La spy story di Bruno G. Lonati e del “Capitano John”

di Maurizio Barozzi

 “Le “rivelazioni” fantasiose e non provate che sfiorano la storia e fanno confusione”

09.06.2010 – Sulla morte di Mussolini, a parte la contraddittoria e poco attendibile “vulgata” (come la definì Renzo De Felice) o “versione ufficiale” o versione di Walter Audisio, [1] tra le altre tante versioni “ alternative ”, in genere tutte sostanzialmente indimostrabili e molte delle quali eccessivamente fantasiose, è necessario parlare di quella che per il suo fascino di “spy story” ed i riferimenti al famoso Carteggio Mussolini / Churchill,  risulta essere la più citata, specialmente nelle ricostruzioni televisive condizionate dall’audiens.

Ci riferiamo alla sorprendente rivelazione, rilasciata nei primi anni ‘80 da un ex partigiano, un certo Bruno Giovanni Lonati, nome di battaglia “ Giacomo ”, dicesi ex commissario politico della 101 ° Brigata Garibaldi (e anche comandante di una divisione partigiana, formata da tre brigate operanti in Milano) che asserì di aver ucciso Mussolini, in combutta e per conto di un misterioso John , ufficiale inglese.
Il tuo browser potrebbe non supportare la visualizzazione di questa immagine. Ne vogliamo parlare perchè non solo su la improponibile “ versione ufficiale ” di Walter Audisio, infarcita di contraddizioni e assurdità, è necessario fare chiarezza, ma altrettanto deve essere fatta su quelle “ versioni alternative ” che finiscono per aumentare la confusione ed allontanare dalla verità [2].
Questa “rivelazione” del Lonati, fu accennata a maggio del 1982 in un capitolo della biografia di “Claretta” realizzata da Roberto Gervaso, Ed. Rizzoli, ma fu poi meglio esposta dallo stesso Lonati, in un libro (che lui dice di aver scritto nel 1981): “ Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta la verità” edizioni Mursia, pubblicato nel 1994 e recentemente ristampato (a lato la copertina). Nel frattempo e successivamente il Lonati concesse alcune interviste, partecipò a qualche servizio televisivo e così via, dovendosi sempre barcamenare tra lo scetticismo e l’incredulità, ma anche qua–lche estimatore o comunque ascoltatori non proprio avversi alla sua rocambolesca versione dei fatti. 
Intanto occorre precisare che questa del Lonati non è una ipotesi, ma trattasi di una vera e propria versione dei fatti di colui che si definisce partecipante diretto, anzi esecutore di Mussolini. Non c’è niente da indagare : o ci si crede o la si rifiuta. Prima di esaminarla però facciamo una premessa: tutte le versioni che vorrebbero attestare interventi ultra tempestivi di fantomatici agenti segreti (inglesi) che scovano il nascondiglio del Duce (Bonzanigo) e vi si recano per ammazzarlo sul posto, hanno un bel problema da risolvere e spiegare:
– o con esse si dimostra che è presente all’azione almeno uno di questi partigiani che a notte alta del 28 aprile 1945 tradussero a Bonzanigo i prigionieri, ovvero: Pietro Michele Moretti, Neri Luigi Canali, Pedro Pier Bellini delle Stelle (o forse Gianna Giuseppina Tuissi), [3] in pratica un elemento conosciuto dai carcerieri lasciati di guardia a Mussolini e Clara Petacci in casa De Maria, cioè Sandrino Guglielmo Cantoni e Lino Giuseppe Frangi;
– oppure, oltre che dimostrare come si venne in possesso delle necessarie informazioni che indicavano dove da poche ore era stato nascosto il Duce, occorre anche spiegare la mancata reazione armata dei due guardiani rimasti in casa De Maria, alla vista di uomini sconosciuti.
Come vedremo questa versione del Lonati ci risolverà il problema con uno scaltro espediente degno di Gianluigi Bonelli, il fantasioso autore di fumetti avventurosi.
Il Lonati, nato a Legnano nel 1921, al tempo dei suoi primi racconti (riferiti, egli afferma, dopo un impegno d’onore di mantenere il segreto per 35 anni) è un 61enne residente a Brescia. Aveva lavorato alla Franco Tosi fino al 1956 poi, trasferitosi a Torino, aveva ricoperto incarichi dirigenziali alla Fiat (sembra che nel febbraio del 1946 era uscito dal partito comunista, dove aveva anche conosciuto Aldo Lampredi, il compagno Guido Conti e da quel momento aveva abbandonato ogni impegno politico). In seguito aveva poi lavorato come dirigente e poi consulente  in alcune aziende anche al Sud.
LA MISSIONE DI JOHN E GIACOMO
Egli afferma che il 27 aprile 1945 un certo  “ capitano John ” dell’esercito inglese, di origini italiane meridionali (inquadrato come agente del Servizio Informazioni britannico alle dirette dipendenze del generale H. Alexander) ebbe a contattarlo per chiedergli di radunare alla  svelta  altri due o tre  partigiani onde eseguire una importante azione.
Fatto sta che radunati dal Lonati tali  Bruno, Gino e Lino (uno di Monza, un altro del Pavese e il terzo non si sa) di cui non si conoscono le generalità, la squadra per questa storica, ma segreta impresa fu bella e pronta. Ovviamente, nonostante gli sforzi profusi, non si riuscirà mai a rintracciare con certezza uno di questi partigiani  citati dal Lonati [4].
Dicesi che questo ufficiale britannico (alto, snello, ottimo italiano, spacciatosi per agente di commercio, che ovviamente tutto sembrava meno che inglese) si trovava già da qualche mese in Italia e reggeva una vasta rete di agenti ed informatori, ramificata in tutta la Lombardia, preposta al rifornimento delle bande partigiane.
In quei giorni di fine aprile l’ufficiale inglese alloggiava alla pensione di via Vallazze a Milano ove vi alloggiava anche Giacomo, il Lonati il quale, però, aveva già avuto modo di conoscerlo dal marzo ’45 quando gli era stato presentato da Aldo Lampredi.
Comunque sia questo John era entrato immediatamente in azione già dal pomeriggio del 27 aprile 1945. In pratica, l’inglese, dopo aver spiegato il suo intento di rintracciare preziosi carteggi in possesso di Mussolini e magari riuscire a catture il Duce stesso, chiese l’aiuto di Lonati e degli altri partigiani che subito si resero disponibili.
Il mattino successivo seppero che il Duce era stato catturato e l’inglese ben presto informò il Lonati che bisognava rintracciarlo e sopprimerlo.
Già da qui si noti come il Lonati, a dar retta al suo racconto, si sia subito messo a disposizione di uno straniero (l’inglese) senza richiedere le dovute autorizzazioni al CLNAI o al CVL o ad altre strutture di brigata dalle quali pur doveva dipendere.
Ma quello che è più grave è il fatto che questi importanti documenti, appartenevano allo Stato italiano e semmai avrebbe dovuto essere la provvisoria autorità del CLNAI, rappresentante del governo Bonomi al Nord, a girarli successivamente ai britannici.
E gravissimo è anche il fatto che il Lonati si dichiarerà poi disposto ad uccidere Mussolini (un inerme prigioniero) per tacitarlo dietro ordine di uno straniero, quando anche questa richiesta  doveva essere autorizzata dal CLN / CVL. Invece il Lonati, era partito con l’inglese e questi tre uomini trascinati dietro non si sa bene con quale autorità [5] .
Ma siamo andati troppo avanti, torniamo alla sera del 27 aprile, quando il gruppetto “ italo-inglese” , partito da Milano e giunto a Como, si diresse subito verso Brunate (la cosiddetta montagna di Como) dove, in una villetta, un misterioso uomo sulla quarantina, certo Franco, di cui non si sa chi sia o comunque come sarebbe stato preavvertito, li attendeva (del resto le spy story devono avere i loro misteri).
L’ufficiale inglese confabulò con costui e subito, il Franco, l’uomo  misterioso”, si assentò fino alle ore 8 del mattino successivo (28 aprile), e cioè fin quando tornò e portò la notizia che Mussolini era stato portato tra Bonzanigo e Mezzegra (come abbia fatto a trovare queste informazioni, visto che tra l’altro Mussolini era stato trasferito in gran segreto a casa dei contadini De Maria intorno alle 4 del mattino, è un altro mistero) [6].
Fatto sta che alle 8,30 del 28 aprile 1945, tutti i cinque del commando, si misero in macchina diretti verso l’alto lago. Strada facendo si imbatterono in un posto di blocco di partigiani (Argegno) per cui ne nacque un conflitto a fuoco, in qualche modo superato nonostante la perdita di Lino , ucciso da una raffica di mitra. La sua sepoltura rimase ignota, dice il Lonati, perche i partigiani, avendogli tolto i documenti, lo seppellirono da qualche parte.
Ci sarebbe da chiedersi però, come mai lui, che era il suo comandante e pur l’aveva coinvolto in questa avventura, non si preoccupò, a missione finita, di rintracciarne almeno le spoglie.
Dopo Tremezzo, il gruppetto così ridotto incontrò un secondo informatore, descritto con cappello da alpino, segnalatogli precedentemente dal misterioso Franco.
Ovviamente il “fumettone” del Lonati non poteva farsi mancare le parole d’ordine di riconoscimento tra loro, che come aveva informato il Franco erano: “Andiamo a fare una bella gita”, al che l’ Alpino doveva rispondere “ So io un bel posto” .
Dunque, l’”Alpino” indicò loro sommariamente casa De Maria a Bonzanigo, senza però accompagnarli (anche qui, trovare proprio quella casa, nascosta dietro un cancello di un palazzone in fondo ad una mulattiera, senza mai esserci stati non è che fosse molto agevole).
INIZIANO LE INVEROSIMIGLIANZE
        Fatto sta che in un lasso di tempo tutto sommato celere (a causa dei molti e sicuri posti di blocco e il dover trovare la casa) arrivarono sul posto, dicesi intorno alle 10,30. Qui, fermata la macchina nel famoso spiazzo erboso di via del Riale (al tempo mulattiera), John, Giacomo e i due partigiani superstiti, trovarono anche ben tre partigiani di guardia alla casa , uno con mitra e due invece armati con fucili tipo 91 corto, oltretutto allegramente fuori della casa.
Che fossero poi fuori della casa alla vista di tutti (mettendo in mostra a tutto il paese il segreto di quel nascondiglio) [7] è un altro particolare incredibile, ma del resto visto che quella casa aveva un entrata da un cancello e poi l’accesso attraverso certe scale intagliate nel muro, se i guardiani fossero stati collocati dentro casa, come naturale che fosse, era ben difficile spiegare come ci si era diretti a colpo sicuro.
Comunque sia, a parte la faccenda del terzo partigiano trovato in più a guardia della casa, che sinceramente non si sa come sia scappato fuori, è ovvio che tutto questo racconto non convince per niente tanto è improbabile e fantasioso.
I tre carcerieri, prosegue il Lonati, vennero ben presto disarmati con la minaccia delle armi, dopo averli distratti con un modo di fare amichevole e offrendogli sigarette (proprio come in un fumetto alla Tex Willer e proprio come nei fumetti il nostro John tirerà fuori corde e legacci dal suo portentoso zaino (che pare contenesse anche dei leggeri impermeabili e un altra sua divisa) e legherà, mani e piedi, i tre ex guardiani imbavagliandoli con i fazzoletti rossi che questi avevano al collo [8].
Dei proprietari di casa, i coniugi De Maria, non si hanno notizie.
Il Lonati si limita a dire che vide uscire una donna dal basso e gli bastò gridargli:
<< se vuoi vivere chiuditi in casa e esci questa sera!>>, per farla miracolosamente scomparire (e dobbiamo dire, risolvere nel racconto anche il problema della presenza di questi due ingombranti contadini).
Entrati in casa, John e Giacomo cercarono invano i documenti segreti del Duce e quindi condussero i due prigionieri sul ballatoio per poi raggiungere gli altri.
Il Lonati ci informa anche che mentre l’inglese adirato ed eccitato cercava dappertutto e non trovava questa borsa di documenti, che lui sapeva Mussolini doveva avere, il Duce disse che gli era stata sequestrata a Dongo, poi sorpreso e forse spaventato, come un perfetto imbecille che non si rende conto dell’importanza della documentazione, chiese anche perchè se la prendevano con lui e se la cosa fosse grave (roba da matti).
Poco dopo l’inglese informa il Lonati che, oltre al Duce, occorre sopprimere anche la Petacci perchè, a suo dire, è a conoscenza di troppe cose.
L’intrepido partigiano affermerà (ma guarda un pò) che non era d’accordo nell’uccidere la donna, oltretutto proditoriamente senza che se ne accorgesse, ma comunque si rimetteva all’autorità di John con la sola riserva che lui (che galantuomo!) si sarebbe limitato a sparare solo a Mussolini. Di fatto si sarebbe reso complice dell’omicidio di una povera donna, sua connazionale, senza neppure sapere quali colpe poteva avere.
Nel racconto ci sono anche alcuni dialoghi tra il Lonati e la Petacci rimasti un momento da soli, alquanto improbabili, come per esempio quello che una donna (notoriamente passionale ed emotiva come la Petacci) avendo capito che il Duce sarà ammazzato chiese al Lonati, che questo sia fatto senza che lui se ne possa accorgere e senza colpirlo alla testa (mah!).
Infine uscirono con i due prigionieri (Mussolini con un cappotto sulle spalle e la Petacci che indossava una pelliccia) e dopo circa 200 metri, scendendo verso via del Riale, si fermarono ad un crocevia con un viottolo (oggi strada asfaltata) dove qui, con una scusa, spinsero la  coppia contro una specie di recinzione a rete metallica.
Così  dice il Lonati nel suo libro; poi in un documentario per la Televisione (Raitre, La grande storia Mussolini l’ultima verità, 2004, una inchiesta realizzata con la collaborazione di M. L. Forenza e P. Tompkins e che riporta anche interviste rilasciate anni prima) [9] il Lonati in persona, nelle  riprese, indicò appunto una lunga parete di delimitazione, formata da un basso muretto con sopra la rete metallica, davanti alla quale sarebbe avvenuta la morte del Duce e di Claretta.
En passant: gli abitanti di quei luoghi hanno fatto notare ai ricercatori storici che questa “parete”, così come indicato dal Lonati, nel 1945 ancora non esisteva!  [10]
Arrivati a questo punto, per carità di patria, dovremmo finirla qui, ma visto che ci siamo, andiamo avanti e facciamoci qualche altra risata (amara però).
John e il Lonati chiesero ai prigionieri di fermarsi e tacere e quindi senza pensarci due volte aprirono improvvisamente il fuoco con i mitra Sten :  Lonati verso Mussolini, prima un colpo al cuore e poi un scarica di circa 4 colpi e l’inglese verso la Petacci, una raffica un pò più lunga che la raggiunse al petto. Erano poco più delle 11 del 28 aprile, in un paese miracolosamente deserto.
L’inglese, organizzatissimo, scattò anche una serie di foto, con una macchina fotografica estratta dal solito zaino e quindi invitò tutti ad andar via altrimenti disse, se arrivava qualcuno, potevano fare la fine di quelli che loro avevano fucilato. Cosicché i quattro se la filarono alla svelta ed i cadaveri vennero lasciati sul posto così com’erano, coperti alla meglio dal pastrano del Duce
Cosa fecero nel frattempo i tre ex carcerieri, legati e resi impotenti, una volta usciti Lonati e compagni, non si sa: non avrebbero potuto liberarsi, avere altre armi?  E i proprietari, i coniugi De Maria,  tutti buoni e zitti ?    Beato chi ci crede!
Ma una semplice considerazione dimostra come tutto questo racconto sia inverosimile:
alle 11 del mattino, infatti, in quel piccolo borgo di Bonzanigo, in men che non si dica i due cadaveri così abbandonati per terra sarebbero stati scoperti e tutti gli abitanti, dicasi tutti, seppur non molti, del posto e dintorni (Azzano, Giulino, Mezzegra), comprensivi di alcuni sfollati ivi provvisoriamente residenti, sarebbero accorsi a vedere lo “spettacolo”.
Come poteva poi, a che fine e con quale credibilità, il PCI mettere in atto la sceneggiata della finta fucilazione del pomeriggio (anche se magari avesse avuto in extremis dagli inglesi l’assicurazione che loro non avrebbero parlato)? [11]
Resta il fatto che a differenza delle ipotesi e testimonianze alternative alla “versione ufficiale”, che pur nelle loro inesattezze o ricostruzioni fantasiose possono però sempre avere qualche elemento, qualche dettaglio, qualche attestazione di presenza in quegli eventi, utili ad una ricostruzione dei fatti, questa di Lonati, non ha nessun elemento, nessun dettaglio, nessuna testimonianza utile o dimostrabile! E’ un prendere o lasciare che non serve a niente.
STUDI SU LA DINAMICA BALISTICA DELLA FUCILAZIONE E SUI REPERTI
NON SI ACCORDANO CON IL RACCONTO DI LONATI
Già  la dinamica degli spari, con il fatto che la Petacci ed il Duce sarebbero stati uccisi con due mitra Sten cal. 9, pone qualche  interrogativo, dato che invece si ipotizza l’utilizzo di almeno un mitra calibro 7,65 e di altri colpi, forse di pistola, calibro 9, ma questo non vuol dire nulla visto che sui calibri utilizzati non si hanno rilievi oggettivamente sicuri e ogni altra ricostruzione balistica, entro certi limiti, è possibile [12] .
Più problematico è invece il fatto che Mussolini fu probabilmente colpito da due tiratori, come dimostra la geografia distanziata e alcune traiettorie dei colpi pre mortali che lo attinsero, [13] e non da uno solo e la Petacci venne colpita alla schiena e non al petto come si evince chiaramente dai fori sullo schienale della sua pelliccia e dalle foto delle ferite che mostrano alcuni colpi “ in uscita” sul petto alquanto corrispondenti allo squarcio nel retro della pelliccia..
Ma questo suo racconto il Lonati cominciò a scriverlo nel 1981 quando tanti particolari non erano ancora molto chiari e, a quel tempo, neppure era stata ancora ben messa a fuoco la mancanza di fori sul giaccone indosso al cadavere di Mussolini e il suo stivale dx che aveva la chiusura lampo rotta (si pensava ad una “scucitura”), motivo per il quale non potendosi chiudere non avrebbe potuto mantenersi fisso nel piede e quindi non ci si poteva camminare agevolmente .
Questi ultimi due elementi oggettivi, infatti, una volta che furono ulteriormente ben analizzati e valutati (lo stivale nei primi anni novanta e per il giaccone i primi anni del nuovo millennio) già da soli avevano smontato la versione della fucilazione fornita da Audisio, valevano anche per il Lonati [14].
In sintesi: se Mussolini attinto da ben 9 colpi, alcuni dei quali da distanza ravvicinata, non presentava nel giaccone a maniche raglan, indosso al suo cadavere (così come si vede in piazzale Loreto), fori o strappi quali esisti di una fucilazione, è ovvio che fu rivestito da morto e che quando fu ucciso si trovava in deshabillé [15] .   
Altrettanto, se il suo cadavere porta al piede destro uno stivale completamente aperto, perchè non si può richiudere essendo saltata la saracinesca (lampo) di chiusura, forse nel tentativo di farlo indossare ad un cadavere in rigor mortis, è altrettanto ovvio che in quelle condizioni non poteva aver camminato per i viottoli scoscesi di Bonzanigo!
Per la morte della Petacci infine c’è, come detto, il particolare che il Lonati asserisce che fu colpita improvvisamente al petto, una dinamica che mal si adatta ai sia pur pochi riscontri sul cadavere della donna, anche perchè egli non ha neppure descritto fasi caotiche durante l’esecuzione (le strampalate versioni di Audisio asserirono che la Petacci si muoveva sconsideratamente aggrappandosi al Duce). D’altronde, seppur ci ha pensato, non era certo edificante riportare che la Petacci era stata vigliaccamente uccisa alle spalle dall’inglese.
Quindi, ignorando tutto questo, la versione della fucilazione del Lonati, viene a pensare, che fu calibrata su quella mendace di Valerio (raffiche con il mitra Mas da tre passi). Peccato per lui [16]. Ma andiamo ancora avanti.
ALTRE INVEROSIMIGLIANZE
          Terminata questa epica impresa, i nostri eroi tornarono a Milano, passando per Legnano il paese di Lonati, e si separarono con l’impegno al silenzio. Giacomo se ne tornò al suo Comando in viale Lombardia. Successivamente però si ritrovarono con l’inglese e fecero anche una bella cena di commiato.
Nell’occasione il John , circa le carte che avevano cercato fu alquanto evasivo e ribadì a tutti di mantenere il più assoluto silenzio per almeno 35 anni. Poi tornò in patria.
Come poteva l’inglese fidarsi che i tre partigiani, due dei quali da lui conosciuti solo nel corso di questa missione, in futuro mantenessero veramente il silenzio lo sa solo la provvidenza, ma ancor più come sia stato possibile che poi, ognuno andatosene per la sua strada, negli anni nessuno di loro abbia confidato se non riferito, magari per racimolarci qualche milione, questa strabiliante avventura è un altro enigma [17] .
Comunque, una semplice osservazione si rende subito evidente: questi agenti segreti con licenza di uccidere, dalle 8,30 del mattino (partenza dalla villa di Brunate), in circa due ore e trenta, avevano trovato il nascondiglio segreto, superato ogni posto di blocco e ostacoli per strada, resa innocua la vigilanza dei prigionieri e, ignorati da tutti, avevano proceduto all’esecuzione!  Audisio, secondo la versione ufficiale, ci aveva impiegato, dall’arrivo alla Prefettura di Como alla messa in scena di Villa Belmonte, ben otto ore! [18]
IL “RITROVATO” JOHN: C’E’ MA NON SI FA VEDERE
In ogni caso il Lonati, come affermò in seguito, pare che rintracciò telefonicamente a Londra questo fantomatico John di cui lui, guarda caso, non sapeva il vero nome.
Subito la stampa ha voluto dare un nome a questo agente inglese, in parte rivelato dallo stesso Lonati: si dovrebbe trattare, viene asserito, di un certo John Maccaroni nato in Gran Bretagna, figlio di immigrati italiani dal meridione, volontario dell’esercito inglese, addetto allo Special Operations Executive. Altre fonti invece lo danno come un certo Roberto Maccarrone oriundo siciliano.
Comunque sia, racconta il Lonati (non nel suo libro, ma in spiegazioni e interviste varie), che nel 1981 i due (lui e il misterioso agente segreto) risentitesi, si diedero appuntamento a Londra, dove egli stesso si recò con la moglie. Meno male, dovremmo pensare, ora finalmente avremmo potuto ottenere qualche attestato un pò più convincente.
Macchè,  l’inglese non si fece vedere, sparito (anzi, asserì il Lonati, in Inghilterra lui e la moglie furono persino pedinati).
Non si capisce come, il Lonati, che pur venne fatto oggetto di incredulità e non potendo addurre uno straccio di prova a conferma del suo racconto, [19] non abbia fornito elementi precisi per contattare questo fantomatico John di cui egli ci informa che avrebbe fatto carriera ed era diventato un alto dirigente dei servizi segreti inglesi e lui, sempre nel 1981, ne aveva anche contattato il fratello che gestiva un importante negozio a Londra.
Nel frattempo questa vicenda aveva riscosso un certo interesse, più che altro per i suoi risvolti spionistici e per la solita smania dei mass-media di cavalcare tutto ciò che possa fare clamore. Infatti il risalto maggiore, questa versione, l’ha avuto nelle reti televisive, oltre che ad essere condivisa, pur senza portare alcuna prova concreta a favore, dallo scrittore Peter Tompkins ex agente americano dell’O.S.S.
In Italia, un pò tutti ne hanno parlato e soprattutto sparlato senza costrutto, vista l’appetibilità dell’argomento, ma forse solo lo scrittore storico Luciano Garibaldi ha inteso dedicarsi ad una serie di verifiche che alla fine l’hanno portato, seppur dubbioso, a dare un minimo di credito almeno ad una parte di questa vicenda [20].
Lonati, da parte sua, si prestò per girare un mezzo documentario sui luoghi del suo racconto e, ridicolmente, a sottoporsi ad un test della macchina della verità con esiti, oltretutto e purtroppo per lui, controversi, ma sostanzialmente negativi.
L’INCREDIBILE STORIA DELLA DOCUMENTAZIONE AL CONSOLATO
Egli afferma anche di aver cercato, nel 1982, presso il Consolato generale inglese di Milano  e l’ambasciata di Roma, di ottenere una documentazione e di entrare in possesso delle fotografie che l’inglese aveva scattato ai cadaveri e che, trascorsi 50 anni  (gli aveva assicurato al tempo John ), avrebbe potuto richiederle agli archivi britannici.
