Le carte più segrete di Mussolini


Del fantomatico carteggio Churchill-Mussolini, l’insieme dei contatti diplomatici segreti intercorsi tra Italia e Inghilterra subito prima e durante la seconda guerra mondiale, ne ha parlato recentemente Fabio Andriola quando ha dato alle stampe il suo pregevole ultimo saggio intitolato «Carteggio segreto. Churchill Mussolini» (Sugarco Edizioni, 2007).
L’Andriola non ha, tuttavia, enfatizzato un particolare importante che merita di essere ripreso, sottolineato e riletto alla luce di altre conoscenze già acquisite e di nuove intriganti testimonianze fresche di giornata.

In un bel libro di accalorate memorie, «Il chiodo a tre punte», pubblicato nel 2003 da Gianni Iuculano Editore, la oggi ottantacinquenne Elena Curti, una figlia naturale di Mussolini, ha scritto: «Mussolini salì sull’autoblinda a Menaggio (ore sei del 27 aprile 1945) senza mai abbandonare una busta di pelle marrone di un 25-28 centimetri per 18 circa che teneva tra le mani. Una volta seduto, si mise la busta sulle ginocchia e vi appoggiò sopra le mani con fare possessivo. Mi guardava: ‘Qui ci sono dei documenti di estrema importanza. Qui c’è la verità di come sono andate le cose e chi sono i veri responsabili della guerra. Non solo gli italiani, ma soprattutto gli inglesi e gli americani devono saperlo e tutto il mondo si sorprenderà’».
«Mi affrontava come al solito, ponendo il tema direttamente, senza preamboli. Spesso mi sono domandata che cosa mi avrebbe risposto se gli avessi chiesto spiegazioni. Forse sapremmo qualcosa di più su quei fantomatici documenti di cui si è tanto parlato, forse sapremmo in che consisteva la ‘verità’. Quando il Duce scese dalla blindo, vestito da sottoufficiale della Luftwaffe (FLAK), portava la busta di pelle con sé. Le sue dimensioni gli permettevano di nasconderla sotto la giacca».

Nel 1995 il noto giornalista-scrittore Raffaello Uboldi ha dato molta importanza a queste parole.
Gli erano state riferite dalla signora Curti nel corso di una lunga intervista telefonica.
Il che lo ha indotto a scrivere un articolo, «Quella busta che mio padre teneva stretta», pubblicato il 17 settembre su un quotidiano milanese.
Era la seconda volta che si parlava sulla carta stampata, con una dovizia di dettagli, del contenuto del piccolo involucro marrone conservato con religiosa cura da Mussolini in fuga verso il Ridotto Alpino Repubblicano: la Valtellina (già in precedenza Elena Curti, prima degli anni sessanta, aveva detto le stesse cose ad un’altra testata giornalistica) (E. Curti, comunicazione personale). Accompagnato dalla Curti e da altri devoti in camicia nera, il Duce voleva consumare, tra i picchi innevati delle alpi, il virile ed agognato olocausto redentore, un sudario di ferro e fuoco che Alessandro Pavolini, il segretario del Partito Fascista Repubblicano, aveva da tempo simbolicamente iconizzato (V. Podda, «Morire con il sole in faccia», Ritter, 2005).

Ha scritto Asvero Gravelli («Mussolini aneddotico», Latinità, s. d.), riferendo un fatto accaduto nella Prefettura di Milano alla fine di aprile del 1945: «Mussolini sollevò lo sguardo su di me che gli stavo di fronte, lentamente portò la mano sinistra sulla parte destra interna della giubba, ne estrasse un pacchetto di carte, legato, e protendendolo verso di me, esclamò: ‘Gravelli! Bisogna resistere ancora un mese: ho tanto in mano da vincere la pace. Combatteremo e moriremo bene, se necessario, ma ricordatevi (e qui scandì le parole sillabando) ho tanto in mano da giocare la pace’».

