Sono stato uno squadrista (…e lo sono ancora)


Ho pensato di fare cosa gradita scansionando e rendendo disponibile questo superlativo racconto/articolo di Miro Renzaglia pubblicato sul numero di agosto di Orion. Godetene pure.
Significati

Sono stato uno squadrista (…e lo sono ancora)
Dello squadrismo come stile di vita

di Miro Renzaglia


(da Orion n° 239, pagg. 5-10, agosto 2004)

“Lo squadrismo è stato la primavera della nostra vita,
e chi è stato squadrista una volta lo è per sempre.”

ALESSANDRO PAVOLINI


Cos’è lo squadrismo e, sopratutto, che significa squadrista? In senso etimologico, “squadrismo” deriva da “squadra”, ovvero da “quadro” più il prefisso “ex”: fuori.
Quindi, in senso stretto, “squadrismo” sta per “fuori quadro”. Ora, se a “quadro” diamo il significato che gli dà il Dardano della lingua italiana, ovvero: “il complesso degli ufficiali, dei sottufficiali e dei graduati di un’unità, di un corpo o di un reparto militare… “risulterà subito evidente che la “s-quadra” è uno stare “fuori” dai “quadri regolari”, secondo modalità che magari corrisponderanno ma NON sono quelle della legalità costituita (più o meno militarmente intesa…).
Nel senso più crono-storico e recente a noi più caro e prossimo, per “squadrismo” deve intendersi quella costituzione interna ai Fasci di Combattimento che prende il nome appropriato di “squadre d’azione”. Infatti, per non lasciare che la vittoria nella Grande Guerra, sia pur “mutilata”, fosse retaggio delle spinte antinazionali di chi (quella guerra…) non solo non la voleva ma la osteggiò con forza piagnistea e basso istinto pacio-umanitarista, (senza capire, come invece capì subito Lenin, esultando all’ingresso della Russia nel conflitto, che, quella Guerra, sarebbe stata l’unico viatico possibile alla rivoluzione…); la costituzione delle “squadre” – dicevo – non risultò vana per una certa qual “azione” drastica e propedeutica alla rivoluzione che ci fu (quella fascista… ). A conti fatti, checché ne dicano gli agiografi dell’antifascismo a tutto spiano, era del tutto logico e consequenziale che la risoluzione rivoluzionaria fosse rivendicata da chi quella guerra l’aveva voluta nello spirito delle “radiose giornate di maggio”: ai Mussolini, ai D’Annunzio-fiumani, ai Corridoni-sindacal-rivoluzionari e a tutti gli interventisti-intervenuti reduci dalle trincee: Arditi in testa.
Non credo di forzare troppo la storia militare (… e para) affermando che le “squadre d’azione” derivavo direttamente dal concetto (e dalla forma… ) antico-romano delle “legioni”, la cui costituzione è tradizionalmente attribuita a Furio Camillo. Che furono istituite (le legioni…) dopo la sconfitta subita da Roma sul fiume Ailla ad opera del gallico Brenno. Mentre la “falange” (fino ad allora operante…) era adatta al combattimento in terreno aperto, privo di ostacoli naturali, la legione è arma vincente nei territori accidentati strutturata, com’è, in “manipoli”. I “manipoli”, unità tattiche piccole e agili, si schieravano, intervallandosi fra loro, in modo da modificare forma e compattezza a seconda delle esigenze dello scontro con gli avversari. Scontri che si rinnoveranno nei secoli…. Schiere di squadristi sono cadute (nei secoli… ) invocando che altri impugnassero le insegne di una tradizione e di una civiltà, di una cultura e di un diritto superiore che pretendeva di portarsi, come voleva Corridoni: “più avanti ancora…”. Il distintivo di squadrista spettava (e spetta… ) a chi ha fatto e fa parte dei “manipoli”: da Marco Furio Camillo a Casapound…



