Arrigo Molinari


27 settembre 2005
L’ex questore di Genova Arrigo Molinari viene trovato morto nella sua abitazione.
L’omicidio è avvenuto nella notte, il decesso provocato da due pugnalate.

28 settembre 2005
Il sospetto assassino confessa al proprio legale di essere colpevole dell’omicidio.

Apparentemente sembra chiudersi così l’ennesima tragica vicenda italiana.
Solamente due giorni tra il “tentativo di furto” sfociato in omicidio (notte tra 25 e 26/9) e la “confessione dell’assassino” (pomeriggio del 28/9). In poco più di 48 ore tutte le pedine vanno al loro posto giusto ed il caso potrebbe già ritenersi chiuso.

Facendo delle ricerche in internet troviamo però delle notizie interessanti a riguardo di Arrigo Molinari.
La fonte che più ci parla di Lui è il quotidiano “Il giornale” dal quale veniamo a conoscenza dei seguenti fatti.

L’ex questore cita a giudizio per danni Banca d’Italia (notizia del 4/9/2005) «per non aver svolto un’ adeguata forma di vigilanza sulla Banca di Roma in quanto sua socia, in un precedente procedimento giudiziario».

Il giorno dopo l’omicidio, “Il giornale” pubblica un’intervista inedita nella quale si evince chiaramente contro chi si era messo Arrigo Molinari. Questi qui sotto sono degli stralci, l’intervista completa la potete leggere qui ( da http://www.ilgiornale.it – “La mia ultima battaglia contro l’euro” ).

“[…] Io ce l’ho con la Banca d’Italia e con i suoi soci voraci banchieri privati […] contro la Banca d’Italia e la Banca centrale europea per la cosiddetta truffa del “Signoraggio“, consentita alle stesse fin dal 1992 […] un ministro sottile che ha permesso agli istituti di credito privati di impadronirsi del loro arbitro Bankitalia, e quindi di battere moneta e di prestarla allo Stato stesso con tasso di sconto a favore delle banche private
[…]
Ora i cittadini risparmiatori sono costretti a far ricorso al tribunale per farsi restituire urgentemente il reddito da “Signoraggio“ alla collettività, a seguito dell’esproprio da parte delle banche private italiane che, con un colpo di mano, grazie a un sottile ministro che ha molte e gravi responsabilità, si sono impadronite della Banca d’Italia battendo poi moneta e togliendo la sovranità monetaria allo Stato che, inerte, dal 1992 a oggi ha consentito questa assurdità.
[…]
L’emissione della moneta, attraverso il prestito, poteva ritenersi legittima quando la moneta era concepita come titolo di credito rappresentativo della Riserva e per ciò stesso convertibile in oro, a richiesta del portatore della banconota […] Poi, cioè una volta abolita la convertibilità e la stessa Riserva anche nelle transazioni delle Banche centrali avvenuta con la fine degli accordi di Bretton Woods del 15 agosto 1971, la Banca di emissione cessa di essere proprietaria della moneta in quanto titolare della Riserva aurea. […]
Prima Bankitalia, nella sua qualità di società commerciale, fino all’introduzione dell’euro in via esclusiva e successivamente a tale evento, quale promanazione nazionale della Banca centrale europea, si arroga arbitrariamente e illegalmente il diritto di percepire il reddito monetario derivante dalla differenza tra il valore nominale della moneta in circolazione, detratti i costi di produzione, in luogo dello Stato e dei cittadini italiani.
[…] Sembra un assurdo, ma purtroppo è una realtà. L’euro, però, è dei cittadini italiani ed europei, e non, come sta avvenendo in Italia, della banca centrale e dei suoi soci banchieri privati.
Testo integrale qui ( http://www.ilgiornale.it – “La mia ultima battaglia contro l’euro” ).

Altro interessante articolo de “Il giornale”: “Il sistema delle banche tradisce i risparmiatori” nel quale leggiamo:

[…] il dibattito che è scaturito sulla cosiddetta vicenda Fazio non è tanto sulla regolamentazione dei poteri e sulla durata in carica del governatore, quanto una meritoria presa di posizione dello Stato italiano di riappropriarsi di risorse, il cosiddetto reddito di “Signoraggio“, nella quale era stato, seppure in parte, espropriato in favore di soggetti privati. Invero e singolare se non addirittura assolutamente inaccettabile che l’istituto di emissione in uno Stato sovrano sia in primis una società per azioni commerciale, nonché partecipata per la maggioranza assoluta da soggetti privati che nulla hanno a che vedere con le ragioni pubbliche che dovrebbero presidiare ogni determinazione relativa alla Banca centrale […]

La settimana precedente all’omicidio, proprio da una sua denuncia, erano stati rinviati a giudizio 6 tra ex direttori e direttori di istituti bancari della Riviera di Ponente con l’accusa di usura.

http://signoraggio.blogspot.com/2005/09/arrigo-molinari.html

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A favore del protezionismo

Maurizio Blondet

La Apple delocalizza ancor di più, e finalmente il New York Times si inquieta di ciò che la globalizzazione ha fatto agli esseri umani americani. Praticamente tutti i 70 milioni di iPhone e i 30 milioni di iPad sono fabbricati fuori dagli USA. Apple ha ancora 43 mila dipendenti negli Stati Uniti; ma paga altri 700 mila lavoratori non americani che dipendono da sub-fornitori, contractors e progettisti. (How the U.S. Lost Out on iPhone Work)

Ora, altri posti di lavoro nell’industria più famosa del mondo stanno per emigrare, e non tornare più, piange il New York Times. Dalla sua inchiesta emergono alcune realtà sottaciute sui veri rapporti fra capitale e lavoro nel capitalismo terminale.

Nel 2011, Apple ha estratto 400 mila dollari di profitto puro da ognuno dei suoi dipendenti, più di Goldman Sach, Exxon o Google. Solo microscopiche briciole di questo titanico profitto sono state restituite ai lavoratori che l’hanno generato. Anzi il lavoro è pagato sempre meno.

Apprendiamo dall’inchiesta del massimo giornale americano quanto costa fabbricare un computer che viene messo sul mercato a 1.500 dollari: 22 dollari a Elk Grove (cittadina della Silycon Valley californiana), ma 6 dollari a Singapore, e 4,85 a Taiwan. Su un prezzo finale, ripeto, di 1.500 dollari, il costo del lavoro sembra risibile comunque. Eppure la differenza basta, secondo il dogma liberista, a giustificare la delocalizzazione.

Ma ciò che allarma il New York Times è la scoperta che, ormai, non sono nemmeno più le paghe basse il vero motivo delle ultime delocalizzazioni. Sono, invece, la rapidità ed alta qualità dei lavoratori cinesi impiegati nel montaggio, la vasta e integrata rete di industrie di sub-fornitura, la sua velocità ed adattamento nel rispondere alle richieste di Apple.

Il giornale cita un esempio che mette il freddo alla schiena: poche settimane prima dal lancio sul mercato dell’iPhone, Steve Jobs si accorge che lo schermo in plastica si riga facilmente, e pretende immediatamente, strepitando, uno schermo in vetro. Vi risparmio i dettagli sulla difficoltà tecnica di tagliare rettangolini di vetro temprato ad angoli smussati, problema che una ditta cinese si offre di risolvere. Si tratta di riprogettare la parte all’ultimo minuto, mettere in piedi una linea di montaggio nuova.

Soluzione: altra telefonata in Cina. A mezzanotte ora locale. Là, racconta il New York Times,

«un caposquadra sveglia 8 mila lavoratori che giacciono nei dormitori dell’azienda, a ciascuno di loro viene dato un tè e un biscotto, vengono avviati alle stazioni di lavoro entro mezz’ora e cominciano un turno di lavoro di 12 ore per applicare i vetri nelle cornicette smussate. Entro 96 ore, la ditta stava producendo10 mila iPhones al giorno».

«L’intera catena di fornitura oggi è in Cina», si esalta un dirigente di Apple: «Hai bisogno di mille guarnizioni in gomma? La fa la ditta a fianco. Vuoi un milione di viti? È la fabbrica nella strada accanto. Vuoi le viti fatte in modo un po’ diverso? Ci vogliono tre ore». E tutto benissimo, con grande qualità e flessibilità, lavorando tanto e con tanti uomini quando c’è bisogno, e poco con pochi uomini quando non occorre.

Conclude un altro dirigente Apple (tutti anonimi, per prudenza, ci vuol niente a farsi licenziare in tronco):

«Non ci dovete criticare per il fatto che usiamo lavoratori cinesi; gli Stati Uniti hanno smesso di produrre gente con le qualità richieste».