Non ridete, ma egli racconterà  adesso  che dopo una ricerca del consolato inglese, gli venne confermato che effettivamente queste foto e la documentazione esistevano, che  dovevano avere una autorizzazione da Londra per procedere e comunque una copia egli l’avrebbe potuta avere alla scadenza dei 50 anni da quella vicenda.
Dovremmo quindi credere che foto di questa importanza storica, venale e politica, in grado di sconvolgere una intera storiografia vennero, da questo ufficiale inglese, depositate a suo tempo in qualche consolato dove  ancora allegramente giacevano negli uffici alla portata di tutti! E dovremmo anche credere che Churchill, che come noto si era dannato per recuperare ogni documentazione e far sparire prove del suo operato, aveva consentito di lasciare in giro tracce così compromettenti e alla portata di tutti! [21]
Fatto sta, quando nel 1995, alla scadenza di questi 50 anni, il nostro eroe scrisse all’ambasciata Britannica di Roma, non ebbe risposta e tutto finì lì.
E così  anche questo riscontro venne a vanificarsi.
Qualcuno ha supposto, leggendo le lettere scambiate tra Lonati e le ambasciate britanniche e notando che queste non entrarono nel merito delle richieste avanzate, non le smentirono, non elevarono denunce, ecc., poteva forse ritenersi un implicito silenzio – assenso alla vicenda.
Il particolare lascia perplessi, ma probabilmente, di fronte a queste richieste, gli addetti all’ambasciata, risposero formalmente, senza entrare nel merito o forse meglio ancora, il Lonati aveva pur partecipato in quei giorni di fine aprile 1945 e in quei posti  a qualche impresa sotto comando inglese, magari collegata alle vicende della ricerca dei Carteggi di Mussolini.
Da quanto su esposto sarebbe consequenziale che una stampa ed una editoria seria, ed anche dei servizi radio televisivi seri, avrebbero dovuto lasciar cadere nel dimenticatoio questa storia o comunque riportarla in un quadro sostanzialmente critico e dubitativo.
Viceversa è  emblematico rilevare come, leggendo articoli e servizi, inerenti la morte di Mussolini o le vicende del suo Carteggio con Churchill, per la verità quasi sempre articoli estremamente superficiali, spesso si trova il modo di infilarci in mezzo qualche riferimento alla storia di Bruno G. Lonati. O comunque di chiamarla in causa.
Ma in ogni caso ed anche se tutto è possibile, chi ha pratica di questo genere di operazioni o del modo di procedere dei servizi segreti dell’epoca, sa che non era certo questa, così come raccontata dal Lonati, la prassi solitamente da essi seguita.
Rispetto alle ricerche delle foto, immortalanti l’esecuzione del Duce, ancora giacenti presso il consolato britannico, che prima ne confermerebbe l’esistenza e poi si rimangia gli impegni verbalmente presi, siamo nel campo della più completa inverosimiglianza.
Tutto il racconto è pertanto stonato e come è stato giustamente osservato dallo scrittore Alberto Bertotto:
<> (Vedi il sito: http://www.l’Archivio Story-History).
QUALCOSA DI VERO
Non tutto il racconto, però, a nostro avviso è inventato, qualcosa di vero deve esserci per forza anche perchè, altrimenti, non si spiegherebbe in nessun modo il comportamento del Lonati e qualche minimo riscontro che sembra, o meglio che potrebbe, esser stato trovato.
Come accennato, il giornalista storico Luciano Garibaldi, svolgendo qualche ricerca, è stato propenso a dare credito, almeno ad una parte della rivelazione del Lonati.
Per esempio: nel racconto si parla di un agente inglese, forse italiano, con cappello da alpino ; ebbene, un soggetto simile esce fuori anche da altri racconti e testimonianze inerenti quei luoghi e quei periodi (la conoscenza di questo soggetto non è però dato sapere come sia stata al corrente del Lonati); l’esistenza di una base inglese a Brunate che sembra effettivamente ci fosse (ma gli inglesi nel comasco avevano molte basi) oppure lo scontro a fuoco di Argegno, richiamato nel racconto, che pare sia avvenuto veramente (anche se non si sa bene con chi e con quali modalità); o ancora, il fatto che il Lonati ebbe incarichi di comando tra i partigiani garibaldini (ma anche questo vuol dir poco); ed inoltre alcuni riscontri che ha fornito su questo fantomatico John, pur mai rintracciato e pochi altri particolari che comunque non sono assolutamente sufficienti per avallare il suo racconto.
La moglie di Lonati infine disse di aver saputo di questi fatti dal marito nel 1980, dopo 10 anni che erano sposati, ovvero allo scadere dei 35 anni di silenzio (strano questo silenzio nell’intimità coniugale) ed un parente della moglie, oltre ad una ex baby sitter ed un conoscente nel suo lavoro, analogamente confermarono di aver ascoltato questi racconti nel 1981 poco prima della loro pubblica divulgazione, ma tutto questo vuol dire poco, se non il fatto che intorno al 1981 il Lonati prese a raccontare a qualcuno questa avventura.
Come sia potuta però uscir fuori tutta questa storia è incomprensibile anche perchè da quel poco che si è potuto sapere dalla biografia del Lonati e dalla osservazione dei suoi vari interventi televisivi non ci sembra un soggetto particolarmente in cerca di notorietà o di venali remunerazioni o comunque dedito alla mitomania e quindi le perplessità aumentano [22].
Soprattutto lascia perplessi il fatto che il Lonati sia andato ai consolati britannici, abbia girato in lungo e in largo e si sia tirato addosso tutta questa storia, anche se non crediamo che negli anni ’80 e soprattutto poi in quelli ’90, quando uscì il libro della Mursia, potesse paventare ritorsioni da parte di qualche fanatico [23].
Visto comunque, che noi non crediamo affatto a questa fantasiosa rivelazione, e tra le altre cose non vi crediamo soprattutto per alcuni dati oggettivi precedentemente esposti, dobbiamo giocoforza supporre che, in quei giorni del ‘45, il Lonati partecipò a qualche missione, da quelle parti, forse proprio alla ricerca di Mussolini e/o delle sue carte o qualcosa del genere, magari sotto comando inglese.
Molti anni dopo il Lonati (con dietro qualche misterioso ispiratore ?) forte di vari racconti su quelle vicende, ha pensato bene, non riusciamo ancora a capire per quali motivi (le vie dell’uomo sono infinite), di architettare tutta questa incredibile storia miscelando particolari veramente vissuti, altri dedotti ed elaborati dalle storie pur conosciute, ad altri ancora totalmente inventati.
Anche questo però si può solo supporre, ma non provare, come del resto non si può provare il racconto del Lonati, e pertanto è  meglio  stendervi sopra un velo di pietoso silenzio.
NOTE:
[ 1 ] Dare riferimenti per la versione di Walter Audisio alias colonnello Valerio è un problema non da poco visto che questi ha fornito ben tre versioni sulle pagine dell’Unità, una difforme dall’altra, spesso su particolari alquanto importanti, finendo poi per lasciare un libro postumo con una versione simile, ma anche qui non uguale, alla sua terza versione del 1947. La si denomina anche “ versione ufficiale”, ma  sia per le modalità divulgative, che per il fatto che mai venne rilasciata una relazione agli organi competenti (CLNAI, CVL, ecc.), di ufficiale la versione di Audisio non ha nulla. Vedesi: Colonnello Valerio \ W. Audisio, l’Unità Nri : del 30 aprile 1945 (versione anonima); e dal 18 novembre al 24  dicembre 1945 (seconda versione firmata dal colonnello Valerio) e  dal 25 marzo al 31 marzo 1947 (terza versione firmata W. Audisio). Infine: W. Audisio: In nome del popolo italiano, Ed. Teti 1975.
[ 2 ] Non solo una editoria del “ sensazionale ” è andata dietro questa versione del Lonati, ma anche purtroppo alcuni sostenitori della esistenza e importanza di un certo carteggio Mussolini / Churchill. Questo perchè la spy story di Lonati ne poteva costituire un ulteriore avallo. Trattasi, invece, di due vicende separate. Oggi, l’esistenza di questo Carteggio, recuperato e fatto poi sparire da Churchill, è accettata da moltissimi storici e varie prove in proposito stanno spuntando fuori. Non c’era di certo bisogno di puntellare la vicenda del Carteggio con quella di Lonati. Lo stesso storico Renzo De Felice, indicò chiaramente che Mussolini venne ucciso alla svelta dietro ispirazione inglese (si riferiva a Max Salvadori Paleotti, un ufficiale italo inglese di collegamento con il CLNAI che al momento dell’arresto di Mussolini, fece presente ai dirigenti ciellenisti che loro potevano disporre della sorte del Duce fino all’arrivo delle truppe alleate). Per l’esecuzione di Mussolini, invece, il De Felice indicò un gruppo di partigiani comunisti milanesi.
[3] Sono partigiani della 52 a Brigata Garibaldi, quella che si era accaparrata il merito di aver catturato il Duce: Pedro ne è il comandante, più che altro nominale e in attesa di conferma, Pietro il commissario politico comunista e il Capitano Neri (un comunista “atipico” e idealista) il capo di stato maggiore, una carica teorica e transitoria data al Canali, già comandante della 52 a   Brigata dopo le sue vicissitudini per cui era stato condannato a morte per tradimento, dal Comando generale Lombardo delle Brigate (sentenza rimasta pero sospesa). Gianna, era una partigiana ed anche amante del Neri.
[ 4 ] Il Lonati, non fu in grado di fornire nomi e indirizzi per rintracciare questi Bruno e Gino (il Lino disse che era morto) , rendendosi in tal modo poco credibile.  Anni dopo, disse di averne rintracciato uno e portò anche i giornalisti a casa di costui, ma questi negò decisamente di essere il partigiano compagno di avventura del Lonati e praticamente sbattè la porta in faccia ai ”visitatori”.
[5] L’illegalità di tutta questa faccenda, ammesso che fosse vera, emergerebbe anche verso la fine del suo racconto, quando al termine della sua “imprevista” missione (come l’aveva definita lui stesso) egli, descrivendo il rientro a Como, ha la sfrontatezza di osservare fra sè: <>.
[6] Per le vicissitudini dell’arresto e successivo nascondiglio di Mussolini e la Petacci a Bonzanigo, nel mare di rievocazioni contraddittorie, forse i testi più attendibili, anche se relativi ad una vicenda oltretutto già “alterata” alla fonte, sono: Bandini F.: Le ultime 95 ore di Mussolini, Sugar 1959;  Perretta G.:  Dongo, 28 aprile 1945 La verità nel racconto di M. Moretti, – Ed. Actac  1997;  Zanella A.:  L’ora di Dongo, – Rusconi 1993;  U. Lazzaro: Dongo mezzo secolo di menzogne, Mondatori 1993.
[7] Chi è stato in quei posti sa benissimo come un forestiero o qualcosa di “anormale” venga subito  notato e il rapido giro della “voce” non può certo essere controllato. Il Lonati racconta nel suo libro che quella mattina il paese era pressoché deserto. Le testimonianze raccolte soprattutto dal Bandini, ma non solo, ci attestano invece che quella mattina ci furono vari movimenti ed anche spari, tanto che girò la voce che si stava dando la caccia a dei fascisti o dei generali fuggiaschi.
[8] Nelle finctions e nei fumetti si hanno scene in cui si imbavagliano con facilità (e sicurezza che non possano gridare) le persone. Nella realtà non è certamente facile imbavagliare ben tre pesone ed essere certi che non possano gridare in qualche modo, solo con i loro fazzoletti da collo.
[9] Su questo servizio di RaiTre  La grande storia – Mussolini l’ultima verità, realizzato anche da M. L. Forenza e P. Tompkins, per il resto molto ben fatto, forse per dare un certo sostegno alla versione di B. G. Lonati, che ne occupa un largo spazio, è stato fatto un montaggio di interviste tra le quali spezzoni di quelle a Dorina Mazzola la importante testimone di Bonzanigo che nel febbraio 1996 rivelò a Giorgio Pisanò, e poi ad altri giornalisti, di aver assistito alla uccisione di Claretta Petacci, intorno al mezzogiorno e a precedenti fatti in relazione ad una morte di Mussolini tra le 9 e le 10. Ebbene in questo servizio-documentario, le interviste alla Mazzola, opportunamente tagliate, sono presentate in modo da sembrare una conferma alla versione di Lonati e della sua fucilazione del Duce intorno alle ore 11. Viceversa la testimonianza di Dorina Mazzola è tutt’altra cosa e non si concilia affatto con quella del Lonati. Il servizio di RaiTre La grande storia, è ancora reperibile telematicamente presso il Sito: http://www.youtube.com/watch? v=_owrwqq6HCg&feature=player_ embedded .
[10] Il basso muretto con recinzione metallica, nel punto indicato da Lonati, non esisteva nel 1945. Corrisponde all’incrocio Via del Riale con Via privata degli Ulivi ; infatti  Via privata degli Ulivi è stata costruita verso la fine degli anni ‘ 70, inizio anni 1980. Sul lato sinistro furono costruite delle abitazioni, sul lato destro dei box. Non esisteva Via privata Ulivi, non esisteva il muretto: c’erano solo prati.
[11] Ulteriormente complicato, fantasioso e assurdo sarebbe l’ipotizzare che i due cadaveri vennero scoperti dopo poco tempo da elementi comunisti (che oltretutto già sapevano cosa fare) e quindi fatti subito sparire, cosa non certo facile dal farsi in quei posti.
[12] Come noto il verbale autoptico sul cadavere di Mussolini, stilato del prof. Mario Cattabeni il 30 aprile 1945, è carente di notizie che possano dare indicazioni sull’esatta dinamica balistica e modalità della fucilazione. E’, tutto al più, un referto diagnostico oltretutto eseguito in condizioni di caos ambientale e probabilmente sotto alcune imposizioni (come quella di non eseguire l’autopsia sulla salma della Petacci). Non ci sono descrizioni dello stato del vestiario (il cadavere venne preparato e spugnato), sulla metrica e la direzione delle traiettorie dei colpi, ecc., e neppure venne rinvenuta una pallottola, magari sparata post mortem, e ritenuta nel corpo.
Tuttavia pur con le poche indicazioni del verbale e grazie alla osservazione cine fotografica delle ferite, applicando l’esperienza nelle dinamiche balistiche e medico  legale, si  possono ipotizzare alcune dinamiche di sparo e ritenerne altre molto meno probabili.
[13] Le stesse fonti “resistenziali”, con gli anni, di fronte alla problematicità di una dinamica di fucilazione eseguita da un solo tiratore, hanno finito per ammettere, sia pure in sordina, che “forse”, oltre ad Audisio, ebbe a sparare anche Michele Moretti o Aldo Lampredi, a seguito di fasi concitate quasi un contendersi l’”onore dell’impresa”. In  effetti non solo dei periti non di parte o altri chiaramente critici verso la versione di Audisio, hanno evidenziato le incongruenze dinamico balistiche della “vulgata” cioè della “ storica versione ”, ma anche un medico legale, il Pierluigi Baima Bollone, pur sostanzialmente allineato sulla versione di Audisio, ha dovuto ipotizzare la presenza di almeno due tiratori, forse uno con mitra ed un altro con pistola (Baima Bollone P. L.:  Le ultime ore di Mussolini, – Mondatori 2005).
[14] Sia il particolare del giaccone imperforato che dello stivale con la chiusura lampo rotta, vennero focalizzati dal medico legale A. Alessiani negli anni ’80 avanzati, e vennero poi confermati dal riscontro sugli stivali stessi conservati nella teca del cimitero di San Cassiano, mentre per il giaccone imperforato si raggiunse la certezza tecnica con la perizia eseguita, con tecniche moderne, all’Istituto di Medicina Legale dell’università di Pavia da una equipe del prof. Giovanni Pierucci nel 2006.
Da notare che anche W. Audisio aveva fatto il furbo, quando nelle sue relazioni del 1945 e 1947 aveva affermato di aver notato, già in casa De Maria, lo stivale destro, disse sdrucito, ai piedi di Mussolini (del resto al caricamento dei cadaveri al bivio di Azzano la sera del 28 aprile e poi il giorno dopo a Piazzale Loreto si era notato questo stivale aperto al piede del Duce).
L’Audisio quindi, sicuro di poter colorire e arricchire il suo racconto, aveva anche asserito che il Duce aveva percorso a passi svelti la via in discesa e scoscesa che lo portava alla macchina (via che poi, oltretutto, dovendo dirigersi verso la piazzetta del Lavatoio, avrebbe dovuto essere in salita!).
Audisio però, al tempo, non sapeva che non si trattava di una sdrucitura , ma di una rottura della lampo per cui in quelle condizioni Mussolini non avrebbe potuto camminarci, tanto meno a passi svelti. Vedesi: Alessiani A.: Il teorema del verbale 7241 , reperibile anche telematicamente in http://www.larchivio.org/xoom/ alessiani.htm .;  Andriola F.: Mussolini: una morte da riscrivere  – Storia in Rete maggio 2006;  Pisanò G.:  Gli ultimi cinque secondi di Mussolini   – Il Saggiatore 1996;  Baima Bollone P. L.:  Le ultime ore di Mussolini, op. cit. . 
[15] Mussolini, in pratica, fu attinto ancora in vita da 9 colpi, forse 8 se quello che lo raggiunse al braccio dx e fuoriuscì, entrò poi nel tronco. Questa la distribuzione dei nove colpi: 4, quali una chiara raffica di mitra ravvicinata quasi sulla spalla sinistra, uno al sopraclaveare dx ed uno poco più sotto sulla parasternale dx. Uno sopraioideo (cioè sottomentoniero), uno al fianco dx, fuoriuscito dal gluteo ed uno ravvicinato al braccio dx fuoriuscito quasi tangenzialmente verso il polso.
E questi colpi paiono mostrare traiettorie inclinate o oblique, dal basso in alto (per esempio il colpo sottomentoniero) o dall’alto in basso (per esempio il colpo al fianco oltretutto così descritto nel verbale autoptico)  inspiegabili in una fucilazione classica e frontale da pochi passi.
Vedere: Verbale autoptico 7241 di Mario Caio Cattabeni, Ed. Gnocchi Milano 1945;  riprodotto anche in Pisanò G.:  Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, op. cit.
Il Lonati, nel suo racconto, ricorda che il Duce aveva sulle spalle un cappotto o pastrano non meglio specificato. Ma il cadavere del Duce indossava uno strano giaccone a maniche raglan, imperforato, indice di un successivo rivestimento da morto.  Una  rivestizione con un giaccone inusuale che ha un senso solo se Mussolini fu ucciso precedetemente in deshabillè non se invece, più o meno, aveva sulle spalle un cappotto con il quale fu lasciato in terra.
[16] Per la morte di Mussolini, dopo che Franco Bandini nel 1973 aveva scombussolato la “vulgata” di Audisio, ipotizzando una “ doppia fucilazione ” messa in scena a Villa Belmonte alle 16,10, senza poterlo però dimostrare con prove concrete, si sono succedute molte altre ipotesi alternative, sempre indimostrate.  In ogni caso la ricostruzione più convincente, razionale ed oltretutto avallata da alcuni riscontri tecnici e indirette conferme da alcune importanti testimonianze (tra cui quella di Savina Santi la vedova di Guglielmo Cantoni Sandrino, uno dei guardiani del Duce a Bonzanigo) è quella riferita dalla signora Dorina Mazzola, al tempo diciannovenne residente a circa 150 metri dalla casa dei De Maria a Bonzanigo. Questa testimonianza indicò una morte di Mussolini nel cortile di Casa De Maria, tra le 9 e le 10 del mattino del 28 aprile 1945, dopo che era stato ferito in casa da un paio di colpi di pistola e fatto scendere d’abbasso claudicante con indosso la sola maglietta a mezze maniche di salute e forse i pantaloni.  Clara Petacci invece venne uccisa, intorno alle 12, con una proditoria raffica di mitra alle spalle (sparata da un partigiano esagitato che forse aveva ritenuto che la donna volesse scappare), in un prato proprio davanti casa di Dorina Mazzola. Vedere Pisanò G.:  Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, op. cit. ed anche il nostro: M. Barozzi: La testimonianza di D. Mazzola, su Rinascita del 23 maggio 2009.
[17] E’ noto che in tutti questi anni c’è stata un sacco di gente che con le loro testimonianze e “memoriali” ci hanno campato, rilasciando  quasi sempre versioni rivelatesi nel tempo inattendibili, ma ben pagate da rotocalchi e riviste. Neppure la paura di eventuali ritorsioni può spiegare questo strano silenzio visto che, oltretutto, anche dopo che il Lonati aveva rotto il  ghiaccio, nessuno gli è andato dietro per dire “sono io” uno dei partigiani compagni di quella avventura.
[18] Addirittura Audisio, dicesi a causa dei posti di blocco e il sequestro di un camion strada facendo, per percorrere circa 56 Km. da Como a Dongo, vi aveva impiegato 2 ore. Lampredi poi, pur non potendo esser certi di quando uscì dalla Prefettura di Como e quel che veramente fece dopo, ci impiegò molto di più. Vedesi: Audisio W.:  In nome del popolo italiano  – Teti 1975;  Lampredi A.: Relazione riservata al partito del 1972  –  pubblicata su l’Unità 23 gennaio 1996.
[19] Il Lonati neppure fu in grado di mostrare l’arma, il mitra sten, con il quale egli sostenne di aver  soppresso il “tiranno” e che pur avrebbe dovuto conservare come una importantissima reliquia storica. Disse di averlo tenuto fino al 1970 e poi di averlo dato al fratello di un suo parente collezionista di armi, che poi lo demolì non avendo le necessarie autorizzazioni.
[20] Garibaldi L.:  La pista inglese  – Edizioni Ares 2002.
[21] Ultimamente la ricerca storiografica sta prendendo sempre più in considerazione l’esistenza di un Carteggio segreto tra Churchill e Mussolini (in passato ostinatamente negato dagli storici britannici) e la sua delicata e grande importanza storica. Ebbene tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, la “vicenda Lonati” attirando l’attenzione su l’ingerenza inglese nella morte del Duce, ha avuto un positivo ruolo per rompere quel muro di scetticismo che avevano molti storici (lo stesso Renzo De Felice era stato scettico sul Carteggio, poi negli ultimi anni di vita cambiò radicalmente opinione). Oggi però, che molte storie strampalate, superficiali e quant’altro sono state ridimensionate e sulla vicenda del Carteggio si sta ragionando seriamente, la storia di Lonati rischia di essere controproducente. Per esempio, sostenere che nei consolati inglesi, dopo 35 anni c’erano ancora documentazioni di quella portata storica, a parte l’assurdità di questa rivelazione, indirettamente si dimostrerebbe che Churchill non aveva nulla da nascondere altrimenti non avrebbe lasciato questi documenti in uffici alla portata dei funzionari, oppure, viceversa, che queste storie non sono credibili e quindi, facendo di tutta un erba un fascio, si rischia di affossare anche ogni seria ricostruzione delle vicende del Carteggio.
[22] Osservando il Lonati, forse intorno ai 72 – 75 anni, raccontare in TV la sua vicenda, si ha l’impressione di una persona pacata,  razionale, precisa, ben calata nel racconto. Se tutto quello che racconta si deve ritenere non veritiero, c’è da dire che egli sarebbe un attore impareggiabile. Cosa questa che fa aumentare le perplessità e il mistero su tutta la  vicenda.
[23] Escluso Audisio che nel dopoguerra e negli anni ’50, forse in parte anche nei ’60, venne fatto oggetto di varie minacce, tutti gli altri ipotetici esecutori di Mussolini, via via ipotizzati o addirittura fattisi avanti con testimonianze di ogni colore, sono tutti morti tranquilli nei loro letti.
Qualcuno ha anche fatto osservare che il Lonati, nel raccontare questa storia, avrebbe potuto esporsi ad un’incriminazione per omicidio volontario premeditato non prescrivibile (non potendo essere definito – il fatto – “atto di guerra” per mancata reazione della parte soccombente), ma a questa remota ipotesi, del tutto teorica, crediamo proprio che nessuno ci potesse aver pensato. Oltretutto si sarebbe dovuto intentare un processo che avrebbe dovuto provare che il Lonati aveva effettivamente ucciso Mussolini, il chè è tutto da ridere.
 http://www.corrierecaraibi.com/FIRME_MBarozzi_100609_La-spy-story-di-Bruno-G-Lonati.htm
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Fino a quando festeggeremo la nostra rovina? Note sugli italiani e il 25 aprile