S.P.Q.R.: all’alba dello squadrismo

Sono stato uno squadrista. Ero con l’esercito quirita, nel 406 a.c., alle mura di Vejo, avanposto etrusco. Un assedio lungo dieci anni. Dieci anni di stallo. Senza venirne a capo. Vejo sembrava inespugnabile. Addirittura, con una sortita inaspettata, i veienti, appoggiati dagli eserciti di Capena e di Faleria, riuscirono a rompere il nostro accerchiamento e ad insidiare Roma stessa. Fu così che il Senato ricorse nuovamente ad un dittatore, Marco Furio Camillo. Il quale decise le sorti della guerra con un cambio radicale di strategia militare: era inutile assediare quella fortezza incrollabile, ed era sfavorevole affrontare i veienti in campo aperto. Serviva introdurre un “manipolo” nella città. Fu scavato un cunicolo sotterraneo e una squadra legionaria penetrò dentro le mura. Fu il prologo alla conquista definitiva. Era il 396 a. c.
Ero con Furio, ancora, quando ritornò dall’esilio che gli aveva imposto il Senato ingrato e timoroso del suo auge. A Brenno, che pretendeva oro per sgomberare il campo conquistato fin sotto le mura del Campidoglio (e le oche starnazzano ancora…), oppose il suo: “Non con l’oro, ma col ferro si libera Roma…”. Lasciando ai manipoli della Legione, la libertà di rispedire l’invasore là da dove era venuto: non tanto nella celtica Gallia, ma direttamente al (suo… ) Creatore… Eja…


Ezzelino III: Squadrista ghibellino

Sono stato uno squadrista. Ero a Padova la notte del 3 luglio 1238, con l’eroico ghibello Ezzelino da Romano. Azzo VII reggente di Ferrara, con 300 uomini, si avvicinava a porta Torreselle che alcuni nobilastri filo comunali intendevano aprirgli, sperando in un’insurrezione antimperiale. L’altro incanaglito, Giacomo da Carrara, con altri 100 uomini, intanto, cercava di prenderci alle spalle. Sostituti i nobili alla porta con arcieri saraceni fidati del nostro Imperatore, Federico II, uscimmo da Porta del Prato in squadra romana, e presi di sorpresa gli attaccanti li aiutammo a rendere l’anima al Signore del papa loro che fu guelfo prima che romano. Cantammo vittoria per le Insegne dell’Impero. L’avevamo giurato: “E se a Legnano un giorno / L’Aquila fu ferita / Già sboccia a nuova vita / La rosa del ritorno…” Eja…


La squadra di Barletta

Sono stato uno squadrista. Ero con Ettore Fieramosca a Barletta. Correva l’anno 1503. Francesi e spagnoli si spartivano i territorucoli di quella che non era ancora Italia e non lo sarebbe stata per cinquecento anni ancora. Alla Capitanata gli eserciti furono l’un contro l’altro armati: gli spagno1i Consalvo da Cordova, e i francesi, conducati da Luigi d’Armagnac.
Vinsero gli spagnoli, grazie all’aiuto decisivo di noi italici mandati dal principe Colonna, e persero i francesi d’Armagnac. La sera post-evento alla Cantina del Veleno, Messer Guy de La Motte, nonostante il suo cattivo stato di sconfitto, trovò poco carine parole per noi italici, ivi allocati, profferendo lo sgradito insulto: “Senza fede, vili soldati e traditori”. Diego de Mendoza, nostro compagno d’arme, non si trattenne dall’elogiarci per coraggio e valore dimostrati sul campo, addivenendo a ciò: “Per giudicare si avessero a misurare tanti italiani con tanti francesi”. D’accordo con lui, i Colonna sostennero, con buona licenza, che detto Messer Guy de La Motte mentiva sapendo di farlo chiedendo, di conseguenza, campo aperto per il combattimento ad oltranza tra noi (italici…) e i franchi, in numero pari. E così fu. Ettore Fieramosca, Cavaliere di Capua, fu messo a capo della nostra impresa: tredici noi, tredici loro… E il 13 febbraio, araldi a cavallo per le contrade, tra squilli di trombe e rulli di tamburi, annunciarono la sfida. É tardo pomeriggio, quando le due squadre si schierano in armi, sui lati opposti del campo. Scambiato il ritual saluto e i segnali di battaglia, al terzo squillo di tromba il combattimento ha inizio: armato e violento. Sbalzati di sella, gli italiani Miale da Troia e Capoccio Romano, non si danno per vinti. Muore, infine, Miale da Troia. Invece, Capoccio, raccolte armi e forze, si rialza e fomenta i cavalli francesi provocando la caduta dei più di Francia. Ettore Fieramosca, intanto, se la vede direttamente con La Motte. Disarcionato il francese, per cortesia cavalleresca, pure lui, Ettore, scende da cavallo risolvendo alla pari il duello con furioso corpo a corpo. Ma superiore in gesta e forze, coraggio e valor militare, Ettore Fieramosca ottenne ben presto vittoria sopra l’altro e sopra tutti lor messer francesi. Che deposero le armi in res d’arresa. Dietro a Ettore Fieramosca, alla volta di Barletta, prendemmo il passo di trionfal corteo. E qui li fuochi per le strade, li lumi alle finestre, le musiche dai suoni più variati, e i canti che quella notte fur esercitati, non se potrian per umana lingua narrare a compimento. Eja…