Come è risaputo, Mussolini è stato arrestato alle tre del pomeriggio (27 aprile del 1945) sulla piazza di Dongo dai partigiani della 52° Brigata Garibaldi, una formazione di «ribelli» male in arnese che operava sui monti della Tremezzina (provincia di Como).
L’esecutore materiale dell’arresto è stato Urbano Lazzaro, il patriota Bill, un ex finaniziere con simpatie monarchico- badogliane.
Ha affermato il Lazzaro, allora vicecomissario politico della 52° Brigata garibaldina: «Al momento dell’arresto il Duce indossava un cappotto militare tedesco, la camicia nera, pantaloni alla cavallerizza e gli stivali. Non aveva la giacca» («Il compagno Bill», SEI, 1989).
L’attendente di Mussolini, Pietro Carradori, ha asserito che: «Il capo del fascismo repubblicano, quando è salito sul camion militare dei tedeschi, vestiva il cappotto da sottoufficiale della FLAK sopra alla solita divisa di panno grigio-verde senza gradi e distintivi. Io stesso l’ho aiutato ad indossare il pastrano dei nazisti sopra la giacca » (Luciano Garibaldi, «Vita col Duce», EFFEDIEFFE, 2001).
La Curti, avendo assistito alla scena, ha confermato le parole inequivocabili del fedele e fidato attendente del Duce (E. Curti, comunicazione personale).
I finanzieri della casermetta di Germasino, in cui il dittatore era stato trasferito per maggior sicurezza, hanno ripetutamente dichiarato che in quei momenti Mussolini sentiva freddo.
Una sensazione che sarebbe stata di certo acuita dal fatto di essere senza la giacca,
un abbigliamento parziale che le Guardie di Finanza non avrebbero mancato di segnalare se il Duce non avesse realmente indossato quel capo di vestiario (A. Zanella. «L’ora di Dongo», Rusconi, 1993).

Nella notte tra il 27 ed il 28 aprile Mussolini è stato coartatamente rinchiuso nella casa dei contadini De Maria, una disadorna magione rurale situata a Bonzanigo, un borgo appartenente al comune di Mezzegra.
Lia De Maria ha detto che in quella circostanza il leader fascita calzava la divisa militare, il che sottointende una vestizione completa, giubba inclusa (A. Zanella, opera citata).
Walter Audisio, il colonnello Valerio, se vogliamo dar credito alla sua controversa e raffazzonata ricostruzione dei fatti (Giorgio Pisanò, «Gli ultimi cinque secondi di Mussolini», Il Saggiatore, 2004), ha più volte dichiarato che davanti al cancello di villa Belmonte (Giulino di Mezzegra, un paese anni addietro rinomato per la bontà del suo pane), il dittatore indossava, prima di essere fucilato, l’uniforme da Caporale d’Onore della Milizia ed un pastrano militare di color ruggine
(«In nome del popolo italiano», Edizioni Teti, 1975).
In un opuscolo divulgato nel 1951 dalla propaganda comunista viene ricostruito il calvario mussoliniano, cioè le tappe che lo hanno portato da Dongo al celeberrimo cancello di villa Belmonte.
Più fotogrammi mostrano che il Duce indossa la giacca della divisa d’ordinanza. (AA. VV., «Dongo. Ultimo atto di un dramma», Nuova Edizioni, Distribuzione A. G. Marco Film, Milano, 1951).
U. Lazzaro (Bill), rimarcando con oculata astuzia maliziosa la mancanza della giacca, ha voluto distogliere l’attenzione dalla busta di pelle marrone contenuta in una tasca interna di quell’indumento.

Dice la Curti: «La busta è stata consegnata da un Duce riluttante a Pier Luigi Bellini delle Stelle (Pedro), il comandante della 52° Brigata Garibaldi, quando il capo garibaldino ha perquisito l’illustre prigioniero nel Municipio di Dongo» (E. Curti, Comunicazione personale).
Le affermazioni della Curti sono state confermate dalle immagini di una trasmissione televisiva andata in onda su Rai-tre nell’inverno del 2006.
Pedro ha sempre volutamente omesso di menzionare l’avvenuta consegna di documenti posseduti dal capo del fascismo e da lui riposti nelle tasche della montura che aveva addosso al momento dell’arresto (P.L. Bellini delle Stelle, U. Lazzaro, «Dongo: Ultimo atto», Mondadori, 1962).
Il silenzio reticente di Pedro, i cui sentimenti erano filosabaudi, fa paio con i meschini sotterfugi depistanti del suo sottoposto Bill (U. Lazzaro).
Costui, nel primo dopo guerra, ha per anni sbarcato il lunario, lucrando sui fatti di Dongo che l’avevano visto come uno dei principali attori protagonisti.

