parte della macchina della soluzione finale”
Se questo è quanto il Signor X pretende, mi obbligherebbe a scrivere non solo una falsità, ma addirittura una cosa esattamente contraria alla verità.
   Per una volta sola mi voglio avvalere del giudizio di una personalità dichiaratamente fascista, Giorgio Pisanò. 
Questi nel suo libro “Noi fascisti e gli Ebrei” ha scritto: Si giunse così al 1939, vale a dire allo scoppio della guerra e fu allora che, all’insaputa di tutti, Mussolini diede inizio a quella grandiosa manovra, tuttora sconosciuta o faziosamente negata anche da molti di coloro che invece ne sono perfettamente a conoscenza, tendente a salvare la vita di quegli ebrei che lo sviluppo degli avvenimenti bellici aveva portato sotto il  controllo delle forze armate tedesche”.

Giorgio Pisanò: un pazzo? un mentitore fascista? No, Signor X, Giorgio Pisanò ha scritto il vero: non Hitler (è ovvio), né Stalin (per lo stesso motivo, è altrettanto ovvio), non Roosevelt, né Churchill, né Pétain, nessuno di questi ultimi, pur avendo le possibilità di farlo, si adoperarono per mettere in salvo gli ebrei: solo Mussolini lo fece, è assurdo sostenere questa tesi? Allora leggete e, ripeto: smentitemi.

   Chi scrive queste note ha un difetto: prima di scrivere si documenta e solo su documenti scrive.
   Nel mio libro sull’argomento “Gli Ebrei nel Ventennio Fascista” riporto una frase dello storico israeliano Léon Poliakov, autore de “Il nazismo e lo sterminio degli ebrei”
Se il Signor X andasse a pag. 219-220, potrebbe leggere: Mentre in generale i governi filofascisti dell’Europa asservita non opponevano che fiacca resistenza all’attuazione di una sistematica deportazione, i capi del fascismo italiani manifestarono in questo campo un atteggiamento ben diverso. Ovunque penetrassero le truppe italiane, uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei (…). Un aperto conflitto si determinò tra Roma e Berlino a proposito del problema ebraico (…). Appena giunte sul luogo di loro giurisdizione, le autorità italiane annullavano le disposizioni decretate contro gli ebrei”.
   
Prima di addentarci nell’argomento è bene ricordare che i calunniatori di Mussolini e dei suoi, per rendere le accuse più plausibili hanno coniato il sostantivo “nazifascista”, termine dispregiativo tendente ad accomunare in un’unica responsabilità fascismo e nazismo nelle atrocità commesse da quest’ultimo, sia che esse fossero reali, esagerate o immaginarie.
    Le diversità dottrinali fra fascismo e nazionalsocialismo sono state evidenziate da diversi studiosi e tra questi Renzo De Felice: “Fra fascismo italiano e nazismo tedesco ci sono semmai più punti di divergenza che di convergenza, più differenze che somiglianze” (“Intervista sul fascismo”, pag. 88). 
Se questo è vero e se è vero che la spina dorsale della dottrina nazionalsocialista era costituita dal principio della superiorità della razza, anche biologica e dall’antisemitismo, il Signor X mi potrebbe chiedere: perché, allora, le “leggi razziali” del 1938? 
Per dare una risposta a questo interrogativo dovremmo riportarci alla situazione politica internazionale degli anni ’30, il che ci condurrebbe troppo lontano. 
Accontentiamoci, al momento, di citare di nuovo De Felice (ibidem, pagg. 101-102): Il fascismo fece propria la dottrina razziale più per opportunità politica – evitare una difformità così stridente all’interno dell’Asse – che interna necessità della sua ideologia e della sua vita politica”
Oppure, sempre dello stesso autore: Una volta che Mussolini fu gettato nelle braccia (attenzione alle parole, nda) della Germania di Hitler, era impensabile che anche l’Italia non avesse le sue leggi razziali”.
   Trattare l’argomento “fascismo-ebrei”è stato (e lo è tuttora) come accendere un fiammifero in una polveriera. 
La verità è che anche intorno a quei drammi è stata costruita una cortina di falsità i cui scopi sono facilmente intuibili, per chi vuol capire.
   Mordekay Poldiel (storico ebreo) ha scritto: L’Amministrazione fascista e quella politica, quella militare e quella civile, si diedero da fare in ogni modo per difendere gli ebrei, per fare in modo che quelle leggi rimanessero lettera morta”.
   Nel 1934, in occasione dell’incontro con Weizmann, Mussolini concesse tremila visti a tecnici e scienziati ebrei che desideravano stabilirsi in Italia. 
Nel 1938 (!) vennero aperte alcune aziende di addestramento agricolo, le “haksharoth” (tecniche poi trasferite in Israele) che entrarono in funzione ad Airuno (Como), Alano (Belluno), Orciano (Pisa) e Cavoli (Sardegna). Così, sempre in quegli anni la scuola marinara di Civitavecchia ospitò una cinquantina di allievi ebrei che diverranno poi i futuri ufficiali della Marina da guerra israeliana.
   Il Signor X ha mai sentito parlare della Delasem e delle sue funzioni?
   Dato, e ne sono certo, che pochi conoscono questo “miracolo all’italiana”, proverò a tracciarne le linee principali e i suoi scopi, avvalendomi dello scritto della storica ebrea Rosa Paini (“I sentieri della speranza”, pag. 28): Era la fine del 1939 (quindi la Germania aveva già invaso la Polonia e l’Italia era alleata del Terzo Reich, nda) e nasceva in Italia la Delegazione Assistenza Emigrati (DELASEM), un’organizzazione ebraica che avrebbe salvato migliaia di israeliti profughi dai Paesi dell’Est europeo e, in particolare, dalla Germania e dai territori che i nazisti andavano occupando”.
   Una domanda pongo al Signor X: perché gli ebrei che fuggivano dai territori occupati dai tedeschi anziché rifugiarsi nei Paesi democratici, a migliaia venivano in Italia, dove, ripeto, erano in vigore le leggi razziali? Erano tutti poveri bischeri? Oppure…?

   Osserva Daniele Vicini (“L’Indipendente”del 26 luglio 1993): “Meno schizzinosa, l’Italia accoglie tutti, dall’operaio comunista…Ebrei e comunisti sciamano verso il Brennero, frontiera che possono varcare senza visto a differenza di altre (americana, sovietica, ecc.) apparentemente più congeniali alle loro esigenze”

E di seguito il giornalista elenca una lunghissima sequenza di nomi. 
Conoscendo i fatti e quindi la storia, quella vera (non quella propinataci da sette decenni), la risposta è semplice: i Paesi democratici respingevano i fuggiaschi, Roosevelt fece intervenire la Usa Navy per impedire con la forza l’approdo alle coste statunitensi di piroscafi carichi di ebrei: ebrei che, come ha scritto il giornalista Franco Monaco “vennero accolti in Italia (…)”
A Solina, nel Mar Nero salì a bordo di un piroscafo il Console britannico informando gli infelici che il suo governo li considerava immigrati illegali: se si fossero avvicinati alle coste della Palestina sarebbero stati silurati. 
In Francia, nel settembre 1940, nel solo Dipartimento della Senna, la Sureté consegnò ai tedeschi lo schedario di circa 150 mila ebrei (François Feijto, da “Un’intervista allo storico Serge”). 
Sempre in Francia 4.500 gendarmi furono sguinzagliati alla caccia dell’ebreo: 12.884 persone vennero catturate, delle quali 5.802 donne e 4051 bambini; tutti consegnati ai tedeschi. 
Tutto ciò (e tanto, tanto altro ancora) fa concludere a Daniele Vicini: Strana dittatura quella fascista. Strana democrazia quella americana”.

     Voglio anche ricordare, in queste succinte note, un esempio di come sia stata condotta la storia nell’interminabile dopoguerra. 
Nel gennaio 1998 il giornalista della televisione italiana Paolo Frajese, conduttore di un servizio sulla vita degli ebrei nelle zone occupate dalle truppe italiane durante l’ultimo conflitto, ricordando il “Nulla Osta” concesso da Mussolini alla richiesta di Ribbentrop e commentando il fatto, con voce di rimprovero e condanna, disse all’incirca. “Così il Duce dette l’ordine di consegnare gli ebrei ai nazisti”
Frajese, evidentemente per rimanere entro i limiti del politicamente corretto, trascurò un piccolo particolare, ricordato da De Felice e da altri studiosi seri con queste parole: “Ma subito dopo il Duce – parlando con il generale Robotti – confessò il suo disappunto: “E’ stato a Roma per tre giorni e mi ha tediato in tutti i modi il Ministro Ribbentrop che vuole a tutti i costi la consegna degli ebrei jugoslavi. Ho tergiversato, ma poiché non si decideva ad andarsene, per levarmelo davanti, ho dovuto acconsentire. Ma voi inventate tutte le scuse che volete per non consegnare neppure un ebreo”” (Renzo De Felice, “Rosso e Nero”, pag. 160-161).    
   Così fu. sino a quando Mussolini rimase Capo del Governo non un ebreo fu consegnato ai tedeschi, né agli ustascia.

   E’ opportuno ricordare che in Italia, sino all’8 settembre 1943, giorno dell’annuncio della capitolazione, non esistevano campi di concentramento per ebrei, ma campi di internamento per cittadini appartenenti a quei Paesi con i quali l’Italia era in guerra. 
Uno di questi campi, forse il più noto, era quello di Ferramenti: qui fu internato il dottor Salim Diamand, ebreo, autore del libro “Internment in Italy (1940-1945), nel quale è scritto: “Non ho mai trovato segni di razzismo in Italia (…). Nel campo controllato dai Carabinieri e dalle Camicie Nere (!) gli ebrei stavano come a casa loro”
Il dottor Diamand  attesta che il Governo fascista concedeva 8 lire al giorno agli internati i quali potevano spenderle come desideravano.

   C’è un altro grande storico, sempre israeliano, George L. Mossedell’Università ebraica di Gerusalemme, che conferma quanto sostenuto da Giorgio Pisanò e, modestamente dal sottoscritto; infatti a pag. 245 del suo libro “Il Razzismo in Europa” si legge: Come abbiamo già detto, era stato Mussolini stesso a enunciare il principio: discriminare non perseguire. Tuttavia l’esercito italiano si spinse anche più in là, indubbiamente con il tacito consenso di Mussolini”.

   Ma la storia riguardante il binomio Ebrei-Fascismo è ben più ricca di quanto, per motivi di spazio, sono costretto qui ad esporre. 
Desidero, comunque, terminare con una domanda che il Signor X mi potrebbe porre.E allora i mille e più ebrei razziati dai tedeschi nel ghetto di Roma?”
Non si possono ricordare solo quelli razziati nel Ghetto di Roma, ma anche quelli residenti nei territori occupati dalle nostre truppe, cioè quelli che, graziealla caduta del Governo Mussolini vennero catturati dai tedeschi, e furono decine di migliaia. Signor X, guardi la data: 16 ottobre 1943. 
E indovini chi trovarono le SS a difendere gli ebrei del Ghetto? Non gli eroici partigiani, ma un fascista, in camicia Nera, Ferdinando Natoni, che con energia pretese la liberazione, poi ottenuta, di alcuni ebrei e fece passare per sue figlie due ragazze ebree, Mirella e Marina Limentani.
   Se tutto ciò è vero, non è azzardato sostenere che gli ebrei, sino a quei giorni tenuti dietro “Lo schermo protettore”, furono poi consegnati allo sterminio dall’ignominia del primo Governo antifascista?
   Perché questo morto che non vuol morire viene ucciso mille volte al giorno tutti i giorni? 
Lo lasciò scritto lui stesso: Perché le nostre idee hanno spaventato tutto il mondo
Ovviamente si riferiva al mondo della grande Finanza e del grande Capitale: quelli, cioè che ci costrinsero alla guerra per poter abbattere quelle “idee”che si stavano espandendo in tutto il mondo e che, di conseguenza, avrebbero messo in dubbio lo status quo instaurato dai padroni delle casseforti  mondiali.
   Mi creda, Signor X, le traversie di Sua bisnonna addolorano tutte le persone civili, ma non per questo si debbono addossare le colpe ad un uomo che fece l’impossibile per evitargliele.
P.S.
   Mussolini aveva una notevole considerazione degli ebrei (come è noto), e da questi era ampiamente ripagato, tanto che la stragrande maggioranza degli ebrei italiani era di fede fascista. 
Fra l’altro aveva loro concesso, con le leggi del 1930 e 1931, riconoscimenti unici al mondo. 
E allora, perché le leggi razziali? 
Ne La Seconda Guerra Mondiale di Winston Churchill, Vol. 2°, pag. 209, si legge: “Adesso che la politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi dall’altra parte, la Germania non era più sola”.
 Più o meno con le stesse parole lo storico inglese George Trevelyan condanna la politica inglese nei confronti di Mussolini. 
Il sopra citato Franco Monaco ha scritto: Le leggi razziali del 1938 furono, comunque una conseguenza diretta ed esclusiva del nefasto Asse Roma-Berlino di cui eravamo stati costretti a gravarci come di una croce”
L’“aver forzato”, l’essere “stati costretti”sono affermazioni che convalidano, a loro volta, quanto già sopra esposto da Renzo De Felice. 
E, del resto, il giornalista svizzero Paul Gentizon nel 1945 scrisse: “Solo Mussolini si levò non soltanto a parole ma a fatti contro Hitler, il nazionalsocialismo, il pangermanesimo. Se le democrazie occidentali lo avessero ascoltato, il destino del mondo sarebbe stato ben differente”.
Ma le democrazie occidentali non vollero ascoltarlo, non potevano!
  Per terminare:  il mio amico E.S. ha “accompagnato l’articolo di Roberto Marabini con una lettera dalla quale estrapolo la parte finale: “Come d’accordo ti invio il pezzo di giornale ritagliato dalla pagina 8 del Corriere della Sera. Come anche tu sai, te lo dico da testimone 82enne che abitava in piazza Risorgimento, dove negli anni 42/43 fino e oltre l’8 settembre, tutti gli ebrei che avevano negozi in Via Ottaviano, Via Cola di Rienzo e dintorni erano tranquillamente attivi, i Calò, i Sabatello, i Piattelli ed altri, con figli che andavano a scuola regolarmente (…)”. 
A questa testimonianza dell’amico E.S. faccio seguito ad una mia personale: negli anni indicati da E.S. (42/43), abitavo a Via Po a Roma e posso testimoniare che gli ebrei che avevano un’attività commerciale in quella località non hanno mai subito molestie si sorta. 
I loro nomi? Piperno, Astrologo, Ginori, ma ce ne erano altri di cui ora non ricordo i nomi.
  Tutto questo perché? 
È necessario infangare ogni giorno la memoria di quell’uomo perché le sue idee sarebbero ancora applicabili tuttora. 

