LA VERITÀ SULLA RAPPRESAGLIA DI SANT’ANNA DI STAZZEMA


Da “Sangue chiama sangue” 
di Giorgio Pisanò 
C.D.L. EDIZIONI s.r.l. MILANO 
1994
LA VERITÀ SULLA RAPPRESAGLIA DI SANT’ANNA DI STAZZEMA
(12 AGOSTO 1944)
Questa che ora rievocheremo è certamente una delle pagine più infami della “guerra privata” scritta dai comunisti durante la guerra civile. È una pagina scritta col sangue di centinaia di innocenti. Una pagina veramente incredibile nella sua agghiacciante assurdità: a Sant’Anna, infatti, i partigiani rossi provocarono coscientemente la rappresaglia tedesca, lasciarono quindi che le SS massacrassero centinaia di civili e tornarono quindi, a strage ultimata, per rapinare i cadaveri delle vittime.
Sant’Anna di Stazzema, o meglio ciò che resta di questo paese martire, è adagiata in un meraviglioso anfiteatro scavato dalla natura, a circa 700 metri d’altezza, sull’Appennino lucchese che si leva a ridosso della Versilia. Da questo anfiteatro, che si spalanca sul Tirreno, si domina tutta la costa, da Pisa a La Spezia: Viareggio, Marina di Pietrasanta, Forte dei Marmi, sono là sotto, a pochi chilometri di distanza in linea d’aria. Tranquilla nel suo isolamento (ancora oggi, per raggiungere Sant’Anna, bisogna affrontare due ore di dura salita a piedi da Valdicastello, patria del Carducci), la borgata toscana vide trascorrere lentamente i secoli: sembrava che gli uomini e il destino si fossero dimenticati dell’esistenza di quel pugno di case sparse in un angolo di paradiso. Ma venne la guerra, venne l’8 settembre: il rombo delle bombe angloamericane che esplodevano lungo la litoranea cominciò a scuotere anche le case di Sant’Anna di Stazzema.
Nel paese giunsero i primi sfollati. “Il nostro dramma”, ci ha raccontato il signor Duilio Pieri, che nella strage perdette il padre, la moglie, due fratelli, le cognate e quattro nipotini, e che dal 1945 è presidente del locale Comitato vittime civili di guerra ” iniziò praticamente con l’armistizio del settembre 1943. Fu dopo quel periodo che le popolazioni della Versilia, tormentate dai bombardamenti alleati, cominciarono a cercare rifugio nei paesi dell’Alta Versilia vale a dire sulle nostre montagne. Sant’Anna, allora, contava poco più di 450 abitanti, di colpo, vedemmo aumentare la popolazione. Ma i disagi che ci venivano imposti da questa nuova situazione non ci pesavano: facemmo del nostro meglio per andare incontro alle necessità di tanti nostri fratelli più sventurati di noi e ci ritenemmo ancora fortunati perché la guerra si manteneva lontana dalle nostre case. L’inverno tra il 1943 e il 1944 trascorse così abbastanza tranquillamente: sentivamo sì il rombo degli, aerei che venivano a bombardare le città e i paesi della Toscana sapevamo che il fronte si stava avvicinando alle nostre zone sentivamo parlare di guerra civile, di fascisti e di partigiani di rastrellamenti e di rappresaglie, ma ci sembrava che tutto ciò facesse parte di un altro mondo, che Sant’Anna sarebbe sempre rimasta tagliata fuori da avvenimenti cosi e terribili. Giunse invece la primavera del 1944. E, con la primavera, cominciarono a farsi vivi i primi partigiani “.
Dapprima si trattò di elementi isolati: sbandati ex-prigionieri di guerra alleati, qualche renitente alla leva della RSI. Poche decine in tutto. Ma a questo proposito, ecco che cosa racconta il signor Amos Moriconi, un minatore che, allora faceva il fornaio. Amos Moriconi, nella strage, ha perduto la moglie, la figlioletta di due anni, la madre, due sorelle, un fratello e il suocero. ” Li vedemmo apparire a Sant’Anna verso la fine di marzo ” ci ha detto Amos Moriconi ” e li accogliemmo così come avevamo accolto gli sfollati, fraternamente, pronti ad aiutarli. Nessuno di noi sollevò questioni di natura politica. Ma ci accorgemmo ben presto che la nostra umanità non era molto apprezzata. Gli sbandati, infatti, si accamparono sul crinale delle montagne che sovrastano, a semicerchio, il paese, e pretesero che noi li rifornissimo di viveri. Non ci restò che piegarci alla imposizione. Ma, nonostante ciò, questi individui cominciarono a perquisire le abitazioni, portando via tutti i viveri che trovavano. Il malumore serpeggiò ben presto tra la popolazione, ma ogni tentativo di ribellione venne soffocato con la minaccia delle armi spianate “.
