CEFALONIA SETTEMBRE 1943: UNA TRAGEDIA TUTTA MILITARE


CHE COSA C’ENTRANO I PARTIGIANI ? 

CEFALONIA: Una tragica vicenda Militare da cui vanno respinti i tentativi di omologazione alla Resistenza ‘partigiana’.
Il gen. ‘fascista’ Antonio Gandin non abdicò al suo STATUS di Militare e combattè contro i tedeschi. Era un Soldato e non un ‘partigiano’ e come tale va ricordato con i Suoi uomini !
  



di Massimo Filippini



Come è noto l’8 settembre a Cefalonia fu foriero di un immane disastro al quale si sarebbe potuto ovviare eseguendo prontamente l’ORDINE DI CEDERE LE ARMI AI TEDESCHI inviato il 9 settembre dal gen. Carlo Vecchiarelli -Comandante dell’XI^ Armata- a TUTTE le dipendenti Divisioni occupanti la Grecia compresa la ‘ACQUI’ dislocata nelle isole Jonie di Cefalonia, Corfù ed altre minori.
  Contrariamente a quanto si ritiene, il proclama di Badoglio non imponeva infatti di andare contro i tedeschi, ma si limitava ad ordinare la cessazione della ostilità contro gli alleati, prescrivendo di reagire contro chiunque soltanto se attaccati. Non fu, dunque, in contrasto con tali direttive, l’ordine che il comando dell’ XI^ Armata italiana con sede ad Atene, inviò alle dipendenti divisioni – “Acqui” compresa – di cedere ai tedeschi le artiglierie e le armi pesanti della fanteria, poiché, in seguito ad accordi con il Comando Supremo tedesco, le truppe italiane – uscite dalla lotta a seguito dell’armistizio – sarebbero state in breve tempo rimpatriate.  Tale ordine che probabilmente il generale Vecchiarelli – comandante dell’XI Armata – diramò sotto la pressione tedesca, ebbe tuttavia l’indubbio merito di sottrarre ad una tragica fine la stragrande maggioranza dei nostri soldati in Grecia. 

  Esso infatti venne eseguito dalle divisioni “Forlì” in Attica, “Modena” in Epiro, “Cagliari” e “Piemonte” nel Peloponneso, e “Casale” nella zona di Missolungi, tranne che dalla ‘Pinerolo’ che fu oggetto di una tremenda fine ad opera dei partigiani comunisti dell’Esercito di Liberazione Greco (ELAS) con i quali il suo Comandante gen. Adolfo Infante -anzichè obbedire all’Ordine del Comando d’Armata- stipulò un patto di ‘cooperazione’ che ebbe conseguenze terribili per i suoi uomini disarmati a tradimento e rinchiusi in improvvisati campi di concentramento della Tessaglia dove morirono a migliaia.  Di queste atrocità, nel silenzio generale di ‘storici’ e ‘ricercatori’ (di che cosa ?) forse preoccupati di non incrinare la fama di ‘brava gente’ dei partigiani comunisti greci -i famigerati ‘andartes’ al soldo di Stalin-  l’unico a scriverne fui io nel mio ‘LA VERA STORIA DELL’ECCIDIO DI CEFALONIA’ dove al Cap. 5 (La resistenza greca. Il calvario della Divisione “Pinerolo”) trattai ampiamente l’argomento.



  Tornando alla sorte dei nostri militari facenti parte delle divisioni che obbedirono all’ordine di Vecchiarelli, essi, in  violazione delle promesse di rimpatrio, furono internati in Germania e in altri paesi occupati di dove però ebbero la fortuna di tornare, a guerra finita, quasi tutti salvi alle loro case. All’incolpevole generale Vecchiarelli non furono risparmiate critiche feroci ed accuse di collaborazionismo da alcuni ‘storici’ morsi dalla tarantola della ‘Resistenza’ ad ogni costo i quali, in evidente malafede, finsero di ignorare che il primo a risentirsi per la violazione degli accordi fu lo stesso Vecchiarelli che, fatto prigioniero anch’egli, fu condannato da un tribunale fascista a Bergamo a dieci anni di reclusione per il suo “comportamento antitedesco in Grecia”.

 A questo punto viene spontaneo chiedersi che cosa avvenne in seno alla div. “Acquì” per cui essa -a distanza di cinque giorni dal ricevimento dell’ORDINE del Comando d’Armata-  anziché seguire la sorte delle altre divisioni venne a trovarsi in una situazione di totale indecisione.