E questo, finalmente, allarma il grande giornale americano: la improvvisa consapevolezza che la delocalizzazione – sottoprodotto inevitabile della globalizzazione – ha provocato una perdita di competenze, di know-how e di tessuto industriale nella nazione, che sta diventando irreversibile.

Non ci saranno mai più in USA i lavoratori «ideali» per il capitalismo terminale – ossia alloggiati a migliaia nei dormitori aziendali, svegliabili nel cuore della notte per cominciare turni di 12 ore, nutriti con tè e un biscotto – perchè i lavoratori americani, pur disposti a quella nuova vita, non sono più capaci di fare il lavoro.

Ovviamente, il giornale di New York non arriva a dire esplicitamente che quelle capacità dei lavoratori cinesi ed asiatici, e il tessuto di distretti industriali integrati che risponde alle «esigenze della casa», non sono eventi naturali: sono stati «regalati» dall’ex Primo Mondo alla Cina e all’Asia, a forza di globalizzazione. È la conseguenza di aver ammesso la Cina nel «mercato globale» nonostante le sue violazioni delle condizioni dettate dal WTO per gli (altri) attori del mercato globale: libera fluttuazione della moneta nazionale, condizioni «decenti» di lavoro, adesione ai Protocolli di Kyoto sull’inquinamento, assenza di dazi doganali.

A queste condizioni, beninteso, solo gli occidentali obbediscono. La Cina invece può infischiarsene delle norme sull’inquinamento, alloggiare i suoi schiavi nei dormitori, violare i minimi sindacali, e distorcere il valore della sua moneta nazionale tenendolo artificialmente basso con interventi monetari di Stato, senza incorrere nelle multe miliardarie del WTO.

Il gioco è sleale, i dadi sono truccati. Ma metterli in discussione significa evocare una parola demoniaca, censurata, una parola tabù: protezionismo.

Nel 2009, la Francia è stata minacciata di sanzioni dalla Commissaria Europea alla concorrenza, Neelie Kroes, per aver condizionato il sostegno pubblico alla sua industria automobilistica a un impegno a non-delocalizzare e a proteggere i posti di lavoro interni. Nello stesso tempo, anzi da prima (dal 2000) Pechino ha imposto un dazio del 23% sull’importazione di aerei di medio raggio, obbligando Airbus e Boeing a fabbricare aerei in Cina, dunque ad insegnare là le competenze e creare le strutture che accetta di far sparire da questa parte del mondo; in attesa del momento in cui, inevitabilmente, la Cina avrà imparato a sostituire anche i quartier generali di progettazione. E allora ci sarà uno Steve Jobs clonato con occhi a mandorla. Perchè la perdita di know how non si ferma certo al livello dei tecnici di medio rango.

Ma non si può ripagare la Cina con la sua moneta, mettendo dazi contro le sue merci: è «protezionismo», e la dogmatica economica vigente sostiene che il protezionismo fu la causa della grande depressione 1929-39. Ora, i custodi del dogma sostengono che il protezionismo è una tentazione da respingere, perchè sarebbe la discesa nell’inferno della miseria e della rovina economica – specie dei nostri esportatori occidentali.

Ma è proprio così?

Recentemente il Mercosur (la sorta di mercato comune che unisce i Paesi sudamericani, compreso Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, più Venezuela, Bolivia ed Equador come associati) ha introdotto di comune accordo misure di protezione del suo mercato interno contro le merci a basso prezzo provenienti dalla Cina e dagli USA, entrambi accusati di mantenere artificiosamente svalutata la loro moneta. Il Brasile ha imposto diritti di dogana del 30% sulle auto importate dall’estero. Vale la pena di notare che si tratta di Paesi in crescita, nei quali il protezionismo non porta alla rovina, ma al contrario ha provocato alcuni fenomeni di ri-localizzazione. L’Argentina, ponendo dazi sui Blackberry importati, ha «convinto» la ditta produttice, la multinazionale RIM, a produrre in Argentina i cellulari che vi vende. (Protectionnisme : l’exemple du Mercosur, par Jean-Luc Melenchon)

Un economista francese, Gael Giraud del CNRS (la Francia sembra il solo Paese dove si cerca di opporsi al tabù, portando il protezionismo nella discussione pubblica) (1) ha provato a valutare costi e benefici dell’elevare «una barriera di dazi doganali attorno alla UE», un mercato di 495 milioni di abitanti, il più vasto e (per il momento) ancora il più ricco mercato del mondo. Prima che perda ulteriori competenze e tessuto sociale, Giraud propone di imporre attorno all’Unione barriere doganali penalizzanti beni, servizi e capitali provenienti da Paesi che: a) non rispettino le condizioni di lavoro «dignitose» secondo la definizione di dignità elaborata dalla Organizzazione Internazionale del Lavoro (un ente dell’ONU); b) che non rispettino gli accordi di Kyoto sull’inquinamento (che le imprese europee sono obbligate a rispettare dalla Commissione Europea; c) che tollerano o mantengono istituzioni che permettono di eludere la tassazione dovuta altrove, paradisi fiscali e simili, nei termini della «opacità finanziaria» come definita dal Tax Justice Network.

Come si vede, c’è il tentativo di appoggiare i dazi punitivi non già a convenienze d’interessi lobbistici, ma a criteri «oggettivi» definiti da organizzazioni internazionali rispettate.

Nè Giraud pensa alle barriere doganali come ad una comoda protezione dietro alle quali si limiti a vivacchiare un’Europa sempre meno concorrenziale e con industrie obsolete. No, i dazi devono essere accompagnati da un gigantesco piano di mutazione delle nostre industrie e dell’agricoltura:

«Ci occorre una rivoluzione industriale non meno fenomenale di quella del XIX secolo».

L’Unione Europea sembra voler promuovere l’economia «verde», la trasformazione in senso ecologista-biologico, più «pulito» e ad «energia rinnovabile» della produzione? E allora faccia sul serio: il clima e l’energia richiedono grandi investimenti infrastrutturali a lungo termine: la diffusione di treni ad alta velocità, la cattura del biossido di carbonio (il famoso gas ad effetto-serra), l’isolamento termico delle abitazioni esistenti per il risparmio energetico… Investimenti da forse 600 miliardi di euro, che non sono possibili sotto la pressione della concorrenza internazionale, che lima i profitti e il surplus. Invece, le tasse estratte coi nuovi diritti doganali fornirebbero i mezzi necessari per finanziare la grande transizione verso l’industria verde e l’agricoltura sostenibile.

Un’Europa così fortificata e dedita alla propria mutazione interna esporterebbe di meno? Non dimentichiamo che nè l’Inghilterra nella prima rivoluzione industriale, nè gli USA e nemmeno la Germania hanno fatto ricorso alle esportazioni per il loro decollo economico. Il successo della Germania che ha fondato la sua ripresa nell’export, e che è la causa degli squilibri interni alla UE che penalizza i Paesi mediterranei (2), non è sostenibile a lungo termine – e nessuna concorrenza alla Cina può durare.

Il cordone sanitario dei dazi non significa rinunciare alla concorrenza. Al contrario, significa ristabilire condizioni di concorrenza leali all’interno del mercato europeo, in quanto le aziende estere che intendono continuare a profittare del grande mercato europeo dovranno portare almeno parte della produzione in Europa – insomma la protezione porta alla ri-localizzazione – e dovranno produrre nelle stesse condizioni della aziende europee. Naturalmente anche gli Stati europei che finora si sono esentati dalle norme europee dovranno assoggettarsi ad una armonizzazione fiscale per rendere la concorrenza leale: Regno Unito, Lussemburgo, Malta e Irlanda sono oggi dei veri e propri paradisi fiscali che attirano aziende con le basse imposizioni tributarie. Dovranno decidere se restare dentro o fuori.

Il protezionismo abbasserà il costo della vita, attraverso il rincaro dei prodotti importati e gravati da dazi doganali?

Giraud ci ricorda questa semplice verità: i prezzi bassi dei cellulari e computer asiatici sono un’illusione. Ciò che oggi in Europa guadagniamo come consumatori di merci a buon mercato, lo perdiamo come salariati, data la compressione dei salari dovuta alla globalizzazione (le nostre paghe stanno scendondo verso quelle cinesi); senza contare il gravissimo costo, mai conteggiato, della perdita posti di lavoro, di competenze e tessuto industriale irreversibile, che è niente meno che il degrado della civiltà occidentale. Per contro, la protezione doganale renderebbe possibile il recupero dei salari che incide crudelmente in tutta Europa, Germania compresa. Oltretutto, come abbiamo già detto, le imprese estere, per evitare i dazi, non avrebbero che da spostare la produzione per il mercato europeo all’interno del continente europeo: la fuga delle delocalizzazioni potrebbe conoscere un’inversione. Com’è già avvenuto in Argentina per i Blackberry, e in Brasile per lo iPad, che la cinese Foxconn ha accettato di produrre in Brasile.