U. Lazzaro nel suo libro intitolato «L’oro di Dongo», Mondadori, 1998, afferma: «Riecco la pubblicitaria Elena Curti (21 maggio, 1957): dichiara alla Corte che nelle carceri di Dongo fu violentata da ‘Bill’. C’è improvviso silenzio e stupore nell’aula: il presidente, il Pubblico ministero, i giurati, perfino l’avvocato Bovio (il difensore di ‘Bill’) mi guardano, studiano la mia reazione. Io sono lì a bocca aperta. Ma cosa dice quella strega? Seduto davanti a me, l’avvocato Polcaro, della difesa comunista, esclama vittorioso: ‘Finalmente il giglio è caduto nel fango’. Incapace, sul momento, di parola, faccio capire all’avvocato Bovio che io non ne so proprio niente. Intanto il presidente chiede alla Curti: ‘Riconoscerebbe il suo violentatore se lo rivedesse?’. ‘Certamente’ risponde la donna. Il presidente, volgendosi a me: ‘Signor Lazzaro, venga qua’. Salgo sul pretorio e vado a pormi davanti alla Curti. ‘Lo riconosce?’ chiede il presidente. La Curti mi guarda attenta, poi esclama stupita: ‘Ma questo non è il partigiano Bill’. Intervengo io deciso: ‘Io sono il partigiano ‘Bill’, signorina. Sono stato io ad usarle violenza?’. Contrita, adesso risponde: ‘No, quello era più piccolo, più massiccio, aveva capelli neri e carnagione scura. No, non è questo signore’. Il presidente ci congeda entrambi. Scendendo dal pretorio, proprio all’avvocato Polcaro, d’impulso, gli mostro la lingua. Subito l’avvocato protesta con il presidente per la mia mancanza di rispetto».

Queste frasi del Lazzaro stonano con quanto da lui in precedenza asserito per iscritto: «Fatta prigioniera, pur essendo stata maltrattata, (la Curti) non subì sevizie, fu condotta nella caserma dei carabinieri di Dongo e ivi restò dal 27 aprile al 10 maggio».
Il che non lo fa desistere dal raccontare bugie perché in un’altra pagina del libro scrive con rinnovata solerzia e con blasfema sicumera: «Del tutto inaspettata si ripresenta alla Corte Elena Curti (7 giugno, 1957); comunica che è andata a Dongo ad indagare ed ha visto e riconosciuto colui che la violentò nelle carceri: Giuseppe Negri di Dongo. Aggiunge che, per unanime consenso, ‘Bill’ fu l’unico partigiano a comportarsi con rispetto ed umanità con i prigionieri fascisti di Dongo (da notare l’autocompiacimento)».
La Curti, da me interpellata personalmente, ha smentito recisamente le affermazioni del Lazzaro. Bill ha dimostrato anche in questa istanza di quale pasta fosse fatto.
Elena mi ha detto che la sua testimonianza al processo di Padova può essere reperita, basta consultare gli atti processuali depositati presso l’Archivio di Stato patavino.

Il comissario politico comunista della 52° Brigata Garibaldi, Michele Moretti (nome di battaglia Pietro Gatti), ha tacciato pubblicamente Bill e Pedro di essere dei meschini bugiardi opportunisti. Due intrallazzatori che s’approfittavano, per puro tornaconto personale, della falsa ed effimera notorietà casualmente derivatagli dalla sfortunata conclusione della tragica vicenda mussoliniana. Finita l’insurruzione, la coppia di ex patrioti viveva in alberghi di lusso (l’Hotel Barchetta di Como), pagando conti salati con i soldi che aveva confiscato ai gerarchi fascisti catturati a Musso e poi brutalmente fucilati senza processo sul lungo lago di Dongo (G. Perretta, «Dongo 28 Aprile», La verità, Actac, 1990).
Il Bellini delle Stelle ed il Lazzaro hanno ricevuto regali in oro (costosi orologi) da agenti dei servizi segreti degli alleati con cui da tempo collaboravano.
Probabilmente certe loro delazioni hanno consentito ad imprecisati killer di uccidere Mussolini, impedendo che fosse consegnato vivo e processato dagli angloamericani (M. Di Belmonte, «L’assassinio di Benito Mussolini», Reperibile per via telematica, 2008, fncrsi.altervista.org ).
Il conte Pier Luigi Bellini delle Stelle non ha mai voluto chiarire, nelle poche interviste da lui rilasciate nel periodo postbellico, i lati oscuri che da sempre circondano la fine cruenta di Mussolini.
La scarsa disponibilità dimostrata nei confronti dell’opinione pubblica è, infatti, diventata, agli occhi della gente, una farsa grottescamente proverbiale.
In modo indiretto non ha fatto altro che avallare le lacunose e fuorvianti affermazioni del colonnello Valerio del quale, a parole, diceva, dissenziente, di non volersi fidare.
Secondo Pedro l’Audisio era animato da principi omicidi che il partigiano di nobile casato non condivideva affatto.
Tuttavia non si è adoperato in alcuna maniera per contrastarli sul campo operativamente.