  E’ storia vecchia anche se non da tutti conosciuta che un pugno di alcuni ufficiali inferiori -quasi tutti di complemento- di cui i più accesi furono il cap. Amos Pampaloni e il ten. Renzo Apollonio dell’artiglieria si agitarono contro il Comando di Divisione sobillando addirittura i loro soldati contro il gen. Antonio Gandin accusato di voler cedere le armi SUA SPONTE e non perchè ordinatogli dal Comando di Atene, mentre il suo unico intento era quello di eseguire sia pure ‘obtorto collo’ (a nessun Militare piace cedere le armi)  l’Ordine ricevuto -e magari l’avesse potuto fare !- che avrebbe salvato i suoi ‘diecimila figli di mamma’ come egli definiva i suoi uomini tra i quali purtroppo si annidarono delle serpi velenose o incoscienti.

  Tale stato di incertezza, durante il quale accaddero incredibili atti di insubordinazione e di rivolta da parte di elementi dell’Artiglieria e della Marina culminati nell’assassinio di un capitano dell’Ufficio Comando da parte di un nostro sottufficiale di Marina ( v.http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=18893), costrinse il fin troppo paziente (e questo fu il suo torto !) gen. Gandin ad un continuo  rinvio delle consultazioni per stabilire le modalità di resa con il comandante del Distaccamento tedesco di Cefalonia t. col. Hans Barge finchè, a causa di un proditorio cannoneggiamento di due motozattere tedesche avvenuto il 13 settembre da parte delle batterie dei due rivoltosi su accennati SENZA E CONTRO GLI ORDINI DEL LORO STESSO COMANDO DI ARTIGLIERIA (v. http://www.storiain.net/arret/num123/artic7.asp )  la situazione precipitò anche perchè nel frattempo -per fatale combinazione- attraverso il ponte radio della Marina di Corfù si fece vivo da Brindisi il Comando Supremo del governo ‘badogliano’ ivi fuggito con il re ed un codazzo di generali felloni e vigliacchi il quale, a coronamento delle infamie già subìte dal malcapitato gen. Gandin, gli inviò un ORDINE di  RESISTERE AI TEDESCHI  (v.all.) senza, peraltro, aver dichiarato guerra alla Germania con l’effetto di assimilare i nostri Militari a ‘partigiani’ o ‘franchi tiratori’ come tali fucilabili al momento della cattura.
  E i tedeschi al termine degli inutili e sanguinosi combattimenti nei quali caddero circa 1400 dei nostri soldati, non si fecero pregare ed attuarono una rappresaglia purtroppo prevista dalle leggi di guerra -CHE POTEVANO ANCHE RISPARMIARSI- fucilando come ‘capi di franchi tiratori’ e ‘franchi tiratori’ essi stessi, 136 Ufficiali in quanto responsabili del comportamento ‘proditorio’ dei loro soldatii: tra essi il magg. comandante il Genio della divisione Federico Filippini, mio Padre.

  Questi per sommi capi i fatti di cui la Divisione ‘Acqui’ fu sfortunata protagonista e con lei il suo Comandante gen. div. Antonio Gandin -che da meno di tre mesi ne aveva assunto il Comando- da me definito nel titolo ‘generale fascista’ non per una supina accettazione delle infamie narrate sul suo conto da alcuni ‘storici’ di parte per i quali è tale chiunque non condivida la loro impostazione ‘partigianesca’ dei fatti di Cefalonia, peraltro nulla aventi a che fare con essa, ma in base alle indiscutibili risultanze di due documenti allegati al presente scritto da me rinvenuti all’Archivio di Stato di Roma.
  Da uno di essi (‘lettera al Duce’) risulta che il gen. Antonio Gandin, trasferito a Cefalonia al Comando della Div. ‘Acqui’ nel Giugno del 1943, prima di partire inviò al Segretario Particolare del DUCE dr. Nicolò De Cesare una lettera indirizzata al DUCE (v. all.) in cui, nel riaffermare la sua incrollabile fede fascista scrisse che, non osando sollecitare un’udienza al Duce per non distoglierlo dai suoi diuturni impegni, pregava però che gli venisse inviata una sua foto da portare con sé a Cefalonia  e la richiesta venne rapidamente esaudita come risulta dalla  ricevuta (v. all.) della consegna in data 6 luglio 1943 dell’immagine con autografo dello stesso  Mussolini .

Se iI contenuto della missiva è senza ombra di dubbio chiarissimo e non consente illazioni di sorta sulla fedeltà del gen. Antonio Gandin al Duce e al regime fascista, esso -tolte le scontate infamie contro di lui da parte dei soliti adoratori della Resistenza Partigiana- rende vieppiù onore alla sua figura di SOLDATO capace di subordinare al proprio STATUS di Militare – ligio agli Ordini Superiori – perfino la sua contiguità ideale al Regime Fascista al punto di finire fucilato per primo dopo la resa..

A quanto sopra non c’è altro da aggiungere se non la riflessione che segue:
CON LA VICENDA MILITARE DI CEFALONIA LA ‘RESISTENZA PARTIGIANA’ E L’ANPI NON C’ENTRANO NIENTE.
ONORE AI MILITARI ! ONORE AL GEN. GANDIN !


Massimo Filippini

www.cefalonia.it





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