Bisogna tenere in conto che alle elevazioni di dazi o tariffe europee il resto del mondo, Cina anzitutto, risponderebbe con ritorsioni, con dazi sulle nostre esportazioni. Le imprese esportatrici europee ne soffrirebbero, ci viene detto coi toni più allarmistici. Ma è mai stato fatto il calco dei costi-benefici? Giraud è il primo a provarci, buttando giù due cifre: che valgono per la Francia, ma sostanzialmente anche per l’Italia.

Nel 2008, erano 100 mila le imprese francesi che esportavano all’estero: sembrano tante, ma sono una impresa su 20 (le altre 19 lavorano per il mercato nazionale). Per giunta, solo 1.000 (mille) di queste imprese assicurano il 70% della cifra d’affari all’export; sono i grandi gruppi francesi, oppure gruppi stranieri con basi in Francia. La parte delle piccole-medie industrie resta limitata.

Non basta: la metà delle piccole-medie imprese esportatrici ha come sbocco Paesi dell’Europa, dunque non sarebbero penalizzate dal cordone sanitario dei dazi doganali. Solo un quarto esportano verso un Paese emergente. Gli introiti prelevati coi dazi potrebbero essere impiegati a sostenere queste piccolo-medie imprese penalizzate dalle ritorsioni commerciali estere. Si tenga contro che il lancio della «riconversione verde» della produzione, il risanamento immobiliare e del territorio, creeranno posti di lavoro capaci probabilmente di compensare l’eventuale perdita di mercati esteri.

Ad essere veramente penalizzato in Europa sarebbe il settore finanziario: come sappiamo, è questo il settore che ha imposto le «politiche» a sè favorevoli, che oggi passano come il Vangelo del buon-governo, e che la Commissione Europea e la BCE applicano con dura diligenza: bassa inflazione (che fa comodo ai creditori finanziari) e abbassamento dei salari reali (la «grande moderazione» applicata da Ciampi su ordini dei superiori incogniti, ed accettata dai sindacati). D’altra parte, la bassa inflazione ha reso socialmente sopportabile la deflazione salariale alle classi lavoratrici (non parlo dei dipendenti pubblici, che in Italia hanno strappato aumenti maggiori dell’inflazione). Però è proprio l’inflazione mantenuta artificialmente bassa dal «rigore» dei banchieri centrali ad aver favorito l’esplosione dei rendimenti finanziari, nonostante una crescita dell’economia reale assai fiacca da vent’anni. Il che significa, per parafrasare Paul Krugman, che il settore finanziario «ha estorto valore anzichè crearlo», il capitale s’è ritagliato la fetta più grande a spese del lavoro… fino a quando l’insufficienza del potere d’acquisto delle famiglie occidentali ha portato al ricorso massiccio al credito al consumo, del resto attivamente offerto dalla finanza speculativa, che a sua volta ha portato al crack del 2007, con le famiglie americane insolventi sui mutui che non potevano permettersi. E adesso, per salvare il sistema parassitario, hanno dimenticato il dogma della «stabilità dei prezzi»: stampano moneta al galoppo, il che presto o tardi riprodurrà inflazione, e forse iper-inflazione.

La barriera doganale consentirebbe un rilassamento della stretta salariale in Europa. Non si deve dimenticare che i Paesi europei hanno conosciuto i loro periodi di crescita, persino di «miracolo economico», in tempi di relativa inflazione. Le rendite finanziarie se ne trovano meccanicamente erose. Non è detto sia un Male Assoluto.

D’altra parte, i Paesi grandi esportatori hanno bisogno di rivalorizzare la domanda interna, anzichè spingere l’export con tutti i mezzi. In Cina, il consumo delle famiglie rappresenta meno del 35% del PIL nazionale; era il 50% nel 1998. La massa salariale cinese è stata nel 2010 pari al 48% del PIL, mentre era il 52% nel 2001. È evidente che i successi che la Cina ha tratto dalla globalizzazione non sono distribuiti ai suoi salariati; e che i cinesi consumano troppo poco.

Prima della apertura ai mercati mondiali, la Cina aveva un’assicurazione sanitaria rudimentale, ma universale; è stata abolita per accrescere il suo «vantaggio competitivo» abbassando ulteriormente il suo costo del lavoro. È a questa logica aberrante che l’erezione di barriere doganali europee farebbe da ostacolo. Non è sano un mondo in cui l’OPEC e la Russia, esportatori di petrolio, realizzano da soli il 50% delle esportazioni mondiali; nel 1998, era il 27%. Anche quei Paesi devono volgersi allo sviluppo del mercato interno.

Con i suoi 450 milioni di abitanti che hanno ancora competenze e solvibilità, l’Europa resta il mercato più vasto e ricco del mondo e potenzialmente con una buona misura di autosufficienza; ha dunque argomenti da far valere a quei Paesi che minacciassero ritorsioni commerciali, onde negoziare le condizioni a cui accetta di acquistare da fuori beni e servizi. Del resto, abbiamo già detto che la Cina pone un dazio del 23% sugli Airbus, e che il Brasile mette un dazio del 30% sulle auto importate. Il che significa che già subiamo «ritorsioni», senza aver nemmeno cominciato a praticare il protezionismo.

Scoppiata la crisi, gli Stati si sono indebitati – precisamente, hanno indebitato i contribuenti – per salvare le banche; le norme della concorrenza del Trattato di Lisbona sono state rovesciate dalle concentrazioni bancarie operate a causa (o col pretesto) della crisi, ancorchè il rischio sistemico connesso a banche troppo grandi per esser lasciate fallire contravvenga platealmente alle regole della concorrenza. Come si vede, la Commissione sa fare eccezione ai suoi sacri principii, quando conviene alla finanza.

È ora che queste «sacre» regole siano oggetto di un vero dibattito democratico. Occorre che si acquisti coscienza della perdita di competenze e reti industriali irreversibile, che è il vero costo della globalizzazione. Bisogna dare la coscienza di massa che il dumping salariale, la «deflazione interna» e l’austerità, non è la sola via che ci resta per risanare l’economia.

Ovviamente, ci si devono aspettare forti e varie opposizioni. L’Inghilterra resterà ostile per tradizione (ha inventato il liberismo mondializzato) e per le sue relazioni transatlantiche (buon pro le faccia). La Germania ha scelto la via delle esportazioni extra-europee come motore principale della sua crescita; dato il suo attuale successo, si sente come il grande beneficiario del libero-scambismo globale. Occorrerà attendere che l’illusorietà di questa soluzione sia manifesta, come inevitailmente avverrà. L’America che credeva di essere la grande favorita della globalizzazione, sta scoprendo amaramente – come rivela il New York Times – di aver perso la produttività dei suoi lavoratori e la loro alta qualità, a vantaggio dei cinesi che hanno imparato – nelle imprese delocalizzate dall’Occidente – il lavoro di qualità, per giunta più flessibile, più rapido, più integrato in distretti industriali nuovi di zecca, e a basso costo. L’illusione tedesca è, a termine, insostenibile. Le sue classi medie hanno visto calare il loro potere d’acquisto in questi 15 anni, e l’hanno disciplinatamente accettato per conquistare le posizioni di grande esportatore sul mercato globale; ma verrà il giorno in cui scoprirà di non essere competitiva di fronte alle competenze acquisite (anzi, che abbiamo regalato) ai giganti demografici asiatici. Allora si troverà davanti ad una dolorosa revisione di strategia, e di ideologia.

Quando? «Una revisione profonda del concetto stesso di concorrenza», conclude tristemente Giraud, «non è oggi alla portata intellettuale della Commissione Europea, nè della Organizzazione Mondiale del Commercio».

