Le rivoluzioni «senza» il popolo generano crimini «contro» il popolo

Prima parte 

La Rivoluzione francese

 di Ubaldo Sterlicchio

Nelle scuole italiane si insegna a magnificare la Rivoluzione francese, la c.d. Repubblica partenopea ed il Risorgimento italiano, ingannando gli studenti i quali, in buona fede credono a quanto viene loro propinato dai propri docenti.

Un dipinto ben… riuscito per spacciare chiacchiere

In merito alla Rivoluzione francese, Rino Camilleri, nel suo pregevole libro dal significativo titolo «Fregati dalla scuola», affermò invece che: «Servendosi del segreto delle logge mas-soniche, nonché della loro efficiente rete di collegamenti su tutto il territorio, i club riuscirono a prendere il potere in Francia. Si trattò di un vero e proprio colpo di stato operato da soli seimilacinquecento uomini circa. Avendo ormai la monarchia accentrato tutti i suoi pur scarsi poteri a Parigi, bastò loro impadronirsi della capitale. Dal centro la rete clandestina dei club eseguiva immediatamente gli ordini in tutto il paese. I primi ad accorgersi che la Rivoluzione li metteva alla fame furono gli operai. Vietate per legge le loro associazioni, non ebbero più alcuna difesa contro lo sfruttamento. A Lione ed altrove le manifestazioni spontanee furono represse a cannonate».([1])

Le perverse ideologie giacobino-massoniche settecentesche, infatti, avevano corrotto le menti ed i cuori di quei sedicenti intellettuali e patrioti che non esitarono un solo istante a far uso delle armi contro il proprio popolo.


Una stampa dell’epoca ben riuscita… nella quale, in effetti,


i 7 detenuti della Bastiglia sembrano molto più… numerosi

Quantunque sfoggiassero uno sloganpropagandistico dal formidabile effetto psicologico: «LibertéEgalité Fraternité», i rivoluzionari batterono ogni recordcontrario ai principî da loro stessi proclamati. Infatti, con reiterate violazioni della Libertà, mai le prigioni della Francia furono così piene di detenuti come durante il periodo rivoluzionario; in relazione al principio della Uguaglianza, tutti i francesi vennero chiamati «cittadini», ma fu inaugurata l’ineguaglianza più odiosa, quella tra ricchi e poveri; mentre la Fratellanza valse solamente per gli appartenenti ai club giacobini, conformemente alla mentalità massonica, secondo la quale sono gli affiliati alla sétta ad essere «fratelli» tra loro, mentre i «profani», cioè le persone comuni, non vengono considerati nemmeno esseri umani!

Il 14 luglio di ogni anno ricorre la festa della Repubblica francese, in memoria del giorno della celeberrima presa della Bastiglia (1789). Sarebbe però appena sufficiente considerare che in quella prigione, al momento dell’assalto da parte di poche centinaia (non raggiunsero il migliaio) di rivoltosi, si trovassero solamente 7 reclusi (4 falsari, 2 mentecatti ed un maniaco sessuale: nessun detenuto per motivi politici od ideologici), per comprendere come l’89 francese sia un mito artatamente costruito a tavolino, frutto di vergognose manipolazioni storiografiche.
Leggendo poi le strofe della «Marsigliese» – inno nazionale francese – ci rendiamo conto come esse siano state (e lo siano tuttora) un fanatico e veemente invito all’eliminazione fisica di tutti coloro che non la pensassero come i giacobini: si tratta di un vero condensato di intolleranza e di violenza verbale. Il pensiero giacobino, peraltro, è sostanzialmente racchiuso nell’affermazione: «o con me o contro di me!».
La macabra ghigliottina

Tanto è vero che le belle parole contenute nella solenne «Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino» rimasero solo sulla carta e furono completamente disattese. I diritti in essa sanciti furono reiteratamente calpestati durante tutto il periodo rivoluzionario ed, al posto dei «Diritti», furono eretti i patiboli (la ghigliottina fu una macabra invenzione del medico massone Joseph-Ignace Guillotin); fu varata la legge dei sospetti; fu istituito il passaporto interno per spostarsi da una località all’altra della Francia; fu imposto l’abbigliamento patriottico; fu introdotto il certificato di civismo; fu abrogata la religione cattolica e fu imposto il culto della «dea ragione»; furono sequestrate le campane; furono abbassati i campanili, le cui guglie, secondo la logica dei rivoluzionari, erano incompatibili con il principio di uguaglianza; furono attuate deportazioni nella Guaiana (dove il 99% dei deportati democraticamente moriva).([2])

