GIOVANNI PREZIOSI Un “fascista” scomodo

Nel genetliaco della nascita di Giovanni Preziosi urge dare una seria testimonianza di ciò che rappresentò realmente il suo infaticabile lavoro, incominciato con l’abito talare a Torella dei Lombardi e finito in camicia nera a Milano.

Il Nome di Giovanni Preziosi è stato praticamente cancellato dall’album dei ricordi e delle commemorazioni. E qui, non parliamo, ovviamente, del mondo accademico “democratico”, da cui non è nemmeno lecito aspettarsi qualcosa, ma della cosiddetta “destra” o, meglio, di quell’area di riferimento politico culturale che dice di volersi richiamare al fascismo.

Persino lo storico Renzo De Felice – illustre accademico, prediletto dall’area neofascista che pure gli ha dedicato fittissime pagine – si sofferma unicamente sull’ultimo periodo della sua vita, tralasciando il periodo antecedente alla RSI. L’ unica volta in cui lo sentiamo nominare è per denigrarlo ed accostarlo alle figure più abiette che animarono l’ultimo periodo dell’epopea fascista: la R.S.I.

In quest’ambito egli è stato relegato nel posto più basso, tanto che nemmeno i “sedicenti fascisti” osano nominarlo pur di non incorrere nella furia iconoclasta di stampa resistenziale.

In realtà, Giovanni Preziosi rimarrà negli annali di storia per essersi guadagnato sul campo la qualifica di principale studioso della questione ebraica, della cui rettitudine e analisi ne beneficeranno, due lustri dopo, alti esponenti del Governo Nazional-Socialista tedesco.

Bisognerebbe chiedere ai “neofascisti”, a questo punto: “Voi dove vi collocate?”

Per non parlare poi di coloro i quali non ebbero nemmeno l’opportunità di conoscerlo e di studiarlo con occhio scevro da inutili pregiudizi.

Nessuno si è preso la briga, per esempio, di raccontare le sue azioni prima che diventasse Ministro di Stato, le sue lotte immani contro le ingiustizie, in difesa degli umili e degli oppressi, dei disoccupati, degli emigranti, soprattutto meridionali, costretti a lasciare il suolo natio per andare al Nord oppure in America. Ebbene, queste lotte furono condotte con puntualità e lungimiranza, spesso anche contro il volere dei suoi diretti superiori. Oppure quando, seguendo le orme del suo maestro, l’economista Maffeo Pantaleoni, diffondeva – dal 1912 al 1920 – attraverso gli scritti, il suo liberalismo conservatore, contro la teoria e la prassi dello Stato impresario e dissipatore.

Padre Semeria La sua attività di scrittore e pubblicista cominciò prima, agli inizi del secolo, quando, ancora sacerdote, era strettamente legato a figure di primo piano del mondo cattolico: Padre Semeria e Padre Genocchi.

Fu proprio allora che il giovane irpino, Democratico Cristiano attivo, strinse amicizia con personalità di primo piano del mondo cattolico, quali Gennaro Avolio, Giuseppe Toniolo, e i già citati Semeria e Genocchi.

A partire dal 1901 iniziò la collaborazione con il giornale cattolico «La Patria», per il quale scrisse fino al 1905 numerosi articoli, facendo come proprio cavallo di battaglia la «Questione meridionale».

Sempre nello stesso anno cominciò svolgere un’intensa attività di propaganda per conto della Democrazia Cristiana a Torella dei Lombardi. Lì organizzò un convegno, tenutosi successivamente nel capoluogo irpino il 28 dicembre 1902, che aveva il manifesto scopo di costituire gruppi locali di giovani democratici cristiani. Tale convegno fu animato dal professor Gennaro Avolio che tenne un serio dibattito sul contenuto dottrinale dei vari documenti pontifici riguardanti l’azione sociale da intraprendere nel Mezzogiorno d’Italia.

In questa conferenza emerse subito il dato preoccupante circa l’avanzata in ogni settore dei “nemici del cristianesimo”.

I socialisti, in particolare, avevano preso in mano la situazione proprio in mancanza della partecipazione cattolica al problema sociale.

Pertanto, anche nella cattolicissima Italia, terra di Papi, il disinteresse per tali problematiche aveva lentamente lasciato che il “morbo” socialista attecchisse ovunque, in specie nelle organizzazioni sindacali. Per ovviare a tale malaccorta “latitanza” delle organizzazioni cattoliche, bisognava intervenire tempestivamente affinché si potessero riconquistare le posizioni perdute.

Secondo Preziosi era necessario riguadagnare la fiducia delle masse contadine non solo interessandosi alla risoluzione degli annosi problemi che affliggevano le classi meno abbienti, ma anche facendo un lavoro di pulizia morale negli ambienti ecclesiastici, rivendicando altresì un’indipendenza d’azione dei gruppi sociali cattolici nel perseguire l’opera di riaffermazione dei diritti sociali.

La sua disamina abbracciava l’intero panorama meridionale e nazionale. Attraverso la pubblicazione di numerosi studi denunciava a chiare lettere la colpa dei vari governi liberali nell’affrontare il problema del «Mezzogiorno d’Italia».

A tale proposito occorre ricordare che, dal 1905 al 1912, parimenti all’azione esercitata in Germania per conto de l’«Opera Bonomelli», Preziosi si recò più volte negli Stati Uniti d’America, ove prestò la sua opera alle riviste «Rassegna Contemporanea», «La Voce del Popolo Italiano» di Cleveland, «L’Italia all’Estero», e, in particolare a Philadelphia per conto de l’«Istituto Coloniale Italiano» da lui rappresentato al II congresso degli italiani all’estero tenutosi nel giugno 1911.

Lì, il giovane irpino diede prova della sua tenacia e della sua verve polemica.

Il bersaglio di quegli attacchi era rappresentato da Carlo Barsotti, direttore del «Progresso italo-americano» in New York.

Nel corso dei suoi soggiorni americani, Preziosi aveva raccolto le accuse (fondate), che venivano mosse al banchiere italo-americano dalla stampa quotidiana statunitense, concernenti contatti e relazioni con la malavita mafiosa, raccolta di firme false, concussione e corruzione.

Preziosi, con un certosino lavoro di indagine, provò che, dietro il patriottismo (peloso) di Barsotti, si celavano oscure trame, ordite al fine di appropriarsi di buona parte dei fondi raccolti (per cui richiedeva un rimborso spese di ventimila dollari per l’impegno di raccolta); oltre a falsificare le firme per ottenere l’incarico di rappresentante della comunità italiana di Nuova York.

Le accuse pubblicate sulla rivista provocarono ovviamente la reazione di Barsotti, che intentò causa contro Preziosi e il condirettore della rivista. Tale processo terminò nel dicembre del 1912, con la piena assoluzione degli imputati per «inesistenza di reato».

I testi fondamentali prodotti in quel periodo sono: “L’emigrazione Italiana negli USA», “il Problema della colonizzazione agricola» (Milano 1907) ed anche “il problema dell’Italia oggi», in cui si denunciavano le enormi responsabilità dei vari governi liberali succedutisi in quegli anni.

Egli non fu tenero nemmeno nei riguardi dei suoi concittadini e dei meridionali in genere.

Infatti, affinché iniziasse un reale processo di affrancamento di quelle terre era necessario agire su due piani: quello politico e quello morale.

Più volte denunciò il degrado morale in cui versavano le popolazioni meridionali, non sottacendo il mefitico stato di perenne apatia che mieteva ancor più vittime di quanto non avevano fatto l’incoscienza e l’incompetenza dei pessimi governi che si erano succeduti nel tempo.

Preziosi scriveva:

“Il governo passato voleva il popolo ignorante e felice, quello attuale ci ha tenuto come pretoriani in riserba, servendosene per le maggioranze elettorali”.

VitaItalianaNel 1913 Giovanni Preziosi fondò la rivista “La vita italiana all’estero” che con l’entrata in guerra dell’Italia assunse la denominazione finale de “La Vita Italiana”.

A questa celeberrima rassegna mensile collaborarono intellettuali di chiara fama e di enorme e variegato spessore culturale.

Tra di essi spiccano: il già citato Prof. Maffeo Pantaleoni, Colonna di Cesarò, Angiolo Cabrini, Luigi Villari, Agostino Lanzillo, Piero Pellicano, Julius Evola e tanti altri.

Alla vigilia della «Grande Guerra», pur avendo ricevuto nel 1903 un congedo illimitato in quanto sacerdote, il giornalista irpino partì come volontario e prestò servizio nella Sanità militare prima di esserne esonerato per un difetto di vista.

Non dunque un “grigio burocrate” al servizio del Terzo Reich, ma un uomo tutto d’un pezzo (questo si!), severo prima con se stesso e poi anche con gli altri, che non venne mai meno alla sua coscienza e alla sua intima ricerca della verità.

Egli dimostrò come certe sciagure siano state propiziate proprio dall’intervento ebraico diretto e non.

Infatti, nel maggio del 1914, con l’articolo “Il fattore bancario nella politica estera italiana”, incomincerà una vera e propria indagine sul ruolo delle banche negli Stati sovrani al fine di denunciare e mostrare agli italiani il vero volto della politica italiana, gestita e dominata dall’alta banca tedesca attraverso l’azione diretta dalla «Banca commerciale» e dai politici ad essa asserviti. In questo preciso frangente è proprio l’ebreo-massoneria a farla da padrone.

Infatti l’animatore di tali ingerenze era un ebreo polacco di nome ToeplizGiuseppe Toeplitz. Preziosi scriverà, anche molto più tardi:

«Non mi fu difficile precisare che i governi italiani erano la maschera dietro la quale una masnada di caporioni ebrei
internazionali guidati dai giudei Joel, Wiel e Toeplitz decidevano le sorti, la pace o la guerra della Nazione; e dimostrai con una inconfutata ed implacabile documentazione come la plutocrazia internazionale, attraverso l’alta banca, tedesca di nome ma ebraica di fatto, operava la conquista e
l’asservimento dell’Italia».

Tali pericoli furono puntualmente sottolineati e raccolti in modo organico nell’opera denominata: “La Germania alla conquista dell’Italia» (Firenze 1916).
La data di pubblicazione del libro smentisce sonoramente quanti vollero vedere nello studioso Irpino un mero agente del III Reich in Italia.

Un’altra importante data da annoverare nella storia del futuro politico irpino è quella legata al 1917, allorquando, in seguito allo sfondamento delle linee italiane da parte delle truppe austro-tedesche, il paese cadde nel panico e nello sconforto più totale; Preziosi ed altri convinti nazionalisti passarono immediatamente all’attacco, dando vita al «Fascio parlamentare di difesa nazionale».

La nascita del «Fascio» e i suoi obiettivi sono ricordati da Preziosi nell’articolo: «Nel solco della storia. Come sorse il «Fascio parlamentare di difesa nazionale» («La Vita italiana», fasc. CCIV, marzo 1930, a. XVIII), dove si legge che mentre i neutralisti della Camera volevano la pace separata, lui e altri interventisti esigevano la prosecuzione della guerra.

Così Giovanni Preziosi e Maffeo Pantaleoni cominciarono dai primi di dicembre a carpire l’adesione di importanti uomini politici interventisti (Salandra, Di Cesarò, Pirolini, Martini, Federzoni, Corradini, Bruccolieri, Giardini) che, il 9 dicembre alle ore 22 in via dell’Umiltà 25 (sede de «La Vita Italiana»), diedero vita al «Fascio parlamentare di difesa nazionale» (dal 24 maggio 1918 «Fascio nazionale italiano»).

In quella seduta e nelle successive (10 e 12 dicembre), si stabilì la strategia da attuare alla Camera che, come proposto da Preziosi, prevedeva lo spostamento degli oltre 150 deputati (e 90 senatori) aderenti al «Fascio» sui banchi di destra, mentre lo stesso Preziosi con il suo solito intransigentismo chiedeva senza successo anche l’arresto dei leaders socialisti (in quanto disfattisti) e l’espulsione delle spie.


Nel 1920 il fascista irpino tradusse e pubblicò:«I Protocolli dei Savi Anziani di Sion» che divennero il “motore immobile” di tutto il suo pensiero. Da quel momento in poi la sua vita rimase imperniata attorno al “problema ebraico” che abbracciava tutti gli altri.

Già all’epoca della pubblicazione si dubitava sull’autenticità degli stessi.

Oggi si è praticamente certi della loro falsità. Ma… c’è un ma.

Al lettore dei Protocolli non serve un documento che ne certifichi l’autenticità.

Al lettore vien risparmiato pure lo sforzo di provare il contrario. Non occorre un grande afflato investigativo per mettere in ordine cronologico la serie di eventi che ci portano all’oggi.

Si dirà: “Tutti noi, in fondo, abbiamo una strega nell’armadio e un orco onnipresente nei nostri incubi…per cui risulta sin troppo facile attribuire all’ebreo errante tutti i mali di questo mondo”. Vero! Ma nessuno, anche la persona “malata” di razionalismo, può confutare il fatto incontrovertibile che esistono altrettante vicende inquietanti di cui sicuramente vi è traccia provata negli annali di storia e che rivestono una somiglianza impressionante con l’assunto dei Protocolli.

Marco Dolcetta, per esempio, che sicuramente non può essere sospettato di nutrire simpatie filonaziste o anche semplicemente fasciste, nel n. 7 del periodico Il nazismo esoterico (Hobby & Work, Milano 1994) scrive:

“Oggi il dibattito verte non sulla autenticità dei Protocolli, ma sulla cosiddetta veridicità degli stessi”, e ci informa che: <

«Resoconto degli avvenimenti storico–politici avveratisi negli ultimi dieci anni». Si tratta di un discorso programmatico tenuto a Praga dal rabbino Reichhorn in occasione di un’adunanza dei rabbini, denominata “Caleb”, presso la tomba del gran rabbino Simeon-Ben-Jhuda&gt”;

Ora, lungi dall’approfondire questo fatto che richiederebbe da solo almeno un lungo post, si può serenamente affermare, che quanto scritto nei Protocolli corrisponde alla situazione odierna.

Sotto questo aspetto vengono smentite tutte quelle voci – autorevoli e non – secondo cui Preziosi sarebbe stato notevolmente influenzato dall’ascesa di Hitler al potere.

Lo studioso irpino, con notevole anticipo sui tempi, indagò tanto sul problema del Mezzogiorno quanto su quello ebraico e venne alla conclusione che essi erano strettamente collegati.

Solo che il suo rigore e la sua serietà non gli permettevano di sferrare l’attacco apertamente senza avere delle prove. Mancava ancora all’appello qualcosa che potesse spiegare il tutto: un legame inscindibile fra cose apparentemente scollegate. Tale “prova”, a conferma delle sue ipotesi, gli sarà fornita solo dopo la lettura dei «Protocolli» che, a partire dal 1920, divennero il suo punto di riferimento.


Preziosi eccezionale interprete del fascismo napoletano.

La penetrazione del movimento fascista nell’ambito dei partiti tradizionali, fu facilitato, molto probabilmente, da una comune matrice massonica, che costituì, in un certo senso, un freno nello scontro tra gruppi essenzialmente borghesi.

Per quanto riguarda la vicinanza del fascismo ai “popolari” essa andava ricercata più che altro nelle cricche clientelari che spinsero i candidati dell’ala moderata a confluire nel partito vincente.

Nello scontro tra le due fazioni del moderatismo, il fascismo si schierò, in genere, con la corrente progressista, più incline alle istanze del nuovo ceto politico.

Nel capoluogo irpino la classe dirigente fascista fu cooptata dalle file del Partito Popolare, il cui ultimo segretario provinciale, Modestino Romagnosi, rivestiva la carica di rettore dell’amministrazione provinciale, affiancato da un altro popolare: l’avv. De Cunzo.

Aurelio PadovaniIl fascismo irpino era formato essenzialmente da due fazioni: una fanatica e violenta, che faceva capo ad Aurelio Padovani e l’altra più opportunista (quella vincente) cooptata dal vecchio sistema politico mediante il tradizionale trasformismo, rappresentata dal marchese CriPaolo De stofaro, affiancato dal giurista Alfredo De MarsicoAvv. Alfredo De Marsico.

La refrattarietà all’attecchimento del fascismo nel capoluogo irpino va ricercata nella fitta rete clientelare preesistente e dalle forze politiche tradizionali, che avevano dalla loro parte soprattutto i ceti impiegatizi medio-superiori. Ciò fece si che le resistenze si protrassero ben oltre la marcia su Roma e il consolidarsi del potere fascista.

Il fascismososteneva Preziosi aveva creato nel Mezzogiorno «una nuova classe trasformistica, la cui forza era riposta nell’opera di mediazione tra il Governo centrale e le masse inerti».

Come ho accennato nell’incipit, Preziosi non fu un “fascista di regime”, un uomo di apparato, un borghese arrivista, né, tantomeno, un “grigio” burocrate.

Al contrario, egli si fece – sin dalla sua precoce adesione al fascismo – interprete di una linea liberal-conservatrice, pervicacemente contraria ad ammettere clientele e favoritismi di qualsiasi tipo, ivi comprese quelle nazionaliste.

La sua intransigenza e il suo rigore morale fecero si che appoggiasse persino persone contrarie al suo modo di pensare ma che, nel contempo, rispecchiassero quell’ideale di pulizia morale che da sempre tenacemente perseguiva.

E’ il caso dell’espulsione di Padovani dal PNF.

Ebbene, Preziosi fu nella capitale partenopea in veste di mediatore tra gli inviati della direzione nazionale (Italo Balbo e Emilio De Bono) ed il gruppo dissidente napoletano.

Preziosi, pur rappresentando, in linea di massima, la linea “destra” del partito, non esitò a schierarsi con il “fascista di sinistra” Padovani, poiché quest’ultimo (come lui) faceva della drittura morale la caratteristica primaria del suo agire. Questa caratteristica non giovò alla carriera politica di Preziosi che, ben presto, si vide emarginato ed escluso dalle “stanze dei bottoni”, e più tardi, in seguito ad altre polemiche, perse pure la direzione de il quotidiano napoletano «ROMA» e persino de il «Mezzogiorno».


L’ascesa di Hitler al potere

Nel 1933, quando Adolf Hitler salì al potere, Preziosi ricominciò gradualmente la sua ascesa politica.

L’anno successivo, Preziosi, pur sapendo di non fare cosa gradita al Duce riprese la sua lotta all’idra ebraica.

Da «La Vita Italiana» furono lanciate invettive durissime contro gli ebrei e contro la Massoneria, vero cancro del fascismo italiano. In questa sua immane lotta fu affiancato da Farinacci che condivideva in pieno la linea dello scrittore irpino.

Nel 1937 Preziosi e Farinacci ripubblicarono i «Protocolli dei Savi Anziani di Sion», suscitando risentimento e reazioni sempre contrarie.

L’anno dopo, vi fu una vera e propria campagna stampa condotta non solo da «La vita Italiana» ma anche da altri giornali come «Il Tevere», «il Quadrivio», e ad un più alto livello, il «Regime fascista».

Quell’anno vide la nascita di un’altra rivista: «La difesa della Razza», diretta dall’ottimo Telesio Interlandi. doc1700

Quest’ultimo allargò la campagna razziale a tutti i settori dello scibile umano.

La campagna stampa prese ancora più vigore allorquando Paolo Orano pubblicò un panphlet dal titolo: «Gli ebrei in Italia».

Dalla prima metà del 1938 apparvero tutta una serie di articoli antisemiti anche in quotidiani prestigiosi e più diffusi come il «Corriere della Sera» e il «Giornale d’Italia».

Il 1938 fu un anno cruciale per l’ebraismo europeo.

Per la prima volta dopo l’unità d’Italia, si assistette in Italia al passaggio da un razzismo frammentario, composto di pregiudizi religiosi e di atteggiamenti intolleranti, a un vero e proprio razzismo di stato.

L’Italia, ad imitazione della Germania, varò una legislazione propriamente razzista e, proprio per questo, tutto cambiò dal momento in cui il razzismo diviene un fenomeno propriamente politico e più ancora statale. In questo preciso frangente vengono legittimate teorie e pratiche preesistenti nella società attraverso una loro valorizzazione dall’alto e viene fornito un impulso che fa compiere un salto di qualità al razzismo generico.

Alla vigilia della seconda Guerra Mondiale, Preziosi mandò alle stampe un libro dal Titolo: «Come il Giudaismo ha preparato la guerra», che metteva in luce la reale situazione che la Germania e l’Italia si dovevano preparare ad affrontare.

L’opera successiva fu:

«Giudaismo, Bolscevismo, Plutocrazia, Massoneria».

Si tratta di una raccolta di scritti di Preziosi durante l’arco di 25 anni.

In quest’opera – più ancora che nella precedente – Preziosi dimostrò come si fosse instaurato un vero e proprio programma d’azione del giudaismo internazionale e delle dipendenti forze occulte (Massoneria), volte a favorire prima, e a scatenare poi, la guerra nel mondo, per assicurare il dominio di Israele sull’intero pianeta.

Tutte queste cose – che allora sembravano solo “illazioni” prive di fondamento- si sono dimostrate oggi come indubitabili verità.

La collaborazione e la vicinanza dello studioso irpino con Farinacci favorì sicuramente il primo, tanto che Mussolini nel 1942 lo nominò Ministro di Stato.

Bruno Spampanato in un suo contro memoriale, parlando di Preziosi, si limita a definirlo come “giornalista famoso per le sue polemiche”.

La risposta di Preziosi, come sempre accadeva in questi frangenti, non si fece attendere: scrisse a Mussolini dicendogli che se avesse voluto salvare il fascismo avrebbe dovuto agire per tempo, poiché il Partito, dove si era appena insediato il nuovo segretario Scorza, era diventato un’altra cosa.

Preziosi, ovviamente, non poteva scrivere che la scelta del Duce ricaduta su Scorza fu affatto sbagliata, ma le sue parole furono altrettanto inequivocabili.

Attraverso quella scelta, a dir poco infelice, il Duce aveva perso il controllo del Partito.

Il PNF era ormai solo un enorme edificio burocratico con molto marmo e allumino nelle sedi, ma con poca capacità e drittura morale.

A ben vedere, dunque, «La Vita Italiana» si dimostrò – nei fatti – una rivista tanto temibile per gli oppositori quanto per molti “discussi” personaggi del regime.

Inoltre lo Spampanato riferisce aver avuto una conversazione con il Ministro Irpino nel giugno del 1943. In questa conversazione Preziosi avrebbe detto:

“Sono moltissimi quelli che sono fedeli a Mussolini ma questa gente sentimentale e onesta conta meno che niente. Chi conta sono i traditori, i profittatori che stanno ai posti di comando. Loro si butteranno a mare per primi. Non penseranno che a salvarsi. Questo nel caso migliore. Ma c’è anche qualcuno che tenterà di far saltare la baracca piuttosto che restarci sotto”.

Ed ancora:

“Troppa gente si vede. Che stanno preparando Grandi, Bottai e Federzoni? Che fa Ciano alla Santa Sede?”

Poco tempo dopo, le previsioni di Preziosi si avverarono puntualmente.

Il 24 Luglio del 1943 il Gran Consiglio del Fascismo mise in minoranza Mussolini, dando al Re il pretesto per desautorarlo e, indi. arrestarlo.

Il giorno successivo Preziosi, che aveva moltissimi nemici, si rifugiò in Germania.

In terra tedesca l’ex sacerdote irpino trovò consensi, appoggi e acclamazioni; ebbe numerosi contatti con Rosemberg e fu più volte ricevuto dallo Stesso Adolf Hitler.


8-09-1943L’otto settembre Preziosi, Pavolini e Farinacci dettero inizio a trasmissioni fasciste da Radio Monaco che continuarono persino durante la RSI.

Gli eventi nefasti del 25 luglio e dell’8 settembre 1943 avevano determinato la ferma convinzione che occorreva mettere mano alla questione ebraica quanto prima possibile. Si era aspettato sin troppo a lungo per tentennare ancora. Preziosi, infatti, già nel settembre del ‘42 scriveva:

“Per effetto della guerra ebraica, siamo – gomito a gomito con la Germania e con gli alleati – impegnati per la vita e per la morte contro le forze coalizzate dell’ebraismo antifascista mondiale”

e anche…

«è urgente – prima di ogni cosa – un’opera di ricerca e di indagine per precisare quanto sangue ebraico è stato immesso palesemente e alla chetichella negli Italiani».

Quest’ultima dichiarazione – apparentemente assurda –trova la sua ragion d’essere nel fatto che molti ebrei furono naturalizzati italiani attraverso cambi di cognome e quant’altro.

Molti ebrei e massoni controllavano l’economia italiana, per cui è ben difficile asserire (oggi) che il Duce abbia realmente governato.

Nel marzo del 1944 Preziosi era a capo dell’ “Ispettorato generale della Razza”; stabilì la sede dell’Ispettorato a Desenzano sulle rive del Garda; si mise subito all’opera: mise a punto un piano dettagliato per eliminare gli ebrei dalla R.S.I.

Due mesi dopo aveva già elaborato i primi provvedimenti di carattere razziale che avrebbero innovato la legge già varata (1938-1943).

E’ da segnalare una cosa importantissima: uno dei primi atti emanati dal governo Badoglio fu quello di abrogare le cosiddette leggi razziali!

Purtroppo i provvedimenti varati da Preziosi furono tutti bocciati e, soprattutto, l’applicazione delle leggi esistenti trovarono poco zelo da parte degli italiani tutti che, anzi, si diedero da fare per mettere in salvo quanti più ebrei fosse possibile.

Ci fu, se non proprio una gara, sicuramente una vasta partecipazione di tutta la popolazione italiana che, a vario titolo e a vari livelli, dai più elevati a quelli più umili, fece in modo da dare copertura, riparo e solidarietà.

Anche qui Preziosi trovò numerosi ostacoli.

Il ministero delle Finanze, D.G. Pellegrini, riuscì ad imprimere all’operazione soprattutto un carattere economico-finanziario.

I beni degli ebrei furono confiscati e resi all’erario.


Epilogo

Giovanni Preziosi si tolse la vita, insieme con la moglie Valeria, a Milano, dopo una fuga avventurosa da Desenzano del Garda, dove vi era la sede dell’Ispettorato per la Razza.

E’ l’ultimo atto tragico di un uomo solo, spaesato, che vede ormai intorno a sé soltanto un cumulo di macerie (non soltanto materiali); un mondo di rovine popolato da morti che camminano; un mondo in cui lo “spirito ebraico” aveva pervaso tutto e tutti contagiando gli stessi ariani.

Prima di rendere la sua anima all’altissimo scrisse:

“Ho vissuto tutta la mia vita per la grandezza della Patria. Seguii Mussolini perché vidi in lui l’uomo che alla Patria poteva dare grandezza. Dopo il 25 luglio sperai ancora. Oggi che tutto crolla non so fare nulla di meglio che non sopravvivere. Mi segue in questo atto colei che ha condiviso tutte le mie lotte e tutte le mie speranze. Di questo gesto un giorno nostro figlio Romano andrà orgoglioso.”


Tratto da:
http://proscritti.blogspot.com/2010/10/un-fascista-scomodo.html?showComment=1330513017031#c5256418628275697078


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Cameratismo – definizione

Camerata è più che amico.

Camerata è più che fratello.

Camerata vuole dire essere dello stesso sangue, della stessa mente, della stessa anima, della stessa fede!

Per questo non c’è posto tra camerati per riserve mentali, per sospetti, per maliziose interpretazioni, per invidie, per prevenzione, per supponenza.

Tra camerati deve esserci la fiducia, il pregiudizio positivo, la stima, l’affetto, il sostegno che fanno del rapporto un rapporto esclusivo e simile a nessun altro.

Tra camerati deve essere esclusa la prevaricazione, la censura, il volere superare, la sete di dominio perché tra camerati ci si deve sentire “pari tra i pari” al di là delle gerarchie ed al di là anche del valore di ciascuno nel contesto di una “impersonalità attiva” che fa sentire ciascuno una parte di un tutto!