Ma se ciò avvenisse tanti manigoldi che oggi siedono su poltrone dorate, sarebbero costretti a lasciarle.
   Mi sono spiegato Signor Marabini?

Aggiunto da SOCIALE


Fascismo e gli Ebrei la Vera Storia – 1 parte
https://www.youtube.com/watch?v=QJdUC-iKUmk&hd=1

2 parte
https://www.youtube.com/watch?v=cqD25Ral6KQ&hd=1

3 parte
https://www.youtube.com/watch?v=jdzuCYaeLqg&hd=1


La guerra di Hitler – Guerra alla Germania (L’ODIO GIUDEO) 1°parte
https://www.youtube.com/watch?v=2bdVG1ufVY0&hd=1

2° parte
https://www.youtube.com/watch?v=NbBlk-c4_NU&hd=1


Un professore ebreo  “difende” Hitler !
https://www.youtube.com/watch?v=cv1M5PkY5lg&hd=1

HITLER PER 49 VOLTE CHIESE LA PACE
http://www.youtube.com/watch?v=DKwq0AYacZM&hd=1

MILIONI DI STRAGI E DI OLOCAUSTI
https://www.youtube.com/watch?v=j_0-SabrhNw&hd=1

      

   

LA TOTALE EVASIONE FISCALE DELLE BANCHE

    
  di Antonio Pantano

 Le banche evadono il fisco. 
Vìolano – graziosamente favorite da leggi truffaldine fatte emanare e vìgere da parlamentari da esse controllati – l’articolo 53 della costituzione dellarepubblica italiana, che recita : ” Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.“.
            Ma le banche – intendo la quasi totalità delle aziende bancarie operanti in Italia ( con larara eccezione della Banche di credito cooperativo di caratura minore ) – redigono bilanci artefatti, risibili se confrontati con quelli del piccolo commerciante, dell’artigiano, del professionista, dell’imprenditore piccolo e medio. 
Categorie tutte – meno il settore bancario – condizionate dai famigerati ” studi di settore “, che sono parametri imposti dalla burocrazia più becera ed angariante che li inventò sia per giustificare la sua esistenza vessatrice, sia per sottometteredemocraticamente i cittadini in soggezione eterna.
            Le banche lucrano denaro – confortate da leggi ingiuste fatte approvare da parlamentari supini, ignoranti di giustizia civile e carenti di senso morale – in danno dei clienti e della comunità nazionale tutta, che, per natura, è produttiva.
            Non è novità quella che spiego : ho miei scritti antichi a conforto, tra i quali ho visto quello pubblicato il 9 febbraio 1994, dal titolo ” Ma anche le banche evadono il fisco “, sventolato e proposto dal professore Vito Monaco, conduttore nella trasmissione “Notizie Oggi” emessa da Canale Italia TV il 9 maggio 2008.
            Sono trent’anni che rappresento il problema, affiancato nel tempo dalla scienza di Giacinto Auriti, Maestro di morale e di Diritto, che mi volle seco per sostenere, nella scuolauniversitaria di Teramo, concetti di liberazione ed emancipazione umana che nessuno al mondo aveva mai sostenuto, prima e dopo Ezra Pound.
            La Camera dei Deputati del Regno d’Italia convertì ” in legge il decreto-legge 12 marzo 1936-XIV, n. 375, contenente disposizioni per la difesa del risparmio e per la disciplina della funzione creditizia “, presentato dal Capo del Governo Mussolini, di concerto col ministro di Grazia e Giustizia Solmi, col ministro delle Finanze Thaon di Revel, e col ministro dell’Agricoltura e Foreste Rossoni, che fu fondamentale “legge bancaria” esplicita già nel titolo, che ho riportato dagli Atti Parlamentari della Legislatura XXIX.           102 articoli lapidari articolati in 31 pagine, 9 delle quali di sintetica ma solare introduzione. 
Cardine nel primo comma 
dell’articolo 1 : ” La raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e l’esercizio del credito sono funzioni di interesse pubblico regolate dalle norme del presente decreto ” con immediata diretta esplicazione 
nell’articolo 2 : ” Tutte le Aziende che raccolgono il risparmio tra il pubblico ed esercitano il credito, siano di diritto pubblico che di diritto privato, sono sottoposte al controllo di un Organo dello Stato, che viene a tal fine costituito e che è denominato
« Ispettorato per la difesa del risparmio e per l‘esercizio del credito » “.
            Si soppesino i concetti ” raccolta del risparmio fra il pubblico ” ed ” esercizio del credito ” quali fondamentali del ruolo di un vero Stato, rappresentante e tutore degli interessi dei cittadini, che impone controllo superiore allo specifico ” Ispettorato “, esterno al sistema bancario
Stato che garantì, con la propria ispezione, la trasparente correttezza dei bilanci, delle spese, dei compensi a dirigenti e subordinati, ed il tasso di costo del denaro commisurato a livelli umani non avvilenti sia gli imprenditori che i fruitori di mutui e prestiti.
            Legge mutilata ed abrogata dal successivo regime, imposto sul suolo italiano dai vincitori la seconda guerra mondiale. 
Questi, mediante l’A.M.G.O.T. * Allied Military GovernmentOccupied Territories *, assoggettarono a loro imperio e sovranità totale fino al 31 dicermbre 1947  i territori da loro invasi ed occupati militarmente, concedendo formale e parziale sovranità alla repubblica solo dal 1° gennaio 1948 con l’entrata in vigore della costituzione vigente.
            Ovvio che la canèa di politicanti avvicendatisi al potere – per delega concessa dai vincitori  autoproclamatisi liberatori – si precipitarono a sbranare, snaturare, e mutilare una legge di totale garanzia dei cittadini verso il sistema bancario. Lasciando però inalterata la fiducia naturale che tutti avevano riposto – per atavica educazione – nel sistema bancario ordinato ed irregimentato dalla legge del 1936.
            Facile fu ad avventurieri, improvvisatisi banchieri anche su ispirazione di scaltri banchieri esteri che – esperienza del 1929 – erano di fatto malfattori e negrieri-usurai, creare un artifizio ammantato da nuovo sistema bancario, guidato dal sistema della ” banca centrale “, di fatto una società per azioni costretta a mutare l’azionariato pubblico imposto dal regime fascista in azionariato di scatole vuote, controllate prima dai partiti politici, e, per successione, da clan affaristici commisti a petrolieri e schiavisti di nazionalità estera. Massima parte negli accadimenti ebbe anche il prete cattolico Montini, fiduciario-corrispondente di banchieri sopratutto statunitensi, garante della sceneggiata comunista nella politica italiana, avido scalatore gerarchico per indole, visceralmente avverso ad ogni concretazione sociale attuata dal deprecato ventennio.
            In 60 anni il sistema bancario italiano subì trasformazioni telluriche, tutte miranti a rendere indenne da accertamenti fiscali qualsiasi banca rispondente alle logiche centrali. 
La continuità di bilanci integralmente falsi – confortati in parallelo da conti esteri in banche nominali albergate in irraggiungibili paradisi fiscali – permisero al generone bancario di accumulare ricchezze monetarie incommensurabili in danno totale del sistema produttivo italiano, caratterizzato dalla geniale creativa intraprendenza degli individui e dalla laboriosità dei singoli, innestata su cultura e tradizioni millenarie, ma assuefatta ad essere fidente nelli superiori, per dogmatico secolare dettato religioso.
            Balza evidente che per il fisco statale operano gravose imposte dirette ed indirette ( non gravanti parallelamente per l’oligarchìa di privilegiati dal potere politico e burocratico ), ma nessuna di esse tocca minimamente il sistema bancario. 
Al ” cliente ” mai le banche italiane esibirono giustificazione valida fiscalmente ( fattura o titolo equipollente ) delle spese estortegli, degli interessi ottenuti su prestiti e mutui. Nulla in analogìa a ciò che qualsiasi altro settore produttivo è costretto ad osservare, costituendo questo un vero criterio diIMBECILLITA’ della tassazione, secondo quanto acutamente osservò nel 1935 Ezra Pound nel trattato filosofico ” Guide to Kulchur “, al capitolo MALATTIE.
            La vita moderna è stata costretta a mera attività di spesa del denaro da un concertato criterio utilitaristico imposto da scaltri persuasori occulti e da mercanti sovrannazionali. Ogni atto è segnato da transazioni monetarie che vedono le banche percettrici di tutte le attività umane. Ne discende la totale ingerenza nella vita umana del sistema bancario. Ma l’evasione fiscale integrale concessa dalla connivente accondiscendenza di coloro che vivono di politica e legiferano – ormai solamente in danno dei cittadini/sudditi – lascia indenni le banche dagli obblighi fiscali, così che lo Stato ( se esistesse e sapesse farsi rispettare ) potrebbe esimere i cittadini tutti da balzelli ed obblighi assillanti ed estorsivi, solo costringendo le banche tutte – ed in particolare quelle ” di affari ” – a pagare imposte e tasse vere, sulla reale loro attività monetaria filtrante.
            In spregio agli elettori ed ai cittadini, contribuenti tutti, il fisco statale è cieco verso le aziende bancarie, ed in ogni istante vessa – con minacce ed intimidazioni – gli italiani pazienti e resi ciechi, dando da intendere con menzogne vergognose l’esistenza di evasioni fiscali che anche un bambino comprende essere fantasiose.
            Lo Stato vero e serio ha strumenti – nella magistratura e nelle forze dell’ordine – per far valere il suo potere. Ma ciò, nel paese ove l’usura bancaria è sovrana, è utopìa lontana.
            Bisogna aprire gli occhi ai milioni di rassegnati, per far loro comprendere la ” natura del denaro ” e far conoscere la verità negata da politicanti ( di destra e sinistra, in combutta connivente ) riguardante l’avido accumulo di energìa monetaria attuato dal sistema bancario, in spregio ad ogni rispetto umano ed agni se pur minimo criterio di vera democrazia.
(pubblicato  su L’ALTRA VOCE – IL MENSILE CHE PARLA – Solopaca, Giugno 2008, anno 15° n. 4, alle pagine 9 e 10)

http://antoniopantanoprof.blog.tiscali.it/2008/07/12/la_totale_evasione_fiscale_delle_banche_1911948-shtml/#more-8

LA DITTATURA DELL’ILLEGITTIMITA’ – di Ida Magli

DI IDA MAGLI
Italiani Liberi
Finalmente “Renzi il Giovane” è riuscito ad inaugurare la nuova Era, quella del primato dei giovani. 
L’eliminazione del Senato, il più antico consesso romano di governo degli Anziani (Seniores)  significa – ed è – soprattutto questo, gridato a gran voce, simbolicamente ma anche concretamente: “Via i vecchi”! 
Il Ministro del lavoro sta pensando ai prepensionamenti per dare lavoro ai giovani ed è sicuramente inutile fargli notare che soltanto con il sistema di certi popoli “primitivi”, quello di abbandonarli senza acqua né cibo in luoghi disabitati, sarà possibile oggi liberarsi dei vecchi dato che è la maggiore conquista della nostra civiltà aver allungato di oltre un terzo la durata media della vita sconfiggendo il tifo, la tubercolosi e la mortalità per parto.


Probabilmente la signora Madia non sa che le donne morivano giovanissime perché affrontavano partorendo un rischio di morte talmente alto che la Chiesa l’aveva equiparato a quello dei soldati in battaglia emanando per le partorienti lo stesso obbligo di confessarsi, all’inizio delle doglie, in vigore per i soldati prima del combattimento.
Lo stato di salute e la durata della vita dei cittadini è il dato primario che connota una società: non è capace di governare chi non se ne rende conto al punto di credere di poter tenere una parte del gruppo fuori dal gioco.
Se accantoniamo però questa constatazione sul modo farsesco con il quale siamo governati, non possiamo non rimanere stupiti della facilità con la quale, malgrado la lunga esperienza storica che ne abbiamo alle spalle, è possibile in Italia a chi abbia un minimo di disinvoltura e di potere instaurare una dittatura. 
Sono nate quasi sempre così le dittature in Europa: sfruttando i momenti di mancanza o di sospensione delle regole e affermando che è necessario, appunto, instaurarne di nuove.
Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi non c’è mai stata però una situazione di reale vuoto e di illegittimità conclamata delle istituzioni come quella in cui viviamo e nella quale Renzi nuota a suo piacere. 
L’incostituzionalità della legge elettorale è diventata, invece che una debolezza, il suo maggiore punto di forza in quanto è ormai passato così tanto tempo dalla sentenza della Consulta che si possono considerare come nulle anche le decisioni della massima Magistratura. 
D’altra parte Renzi sa di poter contare su un’assoluta certezza: i suoi colleghi non si faranno mai sbalzare fuori dalle proprie poltrone andando alle elezioni e Berlusconi gli manterrà il suo appoggio perché non ha altro modo per rimanere nel gioco politico. 
Accantonato quindi con disinvoltura il progetto di una nuova legge elettorale, il nostro piccolo Mussolini si dedica a sistemare l’Italia in vista del potere in Europa.
È l’Europa, infatti, che ha guidato Napolitano nell’escludere il ritorno alle elezioni per potere instaurare i governi di Monti, di Letta e di Renzi ed è per questo motivo, la sottomissione all’impero europeo, che nel diluvio di commenti che accompagna le imprese di Renzi nessuno accenna, né giornalisti né politici, al primato dell’Europa che le domina. 