La situazione si andò aggravando di giorno in giorno. Gli abitanti di Sant’Anna si trovavano infatti nella impossibilità di porre un freno alle angherie compiute dagli sbandati; non avevano armi per difendersi, ne intendevano chiedere aiuto alle forze di polizia fasciste o tedesche. Conoscendo bene la zona, essi sapevano che nessun rastrellamento sarebbe riuscito a snidare quelle poche decine di uomini dal vasto territorio montagnoso dello Stazzemese, ricco di caverne e di nascondigli di ogni genere. Senza contare che, una volta tornati a valle i rastrellatori, il paese si sarebbe trovato esposto alla inevitabile vendetta dei rastrellati. Verso la metà di maggio, infine, giunsero nella zona degli emissari comunisti che, in breve tempo, raccolsero questi sbandati in una formazione partigiana rossa, la “Brigata 10 bis Garibaldi”. La brigata venne posta agli ordini di un noto comunista di Serravezza.
” II fatto che nelle nostre montagne, al posto di gruppi di sbandati, si trovasse ora una brigata partigiana comunista “, ci ha detto ancora Amos Monconi ” non significò per noi nulla di meglio o di buono. In realtà, sulle prime, l’attività di questi partigiani fu minima. Li vedevamo girare per il paese armati fino ai denti, sapevamo che aumentavano gradatamente di numero, ma non ci risultava che compissero azioni di guerra contro i tedeschi e i fascisti. Questo, in fondo, ci rassicurava. Noi di Sant’Anna, infatti, non eravamo partigiani e non facevamo parte di alcuna formazione: sapevamo però che, in caso di rastrellamento, avremmo corso tutti un gravissimo rischio, specie noi uomini. I tedeschi o i fascisti non avrebbero fatto certamente molte distinzioni tra quelli della montagna e noi del paese. Purtroppo, con il mese di giugno, i partigiani comunisti, diventati ormai circa duecento, cominciarono ad effettuare puntate verso la pianura e nelle vallate “.
Sull’attività svolta in quel periodo dai comunisti arroccati sui monti dello Stazzemese esistono solo alcune pubblicazioni molto imprecise e tutt’altro che esaurienti. Siamo riusciti comunque ad attingere sufficienti notizie, e possiamo quindi dare un quadro abbastanza chiaro delle azioni compiute dai partigiani rossi nelle settimane che precedettero la strage di Sant’Anna. È una storia di agguati, brevi scontri di pattuglie, prelevamenti di cittadini iscritti al partito fascista repubblicano.
Specie contro questi ultimi, i comunisti si .mostrarono abbastanza aggressivi. Molti fascisti furono uccisi nelle loro abitazioni, spesso sotto gli occhi dei familiari. Altri, invece, vennero condotti prigionieri tra le montagne, e lì trucidati senza alcuna parvenza di processo. Ma queste azioni provocarono solo raramente la rappresaglia dei fascisti. Nella zona di Sant’Anna, anzi, le camicie nere non effettuarono mai rastrellamenti. Ne i tedeschi si scaldavano eccessivamente per questi episodi di guerra civile tra italiani. Quando però i partigiani comunisti accentuarono la loro attività nei confronti delle truppe germaniche, fu subito chiaro che le ritorsioni non si sarebbero fatte attendere.
In quei giorni, tra l’altro (parliamo del periodo giugno-luglio del 1944), gli angloamericani, superata Roma, stavano puntando decisamente verso il nord, e i tedeschi si preparavano a resistere lungo quella “Linea gotica” che doveva poggiare, nel versante tirrenico, proprio sulle montagne della Lucchesia. Alta Versilia compresa. L’attività, sia pure sporadica, dei partigiani comunisti nello Stazzemese, in un territorio cioè che stava per diventare immediata retrovia se non addirittura prima linea, allarmò, forse eccessivamente, i comandi germanici. I tedeschi inviarono così pattuglie in tutta la zona per saggiare la consistenza delle forze partigiane. Si verificarono scontri nei pressi di Sant’Anna e, di là dalla cerchia dei monti che circonda il paese, in altre località, specie a Stazzema e Farnocchia.