di Enrico Galoppini

 

Ogni volta che s’appropinqua la data del 25 aprile, mi pongo – con sommo e crescente sgomento, anno dopo anno – la domanda sul senso e il valore di questa ricorrenza. Essa viene celebrata dallo Stato italiano come la “Festa della Liberazione”: liberazione, nel 1945, dal “tedesco invasore”, e dal regime fascista – o meglio da quanto ne era sopravvissuto per un paio d’anni (la Repubblica Sociale Italiana) – alleato della Germania (e del Giappone, nel famoso “Asse”), la quale – checché se ne possa pensare – era stata comunque il nostro alleato, praticamente contro il mondo intero, e che proditoriamente avevamo pugnalato alle spalle con il cosiddetto “armistizio” dell’8 settembre (in realtà una resa incondizionata di una composita classe di vili e felloni che il Fascismo avrebbe fatto bene ad estirpare – idealmente, s’intende – nel corso di un ventennio, invece di organizzare la solita cosa “all’italiana”).
In questa “Festa della Liberazione”, come non mai, viene esaltato il carattere di “Repubblica antifascista nata dalla Resistenza” dato alla compagine statale sorta all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale. Con la parte sconfitta, esecrata al rango di “male assoluto”, che per semplificare al massimo grado una vicenda storica estremamente complessa diventa d’un tratto il cosiddetto “Nazifascismo”, un fenomeno praticamente inesistente sia nella realtà storica che in quella delle idee, eppure molto utile a chi ha tutto l’interesse (e vedremo chi è) a banalizzare incasellando tutto quanto in una bambinesca classifica dei “buoni” e dei “cattivi”.
Le “vittime del Nazifascismo” vengono ricordate ovunque, ad ogni piè sospinto, specialmente in determinate città, con dovizia di particolari sulla loro tragica ed eroica sorte. Agli occhi di uno sprovveduto, ciò sembrerebbe scaturire da un sincero moto dell’animo, al quale ripugna giustamente ogni sopruso e violenza, da qualsiasi parte provengano. Eppure, le rare targhe commemorative delle distruzioni e delle morti causate dai bombardamenti “alleati” – talmente rare che tocca cercarle col lanternino – non sono altrettanto esplicite e ‘didascaliche’, evitando accuratamente di nominare gli “anglo-americani”, diluiti in un anodino “eventi bellici” e in un vago “bombardamenti”; al che, un incolpevole indottrinato studente della scuola italiana – che tutto fa tranne che insegnare la Storia – potrebbe essere indotto a ritenere anche quei morti a carico della proverbiale “barbarie nazifascista”. Pertanto, come più volte ho avuto modo di commentare, non si è in presenza di una “questione di principio”, ma di un’interessata, variabile e moralistica valutazione di eventi egualmente luttuosi e tragici per l’intera nostra nazione, la quale, è bene ricordarlo, aveva nella stragrande maggioranza offerto il proprio volontario consenso al Fascismo in quanto aveva visto realizzarsi, grazie all’impulso dei capi e alla collaborazione del popolo, un’Italia forte e prospera di cui essere fieri (non come oggi, che c’è solo da vergognarsi e deprimersi).

Addirittura, in più d’un caso, i bombardamenti “alleati” furono molto più efferati e devastanti delle azioni condotte da reparti militari tedeschi contro italiani, sia quelli ad essi ostili sia quelli colpiti dalle loro “rappresaglie”. Eppure, nell’immaginario collettivo fabbricato da decenni di propaganda resta l’idea che da una parte vi fossero i “buoni”, i “liberatori”, dall’altra i “cattivi”, gli “invasori” (“nazifascisti”). Come si possa per tal via “pacificare gli italiani” resta un mistero… né – ammesso che sia possibile – si comprende come sia possibile giungere ad una “memoria condivisa”, che per essere tale dovrebbe considerare almeno in pari dignità tutte le particolari “memorie” che compongono i ricordi collettivi di una nazione.
I libri sull’argomento oramai abbondano e travalicano quelli contenibili in una normale biblioteca, quindi chi vuole andare oltre il consueto ‘esorcismo’ del “documentario storico” in prima serata o la “pagina culturale” dei giornali cosiddetti “autorevoli” non ha che l’imbarazzo della scelta per potersi fare un’idea di come sono andate le cose quasi settant’anni fa.
Ma non è questo il punto che m’interessa affrontare qui, anche perché sul passato non c’è mai verso di trovarsi tutti d’accordo. Di regola, infatti, tendiamo a prendere posizione nei confronti dei “grandi eventi” trascorsi non tanto in base alle informazioni in nostro possesso, quanto alle nostre tendenze caratteriali e predilezioni ideologiche, e, soprattutto, al grado di soddisfazione che il presente ci dà e alle aspettative che nutriamo verso il futuro, sia come individui che come collettività. Mi spiego meglio: siccome ogni sistema si dota di una sua retorica ufficiale, la nostra capacità di accoglierla e di conformarsi ad essa (accettarla e comportarsi di conseguenza) varia nella misura in cui condividiamo gli assetti di potere – e la relativa scala di priorità e valoriale – che quel dato sistema supporta grazie a quella retorica, di cui anche la “memoria storica” fa parte.
Paradossalmente, poi, le informazioni capaci di farci riconsiderare il passato sono spesso più quelle sul presente che quelle sul passato stesso, il che se non vuol dire sempre che “si stava meglio quando si stava peggio” conferma almeno che anche il “senno di poi” ha il suo peso nell’influenzare la nostra disposizione a rapportarci ai fatti storici. Propongo due esempi per spiegarmi meglio: se ci viene imposto lo smantellamento dello “Stato sociale” viene spontaneo informarsi sul perché e come esso è stato concepito e realizzato dal regime fascista; se assistiamo ad un crescendo di “liberazioni” in giro per il mondo, con modalità analoghe a quella somministrataci, e prendiamo atto che i “liberati” vanno a stare regolarmente peggio di prima, sorge il desiderio di approfondire come siamo stati “liberati” anche noi.
Pertanto, per rigettare la retorica antifascista e resistenziale non è necessario essere automaticamente “fascisti”, e nemmeno filo-fascisti, il che avrebbe poco senso visto che il Fascismo è nato nei primi anni Venti e morto, sconfitto militarmente, nel 1945. Basta solo essere un tantino avveduti, con gli occhi aperti sulla realtà, per comprendere a chi può far comodo la “dittatura del pensiero” che non prevede sconti a chi non s’allinea alla vulgata della “liberazione”.
Certamente conosco le varie obiezioni a questo ragionamento, tra le quali le più gettonate sono due. La prima è quella che postula l’esistenza di un “fascismo eterno” (Umberto Eco) sempre pronto a risorgere e ad “uscire dalle fogne”, come piace dire a certi “antifascisti” in servizio permanente effettivo. Ma che questa posizione sia sinceramente delirante, o meglio funzionale agli interessi del blocco dominante occidentale, lo dimostra il fatto che l’accusa di “fascismo” riguarda tutti quelli che finiscono nel mirino occidentale perché costituiscono, in vario modo, un ostacolo alla diffusione del Nuovo Ordine Mondiale: si va da Chavez a Ahmadinejad, da Berlusconi a Putin, in una lista che comprende tutto e il contrario di tutto (gli ultimi sono l’ungherese Orban e l’argentina Kirchner), senza che i novelli “antifascisti” – gli stessi che contestarono il “fascista” Gheddafi in visita a Roma – si rendano conto in quale vicolo di ridicolo e contraddizioni si sono cacciati. Un fatto è certo: per stare nel “salotto buono occidentale” si deve fare professione di “antifascismo”, col che il grottesco giunge a livelli imbarazzanti, dato che nell’arena, alla fine, si scontrano solo dichiarati “antifascisti” (da Fini ai “centri sociali”). La seconda obiezione – complementare rispetto alla prima – è quella che accusa di “ipocrisia” o di “tradimento” gli esponenti dell’ “antifascismo istituzionale” (da Napolitano in giù), il che permette agli “antifascisti duri e puri” di non fare mai i conti col fatto di condividere coi pretesi “nemici borghesi” la medesima retorica!
E così veniamo al punto. Se tutti quelli che intendono occupare una “posizione” in questa “Repubblica antifascista nata dalla Resistenza” devono – a parole e nei fatti – adeguarsi a questa sorta di ‘religione dell’antifascismo’, a prima vista non si capisce dove stia il problema del “fascismo” contro il quale dovremmo sempre “vigilare”. Il problema, infatti, non sussiste, se tutti quanti devono ostentare un antifascismo modaiolo e conformista. Tuttavia, siccome siamo nel Paese di Arlecchino e Pulcinella, tutto questo dare a vedere e sbracciarsi oltre il limite della dignità umana non dovrebbe preoccupare più di tanto, poiché al primo serio girar di vento (crollo dell’Occidente) c’è da esser sicuri che la solita pecoresca maggioranza assicurerà di non esser mai stata “americana”, e, colmo del trasformismo, affermerà di aver sempre avuto in odio l’Occidente e il suo modello, con tanti saluti al santino dell’“antifascismo”.
L’antifascismo non è, infatti, una scelta ponderata, ma imposta; imposta anche con le leggi (v. la famosa “XII disposizione transitoria della Costituzione”)[1], ma soprattutto da una pressione morale e psicologica che per i più risulta insostenibile ed autolesionista se tengono ad avere “successo” nella “politica”, nella “cultura” eccetera della “Repubblica antifascista nata dalla Resistenza”. È quindi necessario quantomeno non dare mostra di nutrire alcun dissenso in merito, pena l’esclusione e il bollo d’infamia.
Ma siamo sicuri che questa caccia alle streghe sia farina del nostro sacco? Mi riesce davvero difficile crederlo, per due motivi. Il primo è che il Fascismo storico è stato davvero “nostro”, un prodotto del “genio” italiano, tradottosi – facendo un bilancio generale – in un netto ed apprezzato miglioramento della condizione morale e materiale della popolazione italiana, sia rispetto al precedente periodo “liberale”[2] sia al confronto con le varie “democrazie” d’Europa e d’Oltreoceano; le quali, anzi, attanagliate dalla famosa “crisi del ‘29”, ed incapaci di cavare un ragno dal buco, non trovarono di meglio che ispirarsi proprio al Fascismo per uscirne, salvo poi attribuirsi ogni ‘diritto d’autore’ col senno di poi. Il secondo motivo è che se il Fascismo è stato un’originale soluzione escogitata in Italia (e non l’applicazione di una qualche ideologia preconfezionata) ciò indica che gli italiani potrebbero in qualsiasi momento ripetersi… insomma, “creare di nuovo problemi”…
Eh già, perché non si vorrà credere che la guerra fosse un esito al quale l’Italia potesse sottrarsi. Mussolini fece di tutto per non giungervi, ma la smania di dominio nel Mediterraneo da parte delle potenze “democratiche”, in primis l’Inghilterra, lanciate alla conquista del mondo intero com’è chiarissimo oggigiorno, non poteva tollerare “il posto al sole” che l’Italia, con la sua strategia geopolitica, andava perseguendo. Lo scontro, alla fine, era inevitabile: chi è al centro del Mediterraneo, noi o l’Inghilterra, o l’America?[3] Il che non vuol dire che una volta che ci si vede bombardati tutti i giorni non si possa nutrire un sano istinto di sopravvivenza che ci fa pensare “speriamo che la guerra finisca presto”. Non tutti infatti hanno la stoffa dell’eroe, quindi è comprensibile che la maggioranza degli italiani – quelli che “stavano alla finestra” in attesa di vedere come sarebbe finita – ad un certo punto abbiano “fatto festa” o comunque tirato un sospiro di sollievo per la fine delle sofferenze derivanti dalla guerra, tra cui buona parte avevano i bombardamenti terroristici anglo-americani più che le rappresaglie tedesche. Il “25 aprile” può avere  senso – per come lo concepiscono i suoi fautori – solo in quest’ottica, che però non ne fa certo lo spunto per una data da “ricordare” vita natural durante.