La pseudo cancellazione del Senato serve infatti, oltre al piacere di togliere di mezzo un’istituzione “vecchia”, a indebolire lo Stato e disintegrarne l’unità: eliminare gli Stati nazionali è indispensabile all’unione politica dell’Europa.
 

Renzi odia il popolo italiano quanto e più (di più perché ride mentre lo tradisce) di quanto l’abbiano sempre odiato i suoi politici e governanti lungo tutta la sua storia, salvo la brevissima pausa del Risorgimento. 
Il dovere principale per il quale si batte è rispettare Maastricht e la moneta euro
A felicitarsi di questa fedeltà è venuta in Italia la Regina Elisabetta II e ne aveva ben donde: nella sua qualità di massimo capo della massoneria mondiale e di partecipante alla Banca Centrale Europea, così come a tutte le altre Banche Centrali, sta gioiosamente seduta sulla montagna di soldi che ha spremuto e spreme ai poveri europei, ai poveri italiani, agli imprenditori suicidi, ai milioni di lavoratori rimasti disoccupati da quando i loro governanti hanno adottato la moneta euro. 
È una spietata strozzina, come sono spietati strozzini i Re di Spagna, d’Olanda, del Belgio, i Rothschild, i Rockfeller e tutti gli altri azionisti delle Banche Centrali.
Ancora una volta, però, giornalisti e politici hanno mantenuto il silenzio sull’obbrobriosa personalità di questa donna, dedicandosi a commentare il tenero colore dei suoi cappelli. 
È questo silenzio che permette agli usurai d’Europa di portare i popoli alla rovina.

Ida Magli

Fonte: http://www.italianiliberi.it

LE AUSILIARIE DELLA R.S.I., TRUCIDATE DAI PARTIGIANI, SONO STATE DIMENTICATE DAI NOSTRI GOVERNI? PERCHE’?


LE AUSILIARIE DELLA  R.S.I., TRUCIDATE DAI PARTIGIANI, SONO STATE DIMENTICATE DAI NOSTRI GOVERNI? PERCHE’?
I morti della R.S.I. non sono mai stati considerati né soldati, né esseri umani. 
Essi sono stati considerati il Male assoluto. 
Invece, tra quei morti, ci sono stati padri di famiglia, fratelli, figli, donne che non sono mai più tornati dai loro cari. 
Per essi morire in guerra o in uno scontro a fuoco con i partigiani ha spesso rappresentato un onore ma, a volte, anche una fortuna. 
Infatti i soldati della R.S.I. e le Ausiliarie cadute in mano ai partigiani hanno subito fini orribili e atroci torture che non potranno mai essere giustificate da alcun motivo, politico, morale, civile o militare che sia. 
L’assassinio di queste donne, che erano spesso delle giovanette di sedici o diciotto anni, è stato perpetrato in circostanze assai crudeli, dopo violenze, stupri e sevizie e dopo aver dovuto sfilare nude, con capelli tagliati a zero, tra siepi di gente scatenata. 
Le Ausiliare erano soltanto crocerossine…perchè nessuno le ha mai ricordate?

Fu l’indignazione per il tradimento badogliano dell’8 settembre 1943, che vanificava il sacrificio dei Caduti e lo sforzo comune di più generazioni, a provocare la reazione di un rilevante numero di donne, la maggior parte giovani, e a spingerle ad una scelta non soltanto politica ma a difesa dell’onore stesso d’Italia. 
Esse vollero dimostrare in modo tangibile la loro ribellione all’ignobile tradimento consumato il 3 settembre 1943 a Cassibile, in Sicilia, dove Badoglio firmò all’insaputa dell’alleato tedesco l’armistizio con il nemico. 
Per rigore storico precisiamo che il 5 dello stesso mese (nonostante l’armistizio firmato) fu violentemente bombardata dalle “fortezze volanti”, gli enormi bombardieri angioamericani, la città di Frascati e che solo l’8 settembre gli italiani vennero a sapere dell’avvenuta resa.

Nel gennaio 1944 il giornalista Concetto Pettinato scrive su “La Stampa” un appassionato articolo nel quale chiama a raccolta nell’ora difficile e disperata le donne d’Italia.
A Milano, in Piazza S. Sepolcro, circa 600 giovani donne si radunano spontaneamente e ribadiscono la loro volontà di partecipare in modo attivo al conflitto, chiedendo di essere arruolate. 
Situazioni analoghe si verificano in altri centri della Repubblica Sociale italiana. 

Cominciano a costituirsi spontaneamente gruppi femminili in servizio presso i Comandi Militari. 
Si va sempre più concretizzando l’idea di un arruolamento volontario femminile nelle file dell’Esercito Repubblicano. 
A Torino l’insegnante Anna Maria Bardia raduna un gruppo di ragazze che, dopo un corso di addestramento in una caserma di Moncalieri, vengono impiegate nei reparti della Guardia Nazionale Repubblicana di Frontiera (Confinaria), dando prova di disciplina, di serietà e di attaccamento al dovere.

Anche la Decima Flottiglia MAS comincia ad inquadrare le sue volontarie. i corsi dei Servizio Ausiliario della Decima, organizzati e guidati da Fede Arnaud Pocek, furono tre (Sulzano, BS – Grandola, CO – Coi di Luna, TV), per un totale di circa 300 ragazze.

Dai primi dell’aprile 1944 è in svolgimento a Noventa Vicentina il primo Corso Nazionale “Avanguardia” dell’opera Balilia, il cui Presidente, Generale Renato Ricci, è un convinto assertore dell’arruoiamento femminile nelle Forze Armate.
Seguiranno altri due corsi nazionali: “Ardimento” a Castiglione Olona e “Siro Gaiani” a Milano, quest’ultimo intitolato al milite della G.N.R. falciato da una raffica di mitra esplosa dai partigiani mentre essi tentavano di penetrare nell’edificio adibito ad accantonamento delle allieve. 
Le ausiliarie uscite da questi tre corsi vengono scherzosamente chiamate “Balilline” in quanto la loro età minima di arruolamento è di soli 16 anni. 
In prevalenza, esse presteranno servizio alla Guardia Nazionale Repubblicana.
Anche le “Balilline”, come le sorelle maggiori, non esitano ad abbandonare la casa, la scuola, gli affetti e le comodità della famiglia. 
Scelgono, temperando l’esuberanza dell’adolescenza, una vita di disciplina e di sacrificio, pur di poter essere anche loro utili alla Patria.
La loro divisa è costituita da: giacca sahariana senza collo e gonna pantaloni, entrambe di colore kaki, camicia nera, basco, e fregi della doppia M della G.N.R. sulla fibbia dei cinturone di pelle e sul bavero.

Dal Memoriale della Vicecomandante Cesaria Pancheri
I volti si confondono nel ricordo. Balzano incontro in file serrate come quando marciavano e sembravano un unico volto nel riflesso della passione comune. Nel cuore hanno un solo nome: che racchiude in sé dolore e ardimento, sofferenze e ribellioni: ausiliarie.
I nomi dei corsi sono come bandiere in raccolta, i nomi dei campi di concentramento e delle prigioni sono i cartelli indicatori, attorno a cui i volti emergono dalla nebbia del tempo.
Una fraternità creata da un anno di vita militare ha stretto le volontarie del S.A. in una compatta unità, rendendo comuni le sofferenze, i ricordi, le speranze. Oggi, la vita borghese ha riassorbito le ausiliarie. Camminano nelle infinite strade del destino inseguendo il sogno che spinge ognuno di noi a portare il fardello della vita. Incontrandoci su queste strade non ci riconosciamo più. Abbiamo smesso la divisa, orgoglio del soldato, e non c’è più nulla di esteriore a rivelare la vita militare. Nel periodo dell’insurrezione, raminghe portavamo su di noi ancora un’impronta del passato, quella che bastava a farci, riconoscere anche se non eravamo compagne di corso.
Erano le scarpe che non avevamo potuto cambiare che tradivano una comune origine, o le calze o quel modo strano di vestire gli abiti borghesi, dopo un anno di grigioverde. E da quel particolare nasceva il desiderio di rivelare l’identità. Salivi in tram e scrutavi i volti dei vicini, i giornali che leggevano, pensavi che sarebbe andata bene anche questa volta, ed ecco che al momento di scendere una ragazza si avvicinava furtivamente e sussurrava: “Comandante, corso “18 Aprile”, corso “Roma”, ed aveva un sorriso felice, un sorriso che voleva dire: sono ancora qui, non sono riusciti a pescarmi”.
Era come incontrare un’oasi nel deserto, come bere a una fresca sorgente, quella dell’amicizia.
Hanno gettato fango e sangue sulle ausiliarie. Hanno odiato in esse l’espressione del coraggio e della decisione in un periodo in cui molti trovarono, nella vigliaccheria dello spirito, rifugio alla paura.
Non conoscevano le ausiliarie, non sapevano la forza di volontà, l’entusiasmo e anche un pizzico di follia che faceva sfidare il destino e che dava alla vita un senso, pauroso e dolce nello stesso tempo, e che era per l’ausiliaria il viatico necessario in un mondo dove l’amore era morto.
C’era una canzone delle ausiliarie che parlava dei loro vent’anni. Ma molte ne avevano ancora meno. Avevano disertato i banchi della scuola per essere presenti ad una scuola di sacrificio e di disciplina, avevano chiuso i libri per leggere nel gran libro della vita una storia di tradimento e di morte, dove i sogni non avrebbero trionfato nella realtà. Ragazze adolescenti come Nadia, Lucia, Luciana e tutte le allieve dei corsi dell’Opera Balilla di [Castiglionel Olona, Noventa e Milano, si forgiarono nel duro addestramento militare, piegando l’esuberanza alla disciplina, costituendo una sorgente di fresca speranza. E molte avevano i segni degli anni sul volto e i segni del lutto sulle vesti. Erano madri e spose di caduti. Vestendo la divisa grigioverde esse rivivevano i sogni di gloria del figlio o del marito, un povero sogno insidiato dal tarlo del disfattismo.
Intellettuali e donne del popolo avevano trovato nell’amore della Patria il cimento all’amicizia e alla solidarietà.
Era un amore purificatore che dissolveva le incrostazioni artificiose della cultura per lasciare l’animo ardente. Nel richiamo scaturito dalle profondità dello spirito c’era il comune senso della solidarietà. Tutte le ausiliarie dalla comandante alla donna di fatica che puliva i pavimenti avevano un solo fine: servire l’Italia.
Oggi, nella vita borghese, se un’ausiliaria ti passa accanto tu non la conosci perché non ha lo zaino troppo gonfio, né il basco troppo inclinato, o i capelli ribelli da riprendere. Così quando in una città dell’Abruzzo mi avvicinai ad un’edicola per comprare un giornale, in attesa del treno, il volto aureolato della fiammata dei capelli rossi non mi disse nulla. Ma lei riuscì a mettersi sull’attenti anche nei pochi decimetri quadrati di pavimento e balzò anche il suo nome dal ricordo. Era l’ausiliaria emiliana, che ci aveva fatto ammattire con le sue trovate, destinate a drammatizzare la vita monotona del Comando. Quando vi era giunta era reduce da un brutta avventura. Era stata catturata dai partigiani sull’Appennino e liberata da un reparto nostro.
Della prigionia aveva conservato un’impronta indelebile che prendeva vita nei sonni agitati da incubi, in cui riviveva l’orrore della cattura. Al Comando, dove era stata tenuta a riposo, si annoiava. Fu per questo che un pomeriggio la sede del Comando fu scossa da un’esplosione. Trovai la ragazza nell’atrio semisvenuta, attorniata da un gruppo di compagne. Aprì gli occhi e li richiuse. Aveva raccontato di essere stata aggredita da un partigiano, che le aveva lanciato una bomba a mano. Uno spigolo del pilastro e del cancello mostrava una sbrecciatura. Più tardi, sotto il torchio di un interrogatorio fatto dalla comandante confessò di essere stata lei. Voleva mantenere il ruolo di protagonista e non cadere nella folla anonima delle comparse. Ridemmo ricordando il fatto. Ora vendeva giornali e sigarette alla borsa nera e stava benone.
Sembrava una belvetta fulva in una gabbia troppo stretta.
La divisa rendeva simili le ausiliarie, dalla testa ai piedi tutto era regolamentare, compresa l’inclinazione del basco, il famoso basco “all’invasore” come lo definì un’ispettrice dei fasci femminili, non troppo tenera verso di noi.
Era un mondo femminile difficile da guidare e capire, perché è sempre difficile sondare l’impulso del sentimento piuttosto che quello della ragione. In epoche in cui l’equilibrio si rallenta per il prevalere delle passioni contrastanti, i contorni delle cose si deformano ed è difficile cogliere l’essenza della realtà.
Il clima spirituale di queste ragazze era arroventato dal riflesso delle passioni, che avevano diviso il paese. Esse erano intransigenti, come la giovinezza, incapaci di comprendere i compromessi di cui la vita è intessuta.
Era un mondo dove metalli diversi cercavano, nel comune crogiuolo, un’unica tempra: la tempra che creò l’ausiliaria.
Ognuna recava un bagaglio di idee e d’illusioni, ognuna credeva nei miracoli e disprezzava il buon senso come indice di debolezza.
Nel comando vedevano un organo burocratico, che creava difficoltà ai loro piani, che gettava acqua sulle loro passioni.
Ed era anche un cospirare continuo, un brontolare affettuoso, il tradizionale malcontento della “naia” contro gli uffici dei comandi.
Ausiliarie strampalate inviavano piani che avrebbero dovuto mettere in sesto qualche servizio della repubblica. Altre, nell’entusiasmo verso i soldati, chiedevano di raggiungere il fronte e magari trascinate dal loro sogno, abbandonavano il posto per raggiungerlo. Poi erano fermate sotto l’accusa di diserzione e il tribunale militare applicava come punizione proprio quello che desideravano: il fronte. E allora colloqui con i generali per spiegare che le ausiliarie disertavano per raggiungere il fronte e che quindi bisognava punirle diversamente per l’indisciplina.
E tra le ausiliarie c’erano comandanti inquiete a cui non bastava la responsabilità del comando, ma spiravano a realizzazioni più ampie.
Rimproveravano al comando un’azione senza voli di fantasia, non approvavano la selezione degli elementi, il controllo dei requisiti, avrebbero aperto le fila a tutte coloro che lo richiedevano perché consideravano la partecipazione alla guerra una catarsi rigeneratrice. La “Stampa” di Torino iniziò un attacco dicendo che il Comando generale aveva una concezione monacale del S.A., mentre decine di migliaia di donne avrebbero potuto entrare nei quadri del S.A. Ispiratrice dell’articolo era stata una comandante che univa ad un ingegno brillante un pizzico di spavalderia. Furono anche le sue insistenza a porre il problema dei nuclei di assistenza presso le divisioni al fronte. E molte erano, come lei, pronte allo sbaraglio e insofferenti a ogni voce di prudenza.
Esse credevano di non essere capite, ma c’era invece a frenare l’impulso quel sentirsi arbitri di decisioni che potevano mutare i destini.