Va subito precisato che non si trattò di battaglie vere e proprie, così come certe pubblicazioni, anche recenti, vorrebbero far credere. Le pattuglie tedesche contavano, in media, dai quattro ai dodici uomini. Più consistenti le pattuglie partigiane: ma, in definitiva, nulla di eccezionale. Sta di fatto, però, che la presenza dei partigiani venne segnalata un pò dovunque, nello Stazzemese, e i comandi germanici giunsero alla conclusione che il grosso delle bande si era attestato sui monti che formavano l'”anfiteatro” di Sant’Anna, dalla Foce di Compito al monte Gabberi. Una zona strategicamente importante dalla quale si poteva dominare l’intera Versilia. Le puntate esplorative tedesche si infittirono. Vi furono alcuni morti da ambo le parti. Durante il mese di luglio pattuglie tedesche si avvicinarono per tre volte a Sant’Anna e, sempre, furono accolte dal fuoco dei partigiani. Gli esploratori si accorsero che i partigiani comunisti si erano trincerati in alcune case d’abitazione e anche sul campanile. E in questi termini, naturalmente, riferirono ai loro superiori: sulle carte topografiche appese alle pareti dei comandi tedeschi, un grosso cerchio nero venne allora disegnato attorno al nome di Sant’Anna. Un segno che significava morte e distruzione.
Si giunse così alla fine di luglio, allorché i tedeschi decisero di eliminare ogni presenza partigiana nello Stazzemese e specie nella zona di Sant’Anna. A questo scopo venne trasferito nell’Alta Versilia un battaglione della 16° divisione SS “Reichsfuehrer”. L’azione delle SS si sviluppò sistematicamente. Occupati e presidiati i centri nei fondovalle tutti intorno ai monti di Sant’Anna, i tedeschi presero a salire stringendo gradatamente il cerchio. I primi giorni li dedicarono a rastrellare l'”esterno” dell'”anfiteatro”. Ordinarono agli abitanti di Stazzema, di Farnocchia e degli altri borghi di sfollare e batterono quindi la zona metro per metro. I partigiani tentarono solo sporadiche resistenze, specie a Farnocchia, le cui abitazioni, per rappresaglia, vennero date alle fiamme dai soldati tedeschi 1’8 agosto.
Quella sera, con l’incendio di Farnocchia, si concluse la prima parte del rastrellamento. L’intero “anfiteatro” era ormai circondato dalle SS che si preparavano all’azione conclusiva: l’annientamento dei partigiani rossi, che i tedeschi credevano di avere ristretti sul crinale delle montagne e nell’abitato di Sant’Anna. Ma nella trappola mortale restarono solo dei civili innocenti: un migliaio di persone, in gran parte donne e bambini. ” Noi di Sant’Anna “, ci hanno confermato numerosi superstiti ” avevamo seguito con il cuore in gola gli avvenimenti di quegli ultimi giorni. Avevamo saputo dei rastrellamenti nell’altro versante della montagna e dell’incendio di Farnocchia. I partigiani, inoltre, avevano sparato dalle nostre case contro i tedeschi. Prima o poi. lo sapevamo bene. il rastrellamento sarebbe giunto anche a Sant’Anna. Ma ci sorreggeva un filo di speranza. I partigiani, infatti, continuavano a ripeterci che non se ne sarebbero andati, che ci avrebbero difesi con ogni mezzo, che non e era da temere perché loro erano più forti dei tedeschi. Ma la mattina del 9 agosto venne affisso sulla porta della chiesa un manifesto del comando germanico. Era l’ordine di sgombero per la popolazione civile; ci davano poche ore di tempo per andarcene tutti. I civili che fossero stati sorpresi ancora in paese dalle truppe rastrellatrici, sarebbero stati considerati favoreggiatori dei partigiani e fucilati come tali. La voce si sparse in un baleno. I comunisti però intervennero subito, strappando il manifesto tedesco e affiggendone un altro nel quale facevano obbligo ai civili di non muoversi. Che cosa dovevamo fare? Eravamo presi tra due fuochi. La presenza minacciosa dei partigiani comunisti era molto più concreta di qualsiasi ordinanza tedesca. Così restammo tutti “. Gli abitanti di Sant’Anna, gli sfollati che avevano cercato salvezza nel borgo appenninico non