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1) Per esempio, un saggio dal titolo Inévitable protectionnisme, di Franck Dedieu, Benjamin Masse-Stamberger e Adrien de Tricornot viene ampiamente discusso su L’Express (Le libre-échange en échecs)
2) Un recentissimo studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) accusa i bassi salari tedeschi di essere la causa dello squilibro strutturale della zona euro. «Il costo del lavoro in Germania è caduto da un decennio in rapporto ai concorrenti, mettendo la loro crescita sotto pressione, con conseguenze nefaste per le loro pubbliche finanze». (Les bas salaires allemands accusés d’être à l’origine de la crise en zone euro).

http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_jcs&view=jcs&layout=form&Itemid=141&aid=73618

Gladstone e la “negazione di Dio”


Una strategia atta a screditare il governo napoletano, in rotta di collisione con gli interessi inglesi nel Mediterraneo.

di: Gaetano Marabello

Generalmente dello statista inglese William Ewart Gladstone null’altro si ricorda in Italia, tranne una sprezzante definizione: quella di “negazione di Dio eretta a sistema di governo”. Egli – si insegna tuttora a scuola – rivolse tale accusa al re delle Due Sicilie Ferdinando II di Borbone, per bollarne il malgoverno. Queste parole, una volta rese pubbliche, divennero lo slogan preferito dei propagandisti rivoluzionari d’ogni tipo, che da allora le strumentalizzarono nei loro attacchi indirizzati a questo sovrano. Ma vediamo meglio di cosa si trattò.
Come sanno gli storiografi, l’ingenerosa frase fu inserita in una delle due lettere, che nel 1851 il lord di Liverpool inviò al suo primo ministro George Hamilton Gordon Aberdeen. L’epistolario in parola era sotteso ad una finalità diffamatoria, che andava ben oltre la tagliente espressione in esame. Esso era infatti frutto di una strategia subdolamente architettata a tavolino, che mirava a screditare il governo napoletano entrato in rotta di collisione con gli interessi britannici nel Mediterraneo. Ma, contrariamente a quanto si è pensato in passato, non si trattò di un maneggio politico uscito unicamente dal sacco inglese. Ci mise infatti lo zampino pure un avvocato brindisino, tale Giacomo (poi James, quando divenne segretario di Gladstone) Lacaita. Secondo lo scrittore liberale Raffaele De Cesare, “non a torto” costui fu ritenuto il vero suggeritore della famosa frase. E non solo, ché anche gran parte di tutto il veleno, vomitato da Gladstone sul regno di Napoli, deve farsi risalire a questo transfuga della natia terra d’Otranto. Una volta avviato, il diabolico piano funzionò a meraviglia grazie all’amplificazione di cui fruirono le lettere stesse.
Infatti, fu la stampa internazionale, che già allora era strumento dei cosiddetti poteri forti, a fornire la cassa di risonanza ideale all’offensiva massonica e protestante che vi si nascondeva dietro.
l’offensiva venne opportunamente scatenata all’indomani del fallimento dei moti del ’48. Occorreva una nuova scossa per scardinare il sistema. E la frase circa la asserita “negazione di Dio” ne fu il grimaldello su misura.
Ma chi era Gladstone? Dotato di un’oratoria brillante, entrò nel 1832 alla Camera dei deputati. Oggi, il suo esordio sul prestigioso proscenio della maggiore potenza imperialista dell’epoca scatenerebbe un vero vespaio tra i sostenitori del “politicamente corretto”. Infatti, il neo deputato si lasciò andare ad un bel discorsetto a favore della… schiavitù. Non ci si meravigli troppo per quello che può apparire uno scivolone tanto grossolano. In verità, questo epigono di Voltaire (che, a sua volta, aveva fatto altrettanto!) difendeva solo gli interessi della famiglia. E la sua famiglia era notoriamente una sfruttatrice di stuoli di schiavi nelle piantagioni della Guinea. Per inciso, diciamo che il tanto vituperato re Ferdinando II aderì alla Convenzione del 14 febbraio 1838 contro la tratta di esseri umani. E, nonostante ciò, fu proprio lui a diventare poi la “negazione di Dio” agli occhi dello schiavista britannico!
Anche in campo religioso il presuntuoso lord aveva un comportamento davvero britannico. Certo, per lui, il concetto di Padreterno andava bene. C’era però un ma: per andar bene, l’Altissimo doveva semplicemente sottostare all’idea di “Progresso”, frutto dei Lumi. Un Padreterno, dunque, che s’avvicinava molto a quello che stava pure nella testa di Mazzini. Alla luce di tali presupposti, Gladstone non poteva che detestare la Chiesa cattolica ed appoggiare di converso la Chiesa anglicana. Non per niente le due istituzioni avevano idee tanto opposte sul tema del Progresso. Sicché, anche sotto questo riguardo, la parola “negazione” scagliata contro Ferdinando II va presa con le pinze. A quale “Dio” si riferiva in effetti Gladstone? Il Borbone – come è noto – era devotissimo (forse anche troppo) al Dio cattolico. Sorge dunque il legittimo sospetto che, nella mente del “fratello di loggia” Gladstone, il Dio negato da Ferdinando fosse in realtà il G.A.D.U. massonico, e non quello del Vangelo. Naturalmente, poiché l’equivoco non era chiaro alla mente dei più, l’invettiva era ideale per generare sdegno e riprovazione verso il re bollato come irreligioso.
Va aggiunto che, come molti benestanti acculturati del tempo, Gladstone amava andarsene a spasso per il mondo quando poteva. Tra i suoi itinerari figurava ovviamente pure l’Italia, essendo egli attratto dalle vestigia della paganità romana e dal Dante esoterico dei rossettiani. Accadde così che una di queste escursioni, tra il 1850 e il 1851, toccasse Napoli. Ufficialmente il lord esibì la scusa di dovervi curare la figlia. Ne profittò, invece, per farsi accreditare presso la corte borbonica per tutta la durata di un processo, che in quel momento era in corso a carico dell’associazione sovversiva “Italia unita”. Al fine d’esercitare un’indiretta pressione psicologica sia sul procuratore generale sia sui giurati, egli finse d’aver problemi di udito. Ottenne perciò l’inaudito privilegio di sedersi a loro fianco (il che già di per sé smentisce la successiva accusa che il regno dei Borbone fosse nemico d’ogni libertà). S’è visto mai un estraneo sedersi tra i magistrati nell’esercizio della giurisdizione penale? Il malizioso escamotage non giunse però a segno, perché la Gran Corte Speciale riconobbe la colpevolezza di Poerio, Settembrini, Faucitano e altri affiliati. Apriti cielo! Gladstone, nella sua filippica epistolare successiva, tirò in ballo proprio la “specialità” della corte per proclamare che a Napoli vigeva l’obbrobrio dei Tribunali eccezionali. Egli fingeva d’ignorare che la Gran Corte Criminale era competente a giudicare ogni genere di delitti. Ed assumeva l’aggettivo “Speciale” unicamente se c’era in ballo qualche reato contro lo Stato. Non trattavasi perciò di una deroga all’ordinamento processuale ordinario. Ché, anzi, in tal caso – a maggior garanzia degli imputati – il numero di magistrati della giuria addirittura aumentava. Appena furono scritte le due lettere (la seconda delle quali autorizzava l’eventuale pubblicazione del carteggio), Aberdeen si mosse secondo le intese. Minacciò lo scandalo, se Carlo Poerio non fosse stato liberato. Ricevuto l’inammissibile ultimatum, che costituiva un’indebita intrusione negli affari interni dello Stato, l’ambasciatore napoletano a Londra informò per ben due volte il suo governo. Tuttavia, non si sa se per incoscienza o per complicità settaria, il ministro degli esteri borbonico Giustino Fortunato tacque con il suo re, facendo così esplodere la bomba. A quel punto, a nulla valse che il povero Ferdinando II, nel frattempo informato di persona dall’ambasciatore, licenziasse il ministro fellone. Il sovrano provò pure a smentire ufficialmente le calunnie, contenute in quella sorta di libelli infamanti. Fatica vana, ché le lettere erano state intanto inviate di proposito a tutte le cancellerie mondiali. E chi mai se la sarebbe sentita di urtare la potentissima Inghilterra? Il risultato quindi fu esattamente quello sperato dai cospiratori: nessuna potenza osò schierarsi apertamente in favore del regnante vilipeso. Un po’ quello che accade oggi, quando ci son di mezzo gli Stati Uniti e perciò la paura fa novanta. Solo qualche inglese, come il conte James Howard Harris Malmesbury, si lascerà scappare in seguito la maliziosa osservazione d’aver trovato troppo grasso il Poerio, da lui incontrato di lì a poco. Osservazione, che smentiva in pieno i pretesi patimenti sofferti nelle “tremende” segrete del carcere, dove in realtà – udite udite! – il detenuto prendeva quotidianamente il caffè col direttore. E invece le invettive di Gladstone vennero subito contrabbandate per oro colato. Nessuno sottolineò che spesso e volentieri egli stesso affermava d’aver solo sentito in giro per Napoli quelle stesse affermazioni, che aveva ripreso, compresa la faccenda della “negazione di Dio”. A distanza di anni, nel corso d’una successiva visita a Napoli ormai ridotta a provincia del Regno d’Italia, pare che questo figuro abbia ammesso di non avere mai messo il naso nella fetida prigione di Poerio. E, del resto, avrebbe mai potuto visitarla, se fosse davvero stata un’inaccessibile prigione supervigilata? Eppure l’aveva descritta come l’anticamera dell’inferno quasi ci fosse stato davvero. Ma, la cosa più assurda è che egli predicava bene e razzolava malissimo. Era cioè il meno titolato a parlare delle sofferenze di un “paglietta” (leguleio) napoletano come Poerio. Nello stesso periodo, infatti, divenne di dominio pubblico il caso di un altro avvocato: Ernst Charles Jones. Nella conclamata patria delle libertà d’oltre Manica, egli fu condannato solo per aver pronunciato un discorso non autorizzato e non gradito dal potere. Messo a pane e acqua, il poveretto dovette scontare due anni di lavori forzati assieme ai criminali comuni. Nell’ameno soggiorno in galera, stando a Lord Dudley Stuart, egli perse la bellezza di “quattordici libbre del suo peso in cinque settimane”! Altro che Poerio. A ciò si aggiunga che le prigioni di Sua Maestà britannica, rigurgitanti di detenuti, specie irlandesi, erano quanto di peggio esistesse al mondo. Erminio Di Biase nell’edificante libro “L’Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie”, edito da Controcorrente, racconta: “Non era consentito l’uso di scope, secchi e ramazze. Sapone e asciugamani non venivano forniti, per cui un uomo rimaneva senza cambiarsi d’abito e senza mai potersi lavare. In qualche prigione i bisogni corporali erano fatti alla presenza altrui. Venti prigionieri erano stipati “a cucchiaio” in spazi di 6 metri per due”. E non è tutto. In “Capital punishment” di S. Jones, edito a Nottingham nel 1993, si dice che nel 1856 (e quindi ben oltre la condanna di Poerio) il Prison Act fissò regole ancora più drastiche. Veniva cioè consentito usare sui detenuti la sferza e il gatto a nove code (cosa che nessuno – neanche Gladstone – ha mai invece contestato ai Borbone). Insomma il nostro sensibile lord era pronto a commuoversi per i poveri carcerati napoletani, ma aveva il pelo sullo stomaco di fronte a connazionali e schiavi. A questo fustigatore degli altrui costumi evidentemente andava a pennello solo quel ch’era inglese. E digeriva persino senza batter ciglio che, nella civilissima e liberale Inghilterra, reati orribili come l’incesto non fossero puniti sulla sola parola del violentatore. Per venire assolto, al padre snaturato bastava dichiarare che la sventurata figlia non si era difesa a dovere. Complimenti!