E c’erano le ausiliarie che ovunque vedevano il tradimento, il disfattismo, la sfiducia e invocavano interventi, che non avvenivano per l’impossibilità di agire in base a semplici intuizioni, anche se in tutti era la convinzione che molte cose andassero a rovescio per il tradimento annidato negli stessi comandi militari. Ma se esistevano contrasti essi erano aperti e non scavavano abissi tra noi, eravamo una famiglia, dove il vincolo del sangue era sostituto dallo spirito di corpo. Scambiavamo le scarpe in buone condizioni con quelle a buchi delle ausiliarie in partenza. In ogni accantonamento cedevano la brandina e dormivano per terra per ospitarci nelle ispezioni.

L’eroismo dell’ausiliaria non si è manifestato solo di fronte alla morte, che non fu una libera scelta, non nella prigionia che fu inevitabile, ma nel sopportare giorno per giorno la disciplina e la vita dura, la gavetta e la branda, la vita incerta, i trasferimenti.
E tutto questo non avveniva tra il consenso della gente, tra il festoso saluto del popolo, ma tra l’ostilità e la minaccia, con la sensazione del pericolo sulle spalle. Un capo partigiano mi disse, dopo l’insurrezione, che aveva sempre avuto terrore delle ausiliarie. Un giorno che una lo aveva fissato per strada, concluse, il cuore gli batté all’impazzata. “Se mi guardava ancora un pò sparavo”. E pensare che forse lo guardava solo perchè era un bel ragazzo, non poteva leggere in viso che era un partigiano. Quando glielo dissi ammise che poteva essere così, ma loro ci pensavano a caccia di partigiani, mentre la realtà era che loro cacciavano le ausiliarie. Eleganti, sorridenti, trovarono l’amore tra i bombardamenti e le avventure. Quando le vedo nelle divise attillate penso all’ausiliaria curva sotto il sacco da montagna, ferma ai posti di blocco in attesa di un camion,sola con la sua fede contro tutti. Forse anche l’amore è nato nella solitudine delle Alpi, o nelle corsie di un ospedale, un amore tra disperati, senza avvenire. Storie di ausiliarie fioriscono nella memoria.
Tutte ne hanno una da raccontare ai figli o ai nipoti. Alcune sono diventate patrimonio comune di cui siamo orgogliose, tale è la storia di M. Luisa. Viveva in una città oltre il Po, già conquistata dagli alleati. Frequentava il liceo, ma il suo pensiero si rodeva nella vita tranquilla pensando alla guerra che ancora continuava. L’odio per i conquistatori e l’ansia di partecipare alla lotta ardevano nella sua anima adolescente con tragica violenza. La guerra si era spostata qualche chilometro verso nord, lasciando dietro di sé le tracce dei combattimenti. M. Luisa volle raggiungere il territorio della repubblica. Attraverso la radio sa che si combatte ancora, sa che vi sono le ausiliarie. Sul tavolo vi sono i libri preparati per la scuola, ma lei ha deciso di non andarci più.
All’alba esce sulla strada dove le macchine rombano senza riposo, portando i rifornimenti alle linee.
Un camion alleato rallenta. La solita faccia di negro si apre nel sorriso come un cocomero spaccato. “Tu dove andare?” “Andare a A. a trovare parenti”. Sale sul camion, il negro canta un ritmo bizzarro.
M. Luisa pensa al mondo chiuso dietro di sé, alla gentilezza del negro, all’avvenire. Ad A., M. Luisa toccò il braccio del soldato: “Io scendere qui”. A tre chilometri c’erano le linee. Il difficile era passare. Una nebbia leggera copriva il terreno, gli alberi sembravano galleggiare su un mare fluttuante, come fantasmi. Più in là una sentinella piegò verso una casupola diroccata e vi entrò. La ragazza continuò ad avanzare come un automa, col cuore che batteva furiosamente. Il tempo non contava più nel terrore di non riuscire, quanto camminò? Ore, minuti, forse, ma sembrarono secoli. Da una buca balza un soldato e l’afferra. Ha un volto duro e spietato e urla: “C’è una spia”. Lei singhiozza, ride, i soldati accorsi non capiscono. Dopo spiega all’ufficiale che vuol andare a Milano ad arruolarsi: conosce il generale Diamanti. Viene accompagnata a Milano. Il generale telefona al Servizio ausiliario, l’indomani M. Luisa è allieva ausiliaria. Dopo il corso riprende la strada per prestare servizio ad un posto di ristoro verso le linee. Era una ragazza tranquilla, con qualche cosa d’infantile nel viso, solo gli occhi avevano una ferma risolutezza, che le trecce allungate sulle spalle non riuscivano a cancellare.
Tutte le ausiliarie ricordano Giovanna Deiana. Era rimasta cieca in un bombardamento e aveva supplicato di essere accolta nel S.A.
Venne con una sorella più giovane. Attorno a sé rifletteva la serenità del suo spirito non piegato dalla prova. Era come se vedesse più profondamente di tutte. Quando Giovanna Deiana conversava col tenente Infantino, cieco e mutilato delle mani, ospite talvolta delle ausiliarie, sembrava di assistere ad un colloquio tra due anime, che oltre il martirio della carne, vivessero negli spazi senza limiti dello spirito.
Per essi s’era spenta la luce delle cose, ma splendeva dietro le pupille arse la luce della fede e della speranza.
La storia dell’ausiliaria Franca Barbieri, proposta per la medaglia d’oro, è quella d’un soldato. Catturata dai partigiani, le viene offerta la vita a condizione di passare nei ranghi delle loro formazioni. L’ausiliaria rifiuta. Di fronte al plotone di esecuzione grida “viva l’Italia” e cade sotto le raffiche dei mitra.
Il Servizio ausiliario aveva pochi mesi di vita, ma già un esperienza di dolore e di morte gravava lo spirito delle volontarie.
Le imboscate diradavano le fila, lasciando un senso di desolazione. I nomi diventavano elenchi, freddi elenchi che riassumevano una tragedia.
La capogruppo Forni fu uccisa dai partigiani mentre tentava, con mezzi di fortuna, di raggiungere il fratello ferito in un ospedale del Piemonte. Fu trovata in un bosco crivellata di colpi.
L’ausiliaria F., del Comando di Novara, prese una breve licenza per salutare la madre e la famiglia. Si recò al posto di blocco per trovare un mezzo. Fu la macchina del prefetto Manganiello che diede un passaggio alla ragazza. Ma non arrivò a destinazione. Il suo corpo seviziato e irriconoscibile fu tratto dallo stagno in cui era stato gettato insieme a quello del prefetto. Non rivide più sua madre. Incominciarono in seguito le catture. La vita delle ausiliarie prigioniere dipese dal caso, dalle vicende e dall’umanità dei partigiani. Non vi era legge di guerra a salvaguardare il diritto del soldato. Era una guerra piena di incognite.
La comandante di Novara con due ausiliarie fu catturata con un gruppo di soldati in una stazione sulla linea Novara-Torino. Un gruppo di partigiani assalì il treno. Soldati e ausiliarie sotto la minaccia dei mitra dovettero scendere e seguire i partigiani verso la montagna. Furono tolte le scarpe ai prigionieri, che camminarono scalzi, nella notte, dormirono di giorno nei pagliai per riprendere la tragica marcia.
La notizia arrivò al comando suscitando dolore e sbalordimento. Poi un giornale pubblicò la notizia della fucilazione. Una volta tanto la notizia non era vera. Arrivarono invece le proposte dei partigiani per lo scambio. Chiedevano 18 partigiani, ostaggi nelle carceri. Molti erano in mano dei tedeschi. Pregammo il federale Porta, che ci pose a contatto col generale Tensfeld a Monza.
I tedeschi mollarono quattro partigiani, otto i nostri, e lo scambio si effettuò sulla base di 12. Le ausiliarie tornarono alla vita sconvolte per aver assistito alla fucilazione di un volontario della Nembo.
Esse subirono umiliazioni, furono schiaffeggiate, ma ritornarono salve. Fu don Riva, il nostro cappellano, che andò a prenderle in consegna.
Ripresero il loro posto. L’ultimo ostaggio fu costituito dalla comandante della Spezia, una ragazza piena di coraggio, che voleva i posti più avanzati e pericolosi. Fu fermata dai partigiani ad un posto di blocco tra la Liguria e il Piemonte. Fu rimessa in libertà dopo l’insurrezione. La cattura delle ausiliarie aveva messo in allarme gli ambienti militari per le conseguenze che ne derivavano.
La richiesta degli ostaggi per lo scambio era in forti proporzioni. Il Comando proibì le licenze, raccomandò misure di prudenza.
Ma le ausiliarie non vollero costituire una preoccupazione. Arrivarono in quei giorni, sempre più numerose, le lettere che dicevano: “In caso di cattura prego il comando a non far passi per ottenere la liberazione con lo scambio di ostaggi”.
Così erano, materia incandescente da cui si sprigionavano scintille di fede, bagliori di entusiasmo.
Così erano impastate di eroismo e di follia, in un mondo di compromesso e di malignità.
Così cantavano, e mai canzone fu cantata con tanta spavalda consapevolezza, e mai canzone fu così vera. Fidanzate della morte, suggellarono l’amore nel sangue perché durasse eterno.
Nelle sanguinose giornate dell’ Aprile-Maggio 1945 il SAF è il reparto dell’esercito repubblicano che, in proporzione ai suoi organici, paga il più alto tributo di sangue alla causa della R.S.I..

Centinaia di ausiliarie vengono catturate, martirizzate, seviziate e massacrate.



LE AUSILIARIE CADUTE

Questo elenco solo una parte dei nominativi delle ausiliarie cadute, in quanto non è mai stato possibile giungere ad una documentazione completa per quanto riguarda le ausiliarie uccise nelle sanguinose giornate dell’ Aprile-Maggio 1945. In questo elenco sono incluse comunque le ausiliarie appartenenti alla Decima Flottiglia Mas, alle Brigate nere, alle formazioni autonome e che dipendevano direttamente dal Servizio ausiliario femminile(SAF).

Per dare un idea del martirio cui furono sottoposte tante ausiliarie, rimaste ignote, e che vennero trucidate a Torino nei giorni conclusivi del conflitto. I dati di queste autopsie swono stati desunti dal registro apposito tenuto presso l’ Istituto di Medicina Legale dell’ Università di Torino.