potevano certo sospettare, in quei momenti, che i comandi comunisti avevano freddamente deciso di sacrificarli. Quel giorno stesso, infatti, i partigiani rossi sparirono dalla circolazione. In paese non li vide più nessuno. Qualcuno volle sostenere, più tardi, che i partigiani della formazione comunista abbandonarono Sant’Anna perché avevano ricevuto l’ordine di raggiungere un’altra zona della Lucchesia. Non è vero. Si allontanarono, solo provvisoriamente, dalle montagne e dal paese di Sant’Anna, perché erano stati avvisati in tempo del rastrellamento decisivo che i tedeschi stavano per scatenare con la certezza di averli ormai chiusi in trappola. Se ne andarono obbligando i civili a non muoversi: calcolarono infatti cinicamente che le SS avrebbero scambiato gli uomini di Sant’Anna per partigiani comunisti e li avrebbero massacrati, tornando quindi alle loro basi con la certezza di aver “ripulito” la zona. ” Credo di essere stato uno dei pochi che ebbe la percezione di quanto stava accadendo “, ci ha raccontato Amos Moriconi. ” Ricordo che affrontai uno degli ultimi partigiani che si accingevano a lasciare il paese e gli dissi: “Perché ci abbandonate? Voi sapete bene di averci infilato in una rete e sapete anche che i tedeschi non ci risparmieranno. Avevate promesso di difenderci. Dove ve ne andate adesso?”. Ma quello mi guardò ghignando e si allontanò senza rispondermi “.
Quel giorno però non accadde nulla. Anche il 10 e l’11 agosto trascorsero in una calma assoluta, quasi irreale. Sant’Anna sembrava tagliata fuori dal mondo. Ma all’alba del 12, sul crinale delle montagne che sovrastano il paese, apparvero gli elmi bruniti e le tute mimetiche delle SS. La strage incominciò poco dopo le sei del mattino. I tedeschi, circondata la vasta conca dell'”anfiteatro” dove sorge Sant’Anna, si divisero in squadre, penetrando simultaneamente nelle diverse frazioni che compongono il paese: Argentiera, Le Case, Franchi, Vaccareccia, Coletti, Bambini, Colle, Sennari e Molini. La popolazione venne colta di sorpresa.
L’allarme però corse fulmineo di casa in casa e furono numerosi coloro che riuscirono a mettersi in salvo gettandosi nei boschi che circondano Sant’Anna. Ma, come già era accaduto in occasione di precedenti allarmi del genere, solo gli uomini tra i 18 e i 60 anni cercarono scampo. Fino a quel momento, infatti, l’incubo della rappresaglia aveva sempre risparmiato, almeno nello Stazzemese, i vecchi, le donne e i bambini. Nessuno in paese, quella mattina, poteva sospettare che i tedeschi fossero decisi a uccidere senza pietà, quali “favoreggiatori dei partigiani”, tutti gli abitanti di Sant’Anna. Nessuno poteva immaginarlo, ad eccezione però di alcune persone: i capi partigiani comunisti della zona. Questi, infatti, sapevano benissimo che i tedeschi, quando ritenevano di dover eliminare qualsiasi presenza partigiana in un determinato settore, non esitavano a massacrare anche i civili che abitavano nella zona. Lo sapevano anche perché proprio in quelle ultime settimane, e specie nel territorio della provincia di Arezzo, centinaia di innocenti erano stati trucidati nel corso di alcune feroci ritorsioni scatenate dalla attività di formazioni partigiane rosse. Ma i capi comunisti, fedeli alle direttive della “guerra privata” condotta dalla organizzazione rossa, si guardarono bene dal mettere sull’avviso gli abitanti di Sant’Anna: a loro, quegli uomini, quelle donne, quei bambini, facevano più comodo da morti che da vivi, visto e considerato, tra l’altro, che nessuno degli abitanti del paese aveva voluto entrare nelle formazioni partigiane comuniste. Sui morti, infatti, l’organizzazione comunista avrebbe potuto speculare a volontà. Alle prime avvisaglie del rastrellamento si occultarono così sulle montagne attorno al paese e se ne stettero a guardare. Ma sul comportamento dei partigiani comunisti torneremo tra non molto. Per ora riprendiamo il racconto di quanto accadde la mattina del 12 agosto nel borgo versiliese.