Tra camerati non debbono servire barriere protettive perché non ci deve essere nessun pericolo di aggressione né verbale, né psicologica.

Tra camerati si può dissentire, ma senza acrimonia, si può non concordare, ma senza partito preso, si può discutere, ma senza animosità perché tra camerati deve essere più forte il desiderio di trovare una sintesi costruttiva, un accordo che non quello di volere avere ragione ad ogni costo e perché tra camerati deve esistere quell’affinità delle anime che nasce dalla condivisione profonda della visione del mondo e della vita.

Se tutto questo non c’è, allora significa che non c’è cameratismo, ma solamente un’occasionale convergenza di posizioni scaturite da un occasionale e superficiale incontro che non ha radici profonde.

Se tutto questo non c’è significa che si è dei conoscenti, si può essere perfino amici, ma non si è camerati!


di Alessandro Mezzano

24.02.2012 –

Per non dimenticare la prima guerra civile

Premessa

L’arma preferita degli avversari del fascismo è oggi il luogo comune:

essi infatti, in difetto di una fede e di una volontà da opporre alla formidabile opera restauratrice del governo di Mussolini, tentano raggrupparsi sotto sterili e vaghe formule e accreditare presso il popolo italiano, ritenuto facile ai subitanei oblii, le più turpi e provocatrici menzogne sotto cui celano la vergogna incancellabile di un obbrobrioso passato di tradimento e di fellonia.Tra i luoghi comuni più in voga è quello che il fascismo sia da considerarsi un passeggero fenomeno (aspetteranno un pezzo prima che “passi”!) originato dallo stesso stato di violenta deformazione psicologica che dette origine negli uomini del dopo guerra alle “esuberanze” socialiste: e che il ritorno alla normalità sarebbe stato più rapido e completo senza l’azione delle Camicie Nere, arrivate in ritardo per sovrapporsi ad una situazione già avviata verso l’equilibrio stabile in virtù “dell’innato buon senso” italiano. Questa storiella non è soltanto ripetuta come bassa arma polemica nelle schermaglie quotidiane: essa trova il suo apostolo e il suo divulgatore in un notissimo parlamentare socialdemocratico sotto il paterno governo del quale l’Italia subì l’onta di Valona e la liquidazione della vittoria; l’on. Bonomi, cui peraltro tornò comodo l’appoggio e la protezione fascista nelle elezioni del 1921. Bonomi ha persino scritto un libro per dimostrare la panzana di cui sopra: e gli stessi argomenti ritroviamo in ogni manifestazione dei variopinti avversari del fascismo, attraverso la chiacchiera che si intensifica in vicinanza delle elezioni, epoca più propizia, secondo il criterio democratico, per darla a bere. I fascisti sentiranno dunque ripetere tale sconcia favola ovunque gli avversari oseranno metter fuori la testa in cerca di suffragi: occorre perciò controbattere prontamente. Al vaniloquio noi rispondiamo con i fatti: essi sono là a smascherare la spudorata manovra di quanti credono che l’Italia abbia dimenticato i tremila morti della lunga e asprissima battaglia unicamente perché non abbassammo mai quelle memorie sacre al nostro cuore al livello dello sfruttamento partigiano! Fatti e non parole che dimostrano come gli anni più duri, più sanguinosi, più crudeli della nostra lunga vigilia siano stati appunto, oltre il 1919, il 1921 e 1922, quando cioè il “buon senso” avrebbe dovuto – secondo i nostri avversari – vincere da solo la violenza in piazza, l’impotenza al Governo, la complicità irresponsabile a Montecitorio e molto dopo l’occupazione delle fabbriche! La cronistoria che segue, riassunta negli episodi più sintomatici e più gravi, risulta da uno spoglio diligente fatto nella collezione del “Corriere della Sera”, giornale non certo sospetto di benevolenza a nostro riguardo: esso dimostra, e non saranno certo i libri di Bonomi ad attestare il contrario, che:
1° Gli anni 1921 e 22 furono veramente tragici in ogni plaga d’Italia;
2° Che il 23 – 24 segna un formidabile miglioramento, per non dire la totale cessazione di ogni episodio violento. Sfidiamo chiunque a dimostrare il contrario: quanti scorreranno queste pagine rivivranno le scene più selvagge che disonorarono negli anni scorsi il buon nome italiano e che condussero la Patria vittoriosa alla pari dell’ultimo Stato balcanico. Non avremmo voluto rievocare sì tristi ricordi: vi siamo costretti dalla malvagità di coloro che, corresponsabili e correi di tanta rovina, osano ripresentarsi in aspetto di impudica verginità politica ad accaparrare presso l’opinione pubblica una parte, di merito nella restaurazione nazionale. Fu superflua l’azione implacabile del fascismo nell’Italia del 21-22? Osservino i troppi immemori! Quale data segue il giorno 2 marzo 1921? Lo strazio infame dei marinai ad Empoli, delitto che commosse e atterrì l’Europa intiera. Che registra la cronaca il successivo 7 marzo? L’agguato brigantesco ed infame di Casale Monferrato, dove tra gli altri trovarono la morte due vecchi soldati piemontesi e dove fu gravemente ferito l’onorevole De Vecchi. E il 25 dello stesso mese? La strage del “Diana” dove donne e fanciulli furono immolati alla solidarietà criminale con Enrico Malatesta seminatore di morti in ogni tappa della sua propaganda d’odio e di distruzione. E il 26 marzo? Quattro attentati dinamitardi. E il 18 aprile? L’imboscata di Foiano della Chiana: e così via, per tutto il 1922, fino allo sciopero “legalitario” sferrato in piazza mentre a Montecitorio si imbastiva il trucco collaborazionista allo scopo di soffocare “legalmente” nel sangue la riscossa già vittoriosa in Paese. Dove erano dunque allora gli odierni zelatori di libertà, i democratici che oggi vantano titoli nella lotta contro la violenza dei rossi, i popolari che si atteggiano a salvatori della Patria per aver collaborato a tutti i Ministeri, Nitti compreso, dalla comoda trincea di Montecitorio, gli unitari che si gloriano di aver frenato gli eccessi degli estremisti? Dove erano questi signori quando i nostri squadristi adolescenti seminavano del loro sangue generoso le aspre vie della nostra battaglia? Dall’altra parte: rassegnati o manutengoli inerti o complici, ma pronti sempre alla denigrazione e alla deformazione di ogni nostro atto, convinti del loro compito modesto e servile di battistrada del socialismo e in attesa del giorno in cui fosse piaciuto a Turati, difensore di Misiano, o a Treves, marchese di Caporetto, di acciuffare il governo d’Italia per precipitarla nella mediocrità impotente o nell’anarchia dissolvitrice in oltraggio ai cinquecentomila morti della grande guerra vittoriosa! Solo dunque fu il fascismo nell’ora del pericolo, solo con la sua fede e con la sua bandiera incontaminabile: e, se trovò talvolta al suo passaggio schiene pronte all’inclino, fu quando il calcolo elettoralistico, a noi sconosciuto, spinse verso il nostro movimento uomini e gruppi bisognosi di protezione e di coraggio: uomini che poi, passato l’attimo fuggente, ritrovammo ostili e inveleniti, stretti attorno alla Casa paterna di Miglioli. Leggano dunque gli italiani che nella pace raggiunta per virtù e per sacrificio fascista avessero dimenticato i giorni in cui bastava il capriccio di un organizzatore irresponsabile per far fermare l’attività lavorativa di intiere province: leggano e ricordino i tempi in cui la vita del Paese era paralizzata dagli scioperi ferroviari a ripetizione, gli ospedali lasciati al buio, le fabbriche disertate, i raccolti bruciati! Altro che libertà da riconquistare! Ricordino e meditino: soprattutto sulla infinita generosità fascista che ha lasciato tanta libertà ai vinti fino a permettere loro di millantare, al cospetto dei nostri Martiri e del nostro lungo sacrificio, nuovo diritto di cittadinanza nel ciclo storico apertosi con la Marcia su Roma che seppellì per sempre la loro opera nefanda.

Italiani, ricordate!

1920
(Primo semestre)

(*) I numeri in parentesi corrispondono a quelli della collezione del “Corriere della sera”.

9 gennaio – A S. Cesario (Modena) malviventi e sovversivi attaccano la caserma dei carabinieri. Un borghese ferito grave e molti feriti meno gravi (N. 9).
14 gennaio – Sciopero postelegrafonico in tutta Italia (N. 12). Anche i ferrovieri minacciano di scioperare. (N. 12).
20 gennaio – E’ proclamato lo sciopero dei ferrovieri in tutta Italia (N 17).
21 gennaio – L’equipaggio del postale “Città di Cagliari” si rifiuta di partire per la Sardegna il Ministero della Marina utilizza l’immediata iscrizione della nave nel naviglio militare e lo sbarco del personale lunghezza (N. 18).
23 gennaio – Due attentati ferroviari: uno fra Bucine e Montevarchi (linea Firenze – Roma): e l’altro alla Palombella (Ancona – Bologna): fortunatamente i colpi di fucili vanno a vuoto. Giornata di sciopero generale a Pisa e a Bari per solidarietà con i ferrovieri (N. 20).
4 febbraio – L’agitazione degli operai tessili provoca lo sciopero generale nel Bergamasco.
Sciopero agrario Ferrarese. Sciopero nelle Zolfatare siciliane (N. 30).
21 febbraio – Conflitto tra i carabinieri e socialisti, a Castelfranco di Sotto (Firenze) avendo voluto i socialisti penetrare a viva forza nei locali di un circolo cattolico per devastarlo. Due feriti gravi (N. 45).
1° marzo – 24 ore di sciopero generale a Milano provocato dagli incidenti di un comizio indetto dalla Lega proletaria fra mutilati ed invalidi di guerra: 17 feriti (N. 52).
10 marzo – Nuova agitazione dei ferrovieri (N. 61).
26 marzo – In un conflitto tra militari e contadini scioperanti a Barengo (Novara) cadono uccisi un soldato e due contadini. Molti feriti (N. 71).
5 aprile – Sanguinoso conflitto a Decima di Persiceto (Bologna), causato dallo sciopero agguato,tra carabinieri e scioperanti: 5 morti, numerosi feriti (N. 8).
7 aprile – In seguito ai conflitti di Decima scoppiano scioperi di solidarietà a Bologna, Pisa, Livorno, Modena, Genova, Firenze, Piacenza (N. 85).
15 aprile – Sciopero generale a Torino causato dalla volontà degli operai di governarsi nelle fabbriche con le commissioni interne (N. 92).
19 aprile – A Raiano (Abruzzi) vengono uccisi il Commissario Regio e due contadini durante un tumulto per l’aumento del canone sull’acqua (N. 95).
Sono sospesi tutti i treni diretti ai centri colpiti dagli scioperi (N. 98).
1° maggio – Il 1° maggio è turbato a Torino e a Pola da deplorevoli e sanguinosi tumulti. A Torino in un comizio vengono lanciate due bombe contro le Regie Guardie che reagiscono: un agente morto e uno moribondo. Due cittadini morti e quaranta feriti. A Pola conflitto tra la forza pubblica e i comizianti: due morti, parecchi feriti. A Mordano (Imola) un comizio di popolari, tenuto in locale chiuso, viene assalito dai socialisti, 5 feriti, tutti popolari. A Paola (Reggio Calabria) popolari e ferrovieri, iscritti al Sindacato Ferrovieri, vengono a conflitto: 3 morti e molti feriti (N. 105).
4 maggio – Un morto e due feriti ad Imola in un conflitto avvenuto durante l’inaugurazione della statua di Andrea Costa (N. 106).
La forza pubblica viene aggredita con bombe a Livorno: 1 morto e trenta feriti nel conflitto. I ferrovieri impediscono, a Bologna, la partenza ai carabinieri per Viareggio. Un morto in un conflitto tra gli operai del Cotonificio Poma e la forza nel Biellese (N. 107).
24 maggio – A Roma un corteo di studenti nazionalisti che avevano commemorato la guerra italiana è assalito in Via Nazionale dalle Guardie Regie: 8 morti, 40 feriti. (N. 124).
A Palermo tafferugli per il 24 maggio; un agente ucciso (N. 125).
25 maggio – Conflitto tra leghisti bianchi e leghisti rossi a San Giorgio (Legnano): 10 feriti.
8 giugno – Sciopero generale a Bari. Le leghe bianche nel Trevigiano commettono soprusi, violenze, estorsioni.
9 giugno – Nitti si presenta dimissionario alla Camera dopo aver revocato il decreto – legge (già firmato da S. M. il Re) sul pane. Sciopero generale a Trento. Un morto e quattro feriti durante una dimostrazione (N. 139).
11 giugno – Treni fermati ad Alessandria per non lasciar partire 90 carabinieri (N. 141). Sciopero ferroviario nel compartimento di Milano. Tumulti e violenze a Trieste. Molti feriti gravi (N. 141).
14 giugno – Treni con materiali militari in Albania sono fermati dai ferrovieri ad Ancona che si rifiutano di farli proseguire (N. 143). Scioperi parziali delle ferrovie secondarie in Alta Italia (N. 150).
23 giugno – Conflitti e tumulti a Milano provocati da comunisti e sindacalisti.
Prolungato scontro in Via Dante a Milano morti e molti feriti. Sciopero generale a Milano (N. 150-151).
28 giugno – Ammutinamento dei bersaglieri dell’11° Reggimento ad Ancona (Caserma Villarey) che doveva partire per l’Albania. Elementi socialisti si uniscono alla rivolta. Ancona per alcune ore viene occupata dai ribelli che si impadroniscono dei forti. Nel conflitto tra rivoltosi e forza pubblica: 10 morti. Le altre unità militari non si uniscono alla rivolta e rimangono obbedienti agli ordini dei superiori (N. 154).
29 giugno – Sanguinosi conflitti a Forlì e a Cesena. Assalto anarchico a Pesaro contro una polveriera e una caserma subito respinto dai carabinieri Tumulti nelle Marche e in Romagna (N. 156).

1920
(Secondo semestre).

30 giugno – A Porto Civitanova (Macerata) gruppi di rivoltosi tentano di dare l’assalto alla caserma dei carabinieri che li respingono. Un morto. Lo sciopero generale continua in Umbria. Grave conflitto a Brindisi: un morto e sei feriti. Conflitto fra leghisti e mezzadri nel Ferrarese: due feriti (N. 157).
1° luglio – Sanguinoso conflitto a Gioia del Colle fra proprietari e contadini: 4 morti, due moribondi, 7 feriti (N. 158)
2 luglio – E’ diramato il seguente comunicato Stefani sui tumulti nella provincia di Ancona: “Nei recenti moti di questa provincia si sono avuti a deplorare complessivamente 24 morti, di cui 22 in Ancona, uno a Fabriano ed uno a Jesi. Inoltre nel comune di Ancona vi sono stati 411 arrestati, dei quali 356 rilasciati e 55 denunciati. Sono stati sequestrati un’ingente quantità di armi, munizioni ed esplosivi, due camions due mitragliatrici e della benzina. Nel comune di Chiaravalle vi sono stati 13 arrestati, dei quali 8 rilasciati e 5 denunciati. L’esito delle perquisizioni è stato negativo. “Nel comune di Osimo gli arrestati sono stati 35, dei quali denunciati all’autorità giudiziaria solo 8. Sono state anche sequestrate armi. “Nel comune di Jesi gli arrestati ammontano a 50, i rilasciati a 25, i denunciati a 40, di cui 21 ancora latitanti. Sono state inoltre sequestrate armi, 43 casse di munizioni per fucili, mitragliatrici, esplosivi di varia qualità, 10 casse di benzina. “Infine nel comune di Fabriano vi sono stati 32 arrestati dei quali solo due denunciati”. L’on. Quarantini è arrestato per oltraggio ai carabinieri, però immediatamente rilasciato (N. 159).
5 luglio – Il vescovo di Cremona Mons. Gazzani, deplora i metodi estremisti dell’on. Miglioli e delle organizzazioni bianche in una circolare mandata alla Diocesi (N. 160).
14 luglio – Gravi tumulti di Trieste: due morti e 25 feriti: L’Albergo Balkan è quasi completamente distrutto. Conflitto fra leghisti e carabinieri a Oniano Pisano: un morto e due feriti (N. 170).
20 luglio – Gravi conflitti a Roma: i cittadini, indignati dalla tracotanza dei tranvieri rossi, li malmenano. E’ proclamato lo sciopero generale (N. 174). Un pacifico cittadino è barbaramente ucciso a bastonate dai socialisti mentre gridava Viva l’Italia!
21 luglio – Alla notizia dello sciopero generale a Roma avvengono a Torino tumulti di notevole gravità. Gli ufficiali sono aggrediti e percossi per le strade. Sono lanciate due bombe. Alcuni feriti.
26 luglio – Conflitti tra leghisti e popolari. A Ospitale Modenese due morti e alcuni feriti. Conflitto a Randazzo (Sicilia) tra contadini e forza pubblica: 7 morti (N. 179).
2 agosto – Un morto ed un ferito in un conflitto provocato da un’aggressione ai carabinieri a Millesimo (Savona) (N. 185).
9 agosto – Selvaggio conflitto nel Bolognese tra leghisti e guardiani di un fondo (a Forcania presso Medicina). Quattro morti, alcuni feriti (N. 190). Uno dei guardiani è barbaramente trucidato sotto gli occhi della moglie e dei suoi bambini. Continuano le agitazioni agrarie nel Bolognese.
17 agosto – Ad Abbadia S. Salvatore, i socialisti assalgono una processione religiosa: 4 morti in chiesa (N. 198).
23 agosto – Conflitto tra socialisti e carabinieri a Poggibonsi. Un morto e tre feriti (N. 203).
30 agosto – Gli operai metallurgici milanesi, indisturbati, prendono possesso delle officine per prevenire una serrata industriale (N. 209).
1° settembre – Altre officine vengono occupate a Milano e a Roma. La minaccia a Napoli (N. 210). Gli stabilimenti di Torino vengono occupati dalle maestranze (N. 211).
2 settembre – Sciopero generale politico in tutta la Venezia Giulia (N. 212).
8 settembre – Gli industriali pongono come condizione per la ripresa delle trattative lo sgombero delle officine (N. 216).
Sanguinosa rivolta a Trieste durante il funerale del morto negli incidenti del 2 settembre. Una Guardia Regia uccisa, carabinieri e borghesi feriti (N. 217).
Altri conflitti a Trieste. Un morto e 20 feriti (N. 218).
10 settembre – Continuano i conflitti a Trieste. Tre morti (N. 220).
13 settembre – Due morti a Torino durante l’aggressione di alcuni operai contro l’ing. Debenedetti (N. 221).
14 settembre – Alcuni ufficiali sono assaliti dai socialisti a Voghera e feriti. Gli stabilimenti tessili nel Biellese sono ancora occupati (N. 222).
16 settembre – I rappresentanti degli industriali e degli operai metallurgici sono convocati a Torino dal Presidente del Consiglio, On. Giolitti (N. 223).
18 settembre – Alcuni ufficiali vengono aggrediti e disarmati a Torino (N. 225).
22 settembre – Una serie di conflitti a Torino: tumulti durante il funerale di un operaio. Una Guardia e due cittadini uccisi. La forza procede all’assalto dello stabilimento Gilardini occupato dagli operai (N. 229).
23 settembre – I socialisti uccidono un carabiniere a Pola (N. 230). A Venezia le maestranze socialiste si rifiutano di far viaggiare le truppe che andavano sui piroscafi in soccorso dei Paesi del Veneto allagato. (N. 230).
29 settembre – Sciopero di due ore in tutta l’Italia. Incidenti e conflitti.
14 ottobre – Durante una manifestazione anarchico – socialista a Milano tumulti e ferimenti. Un morto e vari feriti. Un morto e 9 feriti durante lo sciopero di due ore degli addetti ai pubblici servizi in tutta Italia. 11 morti e 100 feriti durante una battaglia tra carabinieri e contadini a S. Giovanni Rotondo (Foggia) (N. 248).
22 novembre – Gravissimi conflitti durante l’insediamento del nuovo Consiglio comunale socialista a Bologna. Dalle finestre del Palazzo Comunale vengono lanciate bombe sulla folla. Nell’aula la maggioranza socialista spara sulla minoranza. Vengono nell’aula gravemente feriti l’avv. Giulio Giordani che muore subito e l’avv. Collina. Negli incidenti che poi scoppiano in vari punti della città 7 morti e 60 feriti (N. 280).
20 dicembre – Quattro morti e numerosi feriti a Ferrara in una criminosa imboscata socialista (N. 305).
29 dicembre – Fiume è bloccata dal giorno 22. D’Annunzio cede i poteri al Consiglio comunale (N. 311).

1921
(Primo semestre)