1 ALESSI INES Cervia 26/4/45

2 AMODIO ROSA Savona Agosto 45
3 ANNIBALI ROSA Venezia 26/7/44
4 ANTONUCCI VELLA caduta 1945
5 ARISTA ANNAMARIA Intra 7/1/45
6 AUDISIO MARGHERITA Nichelino 26/4/45
7 BACCHI ANNA Modena 6/4/45
8 BALDI IRMA Schio 7/7/45
9 BALDINI IRIDE caduta 1945
10 BALDUZZI NORMA Vercelli 29/4745
11 BANDINI-POZZI VIRGINIA Cambiasco 16/4/45
12 BADO Milano nel 1945
13 BARALE MARIA Cuneo 3/5/45
14 BARBIER FRANCA Aosta 27/7/44
15 BARDI CARLA 9/5/45
16 BARONI ANGELA Buia 7/11/44
17 BATACCHI MARCELLA Mongrado 3/5/45
18 BELLENTANI MARIA Modena 26/4/45
19 BELLISSIMO ANTONIETTA Milano 26/4/45
20 BENAGLIA LUCINDA Monfalcone Maggio 45
21 BENELLI BIANCA Modena 17/2/45
22 BIANCHI ANNAMARIA S. Maria Rezzonico 4/7/45
23 BLONDET ELENA Milano 29/4/45
24 BOCCHI-MORISI ITALINA Modena 16/3/45
25 BOERO CATERINA Alassio 27/4/45
26 BIONDO ANNAMARIA dispersa
27 BOFFELLI CLORINDA Crema 29/4/45
28 BONAGLIA GIUDITTA caduta 1945
29 BONINI BIANCA dispersa a Modena
30 BOSIA LIDIA Omeglia 7/5/45
31 BOSIO EMILIA caduta 1945
32 BRESSANINI CATERINA Milano 16/3745
33 BRESSANINI ORSOLA madre della precedente Milano 10/5/45
34 BIAMONTI ANGELA MARIA Savona Maggio 45
35 BRAZZOLI VINCENZA Milano 28/4/45
36 BRUSA ZELANDA Novara 15/2/45
37 BURRISER GIANCARLA Suno 30/1/45
38 BURZONI ADELE Casalpusterlengo 27/4/45
39 BURZONI MARIA sorella della precedente Casalpusterlengo 27/4/45
40 CALLAINI BRUNA Langosco 6/5/45
41 CAMORANI-MOLINARI EDA Lavagnola 25/4/45
42 CAMOTTO MARIA Torino 6/3/45
43 CARLINO ANTONIETTA Cuneo 3/5/45
44 CARPEGGIANI BRUNA caduta 1945
45 CASSOLO MARIUCCIA Palestro 8/4/45
46 CASTALDI NATALIA Cuneo 9/5/45
47 CASTELLINI GIULIA mirandola Aprile 45
48 CENTAZZO MARIA Venezia 26/7745
49 CHIAVAZZA MARIA Cuneo 3757$5
50 CHIANDRE RINA Graglia 2/5/45
51 CHIODI RAFFAELLA caduta 1945
52 COCCHI VITTORINA caduta 1945
53 COLOMBO CECILIA caduta 1945
54 COMETTO MARIA 3/3/45
55 CORTESI JOLE Arona nel 45
56 CONTE ADELINA Maggio 1945
57 CORPO MARGHERITA Vercelli 1945
58 CORRADI DEFAIS 23/3/45
59 CORNOTTO MARIA Marzo 45
60 COTTI MARIA Milano 29/4/45
61 CRAVERO AGNESE Torino 3/5/45
62 CROVELLI-MUTTI LUIGIA Casalpusterlengo 27/4/45
63 CRIVELLI JOLANDA caduta 1945
64 DE ANGELIS ITALA caduta 1945
65 DEGANI GINA Aprile 1945
66 DE NITO ANGELA Scandiano per malattia contratta in servizio 14/2/49
67 DE SIMONE ANTONIETTA Revine Lago nel 1945
68 DE VECCHI caduta nel 45
69 DHO LIDIA Mondovi 11/5/45
70 DE GLANDI GIUSEPPA Bergamo 28/3/45
71 DROVETTO LUCIANA Inverso Pinasca 7/4/45
72 FANANI DOLORES Treviso 30/4/45
73 FERRARI GIUSEPPINA Savona Gennaio 45
74 FERRARIS FLAVIA Novara 4/9/44
75 FERRI GABRIELLA Venezia Luglio 1944
76 FERRI GIULIA Milano 28/4/45
77 FERRONI MARIA caduta 1945
78 FIUMANA ERNESTA caduta 1945
79 FIENI LUIGIA 17/4/45
80 FIORAVANTI ROSA Cilavagna 28/2/45
81 FORLANI BARBARA Rosasco 6/5/45
82 FORNI ANNA Sezzzadio Febbraio 45
83 FORCELLLINI-BORTOLUZZI LEA Fagarè di Piave 24/3/45
84 FRAGIACOMO LIDIA Nichelino 26/4/45
85 FRIGERIO CAMILLA MARIA Pusiano 26/4/45
86 FRIZZON CATERINA Buia 7/11/45
87 GARZENI MARIA Graglia 2/5/45
88 GASTOLDI NATALINA Imperia 3/5/45
89 GAZZIOLA REGINA Venezia 26/7/44
90 GENESTRONI MICHELINA Fossano nel 1945
91 GIACOBBE MARGHERITA Orsara Bormida 14/4/45
92 GIOLO LAURA Torino 30/4/45
93 GABOLI ADELE Suno 22/10/44
94 GLAREY-BERLINGHIERI EMMA Aprile 45
95 GOZZI INES 21/1/45
96 GIORGETTI RITA caduta 1945
97 GIORGETTI madre della precedente caduta 1945
98 GIRAUDI ITALA Graglia 2/5/45
99 GIRAUDO BIANCA Cuneo 3/5/45
100 GIUBERTONI CATERINA Adorno Micca 23/3/45
101 GRECO EVA Medolla 31/5/45
102 GRILL MARILENA Torino 3/5/45
103 INTRAINO ANITA Milano 2874/45
104 LANDINI LINA Milano 11/5/45
105 LANTIERI VINCENZA Genova 1/5/45
106 LAVISE BLANDINA Schio 7/7/45
107 LUMINOSO GIOVANNA Milano 27/5/45
108 MALAGOLI TIZIANA Collegarala Aprile 45
109 MANDER TERESA Venezia 26/7/44
110 MANRUTTO NELLA Monfalcone 15/3/45
111 MARCHIOLI ROISINA Parma 27/4/45
112 MASSARINI RINA Monfalcone 15/3/45
113 MENEGHETTI NORA Parma 27/4/45
114 MERLINI LUCILLA Cremona 1/5/45
115 MILAZZO ANGELINA Garbagnate 21/1/45
116 MINARDI LUCIANA Cologna Veneta 24/5/45
117 MINETTO ELENA Callizzano 13/4/45
118 MONTEVERDE LICIA Torino 6/5/45
119 MORARA MARTA Bologna 25/5/45
120 MORICHETTI ANNA PAOLA Milano 27/4/45
121 MORSETTI MIRKA caduta 1945
122 NASSARI DESOLINA Casalpusterlengo 27/4/45
123 OLIVIERI LUCIANA FANNY Cuneo Maggio 45
124 OTTAVANA ROSETTA Casalpusterlencgo 27/4/45
125 PAGANI EDVIGE Milano 1/5/45
126 MAGLIARINI MARISA Como 17/1/45
127 PALTRINIERI ROSALIA caduta 27/4/45
128 PANNI ROSA dispersa 1945
129 PARENTI DINA Maggio 1945
130 PAROLI IRIDE Arona 26/4/45
131 PEVERATI LILIANA Cantù 4/5/45
132 PICCINELLI GIUSEPPINA caduta 1945
133 PICCINELLI SILVIA caduta 1945
134 PITTALIS MARIA Fossoli 8/3/45
135 POLETTINI SILVIA Rovigo 20/1/45
136 PONTREMOLI ZARA Milano 27/4/45
137 PORTESAN MARIA Ciriè 3/5/45
138 PROVETTO LUCIANA caduta 1945
139 RADAELLI LUCIA Vizzola Ticino 26/4/45
140 RAIMONDO MADDALENA S. Gillio Canavese 2/12/44
141 RAMELLA GIOVANNA Imperia Maggio 45
142 RAMELLA MARIA Muzzano 1945
143 RANACCHIA GISELDA Schio Luglio 45
144 RATTI GEA Stradella 12/3/45
145 RAVILOLI ERNESTA Torino 3/5/45
146 RECALCATI GIUSEPPINA Milano 27/4/45
147 RECALCATI MARIUCCIA figlia della precedente Milano 27/4/45
148 RIGO FELICITA Tricerio nel 1945
149 RIOLI ROMA Gorizia Marzo 45
150 ROCCHETTI LUCIA Graglia 2/5745
151 ROMANO LEA Lubiana 30/10/47
152 ROSSI AMELIA Bologna nel 1945
153 ROVIDA MARIA Invorio nel 1945
154 RUFFILI LINDA Torino nel 1945
155 SACCHI ALBERTINA Seriate 27/4/45
156 SAIU GRAZZIELLA Taleggio 12/4/45
157 SANTAMARIA ORNELLA Bologna 24/4/45
158 SCAPAT SANTINA Venezia 26/7/44
159 SCARQAMELLI ALFONSINA Parma 26/4/45
160 SECONDO ANGELA Calice Ligure 12/12/44
161 SILVESTRO IDA Torino 1/5/45
162 SCALFI LAURA Vercelli 7/5/45
163 SCALFI ELSA sorella della precedente Vercelli 7/5/45
164 SIMONI-CAPARRINI ARMIDA Fornaci 26/1/45
165 SOFFREDINO LUCIANA caduta nel 1945
166 SOMMARIVA ELEONORA Thiene 29/4/45
167 SPERIANI TULIA Cesano Maderno nel 1945
168 SPITZ JOLANDA Mongrando 3/5/45
169 TAM ANGELA MARIA Buglio in Monte 6/5/45
170 TANZI BRUNILDE Milano Gennaio 46
171 TAVERNI CARLA Milano caduta nel 1945
172 TIBERIO MARIUCCIA Milano 2774/45
173 TIBERIO PASQUINA Milano 27/4/45
174 TRIMBOLI CLORINDA Omegna 26/1/45
175 TRIMBOLI GIANNA figlia della precedente Omegna 26/1/45
176 UGAZIO CORNELIA Galliate 28/4/45
177 UGAZIO MIRELLA sorella della precedente Galliate 28/4/45
178 VALDORA MARIA Villa Piana 26/4/45
179 VECCHI LORENZA Seriate 29/4/45
180 VIGO FELICITA Nichelino Maggio 45
181 ZANINI LUISA Modena 17/2/45
182 ZARA caduta 1945
183 IGNOTA Tradate 20/4/45
184 IGNOTA Parma 26/4/45
185 IGNOTA Nichelino 26/4/45
186 IGNOTA Nichelino 26/4/45
187 IGNOTA Nichelino 26/4/45
188 IGNOTA Cuneo 29/4/45
189 IGNOTA Tirano 29/4/45
190 IGNOTA Muzzano 03/5/45
191 IGNOTA Torino 3/5/45 (Autopsia n° 7065 : entrata 3,5, uscita 11.5: Provenienza stazione Porta Nuova, lato via Vizza. Diagnosi : omicidio per arma da fuoco. Causa della morte: lesioni alcranio, torace e addome. Indossa la divisa militare della Repubblica con mostrine recanti fascetti roossi. Una “M” rossa sulla tasca sup. sx. Si tratta del cadavere di una giovane domma dell’ apparente età di 18-20 anni, capelli neri rasati a zero; presente ferite multiple d’ arma da fuoco al viso, toraceve addome)
192 IGNOTA Rosacco 5/5/45
193 IGNOTA Torino 6//5/45 (Autopsia n° 7071: entrata 6.5, uscita 9.5. Provenienza Fiume Po. Diagnosi : omicidio per arma da fuoco. Causa della morte: lesioni agli organi del capo e dell’ addome. E’ stata uccisa e buttata nel fiume Po. Si tratta del cadavere di giovane donna dell’apparente età di 25-30 anni; il viso è ricoperto di una spessa patina di terriccio melmoso; sono visibili numerosi forami irregolarmente tondeggianti in corrispondenza del capo, della regione anteriore e laterale del tarace e del basso ventre)
194 IGNOTA Imperia 7/5/45
195 IGNOTA Torino 8/5/45 (Autopsia n° 7083: entra 8.5, esce 11.5. Provenienza: Corso Tassoni angolo strada Pellerina. Diagnosi: omicidio per arma da fuoco. Causa della morte : lesioni al cervello. Notizie : fu uccisa dai parigiani: Si tratta del cadavere di una donna dall’ apparente età di 35 anni, il capo è completamente rasato dai capelli; in corrispondenza della regione zigomatica sx ferita da taglio, a forma di barca con estremo arrotondato rivolto anteriormente, limitata ai piani superficiali con scarsa reazione vitale. Scoppio del cranio in corrispondenza della regione occipitale dove esiste squarcio ampio con margini irregolari ed extroflessi da cui fuoriecse sostanza nervosa mista a sangue. Nella regione sopraclaveare sx forro tondeggiante della dimensione di una moneta di un soldo con orletto escoriativo concentrico.)
196 IGNOTA Torino 15/5/45 (Autopsia n° 7103: entrata 15,5, uscita 22.5. Provenienza : strada Santa Margherita presso villa Genero. Diagnosi: omicidio per arma da fuoco: Causa della morte: lesioni al cervello: Si tratta del cadavere di una donna dell’apparente età di 36-40 anni in condizioni generali dsi nutrizione buone con capelli biondo chiaro rasati.Sono rilevabili un gruppo di 4-5 ecchimosi di forma irregolarmente tondeggianti in corrispondenza delle superfici anteriori delle cosce, grandi quanto una moneta di mezza lira. all’ angolo mandibolare dx è presente un forame di margini irregolari circondato da un alone di affumicatura ampio quanto una moneta di mezza lira. Il corrispondente forame di uscita si trova nella metà sx della regione frontale: l’ osso frontale è frantumato. Da quest’ultimo forame fuoriesce sostanza celebrale.)
197 IGNOTA Torino 125/5/45 (Autopsia n° 7105: entrata 15.5, uscita 19.5. Provenienza: griglia dell’ Arsenale di Borgo Dora. Diagnosi: omicidio per arma da fuoco. Causa della morte: lesioni al cervello. Notizie: fu uccisa nelle strage dell’insurezzione di fine Aprile. Si tratta del cadavere di una donna dell’apparente età di 30 anni. Corpo ricoperto da una patina di fango. In corrispondenza del lato dx del volto numerosi fori tondeggianti d’ arma da fuoco con orletto escoriativo. Frattura comminuta del cranio, lesioni al cervello.)
198 IGNOTA Torino 11/6/45 (Autopsia n° 7143: entra 11.6, esce 17.6. Provenienza : fiume Po dietro Caserma dei Pompieri Barriera Milano. Diagnosi: omicidio per arma da fuoco. Causa della morte: lesioni cranio-celebrali e toraco-addominali. Notizie: si dice che questa giovane donna già Ausiliaria presso i reparti della Repubblica sia stata prelevata e collocata in un canale di via Nizza, indi prelevata ed uccisa per colpi d’arma da fuoco. Veste una gonna grigia ed un giubbetto rosso a grosse fasce bianche trasversali, ha i capelli di color castano scuri rasati. Si tratta del cadavere di giovane donna dell’apparente età di 17-19 anni incinta al settimo mese circa di gestazione. All’ ispezione sono rilevabili numero sei (6) forami tondeggianti d’ arma da fuoco del diametro di circa 1 centimetro circondati da orletto escoriativo nerastro situati rispettivamente: due vicini alla regione laterale sx del collo, un terzo alla regione precordiale; gli altri al basso ventre.)