Fratelli d’Italia: Roma s’è desta

Sono stato uno squadrista. Nella Repubblica Romana. Ero con Emilio Morosini “generale di vent’anni” (De André), capelli biondi e barba uguale, a difesa repubblicana. Avanzavano i francesi, servi incoerenti di Pio IX. Mazzini e Garibaldi disputarono sull’ora della controffensiva a Porta Portese e non se ne fece nulla. Così, restammo isolati. L’attacco fu sferrato alle due del mattino del 30 giugno 1849. Primi ad essere assaliti, resistemmo disperati finché restammo in squadra di quattro, più quel “generale di vent’anni”. Ferito al ventre da una palla e da un colpo di baionetta rifiutò la barella, impugnò la spada, serrando il nemico sull’attenti all’onor del suo (di Morosini…) eroismo.
Caduto lui, continuammo a resistere insieme a Garibaldi a villa Spada: con meno munizioni e più caduti. Vedendo che la resistenza della linea non era più possibile, il Generale mandò ordine al Medici di abbandonar Vascello e ritirarsi a Porta San Pancrazio. Rifiutato l’ordine dal Medici e affinché, opportunamente, si ritirasse, il Generale dovette metterglielo per iscritto: solo allora quel pugno di eroi si decise a lasciare il rudere glorioso. Con una schiera di legionari e di soldati del 6° reggimento, Garibaldi, il Generale, ci guidò all’ultimo assalto. Dichiarando all’istante, disperato ma sincero: “Usciamo dalle mura con i volenti armati. Dovunque noi saremo, là sarà Roma. Io nulla prometto. Tutto farò quanto è dato ad uomo di fare. E la Patria in noi ridotta, vivrà”. Eja…


Serate futuriste. Nuova alba squadrista

Sono stato uno squadrista. Futurista. C’ero anch’io al Teatro Verdi di Firenze, la sera del 12 dicembre 1913, quando il poeta declamò: “0 seimila spettatori che accorreste al Teatro Verdi, voi che avete sentito il gusto, l’ebbrezza di un istante divinamente folle di ribellione… Noi lirici e teorici lanciamo le nostre grida alte. Voi non ci domandate che l’occasione di farcene udire l’eco dentro voi stessi” (Aldo Palazzeschi). Eja…


Alla vigilia della Rivoluzione…

Sono stato uno squadrista. Ero con Mussolini e Corridoni, nel maggio 1914 quando, noi socialisti rivoluzionari, in contrasto con l’ala borghese e riformista del partito, proclamammo ai quattro venti la rivoluzione. Ero al congresso socialista di Ancona, quando Mussolini confermò la linea rivoluzionaria. Proprio da lì (da Ancona…), prese avvio la “settimana rossa”. Furono giornate di caldo assoluto e molto rovente, fitte di scontri con le truppe regolari, vere e proprie insurrezioni che portarono alla proclamazione dello sciopero. Ero con Mussolini, l’uomo nuovo del socialismo, e Corridoni, al comizio all’Arena di Milano il 10 giugno 1915 di fronte a 60.000 manifestanti milanesi, mentre il resto dell’Italia insorgeva. Mussolini dichiara: “A Firenze, a Torino, a Fabriano vi sono altri morti e altri feriti, occorre lavorare nell’esercito perché non si spari sui lavoratori…”.
Ma il PSI rinunciò a prendere la dirigenza del movimento e ci lasciò soli. Mussolini e Corridoni vennero arrestati a Milano, nei pressi della Galleria Vittorio Emanuele II e duramente percossi dalla polizia. Senza, peraltro, che borghesi e farabutti di ogni risma gli risparmiassero insulti e minacce… Ero con Mussolini e Corridoni, quando il 24 gennaio 1915 formarono i Fasci d’Azione Rivoluzionaria, dichiarando essere la socializzazione “la soluzione definitiva della questione sociale” (Corridoni). E i capitalisti non ce l’hanno mai perdonata. E non ce la perdonò nemmeno chi si sentì defraudato del diritto di saper parlare meglio e più forte di giustizia proletaria.
Ero con loro, Mussolini e Corridoni, nelle “radiose giornate di Maggio” quando sentimmo scoccata l’ora della guerra che ci avrebbe portati “dal sidacato alla trincea” e da lì, alla nostra rivoluzione.
Eja…


