Giudici rossi e stragismo tutto iniziò in via Rasella in esclusiva

Igor Traboni

In quella strada romana è morta la Resistenza non comunista.

Piero Zuccheretti aveva solo 13 anni quando una bomba, fatta esplodere dai partigiani del Gap nella romana via Rasella il 23 marzo 1944, lo uccise. Una vicenda tenuta nascosta, come tante altre sui partigiani, almeno fino al 1996, quando Pierangelo Maurizio, giornalista ora al Tg5, incappa in una nota a pie’ di pagina su un libro di De Simone, che rimandava ad un articolo uscito due anni prima su Il Giornale d’Italia.
Scopre così la vicenda di Piero e rintraccia il fratello gemello.
Da questi ottiene di vedere le foto di quel ragazzino, con il busto mozzato dalla bomba di via Rasella: “Non potevano non averlo visto”: l’uomo confida, insieme al dolore e all’amarezza, il suo cruccio. Una circostanza che i partigiani hanno sempre negato.
Per mezzo secolo è stata negata, ignorata, nascosta la stessa morte di quel bambino. Pierangelo inizia a scavare, senza sosta. Nel 1996, quando lavora al Tempo di Roma, pubblica molti articoli e poi “Via Rasella, 50 anni di menzogne”. Adesso quel libro, già sconvolgente, torna in un’edizione aggiornata, che si può ordinare dal sitowww.pierangelomaurizio.com

 MAGISTRATURA COMPIACENTE GIA’ ALLORA
E’ lo stesso Autore che ne parla in anteprima con Il Giornale d’Italia: di quel primo libro ha cambiato quel “50” barrandolo con un “70”.
Perché intanto sono per l’appunto diventati ben 70 gli anni di incredibili bugie, occultamenti, sviste, verità conosciute e non dette, su via Rasella.
Menzogne. Menzogne su menzogne.
Tanto da far cadere il castello di carte messo su dai partigiani e dalla prima magistratura compiacente con i “rossi”. 
Un ‘vizietto’ che nel dopoguerra ha accompagnato l’Italia e gli italiani.
Ma con calma diremo anche di questo…
“La parte centrale della storia – racconta Maurizio – è rimasta la stessa, con le fasi dell’attentato compiuto dai gruppi armati del partito comunista in quel marzo del ’44 a Roma, a cui seguì la rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine. Ho aggiunto altri capitoli e documenti che avvalorano particolari inediti”.
Pierangelo è andato a scavare negli archivi, a sentire gente, a inseguire e trovare pagine ingiallite di giornali, foto ancor più consumate dal tempo.
Ma che il tempo non consuma. Ecco quindi, ad esempio, la testimonianza di un sopravvissuto del battaglione “Bozen”, che racconta come quel giorno marciavano con i fucili scarichi.
Ecco il tentativo, maldestramente riuscito anche se con tanto di sentenza definitiva della Cassazione arrivata nel 2007, di far passare e liquidare come “falsa” la foto del corpo mozzato di Piero Zuccheretti.
“Già all’epoca – racconta Maurizio – il potere di interdizione sulla magistratura, da parte dell’allora partito comunista, era fortissimo, tanto che nel 1948 il Tribunale Militare di Roma fu indotto ad un falso clamoroso, con una sentenza che parlava della morte di un bambino e di un’altra persona non identificata in via Rasella.
Ma quelle due vittime erano state perfettamente identificate. 
Un errore inspiegabile o impossibile. Fece sì che non fosse possibile alcuna azione penale per accertare eventuali responsabilità nei confronti di chi aveva messo la bomba”.

QUEL BAMBINO FATTO A PEZZI
C’è voluto mezzo secolo e solo di fronte all’evidenza, chissà perché, per far ammettere ai capi partigiani che in via Rasella l’attentato aveva ucciso un bambino, che non c’entrava niente.
Eppure uscirono dei necrologi sul Messaggero e la morte di Piero all’anagrafe romana venne registrata come avvenuta ‘per scoppio di bomba’, anche questo tenuto nascosto per anni.
E attorno a quella foto di Piero, poi, è montata un’altra incredibile storia: Maurizio la pubblica sul Tempo, il 24 aprile  1996.

Pochi giorni dopo, foto e notizia vengono riprese dal Giornale, con un articolo di Francobaldo Chiocci e un commento del direttore, Vittorio Feltri.
Il gappista Rosario Bentivegna querela entrambi e l’editore.
Tra i vari argomenti, si sostiene che quella foto, la foto del busto mozzato di Piero Zuccheretti, è un falso perché che vi si vede il cordolo di un marciapiede che all’epoca in via Rasella non c’era.
Ma in primo grado il Giornale fu assolto e Bentivegna condannato a pagare le spese processuali.
In Appello però monta la grancassa mediatica e vengono ammesse 30 foto scattate dai tedeschi in via Rasella e conservate al Bundesarchiv di Coblenza.
Viene ammesso il parere di Carlo Gentile, studioso specializzato in ricerche negli archivi tedeschi, a parere del quale nelle altre foto non si vedono marciapiedi, per cui “a mio avviso è del tutto improbabile che possa essere stata scattata a via Rasella il 23 marzo 1944”.