Un altro dipinto  ben riuscito…
per impressionare gli spiriti deboli
    

Una falsa leggenda, ancora oggi radicata profondamente nell’opinione di molti, è quella secondo cui la Rivoluzione francese sia stata una rivoluzione anti-aristocratica. Si tratta di una colossale fandonia, smentita dalle seguenti cifre.([3]) Dei 17.000 «cittadini» ghigliottinati durante il terrore e delle altre 35.000 esecuzioni sommarie avvenute in quello stesso periodo (esclusi, per il momento, i dati sui massacri in Vandea ed in Bretagna), questi erano i gruppi sociali di appartenenza: 28% contadini, 31% operai ed artigiani, 20% commercianti e piccoli burocrati, 8-9% aristocratici, 6% clero, 7% non identificato. Nella Francia della rivoluzione, su 28 milioni di abitanti, furono poi costretti a rifugiarsi all’estero 150-170 mila persone, appartenenti alle seguenti categorie: 25% clero, 21% borghesia, 19% contadini, 16% nobiltà, 14% operai ed artigiani, 4% non identificati; in maggioranza essi facevano parte del Terzo Stato.([4])

Lo scrittore cattolico Augustin Cochin, nel suo saggio «Lo spirito del giacobinismo»,([5]) non è il solo a sostenere che la rivoluzione francese non ebbe mai il consenso spontaneo del popolo. Furono sempre e solo gruppi di manipolatori della pubblica opinione, uniti a circoli estremisti capeggiati da fanatici, a proclamarsi interpreti della volontà collettiva, in nome dell’interesse pubblico. Questi gruppi ricorsero sistematicamente alla calunnia, praticando per primi il terrorismo psicologico allo scopo di alimentare la tensione e suscitare violenze, come nel caso della «grande paura» del 1789 nelle campagne.
In particolare, la Vandea e la Bretagna insorsero e lottarono per anni contro gli eserciti della rivoluzione, che praticarono il primo genocidio dell’era moderna: 250-300 mila contadini, colpevoli di battersi per la religione Cristiana e per il Re, vennero infamati con l’epiteto di «briganti» e democraticamente massacrati.

François Joseph Westermann

Il generale repubblicano François Joseph Westermann (1751-194), in un dispaccio del 23 dicembre 1793, inviato al Comitato di Salute Pubblica di Parigi, scriveva: «Cittadini repubblicani, non c’è più nessuna Vandea. È morta sotto la nostra sciabola libera, con le sue donne e i suoi bambini. L’abbiamo appena sepolta nelle paludi e nei boschi di Savenay. Secondo gli ordini che mi avete dato, ho schiacciato i bambini sotto gli zoccoli dei cavalli, e massacrato le donne che non potranno più partorire briganti. Non ho un solo prigioniero da rimproverarmi. Li ho sterminati tutti… le strade sono seminate di cadaveri, ve ne sono in tal numero che in alcuni punti formano una piramide. Le fucilazioni continuano incessantemente a Savenay, poiché arrivano sempre dei briganti che pretendono di liberare i prigionieri».

Questo «eroico» generale, democratico e repubblicano, che non era né un millantatore, né un vanaglorioso e né tanto meno un visionario, ma che era solo ed esclusivamente – questo sì – un ufficiale indegno, che aveva lordato il proprio onore di soldato e di uomo, commettendo crimini che, per lui, costituivano titoli di merito e di lode, purtroppo aveva scritto la pura e semplice verità.([6])
A giusta ragione, per le atrocità commesse, Westermann venne soprannominato «il macellaio della Vandea» (in francese «Le boucher de la Vendée»).
Nella sola Vandea vennero infatti massacrati 150 mila contadini, offerti in sacrificio all’Essere Supremo per annientare il male ed instaurare l’età dell’oro repubblicana.([7])
Il consenso popolare era talmente «sentito» che, per terrorizzare la gente, vennero istituiti 20.000 tribunali rivoluzionari aventi diritto di vita o di morte: non c’era possibilità alcuna di appellarsi o di addurre prove e testimonianze a difesa degli accusati.
La rivoluzione fu anche «esportata» con le armi e almeno due milioni di francesi (in maggioranza figli del popolo) morirono lontani dalla loro terra.
La Rivoluzione napoletana