” Stavo ancora riposando “, ci ha raccontato il signor Mario Bertelli che allora faceva il minatore e aveva 23 anni, “quando venni svegliato all’improvviso dalle grida di un mio nipotino. Aldo Beretti: “Alzati, zio, fai presto: sono arrivati i tedeschi”. Quelle parole mi gelarono il sangue nelle vene. Da un pò di tempo, tra l’altro, ero ammalato, e proprio il giorno prima, per curarmi meglio e per alleviare i disagi di mia moglie, avevo deciso di lasciare la cascina nel bosco dove ci eravamo rifugiati, per timore di rappresaglie, in seguito agli ultimi scontri avvenuti in paese tra partigiani e tedeschi. Eravamo così tornati nella nostra casa a Sant’Anna. Spaventatissimo e convinto che i tedeschi avrebbero rastrellato il paese portando via tutti i giovani della mia età, indossai rapidamente gli abiti e corsi fuori di casa gridando a mia moglie che andavo a nascondermi nel bosco “.
Anche Mario Bertelli sperò, sulle prime, che i comunisti intervenissero in difesa del paese e della popolazione. Ma si trattò di una illusione che durò poco: ” Dal mio nascondiglio ” ci ha detto ancora il signor Bertelli ” potevo sentire l’eco degli spari e delle raffiche. La distanza mi impediva di udire le grida e le invocazioni d’aiuto. Per un pò di tempo ritenni così che i tedeschi sparassero più che altro per intimidire la popolazione come era già accaduto altre volte. Poi cominciai a vedere il fumo degli incendi. Bruciavano case un pò dovunque. Mi resi conto che la situazione si stava facendo tragica. Ero solo, senza armi. Tornare in paese in quelle condizioni non sarebbe servito a nulla: non avrei potuto aiutare i miei familiari e sarei caduto subito nelle mani dei tedeschi. Trascorsi così ore di agonia. Alla fine gli spari diminuirono di intensità e poi cessarono del tutto. Mi avviai allora verso l’abitato. Avrei voluto correre ma ero troppo debole a causa della malattia: l’orgasmo e il terrore di quanto avrei potuto vedere in paese mi piegavano le gambe. Quando giunsi, molte case stavano bruciando. Mi avvicinai alla prima: vidi alcuni cadaveri tra le fiamme. Allora corsi urlando come un pazzo verso la mia casa.
Era stata distrutta dalle fiamme, ma tra le macerie infuocate non trovai alcun cadavere. Mi spinsi allora fino alla piazza della chiesa, da dove vedevo levarsi un fumo denso. Ma quando vi arrivai, una scena spaventosa mi inchiodò al suolo senza che avessi più la forza di avanzare di un passo: un mucchio enorme di cadaveri stava bruciando lentamente. Ad un tratto mi sentii afferrare convulsamente e una voce, quella di mio padre, singhiozzò: “Sono là dentro, tutti”. Seppi cosi che nell’orribile cumulo e erano anche mia moglie, mia madre, le mie sorelle Pierina e Aurora e mio nipote.
” Che cosa sia successo nelle ore e nei giorni che seguirono, non me lo ricordo bene. So che unii i miei sforzi a quelli di altri superstiti per seppellire tutti quei morti. Nella impossibilità di identificare coloro che erano stati trucidati nella piazzetta della chiesa, scavammo due grandi fosse comuni lì accanto e li seppellimmo tutti insieme. Contammo centotrentadue creature: in maggioranza donne e bambini “.
La strage durò circa un’ora e mezzo. La rappresaglia però non si accanì contro tutte le frazioni che compongono Sant’Anna. Nella frazione Sennari, per esempio, le SS diedero fuoco ad alcune case e radunarono tutta la popolazione in una piazzetta. Sistemarono quindi le mitragliatrici per falciare quei poveretti: giunse però all’ultimo momento un ufficiale che impedì il massacro. Nella frazione Bambini i tedeschi non bruciarono case e non uccisero alcuno. Le altre frazioni, invece, furono quasi tutte distrutte e gli abitanti massacrati. Non si è mai capito il perché di questa terribile selezione. Una risposta può essere data dal fatto che le SS conoscevano o, perlomeno, credevano di conoscere l’ubicazione delle case nelle quali erano stati ospitati i partigiani o, peggio, dalle quali i partigiani avevano sparato sui loro camerati. Al rastrellamento infatti partecipò, accanto ai tedeschi, un ex partigiano comunista, di nazionalità polacca, diventato spia delle SS: fu costui, molto probabilmente, a indicare ai tedeschi le frazioni da distruggere e le famiglie da massacrare.