7 gennaio – Un camion con 20 fascisti, a Pola, è fatto segno ad un attentato: due feriti (N. 7).
10 gennaio – Conflitto tra fascisti e socialisti a Bologna due feriti. Una comitiva di socialisti s’imbatte a Rovigo, dopo la mezzanotte, mentre cantava l’Internazionale, con un gruppo di fascisti: tre feriti (N. 8).
Agguato socialista ad Abramo Vercellese contro alcuni ex ufficiali che volevano cancellare una lapide ingiuriosa apposta dai socialisti ad Abramo Vercellese per i caduti in guerra qualificati vittime del capitalismo borghese. Nel conflitto un moribondo e un morto (l’avv. Aldo Milano) (N. 9). Uno stabilimento in costruzione a Biella, appartenente ad un gruppo di capitalisti francesi, viene demolito per ordine degli azionisti francesi, impauriti dall’occupazione delle fabbriche (Lo stabilimento appartiene alla Soc. An. Italo – francese Textor con 50 mil. Di capitale) (N. 9). Il disservizio postale preoccupa tutta la stampa: perfino l’ “Avanti” scrive: “I ritardi postali che si verificano in questi giorni sono veramente spettacolosi. Ad essi è dovuto se molti comunicati e molte notizie non possono essere pubblicate” (N. 9).
11 gennaio – Sciopero di becchini a Torino: i trasporti funebri sono eseguiti dai parenti (N. 10).
13 gennaio – Il Sindaco di Ferrara Bongianchino, è arrestato insieme al Segretario della Camera del Lavoro Zirardini con mandato di cattura che accenna a complicità in omicidio in occasione dei fatti di Ferrara (N. 13).
17 gennaio – Movimentata dimostrazione fascista a Bologna contro l’onorevole Zanardi (N. 14). Conflitto fra fascisti e socialisti ad Albate (Como): un morto ed un ferito (N. 14).
Violenta dimostrazione a Bologna contro l’onorevole Bucco che fugge dalla città (N. 15).
18 gennaio – Avendo l’amministrazione socialista di Ponticelli (Napoli) fatto togliere i crocifissi nelle aule delle scuole e i ritratti dei Sovrani nel Municipio, la popolazione indignata dà l’assalto alla Casa comunale (N. 16).
20 gennaio – Si dà la notizia che 48 socialisti ricercati dalla polizia sono riparati a San Marino. Gravissimo conflitto a Castellammare di Stabia provocato da quella Amministrazione comunale socialista che aveva deciso di cambiare i nomi delle strade. La popolazione indignata dà l’assalto al Municipio, dal quale vengono gettate alcune bombe: 8 morti e 15 feriti. Sciopero generale (N 18).
21 gennaio – Dimostrazioni di impiegati in tutti i Ministeri. Essi chiedono aumenti e miglioramenti economici (N. 19).
24 gennaio – Violenta battaglia a Modena durante i funerali dello studente fascista Ruini ucciso in un conflitto precedente: due morti, 15 feriti. Sciopero generale. Battaglia a Perugia fra fascisti e comunisti: 8 feriti. Conflitto a Vignole Barbera (Nuovi Ligure): un morto e tre feriti (N. 21).
25 gennaio – Il Governo ordina il disarmo di tutti i cittadini nelle province di Bologna, Modena e Ferrara. Sciopero generale a Bologna (N. 22).
27 gennaio – Fascisti aggrediti dai socialisti a Cecina: 10 feriti. Il Sindaco e due assessori arrestati. Sciopero generale a Firenze (N. 23).
Conflitti a Firenze durante lo sciopero generale una dozzina di feriti, fra cui alcuni gravi. Socialisti dimostranti devastano la sede del Fascio di Arezzo. Sciopero di 24 ore dei postelegrafonici a Roma. I ferrovieri di Roma non fanno partire e deviano i treni per Firenze (N. 24).
31 gennaio – La Commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti di Bologna termina i suoi lavori, presentando alla Camera due relazioni, una di maggioranza, una di minoranza (N. 27). Undici feriti nei conflitti fra fascisti e comunisti nel Cremasco. (N. 27).
8 febbraio – A Monte San Giusto (Macerata) alcuni socialisti aggrediscono brutalmente un certo Ciai accusato di simpatizzare con i fascisti. Costretto a difendersi, l’aggredito spara: due morti e due feriti (N. 30). Serrata generale nel Ferrarese contro il disarmo (N. 31). Due morti a Busetto in un’aggressione di comunisti contro fascisti e agrari (N. 33).
9 febbraio – Tumulti a Trieste per l’uccisione di un carabiniere. Arresti in massa. Conflitto a Fiume tra ubriachi che inneggiavano a Zanella e carabinieri. Un morto e due feriti (N. 35).
10 febbraio – Risultati dell’inchiesta del “Corriere della Sera”sui furti in ferrovia a Milano: furti per 8 milioni, 117 vagoni spiombati in un giorno (N. 36).
11 febbraio – Disordini e violenze nel cantiere di Monfalcone: un morto e cinque feriti (N. 37).
21 febbraio – Un morto e vari feriti a Tara in un conflitto tra legionari fiumani aggregati al 74° fanteria e alcuni socialisti (N. 45).
22 febbraio – Un morto e due feriti a Spinazzola (Bari) in un conflitto tra fascisti e comunisti (N. 46).
24 febbraio – Sciopero generale a Bari: un morto in un conflitto, 4 fascisti assassinati a Minervino Murge (N. 48).
28 febbraio – Conflitto tra fascisti e socialisti a Firenze. Scoppia una bomba contro un corteo patriottico, 3 morti e 28 feriti. Sciopero ferroviario (N. 50).
29 febbraio – Altra giornata di tumulti sanguinosi a Firenze: 2 morti e 22 feriti. Un fascista è ucciso in un’imboscata a Trieste. La Camera del Lavoro, per rappresaglia, è incendiata. 4 morti nei conflitti di Cerignola (N. 51). Sciopero ferroviario a Pisa, Lucca e Livorno (N. 51).
1° marzo – Il cantiere di San. Marco a Trieste è incendiato dai comunisti. Continuano i conflitti tra comunisti e fascisti (N. 52)
2 marzo – Un camion con carabinieri e marinai che andava da Livorno a Firenze è barbaramente assalito ad Empoli da una folla di comunisti. Quattro militi uccisi, 1 moribondo, 7 feriti tutti marinai (N. 53). La folla dei sovversivi fa orribile scempio dei cadaveri.
4 marzo – Alcuni fascisti vengono aggrediti a Fucecchio (Firenze): un morto e due feriti (N. 55). Una folla di comunisti dà l’assalto alla villa del marchese Serlupi a San Casciano (Pisa): un morto e tre feriti (N. 55).
7 marzo – Un corteo patriottico è assalito dai comunisti a Casale Monferrato: 4 morti e 15 feriti(N. 57) tutti fascisti, tra essi 2 vecchi tamburini piemontesi uccisi e l’On. De Vecchi gravemente ferito.
14 marzo – Un possidente viene proditoriamente ucciso nel Ferrarese da leghisti (Alberto Tognolo). Tre studenti fascisti feriti a Livorno in un’aggressione socialista (N. 63).
20 marzo – Un conflitto tra fascisti ed anarchici a Milano: due morti e diversi feriti (N. 68).
21 marzo – Conflitti con morti e feriti nel Ferrarese (N. 69).
Conflitto a Milano: un morto (N. 69).
22 marzo – Un morto e un ferito nel Cremonese in un conflitto tra agrari e socialisti (N. 70).
25 marzo – Orrenda strage al Teatro “Diana” a Milano: 23 morti, tra cui molte donne e bambini, e un centinaio di feriti. La bomba fu gettata dai sovversivi. Molti dei feriti rimangono orribilmente mutilati.
26 marzo – Quattro attentati dinamitardi:
Uno sulla linea Genova – Ovada.
Uno sulla Vicenza – Thiene.
Uno alle carceri di Schio.
Uno sulla linea Borgo San Donnino – Castelguelfo (N. 73).
27 marzo – Due carabinieri sono assassinati dai socialisti a Carmignano (Firenze) (N. 76).
28 marzo – Un tenente è assassinato dai comunisti a Portomaggiore (Ferrara). Tumultuosa giornata ad Alessandria; due morti (socialisti) (N. 75).
4 aprile – Nei tumulti di Pescara 10 feriti. 20 feriti a Cavarzere in uno scontro tra anarchici e fascisti (N. 81).
5 aprile – Un morto e 5 feriti nell’alto Modenese in un conflitto tra popolari e socialisti (N. 82).
8 aprile – Un morto e 15 feriti a Venezia in un conflitto tra fascisti e socialisti (N. 85).
11 aprile – Due morti e numerosi feriti presso Siracusa in un conflitto tra fascisti e socialisti (N. 86).
13 aprile – Un conflitto con un morto a Pisa (N. 89).
14 aprile – Battaglia tra socialisti e fascisti a Livorno: due morti e dieci feriti (N. 90).
18 aprile – Imboscata di contadini presso Arezzo a Foiano della Chiana contro una squadra di 22 fascisti: 4 morti, vari feriti. Due morti a Borgo S. Sepolcro. Il vecchio padre di un fascista è ucciso spietatamente a Città della Pieve (N. 93).
19 aprile – Una battaglia per le vie di Parma: due morti. Altri 4 morti in Toscana per i fatti di Foiano. (N. 94).
20 aprile – Parecchi morti tra cui tre fascisti in un conflitto ad Ortanova (Bari) (N. 95).
25 aprile – Una zuffa tra fascisti e tedeschi a Bolzano: un morto e molti feriti. Un mutilato assassinato a Torino da un comunista (N. 99).
26 aprile – Violenta mischia alla Camera del Lavoro di Torino. Un altro fascista (Amos Maranotti) viene ucciso. 4 morti e 100 feriti a Caltanissetta durante i funerali di uno studente (N. 99).
27 aprile – Un morto e due feriti a Venezia (N. 100).
1° maggio – Il bilancio della “festa” del lavoro: Un fascista misteriosamente ucciso a Trieste. Due morti e un ferito a Cavriago (Reggio Emilia). Un morto e 2 feriti a Ravenna. 4 fascisti e 5 socialisti feriti a Rieti. 4 feriti nel Bellunese. 5 feriti in un conflitto a Muggia (N. 104).
3 maggio – Gravi conflitti a Pietrasanta, a Borgo, a Buggiano, a Pontedera e a Pisa. Sciopero generale a Magenta (N. 106).
7 maggio – Agitazione degli impiegati statali a Roma (N. 109). 4 morti e un ferito, tutti fascisti, a Cittadella in un conflitto tra fascisti e carabinieri. Un fascista mortalmente ferito nel Lucchese (N. 109).
9 maggio – Sette morti e 17 feriti a Castelvetrano (Potenza). Uno studente ucciso a Taranto dai comunisti. Un operaio ucciso e vari feriti ad Ascoli.
13 maggio – Un morto e tre feriti in un conflitto tra fascisti e socialisti a Torino. Un morto a Corato (N. 115).
16 maggio – Due morti e vari feriti a Fagnano Olona. Agguati di slavi in Istria: vari morti e molti feriti. Due morti e dieci feriti in un furioso conflitto nel Mantovano. Due fascisti proditoriamente uccisi a Castelnuovo Scrivia. Un fascista, Riccardo Caloria, viene ferito, strangolato e lapidato a Borgo Vercelli. Conflitti in ogni parte d’Italia in occasione delle elezioni generali.
4 feriti ad Alessandria. Sanguinosi conflitti nei paesi vesuviani: due morti e molti feriti gravi. Morti e feriti in Puglia, a Noci e a Cerignola. Un fascista è ucciso da un comunista a Pisa. Un carabiniere ucciso a Treviso. Un agente pugnalato durante un comizio socialista a Sondrio. Un morto e due feriti nel Veronese. In Puglia, nei conflitti della domenica, vi sono stati una decina di morti e 60 feriti. Altri due fascisti uccisi in Sicilia (N. 116).
17 maggio – Due morti e alcuni feriti negli incidenti della Toscana. Un morto e vari feriti nel Vicentino. Un agente ucciso a Spezia. Un morto a Dolo. Un fascista morto nel Piacentino. Guardia Regia disarmata e uccisa dopo una dimostrazione comunista a Milano (N. 118).
18 maggio – 5 morti a Spezia nei conflitti del 17. Muore un fascista ferito nei fatti di Fagnano (Gallarate). Venti carabinieri, sorpresi in un agguato nelle vicinanze di Orvieto, lasciano 1 morto e 5 feriti (N. 119).
19 maggio – Civitavecchia, divenuto covo di sovversivi, è occupata militarmente dopo un conflitto con morti e feriti (N. 120).
20 maggio – Tre morti e vari feriti in un conflitto a Chiusi (N. 121).
23 maggio – Due fascisti uccisi e tre feriti presso Lucca con macigni rotolati da un monte (N. 122).
30 maggio – 4 morti in un conflitto a Modica tra fascisti e socialisti. (N. 128).
Due giovanetti fascisti uccisi in un brutale assalto di comunisti a Vercelli. Altri due fascisti uccisi in Toscana (N. 129).
31 maggio – Gli impiegati dello Stato decidono lo sciopero bianco e l’ostruzionismo (N. 130).
2 giugno – Prevale la tendenza sindacale nel congresso dei magistrati a Firenze (N. 131).
3 giugno – Il Consiglio dei Ministri approva il regolamento sulla nominatività dei titoli. Un fascista è trucidato e tagliato a pezzi in un circolo comunista a Firenze (N. 132).
7 giugno – A Lerma (Nuovi Ligure) grave conflitto tra popolani e socialisti avendo questi sfregiato il tricolore: un morto ed un ferito (N. 136).
11 giugno – Un morto e due feriti a Milano in un conflitto tra fascisti e socialisti. Tre morti e feriti in ripetuti scontri tra comunisti e fascisti nell’Aretino (N. 139).
13 giugno – Un morto in una battaglia tra socialisti e fascisti a Portovenere (N. 140).
14 giugno – Un conflitto tra fascisti e comunisti a Venezia; i ferrovieri dichiarano lo sciopero: due morti alcuni feriti.
Un morto in un conflitto a Sarzana. Un morto e vari feriti in Puglia (Minervino) (N. 141).
15 giugno – Un altro morto a Venezia. Un fascista è ucciso e altri fascisti vengono feriti in un’aggressione socialista nel Cremonese (N. 142).
17 giugno – Nuovi disordini a Venezia dopo i funerali delle vittime del 14. Un morto e 10 feriti. Un morto ed alcuni feriti in Umbria (N. 145).
20 giugno – Un fascista morto e tre feriti a San Benedetto Po. (N. 146).
21 giugno – Un fascista ucciso ed un ferito in un agguato presso Mantova (N. 148).
23 giugno – Un altro morto a Sermide (Mantova) (N. 149).
27 giugno – Cinquanta feriti ad Altavilla Irpina (Avellino) in uno scontro tra combattenti e socialisti. A Santa Maria Maddalena (Ferrara) un morto ed un ferito durante una discussione tra fascisti e socialisti sul caroviveri (N. 153).
29 giugno – Un fascista è ucciso a tradimento da tre fratelli comunisti a Firenze. Un fascista è ucciso a Grosseto (N. 155).

1921
(Secondo semestre)

1° luglio – Due morti e 14 feriti in un’altra giornata di tumulti a Grosseto (N. 156).
2 luglio – Muoiono tre dei feriti a Grosseto. Un morto e un ferito in un conflitto a Rignano (Firenze) tra fascisti e comunisti (N. 157)
4 luglio – Scambi di revolverate a Ischitella (Foggia) (N. 158). Battaglia a Sestri Ponente tra fascisti, comunisti e forza pubblica (N. 159).
6 luglio – Sciopero di due ore a Roma per celebrare la fusione della Camera Sindacale del Lavoro con la Camera Confederale del Lavoro (N. 161).
11 luglio – Un alpino, l’allievo sottufficiale Aldo Campiglio di 19 anni, è ucciso a Torino in un’imboscata dai comunisti (N. 164). Un ex capitano ucciso da un anarchico ad Imola. Nelle rappresaglie fasciste 6 feriti (N. 164).
12 luglio – Un altro feroce delitto comunista a Torino. Lo studente fascista, Dario Tini, è ucciso da un comunista (N. 165). Battaglia fra socialisti e fascisti a Viterbo: un morto e vari feriti (N. 165).
13 luglio – Un’automobile che passava per Viterbo è scambiata dagli arditi del popolo per un’automobile fascista. C’era invece una famiglia inglese. Fatti segno di fucilate, uno dei passeggeri è ucciso, quattro sono feriti (N. 166). Continuano i conflitti a Viterbo tra i fascisti e gli arditi del popolo.
14 luglio – Sei feriti in un conflitto nel Mantovano (N. 167).
18 luglio – 5 morti e una ventina di feriti in furibondi scontri nel Carrarese tra fascisti e comunisti. Un morto e una decina di feriti in Istria (N. 171).
19 luglio – Giornata di conflitti a Livorno. Una trentina di feriti, 3 moribondi. Altro morto a Bologna in un conflitto tra fascisti e carabinieri.
22 luglio – Sanguinoso scontro a Sarzana seguito da selvagge aggressioni comuniste. Una quindicina di morti e una cinquantina di feriti (N. 174).
23 luglio – Conflitto presso Imola. Un morto e due feriti (N. 175).
25 luglio – Un fascista ucciso nel Grossetano in uno scontro (N. 176). Un contadino ucciso e due feriti nel Senese. Fascista ucciso dagli arditi del popolo a Bassano (N. 177).
4 agosto – Giornata di sciopero a Crema. Un morto e un ferito a Firenze in un conflitto tra fascisti e socialisti (N. 186).
8 agosto – Un morto e feriti a Trino Vercellese (N. 189).
9 agosto – Il Fascio di Trieste è incendiato. Numerosi feriti in conflitto tra fascisti e la forza pubblica (N. 190).
10 agosto – Un fascista è ucciso a tradimento a Piacenza (N. 191).
11 agosto – Due fascisti uccisi e numerosi feriti in una battaglia di fascisti con comunisti a Lugo (N. 192).
12 agosto – Un morto e numerosi feriti a Suzzara (Mantova) (N. 193).
15 agosto – Un altro conflitto presso Bologna: un morto e un ferito.(N. 195).
18 agosto – Il capo degli arditi del popolo ucciso in uno scontro coi carabinieri a Gavorrano (Grosseto) (N. 198).
22 agosto – Fascisti aggrediti nel Mantovano. Un morto e alcuni feriti (N. 201).
Un fascista ucciso presso Rovigo in un agguato comunista (N. 202).
29 agosto – Fascista ucciso a tradimento a S. Giovanni in Persiceto. Carabinieri assaliti da arditi del popolo a Montebello Vicentino. Un milite ucciso a colpi di mazza (N. 206).
31 agosto – Incomincia lo sciopero degli operai tessili (N. 209).
6 settembre – Fascista ucciso da arditi del popolo a Bologna. Un fascista ucciso ed uno ferito in un conflitto presso Cremona. Una decina di feriti negli scontri del Pisano (N. 213).
19 settembre – Due morti a San Benedetto (Pisa) in un conflitto tra arditi del popolo e fascisti (N. 224).
22 settembre – Il sotto-prefetto di Fermo accoltellato da un anarcoide (N. 228).
27 settembre – Sciopero generale in Puglia. Sanguinoso conflitto tra fascisti e Guardie Regie a Modena: 8 morti e 25 feriti. Tra i feriti l’on. Vicini deputato fascista per Modena (N. 231). Due morti in un conflitto ad Orta Nova (Foggia).
3 ottobre – Un conflitto a Brescia per difendere il tricolore: un morto e 6 feriti. Un fascista ucciso a coltellate a Carpi (Modena). Carabinieri assaliti da arditi del popolo a Stia (Casentino). Un morto e un ferito tra i sovversivi (N. 237).
4 ottobre – Tumulti a Trieste: un morto e vari feriti. Sciopero generale (N. 238).
17 ottobre – Due morti e 6 feriti presso Empoli in uno scontro tra fascisti e comunisti (N. 248).
18 ottobre – Un morto, un moribondo, vari feriti in uno scontro nel Cremonese. Un morto due feriti nel Modenese. Un fascista ucciso con due coltellate a Bologna. Un giovane fascista ucciso presso Empoli. Un morto e due feriti nel Padovano (N. 249).
31 ottobre – Due morti e 4 feriti in un conflitto presso Sarzana tra fascisti e arditi del popolo (N. 261).
4 novembre – Un carabiniere ucciso e uno ferito in una aggressione notturna di sovversivi a Massa (N. 265).
8 novembre – Un morto e due feriti nel Cremonese in uno scontro tra fascisti e socialisti (N. 268).
10 novembre – Giornata di sciopero e di torbidi a Roma. Conflitti con due morti e 150 feriti (N. 270).
16 novembre – Un fascista ucciso a Stradella (Pavia).
24 novembre – Luttuosi incidenti a Trieste. Un morto e un ferito (N. 282).
25 novembre – Altri incidenti a Trieste. Lancio di bombe e di petardi (N. 283).
29 novembre – Un maresciallo dei carabinieri è ucciso a Udine mentre perquisiva dei comunisti (N. 285).
12 dicembre – Sanguinoso conflitto a Rosate (Milano). Un morto e tre feriti (N. 296).
13 dicembre – Sciopero generale a Cremona (N. 297).
27 dicembre – Un morto e 12 feriti nei conflitti tra fascisti e socialisti nel Mantovano (N. 310).
28 dicembre – Un morto e due feriti tra comunisti che si scambiano rivoltellate per equivoco a Ponte San Giovanni (Perugia) (N. 311).

1922
(Primo semestre)

1° gennaio – L’anno nuovo incomincia nella provincia di Mantova con un nuovo episodio di violenza. Il Segretario politico del Fascio di Acquanegra sul Chiese, Oreste Ferrari, viene aggredito da una massa feroce di comunisti. E’ ferito gravemente e ferisce per difendersi un comunista. A Lugo un fascista, Lorenzo Falzani, è aggredito e ucciso da alcuni comunisti. A Sedriano una perquisizione d’armi provoca un conflitto tra carabinieri e comunisti. Una donna è uccisa e un operaio è ferito. Sciopero di protesta (N. 1).
2 gennaio – Gravi disordini a Massalombarda. Due fascisti e una ragazza feriti in un agguato comunista. A Scansano (Grosseto) conflitto tra fascisti e comunisti. Un morto. A Pieve di Cento un fascista viene gravemente ferito. Un morto ed alcuni feriti a Sant’Antonio di Susa (Torino) in seguito a ribellione di alcuni malviventi ai carabinieri che dovevano procedere all’arresto di un omicida (N. 2).
5 gennaio – Sono sparate alcune rivoltellate contro il treno di lusso Milano – Torino. E’ ferito l’ex deputato Compans di Brichanteau (N. 5).
9 gennaio – A Bergiola (Carrara) violenta battaglia tra fascisti e comunisti: 3 morti e 6 feriti (N. 7). A Cotrebbio di Calendasco (Piacenza) tragica rissa in una osteria. Un simpatizzante fascista è ucciso dai comunisti. A Tegovia presso Sociville (Siena) una quarantina di comunisti aggrediscono in un agguato 4 fascisti che tornavano a casa. I fascisti sono feriti gravemente (N. 8).
12 gennaio – Conflitto tra fascisti e sovversivi a Cecina (Pisa) mentre questi sobillavano un gruppo di reclute. Quindici feriti e 4 arresti (N. 10).
17 gennaio – Muore a Prato il tenente fascista Federico Guglielmo Florio assassinato da un anarchico (N. 14).
19 gennaio – Muore a Parma il fascista Pio Costa gravemente ferito in una imboscata comunista (N. 17).
23 gennaio – Alcuni fascisti feriti in un conflitto con i carabinieri a Formignana (Ferrara) (N. 20). Boicottaggio degli scaricatori del porto delle navi ancorate nel porto di Genova (N. 20).
24 gennaio – Sciopero generale di protesta nelle Puglie contro le “intollerabili violenze” dei fascisti (N. 21).
26 gennaio – Scoppia una bomba a Casciana (Lunigiana) contro una casa: un morto.
31 gennaio – 6 feriti in uno scontro tra fascisti e comunisti a Caldana (Grosseto) (N. 25).
14 febbraio – Cinque fascisti feriti a Trieste. Due fascisti feriti nel Sarzanese in battaglia con i comunisti.
16 febbraio – Un fascista è ucciso proditoriamente da un assessore socialista ad Aquadello. Due feriti in una zuffa presso Spezia tra fascisti e arditi del popolo (N. 41).
20 febbraio – A Migliorina di Carpi (Modena) un fascista è ridotto in fin di vita da comunisti. Sciopero di protesta (!!). Grave conflitto a San Martino Siccomario (Pavia) (N. 44).
27 febbraio – Cinque feriti in una rissa tra fascisti e comunisti a Piano del Voglio (Bologna). A Pola un giovane fascista, Martino Oravich, è ucciso a colpi di pietra dai comunisti. A Colonnata (Carrara) un socialista è ucciso di notte da sconosciuti (N. 50).
6 marzo – Fascista mortalmente ferito da comunisti a Bibbiena.
7 marzo – A Scandiano, il sindaco socialista spara contro alcuni fascisti. A San Martino Secchia in un conflitto tra fascisti e socialisti è ucciso il fascista Pio Lanfrognini. Sciopero generale di ventiquattro ore a Genova (N. 56).
13 marzo – A Pieve Ottoville (Parma) battaglia tra comunisti e fascisti: 2 morti e 6 feriti gravi. A Coenza (Parma) altra battaglia: un morto e 2 feriti (N. 62). Ad Albareto (Modena) battaglia tra fascisti e comunisti: un morto e alcuni feriti. A Pulanello (Reggio Emilia) conflitto tra fascisti e comunisti. Un morto (N. 62).
27 marzo – Per il terzo anniversario della fondazione dei Fasci convengono a Milano dalla provincia migliaia di fascisti. In una improvvisa e violenta zuffa fra comunisti e fascisti in via Poliziano è ucciso un fochista ferroviario (N. 73).
29 marzo – Lo studente fascista, Valter Branchi, di anni 16, è ucciso a Parma dai sovversivi dopo un corteo fascista. A Livorno scoppia una bomba lanciata da una casa sopra un gruppo di componenti della Società Sportiva “Pro Livorno”: 6 feriti (N. 76).
3 aprile – Il Municipio di San Calogero (Catanzaro) è assalito da contadini per protestare contro l’applicazione della tassa focatico: 4 carabinieri, 8 contadini feriti (N. 80).
10 aprile – Presso Grosseto è stato rinvenuto cadavere il fascista Giovanni Migliorini di 19 anni (N. 86).
12 aprile – Aggressioni comuniste contro fascisti a Ricengo e a Gallignano (Crema): alcuni feriti (N. 88).
17 aprile – A Cogozzo di Viadana (Mantova) fascisti e comunisti vengono a battaglia. Un morto e alcuni feriti (N. 92). A Vasorezzo (Milano) un operaio è ucciso in un conflitto con i carabinieri (N. 92).
19 aprile – Un morto e quattro feriti a Trieste in un agguato comunista contro i fascisti. Un morto e due feriti a Montaione (Firenze) in una battaglia tra comunisti e socialisti. A Comate (Voghera) battaglia tra comunisti e fascisti: un morto (N. 94).
21 aprile – Scoppia una bomba in un caffè a Bologna: 6 feriti di cui uno grave (N. 96).
24 aprile – Alcuni fascisti sono aggrediti a Trieste da comunisti sloveni dopo una festa da ballo. Un morto e tre feriti. Ad Abbadia di Montepulciano (Siena) un morto, un moribondo e due feriti in una battaglia tra fascisti e comunisti. Incidenti a Siena e a Firenze (N. 98).
25 aprile – Muore a Milano lo studente fascista Ugo Pepe, ferito il 20 da alcuni arditi del popolo, durante un’aggressione (N. 98).
27 aprile – Undici nazionalisti e due passanti feriti a Ravenna in uno scontro con i repubblicani.
1° maggio – Il bilancio della “Festa del Lavoro”:
Un morto e tre feriti a Bologna. Un morto, un moribondo e cinque feriti ad Aniliano (Savona). Un morto e tre feriti a Romagnano Sesia. Due morti e un moribondo a Megliadino San Vitale (Padova). Un morto e un ferito a Brindisi. 16 feriti a Salerno. Tre fascisti feriti a Bologna. Un morto e parecchi feriti a Rivabella (Bologna). Tre feriti ad Imola. Un fascista ucciso a Toriano (Parma). Un fascista ucciso a Chiaravalle Milanese (Milano). Il 1° maggio ha funzionato il servizio ferroviario ridotto (N. 104).
2 maggio – Un morto e 7 feriti nel Cremonese nei conflitti tra fascisti e comunisti. Muore uno dei feriti a Rivabella (N. 105).
3 maggio – A Gonzaga (Mantova) tre feriti in una zuffa di fascisti con socialisti (N. 106).
8 maggio – A Tabiano (Reggio Emilia) un morto e un moribondo durante un violento scontro di fascisti e comunisti. A Trisenne (Vercelli) un fascista ferito a morte e depredato dai comunisti. Giornata di incidenti nel Cremonese: una trentina di feriti (N. 110).
10 maggio – Conflitto a Borghetto Lodigiano tra fascisti e comunisti: un morto e tre feriti (N. 111).
15 maggio – Il meccanico Luigi Mantelli, simpatizzante fascista, è ucciso a Firenze da sconosciuti. Un fascista è aggredito e derubato a Mantova (Amedeo Moroni). Incidenti clamorosi al Consiglio provinciale di Cremona dove l’on. Farinacci della tribuna del pubblico esorta il Consiglio socialista a dimettersi. Tre attentati terroristici con bombe a Sarzana.
17 maggio – Scontro tra arditi del popolo e fascisti a Brescia. Attentato contro il caffè “Roma” di Trieste. La bomba non esplode (N. 118).
22 maggio – Un nuovo sciopero agricolo nel Bresciano. Scontri tra lavoratori fascisti e contadini scioperanti: un morto e 5 feriti. Tre morti nel Grossetano, di cui due fascisti uccisi a tradimento da ignoti mentre andavano su di un biroccino.
24 maggio – Nel quartiere di San Lorenzo a Roma gli arditi del popolo assaltano a fucilate e bombe a mano il feretro dell’eroe romano Enrico Toti: ne segue una zuffa violenta con le squadre fasciste e nazionaliste che scortano la salma. Tre morti e cinquanta feriti. L’Alleanza del lavoro proclama lo sciopero generale che dà luogo ad altri gravi e sanguinosi incidenti.
26 maggio – Tumulto durante i funerali di un ferroviere a Livorno. I ferrovieri minacciano lo sciopero nel compartimento. Un fascista è gravemente ferito a Borzoli (Genova) in una zuffa con comunisti. Sanguinoso scontro nel Bolognese (a Calderara) fra fascisti e forza pubblica. Un ferito grave a Trieste (N. 125).
30 maggio – Un fascista ucciso e due feriti a Calvatore Cremonese da un comunista.
31 maggio – E’ diramato il seguente comunicato Stefani: “Il presidente del Consiglio, on. Facta in vista dei deplorevoli incidenti di Bologna, ha dato le più energiche disposizioni onde sia in ogni modo impedito il concentramento e lo sconfinamento da provincia a provincia di “bande fasciste”. In pari tempo sono stati impartiti ordini al Prefetto di Bologna perché gli autori dei vandalismi contro le linee telegrafiche e telefoniche siano arrestati e deferiti all’autorità giudiziaria”. Il comunicato riguarda i concentramenti fascisti che si stavano facendo in Romagna e nel Ferrarese nella seconda metà di maggio 1922. Bologna viene divisa in zone affidate all’autorità militare (N. 130). La repressione governativa contro i fascisti è determinata da motivi d’ordine parlamentare, declinandosi già il tentativo collaborazionista.
2 giugno – I dinamitardi del “Diana” vengono tutti condannati dai giurati di Milano. Dura lo sciopero dei metallurgici (N.131).
Una lettera dell’on. Mussolini fa sospendere l’agitazione fascista nel Bolognese. Feriti e contusi in una mischia in un bar a Chioggia. Tafferugli per le vie di Livorno. Scoppia una bomba a Sarzana.
5 giugno – Volta Mantovana è sgombrata dai fascisti (N. 139).
12 giugno – Conflitto a Piombino fra fascisti e comunisti: un morto e vari feriti. Battaglia a Gomenna tra fascisti con comunisti: un morto; due feriti (N. 139).
Un fascista, Antonio Macerati, è trovato cadavere nei fossi della riva destra del Po a Piacenza. L’incendio doloso di Cascina a Gottolengo provoca un conflitto fra fascisti e comunisti. Un morto e due feriti a Serravalle Scrivia (N. 140).
13 giugno – A Vignole è ucciso il Segretario del Fascio di Pizzocomo, Ercole Luchetti (N. 141).
16 giugno – In un’imboscata di sovversivi a Trieste vengono feriti 6 fascisti (N. 144). Il Governo interviene nello sciopero metallurgico per mezzo del ministro del Lavoro onorevole Dello Sbarba. A Cremona in una rissa tra fascisti e comunisti un morto (N. 146).
21 giugno – Giornata di sciopero ad Ancona in seguito ai conflitti del 20 fra fascisti e comunisti (N. 148).
26 giugno – In un’aggressione di comunisti contro un pattuglia di carabinieri cadono morti un milite ed un sovversivo (N. 152).