Stampa dell’epoca raffigurante
 la cosiddetta Repubblica (giacobina) 
Napoletana

Nel 1799, alcuni collaborazionisti napoletani (una sparuta minoranza di giacobini nostrani) favorirono l’invasione francese e si macchiarono dei gravissimi crimini di «alto tradimento» e di «intelligenza con il nemico», reati questi commessi contro il loro Popolo e la loro Patria.

I giacobini napoletani, infatti, con l’appoggio delle truppe straniere ed anch’essi attraverso il solito colpo di stato, instaurarono a Napoli, contro la volontà popolare, una feroce dittatura oligarchica, impropriamente denominata «repubblica» partenopea.
Nei giorni 21, 22 e 23 gennaio 1799, mentre l’intera città di Napoli combatteva contro gli invasori e moriva in difesa della Patria, i giacobini, asserragliatisi in Castel Sant’Elmo, cannoneggiarono vigliaccamente alle spalle il popolo, provocando un bagno di sangue fra la propria gente. Questa circostanza ci viene testimoniata dal generale francese Jean Antoine Championnet, il quale così relazionò al Direttorio di Parigi: «Si combatte in tutte le strade; il terreno si disputa palmo a palmo; i Lazzaroni sono comandati da capi intrepidi. Il forte S. Elmo li fulmina [laddove si erano asserragliati i giacobini napoletani, n.d.r.]; la terribile baionetta li atterra; ripiegano in ordine, tornando alla carica, si avanzano con audacia, guadagnando spesso terreno… mai combattimento fu più tenace: mai quadro fu più spaventevole. I Lazzaroni, questi uomini meravigliosi… sono degli eroi!».([8])

Benché fossero bersagliati alle spalle dai giacobini, attaccati dall’alto e dal basso dagli studenti sedicenti «democratici» [in particolare, i «figli dei nobili e dei ricchi borghesi» frequentatori dei corsi di medicina presso l’ospedale degli Incurabili, n.d.r.] e falciati dalle cariche francesi, i «veri patrioti napoletani» combatterono con eroico ardimento al Ponte della Maddalena, a Porta Capuana ed a Capodimonte.([9])

Jean Antoine Championnet

Alla fine Championnet prese la città; ma, per vincere la resistenza popolare, fu necessario assalirla su tre fronti (a Capodimonte, al castello del Carmine ed a Porta Capuana), disponendo quindi le truppe assalitrici su tre colonne (più un quarta di riserva) e si dovette inoltre ricorrere alla mostruosità di dare fuoco alle case del popolo per far venire fuori la gente e fucilarla sul posto. All’alba del fatidico 23 gennaio 1799 i francesi furono padroni della città, conquistata dopo tre giorni di feroci combattimenti, in un lago di sangue: si contarono 2.000 morti tra le fila degli invasori francesi e ben 10.000 fra i napoletani.([10])