Dopo quel giorno, difatti, le truppe “alleate” s’impiantarono sul nostro territorio per non lasciarlo più, tant’è vero che le basi Usa e Nato col tempo sono aumentate e la loro operatività ha registrato un sensibile sviluppo specialmente dagli anni Novanta, col mutato quadro geopolitico mondiale. Ma per non scoprire troppo le carte ed alimentare anche un certo “orgoglio” ad un popolo vinto, ci dovevano raccontare che noi stessi ci eravamo “liberati” da soli, pertanto inscenarono, prima con delle vere e proprie troupe cinematografiche poi con una letteratura ad hoc, la storia delle “radiose giornate” lungo l’intero l’italico stivale. Era troppo imbarazzante creare una “memoria” in cui loro e solo loro avevano “liberato”, o meglio “occupato” l’Italia: servivano delle comparse, di nessun peso militare (per stessa ammissione dei più sinceri tra costoro) ma dal vivace sapore propagandistico. Le stesse mandate avanti ovunque i medesimi signori realizzano analoghe “liberazioni”: i curdi in Iraq, l’Alleanza del Nord in Afghanistan, i “ribelli” in Libia e così via, coi “consigli nazionali transitori” che svolgono la parte assegnata in Italia al CLN (già “Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia”!), tutti dai nomi tanto roboanti quanto insignificanti ed evanescenti nella sostanza.
Non è quindi un tantino incoerente interrogarsi sul significato delle “liberazioni” a stelle e strisce di questi ultimi anni, in giro per il mondo, e contemporaneamente approvare, senza tentennamenti, la retorica resistenziale a casa propria? Ma anche tra le fila della cosiddetta “sinistra antimperialista” sono sempre di più i tarantolati dal morbo dei “diritti umani”, cosicché l’incoerenza di fondo tra il dirsi “antiamericani” e “antifascisti” è stata recentemente risolta con l’“interventismo umanitario”, che mette d’accordo tutti i “democratici”, “falchi” e “colombe” uniti appassionatamente nella medesima gabbia di pappagalli della propalazione del modello di vita dissacrato e disumano che promana dall’Occidente.
Non capiscono che dove arriva l’Occidente sulla punta dei suoi eserciti ipertecnologici viene imbastita un’odiosa farsa in cui “governo” e “opposizione”, apparentemente scelti dalla “volontà popolare”, remano sistematicamente contro la locale popolazione per renderle la vita impossibile e non “a misura d’uomo”? Non si rendono conto che l’usuraio, che sarà il vero padrone, giunge sempre al seguito degli “esportatori di democrazia”? Sanno o non sanno che cosa li aspetta sul fronte dei veri “diritti umani” (casa, lavoro, salute, educazione)? Non sono capaci di realizzare che tutto quel che ci chiedono va a finire in un gorgo di sprechi e che uno alla fine si sbatte a destra e a manca per alimentare, con le sue “corvée”, un sistema truffaldino? Non sono abbastanza svegli da comprendere che se comandano altri si non hanno più nemmeno le ‘chiavi di casa’? Ma quanto sono offuscati per non vedere che l’uomo, in regime liberaldemocratico, dove arriva la “modernità”, si trasforma in una sua controfigura, preda di ogni tendenza centrifuga, abdicando su tutta linea da quello che è il suo imprescindibile compito?
Si consideri per quella che è l’Italia, dopo 67 anni di questa ricetta, e si ammetta francamente che la situazione è prossima al punto di non ritorno e che solo un “santo” ci può salvare.
Dunque il “25 aprile”, reinterpretato ed imbellettato come si vuole, è una data nefasta, il culmine calendariale della ‘religione antifascista’, il simbolo del nostro asservimento in quanto nazione italiana che non deve mai più alzare la testa, e per giunta assurto al rango di “festa”! Come si possa “festeggiare” la nostra occupazione, prima militare, poi economica, politica e culturale da cui discende lo sfacelo che abbiamo sotto gli occhi, resta un mistero che non è possibile spiegare se non con uno stato di prostrazione e di obnubilamento prodotto, esso stesso, dall’asservimento originato dalla esiziale sconfitta militare.
Ogni anno si replica la solita solfa, la solita sequela di mummie e luoghi comuni, la solita fanfaronata di tromboni senza dignità. Tutti terrorizzati dalla reprimenda del “Badrone anglo-usa-sion”, a sua volta strumento terreno dell’usura e del Diavolo, che impone questa favola, questa parodia dell’autentica “liberazione”[4], per evidenti fini di “dominio” e “snaturamento”. Il naturale conformismo della maggioranza fa il resto, cosicché il tutto procede automaticamente, in una stantia e vuota ritualità alla quale non credono per primi quelli che ce l’hanno imposta, giusto per far raccontare agli italiani, sin dalle scolaresche – alle quali, per inciso, non frega nulla della “Resistenza” né dell’”antifascismo” -, che avevamo combattuto il “Nazifascismo” e pertanto potevamo sederci in un cantuccio del tavolo dei “vincitori”.
Per capire il “25 aprile” quale strumento ideologico di asservimento d’una intera nazione, imbalsamata in un mito incapacitante e tenuta in una camicia di forza come un pazzo che “altrimenti fa danni”, o come un bambino perennemente bisognoso di tutela, non c’è dunque bisogno, come uno potrebbe credere d’acchito, di sentirsi “di destra”, il che, anzi, è più un impiccio che altro (tra l’altro il Fascismo, se solo ci si dà la pena di studiarlo, non fu “di destra”); né di dirsi “fascista”, se si sclerotizza un’originale esperienza storica collocata del tempo e nello spazio (Italia, 1922-1945) in un “nazionalismo” da piccolo cabotaggio elettorale, o, peggio ancora, in un ‘suprematismo  occidentale’, mentre si è di fronte più ad una disposizione dell’animo a collaborare per il bene comune che a un’ideologia imbalsamata alla quale attenersi “alla lettera”, più a un “fare” che a un “dire”.
Non c’è bisogno di tutto ciò. Basta solo aver capito che siamo o-c-c-u-p-a-t-i, eterodiretti e truffati su tutta la linea; che ciò discende – almeno su un piano dell’organizzazione dello Stato – dalla sconfitta militare del 1943-45, che tutto il seguito della storia è solo una conseguenza di quel tragico evento, e che oggi, che ci si dica (se la cosa ci fa piacere) “di sinistra”, “di centro”, “di destra”, o come cavolo ci pare, non si può che prendere atto che non si può avere al contempo un’Italia sovrana, libera e indipendente e continuare a ripetere la filastrocca antifascista imposta e dettata dai nostri padroni che hanno messo a tiranneggiarci i peggiori individui del nostro popolo.
Perciò, per esser chiari, non è necessario approvare in toto l’esperienza fascista (il che del resto non ha senso, se guardare al passato serve più che altro per trarre spunti riattivabili per il futuro, ovviamente considerando la situazione concreta), ma da qui a perseverare in una versione che oltretutto è farina del sacco di coloro dai quali ci si dovrebbe invece “liberare” (e non perdere tempo con la “corruzione” di questo o quel politicante da strapazzo), mi pare un tantino incoerente.
Che almeno ci si avveda dei rischi e delle insidie dell’“antifascismo”, oggi, a quasi settant’anni e coi protagonisti di quegli eventi che son quasi tutti morti; il che, se non dà automaticamente un “fascismo” (come meno e meno fanno più), almeno mette sul chi va là dal peggiore degli autolesionismi: l’“odio di sé”, che non può che rafforzare le catene che ci hanno messo, perché avremo sempre paura di alzare la testa per il timore, introiettato a forza, di fare sempre “danni”, cioè un “nuovo fascismo”; per il terrore indotto di “commettere il male”, il “Male assoluto”, cosicché si chiarisce ulteriormente che non è poi così astruso parlare di ‘religione dell’antifascismo’.
L’“odio di sé” è sempre una brutta bestia e conduce dritti al suicidio. C’è un libretto davvero interessante scritto da un giovane ebreo austriaco, Otto Weininger (1880-1903), “Ebraismo e odio di sé”, il quale, non trovando alcuna via d’uscita esistenziale alla sua condizione “disperata”, scelse coerentemente di suicidarsi dal momento che, a suo parere, la vita “non aveva senso”. Che equivale a dire “senza speranza” o anche senza alcuna possibilità di combinare nulla di buono, quindi destinata solo ad un inevitabile “commettere il male”.
Ecco, noi italiani siamo messi un po’ come quello sventurato acuto pensatore, che precludendosi le porte alla “speranza” e vedendo “tutto nero” si tolse la vita, probabilmente in un’estrema ed ‘anarchica’ affermazione di “libertà”. Noi italiani ci sentiamo, come lui, affetti da una “tara”, che se non è concepita in termini genetici, poco ci manca.
Noi siamo italiani, che ci piaccia o no, e far proprio l’antifascismo è come sputarsi in faccia ogni giorno, visto che quell’esperienza è uscita dal “genio italiano”, è stata farina del nostro sacco e, prima che stendessero la spessa coltre della disinformazione, ci è stata, prima dichiaratamente – persino nelle parole dei nemici – poi inconfessabilmente, addirittura invidiata e, nei limiti del possibile, copiata…
Possibile, dunque, che arrivati ad un punto in cui tutto, anche grazie ad una circolazione delle informazioni come mai s’è visto prima, diventa incredibilmente chiaro, ci siano ancora remore nel dire come stanno le cose? Ce la vogliamo dare o no una salutare sveglia? Vogliamo vivere oppure ciondolare come dei morti viventi prima dell’ineluttabile “suicidio”?


[1] La quale, beninteso, resta dov’è, intoccabile, per essere utilizzata alla bisogna, tant’è vero che per vedersi sciogliere un movimento non è necessario chiamarlo “Partito Nazionale Fascista”. Quanto al MSI, non è mai stato un “partito fascista”, e lo si è capito benissimo con la “svolta di Fiuggi”, già tentata anni prima con la “Destra Nazionale” e, per chi sapeva ben vedere, alla costituzione stessa di quel partito, ad opera di elementi già compromessisi con i “liberatori”. Ma ciò non ha mai impedito agli “antifascisti” più esacerbati di accusare questa “Repubblica antifascista nata dalla Resistenza” di aver consentito la formazione di un partito che, nella migliore delle ipotesi, si è rivelato piuttosto un’utile valvola di sfogo per le pulsioni e le illusioni di un bacino elettorale composto perlopiù da gente in buona fede che pensava di votare “fascista”. Quanto ai partitini “a destra della destra”, essi, oltre che rappresentare un necessario strumento per intercettare le fisiologiche defezioni dal MSI, hanno avuto l’ulteriore colpa d’inscenare il “fascista così come l’ha descritto l’antifascismo”, cosicché il “fascista” è diventato spesso e volentieri una macchietta ad immagine di certa “destra anglosassone”, dai simboli adottati, all’abbigliamento, allo stile di vita. Il tutto, poi, condito da un “occidentalismo” spinto all’ennesima potenza, complementare tuttavia a quello “dirittumanofilo” e “arcobalenista” ed altrettanto unilaterale nel posizionarsi in maniera ostile a quelli che a turno vengono additati a “nemici dell’umanità” (oggi l’Islam e i musulmani).
[2] E pensare che hanno la faccia tosta di affermare che “dopo il 1945 vi fu il ritorno alla democrazia”, quando il “prima” era stato nettamente peggiore per la maggioranza della popolazione italiana, la quale non rimpiangeva affatto i vari Giolitti, Salandra e Sonnino.
[3] Al che si comprende uno dei perché della creazione del “Focolare Nazionale Ebraico” in Palestina.
[4] Questo è un punto importantissimo che andrà sviluppato in un prossimo intervento. La contraffazione parodistica della “liberazione”, difatti, non è condotta solo con lo strumento militare. La “liberazione” quale ideale (“della donna”, “degli omosessuali”, “dei giovani” eccetera) è uno dei capisaldi della visione del mondo “moderna”, e c’è il concreto rischio che essa si espanda come un’alluvione anche in quelle realtà sin qui abbastanza protette, nell’essenziale, dalla credenza in un Dio che trascende ogni cosa. Non a caso i cantori delle “liberazioni” colpiscono duro contro la religione, incitando al “credi a te stesso” e “tu sei Dio”, che si risolve nell’atteggiamento fondamentale di chi, soddisfatto delle magnifiche sorti e progressive, non concepisce e non sopporta più alcun “freno” alle tendenze del basso “io” egoistico. Tutto un apparato propagandistico, dalla musica alle riviste, incita in questa direzione, gli individui e la società si plasmano di conseguenza e l’ordinamento giuridico alla fine recepisce come “leggi” quelle che sembrano innocenti “rivendicazioni” in nome della “libertà”, in un circolo vizioso che trascina solo verso la perdizione di sé e al caos sociale.

 http://europeanphoenix.net/it/component/content/article/3-societa/292-fino-a-quando-festeggeremo-la-nostra-rovina-note-sugli-italiani-e-il-25-aprile

Il Fascismo e l’equivoco nazionalista

Dal n. 153 – Ottobre 1998 della rivista “AVANGUARDIA”. 
Il nazionalismo è indubbiamente una componente del patrimonio dottrinario e politico che ha generato il Fascismo. Ma occorre inevitabilmente analizzare la natura democratico-liberale del piccolo nazionalismo borghese che, volenti o nolenti, ha influenzato il Fascismo e continua tutt’ora ad infervorare gli animi di tutti i patrioti affetti da una sorta di nostalgismo reducista. L’elaborazione dottrinaria del nazionalismo inizia quale polemica con il pensiero illuminista e la rivoluzione francese, ma di fatto ne risulta essere il figlio legittimo. Assume poi una identità reazionaria che avanza una esigenza di concretezza contro le “astrazioni” illuministiche e democratiche, intendendosi per concretezza, poniamo, l’amore per la propria terra e per i propri connazionali, l’attaccamento a certi usi, il senso dell’onore, il sentirsi completati e rafforzati da tutto ciò che è connesso alla propria origine.
Padri del nazionalismo, seguaci dei controrivoluzionari De Maistre e Bonald, risalgono a Maurras, Barres e agli italiani, figliastri del Mazzini, Corradini e Rocco.
Da un punto di vista operativo, sfogliando le pagine della storia, ci accorgiamo che il nazionalismo devia dalle originarie premesse dottrinali.
Per noi, la nazione è realtà spirituale; è tradizione perennemente rinnovata nella storia; è unità d’anime. Affermiamo che occorre salvaguardare la propria identità storica e culturale di una stessa nazione, pur non accettando la forma dello stato attuale.
Questa non è una presa di posizione dettata da una predisposizione al nazionalismo borghese o ad uno sciovinismo esasperato ma la tutela di una identità che trova radici in epoca romantica e, ancor prima, in campo politico e culturale e legata ad una Tradizione secolare appartenente alla nostra cultura e che raggruppa una comunità nazionale. Tutto ciò non vuol dire che accettiamo il mito risorgimentale del nazionalismo mazziniano, utilizzato anche dal Fascismo stesso, poi vedremo il perché.
«Il Risorgimento non fu un movimento nazionale che per accidente, esso rientrò nei moti rivoluzionari determinatisi in tutto un gruppo di stati in conseguenza dell’importazione delle idee della rivoluzione giacobina. Il ’48 e il ’49, ad esempio ebbero un identico volto nei movimenti italiani e in quelli che si accesero a Praga, in Ungheria, in Germania, nella stessa Vienna Asburgica, in base ad un’unica parola d’ordine. Qui si ebbero semplicemente tante colonne dell’avanzata di un unico fronte internazionale, comandato dall’ideologia liberaldemocratica e massonica, fronte che aveva i suoi dirigenti mascherati». (1)
La matrice ideologica dello sciovinismo risorgimentale che accende i “fascistelli tricolore” è antitradizionale, borghese e illuminista.
Come ribadisce Adriano Romualdi:
 «si è “patriottico-risorgimentali” e si ignorano i foschi aspetti democratici e massonici che coesistettero nel risorgimento con l’idea unitaria. Oppure si è per un “liberalismo nazionale” e si dimentica che il mercantilismo liberale e il nazionalismo libertario hanno contribuito potentemente a distruggere l’ordine europeo». (2)
Non dimentichiamoci anche il fatto che il nazionalismo fu spesso viziato da una politica dettata da interessi puramente economici, che in passato non raramente fecero prevalere gli interessi privati sul bene del popolo, e per questo si legò sempre più strettamente con le banche e con le borse internazionali.
Parafrasando Berto Ricci sottolineiamo che  «… il nazionalismo è egualitario, da buon figlio dell’89»; questo concetto viene confermato da Julius Evola, il quale evidenzia che «… nato presso alle rivoluzioni che hanno travolto i resti del regime aristocratico-feudale, questo nazionalismo esprime dunque un puro “spirito di folla” – E’ una varietà dell’intolleranza democratica per ogni capo che non sia un mero organo della “volontà popolare”, in tutto e per tutto dipendente dalla sanzione di questa». (3)
Il padre spirituale del risorgimento italiano è Giuseppe Mazzini, «iniziato alla carboneria (diretta emanazione degli illuminati di Baviera, ndr) fra il 1827 e il 1829, nel 1864, il Grande Oriente di Palermo gli accorda il 33° grado. Il 3 giugno 1868 fu proclamato venerabile perpetuo ad honorem della Loggia Lincoln di Lodi e lo si propose per la carica di Gran Maestro. Il 24 luglio fu nominato membro onorario della Loggia La Stella d’Italia di Genova e, il 1° ottobre 1870, della Loggia “La Ragione” dello stesso Oriente». (4)
Nel risorgimento occorre, dunque, distinguere il suo aspetto di movimento nazionale dal suo aspetto ideologico.
«Di nazionalismi ve ne sono due: l’uno è un fenomeno di degenerescenza perché esprime una regressione dell’individuo nel collettivo (la “nazione”), dell’intellettualità nella vitalità (il pathos e l’ “anima” della razza). L’altro è un fenomeno positivo, perché esprime invece la reazione contro forme ancor più vaste di collettivizzazione, quali possono essere per esempio, quelle date dalle internazionali proletarie o dalla standardizzazione praticistica su base economico-sociale (America). Il primo (nazionalismo demagogico) si propone di distruggere negli individui le qualità proprie e specifiche a beneficio di quelle “nazionali”. Nel secondo (nazionalismo aristocratico) si tratta di togliere gli individui da uno stato inferiore, in cui siano caduti, ove si trovano uno eguale all’altro: si tratta di differenziarli se non altro fino al grado per cui il sentirsi di una determinata razza o nazione esprime un valore e una dignità superiore rispetto al sentirsi eguali (egualitarismo e fraternalismo, umanità alla comunistica)». (5)
Di qui, giungiamo al rapporto tra fascismo e nazionalismo, premettendo che «… l’idea di rivoluzione, anche nel senso strettamente politico oltre che in quello estetico e morale, è estranea al nazionalismo, il cui ideale è e sarà sempre l’ordine pubblico, ossia l’ideale dè questurini» (6)
Il Fascismo trae vita da una molteplicità di motivi, tendenze, esigenze. Tra gli altri, assorbe e trascende gli imperativi del nazionalismo e del socialismo, dell’etica e dell’economia, dell’attivismo e della cultura. Le esalta nella sua universalità negandone i singoli particolarismi. 
Chi rievoca il Fascismo come mera espressione di un puro ordine nazionalista non ha capito nulla del significato atemporale e sovratemporale slegato dagli accidenti storici dell’esperienza della Rivoluzione delle Camicie Nere.
In una qualsiasi azione politica occorre distinguere quello che risulta accessorio da quello che è essenziale, ciò che risulta funzionale alla tattica del vettore operativo per il raggiungimento di un preciso obiettivo. L’utilizzo che il Fascismo fece del mito risorgimentale appartiene al novero delle azioni tattiche, legate a determinate contingenze storico-politiche. La Rivoluzione fascista fece tutto quanto era necessario, allo scopo di creare un’unica Comunità legata da un unico e comune destino, per forgiare un popolo legato da vincoli Solidaristico-comunitari, verticalmente proiettato alla realizzazione di uno Stato tradizionale organico.
Utilizzare in questa direzione anche elementi spurii del passato, reinterpretandoli come mito fondante, come “luogo geometrico” da cui trae origine la Comunità, una storia ove tutti si dovevano riconoscere.
L’esaltazione di questo mito durante il ventennio ha però rievocato sussulti irredentisti, palesati da quei super-patriottici che non vedevano di buon occhio l’alleanza con la Germania Nazionalsocialista. Questo trovò riscontro nella questione territoriale dell’Alto Adige, che ha evidenziato una discrepanza risolta solamente grazie al genio politico del Duce e del Fuhrer, il quale minimizzava il tutto sostenendo che la questione del Sud-Tirol era una piccola bega da subordinarsi ai grandi temi della politica estera tedesca.
Ancor oggi, ci accorgiamo che alcuni gruppi nostalgico-reducisti (vedi il n° 35, gennaio-marzo 1998, di “ACTA”, organo dell’istituto storico della Repubblica Sociale Italiana) presentano la voglia di tenere all’ordine del giorno questa querela altoatesina, che dimostra eloquentemente che non vi siano più né prospettive né progetti politici alternativi al sistema imperante (tranne il progetto politico-culturale Eurasia-Islam, autenticamente antisistemico, proposto ai residui militanti del neofascismo italiano dalla Comunità Politica di Avanguardia) che ha sconfitto militarmente le potenze dell’ordine nuovo e che da più di mezzo secolo opprime e condiziona l’esistenza della civiltà europea. 
Manuel Negri 
 
NOTE:
1) Julius Evola, “Gli uomini e le rovine”, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1990, pag. 117-118;
2) Adriano Romualdi, “Una cultura per l’Europa”, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1986, pag, 65;
3) Julius Evola, “Due facce del nazionalismo”, in La Vita Italiana n° 216, marzo 1931, pagg. 232-243;
4) Epiphanius, “Massoneria e sette segrete: la faccia occulta della storia”, Ed. Ichthys, Roma senza data, pag 113;
5) Julius Evola, “Universalità imperiale e particolarismo nazionalistico”, in La Vita Italiana, n° 217 aprile 1931, pagg. 330-339;
6) Berto Ricci, “Errore del nazionalismo italico”, tratto da La Rivoluzione Fascista, Ed. SEB, Milano 1996, pag. 34. 

Il delitto Matteotti

Il primo giornale a parlare di “un’altra verità”, a riguardo del delitto Matteotti è stato proprio l’Avanti! del 27 luglio 1985 con un articolo di Antonio Landolfi dal titolo:

“La Massoneria e il delitto Matteotti: un’altra verità”

L’articolo faceva riferimento a quanto pubblicato da Matteo Matteotti nel suo libro “Quei vent’anni. Dal fascismo all’Italia che cambia”.
Intanto “Storia illustrata” nel suo numero del novembre 1985, dedicava ampio spazio all’argomento, pubblicando un articolo dal titolo:
“Delitto Matteotti. Fu uno sporco affare di petrolio”
E Matteo Matteotti, figlio del martire, in un altro articolo parlò del delitto. L’articolo ha un titolo:
“Dietro la morte di mio padre c’era il re”
e un sottotitolo:
“l’assassinio di Giacomo Matteotti non fu un delitto politico, ma affaristico. Mussolini non aveva alcun interesse a farlo uccidere. Sotto c’era lo scandalo di petrolio e la longa mano della Corona. La verità verrà presto a galla”.