1922
(Secondo semestre)

2 luglio – Un fascista viene dai comunisti mortalmente ferito e poi muore ad Andria (Bari) (N. 157).
5 luglio – Dimostrazioni di pensionanti contro Giolitti a Torino. Lo sciopero generale che si era voluto inscenare dai comunisti a Roma non riesce (N. 159).
10 luglio – Un fascista viene ucciso a Casalino (Novara) da alcuni comunisti che passavano per la strada. Causa dell’uccisione: un fazzoletto tricolore che il giovanetto portava al taschino. Un morto a Piombino in un conflitto tra anarchici e fascisti (N. 164). 4 morti e vari feriti in un conflitto a Lentini (Siracusa) tra socialisti e carabinieri.
14 luglio – Mobilitazione fascista a Cremona (N. 167). A Castenaso (Bologna) un contadino viene ucciso da sconosciuti e suo figlio gravemente ferito (N. 168).
15 luglio – Il tentativo contro la cosiddetta “Casa paterna” di Miglioli a Cremona provoca una grossa speculazione parlamentare antifascista e le dimissioni del primo gabinetto Facta. Un fascista è ucciso a Mantova da comunisti (N. 169). A Milano il fascista Bernini è ucciso da comunisti (N. 169).
17 luglio – Sciopero generale nel Novarese. Un fascista e due contadini uccisi, vari feriti in un conflitto. Sciopero generale nelle Marche (N. 170).
18 luglio – Nello sciopero delle Marche, un morto non identificato e vari feriti nei conflitti di San Severino. Lo sciopero di Novara si estende a Biella e a Pavia (N. 171).
21 luglio – In un’imboscata comunista un fascista morto e 5 fascisti feriti (N. 173).
25 luglio – Il Segretario del Fascio di Mombello Monferrato, Biquelli Ardengo, ucciso dai comunisti.
26 luglio – Nei conflitti di Ravenna tra fascisti e socialisti, fascisti e repubblicani e forza pubblica, un fascista ucciso, altri 6 morti non identificati e una trentina di feriti (N. 178).
27 luglio – I prefetti di Forlì e di Ravenna ricevono l’ordine di allontanare dalle loro province gli elementi forestieri (N. 179).
29 luglio – Nuovi disordini a Ravenna. Quattro fascisti vengono assaliti da comunisti e gravemente feriti. Il totale dei morti sale a 11.
31 luglio – Lo sciopero “legalitario”. L’Alleanza del Lavoro proclama lo sciopero generale nazionale per il 1° agosto in sostegno del tentativo collaborazionista. Il sindaco socialista di Borgo Panigale pugnala un fascista (N. 182). Turati sale alla Regia per acciuffare il potere sotto la spinta del ricatto sovversivo in piazza.
2 agosto – Lo sciopero generale in tutta Italia si può considerare un insuccesso. Numerosi gruppi di lavoratori protetti dai fascisti hanno potuto lavorare (N. 183). Un fascista ucciso a Bari. Un fascista ucciso in un agguato ad Imola (N. 184).
4 agosto – La sede del Comune di Milano occupata dai fascisti (N. 185). Conflitti, attentati, rappresaglie. Un morto non identificato e 14 feriti a Genova in una zuffa fra fascisti e comunisti.
5 agosto – Giornata di conflitti a Milano. I fascisti cedono il Palazzo del Comune a un Commissario prefettizio. Quattro morti a Parma non identificati. Nelle giornate di Livorno 6 morti e 23 feriti di cui 2 fascisti morti e 10 feriti. Due morti e un moribondo a Pontelongo (Padova) (N. 186). Conflitti a Genova. I poteri vengono assunti dall’autorità militare. Un fascista e un comunista vengono uccisi. C’è un altro morto non identificato (n. 187).
6 agosto – 25 feriti fascisti, in un’imboscata presso Trieste, dai comunisti (N. 187). Un fascista è ucciso a Binasco (Milano) da socialisti. L’ordine pubblico è affidato a Milano all’autorità militare (N. 187).
7 agosto – Un fascista ucciso e due comunisti feriti a Bologna. Comunisti assalgono e feriscono in un’imboscata 7 fascisti presso Siena (N. 188).
17 agosto – Un morto e tre feriti nel Cremasco in un conflitto tra comunisti e carabinieri a Capralba (N. 197).
22 agosto – Tre morti in una zuffa in un’osteria a S. Giovanni in Croce (Cremona), di cui 2 socialisti e un fascista (N. 201).
24 agosto – Un fascista viene ucciso e tre fascisti vengono feriti a Treviso (N. 203).
4 settembre – Un fascista è pugnalato da un comunista a Castiglion dei Pepoli (Bologna) (N. 211).
6 settembre – In un’imboscata a Moncalieri un morto e un ferito, fascisti (N. 214).
11 settembre – A San Nicandro Garganico un fascista viene ucciso da un monarchico. Un fascista mutilato è ucciso a Valdagno (Vicenza) da social-comunisti (N. 218).
18 settembre – Un morto a Santhià (Torino) e tre feriti in una mischia tra socialisti e fascisti. Un morto e 15 feriti a Gallipoli (Lecce) in un conflitto tra socialisti e fascisti (N. 225).
22 settembre – 4 morti e 5 feriti in un conflitto in Calabria tra carabinieri e contadini (N. 229).
30 settembre – L’on. Paolucci presenta una proposta di legge per l’interdizione dai pubblici uffici dei disertori (N. 235). Dimostrazioni di fascisti a Padova contro il Ministro Alessio. Un fascista è accoltellato da un consigliere comunale (N. 235).
2 ottobre – Uno studente fascista è ucciso a Torino in una rissa tra fascisti e comunisti (N. 236). Il Municipio di Bolzano viene occupato dai fascisti. Due fascisti gravemente feriti dai comunisti a Dovadola (Forlì) (N. 237).
3 ottobre – Nei conflitti tra fascisti e comunisti a Fossombrone (Pesaro) tre morti.
9 ottobre – Nei conflitti di Motta San Giovanni (Reggio Calabria), tra arditi del popolo e fascisti, tre morti e 10 feriti tra ambo le parti (N. 242).
10 ottobre – Conflitti a Dergano (Milano) tra fascisti e socialisti: un morto non appartenente ad alcun partito e 10 feriti di cui tre fascisti (N. 243).
11 ottobre – Un morto in uno scontro di fascisti e socialisti a Rionero in Volture (N. 244).
14 ottobre – Il Municipio di Vicenza è occupato dai fascisti (N. 248).
19 ottobre – Un fascista è ucciso dagli arditi del popolo a Castelleone di Suasa (Ancona) (N. 252).
23 ottobre – Comincia il Congresso fascista a Napoli (N. 255). Discorso dell’on. Mussolini a Napoli.
27 ottobre – La mobilitazione generale fascista è proclamata in tutta Italia. Tutti i poteri passano all’autorità militare. Avendo a Cremona i fascisti occupato gli edifici pubblici, la forza li scaccia: 10 fascisti rimangono uccisi (N. 259).
28 ottobre – Lo stato d’assedio è proclamato in tutta Italia (N. 259).
30 ottobre – Avendo S. M.il Re rifiutato di firmare il decreto sullo stato di assedio, l’on. Facta rassegna le dimissioni; le forze fasciste entrano a Roma; l’on. Mussolini riceve l’incarico di formare il Gabinetto (N. 260).

Tratto da:
http://www.fascismoeliberta.info/phpf/readarticle.php?article_id=4

UNO STORICO ESPONE NEI DETTAGLI IL PIANO BIENNALE STALINIANO DI MOBILITAZIONE PER LA CONQUISTA DELL’EUROPA




Quando Hitler lanciò “Operazione Barbarossa“ contro l’Unione Sovietica il 22 Giugno 1941, i dirigenti tedeschi giustificarono l’attacco definendolo preventivo al fine di contrastare un imminente invasione della Germania e del resto dell’Europa da parte dei sovietici.

Dopo la guerra i responsabili politici e militari più importanti, ancora in vita, furono condannati a morte a Norimberga con l’accusa di avere, tra le altre cose, progettato e condotto una “guerra aggressiva” contro l’Unione Sovietica.

Il Tribunale di Norimberga rifiutò di accettare le tesi della difesa che definiva “Barbarossa” un attacco preventivo.

Nei decenni successivi, storici, uomini di governo e opere scritte sull’argomento negli Stati Uniti, in Europa e in URSS, hanno mantenuto la versione che fu Hitler a venire a meno agli accordi con i sovietici lanciando il suo attacco traditore a sorpresa, motivato dalla bramosia per le risorse naturali russe e ucraine, dalla ricerca dello “spazio vitale” e da quel pazzesco piano che mirava alla “conquista del mondo”.

In questo studio dettagliato, ben argomentato e documentato, uno specialista russo ha presentato abbondanti prove che, in sostanza, confermano la tesi tedesca.

Basato innanzitutto su una scrupolosa analisi della relativa letteratura politica e militare, nonché sulle memorie di membri di spicco dell’elite di partito e militare sovietica, l’analista militare Suvorov ha presentato una notevole opera revisionista che obbliga ad una rivalutazione radicale della concezione a lungo accettata della storia della Seconda Guerra Mondiale.

L’autore, il cui vero nome è Vladimir Bogdanovich Rezun, fu addestrato come ufficiale dell’esercito sovietico a Kalinin e a Kiev. Più tardi, dopo l’espletamento di servizi nel personale da ufficio e dopo aver completato gli studi all’Accademia Diplomatica Militare nel 1974, prestò servizio come ufficiale del controspionaggio militare sovietico (GRU), lavorando per quattro anni a Ginevra sotto copertura diplomatica. Disertò nel 1978 e gli fu concesso asilo politico in Gran Bretagna.

Il suo primo libro sull’argomento, IL ROMPIGHIACCIO, fu inizialmente pubblicato in lingua russa (in Francia) nel 1988, poi seguirono edizioni in altre lingue, incluso l’inglese.

Fece scalpore negli ambienti del controspionaggio e militari, specialmente in Europa, perché documenta attentamente la natura offensiva del massiccio ammassamento militare sovietico alla frontiera tedesca nel 1941.

Nel libro “Il Giorno M“ Suvorov aggiunge sostanzialmente prove e argomenti presentati ne “Il Rompighiaccio“.

Sviluppando l’argomento, Suvorov evidenzia l’importanza centrale riguardante il piano di Stalin dello stratega militare Boris Shaposhnikov, Maresciallo e Capo di Stato Maggiore. La sua opera più importante, MOZG ARMII (Il Cervello dell’Esercito), fu per decenni una lettura obbligatoria per ogni ufficiale sovietico.

Stalin non solo rispettava l’acume militare di Shaposhnikov ma, insolitamente, gli era simpatico.

Fu il solo uomo al quale Stalin si indirizzava pubblicamente usando il suo nome patronimico (Boris Mikhailovich), in Russia una personale forma di riferimento, meno che formale ma sicuramente rispettosa. Stalin chiamava chiunque altro col suo cognome preceduto dalla parola “compagno” (esempio: Compagno Zhdanov). L’ammirazione di Stalin derivava dal fatto che sul suo tavolo teneva sempre una copia del libro di Shaposhnikov (Mozg Armii).

Il piano di mobilitazione di Shaposhnikov, fedelmente perfezionato da Stalin, evidenziava un chiaro e logico programma di due anni (Agosto 1939 – Estate 1941) che sarebbe inesorabilmente e volutamente culminato in una guerra.

Secondo Suvorov, Stalin annunciò la sua decisione di perfezionare questo piano ad una riunione del Politburo il 19 Agosto 1939, quattro giorni prima della firma del patto di non aggressione germano-sovietico, (fu a questa riunione del Politburo, dopo che Stalin ebbe concluso le sue draconiane purghe di militari e politici “inaffidabili”, che il leader sovietico ordinò al Generale Georgi Zhukov di attaccare e sconfiggere, col sistema classico della guerra lampo, la Sesta Armata giapponese a Khalkhin-Gol in Mongolia).

Tredici giorni dopo il discorso di Stalin, le truppe tedesche lanciano l’attacco alla Polonia e, due giorni dopo il 3 Settembre 1939, la Gran Bretagna e la Francia dichiarano guerra alla Germania.

Una volta che Stalin decise di imbarcarsi nel processo di mobilitazione, il regime riconvertì l’economia della nazione, indirizzando le enormi risorse fisiche e umane dell’Unione Sovietica verso un’economia di guerra. Per sua natura, questo radicale cambiamento poteva portare solo ad una logica conclusione: la guerra.

In parole povere, la decisione di Stalin del 1939 di mobilitare le truppe, stava a significare inevitabilmente la guerra.

RIARMO MASSICCIO

Nel 1938, 1.513.400 uomini prestavano servizio nell’Armata Rossa. Ciò significava circa l’1% della popolazione sovietica, che è generalmente considerata la normale percentuale massima, economicamente sostenibile, di uomini sotto le armi, rispetto alla popolazione.

Come parte del loro programma di mobilitazione di due anni, Stalin e Shaposhnikov arrivarono a più che raddoppiare il numero di uomini sotto le armi, arrivando a oltre cinque milioni.

Durante questo periodo, Agosto 1939 – Giugno 1941, Stalin mise in campo 125 nuove divisioni di fanteria, 30 nuove divisioni motorizzate, 61 nuove divisioni corazzate e 79 nuove divisioni aeree, un totale di 295 divisioni organizzate in 16 armate. Il piano Stalin-Shaposhnikov prevedeva anche una mobilitazione di ulteriori sei milioni di uomini nell’estate del 1941 da distribuirsi in ulteriori divisioni di fanteria, motorizzate, corazzate e aeree.

Fra il Luglio del 1939 e il Giugno del 1941, Stalin aumentò il numero delle divisioni corazzate sovietiche da zero a 61, con altre dozzine in allestimento. Per il mese di Giugno 1941 la “neutrale” Unione Sovietica aveva allestito più divisioni corazzate di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme, una possente forza che poteva effettivamente essere impiegata solamente in operazioni offensive.

Nel Giugno del 1941 Hitler gettò all’attacco dieci divisioni meccanizzate, delle quali, ognuna, aveva più di 340 carri medi e leggeri. Sull’altro versante, Stalin aveva 29 divisioni meccanizzate, ognuna con 1031 carri leggeri, medi e pesanti. Mentre è vero che non tutte le divisioni sovietiche erano a pieno regime, va fatto notare che una singola divisione meccanizzata sovietica era militarmente più forte di due divisioni tedesche messe insieme.

Quando Hitler attaccò la Polonia il 1° Settembre 1939, la Germania aveva un totale di sei divisioni corazzate.

Se questa forza tutto sommato leggera può considerarsi una prova determinante della volontà di conquista del mondo (o almeno dell’Europa) da parte di Hitler, che cosa possiamo dedurre, chiede Suvorov, dal riarmo di Stalin che portò alla creazione di 61 divisioni corazzate fra la fine del 1939 e la metà del 1941, con altre dozzine in allestimento?

Alla metà del 1941, l’Armata Rossa era la sola forza militare al mondo dotata di carri anfibi.

Stalin, di questi mezzi bellici offensivi, ne aveva ben 4.000. La Germania nessuno.

Nel Giugno del 1941 i sovietici avevano aumentato il numero delle loro divisioni paracadutiste da zero a cinque ed il numero dei loro reggimenti da artiglieria campale da 144 a 341, in ogni singolo caso molto di più di tutti gli eserciti del mondo messi assieme.

Allo scoppio della guerra nel Settembre del 1939, la Germania aveva una flotta di 57 sottomarini, anche questo un fatto che viene spesso citato come prova delle intenzioni aggressive di Hitler.

Nel contempo però, afferma Suvorov, l’Unione Sovietica ne possedeva più di 165.

Questi sottomarini non erano dei mezzi mediocri, ma di buona qualità. Nel Giugno 1941 la marina sovietica aveva più di 218 sottomarini in servizio e altri 91 in costruzione. Stalin comandava la flotta sottomarina più grande al mondo, una forza creata per una guerra aggressiva.

UNA GUERRA “MONDIALE” ?

Come fa notare Suvorov, all’epoca dell’attacco di Hitler del 1939 contro la Polonia, nessuno in Germania o nell’Europa Occidentale considerava questo come lo scoppio di una “guerra mondiale”.

Perfino la dichiarazione di guerra contro la Germania da parte dell’Inghilterra e della Francia due giorni dopo, il 3 Settembre 1939, non portava alla considerazione di una “guerra mondiale”.

Fu solo molto più tardi, guardando a ritroso, che la campagna tedesco-polacca venne considerata l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Solo a Mosca, scrive Suvorov, fu ben chiaro fin dall’inizio che era scoppiata una guerra mondiale.

Riprendendo le conclusioni di storici del calibro di A.J.P. Taylor e David Hoggan, Suvorov precisa che Hitler non volle e non pianificò un conflitto su scala europea nel 1939.

Furono le dichiarazioni di guerra britanniche e francesi contro la Germania che trasformarono un conflitto locale fra Germania e Polonia in un conflitto esteso all’Europa.

Inoltre Hitler non autorizzò la conversione dell’economia della sua nazione in una economia di guerra. Il capo del GRU sovietico Ivan Proskurov informò dettagliatamente Stalin che l’industria tedesca non era improntata ad una guerra su ampia scala. In effetti la Germania non trasformò la sua industria a vocazione bellica fino al 1942, due anni dopo l’Unione Sovietica. Ma mentre la produzione di armi e mezzi militari sovietici raggiunse il suo picco nell’estate del 1941, la Germania ci arrivò soltanto nel 1944, tre anni più tardi. Troppo.

PIANO D’ATTACCO

Suvorov presenta un enorme quantità di prove a dimostrazione che Stalin stava preparando una massiccio attacco a sorpresa contro la Germania da lanciarsi nell’estate del 1941 (Suvorov ritiene che l’attacco fosse previsto per il 6 Luglio 1941). A preparazione di ciò, i sovietici avevano dispiegato enormi forze proprio sulla frontiera tedesca, incluso paracadutisti, campi di volo, una vasta serie di armamenti, munizioni, carburante e altri rifornimenti.

Nell’Aprile del 1941 l’Armata Rossa ordinò un massiccio spiegamento di pezzi d’artiglieria e di munizioni alla frontiera, il tutto ammassato all’aperto. Solo questo prova, scrive Suvorov, prova l’intenzione di Stalin di attaccare perché questo armamento andava usato prima dell’autunno quando le piogge annuali sarebbero cominciate.

Ammassare le munizioni all’aperto nel 1941 significava che un attacco si sarebbe dovuto avverare nello stesso anno. “una diversa interpretazione di questo fatto non sarebbe plausibile “, scrive. Suvorov riassume:

Studiando la documentazione d’archivio e le pubblicazioni ufficialmente disponibili, arrivai alla conclusione che il trasporto (nel 1941) verso la frontiera di milioni di stivali, munizioni, pezzi di ricambio e lo spiegamento di milioni di soldati, migliaia di carri armati e di aerei, non poteva essere una svista o un errore di calcolo, ma piuttosto doveva essere il risultato di una politica ben meditata. Tutto questo aveva come scopo di preparare l’industria, il sistema dei trasporti, l’agricoltura, il territorio dello stato, la popolazione sovietica e l’Armata Rossa ad intraprendere la guerra di “liberazione” nell’Europa centrale e occidentale. In poche parole questo modo di procedere viene chiamato mobilitazione. Fu una mobilitazione segreta. La dirigenza sovietica preparava l’Armata Rossa e l’intero paese per la conquista della Germania e dell’Europa occidentale. La conquista dell’Europa occidentale fu la ragione principale per la quale l’Unione Sovietica scatenò la Seconda Guerra Mondiale. La decisione finale di iniziare la guerra fu presa da Stalin il 19 Agosto 1939

Il piano sovietico, spiega Suvorov, prevedeva un attacco su due fronti importanti: il primo, ovest e nord-ovest, esattamente verso la Germania, ed un secondo, anch’esso potente, verso sud-ovest in Romania per impossessarsi velocemente dei pozzi di petrolio.

L’invasione si sarebbe composta di tre fasi strategiche principali. La prima fase consisteva di 16 armate d’invasione e diverse dozzine di corpi e divisioni per incursioni ausiliarie composte da professionisti dell’Armata Rossa addestrati ad irrompere nelle linee tedesche.

La seconda fase strategica, costituita da sette armate di truppe di inferiore addestramento (inclusi molti prigionieri dei gulag), avrebbe assicurato e allargato gli sfondamenti della prima fase.

La terza fase, costituita da tre armate principalmente composte da truppe dell’NKVD, avrebbe garantito l’occupazione sovietica. Essa avrebbe colpito qualsiasi potenziale resistenza, circondando e uccidendo l’elite militare, politica e sociale tedesca come era già stato ampiamente messo in atto negli stati Baltici e nella Polonia orientale (vedi massacro di Katyn).

Come principale aereo da attacco Stalin scelse il modello “Ivanov” (uno dei sopranomi di Stalin), più tardi denominato Su-2, un bombardiere da attacco molto efficiente che fu prodotto e utilizzato in grande quantità. Stalin ordinò la costruzione di oltre 100.000 Su-2 e l’addestramento di 150.000 piloti. Dal peso di 4 tonnellate, l’Su2 aveva una velocità massima di 486 Km/h, un raggio d’azione di 1200 Km. ed una capacità di carico di 400-600 Kg. di bombe.

Simile ma superiore al bombardiere da picchiata tedesco JU-87 “Stuka”, assomigliava molto al giapponese Nakajima B-5N2 che fu il principale aereo da guerra usato nell’attacco a Pearl Harbor.

LA SOTTOVALUTAZIONE DI HITLER

Per decenni gli storici di regime hanno mantenuto la versione che Stalin si fidava di Hitler.

Quest’immagine di uno Stalin fiducioso e di un Hitler traditore viene largamente e ufficialmente accettata negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa.

Suvorov sfida questa versione e, anzi, afferma che fu Hitler a sottovalutare fatalmente l’astuzia di Stalin durante almeno 15 mesi, finché fu troppo tardi.

Mentre Hitler riuscì a sventare il grande piano di invasione di Stalin, il leader tedesco sottovalutò drammaticamente la magnitudo e l’aggressività della minaccia sovietica.

Suvorov scrive: “Hitler comprese che Stalin stava preparando un invasione ma non riuscì a stimare l’entità dei preparativi di Stalin. A Hitler non era chiaro quanto grande e quanto vicino fosse il pericolo“.

Gli storici, puntualizza Suvorov, non spiegano in modo adeguato perché Hitler decise di attaccare l’Unione Sovietica in un momento in cui la Gran Bretagna non era ancora soggiogata, impegnando quindi la Germania in una pericolosa guerra su due fronti.

Spesso danno come spiegazione la bramosia di Hitler per il cosiddetto LEBENSRAUM (spazio vitale). Addirittura, l’autore russo scrive: “Stalin non diede altra alternativa a Hitler. La mobilitazione segreta sovietica era di così enormi dimensioni che sarebbe stato difficile ignorarla. Essa si estese ad un punto tale che non sarebbe stato più possibile mascherarla. Per Hitler l’unica possibilità rimastagli era un attacco preventivo. Hitler batté Stalin in due settimane”.

Stalin non aveva bisogno che di avvisare dell’attacco Churchill, Roosevelt o la spia sovietica Richard Sorge. Egli aveva già predisposto i suoi preparativi per sistemare la Germania. Ma avendo preparato le sue forze per una guerra offensiva, Stalin non fece niente per un’eventuale azione difensiva.

I tedeschi, scrive Suvorov, ebbero il temporaneo vantaggio della sorpresa perché furono in grado di posizionare e lanciare le loro forze d’attacco due settimane prima del previsto sfondamento dell’Armata Rossa, cogliendoli così completamente impreparati. La sorpresa fu più che grande perché Stalin non credeva che i tedeschi avrebbero aperto un secondo fronte a Est mentre si trovavano ancora impegnati contro gli inglesi. Ciò che contribuì anche allo spettacolare ed iniziale successo germanico fu il coraggio e la professionalità del soldato tedesco.

Suvorov scrive:

La sconfitta sovietica all’inizio della guerra (Giugno-Settembre 1941) era dovuta al fatto che la Wehrmacht tedesca lanciò il suo attacco a sorpresa proprio nel momento in cui l’artiglieria sovietica stava per essere spostata sul confine. L’artiglieria non era preparata ad affrontare una guerra difensiva e alla data del 22 Giugno essa non era ancora in grado di andare all’offensiva“.

Siccome la Germania mancava delle risorse naturali per sostenere una guerra di lunga durata, Hitler poteva avere la meglio solo se fosse riuscito a soggiogare la Russia completamente nel giro di quattro mesi, cioè, prima dell’arrivo dell’inverno.

In questo egli sbagliò. Durante l’estate e l’autunno del 1941 Hitler spaccò ma non distrusse la macchina militare sovietica. Fra l’altro, i tedeschi riuscirono ad ottenere uno stupefacente iniziale successo utilizzando i magazzini di rifornimento sovietici, catturati durante quei primi mesi.

Nell’Operazione Barbarossa, Hitler impiegò 17 divisioni corazzate contro i russi. Dopo tre mesi di combattimenti, di questi carri armati ne rimase solo un quarto, mentre le fabbriche di Stalin non solo producevano molti più carri ma anche di migliore qualità.

Durante i primi quattro mesi dell’Operazione Barbarossa, le forze dell’Asse distrussero forse il 75% della capacità bellica di Stalin, eliminando così l’immediata minaccia all’Europa. Tra il Luglio e il Novembre del 1941, le forze tedesche catturarono o misero fuori uso 303 stabilimenti di munizioni, granate, polvere da sparo che producevano annualmente l’85% dell’intera produzione sovietica di munizionamenti.

Ma, come Suvorov fa notare, questo non bastò: “L’attacco di Hitler non poteva più salvare la Germania. Stalin non solo aveva più carri armati, pezzi d’artiglieria e aerei, più soldati e ufficiali, ma egli aveva già convertito le sue fabbriche in industrie belliche e poteva produrre armamenti nelle quantità che desiderava“.

Il 29 Novembre 1941 il Ministro degli armamenti del Reich Fritz Todt informò Hitler che da un punto di vista dell’economia di guerra e degli armamenti, la Germania aveva già perso la guerra.

Stalin riuscì a farcela perché il residuo 25% della gigantesca economia di guerra sovietica, incluso il 15% della sua produzione di munizioni, per lo più situato ad est del Volga, negli Urali ed in Siberia, rimase intatto. Così, avendo in mano solo una frazione della sua iniziale superpotenza, Stalin fu ancora in grado di vincere le decisive battaglie di Stalingrado, Kursk e Berlino e sconfiggere le potenti forze tedesche (e gli alleati dell’Asse). Ciò che ha contribuito sostanzialmente alla vittoria sovietica fu l’entrata in guerra degli Stati Uniti, il decisivo appoggio americano e, ovviamente, la leggendaria e stoica durezza del soldato russo.

Sebbene Hitler sparò il primo colpo, alla fine della guerra Stalin controllava Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia e Germania Orientale.

Evidenziando il fatto che Hitler rinviò ripetutamente la data d’inizio dell’Operazione Barbarossa, Suvorov sostiene:

Supponiamo che Hitler avesse rinviato ulteriormente l’attacco contro Stalin e Stalin avesse iniziato le ostilità il 6 Luglio 1941. Proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo se Hitler avesse dilazionato il suo attacco diventando così vittima egli stesso del devastante attacco preparato da Stalin. In tal caso Stalin non avrebbe avuto appena il 15% della capacità produttiva dell’industria del munizionamento, ma bensì il 100%. In questo caso, come si sarebbe conclusa la Seconda Guerra Mondiale?

In questa situazione non è irragionevole supporre che per Novembre-Dicembre 1941 le forze sovietiche avrebbero raggiunto l’Atlantico, facendo sventolare la bandiera rossa su Berlino, Parigi, Amsterdam, Roma e Stoccolma.

RINVENUTO IL TESTO DI UN DISCORSO

Dalla pubblicazione del libro “Il Giorno M“, gli studiosi russi hanno ricercato ulteriori prove dagli ex archivi sovietici che confermino le tesi di Suvorov ed obblighi ad una radicale riscrittura della storia della Seconda Guerra Mondiale.

Mentre è probabile che molti documenti siano stati rimossi o distrutti, sono state ritrovate alcune carte rivelatrici. Uno dei più importanti documenti, nascosto per lungo tempo, è il testo completo del discorso segreto di Stalin del 19 Agosto 1939. Per decenni i principali esponenti sovietici negarono che Stalin avesse rilasciato queste dichiarazioni, insistendo addirittura che in quella data non si tenne alcuna riunione del Politburo. Altri hanno affermato che il discorso era una falsificazione.

La storica russa T.S. Bushuyeva trovò una versione del testo fra i documenti segreti degli Archivi Speciali dell’URSS e la pubblicò insieme ad un commento, sull’importante giornale russo Novy Mir (N° 12, 1994). Lo scrittore tedesco Wolfgang Strass parla di questo, e di altre recenti scoperte da parte di storici russi, nell’edizione dell’Aprile 1996 del mensile tedesco Nation und Europa.

In base alle conoscenze di questo critico, nessun storico americano ha mai divulgato pubblicamente il testo del discorso.

Va tenuto in considerazione che il discorso fu rilasciato proprio mentre i dirigenti sovietici stavano negoziando con i rappresentanti francesi e britannici circa una possibile alleanza militare con la Gran Bretagna e la Francia, e mentre i dirigenti sovietici e tedeschi stavano discutendo di un possibile patto di non aggressione fra i loro paesi. Quattro giorni dopo questo discorso, il ministro degli esteri tedesco Von Ribbentrop si incontrò con Stalin al Cremlino per firmare il patto di non aggressione russo-tedesco.