…Alla festa della Rivoluzione…

Sono stato uno squadrista. Ero a Fiume con il Comandante Gabriele D’Annunzio: “Nei mesi dell’occupazione fiumana cambia l’esperienza del tempo: all’improvviso esso appare di una qualità insolita. A leggere le pagine di Comisso, risulta ora dilatato fino alla noia, ora accelerato in ritmi che ne rovesciano la consueta nozione. Si vive e si agisce non inseguendo una tattica o una strategia, ma abbandonandosi all’istinto, al bisogno del momento, al capriccio. L’azione è bella di per sé, perché non ha scopo ma è disinteressata, frutto del desiderio. È questa una forma di vita intensa fuori dal tempo storico. L’idea della sospensione temporale in una sorta di eterno presente senza passato né futuro viene colta anche da Nino Ualeri, che la vede come effetto di quello stato febbricitante che, a suo dire, ha invaso dall’inizio tutti i legionari, ma soprattutto i giovani:
“”Una febbre fatta, nei più risoluti di orrore per la vita dura e grigia di tutti i giorni, di disprezzo per gli ordini costituiti, di disinteresse per il passato e per l’avvenire, di irridente spregio per la virtù e per il risparmio, per la famiglia, per gli avi, per la religione, per la monarchia e per la repubblica: di nichilistica aspirazione, infondo, di finirla in bellezza questa inutile stupida vita, in una specie di orgia eroica. Sono sentimenti codesti, che giacciono anche nel remoto sottofondo di molti benpensanti ma normalmente repressi e condannati in nome della rispettabilità. L’esplosione sfrenata di essi fu forse la caratteristica più importante dell’ambiente legionario fiumano segno di una situazione politica intrinsecamente rivoluzionaria… “” (Nino Valeri, Da Giolitti a Mussolini…, Il Saggiatore 1967). (Dall’introduzione di: “Alla festa della Rivoluzione”, Claudia Salaris, Il Mulino).


Eja… Rivoluzione!!!

Sono stato uno squadrista. In Marcia su Roma.
29 settembre 1922, Firenze: in una seduta segreta della direzione fascista si prospetta l’ipotesi di una presa di potere con la forza squadrista.
16 ottobre 1922, Milano: si decide di passare all’azione e viene colà costituito il quadrumvirato che avrebbe diretto l’insurrezione: De Vecchi, De Bono, Balbo e Bianchi.
24 ottobre, Napoli (Congresso del Pnf Mussolini proclama pubblicamente: “0 ci daranno il governo o lo prenderemo calando a Roma”. Siccome non ce lo danno con le buone (il governo…), ce lo daranno con le cattive.
26 ottobre 1922: occupiamo tutta l’Italia centro-settentrionale. Mussolini, al Teatro Manzoni, dissimula l’attenzione dei servizi monarchico-liberali assistendo, auspicale, al Cigno di Molnar. Uno squadrista lo avvisa che “Tutto è pronto”. Mussolini si precipita a casa. Chiama al telefono il segretario del partito, Michele Bianchi che lo informa: i fascisti sono alle porte della capitale. Infatti, eravamo 26.000 uomini inquadrati in quattro colonne (una di riserva e tre concentrate a Santa Marinella, Monterotondo e Tivoli) che movevano verso Roma. Mussolini rimane a Milano in attesa di sviluppi.
27 ottobre 1922, Roma: Vittorio Emanuele è deciso a non cedere alla “bravata di quattro facinorosi”. Il Consiglio dei ministri prepara i manifesti e i telegrammi per proclamare lo stato d’assedio.
28 ottobre 1922: i cittadini italiani apprendono: “Di fronte ai tentativi insurrezionali, il governo, dimissionario, ha il dovere di mantenere con tutti i mezzi e a qualunque costo l’ordine”. Facta si reca a Villa Savoia, dove il re lo attende per la firma del decreto. Ma il re si rifiuta (infatti, s’era fatto, nello stretto frattempo, una mezza idea che non fosse il caso di scatenare la guerra civile…). Saggiamente, decidono per la revoca dello stato d’assedio. Iniziano le consultazioni per la costituzione del nuovo governo. Si tenta un compromesso con la soluzione di un ministero Salandra-Mussolini. Interpellato telefonicamente, Mussolini declina gentilmente l’invito. Salandra, avveduto, declina a sua volta. Il generale Cittadini telefona a Mussolini comunicandogli che il re gli conferisce l’incarico di formare il governo.
29 ottobre1922: Mussolini si presenta al re con le note parole: “Porto a Vostra Maestà l’Italia di Vittorio Veneto, riconsacrata dalla vittoria…”. Il colloquio dura mezz’ora. Quando Mussolini riappare al portone del Quirinale è passato da poco mezzogiorno. Ritornando all’Hotel Savoia è acclamato dalla folla. Il Duce saluta dall’albergo i romani: “Fascisti! Cittadini! Il movimento fascista è vittorioso su tutta la linea…”.
31 Ottobre, Roma: sfiliamo di fronte al Milite Ignoto e al Quirinale per celebrare la vittoria. Eja…