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Le origini dell’antiamericanismo neofascista



I sodali del Msi avrebbero potuto essere i veri avversari della Nato e non i comunisti che lo erano più che altro in virtù di una loro subordinazione agli interessi sovietici nati a Jalta.

di: Maurizio Barozzi

Nel secondo dopoguerra la scelta di civiltà antibolscevica ‘degrada a milizia antioperaia’, la Terza via tra comunismo e capitalismo a ‘semplice difesa dell’ordine costituito”, le istanze sociali a “sostegno per gli interessi più conservatori’. Il neofascismo degli anni ’50 così, si spoglia di ogni richiamo alternativo allo status quo. Si appiattisce nella rabbiosa difesa dell’esistente, dominato com’è dalla divorante paura del comunismo. Non più oltre, ma semplicemente indietro. Al carattere illiberale unisce quello conservatore, non senza, talora venature reazionarie”.
Si apre così, con questo passaggio che riprende anche frasi tratte da “La destra italiana” di R. Chiarini, Marsiglio Ed. 1995, un importante saggio “L’antiamericanismo neofascista delle origini (1945 – 1954) pubblicato dalla prestigiosa rivista Nuova Storia Contemporanea N. 5 del settembre/ottobre 2011, ad opera del prof. Luca Tedesco, ricercatore storico e insegnate presso l’Università degli studi di Roma Tre.
Sono frasi che si possono sottoscrivere in pieno, parola per parola e che inchiodano per sempre al giudizio della Storia il neofascismo, quella degenerazione ideale, politica e storica del fenomeno fascista che pur con la Rsi aveva portato a compimento un percorso politico, sociale e ideologico più che ventennale ed aveva combattuto contro l’Occidente quella guerra del sangue contro l’oro, mostrando al mondo il suo messaggio di Civiltà.
Il neofascismo, viceversa, divenne ben presto tutt’altra cosa, un penoso anticomunismo viscerale, senza capo né coda, che morirà con il suo stesso nemico nel momento in cui, con la caduta del “muro”, verrà meno l’ “avversario di comodo”, in virtù del quale aveva potuto giustificare quasi mezzo secolo di nefandezze e tradimenti.
Ma ancor peggio il neofascismo diverrà la guardia armata, la truppa cammellata, a difesa della subordinazione del nostro paese al colonialismo americano, colonialismo che stravolse e sottomise l’Italia in ogni campo: da quello culturale ed esistenziale a quello economico, per finire a quello militare, subordinando, nel sistema Atlantico, tutti i nostri più alti comandi militari ai Comandi Nato e utilizzando elementi neofascisti o semplicemente di destra per le operazioni stay behind e per la costituzione delle cellule Gladio, fino a coinvolgerli nel tragico periodo storico che è passato sotto il nome di “strategia della tensione”.
Tutte situazioni queste che, dietro la scusa dell’anticomunismo e della difesa da una ipotetica invasione sovietica a Nord Est, in realtà avevano il compito di condurre una guerra non ortodossa per il mantenimento dello status quo e nell’interesse statunitense.
Era il risultato della spartizione dell’Europa decisa a Jalta, una divisione anche ideologica e strategica tra sovietici e occidentali che spaccò le popolazioni, i partiti e i governi di tutto il continente in partigiani della Nato e in partigiani del Patto di Varsavia, divorando ogni energia intellettuale, fisica e politica in un confronto che era funzionale soltanto ad entrambi gli occupanti.
Ma questi opposti schieramenti, Cortina di ferro e cosiddetto “mondo libero”, che furono la carta vincente per il mantenimento dello stato di asservimento dell’Europa, in attesa che tutta la civiltà europea venisse a poco a poco dissolta e snaturata (mondialismo), furono anche una vera e propria truffa, perché la sostanza degli accordi di Jalta, essendo di natura strategica, sia pur limitata nel tempo (è durata circa 40 anni), implicava la cooperazione reciproca per il mantenimento di quella suddivisione e la non ingerenza nelle aree geografiche di rispettivo dominio.
Ecco che allora le operazioni stay behind, l’occulta lotta tra Servizi Est – Ovest, la guerra non ortodossa, violenta e spaventosa che, quasi come una guerra vera, costò morti, feriti e disastri di ogni genere, aveva una funzione essenzialmente tattica, ovvero quella di impedire che le normali e inevitabili dinamiche storiche, i mai sopiti interessi geopolitici delle nazioni, potessero far defezionare dall’inquadramento nelle rispettive aree geografiche e dalla subordinazione così stabilita a Jalta, un qualsiasi paese assoggettato.
Se Jalta, d’altro canto, aveva una funzione strategica, questa non era contro il comunismo o i sovietici, ma finalizzata ad impedire ogni anelito di indipendenza delle nazioni Europee. In particolare in Italia, data la presenza del più forte partito comunista di occidente ed una radicata tradizione sindacale, le strategie Nato erano impegnate ad impedire con ogni mezzo che il nostro paese dovesse, non tanto passasse nel campo opposto, visto che come abbiamo detto americani e sovietici non si sarebbero mai fatti questo reciproco sgarro agli accordi di Jalta (gli americani non mossero un dito quando i sovietici furono costretti ad intervenire in Ungheria e Cecoslovacchia, così questi ultimi restarono indifferenti al colpo di stato dei Colonnelli greci orchestrato dalla Cia), quanto potesse indirizzarsi verso una politica autonoma, equidistante dai “blocchi” e foriera di un probabile disimpegno dalla Nato, proprio come aveva fatto De Gaulle.
Certo gli americani erano permeati di un radicato anticomunismo viscerale, anche se dietro le quinte soffiavano negli Usa potenti lobby e correnti mondialiste, che, viceversa, tendevano a diffondere una ideologia neoradicale nel resto del mondo e a strutturare i paesi occidentali su modelli progressisti al fine di superare vecchie tradizioni e culture peculiari a questi paesi destinati ad essere assorbiti in un Nuova Ordine Mondiale. Ma l’anticomunismo americano, iniziava e finiva, nel momento in cui veniva garantita l’ingessatura del nostro paese nel sistema Nato, cosa questa che faceva uscire di senno i loro “servi sciocchi” ovverosia i neofascisti e le destre in genere, che dopo essere state utilizzate per ogni più sporca incombenza, dopo avergli promesso “misure di emergenza” o magari “colpi di stato”, si vedevano sempre e puntualmente scaricate, in quanto oltretutto non affidabili, e quindi non se ne facevano una ragione pretendendo di voler insegnare loro, agli americani, come si doveva fare contro il comunismo. Se non fosse tragico ci sarebbe da sbellicarsi dal ridere.
Rievocato e precisato tutto questo, torniamo alla ricerca storica dell’autore.
Il prof. Luca Tedesco ricostruisce tutte quelle “voci” del neofascismo, ma forse sarebbe più opportuno definirle dei reduci del fascismo, che dal dopoguerra ai primi anni ’50 si batterono contro la svolta di “destra” al loro interno, contro l’atteggiamento filo americano e filo atlantica che finì poi per risultare preponderante.