Se il Duce è morto come è morto è anche per colpa dell’omertoso capo garibaldino il cui comportamento ha, in realtà, ben poco di quello che dovrebbero avere coloro che ostentano l’aristocratico blasone di cui si fregia con vanto la sua stirpe (F. Andriola, «Appuntamento sul lago», Sugarco Edizioni, 1990).
Oltre a schermirsi, Pedro ha sempre scaricato su Luigi Canali (il capitano Neri) le non poche responsabilità che si era assunto quando i partigiani ai suoi comandi avevano fermato a Musso la «Colonna Mussolini» diretta in Valtellina.
E’ stato un comodo ripiego perché il Neri, il deus ex machina di tutto l’affaire Mussolini, è morto, per mano comunista, nel maggio del 1945.
Essendo un compagno non ortodosso, il Neri si era adoperato per impedire che «L’oro di Dongo» (U. Lazzaro. opera citata) finisse indebitamente nelle casse del PCI.
Un’operazione che Dante Gorreri, il capo della federazione bolscevica di Como, ha potuto portare a termine solo dopo l’eliminazione fisica del Canali restio ad accettare, senza discutere, i diktat imperativi imposti dal partito comunista (F. Giannantoni. « ‘Gianna’ e ‘Neri’: Vita e morte di due partigiani comunisti», Mursia, 1992; F. Giannantoni, G. Cavalleri. « ‘Gianna’ e ‘Neri’ » fra speculazioni e silenzi», Arterigere, 2002).

Era il legalitario capitano Neri, in collegamento con gli inglesi (L. Garibaldi, «La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci?» Ares, 2002), e non Pedro (contava poco), a voler consegnare il Duce agli angloamericani.
Il che era stato stabilito dagli accordi firmati a Cassibile («Armistizio corto», 3 settembre del 1943) dal governo esarchico italiano, presieduto da Ivanoe Bonomi, e dai rappresentanti degli alleati invasori o liberatori, se si preferisce usare un termine «alternativo».
Una velleità utopica che si scontrava frontalmente con la feroce volontà dei fazzoletti rossi i quali consideravano la Russia, avendo il mito dei Kolchoz e dei Gulag, come se fosse «La Patria delle Patrie» dove «Brilla il sol dell’avvenir» (F. Bandini. «Vita e morte segreta di Mussolini», Mondadori, 1978).
Il leader filorusso Palmiro Togliatti scorazzava, infatti, per l’Italia liberata con la rubanska grigioazzurra dei contadini ucraini e sbandierava ai quattro venti la sua ambiziosa qualifica di pacioso filologo umanista.
Non si esentava, tuttavia, dallo sgolarsi, dai microfoni di Radio Bari, per reclamare con veemenza la convenuta scannatura di Mussolini.
Nel fare ciò rispettava alla lettera gli ordini provenienti dall’imperialista Komintern moscovita diretto egemonicamente dal sanguinario despota georgiano Joseph Stalin (M. Caprara, «Quando le botteghe erano oscure», Il Saggiatore, 1997).

La sentenza di morte pendente sulla testa del Duce era condivisa dagli azionisti di Leo Valiani e dai socialisti di Sandro Pertini, due esponenti politici di spicco che, unitamente al marxista Luigi Longo, impersonavano il nocciolo duro del fronte resistenziale milanese.
Essi operavano in clandestinità nell’Italia del nord governata dalla Repubblica di Mussolini.
E’ stato il CNLAI (Comitato Nazionale di Liberazione Alta Italia) ad impartire l’ordine mortifero di uccidere il Neri ((R. Festorazzi, «La gladio rossa e l’oro di Dongo», Il Minatauro, 2005). Un’ordinanza letale emanata da un ben protetto e colluso rifugio conventuale (U. Lazzaro, «Dongo mezzo secolo di vergogne», Mondadori, 1997).
La Curti, imprigionata nella caserma dei Carabinieri di Dongo, aveva incaricato Bill di dire al Neri che voleva riavere la sua borsa contenente 70.000 lire (diversi stipendi accumulati) per poter far fronte ad alcune spese impellenti.
Il cinico U. Lazzaro, ridendo sarcasticamente, ha risposto: «Ma quello (il Neri) non c’è più, è andato in Svizzera senza le scarpe» (E. Curti, comunicazione personale).
La frase dimostra di che pasta fosse fatto il vicecommisario politico della 52° Brigata Garibaldi.
Si tratta di un individuo sprezzante a cui non stava a cuore l’infausto destino a cui era andato incontro un compagno che aveva condiviso con lui, per lunghi mesi invernali, l’esperienza fuorilegge del partigianato.
Una vita vissuta alla giornata salendo e scendendo, tutti sferraglianti d’armi, i freddi e brulli monti innevati dell’impervio circondario comasco.