Nel testo dell’articolo (intervista di Marcello Staglieno) si legge che il libro di Matteo Matteotti permette “interrogativi interessanti sull’assassinio di Giacomo Matteotti; questi: Vittorio Emanuele III ebbe una parte decisiva nel delitto? Il re implicato in quello scandalo del petrolio (l’affare Sinclair) di cui parlò e straparlò la stampa del tempo e, scoperto da Matteotti, manovrò per assassinarlo?”.

Nell’intervista Matteo Matteotti afferma che nel 1924 i giornali parlarono della denuncia che avrebbe dovuto essere portata da Giacomo Matteotti davanti alla Camera, riferendosi in particolare a un dossier, contenuto nella sua cartella il giorno del rapimento, che riguardava appunto, assieme alle bische, i petroli.

Nell’intervista affiora anche la Massoneria.
Dice Matteo Matteotti che “Stampa Sera” del 2 gennaio del 1978 pubblicò un articolo a firma di Giancarlo Fusco, con precise affermazioni: “in sintesi, eccole:

Nell’autunno del 1942, Aimone di Savoia, duca d’Aosta raccontò a un gruppo di ufficiali che nel 1924 Matteotti si recò in Inghilterra dove fu ricevuto, come massone d’alto grado, dalla Rispettabile Loggia “The Unicorn And The Lion”. E venne casualmente a sapere che in un certo ufficio della Sinclair, ditta americana associata all’Anglo Persian Oil, la futura Bp, esistevano due scritture private.
Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato nel registro degli azionisti senza sborsare una lira; dalla seconda risultava l’impegno del re a mantenere il più possibile ignorati (covered) i giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone dell’entroterra libico”. Aggiunse ancora: “Sempre sul piano delle ipotesi, ai primi di giugno a De Bono si sarebbe presentato un informatore, certo Thishwalder, con una notizia preziosa: Matteotti aveva un dossier sulle collusioni fra il re e la Sinclair”.

A queste notizie, la stampa quotidiana dedicò negli ultimi giorni dell’ottobre ’85 ampi servizi, fra i quali “la Repubblica” con un articolo di Alberto Stabile così intitolato:
“L’ipotesi collega il delitto del 1924 con l’affare del petrolio Sinclair. C’era la mano della Corona, nell’omicidio di mio padre.
Il figlio di Matteotti riscrive la storia”
La nota interessante è che tutti i giornali danno notizia dell’articolo pubblicato da Giancarlo Fusco per “Stampa Sera” del 2 gennaio 1978. Quello che ha veramente importanza è che l’onorevole Matteotti, non massone, è stato realmente ricevuto da una Loggia massonica con tutti gli onori. Ora è logico supporre che la presenza di un così prestigioso esponente dell’antifascismo in una Loggia massonica aveva un particolare significato e viene logico anche pensare che aveva un motivo: e cioè fornirgli documenti per aiutare i socialisti e le opposizioni democratiche a scrollarsi da dosso il fascismo (che la Massoneria internazionale già prevedeva funesto per l’Europa). Infatti tali documenti che compromettevano personalmente il re avrebbero suscitato una enorme impressione, scatenando una serie di reazioni dirompenti da rendere facile un capovolgimento della situazione italiana.

Molto più tardi, nel 1945, all’epoca della Repubblica di Salò, Mussolini confida al giornalista Carlo Silvestri che il delitto Matteotti era stato premeditato dagli sporchi ambienti finanziari che gravavano sul Pnf, allo scopo di destabilizzare il regime fascista.

Il “Candido”, nel suo numero del 30 gennaio 1986, dedica al “caso Matteotti” ben due pagine con sopratitolo:
“Finalmente la verità dopo sessanta anni di menzogne”
e titolo:
“L’assassinio dell’esponente socialista fu deciso in un ristretto ambiente affaristico e massonico milanese”.
E la tesi di tanti articolisti è questa
“La massoneria fa uccidere Matteotti per addossare la responsabilità a Mussolini e conseguentemente costringerlo alle dimissioni”
articoli finiti nel nulla, soprattutto per le “rivelazioni” del “Candido”:
“Il gruppo che decretò la morte di Matteotti era legato a grossi industriali, si trattava insomma di un gruppo di potere che poteva contare, fra l’altro, sull’attivo concorso della Massoneria di Palazzo Giustiniani e su uomini politici del peso di Filippo Turati e di Giovanni Amendola”

Mussolini ebbe a dire del rapimento e poi del delitto che era «una bufera che mi hanno scatenato contro proprio quelli che avrebbero dovuto evitarla» (alla sorella Edvige) in chiaro riferimento ad alcuni suoi collaboratori (De Bono, Marinelli, Finzi e Rossi, quasi tutti legati alla massoneria).
In un’altra occasione ebbe a definire il delitto «un cadavere gettato davanti ai miei piedi per farmi inciampare».
Nel discorso alla Camera del 13 giugno Mussolini aveva gridato:
“Solo un nemico che da lunghe notti avesse pensato a qualcosa di diabolico contro di me, poteva effettuare questo delitto che ci percuote di orrore e ci strappa grida di indignazione”
Al di là del mandante diretto, una tra le interpretazioni più accreditate in ambito storiografico è che fra le motivazioni del rapimento o comunque fra gli strascichi del delitto (che presumibilmente non era intenzionale) vi sia stato il tentativo degli estremisti fascisti di colpire direttamente Mussolini e la sua politica di apertura a sinistra e di parziale legalità parlamentare, impedendogli un riavvicinamento con i sindacalisti di sinistra (Mussolini aveva appena chiesto ad Alceste De Ambris di assumere incarichi di governo, ottenendone rifiuto) e perfino coi socialisti e la Confederazione Generale del Lavoro (CGL).
De Felice, infatti, dedica numerose pagine alle aperture mussoliniane verso sinistra prima e dopo le contestate elezioni del 1924, e bruscamente interrotte dal delitto Matteotti. In particolare al discorso parlamentare del 7 giugno 1924 (tre giorni prima del rapimento di Matteotti), nel quale lo storico individua fra le righe l’offerta “ai confederali di entrare nel governo”.

http://tiresia.over-blog.it/article-31433813.html

Le marocchinate

Alberto Moravia ci scrisse un libro e Vittorio De Sica ne ricavò un film, La Ciociara, con Sofia Loren, dove si mostra lo stupro delle due protagoniste, madre e figlia. Dopo più di cinquant’anni si torna a parlare di «marocchinate».
Allora questa parola la usavano tutti e si capiva subito di cosa si parlava.
Con questo brutto termine vengono indicate quelle donne, ma anche bambini di entrambi i sessi, uomini, religiosi e in qualche caso animali, vittime delle violenze dei soldati marocchini del Corps expeditionnaire francais (Cef), comandati dal generale Juin. Furono migliaia.
Come afferma lo studioso belga Pierre Moreau: “Mai tali tragici avvenimenti sono stati menzionati dalla letteratura storica della seconda guerra mondiale, tanto in quella in lingua francese, quanto quella in lingua olandese ed inglese”. Invece è dimostrato che non fu solo la popolazione degli Aurunci a subire le violenze durante le famose cinquanta ore di «premio» promesse da Juin alle truppe se avessero sfondato la linea di Cassino, ma che il fenomeno partì dal luglio ’43 in Sicilia, attraversò il Lazio e la Toscana e terminò solo con il trasferimento del Cef in Provenza, nell’ottobre del ’44.
Un’altra fondamentale novità che la denuncia e gli studi apportano alla vulgata su questi fatti è che non furono solo i marocchini a macchiarsi di tali nefandezze, ma anche algerini, tunisini e senegalesi. Nonché «bianchi» francesi: ufficiali, sottufficiali e di truppa. E qualche italiano aggregato ai «liberatori».
Quando gli eserciti anglo americani giunsero nel gennaio del 1944 di fronte alla linea Gustav, i loro comandanti certamente non pensarono che la celere avanzata verso Roma, si sarebbe trasformata in una logorante e sanguinosa guerra di posizione.
Nei seguenti mesi invernali, infatti, il generale Harold Alexander, comandante in capo delle forze alleate in Italia, si ostinò ad attaccare frontalmente le difese tedesche nel settore di Cassino riuscendo a perdere nell’arco di tre distinte battaglie, che comportarono anche la distruzione della storica abbazia, oltre 60.000 uomini.
A fronte di questi evidenti insuccessi, nello studio tattico di quella che doveva essere la quarta ed ultima Battaglia per Cassino che portò all’occupazione angloamericana di Roma, il generale Alexander decise di tentare una manovra di aggiramento delle difese tedesche.
L’attacco si doveva sviluppare attraverso i monti Aurunici, partendo da Castelforte via Ausonia, monte Petrella, Esperia. Obiettivo finale: il paese di Pontecorvo e la via Casilina. Si sarebbe ottenuto così l’Aggiramento dei difensori di Montecassino.
A svolgere questo difficile e delicato compito furono chiamate le truppe del “Corps expeditionnaire Français” (C.E.F.) agli ordini del generale Alphonse Juin.
Le forze del C.E.F. comprendevano 99.000 uomini per la maggior parte marocchini e algerini provenienti dalle colonie francesi. Completava l’organico una piccola aliquota di senegalesi.
La caratteristica di queste truppe coloniali era l’eccellente addestramento nei combattimenti montani. «Vivere e battersi in montagna era qualcosa di naturale per questi soldati, e un terreno che altri avrebbero considerato un ostacolo era per i nordafricani un alleato».
Questi uomini «selvaggi avvolti in luridi barracani, che per mesi, per impedire che compissero violenze sessuali ai danni delle popolazioni civili, erano stati sottoposti al coprifuoco, ed impediti ad uscire dai loro accampamenti recintati con filo spinato», erano denominati “goumiers”, in quanto non erano inquadrati in formazioni regolari, ma organizzati in “goums”, ossia gruppi composti da una settantina di uomini, molto spesso legati tra loro da vincoli di parentela.
All’alba del giorno scelto per l’attacco, il 14 maggio 1944, il generale Juin inoltrò agli uomini della IIa divisione di fanteria (gen. Dody) e della IVa divisione da montagna (gen. Guillaume) il seguente proclama: «Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete».
Tale allucinante promessa venne purtroppo rispettata alla lettera.
Nei giorni che seguirono la battaglia, terminata il 17 maggio con la caduta di Esperia, i 7.000 “goumiers” sopravvissuti (erano partiti all’attacco in 12.000) devastarono, rubarono, razziarono, uccisero, violentarono. Circa 3.500 donne, di età compresa tra gli 8 e gli 85 anni, vennero brutalmente stuprate. Vennero sodomizzati circa 800 uomini, tra cui anche un prete, don Alberto Terrilli, parroco di Santa Maria di Eperia, il quale morì due giorno dopo a causa delle sevizie riportate. Molti uomini che tentarono di proteggere le loro donne vennero impalati.
In una relazione degli anni ’50, che alla luce di recenti ricerche riporta dei dati per difetto, testualmente si legge: «circa 2.000 donne oltraggiate, di cui il 20 per cento affette da sifilide, il 90 per cento da blenorragia; molti i figli nati dalle unioni forzose, Il 40 per cento degli uomini contagiati dalle mogli, oltre 800 assassinati perché accorsi a difendere l’onore delle loro madri, mogli, figlie. L’81 per cento dei fabbricati distrutto, il 90 per cento del bestiame sottratto; gioielli, abiti e denaro totalmente rubati».
La prima notizia di un loro stupro è dell’11 dicembre 1943; si tratta di 4 casi che coinvolgevano – secondo fonti americane – i soldati della 573° compagnia comandata da un sottotente francese «che sembrava incapace di controllarli». Notin annota: «sono i primi echi di comportamenti reali, o più spesso immaginari, di cui saranno accusati i marocchini».
Tanto immaginari però non dovevano essere se, già nel marzo 1944, De Gaulle, durante la sua prima visita al fronte italiano, parla di rimpatriare i goums (o goumiers, come venivano chiamati) in Marocco e impegnarli solo per compiti di ordine pubblico.
In quello stesso mese gli ufficiali francesi chiesero insistentemente di rafforzare il contingente di prostitute al seguito delle le truppe nordafricane: occorreva ingaggiare 300 marocchine e 150 algerine; ne arrivarono solo 171, marocchine.
Dopo lo sfondamento della linea Gustav, la «furia francese» travolse soprattutto il paesino di Esperia, che aveva come unica colpa quella di essere stato sede del quartier generale della 71° divisione tedesca. Tra il 15 e il 17 maggio oltre 600 donne furono violentate; identica sorte
subirono anche numerosi uomini e lo stesso parroco del paese.
Il 17 maggio, i soldati americani che passavano da Spigno sentirono le urla disperate delle donne violentate: al sergente Mc Cormick che chiedeva cosa fare, il sottotenente Buzick rispose: «credo che stiano facendo quello che gli italiani hanno fatto in Africa».
Ma gli alleati erano sinceramente scandalizzati: un rapporto inglese parlava di donne e ragazze, adolescenti e fanciulli stuprati per strada, di prigionieri sodomizzati, di ufficiali evirati.
Pio XII sollecitò (il 18 giugno) De Gaulle in questo senso, ricevendone una risposta accorata
accompagnata da un’ira profonda che si riversò sul generale Guillaume, capo dei «marocchini». Si mosse la magistratura militare francese: fino al 1945 furono avviati 160 procedimenti giudiziari che
riguardavano 360 individui; ci furono condanne a morte e ai lavori forzati.
A queste cifre sicure occorre aggiungere il numero, sconosciuto, di quanti furono colti sul fatto e fucilati immediatamente (15 «marocchini» solo il 26 giugno). Si tratta comunque di alcune centinaia di casi.
Le fonti italiane danno cifre molto diverse. Una ricerca in merito parla di 60 mila donne stuprate. Un numero enorme, spaventoso. In realtà la stima delle vittime non è chiara, ci si basa principalmente sulle richieste di indennizzo delle quali non si conosce la veridicità.
Fu proprio a Esperia che nacquero le prime voci sulla «carta bianca».
Resta il fatto che la disposizione dei francesi nei nostri confronti non era delle migliori: nessuno aveva dimenticato la pugnalata alle spalle del 10 giugno 1940, il bombardamento di Blois senza necessità militari, i mitragliamenti delle colonne di rifugiati a sud della Loira . Però pur ammettendo una certa riluttanza delle autorità francesi nel punire le violenze, la disparità con le cifre di parte italiana resta enorme.
Questi dati si fondano sulle 60 mila richieste di indennizzo presentate dalle donne italiane. I francesi pagarono da un minimo di 30 mila a un massimo di 150 mila fino al 1 agosto 1947.
Da quel momento a pagare fu lo Stato italiano, stornando i fondi dai 30 miliardi dovuti alla Francia per le riparazioni di guerra. Molti problemi nacquero dal fatto che le donne, oltre all’indennizzo, chiesero anche la pensione come vittime civili di guerra e che per legge i due benefici non erano cumulabili. Ne scaturì un groviglio di questioni burocratiche, ritardi, lamentele.
A organizzare le proteste furono soprattutto le comuniste dell’Udi. Nel 1951 un’affollatissima assemblea di donne in un cinema di Pontecorvo affrontò la questione delle marocchinate, provocando un infuocato dibattito parlamentare. Ma, indipendentemente dalle ragioni dell’«uso pubblico della storia», in tutta quella vicenda restano interrogativi pesanti e angosciosi.
Ammettere di essere stata stuprata è per una donna un’esperienza devastante. Eppure furono in 60 mila a farlo. La spiegazione di Notin è raggelante. Su quegli stupri furono messe in giro molte «voci».
Nei paesi colpiti spesso furono i sindaci a raccogliere le richieste di indennizzo e, nell’interesse
della comunità, si arrivò a dichiarare la violenza anche quando non era stata subita. Il fatto è che la miseria travolse anche il pudore e le 60 mila marocchinate furono costrette a scegliere lo scandalo e
la vergogna di uno stupro «falso» per ottenere i soldi «veri» che servivano alle loro famiglie e alla loro comunità.
Sin qui, dunque, la tragica cronaca dei fatti.
De Gaulle stringe la mano a un membro dei goum
Mentre precedentemente si individuò come unico e solo responsabile il Generare Juin, oggi si può senz’altro affermare che le maggiori responsabilità ricadono su ben altre persone, quali il generale De Gaulle diretto superiore di Juin ed il ministro degli affari economici del governo francese in esilio a Londra, André Diethelm, che nei giorni del terrore “goumiers” si trovavano in Ciociaria per la precisione ad Esperia. Non poterono quindi non vedere come si comportarono i loro coloniali!
Altrettanto evidente, a chi guardi ai fatti con obiettività, è la responsabilità del Generare Harold Alexander, che sentitosi chiedere da Juin l’autorizzazione a mettere in pratica tale scellerato disegno, anziché farlo immediatamente arrestare, diede il suo consenso, limitandosi a contrattare il termine temporale dello scempio (50 ore) senza curarsi minimamente della sorte delle inermi popolazioni. «Per lui l’impresa dei goumiers significava soltanto aver fatto una breccia nelle difese tedesche, attraverso la quale far passare comodamente gli inglesi della 78a divisione, tenuta sinora di riserva»
A fronte di quanto detto, si può certamente sostenere che non si trattò di azioni casuali e sporadiche, derivanti da una concezione ancestrale e tribale della guerra propria dei nordafricani, come qualcuno in passato ha affermato.
Vista la presenza in quei luoghi del comandante del Comitato di Liberazione Nazionale francese (De Gaulle), di un ministro del governo francese (Diethelm), e visto il consenso di Alexander, anche se mancano prove documentali, non si può non esser legittimati a pensare che tale infame azione possa essere stata pianificata direttamente al tavolo dello stato maggiore alleato.
Ancor più comprensibile è che le istituzioni repubblican-resistenziali abbiano relegato per 50 anni questi episodi in un angolo oscuro della storia, viste le evidenti e dirette responsabilità nei fatti sommariamente descritti.
Non si deve dimenticare che il 13 ottobre del 1943 il governo Badoglio dichiarò guerra alla Germania, divenendo il cobelligerante degli angloamericani, e dunque  corresponsabile delle azioni dello stato maggiore alleato.
A riprova di quanto affermato, sta il fatto che, per quanto se ne sa, in merito a questi episodi mai fu sollevata una protesta da parte del governo di Unità Nazionale presieduto da Ivanoe Bonomi, così come del resto nulla è stato fatto dai vari governi nei 50 anni successivi, per “loro” i fatti della Ciociaria non sono mai accaduti.
A tanti anni di distanza questo crimine, così come tanti altri, le foibe, il massacro dei bimbi di Gorla, il lancio delle penne esplosive e delle bombe a farfalla, i delitti commessi dai partigiani, non possono essere taciuti solamente perché commessi dalla parte vincitrice.

Tratto da: http://www.pacioli.net/ftp/maturita/iacomelli/marocchinate.htm

Che cos’è la massoneria ?