La sua ricerca, e questo in un certo senso è un limite, si base essenzialmente sui fogli e giornali neofascisti di prima e dopo la nascita del Msi quando “ancora agli inizi degli anni Cinquanta nascono pubblicazioni, che riferibili agli ambienti saloini, socialisteggianti e delle correnti di sinistra del neofascismo non si pongono affatto come obiettivo la difesa dell’ordine costituito, liberaldemocratico e capitalista, e accusano anzi i moderati, anche quelli che operavano nelle fila neofasciste, di utilizzare strumentalmente la paura del comunismo e quindi la crociata antibolscevica a garanzia di quell’ordine”.
Seppur non esaustiva e comunque interessante seguire la ricostruzione storica dell’autore che rivela come la maggioranza dei reduci del fascismo e le nuove generazioni a questo avvicinatesi rifiutavano decisamente il destrismo.
Duole il cuore, rileggendo la stampa di questi fascisti anti americani e il constatare che proprio con costoro vi era la possibilità di organizzare in Italia una vera lotta di indipendenza, contro la Nato, una lotta che avrebbe potuto coinvolgere non solo aspetti politici (la “terza via”), ma anche sociali (il socialismo fascista della Rsi in contrapposizione con il liberismo del mondo occidentale) e culturali, ideologici (una visione della vita e del mondo opposta alla famigerata way of life americana).
Insomma, proprio, se non solo, i fascisti avrebbero potuto essere i veri avversari della Nato e non le sinistre che lo erano più che altro in virtù di una loro subordinazione agli interessi sovietici. E a dimostrazione di questo, possiamo constatare come, imploso il comunismo, una utopia al di fuori delle possibilità della natura umana, tutte le sinistre non hanno avuto più nulla da opporre al modernismo e al modello di vita occidentale e sono state quindi assorbite dalle ideologie neoradicali, i battistrada esistenziali e culturali del mondialismo.
Fu invece opera di questi neofascisti del dopoguerra scrivere, per la penna di L. Filippi, su la “Rivolta Ideale” dell’agosto 1949, la precisa sintesi dei guasti del materialismo deteriore americano. Si leggano stralci di questo articolo d’epoca nella sua prosa asciutta, senza troppe pretese intellettuali, ma proprio per questo tremendamente efficace e si consideri tutto quello che poi è accaduto in seguito, fino ai giorni nostri. Scriveva Rivolta Ideale:
”… le devastazioni materiali, per quanto tremende e stupidamente inutili, sono nulla in confronto alla devastazione morale portata fra noi dai costumi della repubblica stellata”. Il giornale quindi ricordò come le origini di questa “malattia morale” (l’americanismo) risalivano alla prima guerra mondiale, quando nonostante il loro scarso contribuito militare, gli americani seppero ingigantirlo grazie al cinema, e negli anni Venti poi:
“l’America apparve al vecchio mondo come il paradiso terrestre della felicità umana: là vi era il denaro, là vi erano guadagni, divertimenti, lusso, vita facile (…) Gli influssi americani si risentirono in tutta l’Europa e naturalmente anche in Italia Le conseguenze per noi furono: 1. la graduale sparizione del sentimento religioso, rimasto nei più come una tinta superficiale. 2. l’indebolimento dei vincoli familiari (…). 3. la diffusione del senso godereccio e spendereccio. 4. l’infatuazione fanatica del ballo e dei divertimenti mondani. 5. l’oscuramento del gusto artistico. 6. l’inclinazione alla vita comoda. 7. l’affannosa ricerca della sistemazione pratica, senza scrupoli di dignità e di morale. 8. l’aspirazione al guadagno comunque accumulato. 9. l’eclissi quasi totale del senso del dovere e del sacrificio. 10. la sparizione quasi totale di ogni disciplina interiore”.
Ma in quel secondo dopoguerra, le conseguenze di quella mentalità americana furono ancora più devastanti: “a osservarli questi signorini e queste signorine ci si sente cascare le braccia. La loro povertà interiore è spaventosa. La loro aridità spirituale fa pena (…) Somma eleganza per essi è farsi chiamare con i nomignoli che un tempo si affibbiavano ai cani (…) Parlano tutti, maschi e femmine lo stesso linguaggio sguaiato (…) Le loro letture vanno dai settimanali a fumetti a quelli a rotocalco con le storie sceme delle varie italiche Peverelli; se si arrischiano più in là, sono libri gialli e romanzi stranieri. Non amano il teatro di prosa, che è spettacolo d’arte e talvolta fa pensare, ma adorano il cinema e lo sport. Ignorano che la Duse fu una grande attrice che morì in miseria, ma conoscono vita e miracoli di Ingrid Bergman. Ignorano che il Foscolo morì in esilio, di fame e di nostalgia, per non aver voluto servire lo straniero, ma si accendono, gli sciagurati, per gli occhi di Tyrone Power. La musica per loro è quella dei balli negreschi, e Verdi e Beethoven sono degli illustri ignoti. La poesia è per loro rappresentata dai versi stupidi delle canzonette di moda, non da quelli del Carducci che infiammavano i nostri anni liceali”.
Consigliamo vivamente di leggere questo saggio di Nuova Storia Contemporanea, perché si potrà toccare con mano come, a poco a poco, venne dissolto e vanificato un grande patrimonio di idee e di energie che dovevano indirizzare i reduci del fascismo repubblicano verso un Fronte di Liberazione Nazionale, a tutto campo, contro il colonialismo americano.
Politicamente parlando l’autore dell’articolo riporta una giusta definizione di Marco Tarchi che definì l’antiamericanismo delle origini di carattere nazional patriottico, legato alle questioni del Diktat del trattato di Pace, di Trieste e delle ex colonie africane.
Una posizione questa, rileviamo noi, che poteva avere dei risvolti ambigui, in quanto subordinava quello che invece doveva essere una posizione naturale, netta e definitiva contro gli yankee, l’eventuale adesione italiana ad uno schieramento internazionale, piuttosto che ad un altro, al conseguimento di adeguate contropartite come per esempio il diritto dell’Italia a riarmarsi (una vera utopia), e alla amministrazione delle ex colonie, alla restituzione di Briga, Tenda, Trieste e dell’Istria.
Ancora nel 1950, ricorda l’autore, di fronte alla possibilità di una terza guerra mondiale, in seguito alla crisi coreana, la tendenza antiamericana anche in seno al Msi, riuscì a far approvare una mozione di fatto terzoforzista e terzomondista al Comitato centrale del partito. Giorgio Pini, che poi ovviamente abbandonerà questo partito oramai senza più speranza, prendendo spunto dal conflitto coreano riconobbe ai popoli asiatici il diritto “di decidere le loro questioni nazionali all’infuori di interventi stranieri”.
Furono gli ultimi disperati colpi di coda, di coloro che in seno a quel partito, nato marcio, cercavano di orientarlo correttamente. Ma di lì a poco, nel 1951, il segretario Augusto De Marsanich, divenuto tale dal gennaio precedente, abbandonò ogni equidistanza e rilanciò la corrente del filo “atlantismo condizionato” in nome di una difesa, disse con sottile astuzia, non tanto di una vaga nozione d’Occidente, ma di una civiltà europea “perché l’idea europea è ancora troppo debole per poter assicurare la difesa nazionale”.
Il terzo congresso missista che si tenne all’Aquila nel luglio del 1952, sancì così la vittoria degli “atlantisti” e la fuoriuscita dal partito di Pini e altri.