L’interesse degli studiosi, volendo ritornare a bomba per riportare l’attenzione del lettore sugli incartamenti mussoliniani, si è finora concentrato sul contenuto della borsa di cuoio marrone affidata da Mussolini, prima di salire sul camion della Luftwaffe, a Marcello Petacci (sotto le mentite spoglie di un diplomatico spagnolo, il fratello di Claretta faceva parte della «Colonna Mussolini» che stava per raggiungere la Valtellina) e sul tenore delle carte riposte in quella che il Duce ha personalmente consegnato ai partigiani quando è stato catturato sulla piazza del paese lacustre.
Anche la cartella del capo fascista in mano al colonnello della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) Vito Casalinovo, l’ufficiale d’ordinanza del dittatore, è stata sequestrata dai militanti della resistenza e setacciata, come le altre, dai dirigenti del CNL (Comitato Nazionale di Liberazione) lariano.
Costoro hanno fatto incetta, dopo un’opportuna spartizione, di carte segrete che avrebbero dovuto essere consegnate intonse al generale Raffaele Cadorna, il comandante del CVL (Corpo Volontari della Libertà) inviato a Milano dal Primo Ministro del Regno del Sud, generale Pietro Badoglio (F. Andriola, opera citata).
La gentile Signora Curti indica in quale altra direzione si devono concentrare le ricerche per carpire i segreti dei dossier mussoliniani e per scoprire una verità storica ancora lungi dall’essere definitivamente accertata: cosa c’è di concreto e di oggettivo nell’epistolario internazionale scambiato tra il capo del fascismo repubblicano e l’albionico ed egocentrico «Winnie» (Churchill), il cui modus vivendi (anfetamine e alcool) era tutt’altro che sobrio e morigerato (F. Andriola, Mussolini-Churchill. Carteggio segreto», Piemme, 1996).
Gli sforzi della Curti per coinvolgere, anni addietro, l’ingegner Luigi Carissimi Priori, il saggio «custode» del carteggio Churchill-Mussolini, sono risultati vani.

Il Carissimi Priori, dopo averla personalmente recuperata (1945) da un armadio blindato della sede comasca del PCI dove l’aveva nascosta il dirigente locale D. Gorreri, ha poi consegnato (1946), tramite persona interposta, la documentazione di cui era entrato in possesso all’allora presidente del Consiglio, il democristiano Alcide De Gasperi.
Si tratta di 62 lettere (copie fotolitate, non gli originali) che iniziano con le parole conviviali Dear Winston o Caro Benito (R. Festorazzi, «I veleni di Dongo» Il Minotauro, 2004).
L’ingegnere, oggi scomparso, aveva promesso alla signora Curti di fare indagini accurate anche sulla fine della piccola custodia di pelle marrone gelosamente protetta da Mussolini al momento dell’epilogo.
«Il Carissimi Priori ha fatto quello che ha potuto. Un suo articolo ‘promozionale’, comparso nel 2004 sul giornale di Como La Provincia, ha avuto una fievole risonanza nazionale perchè il quotidiano è diffuso solo nella zona del lago» (E. Curti, comunicazione personale).
Nel 2005, l’ex patriota comasco Giuseppe Barberi, un amico fraterno di Pedro (P. L. Bellini delle Stelle), ha detto alla coeva Curti queste testuali parole: « ‘Stai zitta tu che di questa cosa non ne sai niente. E’ un argomento che non ti riguarda e che non ti deve interessare. Non immischiarti in un affare che è più grande di te. Sono storie che devi dimenticare anche se le hai vissute in prima persona. Sei una donna e perciò devi stare al tuo posto. Della busta di Mussolini data a Pedro non bisogna parlarne. Ci sono troppi interessi affinchè rimanga nascosta. Se verrà alla luce non sarà di certo per merito tuo. I tempi odierni non sono ancora sufficientemente maturi per scoperchiare le pentole e non lo saranno per un altro bel pezzo’».