In quel discorso Stalin dichiarava:

La questione della guerra o della pace per noi è entrata in una fase critica. Se concludiamo un patto di mutua assistenza con Francia e Gran Bretagna, la Germania si ritirerà dalla Polonia e cercherà un modus vivendi con le potenze occidentali. La guerra verrebbe evitata ma su questa strada le cose potrebbero diventare pericolose per l’URSS. Se accettiamo la proposta tedesca e concludiamo un patto di non aggressione fra di noi, la Germania invaderà la Polonia e l’intervento armato della Francia e dell’Inghilterra sarà inevitabile. L’Europa occidentale sarebbe soggetta a seri sconvolgimenti e disordini. A queste condizioni sarebbe per noi una grande opportunità restarcene fuori dal conflitto e potremmo programmare il momento opportuno per entrarvici. L’esperienza degli ultimi 20 anni ha dimostrato che in tempo di pace il movimento comunista non è sufficientemente forte da prendere il potere. La dittatura di questo partito potrà diventare possibile solo come risultato di un conflitto esteso. La nostra scelta è chiara. Dobbiamo accettare la proposta tedesca e mandare a casa cortesemente la delegazione francese e inglese. Il nostro immediato vantaggio sarà quello di prenderci la Polonia fino alle porte di Varsavia, nonché la Galizia ucraina….

Riassumendo, Wolfgang Strass fa rilevare che Stalin si impegnava per arrivare ad una guerra su scala europea, una guerra di sfinimento che avrebbe abbattuto gli stati ed il sistema europeo. Dopodiché sarebbe entrato nel conflitto sulle rovine dell’Europa “capitalista” per imporre la sovietizzazione con la forza militare. (la parola “sovietizzazione”, che in russo si dice “Sovietizatsia”, emerge ripetutamente nel suo discorso)

Mentre niente di questo discorso confermi ulteriormente le intenzioni aggressive di Stalin, la prudente Bushuyeva cita Clausewitz circa le guerre che tendono ad assumere le loro direzioni e dimensioni indipendentemente da ciò che una parte o l’altra possa aver programmato o detto.

STORIA DOLOROSA

Nel suo articolo su Novy Mir la Bushuyeva scrive del dolore che i russi dovranno ora patire apprendendo che gran parte di ciò che per decenni cedettero fosse la “ Grande Guerra Patriotica” è falso. Essa fa notare che i giovani nati dal 1922 al 1925, che furono mandati in guerra da Stalin, solo il 3% sopravvisse al conflitto. Scrive la Busheyava: “La gravità della tragedia che investì il nostro esercito di cinque milioni di uomini nel Giugno del 1941 deve essere investigata a fondo. Il male che i dirigenti sovietici avevano programmato su altri, improvvisamente, per via di un destino imperscrutabile, ha colpito il nostro proprio paese“.

Sarebbe facile, continua la Bushuyeva, maledire coloro che “riscrivono” la storia e continuare a credere ai miti ed ai simboli che richiamano al nostro orgoglio nazionale, al patriottismo del popolo russo. “Sì, si potrebbe continuare come prima“, scrive la storica, “se non fosse per una circostanza particolare. L’uomo è fatto in modo che la verità, per quanto dolorosa, alla fine è più importante della falsa gioia di vivere nella menzogna e nell’ignoranza“.

Suvorov afferma altresì che molti russi lo disprezzano per le sue rivelazioni. Egli scrive:

Ho sfidato la sola cosa sacra alla quale il popolo russo è ancora attaccato: il loro ricordo della “Grande Guerra Patriotica”. Ho sacrificato ogni cosa a me cara per scrivere questi libri. Sarebbe stato intollerabile morire senza aver rivelato al mio popolo ciò che avevo scoperto. Disprezzate i libri! Disprezzate me! Ma cercate almeno di capire”.

ULTERIORE CONFERMA

In seguito alla pubblicazione del discorso di Stalin su Novy Mir, gli storici della Novosibirsk University intrapresero un importante studio revisionistico sulla situazione dell’immediato periodo pre-bellico. I risultati di queste ricerche furono pubblicate nell’Aprile del 1995. La storica russa I. V. Pavlova affermò senza mezzi termini, in un suo intervento al seminario di ricerca, che gli storici del Partito Comunista per molti anni fecero di tutto per occultare sotto una montagna di menzogne i retroscena, le origini e lo sviluppo della Seconda Guerra Mondiale, incluso il discorso di Stalin dell’Agosto 1939.

Un altro studioso che partecipava, V. L. Doroshenko, disse che nuove prove evidenziano che “Stalin provocò e scatenò la Seconda Guerra Mondiale“.

Affermando che Stalin ed il suo regime avrebbero dovuto essere processati a Norimberga, Doroshenko spiega:

Non tanto perché Stalin aiutò Hitler ma perché era nell’interesse di Stalin che la guerra iniziasse. Primo per via del suo obiettivo generale di conquistare il potere in Europa e, secondo, per via dell’immediato vantaggio acquisito distruggendo la Polonia e impossessandosi della Galizia. Ma il motivo più importante per Stalin era la guerra stessa. Il collasso dell’ordine europeo gli avrebbe reso possibile instaurare la sua dittatura su tutta l’Europa. Per questo, Stalin volle momentaneamente starsene fuori dalla guerra, con l’intenzione di entrarvi solo al momento opportuno. In altre parole, il patto di non aggressione liberò le mani a Hitler ed incoraggiò la Germania a scatenare una guerra in Polonia. Come Stalin firmò il patto, era già determinato a infrangerlo. Fin dall’inizio, quindi, egli non intendeva affatto evitare il conflitto ma, al contrario, tuffarvisi nel momento più adatto”.

IMPORTANTE PASSO AVANTI REVISIONISTA

Fa meravigliare il coraggio mostrato da questi storici russi nella loro determinazione nel venire a patti con questo capitolo di storia carico di emozioni. Essi dimostrano una maggiore franchezza e apertura mentale nel confrontarsi con i tabù della storia del XX secolo, di quanto faccia la loro controparte in Europa occidentale e negli Stati Uniti.

Ci sono però delle eccezioni. Negli anni recenti, alcuni storici occidentali avevano esposto questa visione drasticamente revisionista della storia della Seconda Guerra Mondiale. Fra questi lo storico tedesco Max Kluever nel suo libro del 1986 “1941–PRAEVENTIVSCHLAG (1941 – Attacco Preventivo)” e lo studioso austriaco Ernst Topitsch in “ STALINS KRIEG“ (La Guerra di Stalin), pubblicato in inglese nel 1987 dalla St. Martin’s Press col titolo di “STALIN’S WAR “.

Lo storico americano R.H.S. Stolfi riporta le opinioni di Suvorov nel suo libro del 1991 “HITLER’S PANZERS EAST: WORLD WAR II REINTERPRETED “ (I Panzer di Hitler a Est: la Seconda Guerra Mondiale Reinterpretata – Recensione nel Journal of Historical Review del Novembre-Dicembre 1995), e lo storico tedesco Dr. Joachim Hoffmann apportò nuove considerazioni al tema grazie al suo impressionante studio del 1995 nel libro “STALINS VERNICHTUNGSKRIEG 1941-1945“ (La Guerra di Sterminio di Stalin 1941-1945).

Secondo Wolfgang Strass, le nuove rivelazioni circa il discorso di Stalin per lungo tempo tenuto nascosto e la reazione all’argomento da parte di storici russi più giovani, costituiscono una vittoria per il revisionismo europeo e rappresentano un importante passo vanti nella ricerca storica.

Intanto, Suvorov e altri storici continuano a ricercare prove storiche. Oltre al lavoro di ricerca d’archivio, Suvorov afferma che, in supporto al libro “Il Rompighiaccio” e “Il Giorno M”, veterani sovietici e tedeschi della Seconda Guerra Mondiale gli hanno scritto per portare ulteriori prove a conforto delle sue tesi. Egli sostiene il suo caso in un terzo libro “THE LAST REPUBLIC” (L’Ultima Repubblica), recentemente pubblicato in russo, nonché in un quarto volume sullo stesso tema ma non ancora pubblicato.

Tratto da:
http://www.fascismoeliberta.info/phpf/readarticle.php?article_id=49

CHURCHILL E ROOSEVELT: COLLOQUIO TRA DUE CAMPIONI D’UMANITA’


CHURCHILL E ROOSEVELT:
COLLOQUIO TRA DUE CAMPIONI D’UMANITA’

di Maurizio Barozzi

Nel considerare la Seconda Guerra Mondiale, una certa storiografia, che più che altro andrebbe definita “storiografia accodata all’ex propaganda di guerra Alleata”, ha inteso elevare al rango di male assoluto personaggi come Hitler e in parte Mussolini, mentre altri, come Churchill e Roosevelt vengono posti sul piedistallo assegnato ai “giusti”.

Delle responsabilità di Roosevelt nello scatenarsi della guerra in Europa, delle sue provocazioni militari durante la finta non belligeranza statunitense e successivamente del suo ruolo nella vicenda di Pearl Harbor, che portò gli Stati Uniti nel conflitto, sono da tempo emerse molte prove a suo carico. Addebiti che non gli fanno onore e che neppure questa storiografia embedded ha potuto ignorare.

Di Churchill è altrettanto noto come pretese, con criminale protervia, i bombardamenti su obiettivi civili nelle grandi città tedesche.
Egli, esplicitamente, si augurava anche che i tedeschi rispondessero al più presto, con altrettanti bombardamenti sulle città, onde ottenere lo scopo di inasprire, allargare e rendere irreversibile il conflitto.
E’ noto anche che Hitler dovette faticare non poco per frenare la Luftwaffe che giustamente
intendeva rendere la pariglia agli inglesi, ma alla fine, quando oramai non era più possibile restare impassibili di fronte alle provocazioni britanniche dovette, obtorto collo, cedere e
consentire i bombardamenti su Londra.

Dicesi che Hitler fu il “male assoluto, ma guarda caso egli pretese e impose di non utilizzare certi mezzi non convenzionali, come i micidiali gas asfissianti o le “bombe” batteriologiche, armi queste in cui la scienza tedesca era all’avanguardia.
Viceversa, tanto per fare un esempio, proprio in Italia, a Bari a dicembre del 1944, una Nave americana venne affondata e liberò un carico di micidiali bombe a gas vescicante, che uccisero 628 marinai e circa un migliaio di vittime tra i civili.
Ordigni che probabilmente dovevano essere impiegati in Italia, magari accollandone la responsabilità ai tedeschi.

Tanto altro ci sarebbe da aggiungere su questi due “giusti”, campioni di umanità e del resto inglesi e americani hanno cosparso la loro avventura sulla terra, fino ai giorni nostri, di tanti e tali crimini su civili o inermi nemici oramai arresi, che non hanno uguali per crudeltà e quantità nella storia del genere umano.

Ma non è questa la sede adatta, anche perchè, con questo articolo vogliamo solo far conoscere una istruttiva conversazione radio intercontinentale del 29 luglio 1943 tra W. Churchill e F. D. Roosevelt, i “giusti” che se veramente esistesse un inferno dovrebbero stare in eterno a consumarsi nelle sue fiamme.

I due compari di merende, parlano di quale sorte riservare a Mussolini, da poco fatto arrestare dal Re, dopo la vicenda del 25 luglio, e ora in mano a Badoglio.

L’Italia in quel momento, è ancora alleata della Germania e la guerra, per usare una definizione del Badoglio, “continua”.

Trattasi di intercettazioni radio-telefoniche, eseguite dai tedeschi che furono rivelate dal generale Heinrich Müller, ex Obergruppenführer-SS, Capo della Gestapo dal 1939 al 1945.

Müller, scomparso da Berlino a fine aprile 1945, non era vero che fosse stato preso dai sovietici, era invece finito negli USA dove collaborò con la CIA dal 1948 al 1952.

La conversazione transatlantica radiotelefonica intercettata dai tedeschi, venne anche pubblicata negli Stati Uniti nel 1995.
In Italia la si conosce, soprattutto, grazie allo storico Alessandro De Felice che ha pubblicato un imponente studio e raccolta di documenti nel suo “Il gioco delle ombre”, edizione acquistabile tramite il suo sito: www.alessandrodefelice.it.
Le trascrizioni originali della conversazione tra Churchill e Roosevelt furono raccolte dall’intelligence tedesca in lingua inglese e poi tradotte in tedesco. Non mancano numerosi errori di ortografia.

Ma vediamo cosa si dissero quel giorno questi due statisti Alleati:
Radio trasmissione intercontinentale 29 luglio 1943 (per ironia della sorte è il compleanno
di Mussolini).

“ROOSEVELT: Ho alcuni pensieri supplementari sulla situazione italiana che ho voluto discutere con te. Ho pensato alle nostre azioni concernenti Mussolini ed il suo destino finale. Dopo che egli si sia arreso a noi.
CHURCHILL: Tu devi catturare il pesce prima di cucinarlo. Non ho alcun dubbio che finirà nostro prigioniero a meno che, naturalmente, essi (gli italiani N.d.R.) lo uccidano o egli si sottragga alla sua esatta ricompensa suicidandosi.
ROOSEVELT: C’è anche la possibilità che i Nazisti possano giungere a lui? Dov’è adesso?
CHURCHILL: Gli italiani ci hanno avvertito che lui è attualmente al quartier generale della polizia a Roma. Essi lo vogliono trasferire direttamente perché sembra che i tedeschi potrebbero improvvisamente decidere di rafforzare i loro effettivi in Italia e Roma diventerebbe il loro bersaglio logico. Essi (gli italiani N.d.R.) lo sposteranno.
ROOSEVELT: Ma essi non lo vorranno mollare, e mi riferisco ai tedeschi? Per quale genere di quid pro quo?
CHURCHILL: Io penso di no. Gli italiani odiano i tedeschi ed il circolo reale è molto saldamente nella nostra tasca. Noi possiamo essere ragionevolmente certi che Mussolini finirà nostro prigioniero”.

NOTA. Già da queste prime frasi si può notare come il governo Badoglio, che è ancora formalmente in guerra con gli Alleati, in qualche modo, si era premunito di informare gli inglesi sulla vicenda Mussolini.
Vi è poi la conferma del fatto che il “circolo reale”, a detta di Churchill che parla a ragion veduta, fosse saldamente in tasca agli inglesi.
Churchill qui prevede che finiranno per prendersi Mussolini come prigioniero, ma ecco ora appresso i timori di Roosevelt.

“ROOSEVELT: Sarebbe una mossa saggia, Winston? Saremmo costretti ad istruire una specie di megaprocesso che si potrebbe trascinare per mesi e anche se lo controllassimo, ci arrecherebbe problemi con il popolo. E io devo osservare che molti italiani qui sono almeno suoi segreti ammiratori (lett.”secret admirers of the creature”). Il che porterebbe problemi qui se noi lo processassimo. Naturalmente l’esito del processo non sarebbe mai in dubbio ed egli morirebbe appeso ad una corda. Ma nel frattempo, questi processi, e sto presumendo che noi avremmo un sacco di penosi amiconi anche disponibili per il processo e l’esecuzione, potrebbero trascinarsi all’infinito. Io posso prevedere vari aspetti negativi per questo affare.
CHURCHILL: Naturalmente ci sono aspetti negativi in ogni affare, Franklin. Allora ritieni che egli (Mussolini N.d.R.) non si debba processare? Cosa penserebbero i nostri amici in Italia della nostra mal posta generosità? Io ho ottime relazioni con certi elementi in Italia e quanto all’uomo, essi vogliono l’umiliazione pubblica e la morte di Mussolini.
Sicuramente noi non siamo in un momento in cui qualche generosità è possibile. La sua
morte avrebbe un salutare effetto sui nazisti”.
“ROOSEVELT: Io non dissento da questa tesi, ma, dal mio proprio punto di vista, un processo pubblico potrebbe avere connotazioni negative sulla situazione in questo Paese. Come ti ho detto c’è qualche solidarietà con la creatura (Mussolini N.d.R.) all’interno della (locale) comunità italiana (negli Usa) e la domanda sarebbe che tipo di reazione avrebbe un tale processo su di essi (italiani N.d.R.)? Io sto pensando essenzialmente alle prossime elezioni qui. Il processo certamente non finirebbe in una settimana e la chiusura coinciderebbe col periodo della presentazione delle candidature e, alla fine con le elezioni, ed il maggior pericolo sarebbe l’alienazione (delle simpatie N.d.R.) degli italiani che hanno, io sento, un certo significativo peso nella bilancia (dei voti N.d.R.).
CHURCHILL: Non posso accettare che liberare Mussolini potrebbe favorire qualcuno dei nostri comuni scopi. A questo punto della storia, io credo che sia stato oltrepassato lo spartiacque ed è giunto per noi il momento adesso. Non ritengo che la guerra finirà subito, ma la percezione è che noi siamo sulla via Triumphalis ora, non sulla via Dolorosa come siamo stati per così tanto tempo”.

NOTA: Roosevelt è preoccupato per certe conseguenze politiche ed ovviamente elettorali che potrebbe causare un processo pubblico a Mussolini. Un bel processo democratico che, come egli spudoratamente confessa, sarebbe già prefissato nella giuria accomodante e quindi dovrebbe finire con la sua condanna a morte, ma potrebbe anche risultare sconveniente per i suoi interessi elettorali (in America Roosevelt, già eletto due volte, tenterà il terzo mandato nel 1944).
Churchill non ha ancora ben capito cosa voglia effettivamente Roosevelt e quindi, interessato per ovvi motivi (il Carteggio che ebbe con Mussolini) alla liquidazione del Duce ritiene anche soddisfacente, in alternativa di una consegna del prigioniero agli Alleati, che gli italiani stessi lo abbiano a liquidare, ma non ci pensa nemmeno a che sia in qualche modo liberato. Per lui è esclusa qualsiasi possibilità di liberazione. Ecco allora che Roosevelt chiarisce subito l’equivoco.

“ROOSEVELT: Io non volevo dire che dovremmo rilasciare il diavolo. Niente affatto. Mi riferivo al processo pubblico. Se Mussolini morisse prima che un processo potesse aver luogo, penso che noi staremmo meglio in tutti i sensi.
CHURCHILL: Tu suggerisci che noi semplicemente dobbiamo fucilarlo (l’espressione usata testualmente è “shoot”, verbo (to shoot) che significa uccidere, fucilare) quando gli italiani lo consegneranno a noi? Quale tipo di Corte Marziale per quest’affare?
Celebrato a porte chiuse naturalmente. Potrebbe avere un salutare effetto sui fascisti duri a morire ancora attivi e forse perfino un effetto più grande sugli Hitleriti”.

NOTA: Finalmente Roosevelt comincia a svelare che il suo interesse sarebbe la morte di Mussolini.
Un argomento d’oro per il britannico che subito, nell’ottica di una possibile consegna a loro di Mussolini, si mette a ipotizzare come potrebbero farselo consegnare per fucilarlo senza troppi preamboli, che tipo di corte marziale utilizzare che, ovviamente, dovrebbe agire in un processo assolutamente a porte chiuse perchè l’opinione pubblica non deve sapere cosa potrebbe dire Mussolini.
Per lui un processo sbrigativo con rapida eliminazione avrebbe un bell’effetto su tedeschi e residui di fascisti.
Ma Roosevelt ha altri progetti, ancora più subdoli.

“ROOSEVELT: No. Ho pensato in proposito e credo che se Mussolini morisse mentre è
ancora agli arresti in Italia (“in Italian custody”), ciò potrebbe servirci assai più che se
noi avviassimo un processo.
CHURCHILL: Non credo che anche se io chiedessi un simile favore agli italiani essi lo asseconderebbero. È mia convinzione che essi vogliano avere la loro vendetta su lui in un modo prolungato e pubblico per quanto è possibile. Tu sai quanto gli italiani amino urlare e gorgheggiare (Letteralmente “to wail and warble”.) intorno alla vendetta nelle loro opere. Puoi immaginarti loro rinunciare all’opportunità di gesticolare e parlare in pubblico?
ROOSEVELT: Io avevo in mente che, dopo che noi stessi troveremmo un accordo qui,
potremmo eliminarlo mentre è ancora nella loro custodia (italiana N.d.R.). Allo stesso
tempo potremmo fare pubbliche richieste per la sua consegna per un processo. Ciò
sarebbe (un’evoluzione N.d.R.) un po’ più dolce rispetto all’affare Darlan…
CHURCHILL: Non posso, ma faccio un’obiezione a quell’allusione, Franklin. Quello è tutto finito e non ha niente a che vedere adesso (“That’s over and done with now”) e la nostra gente non è per nulla interessata al destino ben giustificato di un ben noto leccapiedi dei Nazisti”.

NOTA FINALE:
Alla fin fine l’americano, compagno di merende del britannico, ha svelato chiaramente il suo intento: far uccidere Mussolini mentre è prigioniero ed allo stesso tempo chiederne l’estradizione per sviare i sospetti. Churchill ha la sola perplessità sul fatto che gli italiani, i badogliani ovviamente, avendo Mussolini in mano, lo vogliano cucinare a modo loro e quindi potrebbero rifiutarsi di eseguire i “consigli” degli Alleati. Roosevelt ribatte che lo si potrebbe far eliminare mentre è ancora nella custodia degli italiani. Non specifica come e da chi farlo ammazzare, fa solo una allusione al caso Darlan, e quindi si può ipotizzare che Mussolini possa essere ucciso proditoriamente da qualche antifascista manipolato da loro, mentre loro potrebbero “coprirsi” facendo al contempo una ipocrita richiesta di consegna del prigioniero, attenuando così le eventuali polemiche future.
In effetti tutta la situazione non è semplice. Siamo a luglio del 1943, ancora non è stato concordato con gli Alleati l’armistizio, quella ignobile capitolazione che pose il Re, Badoglio e il paese alla mercè dell’ex nemico e alla vendetta dei tedeschi.
Il governo italiano è ancora apparentemente “libero” di agire e quindi si può anche supporre che potrebbe voler gestire Mussolini come crede più opportuno.
Di li a poco più di un mese, con l’8 settembre, il governo Badoglio e il Re perderanno ogni dignità di fronte al mondo, tanto che al Sud, Churchill nel ricevere Badoglio e alcuni suoi ministri si presenterà, come estremo oltraggio, in pantofole e così si fece fotografare.

E’ quella una foto, di immenso valore storico, che mostra al mondo intero, più di ogni altro documento o considerazione, il livello ignobile di servilismo e di nullità in cui era tenuto conto il governo badogliano di quel Re, definito dal grande Ezra Pound il mezzo feto, nel Sud d’Italia.

In ogni caso, per tornare alla conversazione, Churchill fa capire che per lui non ci sono problemi ad affrontare le conseguenze di una uccisione di Mussolini in prigionia, in quanto dalle sue parti non sono particolarmente interessati alla sorte di Mussolini, caso ben diverso, dice, da quello di Darlan che del resto è oramai archiviato.

Per il riferimento fatto dai due compari di merende a Jean Francois Darlan, apriamo una parentesi. Come si ricorderà, questo ammiraglio, dopo la capitolazione della Francia e in particolare dopo la strage ordinata da Churchill della flotta francese a Mers-el-Kebir, si era schierato dalla parte del maresciallo Petain nell’ottica degli accordi armistiziali di Vicky, senza seguire De Gaulle e la sua Francia Libera che volevano proseguire dall’estero la guerra ai tedeschi.

Contrariamente a quanto possa apparentemente sembrare, in realtà il governo Petain, pur ottemperando ai suoi obblighi armistiziali, era ben lungi dall’essere collaborazionista dei tedeschi, anzi la sua vera funzione, prendendo atto della realtà militare della Francia in quel momento, era del tutto opposta.
E’ questa una pagina oscura e taciuta di quel periodo che andrà prima o poi affrontata, ma già molti storici ritengono che i francesi avrebbero dovuto fare un monumento a Petain invece di fucilarlo per tradimento della Patri.
Alla fin fine, lo capì lo stesso Hitler che il governo Petain ebbe un ruolo negativo nell’economia e nella politica di guerra tedesca.

Comunque sia, a Maggio del 1941, durante la rivolta anti-britannica in Irak, Darlan si era anche incontrato con Hitler.
In seguito, però, dopo lo sbarco americano in nord Africa del novembre 1942, Darlan cominciò a prendere sempre più le distanze dai tedeschi.
Da Algeri dove, momentaneamente, si trovava si fece nominare da Pétain “alto commissario in Algeria”, gestendo praticamente un cambiamento di fronte.
Fatto sta che però, ad un certo momento, in una situazione generale in continua ebollizione Darlan, che già non era simpatico agli Alleati, divenne alquanto scomodo per costoro e soprattutto per De Gaulle.
Andò così a finire che venne assassinato il 24 dicembre 1942 ad Algeri e la sua morte sollevò molte polemiche in campo occidentale.

Per la storia, la vicenda prigionia Mussolini prese poi una sua strada imprevista perchè andò comunque a finire che, a settembre, il Re e Badoglio preferirono “giocarsi” la carta Mussolini con i tedeschi al fine di ottenere in cambio la possibilità di fuggire indisturbati al sud, nelle braccia degli Alleati, attraverso la via Tiburtina, e quindi gli ordini, precedentemente duri, di Badoglio ai custodi di Mussolini, ebbero a cambiare proprio all’ultimo momento, tanto che il Duce potè poi essere liberato dai paracadutisti tedeschi.

Il servilismo verso gli Alleati era un conto, ma la propria pelle, al Re e a Badoglio, premeva molto, ma molto di più!

Tratto da Rinascita.

Mobilitiamoci il pericolo è estremo


Maurizio Blondet

Dopo matura riflessione, invito i lettori ad aderire all’appello riportato qui: L’Italia non deve aderire all’ESM.

Ecco la mozione:

http://www.palermoreport.it/notizie/litalia-non-deve-aderire-allesm-ecco-la-mozione

Scrivete in massa ai politici, parlamentari, ministri, eurodeputati, giornali, opinion makers in genere: è l’ultima possibilità di impedire la perdita definitiva e permanente della sovranità, o di quel che ne resta.

Cancellata quella, finisce anche la libertà, una conquista che è costata secoli di lotte e sangue, e che i nostri figli e nipoti dovranno riconquistare con altre lacrime e sangue.

La mozione da inviare ai politici è già nel sito palermitano (grazie per una volta, siciliani!), e basta scaricarlo.

I dettagli del pericolo estremo li spiega molto bene la giovane economista Lidia Undiemi (che non conosco di persona) nel video; chi ha tempo, legga il materiale in pdf.

Mi limito ad un sunto: i poteri finanziari stanno creando una entità finanziaria sovrannazionale sovraordinata non solo agli Stati, ma persino all’Unione Europea e financo alla Banca Centrale (BCE), che diverrebbe un’ausiliaria di questo «super-governo» di una qualità inaudita.

Si tratta di un «governo dei creditori» contro gli Stati debitori che imporrà «rigori e austerità» per assicurarci che continuiamo a servire il debito.

Nella neolingua anodina, questa entità è denominata «Meccanismo Europeo di Stabilità» (ESM), e nel linguaggio demagogico del professor Monti, «Fondo Salva-Stati» (1).

Il suo vero nome è «Fondo Ammazza-Stati»

Come dice benissimo la Undiemi, a questa entità gli Stati (sono 17, fra cui l’Italia) parteciperanno non come sovrani, ma «in qualità di soci e debitori»; e in qualità di debitori Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda riceveranno istruzioni su quali tagli, austerità e rigori applicare ai loro cittadini (sudditi) «al fine di ottenere la liquidità necessaria per evitare il default» (un default che sarebbe saggio fare subito)…

Nell’ultimo «accordo», gli europei-creditori hanno imposto alla Grecia di inserire nella sua Costituzione una norma che dà assoluta priorità al pagamento del debito su ogni altro tipo di spesa pubblica: sanità, istruzione, pensioni comprese.