Non passarono molti anni che le mozioni di quel partito emanarono infami e vergognose mozioni a sostegno della guerra americana in Vietnam, dei Colonnelli greci, dei golpisti cileni, ecc. La discesa nella fogna atlantica era oramai assoluta e irreversibile.
Ma come è stato possibile, ci si chiede oggi, dove tocchiamo tutti con mano la pena e la gogna di una subordinazione alla Nato, la partecipazione a guerre che non ci appartengono in favore degli interessi americani, ma quel che è ancor peggio in difesa di quel mondialismo, di quel sistema di rapina rappresentato dalla usurocrazia bancaria internazionale, ci si chiede dicevamo, come è stato possibile che, fatte salve alcune rare e gloriose eccezioni, come ad esempio i fascisti della Federazione Nazionale Combattenti della Rsi, che si batterono sempre e comunque contro il sistema demo-liberale, contro la Nato e gli Usa, contro quell’aborto di partito reazionario e filo atlantico che era il Msi, il neofascismo venne trascinato nella abiezione morale e nel più servile ossequio alle direttive d’oltre oceano?
Possiamo darci tante risposte, possiamo analizzare la situazione sotto vari aspetti, ma per noi, da modesti ricercatori storici, comunque la si rigiri, la risposta si annida nella collusione con gli apparati dell’Oss americano, una collusione che riguardò tanti dirigenti di gruppi e movimenti neofascisti e quindi del partito missista sorto nel dicembre 1946, senza sottovalutare vari traffici massonici e di altra natura.
Furono questi personaggi che poterono contare su aiuti inconfessabili, su amicizie trasversali, su finanziamenti, protezioni e clientelismo d’accatto, che sbaraccarono ogni opposizione, che finirono per dissolvere certi ideali.
In una nazione uscita moralmente e materialmente devastata dalla guerra, laddove la vita riprendeva con gli standard imposti da un sistema democratico, regno dei furbi e dei guitti, non fu difficile per questi mascalzoni, falsi fascisti, come poi infatti si rivelarono tutti, ingannare e deviare una gran massa di seguaci, ex combattenti e giovani, verso le sponde della Destra e del filo atlantismo.
In un rapporto dei servizi segreti americani intitolato “Il movimento neofascista – 10 aprile 1946, segreto”, si legge: “I neofascisti intendono stabilire un contatto con le autorità americane per analizzare congiuntamente la situazione del paese. La questione politica italiana sarà quindi collocata nelle mani degli Stati Uniti”.
Fu così che nel dopoguerra gli americani avevano in mano o erano stati promotori, di “una miriade di formazioni eversive, spesso isolate, ma comunque poste agli ordini dell’arma, dell’esercito e delle prefetture, che agiscono su disposizioni precise dell’intelligence angloamericana”. E tutto questo trafficare sottotraccia, dietro l’abile regia di J. J. Angleton, avveniva all’insaputa di reduci e sinceri fascisti che credevano di lottare per la loro sopravvivenza e per riappropriarsi di uno spazio politico nell’Italia del dopoguerra.
Ancora oggi chi analizza la vergognosa “resa” del 27 aprile 1945 in cui incorsero i comandanti fascisti arrivati a Como, dietro Mussolini che nel frattempo si era portato poco più avanti sulle sponde del paesino lacustre di Menaggio e vi era rimasto bloccato, non può non constatare tutta una serie di cedimenti, se non di tradimenti, che sostanzialmente risalivano al desiderio di molti di questi fascisti di volersi arrendere agli Alleati con la speranza di riciclarsi, magari, come anticomunisti nel dopoguerra. E oggi ben sappiamo che molti contatti con l’Intelligence americana avvennero a guerra in corso.
Fatte alcune eccezioni, per esempio Franco Colombo, Pavolini, ecc., tra gli arrivati a Como vi erano molti pseudo fascisti di indole conservatrice che avevano aderito al fascismo perché questo aveva stroncato il bolscevismo e risollevato la nazione, dove i “treni arrivavano in orario e si poteva lasciare la porta di casa socchiusa senza paura dei malintenzionati. Ed avevano aderito alla Rsi per “riscattare l’onore della bandiera”. Ma poco o niente avevano percepito dei veri valori di vita del Fascismo, delle sue profonde riforme sociali e socialiste, di una guerra che principalmente era stata combattuta contro l’Occidente contro quel sistema di sfruttamento finanziario e capitalista, in una parola del sangue contro loro.
Finita la guerra, furono proprio questi reduci di ambigua estrazione ideologica, uniti ad altri mai stati fascisti, anzi anche assieme a qualche venticinqueluglista o ex monarchico, che si ritrovarono accumunati nell’opera di imbonimento e deviazione dei reduci fascisti della Rsi, pronti ad accaparrarsi i pochi, ma ghiotti posticini parlamentari che la mangiatoia democratica metteva loro a disposizione.
Il lavoro sporco fu agevolato dal clima dell’epoca, dal tanto sangue che era stato versato dai fascisti, massacrati dai “rossi” (ma non solo) nelle “radiose giornate”. Una caccia al fascista che era perdurata per mesi e mesi dopo la guerra, e che spinse molti fascisti in buona fede ad appoggiarsi a chi mostrava di voler contrastare il comunismo. Ma se questa “comunanza di interessi” poteva essere giustificata in via eccezionale, emotiva e transitoria, non poteva e non doveva essere procrastinata successivamente, soprattutto dopo che l’Italia, fatta entrare a forza nel sistema atlantico, veniva letteralmente subordinata agli Stati Uniti d’America.
Da quel momento la collusione con i Servizi, militari o civili, con lo Stato Maggiore, ecc., tutti nati dall’Italia badogliana, democratica e antifascista, subordinata alla Nato, sarebbe stata un vero e proprio tradimento degli interessi nazionali, in barba a quella Patria di cui ci si riempiva la bocca!
Nacque quindi il Msi, partito nel quale, in quei periodi difficili, tanti reduci, tanti giovani ci dedicarono anima, sangue e anni di galera, per vederlo poi a poco a poco trasformato nel peggior partito bottegaio, forcaiolo, conservatore e qualunquista, nonché filo americano del panorama politico italiano. In una parola in un partito squisitamente antifascista.
Al Msi fecero seguito svariati gruppi e movimenti cosiddetti “extraparlamentari”, che sembravano voler rappresentare chi in quel partito non intendeva più riconoscersi, ma che, sostanzialmente, invece, non erano altro che il “Msi fuori dal Msi”, visto che, più o meno, ne condividevano le posizioni di fondo della Destra e che, nonostante un apparente “non allineamento”, erano portati per vie traverse e sempre in virtù del solito anticomunismo, a schierarsi con l’Occidente, visto quale “male minore”, se non addirittura con Israele quale “ultimo baluardo dell’uomo bianco in Medio Oriente”.
Ed anche in questo periodo storico successivo, come inchieste della magistrature, sia pure a volte alquanto faziose o strumentali, confessioni di pentiti e dissociati, personaggi colti in flagranza di reato o rei confessi, esiti di processi, ecc., dimostrano che a fronte di una base composta da elementi generosi e in buona fede che in qualche modo e per altri versi potevano essere indirizzati verso una condotta politica non da truppe cammellate dell’atlantismo, vi erano dirigenti collusi con i soliti Servizi.Inserisci link
E il conto ancora una volta torna, in pieno, senza possibilità di sbagliare.