Durante l’invasione della Penisola, furono numerosi i movimenti popolari che spontaneamente insorsero in Italia contro l’aggressione francese: tra i più noti e rilevanti, rammentiamo i «Viva Maria» in Toscana e le «Pasque Veronesi» nel Veneto;([11])ma, la resistenza opposta dal popolo di Napoli fu la più fiera, la più ostinata e la più cruenta che le truppe francesi dovettero affrontare. Migliaia di valorosi napoletani di ogni estrazione sociale morirono per difendere la loro terra, la loro Patria.
Durante l’insorgenza popolare e fino alla riconquista di Napoli da parte del Cardinale Ruffo (vale a dire nei soli 5 mesi della cosiddetta repubblica!), furono massacrati dai carnefici franco-giacobini oltre 60.000 regnicoli, come ebbe a testimoniare il generale francese Paul Thiébault nelle sue Memorie: «Poche insurrezioni sono state così formidabili. Era una crociata; e, come ho già detto, dopo averci costretti a disprezzarli come soldati, questi Napoletani ci hanno insegnato a temerli come uomini. Non appena formavano dei plotoni regolari, diventavano consistenti; armati come banditi, per mezzo di truppe di fanatici, erano terribili, e, per così dire, quando non ci fu più esercito napoletano, la guerra di Napoli diventò terribile. Sebbene questi Napoletani del 1798, scontrosi e superstiziosi, siano stati battuti dappertutto, sebbene, senza contare le perdite che subirono nei combattimenti, più di sessantamila sono stati passati a fil di spada sulle macerie della loro città o sulle ceneri delle loro capanne, non li abbiamo mai lasciati vinti».([12])
È doveroso tener presente che, nelle Due Sicilie del ‘700, la maggior parte delle persone colte seguiva il pensiero politico dell’Illuminismo con animo moderato; si pensava più ad una monarchia costituzionale che ad una repubblica. D’altra parte, il disagio materiale del popolo napoletano non era così grave come quello del popolo francese; e Napoli non era Parigi. Non c’erano pertanto le condizioni per uno stato insurrezionale, come ben dimostrarono i fatti del 1799 (e, successivamente, dimostreranno quelli del 1820, del 1848 e del 1860). Lo spirito popolare era borbonico: le masse ed i loro sovrani consideravano i loquacissimi intellettuali come dei demagoghi, dei pescatori nel torbido.([13]) E poi, come avrebbe potuto un popolo, con una tradizione monarchica di ben sette secoli, ormai facente parte del suo DNA, accettare dalla sera alla mattina la sconosciuta ed incomprensibile forma di governo repubblicana?
Nel 1799 quegli intellettuali, invece, rinunciarono ad un elemento basilare e peculiare dell’Illuminismo napoletano: l’originalità, l’essere precursori e propulsori. Con l’arrivo dei francesi, s’inizia la fase dei cc.dd. «liberatori»cui spalancare le porte e con cui collaborare in posizione gregaria. Questo atteggiamento si stabilizzerà nell’800 dei «paglietti» e resterà presente fino ai nostri giorni con i politici meridionali, incapaci di strategie e politiche originali. Il periodo che parte dal 1799 e termina nel 1816 segna la rottura definitiva fra aristocrazia e classe media. Se sommiamo questi eventi a quelli del 1848, capiamo come si determinò l’allontanamento della borghesia nascente dai destini dirigenziali del Sud. Anche perché sul ceto medio borghese fecero fortemente leva i sentimenti massonici e liberisti.([14])
Lo storico Massimo Viglione osserva: «In un dispaccio del 21 gennaio 1799 inviato dai gia-cobini napoletani al generale Championnet, al fine di invitarlo ad affrettarsi a marciare su Napoli per la loro salvezza, troviamo scritto: “Non la Nazione, ma il Popolo è nemico dei francesi”». Questa affermazione, scritta dai filo-francesi durante i giorni della rivolta dei lazzari, con l’evidente paura di fare una brutta fine, dimostra che le poche decine di giacobini della cosiddetta repubblica napoletana avevano ben capito che solo l’arrivo immediato delle truppe d’invasione francesi avrebbe potuto salvarli dalla furia popolare. E lo stesso storico aggiunge: «Ma, proprio scrivendo quelle parole, essi dimostravano, a se stessi ed alla storia, il loro totale isolamento da tutto il resto del popolo. Il fare una distinzione fra la categoria di Nazione e quella di Popolo, attribuendo la prima a se stessi, cioè poche decine di giacobini, e la seconda, con valenza dispregiativa, a milioni di individui di tutte le classi sociali, dall’ultimo dei contadini al Re, risulta essere una testimonianza inequivocabile non solo dell’isolamento, ma anche della loro utopia, e dimostra anche tutto il loro reale disprezzo per il Popolo, atteggiamento tipico di ogni casta intellettuale di ogni tempo e luogo».([15])
Le persone intellettualmente oneste e libere da qualsivoglia condizionamento ideologico, più semplicemente ed obbiettivamente, ritengono che debba chiamarsi «patriota» solo colui che difende la Patria dall’invasione straniera, fino al sacrificio estremo della propria vita. Eppure, a distanza di due secoli, nel 1999, il Parlamento della Repubblica italiana stanziò (rectius, sperperò!) ben 8 miliardi di lire per le celebrazioni di quella effimera repubblica giacobina di servi e traditori!
Ed è estremamente significativo come, diversamente dagli altri paesi europei, laddove si festeggiano ancora oggi le ricorrenze storiche che ricordano le battaglie vinte contro Napoleone e si venerano come eroi coloro che impugnarono le armi e sacrificarono la propria vita combattendo l’invasore francese, in Italia si spende denaro pubblico per festeggiare la «rivoluzione napoletana», che dagli storici più attenti è stata definita, nel migliore dei casi, con la ridicola denominazione di «rivoluzione passiva», al fine di giustificare il fatto che essa fu imposta dall’esterno e non maturò nella stessa società. Si esaltano, nel contempo, personaggi che, pur di imporre le proprie idee, collaborarono con le forze straniere, consegnando nelle loro mani la Patria, e non esitarono a fare uso della violenza contro i propri connazionali.
Infatti, i giacobini napoletani, in soli 5 mesi (tanto durò la c.d. «repubblica partenopea»), condannarono a morte e giustiziarono, dopo processi farsa, ben 1.563 oppositori al regime filo-francese.([16])
Attraverso un Tribunale Rivoluzionario ad hoc per il «giudizio sommario» dei nemici della repubblica, i giacobini napoletani vollero mostrare il pugno di ferro, coprendosi di inutili crudeltà, con arresti arbitrari di innocenti e, addirittura, di «distratti»; a quest’ultimo riguardo, il De Nicola riferisce che «…furono arrestati molti senza coccarda [con i colori repubblicani, n.d.r.]» e parla di un «…sistema di terrorismo che nelle attuali circostanze i patriotti vogliono che si spieghi. E si dice che Pagano e Cirillo possino essere i Robespierre di Napoli».([17])
Lo stesso Vincenzo Cuoco ammise che «negli ultimi tempi si eresse in Napoli un tribunale rivoluzionario il quale procedeva cogli stessi principî e colla stessa tessitura di processo del terribile comitato di Robespierre».([18])