Il destino che hanno riservato alla Grecia, commissariata dalla Troika, diventerà il nostro.

Lo ESM avrà il potere di svuotare le casse degli Stati senza che governi, parlamenti e cittadini possano opporsi.

Per sostenere un euro agonizzante e un sistema bancario che merita di subire le conseguenze del crack mondiale che ha provocato, comincia il saccheggio senza limiti e senza controllo democratico.

Questo farà anche a noi lo ESM.

Una dittatura dell’Usura sui popoli europei.

Una dittatura permanente. Perchè, contrariamente al Meccanismo Europeo di Stabilizzazione Finanziaria che già esiste, e spirerà nel 2013, questo ESM viene dotato di poteri vastissimi; che potrà esercitare per sempre.

Dotata della più totale impunità.

Perché «nel trattato fondativo, si dichiara che l’ESM, il suo personale, i suoi dirigenti e i suoi beni, ‘godono dell’immunità da ogni forma di giurisdizione’», ossia nessuna magistratura potrà mai chiamarli in giudizio, qualunque magistratura europea.

Anche la documentazione che l’ente produce durante le sue manipolazioni e i suoi affari, «non può essere oggetto di perquisizione, sequestro, confisca (…) derivanti da azioni esecutive, giudiziarie, amministrative e normative».

Il segreto più assoluto coprirà i suoi atti.

Un simile livello di immunità supra legem, erano un tempo prerogative dei sovrani per diritto divino.

Un tempo che si credeva del tutto passato. Invece, adesso le oligarchie ci restituiscono un monarca, il Re Usura.

Anzi, è peggio. Perchè lo ESM non è una pubblica istituzione di qualche genere. È un ente privatistico che «opera come un qualsiasi istituto finanziario, eroga prestiti, si rivolge ai mercati finanziari» per raccolta di fondi, «ed ha come scopo il profitto».

In pratica, funzionerà come una banca.

Nonostante ciò, godrà di totale esenzione fiscale sui suoi profitti.

Ed avrà poteri totali sugli Stati indebitati.

E perchè mai un ente a scopo di lucro dovrebbe essere così totalmente insindacabile e superiore alle leggi di ogni Stato?

Fino al punto di godere di totale esenzione fiscale?

Soprattutto, perchè vuol essere dichiarato immune da ogni indagine giudiziaria in via preliminare?

Evidentemente, ha in progetto di commettere azioni, che secondo i diritti vigenti in Europa, sono criminali.

Probabilmente, ipotizza la Undiemi, si prepara così a svendere senza aste e concorsi i beni degli Stati e dei privati, con sequestri e pignoramenti e grandi «privatizzazioni», per darli agli amici suoi.

Violerà i diritti di proprietà, o anche peggio..

Si sta realizzando quel mostro finanziario anticristico che potrà obbligare «tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, a farsi mettere un marchio sulla mano destra o sulla fronte.

E nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio, cioè il nome della bestia» secondo Apocalisse 13:16-18.

Solo un ultimo ostacolo trattiene ancora questa Bestia: il trattato ESM, per entrare in vigore, deve essere ratificato dai parlamenti nazionali.

Quello italiano non lo ha ancora ratificato.

Non c’è dubbio che, se noi elettori non gli facciamo paura, ratificherà anche quest’ultimo tradimento.

Il Parlamento attuale non ci ha risparmiato alcuno spettacolo della sua vergognosa bassezza, nessuno scandalo, nessuna esibizione di ladrocinio e di viziostà, di avidità e disonestà. È la propaggine residuale di una classe politica che ci ha portato a questa condizione di schiavi passo passo: aumentando il debito pubblico a livelli abnormi per ingrassare clientele; ratificando tutte le direttive eurocratiche che ci hanno privato della sovranità – la sovranità che gli avevamo delegato perchè la difendessero; abolendo anche da noi le norme che vietavano la commistione fra attività bancaria creditizia e speculativa; non opponendosi ad una globalizzazione che oggi mostra la sua faccoia devastatrice; è la classe che ci ha fatto entrare nell’euro al solo scopo di continuare ad indebitarsi, approfittando dei tassi d’interesse più miti.

Tutte le volte avrebbe potuto dire un «no», opporsi, rallentare il processo; non l’ha mai fatto.

Ed ora, dopo il disastro provocato, di fronte agli interessi aggravati (lo spread), questa classe politica ha auto-certificato la propria indegnità e incapacità, cedendo il governo a «tecnici», a cui per giunta presta la foglia di fico democratica, sostenendo questo governo nominato dalle oligarchie e dai tedeschi, con il voto parlamentare.

Una maggioranza parlamentare mai vista, e concordemente bipartisan.

Questa classe politica si adatta benissimo la sua nuova, vergognosa condizione di traditrice della nazione; la perdita della sovranità non la angoscia; conta di sopravvivere coi suoi emolumenti e prebende appunto nella nuova veste di votatrice automatica dei salassi e dei saccheggi che Monti esegue su ordine del supergoverno anonimo e pignoratore che si chiamerà ESM.

Proprio in queste settimane, la cricca parlamentare sta accordandosi dietro le quinte per confezionare una legge elettorale proporzionale, il cui solo scopo è di garantire a se stessa di sopravvivere alla propria inutilità certificata, di continuare ad esistere e a ricevere le prebende a dispetto della fine della democrazia e della sovranità popolare.

Dovrà solo votare per qualcosa che si avrà cura di nascondere all’opinione pubblica sotto il gergo anodino della flaccida dittatura eurocratica: «Modifica dell’articolo 136 del Trattato sul Funzionamento della UE».

E la Bestia si leverà torreggiante su di noi.

Bisogna far paura a questi servi.

Avvertirli che nessuno di loro – nessuno di coloro che oggi occupano un seggio nelle due Camere – sarà mai più votato.

Bisogna scrivere ai giornali, esigere che rompano il loro complice silenzio sulla reale natura dello ESM.

Naturalmente, tutti i complici e i disonesti saranno lì a giustificare la cessione di sovranità invocando la «situazione obbiettiva» di enormi debitori che devono elemosinare il denaro ai «mercati»; implicheranno che la sovranità è un lusso che non possiamo più permetterci – come il posto fisso, salari decenti e assistenza sanitaria.

Invocheranno la «forza maggiore». Tutte balle.

Recentemente, in una conferenza a Roma, m’è capitato di rievocare un caso (l’unico) in cui la sovranità italiana fu vittoriosamente difesa a dispetto di una «situazione obbiettiva» infinitamente più tragica dell’attuale, una economia bombardata, una penuria di mezzi che riduceva le capacità di reazione quasi a nulla, e la pesante tutela di una potenza europea rigida e spietata che ci stava sul collo.

È un esempio estremo, politicamente scorretto, impronunciabile: la Repubblica Sociale Italiana.

Certo non era facile affermare la sovranità di una repubblica creata dal nulla dai tedeschi, bisognosa del loro appoggio, nella condizione della disfatta, in un piccolo territorio di un Paese già largamente occupato (liberato) dagli Alleati, e per di più travagliato dalla guerra civile.

Che potevano fare i ministri di quella repubblica prossima a sparire nel sangue (durò infatti venti mesi), se non adeguarsi alla condizione di Stato-fantoccio del tedesco, e pensare intanto a salvare la pelle propria, il proprio futuro, a mettere in salvo le famiglie?

Ebbene, non andò così.

Un mese dopo la sua nomina, il ministro delle Finanze di quello Stato evanescente come il fumo, Domenico Pellegrini Giampietro (un napoletano), ingiunse ai tedeschi di ritirare immediatamente dalla circolazione i «marchi d’occupazione» (Reichskreidit Kassenscheine) con cui le truppe germaniche, ogni volta che entravano in una bottega a comprare le poche merci esistenti, commettevano di fatto un esproprio senza indennizzo (nel Meridione liberato, gli americani continuarono per anni a inondare il Paese della loro moneta d’occupazione, le AM-lire).

Ma la RSI non era più territorio occupato, era un alleato: dunque le truppe germaniche favorissero adempiere ad ogni pagamento esclusivamente in lire italiane.

E di cessare requisizioni e prelievi di fondi dalle nostre banche.

Anzi, visto che c’erano lavoratori italiani nel Terzo Reich, Pellegrini Giampietro pretese ed ottenne il trasferimento in Italia dei loro risparmi.

Frattanto, impedì il trasferimento del Poligrafico di Stato a Vienna; fece restituire buona parte dell’oro che la Wehrmacht aveva sottratto alla Banca d’Italia, e mise al sicuro le sue riserve d’oro e valute a Fortezza, dove gli americani le trovarono intatte nel ‘45 (2).

Nello stesso tempo – e nonostante la repubblica dovesse versare ai tedeschi ogni mese 7 miliardi di lire come «contributo per le spese militari, fortificazioni, riattazione delle vie di comunicazione» –, il ministro riuscì a mantenere il potere d’acquisto della lira, anche con un ferreo controllo sui prezzi.

Chi ha vissuto quei tempi al Nord, li ha ricordati, non senza motivo, come tempi di paura e di tessere alimentari da fame: ma i dati dicono che al Nord, nel periodo, gli alimentari rincararono del 50%, mentre nel Meridione liberato, del 400%.

E la repubblica di Salò riuscì ad aumentare la razione di pane nei mesi invernali.

La stampa di carta moneta fu oculatamente controllata: dei 137,8 miliardi autorizzati, ne stampò 110,9.

Il Nord dunque non conobbe l’inflazione galoppante del Sud, dove infuriava inoltre il colossale mercato nero (alimentato dai surplus americani), la prostituzione per scatolette, sigarette e calze di nylon, la criminalità impunita e la fame – talchè si può dire che il collasso morale di Napoli, divenuta capitale del malaffare, risalga a quella «liberazione».

Con un introito fiscale devastato dalle distruzioni e dalla povertà (ma nei primi mesi del ‘45 Pellegrini Giampietro era riuscito ad aumentare il gettito a 2 miliardi al mese), ebbe perfino la capacità di restituire il valore di parità ai titoli di Stato (che dopo l’8 settembre erano crollati al 30% del loro valore facciale).

Come fece? Personalmente non so.

Ma forse una cattedra alla Bocconi, tralasciando lo studio delle meraviglie speculative di Wall Street e della City, potrebbe dedicare un «master in political economy» per capire i segreti della finanza pubblica in condizioni finanziarie ed economiche disperate, la scienza in cui Pellegrini Giampietro si rivelò maestro.

Il materiale documentale c’è: il ministro repubblichino riuscì a pubblicare, per l’esercizio finanziario, 1944-45, regolari bilanci di previsione e consuntivi, regolarmente pubblicati dalla Gazzetta Ufficiale.

Vi si può constatare che le entrate dello stato di Salò (386,8 miliardi) superarono le uscite (359,6), configurando dunque un attivo di bilancio di quasi 21 miliardi. Sarebbe istruttivo apprendere come ci riuscì.

La cosa stupì anche gli americani.

Il senatore Victor Wickersham, venuto a visitare le macerie d’Europa, dichiarò nell’agosto del ‘45: «La situazione economica dell’Italia settentrionale (quella su cui aveva governato la RSI) è molto migliore non solo rispetto alle altre regioni dell’Italia meridionale e centrale (quella occupata da loro), ma anche in confronto ad altri Paesi europei in precedenza visitati dalla Commissione di controllo… Germania, Olanda, Norvegia, Belgio e certe zone della Francia». (Il Popolo, 25 agosto 1948) (3).

E non si creda che l’affermazione della sovranità in qualche modo venisse da sè, fosse accettata con legalistico scrupolo dai tedeschi.

No, ogni vittoria fu strappata dal piccolo (di statura) Pellegrini Giampietro in aspri confronti con l’ambasciatore Rahn, che si sentiva ovviamente il governatore della colonia, e finì per aver quasi paura di quel «neapolitaner» che si opponeva punto per punto con incredibile competenza e oratoria, che per ogni «contributo» che gli dava, li obbligava a firmare protocolli in cui si riaffermava la sovranità monetaria dello Stato, che i tedeschi dovevano riconoscere, quindi, nero su bianco.

I tedeschi provavano continuamente a smantellare le industrie esistenti e trasferirle in Germania, a mettere le mani sull’oro pubblico, i comandi della Wehrmacht facevano requisizioni, sentendosi in diritto dato il «tradimento» di questo popolo di traditori. Si doveva ad ogni istante, con tutte le forze ed anche senza aver forze reali, lottare contro il disprezzo che trasudava da ogni azione e parola dell’«alleato», ahimè giustificato.

No, non fu certo facile.

Pellegrini era in qualche modo un tecnico, ma lo sosteneva qualcosa d’altro: coraggio personale e amor di Patria (4), entrambi inflessibili.

Due cose che la Bocconi non insegna.

Due cose che i politici non hanno mai considerato necessarie ai loro successi.

Per gente così, esiste sempre la «forza maggiore».

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1) Occorre constatare che persino in demagogia il professor Monti supera di gran lunga il Berlusconi.

Tronca le pensioni e aggrava le tasse, e chiama il decreto «Salva-Italia».

Non fa nulla per stroncare i parassitismi, se non un tentativo di disciplinare i tassisti, e chiama questo nulla «liberalizzazioni», anzi «Cresci-Italia».

Quando impapocchia le sue «riforme», e le sue «liberalizzazioni», Monti e il suo governo tecnico stanno attentissimi a non toccare, nemmeno sfiorare, i gangli maggiori dei parassiti pubblici, vera causa del debito.

Per esempio, si veda la furbesca «lotta» ingaggiata coi sindacati per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Ciò che rende illicenziabili i fannulloni, gli assenteisti cronici e i ladri in azienda, non è in sè l’articolo 18: è il modo in cui lo interpreta la magistratura del lavoro, che continua a fare la Rivoluzione e la Lotta di Classe dai palazzi di giustizia, imponendo il reintegro dei suddetti ladri, assenteisti e fancazzisti.

È quella che andrebbe abolita. Monti lo sa benissimo.

2) Intanto il ministro dell’Economia Corporativa, Angelo Tarchi, sventava i ripetuti tentativi dei tedeschi di trasferire gli impianti industriali del Nord nel Reich, con la plausibile scusa che qui erano esposti ai bombardamenti.

Già ANIC e Montecatini ed altre erano state trasferite.

Il ministro Tarchi riuscì a far firmare ai tedeschi un accordo in cui questi garantivano la restituzione degli impianti il loro ripristino, la sostituzione (se necessario) con complessi di uguale potenzialità e caratteristiche nell’ipotesi di distruzione, con spese totali a carico del Reich, oltre alla restituzione di materie prime asportate, prodotti semilavorati e la fideiussione della Deutsche Bank secondo le norme previste dalle convenzioni (…).

Sulla base di tale accordo, il governo della RSI emanava in data 31 maggio 1944 un documento (numero 340) che sanciva la competenza italiana in materia di politica industriale con valutazione degli impianti produttivi, per quanto atteneva alla loro capacità industriale, sulle materie prime, per la loro entità e quantità, sull’utilizzazione degli impianti in relazione alle commesse belliche, per le necessità civili, l’impiego della mano d’opera e le controversie relative in materia di tutela e decentramento degli impianti nel nord Italia (http://www.italia-rsi.org/uomini/giampietropellegrini.htm).

3) Dopo la «liberazione», il governo italiano antifascista (Bonomi) nviò nel Nord il ministro del Tesoro Marcello Soleri a constatare quel che aveva lasciato il collasso della Repubblica Sociale.

Soleri riconobbe: «L’importo della circolazione monetaria durante la RSI, è risultato notevolmente inferiore all’andamento previsto, poiché il governo repubblicano ha fatto più largo ricorso al debito fluttuante (…). Sono stati stampati e messi in circolazione soltanto lire 110.881.000.000 sul totale di lire 137.840.000.000 autorizzate.

Tutto ciò è abbastanza confortante (…).

Tali situazioni economiche-fìnanziarie, malgrado il protrarsi dell’occupazione tedesca, sono risultate meno disastrose di quanto si temeva, cosicché gli oneri previsti per la ricostruzione, rimarranno limitati in misura inferiore a quanto previsto e la ripresa della produzione industriale dell’Alta Italia potrà essere rapida…» (confronta Il Globo numero 104 del 6 giugno 1945).

4) Il patriottismo di Pellegrini Giampietro fu riconosciuto da un testimone sorprendente: la Corte di Cassazione dell’Italia antifascista, che ovviamente processò il ministro di Salò con l’accusa di collaborazionismo.

La Corte lo definì un «protagonista della difesa del tesoro nazionale», riconobbe che la sua opera aveva impedito che il Nord-Ialia «divenisse completa preda dei tedeschi», e concluse nella motivazione della sentenza di assoluzione: «La sua opera fu ispirata ad amor patrio, non già ad asservimento al nemico, tanto più meritevole in quanto svolta fra pericoli d’ogni genere».

Nonostante l’assoluzione, Pellegrini Giampietro andò in esilio, prima in Brasile, poi in Argentina e Uruguay, dove fondò banche e diresse giornali, e dove la morte lo prese il 18 giugno 1970.

Era nato nel 1899, adolescente aveva combattuto volontario nella Grande Guerra (era un «ragazzo del ‘99»), e poi nella guerra di Spagna.

le direttive del partito nazionalsocialista 30 gennaio 1943


Il testo qui presentato contiene le direttive per le celebrazioni del X anniversario del 30 Gennaio (1943). L’ultima data del documento è del 24 dicembre del ’42, il che significa che le istruzioni di Göbbels iniziarono a circolare agli inizi di gennaio dell’anno successivo. Il documento è molto lungo (circa 33 pagine) ed estremamente dettagliato; contiene tutte le indicazioni sui discorsi, le manifestazioni pubbliche e gli interventi dei massimi esponenti del III Reich. E’, in effetti, un documento “tecnico”, la cui traduzione integrale ci è parsa ridondante. Ne abbiamo quindi estrapolato la parte relativa alle indicazioni per i discorsi che sarebbero stati tenuti dai Capi ai Membri del Partito.

Fonte: 30. Januar 1943. 10. Jahrestag der Machtübernahme. Anweisungen des Reichspropagandaleiters der NSDAP. Zusammengestellt vom Hauptamt Propaganda (Amt Grossveranstaltungen) der Reichspropagandaleitung der NSDAP. [30 Gennaio 1943 – 10° Anniversario della Presa del Potere. Indicazioni del Reichspropagandaleiter della NSDAP. Realizzate dall’ Hauptamt Propaganda (Amt Grossveranstaltungen) del Reichspropagandleitung della NSDAP.]1

Direttive per il discorso dei Capi ai Membri del Partito

di venerdì 29 Gennaio 1943

Il 29 gennaio 1943, vigilia del 10° anniversario della presa del potere, dovrebbero essere tenuti convegni in tutte le province e i gruppi locali2, in cui parleranno capi del Partito ed oratori. Come in tutti gli altri eventi relativi al 10° anniversario, il concetto centrale dovrebbe essere: “La vittoria del movimento Nazionalsocialista il 30 gennaio 1933 ha creato le fondamenta per la vittoria delle armi del popolo tedesco nella propria lotta per un sistema di vita più giusto, per la libertà e per il pane quotidiano”. Il discorso dovrebbe ricordare al popolo tedesco che Adolf Hitler e il suo movimento non hanno solo salvato la Nazione all’ultimo istante dalla totale rovina e il Popolo tedesco da un minaccioso declino, ma hanno anche determinato una rinascita nazionale, sociale, economica e culturale che sovrasta3 quanto i capi di altri popoli sono stati in grado di compiere. La storia della nostra lotta per il potere, la ricostruzione e l’assicurazione della nostra esistenza nazionale e i forti successi delle nostre forze armate dimostrano che, alla fine, il nostro Führer ha sempre vinto4 e che la vittoria segue la vittoria. Tutto ciò ci da la sicurezza che la decisiva battaglia finale coi nostri avversari può concludersi solo con la nostra vittoria. “Noi vinceremo perché ci guida Adolf Hitler!”. Ogni cittadino deve lasciare i raduni di massa e le cerimonie in onore del 30 Gennaio con questo slogan quale fermo convincimento per i giorni a venire.

Gli orientamenti che seguono dovrebbero rappresentare per i Capi del Partito e gli oratori i punti fermi da porre al centro dei loro dei discorsi. Naturalmente ognuno di loro dovrà adattare il materiale alle situazioni locali e sottolineare le specifiche realizzazioni del Partito e

del Governo Nazionalsocialista nella propria zona.

A. Risultati sociali

Quando il Füher prese il potere, il 30 Gennaio 1933, il popolo tedesco aveva raggiunto il fondo, economicamente e socialmente, ad un punto tale che oggi non può neppure essere compreso. Oltre sette milioni di nostri connazionali erano senza lavoro né cibo. Ciò significa che erano oltre 20 milioni i tedeschi privati di una vita normale, dal momento che ciascuno di quei sette milioni aveva una media di due familiari da mantenere. Questo vuol dire che più di 20 milioni di persone non potevano comprare ciò di cui necessitavano per sostenersi, neppure quanto, per esempio, è a disposizione di ogni cittadino con la tessera del razionamento5, in questo quarto anno di guerra. Oltre a ciò, il capitale finanziario internazionale ebraico dominava la Germania e i capi dei partiti politici e dei sindacati erano suoi strumenti. La borsa valori mondiale aveva il controllo della nostra esistenza, ed i nostri nemici giudeo-plutocratici ci avevano imposto i piani Dawes e Young6, gli stessi nemici che ci hanno dichiarato guerra nel 19397 e contro cui oggi stiamo combattendo sul campo. Tutto quanto produceva il popolo tedesco fluiva nelle mani del giudaismo mondiale e dei capitalisti finanziari, nelle tasche dei banchieri internazionali. Il nostro popolo soffriva la fame e periva e non vedeva una via d’uscita dalla propria, disperata situazione. Milioni di Tedeschi vedevano soltanto una strada per uscire dalla loro disperata condizione, vale a dire la totale distruzione delle condizioni di allora attraverso la bolscevizzazione. Ma quella era proprio la meta del giudaismo internazionale. Se quel traguardo fosse stato raggiunto la sofferenza sarebbe cresciuta al di là di ogni limite. Il nostro destino sarebbe stato quello degli omicidi di massa attraverso un furioso terrore, di una fame orribile per milioni di persone e dell’asservimento fisico degli altri sotto le fruste dei giudei trionfanti.8 In questo caos totale la Germania completamente scomparsa.9 Oggi non ci sarebbero alcun Reich Tedesco, alcun Popolo Tedesco, nessuna salda famiglia Tedesca, le risate felici dei bambini, alcuna vita e nessun futuro per il nostro sangue e la nostra stirpe. Ringraziamo il Führer e tutti i combattenti, sconosciuti e senza nome, che ci hanno salvato da tutto questo. Nonostante le loro necessità personali, malgrado la persecuzione ed il vile terrore, essi marciarono in Germania con fanatica fede e prepararono il terreno per il giorno decisivo della Nazione, il 30 Gennaio 1933. Immediatamente dopo aver preso il potere, il Führer iniziò una energica campagna contro la sofferenza e il declino delle nostre vite. Col motto “Prima un lavoro ad ognuno, poi il lavoro

adatto a ciascuno”, iniziò la campagna per il diritto a un lavoro per ogni cittadino tedesco. I precedenti anni di declino avevano lasciato così tanta miseria e dissesto nei settori governativi, ufficiali e privati che i lavori da fare erano più che abbastanza. C’era un disperato bisogno di manutenzioni, riparazioni e nuove costruzioni. Ciò che era necessario sconfiggere era la vecchia opinione, accettata da tutti meno che dai Nazionalsocialisti, che i lavori potessero procedere solo dopo che fossero stati stabiliti i mezzi di pagamento. Il movimento procedette dal principio che il lavoro era più prezioso del capitale e che potesse creare ricchezza sufficiente da permettere di estendere il credito ai suoi nuovi proprietari. I primi sforzi si rivolsero alle strade e al sistema dei trasporti, con la costruzione delle Autostrade10, di condomini e insediamenti, per la difesa e il miglioramento delle condizioni generali di vita del nostro popolo. Le parole di Adolf Hitler al principio della costruzione delle Autostrade – “Lavoratore tedesco, inizia!”- furono la chiara espressione del convincimento Nazionalsocialista che il lavoro e non il capitale (la posizione del vecchio sistema giudaicoliberal-democratico) era al centro dell’attività costruttiva. Un mese dopo l’altro, la gente ricominciò a lavorare, gente che non aveva guadagnato nulla per anni e che per anni aveva vegetato. La disoccupazione scomparve in tre anni. L’attività in costante aumento condusse al problema opposto. Al posto della mancanza di lavoro, si ebbe l’insufficienza di lavoratori. Nei primi anni dello Stato Nazionalsocialista i nostri cittadini hanno compiuto un lento progresso affrontando le condizioni miserevoli che avevano ereditato. Finché non sono stati in grado di aiutarsi da soli, l’organizzazione Nazionalsocialista per l’assistenza sociale e l’istituzione del Soccorso Invernale hanno operato per alleviare le sofferenze peggiori. Il Führer risvegliò la volontà dell’assistenza comunitaria e mobilitò la forza dell’animo tedesco. In luogo delle precedenti attività caritatevoli, compiute da un piccolo gruppo per lo più per salvare le proprie coscienze, si sviluppò un cameratismo che coinvolse tutto il Popolo. Esso sostenne prontamente11 ogni cittadino, ma pretese anche che ognuno, compresi coloro che ricevevano aiuto, sviluppassero una volontà a sacrificarsi ed a fare e perciò ad aiutare se stessi. Su queste basi si sviluppò un nuovo ordine morale relativo all’assistenza sociale che è unico al mondo e che aiutò a vincere tutta la sofferenza e il dolore che i paesi giudeoplutocratici ancora non riescono a risolvere a causa della loro visione materialistica. Anche i meravigliosi programmi comunitari del Nazionalsocialismo derivano dalla sua visione del mondo, nel prendersi cura della nostra gioventù, delle nostre madri e della crescita delle nuove vite. I programmi della NSV12 comprendono la “Mutter und Kind”, la “Haushaltshilfe”13, i “Kindergarten”14, la “Jugendhilfe”15, la “Gemeindepflegestationen”16, la “Ernährungshilfswerk”17, la “Freiplatz-Spende”18 che, insieme ai programmi del DAF19, l’ “Amt für Schönheit der Arbeit”20, “Kraft durch Freude21”, l’“Amt für Volksgesundheit”22 o l’ “Amt für Berufserziehung und Betriebsführung”23, così come i meravigliosi programmi per favorire la salute dei nostri giovani per mezzo della HJ e della BDM24, tutti insieme rappresentano l’imponente dimostrazione della volontà Nazionalsocialista di una vita sociale completamente nuova nella nostra comunità di popolo.25 Gli enti statali e comunali hanno seguito il modello impostato dal Partito con proprie, numerose e rivoluzionarie innovazioni. L’impulso alla costruzione di appartamenti e case, i prestiti per i matrimoni26, i versamenti per i bambini, il mantenimento all’istruzione e numerosi, analoghi programmi sono stati l’espressione della nuova volontà di vivere della nostra comunità Nazionalsocialista. Lo Stato ha anche usato le opportunità operative che aveva per fornire una cura crescente ai vecchi ed ai pensionati attraverso misure giuridiche di vario tipo.27 Tutte queste realizzazioni sono immaginabili soltanto nella visione della vita totalmente nuova dell’ideale Nazionalsocialista, che oggi guida28 la vita pubblica e le azioni del Governo. I molti tentativi d’imitarci che vediamo nei nostri avversari, specialmente durante la guerra, sono la prova dell’impatto esemplare e di vasta portata che hanno avuto le nostre misure sociali. Nonostante questi tentativi di imitazione, noi sappiamo che i nostri nemici non avranno mai successo, perché sono privi del requisito indispensabile, la nuova determinazione che il Führer ci ha dato con la sua visione del mondo Nazionalsocialista. Ciò che non hanno i nostri nemici giudeo-plutocratici.