Le parole del Barberi, uno dei fondatori della «Repubblica dell’Ossola» (G. Bardoglio, «I personaggi del Corriere. Giuseppe Barberi», http://www.corrierecomo.it. reperibile per via telematica) arricchiscono in malo modo l’atlante dell’epopea nazionale con un esempio tetragono di capziosa mistagogia politica.
Starebbe bene, anche se non è un comunista, tra gli inquisitori della Lubianka (la sede moscovita della Polizia politica sovietica).
Ha detto, mentendo, di aver fatto liberare la Curti imprigionata a Como, nella primavera del 1945, perché accusata di collaborazionismo con il nemico (la figlia del Duce era stata catturata a Musso il 27 aprile del 1945 dai partigiani comandati da Pedro che avevano bloccato la «Colonna Mussolini» in ripiegamento verso il Ridotto valtellinese).
Elena è stata liberata solo quando sua madre ha dichiarato ufficialmente all’autorità giudiziaria che la prigioniera era una figlia naturale del capo fascista.
Veniva così automaticamente a cadere l’accusa di collusione con i fascisti repubblicani di Mussolini.

Era un diritto inalienabile della prole quello di seguire il padre (Mussolini) nei suoi repentini spostamenti sulle verdi e ubertose rive del lago di Como pullulanti di «ribelli» scesi dai monti circostanti per partecipare alla fase finale dell’insurrezione contro la odiata «tirannide nazifascista» Le reticenze del partigiano Barberi, solidale con quanto non ha voluto mai dire il suo compagno di vita Pedro, fanno pari con quelle di Umberto II di Savoia (il re di maggio) e di A. De Gasperi che avevano rispettivamente ricevuto un’altra copia del carteggio Churchill-Mussolini dal capitano Aristide Tabasso (un capitano filomonarchico) e dal colonnello Tommaso David (uno dei capi dei tanti servizi segreti della RSI, quello delle «Volpi argentate»).
Nonostante i suoi trascorsi fascisti, il David è stato insignito, dal Governo postbellico degasperiano, con la medaglia d’oro al valor militare, mentre il Tabasso ha ricevuto, per l’opera prestata, un’alta onorificienza sabauda (F. Andriola, opera citata).

Poiché il carteggio Churchill-Mussolini faceva gola, per ovvii motivi, a J. Stalin (screditare W. Churchill), il David è stato a lungo braccato dai partigiani iugoslavi filosovietici di Tito (A. De Felice, comunicazione personale).
Il Tabasso, invece, di sana e robusta costituzione, è morto a 41 anni in ospedale in seguito ad un banale intervento chirurgico di tonsillectomia.
Una causa di morte che il figlio Franco non ha mai voluto riconoscere come tale (F. Tabasso, «Su onda 31 Roma non risponde», Sindico-Montanari Editori, 1957).

L’ambasciatore giapponese barone Shinrokuro Hidaka, a cui Mussolini aveva consegnato brevi manu un duplicato dei suoi incartamenti, non si è comportato, accampando una serie di omissis, in maniera sostanzialmente diversa dagli altri due destinatari finali dei carteggi (U. di Savoia e A. De Gasperi).
L’Hidaka, guarda caso, è stato l’unico funzionario d’ambasciata giapponese a cui gli USA hanno consentito di svolgere attività diplomatiche anche dopo la fine della guerra.
Non è stato cioè epurato dall’establishment americano che amministrava il Giappone sconfitto dalla bomba atomica (F. Andriola, opera citata).
Il primo a fare un po’ di luce sulle carte del Duce è stato Arrigo Petacco.