Francesco Mario Pagano

Molto si è scritto su questa c.d. «repubblica» giacobina meridionale; forse troppo e, spesso, in modo inesatto. Ma alcuni giudizi su di essa, a parere di chi scrive, meritano di essere ricordati.

In una lettera a Vincenzo Russo, Vincenzo Cuoco così scrisse: «Ascoltami. Tu conosci la mia adolescenza e la mia gioventù; tu sai se io ami la virtù e se sappia preferirla anche alla vita… Ma quando, parlando agli uomini, ci scordiamo di tutto ciò che è umano; quando, volendo insegnare la virtù, non sappiamo farla amare; quando, seguendo le nostre idee, vogliam rovesciare l’ordine della natura: temo che invece della virtù insegneremo il fanatismo, ed invece di ordinar delle nazioni fonderemo delle sètte…».([19])
Per Luigi Blanch, il più equilibrato storico di queste vicende napoletane, i giacobini «erano una minoranza quasi impercettibile aspirante a stabilire, per mezzo della conquista, una forma di governo non voluta dal paese e appunto in quell’anno talmente screditata in Francia che con applauso cessò il 18 brumaio. Ciò ch’essi volevano contrastava coi principî liberali, basati sull’indipendenza nazionale all’esterno e sul consenso della gran maggioranza all’interno: furono contenti della dolorosa campagna del ’98 e irritati dall’energica resistenza popolare… Nel senso morale fu una fortuna che divenissero vittime; ché, se avessero trionfato, sarebbero stati carnefici tanto più crudeli quanto più erano pochi. Sacrificati, hanno ispirato compassione per gl’individui e simpatia per la causa. Sacrificatori, avrebbero ispirato orrore per gli uni come per l’altra».([20])
Lo storico Harold Acton osservò, infine, che «da allora è stata perfezionata la tecnica per cui una minoranza può impadronirsi del potere dello Stato contro la volontà della maggioranza, e la maggior parte di noi sa dove questo può condurre. Un attento esame della breve vita della repubblica partenopea ci porta a dubitare che essa avrebbe potuto mantenere il potere, se non sottomettendo la maggioranza a violenze ed a continue minacce di violenza. Il che avrebbe generato uno “stato di polizia” molto più disumano di quello dei Borboni».([21])
dott. Ubaldo Sterlicchio