Argomentazioni di principio e dottrinali sulla inconciliabilità fra
la massoneria ed il cattolicesimo, enunciate da un ex massone([1])
di
Ubaldo Sterlicchio
Il brano che segue è stato assemblato, a cura di Ubaldo Sterlicchio,  traendo liberamente gli argomenti dalle seguenti pubblicazioni:
– Maurice Caillet, “Ero massone. La mia conversione dalla massoneria alla fede”, Piemme, Milano, 2010;
– Bruno Lima, “Due Sicilie 1860. L’invasione”, Fede & Cultura, Verona, 2008.
La mia esperienza e le mie letture [chi parla è l’ex massone convertitosi al cattolicesimo, Maurice Caillet, n.d.r.] mi hanno portato alla conclusione formale che, secondo logica, non si può essere sia un buon cattolico che un vero massone, quali che siano le obbedienze, ed è per me una grande sofferenza sapere che molti laici e qualche ecclesiastico si sono lasciati sedurre dalle sirene massoniche.
Il caso più probante è stato quello dell’Abate Jean-Claude Desbrosse che, nel dicembre 1999, fece annunciare il suo decesso nella rubrica di necrologi del grande quotidiano nazionale «Le Figaro» con tutti i suoi titoli massonici della Grande Loggia Nazionale Francese. La cosa più sorprendente è che egli faceva precisare che era entrato in massoneria «in virtù di un’autorizzazione accordata nel 1980 dall’autorità ecclesiastica» e faceva annunciare «il suo ritorno all’Oriente Eterno» (il soggiorno dei massoni deceduti).
Ufficialmente, la massoneria è un’associazione filosofica e filantropica, che nella sua forma «speculativa» è comparsa agli inizi del XVIII secolo. Le obbedienze sono federazioni di logge. Si ritiene che il numero dei massoni, in Francia, si aggiri sui 140.000, ovvero lo 0,2% della popolazione.
In tutte le obbedienze esistono almeno tre strutture parallele di natura differente.
Squadra e compasso massonici
Una struttura che si può qualificare come democratica, che raggruppa le officine o logge blu o di San Giovanni e gestisce i primi tre gradi: Apprendista, Compagno, Maestro. Gli Ufficiali e il Venerabile che dirigono i lavori della loggia, i delegati al Convento, i membri del Consiglio dell’Ordine, il Grande Maestro e i suoi assistenti (che dirigono l’obbedienza) sono eletti e non rieleggibili per più di due o tre anni. Queste logge di base sono dichiarate associazioni, secondo la legge [francese, n.d.r.] del 1901, presso le prefetture, e le obbedienze sono spesso il prima pagina sui settimanali, con foto del Gran Maestro inclusa, come se non ci fossero segreti. A questo livello vi sono una Costituzione, degli statuti e persino una giustizia massonica, di cui si potrebbe criticare l’esistenza stessa, ma che è incaricata di gestire i conflitti tra massoni.
Una seconda struttura, iniziatica, è molto meno conosciuta, quando non ignorata, dai «profani», cioè da coloro che non sono «iniziati», in particolare dai poteri pubblici… e stranamente anche da certi iniziati! Si tratta delle officine di perfezionamento, racchiuse in quattro livelli blindati, da 4° al 33° grado secondo certi riti (Rito Scozzese Antico Accettato, nel quale sono stato iniziato io), 25, 6 o 7 secondo altri riti, senza comunicazione tra le officine superiori e quelle inferiori. Il reclutamento per il passaggio da un livello all’altro avviene per cooptazione e la gestione di questa piramide è assicurata da un collegio di grandi iniziati, sconosciuti ai massoni di base e ancora di più alla stampa, e presieduta da un Grande Comandante eletto a vita. Segnaliamo questa affermazione in luglio 1889 di un Grande Comandante americano, Albert Pike, citato da Lozach’meur nel saggio I figli della vedova: «Lucifero, il Dio della Luce e del Bene, lotta per l’umanità contro Adonaï, il Dio dell’Oscurità e del Male» (I figli della vedova sono i massoni orfani d’Hiram).
Più discreto, Oswald Wirth, grande iniziato e iniziatore, scriveva nel Libro del Compagno: «Il serpente, iniziatore della disobbedienza, dell’insubordinazione e della rivolta, fu maledetto dagli antichi teocrati, mentre era in onore tra gli iniziati». E molto si è scritto del carattere mimetico, se non blasfemo, della cena che costituisce l’iniziazione al 18° grado a cui anch’io partecipai. Gli iniziati di grado superiore si riuniscono nella camera alta, ma assistono anche alle riunioni di base, con ornamenti e grembiule da Maestro, sebbene i massoni dei primi tre gradi ne ignorino, salvo eccezioni, le qualità e non sospettino che i loro fatti e gesti siano oggetto di una valutazione in vista di un «aumento di salario», un’iniziazione ai gradi superiori.
La terza struttura non ha neppure statuto ufficiale nelle obbedienze e alcuni Grandi Maestri hanno tentato invano di farla scomparire. Si tratta delle fratellanze, che raggruppano massoni a seconda della loro professione o dei loro interessi; cosa che spiana la strada, secondo un Grande Maestro di un tempo, Alain Bauer, a ogni sorta di compromessi e corruzioni, tanto più che vi si ritrovano massoni appartenenti ad obbedienze differenti che, pubblicamente, non esitano a lanciarsi anatemi, come quello di essere una «massoneria irregolare»: è questo il caso, in Francia, della Grande Loggia Nazionale francese che condanna indistintamente il Grande Oriente di Francia, la Grande Loggia di Francia, il Diritto Umano (misto) e la Grande Loggia Femminile, mentre si riscontra l’appartenenza di alcuni dei suoi membri alle fratellanze organizzate da quelle stesse obbedienze. Esiste persino, in Francia, una fratellanza, Gli Amici di Cambacérès, che raggruppa massoni gay o lesbiche. Numerosi scandali hanno macchiato la reputazione di queste fratellanze, al punto che alcuni massoni, disgustati, hanno creato un sito per denunciarli sul web (www.hiram.be). Il più noto di questi scandali è stato oggetto del processo Elf-Aquitaine, in cui quasi tutti i protagonisti erano massoni e sono finiti in carcere.

Interno di una loggia massonica

Infine, sette maestri possono costituire una loggia «selvaggia» che non deve rendere conto a nessuno e dove si pratica spesso la magia: io sono stato invitato a far parte di una di esse, senza che la cosa si concretizzasse. Esistono anche alcuni club squisitamente massonici, come i «Club dei cinquanta», cinquanta tra i massoni più influenti di ogni grande città della Francia, che si riuniscono nei migliori ristoranti e non più in loggia. Non dimentichiamo i «massoni dormienti», che si sono messi in congedo lasciando la loro loggia, ma che continuano a portare nel loro ambiente professionale o politico i principi massonici e che continuano a restare nelle reti e le fratellanze.
Mentre tutti conoscono San Pietro, primo Vescovo di Roma a cui Gesù ha affidato la sua Chiesa, le origini della massoneria speculativa sono controverse; tuttavia, molti storici riconoscono che è nata dalla trasformazione e dalla fusione di quattro logge della massoneria operativa (costruttori di cattedrali) a Londra nel 1717, sotto l’impulso di due pastori: Anderson, presbiteriano, e Désaguliers, anglicano, influenzati segretamente da Isaac Newton, fisico celebre, ma noto eretico, dedito alla pratica della magia e ammiratore del divino Nostradamus… e dei filosofi detti dei Lumi, cosa quanto meno contraddittoria.
Del resto, le Costituzioni fondanti, dette di Anderson (1723), menzionano Dio una sola volta, e nel titolo di un capitolo, ma mai la Santa Trinità, il peccato, la salvezza, la Resurrezione, l’Ascensione, né la Pentecoste, l’avvento dello Spirito Santo. In Francia, la massoneria appare dal 1725, in particolare a Bordeaux con il filosofo Montesquieu, e i suoi membri, nobili, grandi borghesi o addirittura ecclesiastici, sono gallicani, cioè opposti alla preminenza del Vescovo di Roma, il Papa, sugli altri vescovi. Ne è prova il fatto che la prima condanna di Clemente XII contro la massoneria, risalente al 1738, non fu mai applicata in Francia.
In ogni caso la massoneria, che sia operativa o speculativa, è una risorgenza della Gnosi, eresia già condannata da Sant’Ireneo nel II secolo. La Gnosi tenta sempre di corrompere la vera Fede cristiana introducendo filosofie e simboli pagani.
L’obiettivo storico della massoneria è quello di realizzare il Nuovo Ordine Mondiale
Il cristianesimo è fondato sul kerygma, l’annuncio da parte dei testimoni oculari, tra cui l’apostolo San Giovanni, della morte e della resurrezione di Gesù per la nostra salvezza.
I fondamenti della massoneria, invece, sono favole e miti, tra cui il mito centrale d’Hiram, architetto del Tempio di Salomone che sarebbe stato assassinato da tre cattivi compagni, così come la sedicente trasmissione da parte di San Giovanni di un insegnamento segreto di Gesù agli ordini iniziatici successivi, passando attraverso i Templari… tralasciando il fatto che tra gli apostoli e la fondazione dell’Ordine del Tempio è trascorso circa un millennio.
Per di più, Gesù stesso ha detto davanti al Sinedrio: «Ho parlato apertamente al mondo, ho sempre insegnato nelle sinagoghe e nel Tempio… e non ho detto nulla in segreto» (Giovanni 18, 20). Ed è altrettanto inverosimile l’ipotesi di una trasmissione di riti iniziatici dall’antichità egiziana fino ai moderni massoni, formulata dal massone, e talentuoso romanziere, Christian Jacq.
Per quanto riguarda i principi, sono anch’essi opposti. Il cristianesimo è una religione rivelata da Dio stesso, dapprima a Mosé, poi in e da Gesù, il Messia. Comporta un certo numero di verità rivelate o dogmi inclusi nel Credo, che un cattolico ben formato e convinto non può contestare senza rinnegare la propria fede. La massoneria, considerando l’insieme delle obbedienze, predica una filosofia umanista, preoccupata prima di tutto dell’Uomo e consacrata alla ricerca della Verità, affermandone nello stesso tempo l’inaccessibilità. La massoneria rigetta ogni dogma e sostiene il relativismo. Il suo relativismo religioso mette tutte le religioni sullo stesso piano, mentre essa si erge al di sopra di queste, dal 1723, come «centro d’unione» nelle Costituzioni di Anderson. Ne deriva il relativismo morale; per la massoneria nessuna regola morale ha origine divina e non è dunque definitiva, intangibile: la sua morale evolve in base all’accordo, al consenso delle società, come è proprio anche del naturalismo denunciato da Papa Leone XIII che, bollando la massoneria come setta, definisce così questo atteggiamento filosofico: «In tutte le cose, la natura o la ragione umana deve essere padrona e sovrana».
Il senatore Caillavet, noto massone e tenace partigiano dell’eutanasia attiva, ha scritto: «Non c’è morale universale con base divina; dato che la morale è essenzialmente contingente, essa evolve; la morale non è trascendentale. Ciò che è vero oggi sarà falso domani».
In altre parole, considerando le obbedienze nel loro insieme, è l’indipendenza dell’Uomo di fronte a Dio: è la città terrestre di Sant’Agostino: «L’amore di sé fino al disprezzo di Dio».
È anche il rifiuto di qualsiasi fenomeno soprannaturale: teofanie, apparizioni, miracoli.
Nella Chiesa Cattolica, gli insegnamenti sono accessibili a tutti: Catechismo della Chiesa Cattolica, resoconti dei Concili, Encicliche destinate in principio ai Vescovi, e tuttavia divulgate urbi et orbi.
Nella massoneria, agli iniziati, in base al loro grado, è impartita una formazione esoterica, segreta, la quale dovrebbe via via rivelare i misteri che terrebbero nascosti i dignitari di quella religione esoterica rappresentata dalla Chiesa Apostolica e Romana. Ci si domanda allora perché le chiese ortodosse e protestanti dovrebbero tenere nascosti gli stessi misteri, dato che hanno a lungo combattuto la Chiesa Cattolica. Tutti i rituali fanno baluginare davanti agli occhi degli iniziati la conoscenza di una sedicente Tradizione Primordiale preistorica e di una Luce che, nel migliore dei casi, è quella di una miglior conoscenza di sé da parte dell’ini-ziato, attraverso quella sorta di psicodramma rappresentato dall’iniziazione, ma in nessun caso è quella della Trasfigurazione di Gesù al monte Tabor o quella dei santi trasfigurati, come San Serafino di Sarov, venerato dalla Chiesa Ortodossa.
Per un cristiano, Dio è un’entità personale, tre persone in una, un Dio-persona, che intrattiene una relazione d’amore con la creatura umana: i teologi qualificano questa concezione come teismo.([2]) Per un massone il concetto di Dio è particolare, quando viene menzionato nelle obbedienze dette spiritualiste. Al più, è il Grande Architetto dell’Universo, un Dio astratto che è solamente il «Creatore-Maestro-orologiaio», come lo designa il pastore Désaguliers, uno dei fondatori della massoneria speculativa, e, più tardi, il celebre Voltaire, iniziato in tarda età: per i teologi si tratta di deismo,([3]) in opposizione ad teismo delle religioni monoteiste. Questo Grande Architetto è pregato, se così posso dire, di non intervenire negli affari degli uomini e non è neppure citato nelle Costituzioni di Anderson.
Per quel che riguarda l’escatologia, il fine ultimo, nel cristianesimo è la Vita Eterna, accordata attraverso la Grazia, in un’adorazione e una lode senza fine, in un amoroso faccia a faccia con il Signore. Abbiamo visto, trattando dell’abate Desbrosse, che nella massoneria è «il passaggio all’Oriente Eterno» che sfugge, così come il Grande Architetto, a qualunque definizione o descrizione, eccezion fatta per il rispetto degli iniziati nei confronti dei loro defunti, vicino allo Sheol degli Ebrei.
La salvezza per il cristiano consiste nell’intraprendere il cammino verso la santità, attraverso la Grazia di Dio e i Sacramenti, nell’imitazione di Gesù Cristo, l’umiltà e la carità, in vista dell’entrata nel Regno di Dio. Al contrario, non si parla di salvezza nella massoneria, se non di quella terrena: è l’elitarismo delle iniziazioni per gradi, benché le si possano ricollegare all’animismo secondo René Guenon, grande iniziato, e Mircea Eliade, insigne esperto di religioni. E neppure la ricerca di un «bene» è mai menzionata… poiché la morale evolve nella sincerità, che, come tutti sanno, non è sinonimo di verità. Il massone è un self-made man, cioè qualcuno che si realizza da solo e con l’aiuto dei fratelli, ma senza la Grazia Divina: questo ricorda il pelagianesimo combattuto a suo tempo da Sant’Agostino.
Per il cattolico s’impone il rispetto dei credenti delle altre religioni, all’insegna della tolleranza dovuta alle persone che non sono state ancora illuminate dallo Spirito Santo, ma anche della preservazione gelosa della dottrina della Chiesa, trasmessa agli Apostoli e ai loro successori: è il vero spirito degli incontri di Assisi, inaugurati nel 1986 da Giovanni Paolo II. Nella massoneria, il rapporto con le religioni è molto ambiguo. In linea di principio, i massoni esprimono con decisione una generale tolleranza nei confronti di tutte le credenze e le filosofie, manifestando tuttavia un gusto pronunciato per il sincretismo, cioè per la fusione poco coerente di dottrine spirituali differenti: è l’eterna Gnosi, il sovvertimento della vera fede, l’impoverimento del sale della terra. Dall’altra, la vita nelle logge, che per quindici anni è stata la mia, dimostra particolare animosità nei confronti dell’autorità papale e dei dogmi della Chiesa Cattolica.
Il rapporto con il corpo e con il piacere pone più che mai all’opposto cattolici e massoni. Senza alcun puritanesimo, messi a parte Catari e Giansenisti, il cattolicesimo insegna che il corpo e i sensi devono restare sottomessi alla coscienza e alla legge morale, e subordinati all’amore vero e durevole. Questo suppone una certa padronanza di sé e un rispetto assoluto della vita. Da tempo, i massoni rivendicano, e hanno ottenuto in Francia, la libertà totale tra adulti consenzienti. Questa valorizzazione del piacere, questo edonismo, hanno portato la massoneria a preparare e promuovere in Francia tutte le leggi che favoriscono il libertinaggio sessuale, il divorzio senza colpa, la contraccezione chimica e meccanica, l’aborto (IGV), il famoso PACS, patto civile di solidarietà (l’unione civile etero e omosessuale), le manipolazioni degli embrioni e, a breve, la depenalizzazione delle droghe leggere, così come la legalizzazione dell’eutanasia attiva: «È l’intero concetto di famiglia che si sta ribaltando», come prevede il dottor Pierre Simon, già Gran Maestro della Grande Loggia di Francia, nel suo libro De la vie avant toute autre chose, apparso nel 1979 (Ed. Mazarine) che fu ritirato dalle librerie su ordine delle autorità massoniche dell’epoca.
Bisogna ancora opporre il carattere universale della religione cattolica, che spera nella conversione e nella salvezza di tutti gli uomini, e l’universalismo massonico che aspira al governo del mondo – attraverso i suoi iniziati, ovviamente -, progetto sostenuto in forma sotterranea da parecchie organizzazioni internazionali pilotate da massoni: Trilaterale, Bilderberg, Bnai-Brith.([4])
Simbologia della Commissione Trilaterale
Il cattolico non deve lasciarsi sedurre o ingannare dagli ideali massonici: essi non hanno lo stesso significato nello spirito di un cristiano e di un massone.
L’attuale premier italiano, Mario Monti
La libertà per un cristiano è un mezzo, uno strumento accordato da Dio all’Uomo per andare verso il bene e l’amore, l’uno e l’altro definiti dagli insegnamenti evangelici, che danno sostanza ai Dieci Comandamenti. Per un massone, è uno scopo senza un fine, che deve abbattere tutti i tabù e i divieti della tradizione morale ebraico-cristiana. Monsignor Ratzinger, nel 1992, all’Accademia delle Scienze Morali e Politiche di Francia, ha detto: «Una libertà il cui unico contenuto consistesse nella possibilità di soddisfare i propri bisogni non sarebbe una libertà umana: resterebbe nell’ambito del mondo animale».
Il pentalfa satanico-massonico
L’uguaglianza per i cristiani discende dal fatto di essere tutti figli dello stesso Padre, e fratelli e sorelle di Gesù. Per un massone è una mera affermazione di principi, un’illusione, dato che distingue profani e iniziati e, tra l’altro, divide anche gli stessi massoni in differenti gradi, 33 in certi riti… Per non parlare della separazione tra gli uomini e le donne nelle principali obbedienze, regolari o irregolari.
La fraternitàcristiana è universale e si esprime da secoli attraverso numerose organizzazioni caritatevoli e umanitarie nell’intero pianeta. Quella dei massoni si limita o si concentra sul cerchio ristretto degli iniziati e della loro famiglia. Non si possono paragonare l’una all’altra.
Brevi cenni storici
La massoneria nacque a Londra nel 1717, esattamente nel bicentenario della riforma di Lutero e, subito dopo la sua costituzione, ebbe inizio una lunghissima serie di interventi magisteriali e scomuniche (circa 600) dei Romani Pontefici contro di essa, senza contare i documenti di condanna del magistero episcopale. La prima condanna dell’appartenenza dei cattolici alla massoneria è quella emessa da Clemente XII con la Costituzione Apostolica «In eminenti apostolatus specula» del 28 aprile 1738. Da allora numerosi papi hanno confermato tale punto di vista. Seguirono, fra i più importanti di questi solenni pronunciamenti, la Costituzione Apostolica «Providas Romanorum Pontificum» del 18 maggio 1751, emessa da Benedetto XIV; la Costituzione Apostolica «Ecclesiam a Jesu Christo» del 13 settembre 1821, emessa da Pio VII; la Costituzione Apostolica «Quo graviora» del 13 marzo 1825, emessa da Leone XII; l’Enciclica «Exortae in ista», emanata da Pio IX il 29 aprile 1876; l’Enciclica «Humanum genus», emanata da Leone XIII il 20 aprile 1884.
La scomunica della massoneria venne codificata nel Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici) pio-benedettino (opera dei Papi Pio X e Benedetto XV), promulgato nel 1917.
Il canone 2335 del C.I.C. pio-benedettino recita: «Nomen dantes sectae massonicae aliisve eiusdem generis associationibus quae contra Ecclesiam vel legitimas civiles potestas machinantur, contrahunt ipso facto excommunicationem Sedi Apostolicae simpliciter reservatam», così tradotto: «Coloro che aderiscono alla setta massonica o ad altre associazioni della stessa natura che tramano contro la Chiesa od i legittimi poteri civili, incorrono all’istante nella scomunica di stretta competenza della Sede Apostolica».
La scomunica della massoneria di cui al canone 2335 venne confermata dall’art. 247 delle Costituzioni Sinodali promulgate nel 1960 dal primo Sinodo Romano voluto da papa Giovanni XXIII.
A seguito del Concilio Vaticano II e del nuovo Codice di Diritto Canonico promulgato nel 1983, alcune obbedienze spiritualistiche o sedicenti «cristiche» hanno addotto come pretesto il fatto che tale Codice non condannava espressamente la massoneria, per giustificare la loro doppia appartenenza (a quest’ultima e alla Chiesa). Infatti, sullo stesso argomento il C.I.C. del 1983 al canone 1374 afferma: «Chi si iscrive ad un’associazione che trama contro la Chiesa, sia punito con giusta pena; chi poi promuove o dirige una tale associazione, sia punito con l’interdetto».
Tuttavia, sebbene nel nuovo Codice la massoneria non sia espressamente menzionata, la Congregazione per la Dottrina della Fede, in materia di un’eventuale appartenenza di cattolici ad associazioni massoniche, il 17 febbraio 1981 aveva già dichiarato che:
«1) non è stata modificata in alcun modo l’attuale disciplina canonica che rimane in tutto il suo vigore;
2) non è quindi stata abrogata la scomunica né le altre pene previste…».
In tale documento si fa riferimento ad una precedente lettera concernente l’interpretazione del canone 2335 C.I.C., che la stessa Congregazione aveva inviato in forma riservata ad alcune Conferenze Episcopali.
Il 26 novembre 1983 la medesima Congregazione per la Dottrina della Fede, sotto la presidenza del Cardinale Prefetto Joseph Ratzinger, ha emesso una nuova Dichiarazione sulla massoneria, con la specifica approvazione del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, costituendo pertanto una interpretazio autentica del canone 1374 del C.I.C. ’83. Il documento in questione, dopo aver chiarito che la non espressa menzione della massoneria nel nuovo Codice dipende solo da un criterio redazionale, conferma che «il giudizio negativo della Chiesa per le associazioni massoniche resta invariato, perché i loro principi sono sempre stati considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa» ed afferma: «…perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione. Le autorità ecclesiastiche locali (i Vescovi) non hanno competenza per pronunciarsi sulla natura delle associazioni massoniche con un giudizio che implicherebbe una deroga a quanto affermato sopra…» dalla stessa Congregazione. Nel 1985 la suddetta Congregazione ha poi ribadito quanto affermato nel 1983 (cfr. http://www.ratzinger.it/miscellanea/comm_massonereia.htm) circa la inconciliabilità tra fede cristiana e massoneria. L’avvenuta codificazione della condanna canonica sulla setta massonica ha reso meno frequenti, negli ultimi decenni, le pronunce in materia da parte del Magistero della Chiesa. Contrariamente, però, ad alcuni subdoli tentativi degli ambienti massonici volti a confondere l’opinio-ne pubblica, nulla è cambiato nel giudizio della Chiesa sulla massoneria dalla prima scomunica inflitta da Clemente XII nel 1738 fino ai nostri giorni.([5])
In virtù di queste ultime decisioni, consegue che voler essere al contempo cattolico e massone è non soltanto un’assurdità sul piano logico, ma anche un’eresia sul piano dottrinale.
Nel febbraio del 1936, in occasione del loro primo incontro a Chateneuf de Galaure, Marthe Robin, grande mistica per la quale è aperta la causa di beatificazione, dichiarò al padre Finet che «tra gli errori che stavano per scomparire, vi sarebbero stati il comunismo, il laicismo e la massoneria».([6]) Il comunismo, oramai, non ha più un grande futuro. Preghiamo quindi per la conversione dei massoni che, spesso in buona fede, sono nell’errore e nelle tenebre, quando credono di aver ricevuto la Luce. La sincerità di alcuni di loro non dà adito a dubbi, anche se persistono nell’errore. Preghiamo perché ciascuno riconosca che la Luce che illumina ogni uomo è Gesù Cristo e che Egli non accetta alcun compromesso con Lucifero.