Sulla base di questo parere la Corte d’Appello di Milano (sentenza del 14 maggio 2003) e poi la Cassazione il 23 maggio 2007, condannano il Giornale a risarcire Bentivegna.
La grancassa rossa di cui sopra sbandiera la presunta verità.
Ma è un errore.
“Basta” dice Pierangelo Maurizio, “andare in via Rasella per rendersi conto che quello che compare nella foto del corpo straziato di Piero non è il cordolo di alcun marciapiede ma il basamento del palazzo.
Il resto lo ha fatto Gian Paolo Pelizzaro, un collega molto bravo, che con un lavoro certosino è riuscito addirittura ad individuare due screpolature nel marmo che compaiono nella foto e che sono ancora visibili”.
Insomma, se non ci fosse stata tanta fretta nel voler dichiarare falsa quella foto, c’è da chiedersi se quello scatto, anche a distanza di mezzo secolo e più, avrebbe invece permesso di stabilire dove si trovava esattamente Piero Zuccheretti al momento dell’esplosione.

IL MORTO DI BANDIERA ROSSA
Pierangelo Maurizio, in questo secondo libro approfondisce e svela altri particolari inediti attorno ad una seconda morte in via Rasella:
“Si chiamava Antonio Chiaretti. Ed era un partigiano di ‘Bandiera rossa’, un’organizzazione, radicata a Roma, che il Pci vedeva come eretica o semplicemente come una pericolosa rivale.
Tant’è che Chiaretti potrebbe essere ritenuto uno di ‘loro’, comunque un appartenente alla Resistenza romana.
E invece pure la sua morte, ucciso da ‘scoppio di bomba’ come risulta all’anagrafe, è stata cancellata.
Ho anche scoperto che con lui c’erano altri compagni di Bandiera rossa, che finirono poi alle Ardeatine.
Che ci facevano a via Rasella?
Ho incontrato gli ultimi sopravvissuti di Bandiera rossa e loro si sono fatti l’idea che fossero stati attirati in una trappola, che si volesse far ricadere la responsabilità dell’attentato sulla loro formazione”.
Ed è questo il cuore della tragedia di via Rasella e delle Fosse Ardeatine.
Su cui, dopo le prime rivelazioni nel ’96, è calata di nuovo la cappa pesante della rimozione e, per farlo, in questi anni si sono aggiunte ulteriori bugie.
Eppure Maurizio offre ai lettori un altro particolare di assoluto rilievo: “Tra i faldoni della Commissione che riconosceva i partigiani, che dava loro una sorta di brevetto e che è stata aperta fino a pochi anni fa, ho trovato la scheda di Antonio Chiaretti, e lì c’è scritto’ morto il 23 marzo 1944 a Via Rasella.
A un certo punto anche la sua morte cercarono di infilarla tra i caduti delle Fosse Ardeatine, vittima dei tedeschi”.
Insomma, ecco che ancora una volta la commistione rossi-potere (giudiziario e mediatico) inizia proprio con via Rasella.
“Di fatto – racconta Maurizio – Bandiera Rossa, il fronte Militare clandestino e il Partito d’azione furono decimati alle Fosse Ardeatine, dopo l’attentato di via Rasella.
Poi il veto del Partito Comunista Italiano ne ha cancellato per sempre la memoria”.
Anche se quel ‘per sempre’ è destinato ad essere superato dalle pagine di questo bel libro che va letto, distribuito nelle scuole (se vi fossero insegnanti così coraggiosi), presentato in ogni città e nei vari festival che pure s’ammantano della parola ‘letteratura’ solo perché ospitano un Travaglio o una Littizzetto (se vi fossero assessori altrettanto coraggiosi)..

ALLE FOSSE ARDEATINE E’ MORTA LA RESISTENZA NON COMUNISTA
“A via Rasella e alle Fosse Ardeatine – torna a sottolineare Maurizio durante la nostra chiacchierata – è morta la resistenza non comunista. 
Ed è nato altro, purtroppo ben altro. 
Come la capacità di inibire e, quindi, di orientare la magistratura da parte dei comunisti. 
Diciamo che, nell’immediato Dopoguerra, a partire da via Rasella, la magistratura, largamente compromessa con il fascismo, sui fatti e misfatti dei partigiani rossi si è comportata come le tre scimmiette.
Credo che molto su via Rasella debba ancora essere scritto, anche a livello di passaggi storici: tutto avvenne alla vigilia del ritorno di Togliatti dall’esilio da Mosca, con accordi già fatti con il governo Badoglio, tanto che di lì a poche settimane Togliatti entrò nel secondo esecutivo Badoglio come vice presidente.
L’uso politico dello stragismo è iniziato lì, da via Rasella.
Tanto che, per dirne un’altra, quando alcuni membri dell’associazione familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine cominciarono ad avere dei dubbi sul reale svolgimento dei fatti, il Pci mandò commissario, un funzionario di partito.
Il resto lo ha fatto l’egemonia culturale della sinistra, dalle case editrici alla scuola al cinema.
E si è imposto un conformismo che se non è il pensiero unico ci assomiglia molto.
Basta un piccolo test. Le vicende di via Rasella appartengono non alla cronaca ma alla Storia.
Bisognerebbe chiedersi perché la ricerca storica si sia attenuta strettamente alla vulgata di sinistra.
Secondo te se un docente universitario, un ricercatore di una qualsiasi nostra università, uno storico di professione si fosse intestardito a vederci chiaro su una delle azioni più famose della Resistenza, avrebbe fatto, farebbe carriera, i suoi libri sarebbero tra i titoli delle case editrici più prestigiose,  o si sarebbe rovinato, si rovinerebbe l’esistenza?”, conclude amaramente Pierangelo Maurizio.
Igor Traboni


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