Nel solco sanguinoso della feroce rappresaglia restarono i corpi di centinaia di vittime. Quante, esattamente? Difficile dirlo con precisione. Ufficialmente furono 560. Ma è probabile, invece, che la cifra complessiva dei caduti sia inferiore.
Per sincerarcene abbiamo percorso l’intero abitato di Sant’Anna, cercando di ricostruire, casa per dislocazione e il numero dei componenti di ogni singola famiglia presente quella terribile mattina nel paese. Siamo arrivati alla conclusione che le vittime non furono più di 300-350. La stessa cifra, più o meno, si rileva anche da un opuscolo “Fuoco sulla Versilia”, di Anna Maria Rinonapoli (ed. Avanti, 1961), che riporta l’elenco nominativo dei civili massacrati a Sant’Anna il 12 agosto. Questo elenco consta solo di 340 nominativi. Una cifra comunque, spaventosamente alta: di questi 340 innocenti massacrati, ben 65 erano bambini di età inferiore ai 10 anni.
Un altro punto controverso riguarda la presenza o meno di italiani tra i massacratori. Abbiamo interrogato molti superstiti per appurare la verità. Ed ecco le conclusioni: nessuno, quella mattina, vide nella zona soldati in divisa italiana. Alcuni, però, sostengono di aver sentito delle SS esprimersi in italiano. È necessario, allora, precisare che i reparti che eseguirono la rappresaglia (alcune compagnie di un battaglione della 16* divisione SS), inquadravano non solo soldati di nazionalità tedesca, ma anche polacchi, ucraini e altoatesini originari della provincia di Bolzano. Questi ultimi, che parlavano correttamente la nostra lingua, si distinsero purtroppo in più di una occasione durante rappresaglie e rastrellamenti. Il plotone di esecuzione che trucidò i 335 caduti delle Fosse Ardeatine, per esempio, era composto quasi totalmente di altoatesini.
A conferma del fatto che soldati della RSI non parteciparono al massacro di Sant’Anna, esistono poi i verbali delle indagini e dei processi celebrati nel dopoguerra contro i fascisti e i soldati della RSI che avevano prestato servizio nella zona.
Nessuno di loro venne riconosciuto colpevole e condannato per aver seguito i tedeschi nella terribile strage. L’infamia di Sant’Anna di Stazzema ricade quindi esclusivamente su una formazione germanica e sui comunisti che fecero di tutto per provocare la rappresaglia, abbandonando poi la popolazione di un intero paese nelle mani dei tedeschi inferociti.
Tutte le testimonianze dei sopravvissuti di Sant’Anna sono infatti concordi nell’attribuire ai partigiani comunisti la responsabilità morale del massacro. ” Noi del paese “, ci è stato confermato ripetutamente ” non eravamo partigiani. Eravamo certi inoltre che i partigiani comunisti, in caso di bisogno, ci avrebbero difesi. Invece se ne andarono proprio alla vigilia del rastrellamento e ci lasciarono massacrare dopo averci ben chiusi nella trappola “. È indiscutibile, inoltre, che i partigiani allontanarono dalla zona, ma rimasero nascosti tra i boschi delle montagne attorno a Sant’Anna. Lo prova il fatto che nemmeno due ore dopo la fine del massacro tornarono a farsi vivi in paese: il che significa che, durante la strage, non dovevano trovarsi molto lontano. Perché non intervennero a difesa dei civili? Perché non tentarono di attaccare le SS per dare tempo ai vecchi, alle donne, ai bambini di Sant’Anna di fuggire nei boschi? Nessuno ha mai dato risposta a queste domande e nessuno ne darà mai. È significativo però il fatto che i comunisti, così bravi nell’indire manifestazioni commemorative e così pronti a spendere decine di milioni per organizzare marce e raduni in memoria delle “vittime del nazifascismo”, non hanno mai speso una lira per commemorare i caduti di Sant’Anna. La verità è che il PCI preferisce distruggere il ricordo di quei morti innocenti perché, sotto molti aspetti, le infamie compiute dai rossi nei confronti del povero borgo toscano fanno dei comunisti altrettanti complici delle SS.