[1] Maurice Caillet (nato a Bordeaux, medico ginecologo, prima della sua conversione al cattolicesimo, è stato Venerabile di una potente loggia massonica francese per quindici anni. Dopo aver abbandonato la massoneria, gli capita di tutto: minacce di morte, licenziamento per futili motivi, impedimento ad esercitare la professione di medico. Viene inoltre messo ai margini del partito socialista di cui faceva parte. Oggi vive in Spagna, sotto protezione), “Ero massone. La mia conversione dalla massoneria alla fede”, Piemme, Milano, 2010, pag. 165 e seguenti.
[2] Ogni dottrina religiosa o filosofica che ammetta un Dio unico e trascendente.
[3] Dottrina che ammette l’esistenza di un Dio come causa del mondo fondandosi sulla ragione, nega la necessità della rivelazione e della provvidenza e non riconosce vincoli di dogmi.
[4] È appena il caso di segnalare che l’attuale premier italiano, Mario Monti, è un massone che ha partecipato numerose volte alle riunioni segrete del gruppo Bildeberg, fa parte della Commissione Trilaterale(la più potente loggia massonica del mondo) ed é membro della Golden Sachs, la più potente banca d’affari del pianeta, la grande burattinaia dell’intero mercato finanziario internazionale.
[5] Riguardo all’assoluta incompatibilità tra Chiesa Cattolica e setta massonica, cfr. anche G. Lilli, “Quando Satana firma la Storia”, vol. 1, Ed. Segno, Tavagnacco (UD), ristampa 2005, pagg. 253 e seguenti; Angela Pellicciari, “I Papi e la Massoneria”, Ares, Milano, 2007; Carlo Alberto Agnoli, “La Massoneria alla conquista della Chiesa”, E.L.I.E.S., Roma, 1996. In Bruno Lima, op.cit., pagg. 65 e seguenti.
[6] Raymond Perret, “Prendi la mia vita, Signore”, pag. 139; in Maurice Caillet, op. cit., pag. 178.

Non è crisi, è truffa! Come i banchieri ci stanno derubando

Cosa si nasconde dietro l’attuale sistema economico? “Non è crisi, è truffa! – Come i banchieri ci stanno derubando”, di Salvatore Tamburro, è un testo che accompagna il lettore nel complesso quadro della situazione politica ed economica attuale fornendo al lettore strumenti di analisi e di comprensione.

di Andrea Romeo – 13 Aprile 2012

non e crisi
Non è crisi, è truffa! – Come i banchieri ci stanno derubando accompagna il lettore nel complesso quadro della situazione politica

Questo illuminante libro ci spiega con parole semplici e alla portata di tutti, accompagnate sempre da esempi pratici, il linguaggio ostico ed ingannevole della moderna economia che ci viene quotidianamente propinato dai media. I cittadini non informati non fanno che ripetere meccanicamente termini come PIL, debito pubblico, inflazione, borsa, eurozone, spred, e chi più ne ha più ne metta, senza capirne mai il vero significato celato da giornalisti e politici servi del vero potere: le banche.
Un cittadino acculturato e cosciente è invece in grado di leggere la realtà in cui vive, di analizzare l’economia come strumento che influenza direttamente la propria vita, e quindi smascherare cosa e chi si nasconde dietro questi teatrini preparati ad hoc per mantenerlo schiavo di un sistema antidemocratico e corrotto che pensa al vantaggio dei pochi. È per questo che tutti dovrebbero leggere Non è crisi, è truffa! – Come i banchieri ci stanno derubando (Edizioni Sì) di Salvatore Tamburro, un testo che accompagna il lettore nel complesso ed intricato quadro della situazione politica ed economica attuale in modo chiaro e diretto fornendo al lettore strumenti di analisi e di comprensione.

potere soldi
“Quella che viene fatta passare agli occhi della gente come ‘crisi’, in realtà non è altro che la conseguenza di operazioni compiute dall’oligarchia al potere”

Tracciando una vera e propria mappatura che connette i punti salienti che compongono gli ingranaggi dell’economia moderna gestita da grandi banchieri e da potentissime agenzie di rating, Tamburro ci mostra come attraverso il loro denaro vengono controllate le economie nazionali e mantenuti sotto scacco i popoli: quello che in gergo viene definito come signoraggio bancario.
Come ci dice l’autore “quella che viene fatta passare agli occhi della gente come ‘crisi’, in realtà non è altro che la conseguenza di operazioni compiute dall’oligarchia al potere, ossia banche e corporation; in realtà si tratta di una truffa, le cui conseguenze gravano sulle spalle della collettività, chiamata a sostenere sacrifici, a subire misure di ‘austerità’ imposte proprio dagli stessi autori di questa grande truffa”.
Ma egli si spinge oltre. Non solo infatti ci dipinge dettagliatamente il quadro del mondo odierno in cui siamo immersi – la distruzione degli stati sovrani e della democrazia da parte di un’oligarchia di super-potenti attraverso giochi finanziari e il controllo monetario, le guerre per il controllo delle risorse, la truffa dell’euro, etc. – ma ci indica anche quali potrebbero essere le vie d’uscita da questo circolo vizioso in cui ci hanno imprigionati.

http://www.ilcambiamento.it/recensioni/recensione_non_e_crisi_e_truffa.html

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LA FALSIFICAZIONE DELLA STORIA



La verità è una ed una sola, ma infinite sono le interpretazioni

di Filippo Giannini

Data la vastità dell’argomento trattato, sono in dovere di avvertire che questo articolo sarà più corposo dei precedenti.

Leggo sul quotidiano Libero del 5 aprile 2012 un articolo dal titolo: “IL 25 Luglio del Senatur”, dal quale estraggo questo concetto: .

Nel contempo mi giunse una mail a firma di D.G. (non posso indicare il nome) che, in linee generali ripropone le stesse accuse. Ecco il testo: di soli 900 aerei in grado di volare sui 3000 teoricamente disponibili, i nostri fucili erano i vecchi ’91, ed i nostri carri armati pesavano 3-5 ton rispetto alle 30 dei carri Russi. Ed il duce in tutto questo…? O sapeva ed era complice (pur non essendosi arricchito personalmente: solo per sostenere un sistema corruttivo che gli garantisse l’assoluta fedeltà degli accoliti ed il potere)… o non sapeva, ed allora era cretino; esattamente come Rutelli. Scelga lei – D.G>.

Proverò ad essere il più breve possibile, ma come ho scritto sopra, non sarà facile.

Per iniziare: le affermazioni del signor D.G. possono essere giustificate in quanto ubriacato da un sistema che basa la propria sopravvivenza sulla necessità di non accettare un dialogo serio e sereno fra l’attuale sistema e il precedente regime. Deduco che il signor D.G., anche se persona colta non è tenuto ad osservazioni storiche, invece per quanto riguarda il firmatario dell’articolo su Libero certe inesattezze non sono accettabili essendo un tecnico della storia; Giampaolo Pansa non è un nome qualunque. A proposito di quest’ultimo, desidero ricordare quanto segue: sono un ammiratore di Benito Mussolini e delle sue opere, però non sono un fanatico e aperto a qualsiasi ripensamento, MA QUESTO NON DEVE AVVENIRE SU DEI BLA’ BLA’ E BLA’, BENSI’ SU DOCUMENTAZIONE. Sono anni che provo a proporre un SERIO dialogo; sono anni che propongo di presentare in televisione un processo a Benito Mussolini, con tanto di atti di accusa e di difesa, insomma sulla falsariga di un processo vero. Niente da fare. Un paio di anni fa telefonai a Gianpaolo Pansa e, dato che ormai era già ben noto, gli proposi di aiutarmi in questa iniziativa. Mi rispose con un NO anche piuttosto un pò duretto.

Ciò premesso, andiamo avanti, avvertendo che per confutare i due personaggi, mi avvarrò di testimonianze e di scritti, per quanto possibile, di personalità non davvero fasciste; come ad esempio citando l’intellettuale Cesare Musatti che nel 1983 ha scritto: .

Inizio con una domanda: allora, quel giorno Mussolini dava libero sfogo al suo cupido bellandi?

Francesco Saverio Nitti, nella seduta del 27 luglio 1947, all’Assemblea Costituente disse: e diciamo, come ora, che la guerra è una conseguenza del fascismo, e che il fascismo è stato soltanto fenomeno italiano. Vi sono state cause ben più profonde. Per nuocere al fascismo, noi abbiamo fatto cosa pessima a danno dell’Italia. La cosa più semplice per tutti coloro che odiano il fascismo e per i pochissimi che ne avevano subito le persecuzioni era di insultare il fascismo e di attribuirgli colpe che non aveva>.

Lo storico Rutilio Sermonti ha scritto (L’Italia nel XX Secolo): esse volevano un generale conflitti europeo, quale unica risorsa per liberarsi della Germania – formidabile concorrente economico – e, soprattutto dell’Italia. Questo è necessario comprendere se si aspira alla realtà storica: soprattutto dell’Italia>.

E ancora; Winston Churchill nel 1925 attestò: . Sempre Churchill nel 1947: .

Nella conferenza di Ginevra (febbraio 1933), alla quale parteciparono sessantadue nazioni, l’Italia era rappresentata da Dino Grandi e da Italo Balbo. Venne esposto il progetto mussoliniano tendente all’abolizione dell’artiglieria pesante, dei carri armati, delle navi da guerra, dei sottomarini, degli aerei da bombardamento, in altre parole la messa al bando di tutto ciò che avrebbe potuto portare alla guerra. E questo era l’uomo che preparava la guerra? In ogni caso la conferenza si chiuse con un nulla di fatto per le opposizioni di Francia e Germania.

Intanto Adolf Hitler prese, democraticamente, il potere nel 1933. Ancora una volta Winston Churchill notò: . Hitler non perde tempo e tenta immediatamente di annettersi l’Austria. Per la verità questa operazione, detta appunto Anschluss, era un desiderio soprattutto austriaco. Mussolini teme di avere le truppe germaniche al Brennero, allora ecco come ci vengono raccontati i fatti da due storici. Il primo George Roux, nel 1957, quindi in epoca non sospetta, ha scritto: . L’altro, lo svizzero Paul Gentizon nel 1949 ha scritto fra l’altro: . C’è da aggiungere che di fronte alla reazione del Duce, Hitler ordina il ritiro delle sue Divisioni.

Solo per inciso, giusto per provare a capire l’”uomo” e l’importanza che stava assumendo nel mondo, non solo il 98% degli italiani (vedere Cesare Musatti), ma anche gli stranieri non celavano la loro ammirazione per l’opera del Duce: Lord Rosebery gli donò al sua villa a Posillipo, Lady Ogle gli fece omaggio della Villa Vista Lieta a Sanremo, Enrichetta Wurst gli regalò la splendida Villa Sciarra a Roma. E l’Adorabile Tiranno (espressione di Bernhard Shaw) cosa fece? Donò tutto al popolo italiano. E voi pensate che questi tesori siano goduti dal popolo? No, cari signori, se li godono i vari presidenti della repubblica italiana.

Si può sostenere che non passasse giorno che Mussolini non avvertisse che . Chi fu l’ideatore, il 7 giugno 1933, del Patto a Quattro? Il documento propositivo riguardava le quattro Potenze europee: Inghilterra, Francia, Germania e Italia. Il documento, di cui fu ideatore e protagonista il Duce ebbe successo di siglatura, ma non trovò rattifica nei parlamenti inglese e francese. Per questo disconoscimento Mussolini profetizzò: Patto a Quattro, sarà Sua Maestà il cannone a parlare!>.

Il capo del governo italiano si fece di nuovo promotore di un incontro che si svolse a Stresa tra l’11 e il 14 aprile 1935. Perché gli Accordi di Stresa fallirono? Se non il signor D.G. lo dovrebbe saper il signor Pansa. In ogni caso ce lo spiega Winston Churchill nelle sue Memorie a pag.163 1° Volume: . Cosa era accaduto? A soli due mesi dai solenni accordi di Stresa, la Gran Bretagna, all’insaputa dei suoi alleati, aveva concesso enormi facilitazioni per le costruzioni di naviglio da guerra germanico, nonostante che il Trattato di Versailles lo proibisse chiaramente. Tutto ciò confermò ancor più che con simili alleati non era possibile alcun serio accordo e accrebbe in Mussolini la sensazione dell’accresciuto isolamento internazionale.

Intanto le provocazioni dei militari etiopici a danno dei nostri presidi (attacco al nostro consolato di Gondar e ai pozzi di Ual-Ual), dopo aver richiesto al Negus Hailé Selassié le dovute riparazioni, il Duce decise di attaccare l’Etiopia. A scanso di equivoci è bene ricordare quanto scrisse Bruno Barrella su Il Giornale d’Italia del 18 luglio 1993 rammentando i fatti di Ual-Ual: . Per risolvere pacificamente il dissidio creatosi a seguito di quegli incidenti, venne istituita una commissione arbitrale italo-etiopica, presieduta dallo specialista greco di diritto internazionale, Nicolaos Politis. La commissione il 3 settembre 1935 emetteva la sentenza attribuendo le cause degli scontri agli abissini. A questo punto si verificò l’assurdo: i due Paesi che detenevano e spadroneggiavano su territori immensi si ersero a paladini dell’integrità etiopica e riuscirono a far votare dalla Società delle Nazioni (in pratica controllata dalla Gran Bretagna), con una maggioranza di 51 Stati su 54, l’applicazione di sanzioni economiche contro l’Italia. In ogni caso mai il consenso popolare per Mussolini fu più alto; per rispondere alle inique sanzioni fu indetta la Giornata della Fede tendente a raccogliere oro per far fronte alle difficoltà dovute al provvedimento della Società delle Nazioni. Tutta l’Italia fu percorsa da un’ondata di entusiasmo. Gli stessi antifascisti si allinearono alla politica mussoliniana. Benedetto Croce, Luigi Albertini, Vittorio Emanuele Orlando, Arturo Labriola e tanti e tanti altri donarono oro. Gli stessi comunisti firmarono l’appello Ai Fratelli in Camicia Nera, in testa a tutti Palmiro Togliatti, Giuseppe Di Vittorio e tanti altri. Non voglio dimenticare, per quel che seguirà di lì a pochi anni dopo l’elogio della Chiesa Cattolica, tanto che il Cardinale Idelfonso Schuster così scrisse: . Ma l’Inghilterra masticava amaro, il perché, brevemente, lo spiega Renzo De Felice (Intervista sul Fascismo, pag. 52): . Era proprio quello che gli anglo-francesi non gradivano; tutto ciò poteva mettere in discussione il loro modo di intendere l’imperialismo. Non sono lontano dalla verità se asserisco che ciò fu una delle cause – ripeto una delle cause – per cui fummo costretti alla guerra. E la guerra arricchisce ancor più chi lo è: i cannoni costano e arricchiscono.

Fu sempre Mussolini a tracciare le linee essenziali in una intervista rilasciata al Daily Mail: Gentlemen’s agreement ecco quello che io ho in mente. (…). Gli interessi anglo-italiani nel Mediterraneo non sono antagonisti, ma complementari>. L’invito di Mussolini fu accolto dal governo inglese e il Gentleman’s agreement fu stipulato il 2 gennaio 1937. Immediatamente dopo la stipula, alcuni circoli conservatori inglesi, stranamente concordando con quelli laburisti, concorsero a creare un clima di sferzante polemica. Gli inglesi vedevano nelle iniziative di Mussolini un pericolo per i loro interessi di egemonia mondiale (oggi lo stesso pericolo lo vedono gli Usa) e preoccupazioni per la tranquilla esistenza del loro impero. Scrive la studiosa Anne L. Murphy che un gruppo di persone controlla l’economia tramite il controllo della politica. La sede del mercato finanziario e del potere politico era (ed è) Londra, in cui si trovava Exchange Alley, il luogo principale di incontro. Le informazioni circolavano in modo formale e informale, e già all’epoca c’erano persone che seminavano confusione, paura o rendevano incomprensibile la situazione della Borsa. La Borsa, ieri come oggi, rappresenta un luogo di truffa e inganno, che ha come obiettivo l’usurpazione del denaro e il controllo dell’economia. Di conseguenza si può solo immaginare quanta preoccupazione subentrarò nelle sfere capitalistiche per le notizie della legge bancaria attuata da Mussolini nel 1936, ma anche quelle riguardanti la Germania di Hitler che mise in atto misure restrittive e di rigido controllo dello Stato sulle banche.

Ancora una volta Mussolini al Senato ammonì: Trattati di Pace, dove meritano di essere rivisti, si darà nuovo respiro alla pace. Questa è l’ipotesi che io accarezzo e alla quale è ispirata la politica del Governo fascista e del popolo italiano>.

Passiamo alla Conferenza di Monaco, 30 settembre 1938. Solo per il momento la pace fu salva e per opera di Benito Mussolini cosa ampiamente riconosciuta, come, ad esempio, dal Ministro degli Esteri francese George Bonnet che notò il grande ascendente che il Duce esercitava su Hitler: cedendo ad uno dei suoi momenti di collera rimetteva tutto in discussione>. O il parere di Alan Bullock (Hitler. A study in Tiranny, pag. 428): .

Quanti sparasentenze conoscono o parlano del Vallo Alpino del Littorio? Pur riconoscendo la giustezza di moltissime rivendicazioni della Germania, Mussolini diffidava di Hitler, diffidava dei mezzi con i quali voleva far valere le sue ragioni. Il Duce operava per discuterne intorno ad un tavolo, ma gli fu impedito. Difficilmente mi si può togliere l’idea che i Paesi capitalisti non operassero che per la guerra, per abbattere le idee che partivano da Roma, idee che avrebbero dovuto condurre ad un socialismo fattibile, comunemente ricordato come Rinascimento del Lavoro. Ma questo avrebbe condotto alla fine del potere capitalista.

L’assurdità (se poi non fu calcolo per giungere ad una nuova guerra), fra le tante concepite nel Trattato di Pace di Versailles fu il così detto Corridoio di Danzica. Per motivi di spazio non posso indicare con quale perfidia Francia, Gran Bretagna e Usa sacrificarono la Polonia per giungere alla guerra, ignorando, checché si dica (ci sono i documenti), le inusuali offerte di conciliazione che Hitler avanzò verso la Polonia per trovare uno sbocco sull’affare del corridoio. La Polonia, forte delle assicurazioni dei tre Paesi sopra indicati, rigettò ogni proposta di conciliazione. Ecco cosa si legge nel volume Lo Stalinista Roosevelt, di George N. Crocker, a pag. 5: .

Quanto scritto da George Crocker trova conferma in un documento in mio possesso, già presentato in un mio libro, ora esaurito, documento che ripresenterò, con altri, in una nuova edizione. In questa sede cercherò brevemente di estrapolare una parte interessante. Sono due documenti, ma mi riferirò ad uno e si tratta di una relazione inviata dall’ambasciatore polacco a Washington, conte Jerry Potocki, il quale aveva avuto un colloquio con l’ambasciatore statunitense William Bullit. E la relazione venne inviata al Ministro degli Affari Esteri a Varsavia. I testi sono in francese e confermano quanto poco sopra riportato circa l’inganno messo in atto dalle tre potenze democratiche a danno della Polonia, la quale non fu altro che un’esca per costringerla alla guerra contro la Germania. L’ambasciatore Potocki fra l’altro scrive: “senza alcun dubbio, ma solo dopo che l’Inghilterra e la Francia l’avranno fatto per prime”. Gli animi negli Stati Uniti, continuò “sono così montati contro il nazismo e l’hitlerismo che, sin da ora regna fra gli americani una psicosi analoga a quella che si aveva nel 1917”>. Attenzione alla data: 16 gennaio 1939. Inoltre è da osservare che circa lo “spirito americano per la guerra” è un falso grossolano, infatti l’Agenzia Gallup riportò che a seguito di un sondaggio, gli americani erano per la stragrande maggioranza contrari ad ogni idea di guerra. Questo è tanto vero che Roosevelt per essere rieletto fu costretto a mentire di nuovo, mentre preparava la guerra, dai microfoni dell’Arena di Boston così garantì: .