[1] Rino Camilleri – “Fregati dalla Scuola” – Edizioni Effedieffe.
[2] Giuseppe L.P. Picazio, “L’altra faccia della Rivoluzione francese”, Rivista mensile L’Altra Voce (Solopaca – BN), novembre 2005, pag. 41.
[3] Coloro i quali desiderassero verificare i dati riportati, possono consultare il Fouret, il Taine, il Gaxotte.
[4] Giuseppe L.P. Picazio, opera citata.
[5] Augustin Cochin – “Lo spirito del giacobinismo” – Edizioni Bompiani.
[6] Giuseppe L.P. Picazio, opera citata.
[7] Epiphanius, “Massoneria e sette segrete. La faccia occulta della storia”, Controcorrente Napoli, 2008. pag. 139.
[8] Niccolò Rodolico, “Il popolo agli inizi del Risorgimento nell’Italia meridionale 1798-1801”, pagg. 129-130.
[9] Harold Acton, “I Borboni di Napoli”, Giunti, Firenze, 1997, pag. 366.
[10] Gustavo Rinaldi, “1799 la Repubblica dei traditori. Il popolo del Regno di Napoli contro gli invasori francesi e i loro lacchè giacobini”, Grimaldi & C., Napoli 1999, pag. 38.
[11] Massimo Viglione, “La Vandea italiana”, Effedieffe, Milano, 1996.
[12] Paul Thiébault, “Mémoires du Géneral P.Thiébault”, Paris, 1894, vol. II. pagg. 324-325; in Gustavo Rinaldi, “1799…”, op. cit., in nota 6, pagg. 38-39.
[13] Autori vari, “La Storia proibita”, Controcorrente, Napoli, 2008, pag. 212.
[14] Lino Patruno, “Fuoco del Sud”, Rubettino, Soveria Mannelli, 2011, pagg. 104-105.
[15] Autori vari, op.cit., pag. 205.
[16] Francesco Mario Agnoli, “1799 la grande insorgenza”, Controcorrente, Napoli, 1999, pag. 288. L’autore, attenendosi ai conteggi della storiografia progressista, riferisce che «…i condannati alla pena capitale da un Tribunale… furono 1.563 di parte legittimista e non più di 120 di parte repubblicana». A tale proposito, egli menziona Giuseppe Pianelli che, nel seminario da lui tenuto nell’anno accademico 1997-98, La Storia del Sud vista da Sud, nell’ambito del Corso di laurea in scienze dell’Educazione dell’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, ricorda come anche Giustino Fortunato, uno studioso certamente non sospetto di simpatie borboniche, abbia riconosciuto che sedici di quei giustiziati non hanno in realtà nulla a che vedere con le condanne inflitte dalla Giunta.
[17] Mario Giordano, “Controinformazione sulla Repubblica Napoletana del 1799”, MG Grafitalia, Cercola, 1998, pag. 67.
[18] Vincenzo Cuoco, “Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli”, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 2006, pag. 241.
[19] Vincenzo Cuoco, op.cit., Appendice: Frammenti di lettere dirette a Vincenzo Russo – Frammento VI, Censura, pag. 369.
[20] Luigi Blanch, “Scritti Storici”, a cura di Benedetto Croce, Sorrento, aprile 1943. Bari, Laterza, 1945, vol. I, Introduzione; cfr. Harold Acton, op. cit., pag. 457.
[21] Harold Acton, op. cit., pag. 457.
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