Anni ’70: i rossi e i neri

Sono stato uno squadrista. ” 1971. Due gruppi, imbardati e bellicosi, si fronteggiavano sul piazzale esterno. Il Nautico era assalito. Fatto che, di lì a poco, imparai a considerare ciclico ricorrente. Davanti al cancello d’ingresso, i fasci. All’imbocco della via, più numerosi, gli altri. Si scambiavano slogan truci. Dalle bombe sui treni alle nostre non rare incursioni contro le altre scuole di zona, ogni pretesto era buono per essere puntati. La cosa non ci dispiaceva. Se c’era da menare, nessun fascista se ne è mai rammaricato granché. Rimasi per qualche minuto muto osservator di scena. Ero fermo, tra un “Camerata basco nero il tuo posto è al cimitero” ed un “Piazzale Loreto sarà vendicato”. Avrei potuto schierarmi con la stessa consapevolezza politica (in quel momento, quasi nulla…) in uno o l’altro dei due gruppi. Restare neutro, no. Non è da me. Il ragionamento abbassò lentamente le sue pretese. Si mise in moto qualcos’altro. Ho una vocazione metafisica per il centro. E lì, c’era un accerchiamento in atto. Fui fatalmente attratto dal fuoco, non dalla linea di circonferenza. Inoltre, per quanto politicamente semi-analfabeta, sapevo con certezza qual era l’appostamento che aveva già perso in partenza. Ecco, prima ancora di leggere Nietzsche, per non dovermi chiedere se, al getto di dadi favorevole, tante volte non fossi un baro, ho sempre preferito la puntata a perdere piuttosto che la giocata giusta. Che non è la cosa più furba del mondo. Lo riconosco. Ma credo che salvo è fatto
ognuno dalla propria croce. Oggi, so che anche gli altri non erano destinati “a una meravigliosa vittoria [.] che non esisteva”, però, lo intuiva in quel momento solo Pasolini… Sia come sia. Il thymos surriscaldò il frullio cerebro spinale. alzai la sciarpa sul viso. feci il saluto romano. e mi calai nella mia parte”. (Memme Desimo, I rossi e i neri, Settimo Sigillo… ).
Eja…


Tutti a Casa… Pound (ovviamente)

Sono stato uno squadrista… e ancora lo sono. Sono con la squadra che il 26 dicembre 2004 occupa CasaPound, al motto “L’affitto è usura”… Sono con loro, “Inquilini di una barricata”, il 4 giugno quando, asserragliati “Sul fronte dell’essere”, opponendo le nostre solite facce toste e tanti saluti romani ai 2000 “(dis)obbedienti antifa” che, in libera circolazione dietro i cordoni di polizia, imprecano al loro stato “sevvile”, molesti e inesistenziali. Anzi: molesti in quanto inesistenziali… Sono con loro: ZetaZeroAlfa, Una Macchina Targata Paura, Akira, Cutty Sark, Legione Motorizzata Fratelli Omunghus, Rupe Tarpea, Accademia della Sassaiola… alle occupazioni dei Parioli, Boccea, Torrino, OSA(ndo) essere Casa d’Italia e ONC (Occupazioni Non Conformi).
“Il fascismo del terzo millennio riparte dalla lotta per la casa… “. E da Roma. E qui, chiudendosi, il cerchio rivoluzionario quadra. Anzi: squadra… Alalà.

http://forum.termometropolitico.it/320274-sono-stato-uno-squadrista-e-lo-sono-ancora.html

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