Per motivi di spazio mi è impossibile elencare le provocazioni messe in atto da Gran Bretagna, Francia e, soprattutto dagli Stati Uniti contro il Tripartito (Italia, Germania e Giappone). Per quanto riguarda l’Italia riporto una parte di uno scritto di Ricciardetto (Augusto Guerriero) quando ancora era fascista: .

Il fascista, poi – sì, solo POI, sfascista – Augusto Guerriero, detto Ricciardetto, ha accennato ai “sequestri dell’Asse e, fra le tante provocazioni per spingerci alla guerra questa manovra è stata la più grave. Il signor D.G. può anche non saperne nulla, tale è il silenzio dei media su questo criminale argomento, mentre è certo che il signor Pansa ne deve essere a conoscenza. E vediamo di che si tratta. Intanto è da tener presente che anche se la Germania (insieme all’Urss di Stalin) aveva attaccato e distrutto la Polonia senza che le Potenze democratiche avessero mosso un dito, nonostante gli impegni assicurati, l’Italia aveva proclamato la propria non belligeranza, ciò nonostante – e riporto quanto attesta l’Ufficio Storico della Marina Militare ne: la Marina e gli Armistizi, a pag. 346: . Ogni fermo o dirottamento avvenuto in acque internazionali, corrispondeva ad un atto di guerra. Mussolini non reagisce, anzi alle 18,42 del 26 agosto (Hitler e Stalin non avevano ancora invaso la Polonia), compì un ulteriore tentativo per dissuadere Hitler dall’iniziare la guerra inviandogli un nuovo messaggio nel quale, fra l’altro attestò: . Non solo, il 27 dello stesso mese convocò l’ambasciatore von Mackensen che, come riferì in seguito: . Ė illuminante riportare questo ammonimento di Mussolini a Hitler: . Il 30 agosto (quindi a poche ore dall’inizio del conflitto), alle 17, Attolico comunicò a Ribbentrop che era . E questo era l’uomo che ambiva la guerra? E vediamo l’altro versante, quello degli Angeli del Bene. Mentre da oltreoceano il presidente americano faceva giungere al governo polacco l’incitamento a non cedere, alle 20,20 del 31 agosto l’ufficio telefonico informò il Governo italiano che Londra aveva tagliato le comunicazioni con l’Italia. Ma non è finita, come si diceva una volta, il bello viene adesso. Torniamo ai 1347 bastimenti fermati in acque internazionali o sequestrati (per la precisione si trattava di 1347 casi di fermo o di sequestro), ed ecco come l’ambasciatore Pietro Gerbore presenta questi atti di pirateria commessi dagli Angeli del Bene: Il Rapporto Pietromarchi>. Alcuni anni fa mi misi alla ricerca di questo documento, che per la verità sono due, e li rintracciai nell’Archivio del Ministero degli Esteri di Roma, e li presentai nel mio libro, quello ormai introvabile, ma che ripresenterò con nuova documentazione. Il diplomatico Luca Pietromarchi compilò questi documenti: uno in data 11 maggio 1940 e l’altro l’8 giugno di quello stesso anno. I documenti riportano puntigliosamente i casi della località del fermo, del nome della nave, in quale porto di giurisdizione degli Angeli del Bene fu obbligata a recarsi, i giorni del fermo, quante volte l’equipaggio fu costretto a svuotare il carico e dopo quanti giorni poterono rientrare in Patria. Solo per curiosità vorrei sapere cosa ne pensa Giampaolo Pansa.

Vedo che debbo concludere, anche se ho esposto solo una minima parte delle ragioni per comprendere a pieno CHI volle la guerra.

L’Italia poteva rimanere neutrale? I primi mesi del 1940 l’Europa era quasi completamente occupata dalle potentissime forze germaniche, le quali si affacciavano al Brennero. Quindi l’Italia si trovava in questa situazione: la Germania alleata dell’Urss, l’invasione della Norvegia, della Danimarca, dell’Olanda, del Belgio e del Lussemburgo, Paesi che avevano ripetutamente proclamata la propria neutralità. Il presidente americano che, anche se subdolamente, dichiarava che mai l’America sarebbe entrata in guerra. Ancora, da non dimenticare che il popolo tedesco non aveva perdonato il voltafaccia dell’Italia nel maggio 1915. E, poi, come ricordato nel Promemoria 328: .

Allora l’Italia poteva rimanere neutrale? Ecco l’opinione di Lucio Villari, certamente uno studioso non-fascista, che su Venerdì del numero di giugno 1991 ha scritto: . Oppure secondo il dialogo fra Myron Taylor, l’inviato da Roosevelt e Monsignor Tardini, dialogo che terminò con queste parole: . Ancora Mussolini nell’intervista, di cui proporrò qui di seguito uno stralcio: “Cosa fa Mussolini? Quello si è rammollito. Un’occasione così non si sarebbe mai più presentata”. Così dicevano tutti (e posso testimoniare che così era, ndr) e specialmente coloro che adesso gridano che si doveva rimanere neutrali e che solo la mia megalomania e la mia libidine di potere e la mia debolezza nei confronti di Hitler aveva portato alla guerra (…)>.

Non posso terminare questo lavoro senza citare di nuovo il più noto studioso del fascismo, Renzo De Felice. Questo è un sunto tratto da una intervista concessa a La Stampa il 4 settembre 1989: . Allora è bene rammentare l’ammonimento del Duce: .

Concludo, anche se a malincuore, dati gli argomenti che potrei presentare, con una frase tratta dall’intervista rilasciata da Mussolini al giornalista G.G. Cabella del Popolo di Alessandria, intervista concessa ad una settimana dal suo assassinio, disse, indicando due grosse borse di cuoio: .

Purtroppo un gruppo di squallidi traditori sottrasse quelle borse che poi, come riportato dal quotidiano l’Unità, furono consegnate all’Intelligence britannica.

Non posso terminare senza tornare su quanto ha scritto il signor D.G., e precisamente: . Non prendo neanche in considerazione, tanto è banale, che . Premetto che ci vuole del coraggio a scrivere certe cose nel clima di generale corruzione e furfanteria nel quale da settant’anni ci hanno obbligato a vivere, clima di biricchinate che si moltiplica in forma geometrica di giorno in giorno. Ma torniamo al periodo del male assoluto. Per scrivere su questo argomento avrei bisogno di un volume, ma citerò solo alcuni fatti che possono essere esplicativi. Quando a Mussolini fu affidata la direzione de l’Avanti, la prima cosa che fece fu di dimezzarsi lo stipendio. Deputati e Senatori, ovviamente all’epoca in questione, non percepivano stipendi, ma un semplice gettone di presenza, perché per il fascista il sedersi in quegli scranni era un dovere al servizio del cittadino (esattamente come nel periodo post-fascista). Ė noto che Benito Mussolini viveva con i proventi dei suoi scritti e rifiutò sempre qualsiasi appannaggio – anche nella Rsi – per la disperazione di Donna Rachele. Quando Storace, avendo venduto il suo appartamento chiese al Duce l’autorizzazione di volersi comprare una villa (il gerarca, oltre tutto, aveva sposato una donna abbastanza ricca) gli fu vietato perché un gerarca doveva dare esempio di sobrietà, esattamente come ha fatto Gianfranco Fini con l’appartamento a Montecarlo, vero signor D.G.? Quando su ordine del’ Allied Military Government Territories (AMGOT) gli Alleati vincitori imposero al governo italiano di procedere all’epurazione dei fascisti, fu istituita un Commissariato per le sanzioni contro il Fascismo, e secondo quanto ha scritto il giornalista Lamberto Mercuri: <(…). Un milione e mezzo di impiegati dello Stato erano sotto giudizio d’epurazione, il che equivale a dire che la stragrande maggioranza dei pubblici dipendenti, quasi tutti iscritti al Partito Nazionale Fascista (…). Il che sarebbe stato appunto come sospendere l’intero Stato italiano (…). Si giunse ad un totale di 34.842 casi>. Anche questa cifra, per quanto di mia conoscenza si ridusse, si ridusse ad indagare su 5005 gerarchi o alti funzionari fascisti. C’è da tener presente che fra questi possiamo leggere i nomi di Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giovanni Spadolini e tanti e tanti altri illuminati sulla via di Damasco. Ebbene dopo un anno di lavoro non trovarono nulla di illecito. Alt! Fu trovata una cassetta intestata a Italo Balbo, depositata in una banca. A questa scoperta insorsero i giornali sfascisti i quali a tutta pagina anticiparono la notizia con grandi titoli: . Grande fu lo scorno quando, con grande pompa si andò ad aprire e, invece del tesoro fu trovatala Sciarpa Littoria, una ambita onoreficenza del Regime. Nel 1947, non avendo trovato nulla di penalmente accettabile, il Commissariato dovette chiudere bottega.

C’è un’altra annotazione, ovviamente molto poco nota (ma ripeto di nuovo, dovrebbe essere conosciuta da Giampaolo Pansa) nonostante cinque anni di durissima guerra, nonostante i bombardamenti terroristici degli Angeli del Bene, nonostante i sabotaggi degli eroici partigiani, nonostante la rottura di scatole dei tedeschi, Antonio Pantano, Ezra Pound, pag. 11.

Cose dell’altro mondo, vero? Anzi, di un’altra galassia; eppure è stato così. E da qui si spiegano tante cose. E chi vuol capire, capisca!!!

Ė vero, detesto questa forma di democrazia, mentre invece indico, se vogliamo superare ogni crisi o problema, la Democrazia del Lavoro o, come vogliamo chiamarla Democrazia Organica, cioè per essere più chiari, quella indicata da Benito Mussolini, perché è ancora oggi (anzi, ancor più oggi), attuale e fattibile.

I vari Giampaolo Pansa possono scrivere la storia secondo quanto ammonito da Voltaire: <L’onnipotenza di Dio, una volta terminati gli eventi, non è in grado di modificarli successivamente, mentre invece possono farlo gli storici mutando la narrazione degli avvenimenti effettivamente accaduti>.

Arpino il primo centro industriale del nostro Regno.


Ferdinando Corradini

Quando si tratta delle iniziative industriali del Regno delle Due Sicilie, si fa sempre riferimento a Pietrarsa, Mongiana, Castellammare, S. Leucio, ecc., ma non si menziona mai Arpino.
Penso che ciò sia dovuto al fatto che Arpino, che, fino al 1926 era ricompresa nella provincia di Terra di Lavoro, l’anno successivo fu aggregata alla neo-istituita provincia di Frosinone, per cui, da allora, fa parte del Lazio e dell’Italia centrale.
Di conseguenza, si è persa la memoria della sua appartenenza politico-culturale.
Eppure Arpino penso che fosse il primo centro industriale del nostro Regno.
Basti ricordare che vi si producevano i due terzi dei panni di lana utilizzati nel Regno delle Due Sicilie e che, come risultò da un “monitoraggio” effettuato nel 1850, tale industria dava lavoro a SETTEMILA persone.
Penso che se sommiamo i posti di lavoro di Mongiana, Pietrarsa, S. Leucio e Castellammare non arriviamo a questo numero oppure lo superiamo di poco.

In una pianta di Terra di Lavoro redatta dal Marzolla nel 1850 sono riportati il numero degli abitanti di ciascun Comune. Dalla stessa si rileva che Caserta, capoluogo di provincia, contava 10.850 abitanti, Arpino ne aveva 12.699.

Ma c’era un’altra caratteristica che differenziava l’industria arpinate da quelle dei centri prima elencati.
La produzione di Arpino era di iniziativa privata, e godeva di incentivi e agevolazioni da parte dello Stato (non ultima la costruzione della strada rotabile che collegava Arpino con il porto di Napoli, voluta da Ferdinando IV sul finire del Settecento).
Per contro, le iniziative industriali degli altri centri erano tutte promosse e gestite dallo Stato in prima persona.

L’industria della lana di Arpino, inoltre, era antichissima. Basti ricordare, a questo proposito, come anche il padre di Marco Tullio Cicerone (quest’ultimo vissuto dal 106 al 43 a.C.) era un produttore di panni di lana.

Dopo l’unificazione, l’industria arpinate, rimasta repentinamente priva del protezionismo doganale voluto dai Borbone, fallì miseramente. Si favorì, in questo modo, la produzione di panni di lana della piemontese Biella.

Tratto da

LETTERE ALLA RETE

LA PAROLA AL POPOLO DELLA

RETE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Florentine Sophie Heubel


In ricordo di Florrie di Harm Wulf

1-copia

Florentine Sophie Heubel, più tardi Florentine Rost van Tonningen nasce il14/11/1914 ad Amsterdam e muore in esilio il 24/3/2007 a Waasmunster nelle Fiandre. E’ stata una testimone del suo tempo ed una militante nazionalsocialista fin dalla sua giovinezza. Nata da una famiglia di banchieri trascorre l’infanzia con i due fratelli e la sorella maggiore a Hilversum dove conosce personalmente e frequenta la principessina, e più tardi regina, Giuliana d’Olanda. All’inizio degli anni ’30 entra con il fratello Wim nel movimento giovanile del Nationaal-Socialistische Beweging (NSB) di Anton Adriaan Mussert. In quegli anni studia anche biologia e zoologia all’università Utrecht e di Berlino dove conosce personalmente Konrad Lorenz futuro premio Nobel per l’etologia nel 1973. Nel 1934 a seguito di un’operazione mal riuscita rischia la morte e deve rimanere in ospedale fino al febbraio del 1936. Nel 1937 dopo una serie di viaggi nelle Indie Olandesi Orientali (oggi Indonesia) con Wim, dove lavorava il fratello maggiore Dolf, torna in Olanda e diviene militante e dirigente dello Jeugstrom il movimento giovanile del NSB. Nel 1939 conosce il Dr. Meinoud Marinus Rost van Tonningen, economista, dipendente della Società delle Nazioni e uno degli uomini guida del movimento, che diviene suo marito il 21 dicembre 1940, testimone di nozze il Reichsführer SS Heinrich Himmler. 2-copiaIl matrimonio con Meinoud le darà la possibilità di conoscere personalmente le alcune delle personalità più influenti del tempo: incontra Adolf Hitler una dozzina di volte. Nell’aprile del 1941 Meinoud Rost van Tonningen viene nominato ministro delle finanze e presidente della banca centrale olandese dal governo filo tedesco del Reichkommissar per l´Olanda Dr. Arthur Seyß-Inquart. La coppia avrà tra il 1941 e il 1945 tre figli: Grimbert nel 1941, Ebbe nel 1943 e Herre nel 1945. L’ultimo figlio Herre, nasce il 28 aprile 1945 lo stesso giorno in cui cade il fratello di Florentine, Wim combattendo nelle Waffen SS Lo SS-Obersturmführer Willem J. (Wim) Heubel fu il primo olandese volontario della Waffen SS nel 34.SS Freiwilligen Panzer Grenadier Division “Landstorm Nederland”. Oltre 40.000 olandesi si arruoleranno nelle Waffen SS. Croce di ferro di seconda classe nel giugno del 1942 sul fronte orientale. Fu ucciso il 28 aprile 1945 mentre insieme ad altri quattro ‘Landstormers’ della sua 5. Kompanie cercava di distruggere una posizione britannica. E’ sepolto nel Duitse Militaire cimitero militare di Ysselsteyn comune Venray nella provincia di Limburg in Olanda. Anche Meinoud entra nelle Waffen SS il 6 giugno 1944 e dopo un periodo di addestramento diventa ufficiale della riserva (SS-Untersturmführer ) nel primo battaglione “Landstorm Nederland”. Nel marzo del 1945 Meinoud raggiunge il fronte a Betuwe. Sarà catturato dai canadesi l’8 maggio 1945 nel giorno in cui era divenuto Obersturmführer. Gli alleati lo incarcerano a Schveningen con l’accusa di essere uno degli esponenti principali della collaborazione con i tedeschi. Dopo un mese d’inaudite torture ed umiliazioni il 6 giugno 1945 viene assassinato. Florentine ne racconta la tragica fine in un capitolo del libro Auf der Suche nach meinem Ehering: Ein Stück europäischer Zeitgeschichte in Holland der Jahre 1900–1990. Nello stesso libro Florentine Rost van Tonningen accusa dell’omicidio anche il principe Bernardo massone, membro della famiglia reale olandese e dal 1944 ufficiale alleato responsabile dell’epurazione. Florentine subisce la repressione dei vincitori e viene condannata ad un lungo periodo di carcerazione. Dopo il suo rilascio all’inizio del 1947 inizia una durissima lotta condotta con ogni mezzo per la riabilitazione postuma del marito e l’incriminazione del principe Bernardo d’Olanda e del governo olandese. A tale scopo indossa costantemente un abito nero che le vale sui media olandesi il soprannome di ‘zwarte weduwe’ vedova nera. Nessuno dei responsabili delle torture e della morte del marito sarà condannato. Nel 1952 lascia the Hague e si accasa a Villa “Ben Trovato” a Velp. Florrie considera il nome della casa un segno di predestinazione in quanto nella parola “rovato” sono inscritte le sillabe iniziali del suo cognome: ROst VAn TOnningen. Sostiene da sola la sua famiglia dirigendo una società privata per impianti di riscaldamento. Nel 1968 appare in un documentario dedicato ad AntonAdriaan Mussert diretto da Paul Verhoeven: è la 3prima volta che viene conosciuta pubblicamente a livello nazionale. Diverse volte viene processata per diffusione di letteratura nazionalsocialista e per aver organizzato incontri pubblici con personaggi vicini al movimento di Adolf Hitler. All’inizio degli anni settanta la sua villa di Velp diviene un centro d’aggregazione dei patrioti europei. Florentine diventa un personaggio di riferimento per giovani e vecchi camerati che non si sono arresi e che la chiamano con l’affettuoso diminutivo di “Florrie”. Conosce e frequenta tre gli altri il prof. Robert Faurisson, lo storico David Irving, Arthur Axmann, Ilse Pröhl (vedova di Rudolf Hess), Gertrud e Arthur Seyss-Inquart, Miguel Serrano, il generale Otto Ernst Remer, Leon Degrelle, la principessa Marie Adelheid of Lippe-Biesterfeld e molti altri. Si prese cura di Gudrum Burwitz la figlia di Heinrich Himmler suo vecchio testimone di nozze. Il suo enorme archivio è accessibile solo attraverso il suo segretario privato ed archivista F. J. A. M. van der Helm, che l’assiste dal 1980 anno in cui i figli si dissociano pubblicamente dalle opinioni politiche della madre. Questo archivio contiene tra le altre cose anche documenti sull’udienza privata con Papa Pio XII, sui rapporti con Franz von Papen e con il generale delle SS Ernst von Weizsäcker. L’ Archivio è curato e reso consultabile grazie all’opera del suo segretario e archivista F.J.A.M. Ronald van der Helm, che via ha lavorato dal 1980 e che nel 1997 ha ricostruito l’albero genealogico della famiglia. Proprio a van der Helm, in estremo segno di fiducia, Florentine Rost van Tonningen, poco prima della sua morte, aveva affidato tra le altre cose la fede nuziale in oro che era stata baciata da Adolf Hitler a Berlino nel 1940 per il suo matrimonio. Negli anni ’90 le autorità olandesi iniziano una serie sempre più insistente d’arbitrarie perquisizioni e provocazioni. Si susseguono tentativi d’incendio dell’abitazione, rotture di vetri e svariate odiose intimidazioni. Ad 86 anni, nel 2000, Florentine Rost van Tonningen emigra nelle Fiandre in Belgio, stanca delle provocazioni ( tra cui l’incendio della sua casa e l’uccisione del cane) e delle continue vessazioni giudiziarie. Fu amica carissima di Léon Degrelle fino alla morte del generale nell’esilio spagnolo. Nonostante l’età fu sempre costantemente presente ai raduni dei patrioti europei. Dagli anni ottanta diresse il Consortium de Levensboom editore di molti suoi libri e pubblicazioni . “De Levensboom” divenne il Simbolo della sua instancabile attività politica. Senza essersi mai arresa, Florrie muore in esilio il 24 marzo 2007. Sulla sua tomba di Rheden vicino Velp viene scolpito l’albero della vita che portava sull’anello nuziale e la scritta “la verità ci fa liberi”.

4-copia

Scritti di Florentine Rost van Tonningen:
Auf der Suche nach meinem Ehering: Ein Stück europäischer Zeitgeschichte in Holland der Jahre 1900 – 1990 Remer-Heipke-Verlag, Bad Kissingen 1993
Die unzerstörbaren Erlöser. Heilbringend – Unverbrüchlich. Consortium de Levensboom, Velp1993
Holland und das Deutsche Reich. Drei Reden. Teil II. Consortium de Levensboom, Velp 1989

Wir haben den NazInserisci linkionalsocialismus erlebt Kritik-Verlag, Lausanne 1983

http://en.wikipedia.org/wiki/Florentine_Rost_van_Tonningen

Video Vita di Florentine Sophie Rost van Tonningen:

https://www.youtube.com/watch?v=BKOWV_Frd1w

Tratto da: http://thule-italia.com/wordpress/archives/4536