Lo scrittore ha divulgato i segreti di Enrico De Toma, un giovane ex tenente della GNR ammalato di protagonismo e, fatto ancor più grave, avido con ingordigia di soldi sonanti guadagnati senza dover faticare troppo.
Dopo averli ottenuti dal Governo italiano, si è eclissato in Brasile da cui non è più ritornato.
E’ morto recentemente nel suo albergo di Florianapolis, un altro omaggio fattogli dai politici di Roma (A. De Felice, comunicazione personale).
Anzitempo si è però prodigato per rimpolpare i carteggi, consegnatigli personalmente dal dittatore con il compito di recapitarli in Svizzera, arricchendoli con documenti che sono risultati, all’esame degli esperti, dichiaratamente apocrifi.
Un meschino tentativo per far lievitare il prezzo dei papiri di cui si era impossessato e su cui voleva, disonesto, lucrare.
Chi ha fatto le spese dell’inciucio messo in atto dal De Toma è stato il giornalista Giovannino Guareschi finito in carcere per aver diffamato l’allora esponente di vertice della Democrazia Cristiana, A. De Gasperi.

In una lettera con l’intestazione pontificia (falsa?), il De Gasperi, che trascoreva le sue giornate clandestine tra gli svolazzanti sacristi e i rubicondi prelati della basilica di San Pietro e che nel 1922 aveva votato la fiducia al Governo Mussolini, avrebbe richiesto agli americani, in modo subdolo, di bombardare l’acquedotto di Roma per fiaccare il morale della popolazione capitolina non ancora liberata dalle truppe del generale yankee Mark W. Clark che risalivano a fatica, sotto la minaccia costante delle armi naziste, la penisola italiana ridotta dai bombardamenti ad un cumulo di macerie e di rovine.
Il Guareschi aveva abilmente sfruttato, per fini politico-elettorali, gli ingannevoli maneggi cartacei del truffaldino E. De Toma.
La sua intenzione era quella di screditare la figura del prestigioso esponente democristiano alla vigilia di nuove elezioni parlamentari (1953).
I missini volevano polarizzarre su di loro l’attenzione dell’elettorato cattolico e lo facevano indirizzando strali infuocati contro il partito di maggioranza che aveva come emblema lo scudo-crociato e come alleato in Vaticano il potentissimo Papa Pio XII (A. Petacco, «Dear Benito, Caro Winston». Mondadori, 1987).
Le già menzionate 62 missive scambiate tra il capo del fascismo e Winston Churchill (finite anche loro, come sappiamo, nelle mani del De Gasperi) sarebbero attualmente conservate in un’istituzione svizzera.
Si tratta di papiers prebellici compromettenti per il premier inglese: dalla londinese Downing Street, lo statista anglosassone prometteva, nel 1940, territori francesi (oltre alla Dalmazia ed alle isole del Dodecanneso) in cambio del prolungamento della neutralità italiana (la famosa non belligeranza) o di una pace separata (1941) prima che la Germania invadesse la Russia.

Non si sa ancora quando questi manoscritti, recuperati nel 1945 dal Carissimi Priori che non li ha venduti nemmeno per 100.000 sterline («Churchill-Mussolini ‘secret letters’» http://www.fpp.co.uk. reperibile per via telematica), saranno desecretati e messi a disposizione degli storici che li potranno finalmente esaminare (R. Festorazzi, opera citata).
Probabilmente si tratta degli stessi incartamenti duplicati capitati per le mani dell’A. Tabasso e del T. David.
Il previdente Mussolini aveva, infatti, dato disposizioni a persone fidate (Nino D’Aroma dell’Istituto Luce) affinchè i suoi documenti venissero riprodotti in più esemplari (M. L. Forenza, P. Tompkins, «Carteggio Churchill-Mussolini. L’ultima verità», Rai-tre, 2004).
Quelli, ad esempio, consegnati a sua moglie, Donna Rachele Guidi, e al ministro fascista Carlo Alberto Biggini sono sicuramente finiti nelle grinfie degli inglesi grazie anche all’intervento dell’industriale fascista Guido Donegani che per l’opera prestata è stato scarcerato da P. Togliatti, allora ministro di Grazia e Giustizia.
Vendute a caro prezzo dal comunista D. Gorreri (due milioni e mezzo di allora), gli agenti dell’Intelligence d’oltremanica avrebbero recuperato anche le scritture originali, così almeno è quello che si dice.
In Svizzera, dove si sono perse le tracce, sarebbero sbarcate anche le copie affidate dal Duce a Gianmaria Capponago, un militare che come altri (E. De Toma) ha fatto da corriere tra Gargnano, la sede del capo del Governo della Repubblica Sociale Italiana, e la neutrale Confederazione Elvetica (F. Andriola. opera citata).