Ausiliarie assassinate dopo il 25 aprile 1945 
e dopo che si erano arrese

Amodio Rosa 23 anni, assassinata nel luglio del 1947, mentre in bicicletta andava da Savona a Vado.

Antonucci Velia due volte prelevata, due volte rilasciata a Vercelli, poi fucilata.

Audisio Margherita Fucilata a Nichelino il 26 aprile 1945

Baldi Irma Assassinata a Schio il 7 luglio 1945

Batacchi Marcella e Spitz Jolanda 17 anni, di Firenze. Assegnata al Distretto militare di Cuneo con la coetanea Jolanda Spitz e altre 7 ausiliarie, molto religiosa, come del resto la sua collega Spitz, e in particolare devota della Madonna, il 30 aprile 1945, con tutto il Distretto di Cuneo, pochi ufficiali, 20 soldati e 9 ausiliarie, si mette in movimento per raggiungere il Nord, secondo gli ordini ricevuti. La colonna è però costretta ad arrendersi nel Biellese ai partigiani del comunista Moranino. Interrogate, sette ausiliarie, ascoltando il suggerimento dei propri ufficiali, dichiarano di essere prostitute che hanno lasciato la casa di tolleranza di Cuneo per seguire i soldati. Ma Marcella e Jolanda non accettano e si dichiarano con fierezza ausiliarie della RSI. I partigiani tentano allora di violentarle, ma le due ragazze resistono con le unghie e con i denti. Costrette con la forza più brutale, vengono violentate numerose volte. In fin di vita chiedono un prete. Il prete viene chiamato ma gli è impedito di avvicinare le ragazze. Prima di cadere sotto il plotone di esecuzione, sfigurate dalle botte di quelle belve indegne di chiamarsi partigiani, mormorano:” Mamma” e “Gesu’ “. Quando furono esumate, presentavano il volto tumefatto e sfigurato, ma il corpo bianco e intatto. Erano state sepolte nella stessa fossa, l’una sopra l’altra. Era il 3 maggio 1945.

Bergonzi Irene Assassinata a Milano il 29 aprile 1945


Biamonti Angela Assassinata il 15 maggio 1945 a Zinola (SV) assieme ai genitori e alla domestica. 



Bianchi Annamaria Assassinata a Pizzo di Cernobbio (CO) il 4 luglio 1945


Bonatti Silvana Assassinata a Genova il 29 aprile 1945


Brazzoli Vincenza Assassinata a Milano il 28 aprile 1945


Bressanini Orsola Madre di una giovane fascista caduta durante la guerra civile, assassinata a Milano il 10 maggio 1945


Buzzoni Adele, Buzzoni Maria, Mutti Luigia, Nassari Dosolina, Ottarana Rosetta, Facevano parte di un gruppo di otto ausiliarie, (di cui una sconosciuta), catturate all’interno dell’ospedale di Piacenza assieme a sei soldati di sanita’. I prigionieri, trasportati a Casalpusterlengo, furono messi contro il muro dell’ospedale per essere fucilati. Adele Buzzoni supplico’ che salvassero la sorella Maria, unico sostegno per la madre cieca. Un partigiano afferro’ per un braccio la ragazza e la sposto’ dal gruppo. Ma, partita la scarica, Maria Buzzoni, vedendo cadere la sorella, lancio’ un urlo terribile, in seguito al quale venne falciata dal mitra di un partigiano. Si salvarono, grazie all’intervento di un sacerdote, le ausiliarie Anita Romano (che sanguinante si levo’ come un fantasma dal mucchio di cadaveri) nonche’ le sorelle Ida e Bianca Poggioli, che le raffiche non erano riuscite ad uccidere.


Carlino Antonietta Assassinata il 7 maggio 1945 all’ospedale di Cuneo, dove assisteva la sua caposquadra Raffaella Chiodi.


Castaldi Natalina Assassinata a Cuneo il 9 maggio 1945


Chandre’ Rina, Giraldi Itala, Rocchetti Lucia Unitamente a Lucia Rocchetti, aggregate al secondo RAU (Raggruppamento Allievi Ufficiali) furono catturate il 27 aprile 1945 a Cigliano, sull’autostrada Torino – Milano, dopo un combattimento durato 14 ore. Il reparto si era arreso dopo aver avuto la garanzia del rispetto delle regole sulla prigionia di guerra e dell’onore delle armi. Trasportate con i loro camerati al Santuario di Graglia, furono trucidate il 2 maggio 1945 assieme ad oltre 30 allievi ufficiali con il loro comandante, maggiore Galamini, e le mogli di due di essi. La madre di ITala ne disseppelli’ i corpi.


Chiettini (si ignora il nome) Una delle tre ausiliarie trucidate nel massacro delle carceri di Schio il 6/7 luglio 1945


Collaini Bruna, Forlani Barbara Assassinata a Rosacco (Pavia) il 5 maggio 1945 assieme alla sua camerata Forlani Barbara


Conti – Magnaldi Adelina Madre di tre bambini, assassinata a Cuneo il 4 maggio 1945


Crivelli Jolanda Vedova ventenne di un ufficiale del Battaglione “M” costretta a denudarsi e fucilata a Cesena, sulla piazza principale, dopo essere stata legata ad un albero, ove il cadavere rimase esposto per due giorni e due notti.


De Simone Antonietta Romana, studentessa del quarto anni di Medicina, fucilata a Vittorio Veneto in data imprecisata dopo il 25 aprile 1945


Degani Gina Assassinata a Milano in data imprecisata dopo il 25 aprile 1945


Ferrari Flavia 19 anni, assassinata l’ 1 maggio 1945 a Milano


Fragiacomo Lidia, Giolo Laura Fucilata a Nichelino (TO) il 30 aprile 1945 assieme a Giolo Laura e ad altre cinque ausiliarie non identificate, dopo una gara di emulazione nel tentativo di salvare la loro comandante.


Gatsaldi Natalia Assassinata a Cuneo il 3 maggio 1945


Genesi Jole, Rovilda Lidia Torturata all’hotel San Carlo di Arona (Novara) e assassinata con la sua camerata Lidia Rovilda il 4 maggio 1945. era in servizio presso la GNR di Novara. Catturate alla Stazione Centrale di Milano, ai primi di maggio, le due ausiliarie si erano rifiutate di rivelare dove si fosse nascosta la loro comandante provinciale.


Greco Eva Assassinata a Modena assieme a suo padre nel maggio del 1945


Grilli Marilena 16 anni, assassinata a Torino la notte del 2 maggio 1945


Landini Lina Assassinata a Genova l’1 maggio 1945


Lavise Blandina Una delle tre ausiliarie trucidate nel massacro delle carceri di Schio il 6/7 luglio 1945


Locarno Giulia Assassinata a Porina (Vicenza) il 27 aprile 1945


Luppi – Romano Lea Catturata a Trieste dai partigiani comunisti, consegnata ai titini, portata a a Lubiana, morta in carcere dopo lunghe sofferenze il 30 ottobre 1947


Minardi Luciana 16 anni di Imola. Assegnata al battaglione “Colleoni” della Divisione “San Marco”m attestati sul Senio, come addetta al telefono da campo e al cifrario, riceve l’ordine di indossare vestiti borghesi e di mettersi in salvo, tornando dai genitori. Fermata dagli inglesi, si disfa, non vista, del gagliardetto gettandolo nel Po. La rilasciano dopo un breve interrogatorio. Raggiunge così i genitori, sfollati a Cologna Veneta (VR). A meta’ maggio, arriva un gruppo di partigiani comunisti. Informati, non si sa da chi, che quella ragazzina era stata una ausiliaria della RSI, la prelevano, la portano sull’argine del torrente Gua’ e, dopo una serie di violenze sessuali, la massacrano. “Adesso chiama la mamma, porca fascista!” le grida un partigiano mentre la uccide con una raffica.


Monteverde Licia Assassinata a Torino il 6 maggio 1945

Morara Marta Assassinata a Bologna il 25 maggio 1945



Morichetti Anna Paola Assassinata a Milano il 27 aprile 1945


Olivieri Luciana Assassinata a Cuneo il 9 maggio 1945


Ramella Maria Assassinata a Cuneo il 5 maggio 1945


Ravioli Ernesta 19 anni, assassinata a Torino in data imprecisata dopo il 25 aprile 1945


Recalcati Giuseppina, Rcalcati Mariuccia, Recalcati Rina Assassinata a Milano il 27 aprile 1945 assieme alle figlie Mariuccia e Rina, anch’esse ausiliarie


Rigo Felicita Assassinata a Riva di Vercelli il 4 maggio 1945


Sesso Triestina Gettata viva nella foiba di Tonezza, presso Vicenza


Silvestri Ida Assassinata a Torino l’1 maggio 1945, poi gettata nel Po


Speranzon Armida Massacrata, assieme a centinaia di fascisti nella Cartiera Burgo di Mignagola dai partigiani di “Falco”. I resti delle vittime furono gettati nel fiume Sile.


Tam Angela Maria Terziaria francescana, assassinata il 6 maggio 1945 a Buglio in Monte (Sondrio) dopo aver subito violenza carnale.


Tescari -Ladini Letizia Gettata viva nella foiba di Tonezza, presso Vicenza


Ugazio Cornelia, Ugazio Mirella Assassinata a Galliate (Novara) il 28 aprile 1945 assieme al padre e alla sorella Mirella, anch’essa ausiliaria


Tra le vittime del massacro compiuto dai partigiani comunisti nelle carceri di Schio (54 assassinati nella notte tra il 6 ed il 7 luglio 1945) c’erano anche 19 donne, tra cui le 3 ausiliarie (Irma Baldi, Chiettini e Blandina Lavise) richiamate nell’elenco precedente.


In via Giason del Maino, a Milano, tre franche tiratrici furono catturate e uccise il 26 aprile 1945. Sui tre cadaveri fu messo un cartello con la scritta “AUSIGLIARIE”. I corpi furono poi sepolti in una fossa comune a Musocco. Impossibile sapere se si trattasse veramente di tre ausiliarie.


Nell’archivio dell’obitorio di Torino, il giornalista e storico Giorgio Pisanò ha ritrovato i verbali d’autopsia di sei ausiliarie sepolte come “sconosciute”, ma indossanti la divisa del SAF.


Cinque ausiliarie non identificate furono assassinate a Nichelino (TO) il 30 aprile 1945 assieme a Lidia Fragiacomo e Laura Giolo


Al cimitero di Musocco (Milano) sono sepolte 13 ausiliarie sconosciute nella fossa comune al Campo X.


Un numero imprecisato di ausiliarie della “Decima Mas” in servizio presso i Comandi di Pola, Fiume e Zara, riuscite a fuggire verso Trieste prima della caduta dei rispettivi presidii, furono catturate durante la fuga dai comunisti titini e massacrate.

LIANA MALAVENDA TRUCIDATA A PADOVA IL 30/04/1945


Il Generale di Brigata Piera Gatteschi Fondelli è l’unico generale di brigata donna che le forze armate abbiano avuto in Italia. Piera Gatteschi Fondelli è rimasta nella memoria di chi le è stata vicina soprattutto per il suo fascino, la sua eleganza, il suo coraggio e il suo entusiasmo. Piera nasce a Pioppi in Toscana all’inizio del Novecento, in una di quelle belle famiglie allargate di una volta. Suo padre muore prima della sua nascita; tuttavia la bambina ha un ottimo rapporto con la mamma con la quale si trasferisce a Roma alla vigilia della grande guerra. Le vicende del dopoguerra la coinvolgono a tal punto che, fin dal 1921, si iscrive al Fascio di combattimento di Roma; il 19 ottobre 1922 prende parte al congresso che si svolge a Napoli e il 28 ottobre la ventenne Piera è a capo di un gruppetto di venti donne che formano la “squadra d’onore di scorta al gagliardetto” e con loro partecipa alla Marcia su Roma. Le sue doti organizzative la portano a diventare ispettrice della Federazione dell’Urbe, occupandosi dell’Opera nazionale maternità e infanzia, della Croce Rossa, delle colonie estive. Ma sulla politica prevale l’amore: nel 1936 lascia tutto per seguire in Africa l’ingegner Mario Gatteschi che ha sposato e che dirige i lavori della strada Assab-Addis Abeba. Quando, tre anni dopo, rientra in Italia, Mussolini la nomina Fiduciaria dei Fasci femminili dell’Urbe che conta 150.000 iscritte. Nel 1940 diventa ispettrice nazionale del partito. Caduto il fascismo, Piera si rifugia dai suoceri nel Casentino, mentre il marito, tornato in Africa come combattente, è in Kenia prigioniero dagli inglesi. Ma non è da lei nascondersi e stare in disparte: quando viene informata che Mussolini è stato liberato e ha fondato la Repubblica sociale italiana nel Nord, Piera si trasferisce a Brescia e avvia una nuova collaborazione con Alessandro Pavolini, il segretario del partito. Qui, alla fine del 1943, la Gatteschi manifesta al Duce il desiderio delle donne fasciste di avere un ruolo più incisivo nella difesa del paese. Il progetto è appoggiato da Pavolini e accettato da Graziani. Servono uomini per la guerra e le donne diventano necessarie per assisterli e per sostituirli nei tanti ruoli non di prima linea.