I comunisti, infatti, non si limitarono a tradire gli abitanti di Sant’Anna, non si limitarono a farli massacrare. Fecero di peggio: come tanti sciacalli tornarono in paese dopo la strage e si misero a spogliare i cadaveri dei trucidati dalle SS.
Confessiamo che prima di dare credito a queste voci abbiamo esitato a lungo, tanto il fatto ci sembrava mostruoso e inconcepibile. Ma le testimonianze che abbiamo raccolto sono state circostanziate e ben precise. Ecco quanto racconta Amos Monconi, l’ex fornaio di Sant’Anna: ” Erano appena suonate le sei del mattino, quando udii la voce di mio zio. Italo Farnocchi, che gridava: “Scappa, stanno arrivando i tedeschi”. Non me lo feci ripetere due volte.
Non avevo nessuna intenzione di finire in Germania. Ebbi appena il tempo di gridare a mia moglie; “Ci sono i tedeschi”, che ero già fuori dell’uscio. Mi diressi verso un folto bosco vicino: sapevo dove nascondermi anche perché, in quegli ultimi giorni, preso dal sospetto che i partigiani comunisti non ci avrebbero difesi, mi ero preparato all’eventualità di una fuga. Restai nel bosco circa due ore. Anche io, come tanti altri, non mi resi conto, sulle prime, di quanto stava accadendo in paese. Cominciai ad allarmarmi quando gli incendi presero a divampare dovunque. Mi spostai allora in un punto dal quale potevo vedere Sant’Anna. Mi accorsi che i tedeschi trascinavano la gente fuori dalle case e la radunavano in più punti.
Ma ancora non capivo: non volevo capire. Poi le raffiche di mitraglia, gli urli. Mi sembrò di impazzire. Corsi verso il paese invocando i nomi di mia moglie Nora e della mia piccola Claudina. Raggiunsi le prime case di Sant’Anna mentre i tedeschi stavano allontanandosi. Credo di essere stato uno dei primissimi, se non il primo a rientrare nel paese distrutto e pieno di morti. Trovai la mia casa che bruciava. Di mia moglie e di mia figlia nessuna traccia. Non tardai purtroppo a sapere che erano state massacrate nel piazzale della chiesa. Ma non era finita: poco dopo, alla Vaccareccia, trovai le salme di mia madre e dei miei tre fratelli. Mi aggirai come un folle per le rovine di Sant’Anna. Non sapevo più che cosa dovevo fare; non riuscivo nemmeno a pensare. Fu allora che qualcuno mi disse che era necessario seppellire subito i morti. Raccolsi un pò di attrezzi e scavai una grande buca. Poi trasportai li presso le salme dei miei congiunti e cercai di comporle prima di seppellirle.
” Mentre mi stavo dedicando a questa terribile incombenza, vidi i partigiani. Erano due. Uno lo conoscevo bene da tempo: era un milanese che si faceva chiamare “Timoscenko”. Si avvicinarono a me. Notai subito che avevano le tasche piene di portafogli, oggetti d’oro e d’argento. Se ne erano infilati anche dentro la camicia. Li guardai senza parlare. “Timoscenko” allora mi disse: “Devi consegnarci tutti i soldi e gli oggetti di valore che trovi sui morti. Siamo noi che dobbiamo prenderli in consegna”. Mi sentii salire il sangue alla testa; impugnai la piccozza e la alzai di scatto; “Vattene”, gli dissi. “Vai via se non vuoi che ti spacchi il cranio”. “Timoscenko” esitò un momento e poi, senza replicare, si allontanò “.
Sul conto di questo “Timoscenko” e di altri partigiani comunisti ne abbiamo sentite raccontare di tutti i colori. casa, la Furono visti entrare in case dove non era rimasto più vivo nessuno e uscirne dopo aver fatto man bassa. Furono anche visti spartirsi il bottino; ” Qualche giorno dopo la strage “, ci ha confermato Teresa Pieri, una delle superstiti, ” scesi a Valdicastello. In una strada riconobbi due partigiani comunisti che avevo visto tante volte a Sant’Anna. Mi avvicinai e mi accorsi che si stavano dividendo soldi, braccialetti, catenine d’oro.

Tutta roba rapinata sui cadaveri dei nostri cari “. 
Scritto da adminil 12 novembre 2007 
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