B. Successi politici

Di significato perfino maggiore e più decisivo, nel contesto della nostra attuale battaglia col destino, sono i superbi successi delle nostre politiche economiche ottenuti29 dallo Stato Nazionalsocialista nei dieci anni trascorsi. Anche per questi risultati dobbiamo ringraziare soltanto la forza direttiva del Führer ed il suo ideale. L’enorme povertà che abbiamo sperimentato prima della presa del potere fu, alla fin fine, l’opera degli stessi nemici che affrontiamo oggi sul campo di battaglia per la seconda volta. La terribile carenza di spazio che caratterizzava la nostra vita economica impedì sia all’industria tedesca, che all’agricoltura e al commercio di sviluppare i requisiti di una vita economica libera ed indipendente. Un esiguo gruppo di giudei e di plutocrati si dividevano la terra con tutte le sue ricchezze. Essi restavano avidamente aggrappati a ciò che avevano, difendendolo con ogni mezzo contro una giusta redistribuzione, sebbene vi fossero spazio e cibo sufficienti, ricchezze e lavoro per tutti. Volevano perpetuare la miserabile divisione del mondo fra chi ha e chi non ha. La Prima Guerra mondiale fu una lotta dei giudei e dei plutocrati contro un equo ordine mondiale. Speravano, attraverso il trattato di Versailles, di proteggere per il tempo a venire le ricchezze che avevano raccolto nei secoli. Così Versailles non portò la pace in Germania, ma solo la quiete dei cimiteri. Così crebbe nel mondo un mare di nuove fonti d’agitazione, che minacciava l’esplosione delle forze elementari.30 Con l’assunzione del potere da parte di Adolf Hitler, anche in questo settore della vita nazionale ebbe inizio un nuovo impulso all’ordine e alle soluzioni nuove. Riconoscendo l’evidenza di una cospirazione mondiale giudaico-plutocratico-bolscevica contro la nuova Germania, fu chiara la necessità di essere economicamente indipendenti. Il Führer quindi operò per renderci indipendenti nei settori essenziali da un mondo straniero ed ostile. Il suo genio di statista, la sua lungimiranza politica e la sua energia vitale riuscirono, insieme ai nostri amici italiani, a mobilitare tutte le forze necessarie. Si dovrebbe ricordare quale sforzo egli fece per persuadere il popolo della effettiva necessità di misure impopolari e improduttive. La costruzione di industrie per la produzione di materiali sintetici incontrò all’inizio una opposizione accanita da parte di quei circoli abituati in altri tempi a valutare le cose soltanto in termini di profitti e di perdite.31 Il Nazionalsocialismo, fin dal principio, non ha ragionato in termini capitalistici. Piuttosto ha agito soltanto secondo questo principio: cosa è utile per il nostro Popolo? Il fatto che il nemico potesse tagliarci fuori dai mercati mondiali per delle materie essenziali per la nostra sussistenza e per la lotta per la nostra esistenza fu l’unica cosa che guidò le nostre azioni e la nostra condotta. Oggi possiamo ringraziare questo principio perché, nel pieno di una battaglia impostaci proprio per la nostra esistenza, noi non dipendiamo dai buoni favori del mondo per la benzina, la gomma e numerose altre sostanze sintetiche. Nel processo di garantire la nostra esistenza, l’economia tedesca è cresciuta ed è prosperata come mai prima.32 Abbiamo lavorato con grande energia33 per assicurare il miglior approvvigionamento possibile di cibo. La protezione dei contadini, la liberazione delle loro terre dal controllo giudaico-liberale, la creazione delle fattorie ereditarie34, gli incrementi sistematici della produzione, i miglioramenti nella gestione delle fattorie e degli allevamenti e la lungimirante creazione di riserve di cibo ci assicura che il nostro popolo possiede un rifornimento indipendente di cibo fino al massimo livello possibile e che le precedenti importazioni di generi alimentari, che erano in crescita, sono state ridotte. Consapevole che potesse rendersi necessario difendere la nostra esistenza, il Führer si è curato di armare il nostro popolo. Possiamo ringraziare l’accuratezza di tali preparativi se le armi tedesche sono sempre state superiori su tutti i fronti fin dall’inizio della guerra cui siamo stati obbligati. La ricostruzione e la riorganizzazione del Lavoro e dell’Economia tedeschi sono stati i presupposti della nostra invincibilità. Dobbiamo ringraziare soltanto Adolf Hitler per la nostra esistenza nazionale. Dall’epoca in cui il mondo vedeva il popolo e la patria tedesca come una nazione del tutto insignificante politicamente, una nazione che aveva perduto ogni concetto dell’onore nazionale e dell’indipendenza politica, che era stata degradata a nazione schiava, soggetta all’avidità giudaica e all’arbitrio plutocratico, da allora, la grande abilità politica e le brillanti capacità diplomatiche del Führer hanno condotto la Germania al livello più alto di stima e rispetto. Oggi la Germania rappresenta già la speranza e la sicurezza per molti nazioni europee. Ma i nemici della Germania, con furia e odio sconfinati, si agitarono contro la grandezza del Governo35 Nazionalsocialista e la sua forza diplomatica. Per oltre tre anni, il mondo rabbioso e pieno d’odio d’ebrei, plutocrati e bolscevichi ha sfidato l’energia della nuova Germania, patendo una sconfitta dopo l’altra. Anche qui dobbiamo ringraziare soltanto il Führer per gli sbalorditivi successi militari delle nostre forze armate. Dall’impotenza totale cui eravamo stati costretti dal vergognoso trattato di Versailles, Adolf Hitler in soli sei anni ci ha portati a divenire la potenza più forte del continente. Consapevole dell’elevata responsabilità per i valori eterni del nostro sangue, egli ha protetto la nostra esistenza e salvato la forza creativa del talento tedesco per il mondo intero. Quanto egli ha iniziato con la lotta per il potere, oggi egli lo termina liberandoci dalla eterna minaccia del pericolo di annientamento da parte del bolscevismo. Mentre giudei e bolscevichi mostrano brama selvaggia e odio sconfinato per le immortali energie della nostra razza e vogliono sconsideratamente consegnare la Germania e l’intero continente europeo alla rovina, l’incessante energia e l’azione instancabile di Adolf Hitler preservano il popolo tedesco e tutti i valori della cultura e della civiltà d’Europa.

C. Risultati culturali

Nonostante i compiti urgenti, di natura sociale, economica e politica che stava affrontando, il Nazionalsocialismo, nei pochi anni di potere, ha dimostrato anche l’illimitata creatività culturale del popolo tedesco. Liberare la stampa, la radio, il cinema e il teatro dalla marcia influenza del decadente mondo intellettuale ebraico e dai sui principi distruttori è stato un successo culturale di prim’ordine. Ciò è provato con maggiore evidenza dagli stati ostili o anche neutrali nella lotta per la libertà e per un futuro più felice per il nostro continente. Essi sono ancora governati dallo spirito della sovversione giudaica. Il Nazionalsocialismo ha restituito l’arte al popolo, facendone di nuovo una materia per il popolo. Milioni di nostri cittadini che prima non prendevano parte alcuna alla vita culturale tedesca oggi seguono tutti gli aspetti dell’attività artistica. Il teatro, il cinema e la radio sono diventati un patrimonio comuni di tutti i tedeschi. I nostri lavoratori hanno conosciuto le bellezze dei paesaggi tedeschi ed anche quelli delle nazioni straniere. L’arte, la letteratura e le scienze sono di nuovo al centro del pubblico interesse. Si è aperto36 un mondo che rivela i valori più nobili e riempie la vita di nuovo entusiasmo. Nella forza creativa dei valori culturali il nostro popolo riceve percezioni altamente etiche e profondamente spirituali. Prendersi cura e promuovere queste cose rappresenta l’aspetto più piacevole dell’attività Nazionalsocialista. Ciò dimostra che la Nazione ha il diritto di esistere. Se Adolf Hitler non fosse salito al potere nel 1933 e con lui lo spirito del suo ideale che oggi è salvaguardato e stimolato dall’NSDAP, oggi non vi sarebbe alcun popolo tedesco. Lo spirito tedesco, la creativa anima tedesca, la natura tedesca sarebbero scomparse dal mondo. I giudei, i plutocrati e i bolscevichi avrebbero trionfato e il loro “pacifico riordino del mondo” avrebbe spazzato via il nostro popolo dalla faccia della terra. Perciò ci hanno attaccato di nuovo, tentando di ottenere con la forza ciò che non sono riusciti a realizzare con l’infido trattato di Versailles. Per questo noi oggi dobbiamo combattere con tutta la nostra energia, poiché se essi raggiungeranno il loro scopo, ciò significherà la morte, il totale, terribile annientamento, per tutti noi. A conclusione del discorso37 dovrebbe essere considerata la situazione politico-militare mondiale, mostrando come l’attuale battaglia sia la nostra grande prova impostaci dal fato. Nel settembre del 1939 l’infame mobilitazione38 del giudaismo mondiale costrinse la plutocrazia anglo-americana alla guerra contro di noi. In39 quel caso la guerra fu una questione legata alla libertà della città di Danzica e dei tedeschi asserviti nel Corridoio polacco.40 Ora, a causa della colpa del nemico, in tre anni e mezzo la questione è divenuta quella del diritto ad esistere del mondo giudaico-plutocratico. Perciò è fondamentale menzionare41 il fatto che, nel mezzo delle vittoriose battaglie del suo incomparabile esercito, il Führer ha offerto due volte la pace al nemico, dimostrando responsabilità da statista ed autocontrollo oltre il concepibile. L’unico risultato è stato che il nostro nemico ha urlato a voce ancora più alta il suo desiderio di distruggere la Germania. Così i nostri avversari hanno scelto il loro destino, che la Provvidenza ci ha chiamato a consegnare. La Germania vivrà e, per mezzo della sua vita garantirà per sempre all’Europa libertà e ordine politico, economico e sociale. La criminale alleanza avversaria di giudei, plutocrati e bolscevichi ha un’unica possibilità futura, vale a dire la distruzione totale e la cancellazione del suo spirito e del suo tipo di vita. Il compimento della sua lotta42 è anche la realizzazione della vittoria Nazionalsocialista per esistenza nuova ed onorevole del popolo tedesco nel mondo. Possiamo guardare al futuro con fiducia, in quanto la storia della nostra lotta per il potere prima del 1933, gli eccezionali successi del lavoro Nazionalsocialista dopo la presa del potere, le splendide vittorie delle nostre gloriose forze armate e i grandi successi della nostra nuova vita politica ci danno l’assoluta certezza che il cammino di Adolf Hitler conduce sempre alla vittoria. Questa convinzione ci da la ferma sicurezza43 della vittoria anche in questo decisivo conflitto finale. Vinceremo perchè Adolf Hitler ci guida! L’obiettivo della nostra lotta è lo stesso di sempre! Adolf Hitler iniziò la sua battaglia per migliorare la vita delle grandi masse del nostro popolo. Dopo la presa del potere, egli ha lavorato incessantemente per posare le fondamenta di uno Stato socialista del Popolo. Oggi l’intero popolo tedesco sta combattendo per proteggere il nostro Stato socialista del Popolo, che è ancora soltanto agli inizi a causa del nostro limitato spazio vitale. La guerra cui ci hanno costretti l’Inghilterra e i suoi alleati, agli ordini del giudaismo internazionale, è l’ultima, ma anche l’occasione più grande nella storia del nostro popolo. Stavolta non ce la lasceremo sfuggire.44 La nostra vittoria sgombrerà finalmente la strada per l’edificazione di un possente Reich tedesco, che i tedeschi migliori hanno tanto a lungo e sempre desiderato. Il principe von Eugen45 ci sperò. Federico il Grande46 combattè, per esso, le sue battaglie. Bismarck47 riuscì a realizzare solo la metà. Tutti loro volevano un grande Reich tedesco e un popolo tedesco forte e unito che potesse infine foggiarsi la propria vita come meritano i suoi talenti e le sue capacità. Tale è stato lo scopo di Adolf Hitler fin dall’inizio della sua battaglia. Ed è per questo che l’intero popolo tedesco sta oggi combattendo.

Il Ministro Dr. Joseph Göbbels

Tratto dal sito http://www.calvin.edu/

(German Propaganda Archive)

Link all’articolo: http://www.calvin.edu/academic/cas/gpa/30jan1943.htm

Le note sono a cura del traduttore F. R.

1 Il Reichsministerium fur Volksaufklärung und Propaganda, con sede a Berlino, era l’ente di Stato, mentre il

Reichspropagandleitung der NSDAP, con sede a Monaco, era l’organismo del Partito nato nel 1926. Ambedue erano diretti dal Ministro dottor Joseph Paul Goebbels; il primo dal 13 marzo 1933 ed il secondo dal 9 gennaio 1928 fino alla sua morte (1° maggio 1945). L’RPL (ReichspropagandaLeitung), gradualmente ristrutturato dal 1940, nel 1941 comprendeva sei grandi divisioni –Dienststelle-: 1) Hauptamt für Propaganda, 2) Hauptamt für Rundfunk, 3) Hauptamt für Ausrichtung der Organisationen, 4) Hauptamt Film, 5) Hauptamt Reichsautozug “Deutschland” e 6) Hauptamt Kultur. La prima – Hauptamt für Propaganda (Ufficio Principale per la Propaganda)– era a sua volta divisa in due sezioni, la seconda delle quali era la Amt Grossveranstaltungen (Sezione Grandi Eventi [o Grandi Manifestazioni]). La struttura del Ministero era molto più articolata. Al Reichsminister für Volksaufklärung und Propaganda, Joseph Goebbels, rispondevano tre Staatssekretär -Segretari di Statoognuno dei quali aveva compiti specifici che vogliamo brevemente ricordare: lo Staatssekretär I – diretto prima da Walther Funk (1933–1937) ed in seguito da Otto Dietrich (1937–1945), comprendeva i seguenti dipartimenti: 1) Deutsche Presse, 2) Auslandpresse e 3) Zeitschriftenpresse; lo Staatssekretär II – diretto da Karl Hanke (1937–1940), Leopold Gutterer (1940–1941) ed infine da Werner Naumann (1944–1945) aveva, al suo interno, gli Abteilung: 1) Haushalt, 2) Recht, 3) Propaganda, 4) Rundfunk, 5) Film, 6) Personal, 7)

Landesverteidigung, 8) Ausland, 9) Theater, 10) Musik, 11) Schrifttum e 12) Bildende Kunst; infine, lo Staatssekretär III – diretto da Hermann Esser (1935–1945) si occupava di Fremdenverkehr. Per dare solo un’idea della perfetta organizzazione del Ministero, voluta da Göbbels, si riporta la struttura dell’Abteilung V (Film) nello Staatssekretär II. L’Abteilung V -diretto dal 1933 da Ernst Seeger, dal 1939 da Fritz Hippler e dall’aprile del 1944 da Hans Hinkel- era diviso in cinque divisioni: 1) Filmwesen und Lichtspielgesetz, 2) Filmwirtschaft, 3) Filmwesen im Ausland, 4) Filmwochenschauen e 5) Filmdramaturgie, che, a loro volta, collaboravano con la Reichskulturkammer e la Reichsfilmkammer.

2 Sarebbe più corretto “in tutti i Gau, Kreis, Ortsgruppe, Zelle e Blockwart”, ovvero le divisioni territoriali del Partito.

3 Anche: “eccelle su”.

4 Letteralmente: “è sempre stato vittorioso”.

5 La Lebensmittelkarte.

6 Il Dawes Plan prende il nome da Charles Gates Dawes (1865-1951), banchiere e politico statunitense, 30° vicepresidente degli Stati Uniti. Fu un primo tentativo fatto dalle potenze vincitrici della I Guerra mondiale per riscuotere le riparazioni di guerra dalla Germania sconfitta. Il Piano Dawes prevedeva fra l’altro che i pagamenti sarebbero stati di 1 miliardo di marchi per il primo anno, per salire, nei successivi quattro anni, a due miliardi e mezzo di marchi l’anno; che la Reichsbank tedesca sarebbe stata “riorganizzata” sotto la “supervisione” alleata; che sarebbero stati emessi prestiti stranieri a favore della Germania, in particolar modo da parte degli U.S.A. – un ulteriore sistema per dominare/minare l’economia tedesca-; che le fonti da cui trarre il danaro per le riparazioni avrebbe compreso i trasporti, le imposte e le tasse doganali. La Germania accettò il Piano che entrò in vigore nel settembre del 1924. Nonostante che i pagamenti, da parte tedesca, avvenissero regolarmente, fu presto chiaro che il paese non sarebbe stato in grado di continuare a lungo a versare somme così esorbitanti. Nel 1929, quindi, il Piano Dawes fu sostituito dallo Young Plan, che prende il nome da Owen D. Young (1874 –

1962), industriale, uomo d’affari e diplomatico statunitense che presiedette la Commissione per le Riparazioni.

E’ interessante notare che i rappresentanti statunitensi nella commissione erano il famigerato banchiere J.P. Morgan, junior (1867 – 1943) ed il suo socio, Thomas William Lamont, junior (1870 – 1948), anche lui banchiere e finanziere. Il Piano Young stabilì il totale delle riparazioni a 26 miliardi e 350 milioni di dollari che la Germania avrebbe dovuto pagare in un periodo di 58 anni e mezzo. Uno dei primi provvedimenti Nazionalsocialisti nel 1933 fu quello di rifiutarsi di pagare il debito residuo. Dopo la sconfitta tedesca nella II guerra mondiale, una conferenza internazionale, nel 1953, stabilì che la Germania avrebbe dovuto versare la parte restante solo dopo una futura riunificazione. Ciò nonostante la Germania federale saldò il capitale –delle riparazioni di guerra del 1918!– nel 1980 e nel 1995 il nuovo governo della Germania riunificata annunciò che avrebbe iniziato a pagare gli interessi, cosa che sta facendo, a quasi 90 anni dalla fine della Grande Guerra.

7 E’ sempre bene rammentare che furono la Gran Bretagna, l’Australia e la Francia che dichiararono guerra alla Germania il 3 settembre del 1939, seguite dal Sudafrica -il 6 settembre- e dal Canada -10 settembre-, e non viceversa.

8 Questa frase rammenta le condizioni del Popolo Palestinese, oggi.

9 Letteralmente: “perita”.

10 Ricordiamo che le Reichsautobahnen (RAB) ebbero il seguente sviluppo: fine 1935: 108 km; fine 1936: 1.087 km; fine 1937: 2.010 km; fine 1938: 3.046 km; fine 1939: 3.301 km; fine 1940: 3.737 km; fine 1941: 3.827 km; fine 1942: 3.861 km; fine 1943: 3.896 km. Tanto per fare un confronto: la stessa Germania nel 2001 aveva 11.712 km di Autostrade (l’Italia 6.487, la Francia 9.632).

11 Letteralmente: “fu pronto ad aiutare”.

12 Sulla Nationalsozialistische Volkswohlfahrt si consiglia la lettura di: Werner Reher, L’assistenza sociale nella Germania Nazionalsocialista, Effepi, 2006, pagine 54.

13 Assistenza nelle faccende domestiche per le madri.

14 Asili nido.

15 Assistenza ai Giovani.

16 Sistema di consultori comunali.

17 La Ernährungshilfswerk des Deutschen Volkes aveva il compito di recuperare gli scarti alimentari -domestici e delle mense aziendali- da riutilizzare per l’alimentazione suina. Con questo metodo di “riciclo” si giunse a nutrire oltre un milioni di suini in più l’anno.

18 Offerta di posti gratuiti nei cinema, nei teatri, eccetera.

19 Deutsche Arbeitsfront.

20 “Bellezza del Lavoro”.

21 “Forza attraverso la Gioia”.

22 “Ufficio per la Salute popolare”, organismo del DAF.

23 “Ufficio per l’educazione professionale e la direzione dell’impresa”, altro organismo del DAF.

24 La Hitler-Jugend e la Bund Deutscher Mädel. La prima, riservata ai ragazzi, comprendeva la Deutsche Jungvolk (dai 14 ai 18 anni) e la HJ vera e propria (ragazzi dai 14 ai 18); la seconda era riservata alle ragazze che, dai 10 ai 14 anni, facevano parte della Jungmädelbund (JM) e dai 14 ai 18 della Bund Deutscher Mädel (BDM). Nel 1938 fu creata una nuova sezione della BDM (la “Glaube und Schönheit”, Fede e Bellezza), aperta alle ragazze dai 17 ai 21 anni intenzionate a diventare le mogli di un membro della SS. Ricordiamo, en passant, che la HJ passò dai 2.300.000 membri del 1933 (su una popolazione di ragazzi dai 10 ai 18 anni di 7.529.000) agli 8 milioni e 700 mila membri del 1939 (su una popolazione di 14-18 enni di 8.870.000). Nel 1933 le ragazze della BDM erano 593.000 per salire ai 3.426.000 del 1939.

25 I programmi elencati fra virgolette non sono esattamente quelli indicati nel testo originale per la difficoltà riscontrata dal traduttore nel trovare l’esatta denominazione tedesca corrispondente.

26 Il sistema dello Ehestanddarlehen (“mutuo matrimoniale”) permetteva alle giovani coppie di ottenere un mutuo senza interessi di 1.000 Reichmark, in un tempo in cui il lavoratore tedesco percepiva in media un salario annuo di 1.520 RM. L’aspetto più interessante della Legge era che il prestito veniva automaticamente ridotto del 25% per ogni figlio della coppia. La stessa legge prevedeva anche un aumento della tassazione sul reddito –dal 2 al 5%- per i singoli -celibi e nubili- e le coppie senza figli.

27 Come scriveva nel 1938 il Ministro Hans Frank (1900-1946), “La Rivoluzione si riconosce dal contenuto delle leggi, non dalle tirate oratorie o dalle decisioni di comizi” (cfr. a pagina 17 di “Fondamenti giuridici dello Stato Nazionalsocialista”, Effepi, 2006, pagine 53).

28 Letteralmente: “determina” o “decide della”.

29 Letteralmente: “dimostrati”.

30 Anche “naturali”.

31 Sul concetto di Autarchia nel III Reich si può vedere: V. Muthesius, Autarchia Europea, Noctua edizioni, 1998, pagine 45.

32 Ricordiamo, a titolo d’esempio, le ricerche che condussero alla fabbricazione della gomma sintetica Buna-S.

33 Letteralmente: “proprio duramente”.

34 Attraverso la Reichserbhofgesetz del 29 settembre 1933. [Per chi desiderasse consultarla:

http://www.verfassungen.de/de/de33-45/reichserbhof33.htm ].

35 Letteralmente: “direzione governativa”.

36 Anche “inaugurato”.

37 Si rammenta che queste sono le linee guida dell’RPL per i discorsi che i Capi del Partito – a tutti i livelli -avrebbero tenuto ai membri per le celebrazioni del X Anniversario.

38 Letteralmente: “agitazione”.

39 La traduzione di questa frase non è letterale.

40 Il Corridoio di Danzica o Corridoio Polacco era una striscia di territorio polacco istituita dopo la I° Guerra mondiale col Trattato di Versailles, il 28 giugno 1919, per dare alla Polonia uno sbocco sul Mar Baltico. La piccola zona, a cui si aggiungeva l’importante porto di Danzica, separava di fatto il corpo principale della Germania dalla regione della Prussia Orientale. La città di Danzica era formalmente dichiarata Città Libera sotto il controllo della Società delle Nazioni, ma difatti era sotto controllo polacco. Danzica e il territorio del Corridoio erano abitati in gran parte da Tedeschi che rimanevano strettamente legati alla madrepatria e chiedevano un ricongiungimento con essa.

41 Letteralmente: “è assolutamente fondamentale menzionare”.

42 della Germania.

43 Letteralmente: “certezza”.

44 Letteralmente: “Stavolta non la lasceremo inutilizzata”.

45 Eugenio di Savoia, Principe di Savoia-Carignano e conte di Soissons, (1663-1736), noto come il “Gran Capitano”, al servizio dell’imperatore d’Austria Leopoldo I d’Asburgo, combatté in numerosissime battaglie, fra cui quella di Kahlenberg che, nel 1683, pose termine all’assedio di Vienna da parte dei Turchi e quella di Petervaradino dove Eugenio, accerchiato da 100.000 Turchi, con una sortita audace ed improvvisa il 5 agosto 1716 li sconfigge pesantemente. E’ grazie a lui se l’Impero raggiunge la sua massima espansione con la pace di Passarowitz (2 luglio 1718). Abilissimo diplomatico riuscì fra l’altro ad ottenere, nel 1728, col trattato di Berlino, il riavvicinamento della Prussia all’Austria, staccandola dall’alleanza con i francesi. Eugenio, che, per la sua grandezza e il suo coraggio, fu soprannominato der edle Ritter (il nobile cavaliere), era anche un amante delle arti e della lettura ed appassionato collezionista di libri e quadri: possedeva, alla morte, una collezione di 15.000 volumi che è tuttora conservata all’Hofburg. Fu inoltre un grande appassionato d’architettura e fece costruire numerose residenze tra Vienna e l’Ungheria. Il suo corpo è tumulato nella cattedrale viennese di Santo Stefano, mentre il cuore si trova nella cripta della Basilica di Superga. Il “Gran capitano” è noto anche per aver combattuto la sua ultima battagli a ben 72 anni durante la guerra di successione polacca scoppiata nel 1733.Inserisci link

Nel 1941 il Reich gli dedicò una nave da guerra, la Prinz Eugen, e la Waffen-SS la 7.SSFreiwilligen-Gebirgs Division Prinz Eugen, costituita nel marzo 1942.

46 Federico II Hohenzollern (1712-1786) sovrano di Prussia, per le sue indubbie capacità politiche e militari si

guadagnò il noto appellativo di Friedrich der Große.

47 Otto Eduard Leopold von Bismarck (1815-1898) fu l’autore della riunificazione tedesca e alla proclamazione

del Reich -18 gennaio 1871- ne divenne il Primo Cancelliere della sua storia.

http://www.italiasociale.net/storia07/storia060207-2.html

Contro l’Hollywoodismo, il Revisionismo

di: Robert Faurisson

Il termine Hollywoodismo designa la trasformazione, spesso menzognera, della realtà tramite lo spirito e le pratiche di tutto un cinema americano. In un primo tempo, descriverò in termini generali la malvagità dell’Hollywoodismo.
In un secondo tempo, descriverò i misfatti dell’Hollywoodismo nella formazione dell’impostura dell’”Olocausto”, vale a dire nella costruzione del mito del genocidio, delle camere a gas e dei sei milioni di ebrei uccisi durante la Seconda Guerra mondiale dai Tedeschi. Infine, in un terzo ed ultimo tempo parlerò del Revisionismo come antidoto par excellence contro l’Hollywoodismo e la sua incessante, aggressiva campagna pubblicitaria in favore della religione dell’”Olocausto”.