LETTERA ALLA MADRE SPEDITA DA UN’AUSILIARIA CONDANNATA A MORTE DAI PARTIGIANI POCO PRIMA DI ESSERE FUCILATA

24/07/1944
Mamma mia adorata,
Purtroppo è giunta la mia ultima ora. E’ stata decisa la mia fucilazione che sarà eseguita domani, 25 luglio. Sii calma e rassegnata a questa sorte che non è certo quella che avevo sognato. Non mi è neppure concesso di riabbracciarti ancora una volta. Questo è il mio unico, immenso dolore. Il mio pensiero sarà fino all’ultimo rivolto a te e a Mirko. Digli che compia sempre il suo dovere di soldato e che si ricordi sempre di me. Io il mio dovere non ho potuto compierlo ed ho fatto soltanto sciocchezze, ma muoio per la nostra Causa e questo mi consola.
E’ terribile pensare che domani non sarò più; ancora non mi riesce di capacitarmi. Non chiedo di essere vendicata, non ne vale la pena, ma vorrei che la mia morte servisse di esempio a tutti quelli che si fanno chiamare fascisti e che la nostra Causa non sanno che sacrificare parole.
Mi auguro che papà possa ritornare presso di te e che anche Mirko non ti venga a mancare. Vorrei dirti ancora tante cose, ma tu puoi ben immaginare il mio stato d’animo e come mi riesca difficile riunire i pensieri e le idee. Ricordami a tutti quanti mi sono stati vicini. Scrivi anche ad Adolfo, che mi attendeva proprio oggi da lui. La mia roba ti verrà recapitata ad Aosta. Io sarò sepolta qui, perché neppure il mio corpo vogliono restituire. Mamma, mia piccola Mucci adorata, non ti vedrò più, mai più e neppure il conforto di una tua ultima parola, né della tua immagine. Ho presso di me una piccola fotografia di Mirko: essa mi darà il coraggio di affrontare il passo estremo, la terrò con me. Addio mamma mia, cara povera Mucci; addio Mirko mio. Fa sempre innanzitutto il tuo dovere di soldato e di italiano. Vivete felici quando la felicità sarà riconcessa agli uomini e non crucciatevi tanto per me; io non ho sofferto in questa prigionia e domani sarà tutto finito per sempre.
Della mia roba lascio a te, Mucci, arbitra di decidere. Vorrei che la mia piccola fede la portassi sempre tu per mio ricordo. Addio per sempre, Mucci!
FRANCA


FRANCA BARBIER AUSILIARIA. 
SERVIZI SEGRETI DELLA RSI. MEDAGLIA D’ORO. 

24-7-44- XXII
Mamma mia adorata,
purtroppo è giunta la mia ultima ora. E’ stata decisa la mia fucilazione che sarà eseguita domani, 25 luglio. Sii calma e rassegnata a questa sorte che non è certo quella che avevo sognato. Non mi è neppure concesso di riabbracciarti ancora una volta. Questo è il mio unico, immenso dolore. Il mio pensiero sarà fino all’ultimo rivolto a te e a Mirko. Digli che compia sempre il suo dovere di soldato e che si ricordi sempre di me. Io il mio dovere non ho potuto compierlo ed ho fatto soltanto sciocchezze, ma muoio per la nostra Causa e questo mi consola.
E’ terribile pensare che domani non sarò più; ancora non mi riesce di capacitarmi. Non chiedo di essere vendicata, non ne vale la pena, ma vorrei che la mia morte servisse di esempio a tutti quelli che si fanno chiamare fascisti e che per la nostra Causa non sanno che sacrificare parole.
Mi auguro che papà possa ritornare presso di te e che anche Mirko non ti venga a mancare. Vorrei dirti ancora tante cose, ma tu puoi ben immaginare il mio stato d’animo e come mi riesca difficile riunire i pensieri e le idee. Ricordami a tutti quanti mi sono stati vicini. Scrivi anche ad Adolfo, che mi attendeva proprio oggi da lui. La mia roba ti verrà recapitata ad Aosta. Io sarò sepolta qui, perché neppure il mio corpo vogliono restituire. Mamma, mia piccola Mucci adorata, non ti vedrò più, mai più e neppure il conforto di una tua ultima parola, né della tua immagine. Ho presso di me una piccola fotografia di Mirko: essa mi darà il coraggio di affrontare il passo estremo, la terrò con me.
Addio mamma mia, cara povera Mucci; addio Mirko mio. Fa sempre innanzitutto il tuo dovere di soldato e di italiano. Vivete felici quando la felicità sarà riconcessa agli uomini e non crucciatevi tanto per me; io non ho sofferto in questa prigionia e domani tutto sarà finito per sempre.
Della mia roba lascio te, Mucci, arbitra di decidere. Vorrei che la mia piccola fede la portassi sempre tu per mio ricordo. Salutami Vittorio. A lui mi rivolgo perché in certo qual modo mi sostituisca presso di te e ti assista in questo momento tragico per noi Addio per sempre, Mucci! Franca

in:”LETTERE DEI CADUTI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA” L’Ultima Crociata Editrice. 1990. Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI
TRE DONNE ACCUSATE DI COLLABORAZIONISMO RAPATE A ZERO

Raffaella Duelli, Ausiliaria scelta del Btg. Barbarigo della Decima Mas, …non è più tra noi
E’ venuta a mancare Raffaella Duelli, Ausiliaria scelta della Xa Flottiglia Mas, instancabile testimone dell’epopea del Btg Barbarigo, artefice ed anima, insieme ad altri Decumani del Campo della Memoria, che raggiunge ora le schiere dei Combattenti dell’Onore, Eroi senza medaglia, che l’hanno preceduta.
Raffaella Duelli, l’anima dolce di una ragazza di Salo`




Ha dedicato una vita alla solidarietà, alla pietas, al volontariato. Raffaella Duelli ha vissuto una vita avventurosa, ha attraversato le tempeste d’acciaio del Novecento e le difficoltà “da esule in patria” nell’Italia del dopoguerra. Per anni si è impegnata in prima linea, dove ci sono gli ultimi, i disagiati, i poveri dei poveri, a favore di chi ha bisogno di assistenza, donando consigli o conforto a chi le andava incontro. Testimonianza reale di come un nobile spirito civico possa sopravvivere nel welfare state decadente dell’Italia del 2008 solo grazie a esempi di impegno e dedizione al prossimo. “Nel dopoguerra ho studiato presso la scuola per il servizio sociale e poi ho frequentato la facoltà di psicologia. Ho lavorato per undici anni presso la scuola speciale per subnormali a Roma, per diciannove nella struttura degli assistenti sociali di quartiere a Ostia, e infine come assistente sociale nella Città dei ragazzi di Roma. Per quanto tempo? Per altri sette anni”. Raffaella Duelli è una italiana volitiva, energica a dispetto dell’età che avanza e affronta con il cuore libero gli acciacchi dell’età. Facendo una breve somma degli anni della sua vita nei quali è stata in prima linea nel volontariato, il numero complessivo è di trentasette. Una vita spesa in prima linea, ma c’è un preambolo essenziale. La dolce Raffaella è stata una ausiliaria della Repubblica sociale italiana, una volontaria “per l’Onore d’Italia” nel Battaglione Barbarigo della Decima Flottiglia Mas, agli ordini del comandante Junio Valerio Borghese. Prima di arruolarsi era stata una giovane appassionata di arte e letteratura, aveva anche scritto un’opera teatrale, Il richiamo del cuore, dedicata alla storia di una famiglia siciliana sotto i bombardamenti americani. La fine del conflitto mondiale, oltre a tante incertezze − condivise con il resto degli italiani − le “regalò” anche un periodo di detenzione nei campi di concentramento allestiti dagli angloamericani a Terni e Spoleto. Nel libro scritto dallo storico Luciano Garibaldi, Le soldatesse di Mussolini (Mursia), tra i più toccanti ricordi di guerra c’è un affresco di umanità che la riguarda, una pagina di un’umanità perduta che torna a comporre la memoria nazionale. “Raffaella Duelli, ausiliaria della Decima Mas − scrive il giornalista romano − bambolotto di pezza azzurra, compagno delle notti infantili”, ha raccontato che “quando i colpi delle mitragliatrici si facevano vicini i ragazzi ci coprivano con il loro corpo, poi si alzavano, scusandosi, rossi in volto”. Donne e uomini si stringevano gli uni agli altri, le mani nelle mani, ma in quegli abbracci e in quelle carezze di guerra non c’era sesso”. “Con Silvana Millefiorini del Battaglione Lupo, ci siamo dedicati alla ricerca dei soldati italiani dispersi sul fronte di Nettuno e Anzio. Tante mamme – racconta con trasporto la Duelli − ci chiedevano notizie dei propri figli, caduti in guerra. Ambivamo a dare loro una tomba sulla quale portare fiori, insieme alla creazione di un luogo nel quale fosse testimoniato l’eroismo di chi ha combattuto per difendere il suolo patrio”. Con questi intenti è sorto il Campo della Memoria di Nettuno, un sacrario militare, nel quale riposano sessantatre militari e nove eroi senza medaglia, combattenti sul fronte laziale per i quali non è stato possibile compiere alcun riconoscimento. Nel 2005 Raffaella Duelli ha ricevuto il Premio Luciano Cirri per l’impegno sociale, con la seguente motivazione: “Per la pietà cristiana, la passione patriottica, il coraggio e la generosità dimostrate nell’opera volontariamente intrapresa di ricercare, ricomporre, identificare i miseri resti dei Caduti italiani e dar loro una degna e onorata sepoltura”. C’è un filo rosso che lega queste esperienze, una traccia comune salda storie così diverse, quella di guerra e quella di pace, quella da ausiliaria della Decima e quella da assistente sociale di bambini disagiati. “Nell’opera di recupero delle salme dei combattenti e nella quotidiana attenzione per chi soffre − qualità essenziale nella mia professione − c’è la stessa forza dei valori. Quegli ideali di solidarietà e patriottismo che animavano la mia prima giovinezza li ho trasferiti nell’impegno per i bambini delle periferie romane. Una certa idea della patria non può essere disgiunta da quella di solidarietà e di giustizia sociale”. I suoi ricordi attraversano in lungo e in largo l’ultimo secolo. L’ex ausiliaria li ha raccolti in un libro ormai introvabile, Ma nonna, tu che hai fatto la guerra… (Edizioni Ter), nel quale racconta il suo percorso ideale alla nipotina [nel libro citato sono pubblicate solo una parte delle memorie dell’autrice, presentate integralmente nel presente libro, NdE]. Passione civile e politica sembrano saldarsi: “Quando ero maestra − racconta con un filo di emozione − a Santa Maria di Pugliano organizzai per i miei studenti una gita a Roma. Erano ragazzi di famiglie povere, ma esprimevano un profondo rispetto per gli insegnanti, donando loro mele e uova, una 


parte di quel poco che costituiva un tipico menù familiare del dopoguerra. Solo immaginando le attese per la giornata romana provo delle emozioni particolari, le stesse che hanno riempito il mio cuore quando con i miei studenti camminammo sotto le navate di San Pietro, o per i viali del Giardino Zoologico. Per loro era una gioia immensa, una favola, e quando arrivammo attraverso l’Ostiense al mare, erano così felici che applaudivano entusiasti. In quel frangente non abbiamo potuto non piangere”. Negli occhi di Raffaella restano anche le attestazioni di affetto che ha ricevuto in tanti anni da bambini disagiati e dalle famiglie povere dell’immensa periferia romana. “Ricordo il servizio svolto nel recuperare e assistere gli sbaraccati dell’Idroscalo. E tuttora ricevo visite e lettere da famiglie che ho aiutato. Nel dopoguerra, dopo aver pagato un dazio pesante all’aver combattuto dalla parte giusta, ma perdendo la guerra, non ho scelto di fare politica in un partito, pur votando MSI − partito di cui eravamo stati fondatori, partecipando alle prime riunioni con Enzo Erra e Giorgio Almirante − fin dal 1951, quando ho riacquistato i diritti politici. Il volontariato, la scelta di schierarmi in prima linea a difesa dei poveri e degli emarginati, è stata una valutazione politica, un modo per far rivivere gli ideali nei quali credo anche nel la quotidianità, nella professione che ho svolto per una vita”. Una vita dedicata a donare il proprio cuore ai deboli, agli esclusi e all’Italia.

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Berto Ricci e "l’Universale"


Giovanni Bartolone    
   
«Avremmo voluto rispettare il desiderio dello scrittore fiorentino Berto Ricci il quale in un suo Avviso del gennaio 1932 scrisse: «Non son di nostro gusto gli anniversari, nè i grandi nè i piccoli ma …» la grave situazione italiana e la ricerca di punti di riferimento teorici sicuri per costruire il futuro su solide basi dottrinali ci spingono a violarne il volere, per cercare nel suo pensiero spunti importanti, un esempio di stile da additare ai più giovani, oltre che a ricordarlo nella ricorrenza della scomparsa.
Egli influenzò sensibilmente i giovani dell’epoca, in special modo Indro Montanelli, Romano Bilenchi e Vasco Pratolini, per i quali i suoi attesissimi “Avvisi”, pubblicati sull’Universale, erano «come una rivelazione destinata a trasformare il mondo». 
La sua importanza è riconosciuta anche da Benedetto Croce il quale nei “Quaderni della Critica” sottrae all’assoluto giudizio negativo sul Fascismo solo quei giovani fascisti alla Ricci cui «deve rendersi giustizia».