Per Massimo Caprara, invece, il dossier autografo confiscato al Duce sarebbe stato consegnato a
W. Churchill da P. Togliatti in persona.
Ricevutolo da Como, lo avrebbe dato allo statista britannico, in visita in Italia, per dimostrare il suo impegno filoccidentale, il nuovo abito che il Migliore (Ercole Ercoli, nome di battaglia) si voleva ritagliare dopo la «democratica» svolta di Salerno (aprile del 1944) (L. Garibaldi, Postfazione di M. Caprara, opera citata).
Cecchè ne dica Walter Veltroni, è comunque impossibile che una copia degli incartamenti mussoliniani non sia tuttora gelosamente custodita negli archivi segreti dell’ex PCI.
Probabilmente è quella fotolitata a Como nel maggio del 1945 dal giornalista dell’Unità, Ugo Arcuno.
Il giornale comunista non l’ha pubblicata integralmente perché il Togliatti, dopo alcune edizioni, ne ha proibito la divulgazione sulla carta stampata.
Non voleva che le discreditanti notizie riportate dal suo quotidiano danneggiassero W. Churchill, in quel momento impegnato in campagna elettorale per farsi rieleggere Primo Ministro dal popolo inglese (R. Festorazzi. opera citata).

Alcuni affermano, per ritornare ai contenuti delle lettere del Duce, che il premier anglosassone avrebbe richiesto per iscritto a Mussolini di entrare in guerra a fianco della Germania per mitigare le pretese che Hitler avrebbe accampato, al tavolo della pace, a spese dell’ormai collassato impero coloniale di sua altezza reale, la futura regina Elisabetta II d’Inghilterra (A. Tarchi, «Teste dure», S. E. L. C., 1967).
Paradossale è un’altra proposta formale che Churchill avrebbe fatto al capo del fascismo affinchè adoperasse tutta la sua influenza per convincere il capo nazista a rivolgere le armi esclusivamente verso la Russia, distogliendo le truppe tedesche dal fronte occidentale.
Al contrario, Mussolini si è sempre prodigato per indurre l’alleato, colato nel bronzo prussiano, a riappacificarsi con i russi onde poter bloccare, congiunti ed in forze, l’avanzata degli angloamericani nel sud dell’Europa.
Surreale sarebbe, infine, l’auspicato accordo che prevedeva un ribaltamento delle alleanze e la costituzione di un fronte comune (angloamericani, Italia e Germania) in chiave esclusivamente antibolscevica.
Una coalizione militare che doveva ostacolare l’inarrestabile avanzata dell’Armata Rossa penetrata profondamente nel cuore ormai vulnerabile del continente europeo (A. Bertotto, Mussolini estremo», Gino Rossato Edizioni, 2007).

L’ultima bolla scritta da Mussolini a W. Churchill, il 24 aprile del 1945, è stata affidata al tenente delle SS Franz Spoegler che la doveva inoltrare in Svizzera per farla pervenire nelle mani di fiduciari inglesi.
Pubblicata da Lazzero Ricciotti, il Duce garantiva la restituzione dei papiri in suo possesso, più volte reclamati dal leader inglese, a patto che fossero garantiti i diritti dei fascisti sconfitti, conformemente a quanto stabilito dalle clausole della Convenzione di Ginevra (M. L. Forenza, P. Tompkins, opera citata).
La lettera (è autentica?) non ha mai raggiunto il destinatario che nel dopoguerra l’ha esaminata senza fare commenti sulla materia in oggetto (A. Petacco, opera citata).
Del pari infruttuoso è stato il tentativo mussoliniano effettuato per contattare, in quei giorni di fine aprile 1945, l’albionico Winnie tramite il console spagnolo di Milano F. Canthal y Giron (R. Canosa, «Mussolini e Franco», Mondadori, 2008).

Per saperne di più sui documenti segreti veri o falsi, a cui Mussolini attribuiva un’importanza fondamentale per i destini futuri dell’Italia (U. Lazzaro, opera citata), aspetteremo pazientemente tempi migliori.
Lo abbiamo sempre fatto, con musulmana indifferenza, dal 1945 in poi.
Dopo F. Andriola (opera citata) anche Alessandro De Felice, ben ferrato sull’argomento, può renderci tutti più edotti.
Spetta a lui dire, se non l’ultima, almeno una parola destinata a far chiarezza.
Oggi più che mai ne sentiamo un giustificato bisogno.

Professor Alberto Bertotto

http://firewolfdossier.blogspot.it/2008/05/le-carte-pi-segrete-di-mussolini.html?spref=fb

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