L’Hollywoodismo
e la sua malvagità

Secondo l’American Heritage Dictionary, “Hollywood” può designare “l’industria cinematografica americana” ma anche “Un’atmosfera od un tono appariscente e volgare, che si ritiene associato all’industria cinematografica statunitense”. Usato come aggettivo, la parola significa sia “riguardante l’industria cinematografica americana: un film di Hollywood, un produttore di Hollywood”, sia, secondo la citazione data: “Appariscenti e volgari, i loro vestiti erano puro Hollywood.”
Un esempio ben noto dell’ideologia diffusa da questa industria del film è che il mondo si divide essenzialmente in Buoni e Cattivi. I Buoni sono gli Stati Uniti ed i Cattivi tutti coloro che gli Stati Uniti decretano essere tali. I Buoni sono fondamentalmente Buoni ed i Cattivi fondamentalmente Cattivi. Gli Stati Uniti sono sempre nei loro diritti e vincono mentre i Cattivi sono sempre dalla parte del torto e perdono. Non si può né si deve dunque avere nessuna pietà per i vinti: la loro sconfitta prova che essi erano davvero dei criminali. I vincitori si arrogheranno il diritto di giudicare o di far giudicare i vinti.
Tutti hanno in mente quelle che vengono chiamate le “atrocità naziste”, in particolare le immagini di cadaveri ambulanti, o di cadaveri propriamente detti. Ora, sono 67 anni che Hollywood ce li presenta come la prova che i Tedeschi possedevano delle officine della morte: fabbriche dove le SS passavano il loro tempo ad uccidere prevalentemente degli ebrei. In realtà, questi cadaveri erano la prova che, a causa della distruzione sistematica da parte degli Alleati delle città tedesche, la Germania nel 1945 era in piena agonia: gli abitanti che erano sopravvissute al diluvio di ferro e di fuoco vivevano fra le macerie o in buche, esposti al freddo ed (meglio e) alla fame; spesso non vi erano più né cibo, né medicine; gli ospedali e le scuole erano distrutti, i treni ed i convogli non circolavano praticamente più; i rifugiati dall’Est, terrorizzati dai crimini e dagli stupri dell’Armata Rossa, si contavano a milioni. Nel 1948 il regista italiano Roberto Rossellini ha onestamente descritto questa situazione in Germania Anno Zero. Perciò non ci si dovrebbe sorprendere che nel 1945, nei campi di lavoro o di concentramento regnassero la mancanza di viveri e le epidemie di tifo, di febbre tifoide, di dissenteria mentre i medicinali ed i prodotti di disinfezione come lo Zyklon B venivano drammaticamente a mancare. Hollywood ha avuto, insieme al cinema britannico e alla propaganda sovietica, una terribile e diretta responsabilità sia nelle menzogne ​​che hanno accompagnato la cosiddetta scoperta dei campi di concentramento tedeschi (1945) sia nel vergognoso lynching party (l’espressione è di Harlan Fiske Stone, all’epoca presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti) del processo di Norimberga (1945-1946) dove i vincitori coalizzati si sono eretti a giudici e a giuria dei vinti. È ben vero che nel 1945, anche un campo di concentramento privilegiato come quello di Bergen-Belsen offriva una visione da incubo. Ma gli orrori che vi si sono scoperti allora non erano stati creati dai Tedeschi. Essi erano imputabili alla guerra e, in particolare, ad una guerra aerea condotta spietatamente, proprio fino alla fine, da parte degli Alleati contro… i civili. Occorreva un bel cinismo per mostrare questi orrori puntando un dito accusatore in direzione dei vinti, mentre i principali responsabili erano l’US Air Force e la Royal Air Force. Nell’aprile del 1945, non potendo più resistere, il comandante del campo di Bergen-Belsen, il Capitano delle SS Josef Kramer, aveva inviato degli uomini incontro alle truppe del Maresciallo britannico Montgomery per informarle che esse si avvicinavano ad un terribile focolaio di infezione, e che non bisognava quindi rilasciare immediatamente i prigionieri, per il rischio che questi ultimi contaminassero la popolazione civile ed i soldati britannici. Questi ultimi hanno accettato di collaborare con la Wehrmacht. Giunti sul posto, hanno trattenuto gli internati cercando di curarli, ma la mortalità è rimasta per molto tempo spaventosa. I Britannici hanno voluto sapere quante persone erano state sepolte nelle ampie fosse comuni. Hanno estratto i cadaveri, li hanno contati e poi un ufficiale britannico, con l’aiuto di un bulldozer, ha fatto spingere i cadaveri in direzione di sei grandi fosse, dove i suoi soldati hanno costretto alcune guardie SS a gettarveli a mani nude. Ma, ben presto, questa realtà è stata trasformata dai servizi di propaganda cinematografica. Si è fatto credere che questi cadaveri fossero quelli di gente uccisa nell’ambito di un presunto programma di sterminio. Una fotografia scattata da un aereo e che mostra da lontano il bulldozer ha permesso di far credere che il veicolo fosse guidato da un soldato tedesco, nello adempimento del suo quotidiano lavoro di impiegato di una fabbrica della morte. In un caso, una foto presa da vicino mostrava la base della macchina che spingeva dei cadaveri, ma lo scatto “decapitava” il conducente in modo tale che, non potendo vedere che si trattava di un Britannico, s’immaginava che il conducente fosse tedesco. In generale, gli Americani hanno moltiplicato le falsificazioni di questa natura. Il generalissimo statunitense Eisenhower è stato il grande organizzatore di questo Hollywoodismo esacerbato. Si è fatto venire sul posto, in uniforme da tenente colonnello, il famoso regista di Hollywood George C. Stevens. La sua equipe ha girato 80.000 piedi (24.400 metri circa) di pellicola di cui egli ha selezionato per il sostituto procuratore Donovan 6.000 piedi (1.800 metri circa, ovvero il 7,5% del totale). Sono questi spezzoni, scelti accuratamente dall’accusa americana che, il 29 novembre 1945, all’alzarsi del sipario del famigerato “Processo di Norimberga”, sono stati proiettati per stupire il mondo intero; alcuni degli imputati tedeschi, sconvolti, ne hanno dedotto che Hitler aveva perpetrato, alle loro spalle, un enorme crimine. È in questo senso che si può dire del “processo di Norimberga” che esso ha suggellato il trionfo dell’Hollywoodismo.

L’Hollywoodismo
nella costruzione del mito

L’”Olocausto” degli ebrei è diventato in seguito una sorta di religione di cui le tre principali componenti sono lo sterminio, le camere a gas e i sei milioni di martiri. Secondo un articolo di fede di questa religione Hitler avrebbe ordinato e pianificato il massacro sistematico di tutti gli ebrei d’Europa; così facendo, avrebbe commesso un crimine senza precedenti, un reato specifico, chiamato più tardi genocidio. Poi, al fine di perpetrare questo specifico crimine, avrebbe fatto notoriamente mettere a punto un’arma specifica, un’arma di distruzione di massa, la camera a gas, funzionante nello specifico con un potente insetticida, lo Zyklon B, un prodotto a base d’acido cianidrico. Il risultato finale di questo enorme crimine sarebbe stata la morte di sei milioni di ebrei europei. Il campo di Auschwitz-Birkenau sarebbe stato il punto centrale, il punto culminante, il Golgota di questo orrore. Dopo la guerra si è sviluppata intorno a questa santa trinità dell’”Olocausto” tutta una propaganda, tutta un’industria dell’”Olocausto”, tutto un commercio, lo “Shoah-Business”. Negli Stati Uniti, l’industria cinematografica si è nutrita di questa credenza e l’ha propagata in tutto il mondo occidentale. È soprattutto a partire dal 1978, che una simile propaganda si è sviluppata, in particolare con i quattro episodi della miniserie americana Holocaust che raccontava la saga della famiglia Weiss. Non è affatto esagerato dire che la proiezione di questo romanzo d’appendice è diventata, a partire dal 1979, quasi obbligatoria in tutta una parte del mondo. Essa ha scatenato una valanga di film, tra i quali Schindler’s List di Steven Spielberg, La vita è bella di Roberto Benigni, Il pianista di Roman Polanski. In Francia, nel 1985, Claude Lanzmann ci ha gratificati con un documentario-documenzognero di oltre nove ore: Shoah. Il numero di Emmy Awards, di Oscar o di altre ricompense-premio attribuite a film di questo genere è davvero stupefacente. Un magnate dell’Entertainment Industry, Andrew Wallenstein, ha dichiarato una volta nel The Hollywood Reporter: “Diciamolo, semplicemente: la vera ragione per cui vediamo così tanti film sull’Olocausto è che essi sono delle esche per pescare premi.” È da tali constatazioni che è nata la formula There’s no business like Shoa Business (“Non c’è business come lo Shoah business”), ispirato al refrain, notoriamente cantato da Liza Minnelli, della canzone “There’s no business like Show Business”.

Il revisionismo è un antidoto al veleno dell’Hollywoodismo

Il revisionismo non è un’ideologia ma un rimedio alla tentazione dell’ideologia. È un metodo. Che si tratti di letteratura, di scienza, di storia, dei media, che si tratti di una qual si voglia attività umana, esso sostiene che si stabilisca la realtà di un fatto preliminarmente da ogni considerazione su di esso. Ciò che si crede d’aver visto, inteso, o letto, bisogna nuovamente vederlo, comprenderlo, leggerlo. Bisogna diffidare delle prime impressioni, delle emozioni, delle voci, non fidarsi di nulla e di nessuno, fintantoché non si sia condotta a fondo la propria indagine, e ciò a maggior ragione se si studia una diceria di guerra, perché, non dimentichiamolo, in tempo di guerra la prima vittima è la verità.
Il poco tempo che mi resta non mi permette, sfortunatamente, di descrivere qui come ed a quale prezzo, in una cinquantina d’anni di ricerche, io sia giunto, con molti altri revisionisti, alla conclusione che “l’Olocausto” non sia decisamente altro che una gigantesca impostura, come del resto avevo potuto convincermene dopo qualche anno. Già il 17 dicembre 1980 riassumevo questa conclusione in una frase in francese di sessanta parole di cui oggi non ne cancellerei neppure una. Ecco la traduzione in italiano: “Le pretese camere a gas hitleriane ed il preteso genocidio degli ebrei formano una sola e medesima menzogna storica, che ha permesso una gigantesca truffa politico-finanziaria di cui i principali beneficiari sono lo Stato di Israele ed il sionismo internazionale, e le cui principali vittime sono il popolo tedesco – ma non i suoi dirigenti – e l’intero popolo palestinese.”
Per farsi un’idea delle spettacolari vittorie riportate contro questa impostura, grazie ai lavori dei revisionisti, ci si potrà riferire a due studi che compaiono nel mio blog * : “Le Vittorie del revisionismo” (carta della conferenza per Tehran dell’11 dicembre 2006) e “Les Victoires du revisionisme (suite)” (11 settembre 2011). Non è esagerato dire che attualmente in Francia, ed altrove nel mondo, gli autori che difendevano la tesi dell’”Olocausto” sono pienamente allo sbando. Il guaio è che la censura e la repressione impediscono ancora al grande pubblico di conoscere questa buona novella; ma con Internet, i tempi cambiano e lo fanno velocemente.

Conclusione

La credenza generale del mondo occidentale nell’”Olocausto” è stata per lungo tempo la spada e lo scudo del sionismo. Ma oggi il revisionismo mette in pericolo questa credenza. Questa conferenza sull’Hollywoodismo segnerà, io penso, un’ulteriore tappa nella nostra lotta comune, una lotta per i diritti di tutti – in particolare dei Palestinesi – una lotta affinché il mondo si liberi da una tirannia fondata sulla Più Grande Menzogna dei tempi moderni.

* Fonte: http://robertfaurisson.blogspot.com
(Relazione di Robert Faurisson con l’occasione della Conferenza a Teheran d’inizio febbraio 2012)

L’Iran ha rotto l’idolo dell’Olocausto

Lo scorso 11 febbraio, a Teheran, il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha dichiarato che “l’Iran ha rotto l’idolo dell’Olocausto”, riferendosi alla persecuzione ebraica diventata il mito di legittimazione dello Stato sionista di Israele. Nel suo discorso, in occasione del 33° anniversario della Rivoluzione islamica del 1979, Ahmadinejad ha esplicitamente così dichiarato: “L’Occidente e i colonialisti, per dominare il mondo, hanno creato un idolo che hanno chiamato “regime sionista”. L’anima di questo idolo è l’Olocausto… e la nazione iraniana, con coraggio e chiaroveggenza ha rotto quest’idolo, preparando così la liberazione degli stessi popoli occidentali”.

Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=13280

Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele

Mario Liverani, docente di Storia del Vicino Oriente Antico all’università La Sapienza di Roma, è autore del volume Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, sostiene che non possono essere considerati storici i racconti più celebri del Vecchio Testamento, come le vicende di Abramo e dei Patriarchi, la schiavitù in Egitto, l’Esodo e la peregrinazione nel deserto, la conquista della terra promessa, la magnificenza del regno di Salomone.
“Gli ebrei, come del resto tanti altri popoli, si sono dati un mito delle origini nel momento in cui ne avevano più bisogno”, dice Liverani. “Oggi, con evidente anacronismo, ma con qualche ragione, si potrebbero accostare quelle pagine del Vecchio Testamento a un documento di propaganda politica”. Occorreva dare un passato nobile ad un popolo che rischiava di perdere la propria identità.
L’esilio imposto agli Ebrei dai Babilonesi nel 587 a.C. rafforzò la loro fede in unico dio. La scrittura e la rielaborazione dei testi biblici principali è durata più o meno un secolo, all’incirca dal 622 al 516 avanti Cristo: un secolo segnato da un evento che avrebbe potuto cancellare l’identità del popolo ebraico e la sua fede in un unico dio.
“Gli Ebrei avevano un loro piccolo Stato, il regno di Giuda, che attorno a Gerusalemme si estendeva su una superficie paragonabile a quella dell’Umbria: come altri staterelli dell’area, era assoggettato alla potenza egemone dell’epoca, l’impero babilonese. Si ribellò, ma gli andò male: i Babilonesi assediarono per anni Gerusalemme, la espugnarono e la distrussero. Il Tempio di Yahweh, il dio unico, fu abbattuto e il sommo sacerdote giustiziato assieme a una sessantina di notabili. La popolazione cittadina fu deportata in Mesopotamia. I contadini sparsi nelle campagne vennero invece lasciati sul posto: non rappresentavano un problema per l’impero”.
Lo scopo delle deportazioni fatte dai Babilonesi (e prima di loro dagli Assiri) era quello di cancellare l’identità dei popoli vinti, inducendoli ad adottare la lingua e ad adorare gli dei del vincitore.
Secondo le idee del tempo, i deportati non avevano motivo di credere ancora nel loro vecchio dio, che era stato sconfitto in guerra e non era stato capace di proteggerli. E invece, nei 70 anni che durò la “cattività babilonese”, i leader religiosi e politici ebrei, scampati al massacro, respinsero l’idea che Yahweh fosse stato sconfitto e adottarono una posizione religiosa radicalmente nuova, questa: il dio di Israele era l’unico dio di tutto l’universo. E non solo non era stato sconfitto, ma si era servito dei Babilonesi per punire il suo popolo, colpevole di gravissimi peccati.
I Babilonesi, dunque, erano stati solo uno strumento della divinità. Gli Ebrei, anziché perderla, rafforzarono la propria identità nell’esilio, convinti che, una volta espiata la colpa, forti di una religione rigorosa e purificata, sarebbero tornati in patria: dove avrebbero ricostruito Gerusalemme e il celebre Tempio.
L’occasione si presenta nel 539 avanti Cristo: Ciro, re dei Persiani, conquista Babilonia e consente agli Ebrei di rientrare in patria come sudditi del suo nuovo impero. Figli e nipoti dei deportati tornano a scaglioni a Gerusalemme, animati da un rinnovato spirito di rigore religioso.
Trovano però scarsa comprensione in quella parte della popolazione ebraica che non era stata deportata: peggio ancora, spazi che considerano loro sono stati occupati da immigrati di altra fede provenienti dalle regioni confinanti. I reduci hanno allora bisogno di un documento che dica in sostanza: “Abbiamo il diritto di riprenderci quello che è nostro da sempre: la Terra di Canaan, che ci è stata promessa da Yahweh e che Giosuè ha conquistato per noi.
Dice Liverani: “La riscrittura delle origini del popolo ebraico era già iniziata a Gerusalemme prima della deportazione, quando il re di Giuda, Giosia (regnò dal 640 al 609 avanti Cristo) progettava di espandere il suo piccolo Stato verso i confini di un mitico regno che nel remoto passato avrebbe unito sotto uno solo scettro tutti gli Ebrei. L’elaborazione del mito continuò durante l’esilio e proseguì negli anni successivi al ritorno da Babilonia.”
L’area di Gerusalemme è oggetto di scavi archeologici da un secolo e mezzo: del periodo che, secondo il racconto biblico, avrebbe visto la fioritura del “regno unificato” degli Ebrei (siamo nel X secolo avanti Cristo) non è stato trovato nulla, se non pochi cocci di terracotta. Non una traccia di scrittura, neanche minima: fatto inconcepibile per un regno di qualche importanza. Non si conosce, dai documenti contemporanei dei popoli vicini, neanche il nome di questo preteso regno. “In realtà”, dice Finkelstein, “quella Gerusalemme doveva essere un centro abitato piuttosto insignificante, un villaggio tipico della regione montuosa. Secondo calcoli demografici impiegati per questa epoca, il “regno” non doveva contare più di 5000 abitanti sparsi fra la capitale, Hebron e la Giudea, più qualche gruppo sparso di seminomadi.”
Secondo le osservazioni di Liverani nei documenti egizi dell’età del Tardo Bronzo non c’è traccia della permanenza di un popolo straniero nella valle del Nilo, né della presenza di Mosè alla corte del Faraone.
L’unico accostamento possibile è la prassi con la quale il Faraone accordava ai pastori nomadi il permesso di soggiornare nel Delta in tempo di siccità per abbeverare il bestiame. D’altra parte, l’idea di un impero che tiene prigioniero un popolo in terra straniera non poteva nascere prima dell’esperienza delle deportazioni assiro-babilonesi, avvenute però nel millennio successivo.
Analoghe osservazioni valgono per l’Esodo e la peregrinazione nel deserto. Usciti dall’Egitto grazie all’intervento divino, che terrorizza il Faraone oppressore con le terribili “sette piaghe”, il popolo ebraico avrebbe peregrinato per 40 anni nel deserto.
Ma quello descritto è un deserto immaginato attraverso le paure e i pregiudizi di un cittadino di Gerusalemme o di Babilonia, che vi vede serpenti e scorpioni dappertutto ed è convinto di morirvi di sete e di fame, a meno di interventi della divinità. Un popolo di tradizione pastorale avrebbe avrebbe percorso le piste della transumanza e trovato acqua e pascoli nei posti giusti.
Di questa sapienza antica non c’è traccia nel racconto biblico, che appare poco più di una cornice per esporre questioni giuridiche e religiose.
Le Tavole della Legge, come del resto altre parti della narrazione biblica, contengono senza dubbio precetti antichissimi, che erano stati trasmessi per molto tempo soltanto dalla tradizione orale. Ma il primo dei comandamenti, quello che impone di adorare un solo dio, non è più antico del regno del di Giosia (640-609 a.C.).
L’onomastica rivela che gli Ebrei in origine adoravano altri dèi oltre a quello che sarebbe diventato il loro unico dio e che in ebraico era chiamato Yahweh. Alcune iscrizioni parlano di Yahweh e della sua compagna, una dea cananea di nome Asherah.
Poi adottarono la monolatria, cioè la fede in un unico dio per tutta la nazione, senza escludere che gli altri dei di altri popoli fossero a loro volta veri. Infine, ma solo negli anni dell’esilio babilonese, passarono al monoteismo puro, cioè al riconoscimento di Yahweh come dio unico di tutto l’universo.
Anche il quarto comandamento, quello che impone l’obbligo di onorare il padre e la madre, si ritrova in scritti siriani mesopotamici, anche in forme più esplicite tipo “Mantieni il padre e la madre se vuoi avere diritto all’eredità.”
Lo studio delle culture del Vicino Oriente Antico ha permesso di stabilire che molte narrazioni bibliche non sono originali, ma si sono ispirate a fonti più remote. Il racconto del Diluvio Universale, per esempio, si trova già nel poema epico di Gilgamesh, eroe sumero-babilonese del 2000 a.C., come testimoniato dalle tavolette con scrittura cuneiforme trovate a Ninive.
Incredibile è la somiglianza fra il codice di Hammurabi, re babilonese del XVIII secolo a.C. che fece redigere la più antica raccolta di leggi e i Dieci Comandamenti, come “Non frodare”, “Non adorare altre divinità al di fuori del Signore”, “Non concupire”, “Non desiderare roba d’altri”.
L’episodio riguardante Eva e la mela è tratto da una leggenda sumera che faceva dipendere l’origine dei mali dalla prima donna che, indotta da un serpente a disobbedire al dio creatore, convinse il suo compagno a mangiare il frutto dell’albero proibito. La favola sumera viene raccontata in un documento chiamato “Cilindro della Tentazione” che è conservato presso il British Museum di Londra. Questo documento, scritto nell’anno 2500, esisteva già venti secoli prima che venisse redatta la Bibbia.
La Torre di Babele altro non era che la ziggurat che il re di Ur, Nimrod, fece costruire a Babilonia nel 2100 a.C. in onore del dio Nanna. Per gli storici, la folgorante campagna militare di Giosuè per la conquista della Palestina (la terra che la Bibbia dice promessa da dio ad Abramo, progenitore mitico degli Ebrei) è del tutto inverosimile: chi ne ha scritto il racconto ignorava che all’epoca la Palestina era occupata dagli egiziani, che di sicuro non se ne sarebbero rimasti con le mani in mano. Inoltre, nessun documento contemporaneo ne reca traccia.
L’archeologia ha dimostrato che, fra le città che la Bibbia dice espugnate da Giosuè, Gerico era già in rovina e abbandonata da quattro o cinque secoli e Ai addirittura da un buon millennio.
E i popoli che sarebbero stati sterminati fino all’ultimo uomo, donna e bambino per ordine di Yahweh? Con qualche sollievo gli storici hanno accertato che il loro elenco nella Bibbia è inventato. Salvo i Cananei, che si trovavano davvero in Palestina, ma che di certo non vennero sterminati, e gli Ittiti, autentici anche loro, ma che in Palestina non avevano mai messo piede, gli altri, Amorrei e Perizziti, Hiwiti e Girgashiti, “giganti” e Gebusei sono popoli semplicemente immaginari.
Figlio di David e Betsabea, Salomone segna, nella narrazione biblica, il momento di massimo successo politico degli Ebrei. Succeduto al padre su un trono comprendente tutte le 12 tribù di Israele, Salomone avrebbe allargato i confini del regno fino a farne una potenza regionale. Ma la pretesa che si estendesse dall’Eufrate al “torrente d’Egitto” (oggi Wadi Arish) rivela l’anacronismo: questi sono i confini della satrapia persiana della Transeufratene, istituita però secoli dopo.
La descrizione biblica del grande tempio edificato da Salomone non è credibile: nella Gerusalemme del tempo, una città piccolissima, non ci sarebbe stato neanche lo spazio per erigerlo. Ha poi tutta l’apparenza di una favola il viaggio della regina di Saba che parte dal regno dei Sabei (un territorio dell’odierno Yemen) per far visita a Salomone accompagnata dai suoi cortigiani con doni preziosi per saggiare la sapienza e l’intelligenza del grande re Israelita.
Salomone è forse una figura storica, ma del suo nome non c’è traccia in nessun documento al di fuori della Bibbia.

http://www.homolaicus.com

Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=12957

HOMO SAPIENS, IL FALLIMENTO DI UNA SPECIE

di RUTILIO SERMONTI

Al disopra di tutte le particolari opinioni e degli accaniti dibattiti, non è ormai possibile a nessuno sottrarsi all’amara conclusione che la nostra specie, nonostante il presuntuoso nome assegnatale da Linneo, è fallita.

Ed è fallita, crediamo, proprio per la sua proclamata “sapienza”, ossia la “ragione”, che dovrebbe assegnarle la priorità su tutte le altre.

E’ questa una costatazione, non una spiegazione.

Non siamo in grado, ne presumiamo, di comprendere con chiarezza il motivo per cui la ragione umana, che accompagnò le sue eclettiche caratteristiche fisiche per tutta l’esistenza della specie, permettendole di tener validamente testa alle difficoltà ambientali, a un certo punto, abbastanza recente, della sua storia, abbia assunto caratteri patologici e incompatibili con la vita. Saremmo portati ad assimilare il fenomeno a quello dei tessuti cancerosi, che certamente si sviluppano grandemente, ma lo fanno provocando la necrosi di quelli sani, e, alla fine, anche di se stessi e dell’intero organismo.

Ma, se appuntiamo la nostra attenzione sugli effetti, allora ogni incertezza scompare, tanto essi sono orribili ed evidenti.

Il primo fu che il progresso tecnologico più travolgente non si rivolse ai mezzi per giovare, ma a quelli per nuocere. Nel giro di pochi decenni divenne possibile distruggere la Terra con una fatica minore di quella occorrente per sbucciare una mela: semplicemente spingendo qualche bottone.

E la gerarchia tra le nazioni fu determinata esclusivamente dal possesso di tale diabolica possibilità di dare la morte, non ai guerrieri avversari, ma soprattutto agli inermi e agli indifesi. Autentici babau degli antichi, come un Attila o un Tamerlano, divennero innocui sbarazzini se confrontati a certi “colletti bianchi” del Duemila, col sorriso fino alle orecchie.

Il secondo fu che, nel contempo, la biosfera, ossia il sottilissimo strato superficiale del Globo in cui è possibile la vita, fu incoscientemente saccheggiato o reso tossico, solo per stolta avidità di lucro di pochi speculatori..

Aria non più respirabile, acqua non più bevibile, cibi solidi patogeni e non più affidabili, risorse vitali in genere in esaurimento.

Gli U.S.A., la nazione-guida dei popoli, è quella più ecologicamente degradata, e gli americani continuano giulivi a consumare un ettolitro al giorno pro-capite di acqua dolce, mentre persino la grande falda acquifera di Oglala vede chiudere i pozzi per inquinamento.

Sistemi di pesca sempre più distruttivi mantengono un livello quantitativo di pescato (altamente inquinato) mentre i flutti vedono scomparire ogni anno specie intere di pesci, molluschi e crostacei eduli.

Che ne è stato del krill? Che ne è stato del merluzzo antartico ?

Per quanto attiene alla tragedia degli inquinamenti, va poi tenuto presente (e chi dovrebbe farlo ?) che, per inquinare, basta un mese o anche meno, ma per disinquinare occorrono secoli (secoli: non è un refuso). Quando il sudiciume di superficie ha raggiunto una falda, essa può considerarsi PERDUTA !

Che berrà l’Homo sapiens, tra vent’anni ? Acqua cosiddetta minerale ? E si parla di falde sotterranee. Ma ormai si è arrivati a inquinare di petrolio persino gli oceani e le loro coste !

Ma il terzo risultato, che abbiamo tutti quotidianamente sotto gli occhi, del crollo mentale umano, è forse il più sconfortante. E’ l’atteggiamento dei nocchieri della “civiltà moderna” davanti ai due risultati che abbiamo tratteggiato, e che, di certo, nessuno auspica. Cercano forse essi di arginare e limitare i danni ? Cercano forse di ritoccare il folle modello di sviluppo che quei risultati orrendi ha conseguito ?

Neanche per sogno !

Tutto il loro sforzo è nella ricerca di espedienti per ingannare la gente, per additarle pulsioni illusorie e futili in luogo di quella di salvarsi, per inventarsi capri espiatori, per nascondere la verità. E’ l’incremento, non della consapevolezza, ma dell’incoscienza. Come bambini sciocchi, essi cercano di coprire con le bugie le loro malefatte.

E che, in buona parte, vi riescano, la dice chiara anche sul livello mentale di quelli che ci cascano.

Si supera il livello massimo sopportabile di inquinamento aereo urbano? Basta fare una leggina e aumentare quel livello !

La delinquenza organizzata è più armata delle “forze dell’ordine” ? Si aumentino le difficoltà burocratiche per ottenere il porto d’armi !

La storia insegna l’anamnesi della fatale pazzia ? Si cambia la storia con legge civile e penale, sostituendole una narrazione fantasiosa di comodo ! Non solo si è fatto e si continua a fare il danno: si proibisce e demonizza ogni antidoto ! Un fallimento volutamente provocato, ossia una bancarotta fraudolenta, diremmo.

Così la specie umana, nemica del Cosmo e di se stessa, sta chiudendo ingloriosamente il proprio ciclo, trascinando nella propria rovina tutto ciò che ha infettato col suo contatto, mentre i mentecatti al “potere” si comportano come se disponessero di un pianeta di ricambio.

E le stelle continueranno ad ignorarla.Inserisci link

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