Il suo anticonformismo piaceva -come confermò Paolo Spriano- anche ai fuorusciti comunisti, tipo Ruggero Greco. 
I quali s’interessarono al professore fascista fiorentino che aveva voglia di rivoluzione, di scandalizzare i moderati scrivendo che la Russia «con la rivoluzione dei comunisti ha fatto bene a se stessa» ed elogiava gli italiani che col Fascismo avendo dato una mazzata al liberalismo e a tutti i socialismi trasformisti, «non possono sentirsi più vicini a Londra parlamentare e conservatrice, che a Mosca comunista… L’antiroma c’è, ma non è a Mosca. 

Contro Roma, città dell’anima, sta Chicago, capitale del maiale» e considerava il fascismo “borghese” come antifascismo bello e buono. 
Ma non si deve confonderlo con un bolscevico travestito, o un fascista di sinistra. 
Ricci sostenne che il Fascismo avesse bisogno sia di una fase di “destra”, che identificò nella conquista dell’Impero, sia di una di “sinistra”, in cui prevalesse la spinta sociale. 

Il nemiconumero uno, come scrisse nel 1939, «fu e resta il centro, cioè la mediocrità accomodante… Il centro è compromesso, noi siamo per l’affermazione simultanea degli estremi, nella loro totalità». 
Egli era un convinto mussoliniano; esaltava la rivoluzione fascista come «premessa necessaria dell’Impero romano che realizzerà la Monarchia di Dante e il Concilio di Mazzini». 

Berto Ricci, all’anagrafe Roberto, nacque a Firenze il 21 maggio 1905 ed eroicamente morì da tenente delle Camicie Nere, 26° Reggimento Artiglieria, III Gruppo, 9ª Batteria, verso le nove del 2 febbraio 1941 a Bir Gendula, nel Gebel cirenaico, mentre cercava di far riparare i suoi uomini dal fuoco micidiale di due aerei Spitfire inglesi. 

Alla maniera degli antichi eroi -secondo il suo amico Paolo Cesarini- «fu fulminato con il volto severo verso il cielo» mentre in piedi gridava: «A terra, a terra!»

Dopo un’iniziale militanza anarchica, nel 1930, fu conquistato dalla fede nel Fascismo, restando pervaso per tutta la feconda vita dall’entusiasmo del neofito. A Mussolini e al Fascismo Ricci arrivò collaborando al “Selvaggio”, di cui non accettava l’antimodernismo reazionario, e frequentando l’ambiente di Strapaese. ” Toscanaccio” tra “toscanacci” non poteva che apprezzare il fascismo rude, popolare e intransigente delle “squadre” che sognavano la “seconda ondata”.

Rinunciando ai molti vantaggi che il suo prestigio intellettuale e i suoi legami con il Partito potevano procurargli restò militante tra i militanti, mantenendo la famiglia con il modesto stipendio di insegnante di matematica nei Regi Istituti Tecnici Industriali Statali di Prato e “V.E. III” di Palermo, perchè‚ come scrisse Diano Brocchi «si rifiutò di campare della sua arte di scrittore per paura che il mestiere riuscisse ad influire su ciò che andava scrivendo in giornali e riviste del Regime».

Anche per Ricci si potrebbero ripetere le parole dette da Leonardo da Vinci dopo la morte di un altro giovane eroe: «Mai cieco ferro al mondo troncò più grande speranza”. 
Infatti, il giovane polemista fiorentino fu una delle più promettenti speranze della generazione venuta all’impegno dopo la tempesta della Iª Guerra Mondiale. 
Essi aspirarono ad essere degni dei fratelli maggiori o dei padri che l’avevano combattuta e vinta, morendo se la Patria ne avesse avuto bisogno, o partecipando alla edificazione dello Stato fascista con l’impegno intellettuale, di cui rivendicarono una larga autonomia. 
Egli chiese ai giovani intellettuali di misurarsi con tre storici problemi della società italiana: questione religiosa, formazione di una nuova classe dirigente e riforma del costume.

Berto Ricci appartenne ad una covata d’intellettuali militanti, fascisti eretici e puri, come ad esempio Carlo Roddòlo, Guido Pallotta e Niccolò Giani, che raccolti attorno alle riviste giovanili, “L’Italiano”, “Selvaggio”, “Cantiere”, “Vent’anni”, “Bargello”, portarono una ventata di giovinezza e di anticonformismo nel Fascismo, ormai diventato Regime e sempre più preda del gerarchismo, i cui malefici frutti si vedranno il 25 Luglio 1943.

La sua passione più viva e profonda fu forse l’attività letteraria. 
Ma l’impegno giornalistico, unito all’insegnamento, seriamente esercitato per tutta la vita, ci lasciano di lui poche opere: “Poesie” e “Corona Ferrea”, due raccolte di versi pubblicate rispettivamente nel 1930 e nel 1933; intramezzate da “lo Scrittore Italiano”, edito nel 1931, e della contemporanea traduzione del “Vicario di Wakelfield” di O. Goldsmith. “Il Meglio del Petrarca”, un’antologia del 1928, fu la sua prima opera. Colto umanista tradusse Ovidio e Shakespeare. 
Nei numerosi articoli sulle espressioni della letteratura europea contemporanea fu avvantaggiato dal conoscere il francese, il tedesco, il portoghese e l’inglese.
Nel libro “Lo Scrittore italiano”, oltre ad una serie di considerazioni sull’arte e sugli scrittori, volle fornire un modello, umano e politico oltre che artistico, agli intellettuali fascisti o italiani, termini considerati da Ricci come due sinonimi.

L’importanza di Ricci è dovuta, principalmente, alla pubblicazione dell’Universale, che ebbe come “padre spirituale” Ottone Rosai. 
Il bimensile, un «fascicolo di 30 pagine, scritto col fuoco, alla carducciana e non con lo stile alla leopardevole»; fu fondato «con la volontà di agire sulla storia italiana». 

Il periodico, segui Rosai. Il poeta stampò il foglio credendo «che attraverso i suoi errori, le sue contraddizioni, l’Universale espresse con le sue idee, anzi con la sua esistenza, una verità fondamentale: la necessità per gli artisti e per gli scrittori italiani, di partecipare alla vita italiana» senza «isolette oceaniche e paradisi artificiali» volendo «portare un contributo alla storia in atto». 
La rivista, che ebbe vita breve e difficile, uscì dal 3 gennaio 1931 al 25 agosto 1935.

Il professore e i suoi ragazzi pensavano, secondo Montanelli che: «il fascismo, da quella mezza burla che era stato sino ad allora, poteva trasformarsi in una rivoluzione vera solo se riusciva a costruire un nuovo tipo d’italiano: quello per il quale Ricci -più che a fornire idee- badò a fornire un esempio a chi gli stava intorno, e ci riuscì».

 Collaborarono al bimensile, tra gli altri, Roberto Pavese, detto il filosofo, Indro Montanelli, Romano Bilenchi, che fu il più vicino collaboratore di Ricci e che lo sostituì nella direzione del periodico dal giugno all’agosto 1935, Ottone Rosai, Edgardo Sulis, Dino Garrone, Diano Brocchi e Camillo Pellizzi. 
Da questa covata, fu compiuto l’estremo tentativo di una minoranza di giovani intellettuali d’inserirsi, incidendovi, nella vita italiana. 
Lo scrittore fu aiutato, come giudicò Montanelli, dalla «sua prosa polemica così asciutta e tagliente, e cosi in contrasto con lo stile del tempo» che «la letteratura giornalistica italiana non ne ha mai avuta di tanto stringente, dura e, qua e là, spavalda».

Farinacci dalle pagine del cremonese “Regime Fascista” accusò Ricci di “bolscevismo” a causa di due “Avvisi” del febbraio 1932 in cui si lamentava «l’ozio di una parte della classe ricca, siaborghese che aristocratica» alla quale ultima «qualche chiappafumo s’impunta a assegnarle in teoria prerogative da medioevo». 
Inoltre, i suddetti ceti venivano imputati di «criminosa diserzione» nella difficile situazione economica del periodo e ammoniti che: «La proprietà inviolabile non è affatto un principio dello Stato fascista, che ha dimostrato di saper colpire anche la proprietà in nome della Patria. La proprietà inviolabile è un dogma liberale non fascista, inglese e non romano: da noi proprietario è depositario e non altro… [la storia italiana ] è storia di spogliazioni compiute dallo Stato per il popolo».

In un “Avviso” dell’ottobre 1932, si dichiarò «non entusiasta» del concetto di Corporazione Proprietaria, esposto da Ugo Spirito durante il Convegno di Ferrara.
Nel gennaio 1933, il professore e i suoi sottoscrissero un “Manifesto Realista” in cui definirono il «marxismo incompatibile con la natura umana e soprattutto con la natura italiana», e teorizzarono che «Il tramonto inarrestabile del sistema liberale esige da una parte l’eticità dell’economia, dall’altra la graduale partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende e la fine d’ogni proletariato. Ritengono che la società futura avrà a fondarsi sul dovere del lavoro e sul diritto del produttore alla proprietà nei limiti utili allo Stato; e che il diritto di proprietà e quello d’eredità siano buoni in quanto servono allo Stato, nocivi in quanto non concordano coi suoi fini; che l’iniziativa individuale sia da favorirsi oppure da limitarsi e reprimersi secondo lo stesso criterio».

La rivista fu intransigente contro i tentativi di reinserimento nella vita politica compiuti dai vecchi sovversivi dell’Italia prefascista. 
Per l’opposizione d’Alessandro Pavolini, in quel periodo “federale” di Firenze, Ricci avrà la tessera del P.N.F. solo nel febbraio del 1934, dopo tre anni di successi de “l’Universale”.

Allo scoppio del conflitto italo-etiopico, Ricci, che aveva definito la guerra ” madre della civiltà ” e teorizzato che ” non c’è rivoluzione fascista senza impero “, lasciò la moglie, la figlioletta di appena due anni e l’insegnamento, per combattere, col grado di scelto, nella I Divisione delle Camicie Nere.
“L’Universale” diede «dodici combattenti per l’Impero; un caduto, medaglia d’argento Roddolo, un mutilato, medaglia di bronzo Cesarini».

Gli “Avvisi” piacquero molto al Duce che invitò la covata dello scrittore fiorentino, “antidealista ed antigentiliana” a portare una ventata di aria frizzante di gioventù tra le polverose stanze de “Il Popolo d’Italia”. Gli alti papaveri del Regime fecero naufragare l’iniziativa. Lo stesso Mussolini, che apprezzava il fiorentino considerandolo quasi il prototipo dell’italiano nuovo nato dal Fascismo, approvò l’iniziativa di affidargli un giornale, ma il progetto sfumò nei meandri del Minculpop, in quel periodo impegnato nella ricerca di eretici o infiltrati nelle riviste giovanili. 
La ritrosia di Ricci, cui pesava chiedere le cose più di una volta, e la vincita di un concorso alla cattedra di matematica a Palermo fecero naufragare definitivamente il progetto della “Tribuna dell’Universale”.

Il trasferimento in Sicilia, accettato a malincuore dal giovane reduce, non interruppe la sua partecipazione alla vita politica e culturale attraverso le stoccate pubblicate sulla rivista di Giuseppe Bottai “Critica Fascista” ed ad articoli sul giornale mussoliniano “Il Popolo d’Italia”. Dal 30 gennaio al 15 settembre 1937, Ricci insegnò matematica presso il Regio Istituto Tecnico Industriale “Vittorio Emanuele III” di Palermo. Critico severo delle degenerazioni cattoliche della religione di Cristo, la cui decadenza «impone ormai… di risorgere o morire», e del lento procedere verso la costruzione dello Stato Nazionale del Lavoro, Ricci diede del Fascismo un’interpretazione che si rifaceva a tratti a Mazzini, criticando la scelta monarchica del 1922.
Nell’importante lettera circolare ai collaboratori del 3 aprile 1938 scritta per annunciare la rinascita del periodico, affermò che «Bisogna preparare la libertà fascista», e che il Fascismo, dopo aver dato agli italiani il senso dello Stato, doveva educare il popolo alla vera libertà e alla partecipazione alla vita pubblica ed espresse il suo «rispetto e simpatia alla Nazione tedesca e alla rivoluzione nazionalsocialista; avversione assoluta all’ideologia razzista e specialmente a qualunque sua infiltrazione in Italia».

Allo scoppio della II Guerra Mondiale riuscì, dopo «aver scocciato mezza Italia» e aver scritto «venti lettere per farsi richiamare e venti … per farsi trasferire … ad una destinazione più guerriera da un accampamento a pochi chilometri da casa» a farsi mandare sul fronte marmarico, dove cadde mentre combatteva, da volontario in camicia nera, gli «inglesi di fuori», pensando di risolvere a guerra finita i conti con «gli inglesi di dentro».

Per Ricci, come scrisse in una lettera del 14 gennaio 1941 al pittore e scrittore Nino Bertocchi, la vittoria doveva essere «davvero imperiale e innanzi tutto morale e civile». 
In tal modo smentendo le tesi di Ruggero Zangrandi e di Romano Bilenchi, con cui aveva già chiuso da tempo, che per sminuire i loro voltafaccia post bellici parleranno poi del gesto del volontario Ricci in termini di «consapevole suicidio» o di un Ricci che sopravvissuto sarebbe diventato comunista. 

Il quale nel suo ultimo incontro con Montanelli disse che il problema di una sua conversione per lui non si poneva in quanto: «Sono già convertito -ricordando la sua giovanile militanza anarchica- non posso riconvertirmi per la seconda volta. Sarebbe una arlecchinata».

Confusa fra tante appare la sua tomba nel sacrario dei caduti d’Oltremare di Bari, l’iscrizione “(Ro)Berto Ricci” e la data della sua morte. 

Vergognosamente l’amministrazione comunale di Firenze cancellò, nel 1948, una via a lui dedicata.

Giovanni Bartolone      
Bagheria, 18 febbraio 1998