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Resistenza, mito in frantumi

di Francesco Lamendola

Ben prima che Giampaolo Pansa cavalcasse con tanto successo, di pubblico e non solo, il filone del revisionismo storico, c’è stato qualcuno che aveva scoperchiato i sepolcri imbiancati della storiografia ufficiale, debitamente democratica e antifascista, per rivelare di che lacrime e di che sangue grondassero in realtà le “radiose” giornate dell’aprile 1945.
Ci era stato raccontato, fin dai banchi di scuola, che quei giorni videro una specie di festa nazionale, una gioiosa insurrezione di popolo contro biechi individui in camicia nera, per lo più criminali di guerra, sadici e pervertiti, manutengoli di Hitler e, quindi, servi del tedesco invasore; ci era stato detto e ripetuto che, quel 25 aprile, l’Italia aveva ritrovato la concordia e la dignità nazionale.
Così, mentre i “liberatori” angloamericani venivano accolti con fiori e grida di gioia, i biechi aguzzini in camicia nera pagavano il fio dei loro delitti, ma si trattò di poca cosa, qualche rapido processo, qualche scarica di mitra e poi via: l’Italia aveva fretta di voltare pagina, di dimenticare l’oppressione e la vergogna della ventennale dittatura.
E tutti ricominciarono felici e contenti, democratici e libertari; tutti, ma proprio tutti, anche quegli scrittori e quei giornalisti che fin quasi all’ultimo avevano sollecitato e ottenuto spazio nelle istituzioni culturali del regime, ma che poi, folgorati dalla luce della libertà sulla via di Damasco, fecero la cosa giusta ed entrarono a vele spiegate nella nuova vita nazionale, per la maggior parte intruppandosi nel Partito comunista che, come è noto, non sognava di veder giungere i carri armati del compagno Stalin, ma di veder sorgere un Paese libero e pluralista, ove ci fosse libertà per tutti e rispetto per qualsiasi opinione.
Non si sapeva, non si ammetteva, non si voleva far conoscere che alla fine di aprile si era scatenata, al termine di una feroce guerra civile durata quasi due anni, un’orgia di violenze indescrivibili, basate sulla giustizia sommaria, sulla sete di vendetta e sull’odio belluino, coinvolgendo anche numerosi innocenti o persone colpevoli soltanto di aver professato onestamente le proprie idee politiche e sociali. Tutto questo lo si voleva semplicemente dimenticare.
Quei morti erano stati pochi, e poi si erano meritata la loro sorte: avevano militato dalla parte sbagliata ed era giusto che pagassero il loro debito con la storia.
Non si voleva riconoscere che, per la maggior parte, i “repubblichini” di Salò non erano i tronfi gerarchi del Ventennio e tutta la pletora dei profittatori di regime, ma giovani e meno giovani idealisti emarginati dai fasti del potere e, talvolta, persino perseguitati; si erano fatti avanti nell’ora più buia, con la Patria doppiamente invasa, dai nemici diventati amici e dagli amici diventati nemici, per ridare onore all’Italia e per vedere realizzate le loro generose idee sociali.
Né si voleva ammettere che le uccisioni erano state numerose, selvagge, senza un’ombra di legalità e di giustizia; molti soldati di Salò erano stati passati per le armi e gettati nei fiumi, dopo essersi arresi in cambio della promessa di ricevere il trattamento dovuto ai prigionieri di guerra; gli assassinii continuarono per mesi e mesi, fin oltre il 1946, assumendo non di rado la forma di miserabili vendette personali; coinvolsero migliaia di persone che non c’entravano nulla con la politica e meno ancora col fascismo.
Allo stesso modo, per decenni si riuscì a far passare sotto silenzio, o quasi, il dramma degli italiani infoibati dai partigiani del maresciallo Tito, nelle grotte della Venezia Giulia: uccisi non in quanto fascisti, ma proprio in quanto italiani; e, tra essi, perfino partigiani antifascisti che avevano avuto il torto di non accettare che quelle terre venissero annesse, sic et simpliciter, alla nuova Repubblica jugoslava. A raccontare tutte queste cose in maniera organica, con notevole coraggio civile, è stato uno studioso schivo e intellettualmente onesto, Antonio Serena, che, già nel suo libro “I giorni di Caino” pubblicato nel 1990, ha fornito una documentazione inoppugnabile di quella galleria di orrori, compresa una consistente mole di materiale fotografico.
Serena non scredita il valore morale della Resistenza (per coloro che ci credono); quello suo non è un discorso politico.
La sua ricerca nasce da un’esigenza etica: ridare voce alle vittime, alle vittime innocenti, che furono tante, troppe.
Perché il silenzio calato su di esse equivaleva ad averle assassinate una seconda volta. Voleva dire, anche, ridare dignità alla loro memoria e offrire un sia pur minimo risarcimento morale ai loro parenti: a quelle vedove, a quei figli, a quei nipoti. Da quando l’ho letto, per poi passare ad altri libri di Serena, tra i quali Oderzo 1945, storia di una strage, e La cartiera della morte fino a quest’ultimo su “I fantasmi del Cansiglio”, e da quando, in particolare, ho avuto il privilegio di conoscere personalmente l’Autore, un uomo di rara onestà intellettuale e di notevole coraggio civile, la visione del tragico biennio 1943-45 mi si è fatta più chiara, più completa e più veritiera.
Fra i vari miti che hanno contribuito a sfatare vi è anche quello che, nella cosiddetta Liberazione, i preti fossero tutti schierati con la Resistenza; la verità è che a decine vennero raggiunti, pure loro, dalla “giustizia” comunista ed eliminati. Ma anche questa è una di quelle verità scomode che, a guerra finita, tutti hanno voluto far dimenticare, a cominciare dalla Chiesa stessa; così come la borghesia industriale ha voluto far dimenticare i suoi ventennali intrallazzi con il fascismo, che le avevano permesso di arricchirsi, talvolta persino incoraggiando i partigiani “rossi” a togliere di mezzo, con la scusa della “lotta di liberazione”, quei podestà e quegli uomini del fascismo i quali avevano levato la voce contro i profittatori di guerra e denunciato gli scandali di un ceto di affaristi senza scrupoli pronti a speculare su qualunque cosa, perfino sulle suole di cartone degli scarponi dei nostri alpini in Russia.
Ma tutte queste bugie, mezze verità e versioni di comodo sono figlie di un’unica ipocrisia di fondo: aver voluto negare tenacemente, pervicacemente, per decenni, il carattere di guerra civile agli eventi italiani del 1943-45. Una volta rimossa questa verità, era necessario eliminare anche i suoi corollari: ad esempio, che la Chiesa stessa si trovò spaccata fra una parte del clero il quale, nel Centro-Nord, simpatizzò più o meno apertamente con gli Alleati e collaborò con i Comitati di liberazione nazionale, e quella parte che, invece (formata specialmente da cappellani militari), rimase fedele agli ideali del Ventennio e dopo l’8 settembre 1943, considerò il governo della Repubblica sociale italiana l’unico in grado di rappresentare la dignità della nazione e non quello di Badoglio, subendo al termine del conflitto, una dura repressione.
Abbastanza conosciuto è il caso di don Tullio Calcagno, il prete che, prima di andare a morire con Mussolini, diresse il giornale più venduto del periodo di Salò, “Crociata italica” e che, ad un certo punto, agitò persino lo spauracchio di uno scisma all’interno della Chiesa, sostenendo che il papa, come capo dell’intera cristianità, non poteva esserlo anche di una Chiesa cattolica nazionale, quella italiana; ma furono non meno di 130 i sacerdoti che caddero sotto il piombo dei “giustizieri” comunisti, non solo durante la guerra civile, ma anche nel biennio successivo, cioè fino al 1947.
E la stessa spaccatura si verificò nelle file della Resistenza, tra partigiani comunisti e quelli di orientamento moderato, soprattutto in quelle regioni del confine orientale dove, per la presenza delle aggressive rivendicazioni dei “compagni” sloveni e croati, il contrasto ideologico nello stesso schieramento antifascista si fece talvolta incandescente, sino allo spargimento di sangue fraterno.
Valga per tutti il caso dell’eccidio di Porzûs, del febbraio 1945, nel quale si ebbe un sanguinoso regolamento di conti tra partigiani “osovani” e “garibaldini”, con la strage premeditata dei primi da parte dei secondi; eccidio nel corso del quale, fra gli altri, perse la vita il fratello maggiore del futuro scrittore Pier Paolo Pasolini. Ma, al di fuori del Friuli, ove poi il processo ai responsabili destò un certo clamore, quanti italiani sapevano dei fatti di Porzûs, visto che i libri “canonici” sulla Resistenza non ne parlavano affatto, o ne cominciarono a parlare, ovviamente in chiave minimalista e giustificazionista, solo quando il revisionismo li portò di nuovo alla ribalta, in anni recenti?
L’Italia di oggi è figlia di questi miti e di queste versioni di comodo, nati dalla resa del settembre 1943, dal tradimento e dalla vergogna. Avrebbe potuto essere un’occasione preziosa per ripensare con onestà il nostro passato nazionale; invece si è preferito fare finta di nulla e prendere per buona la versione più facile e comoda: nel 1945 siamo stati tutti «liberati».
Eppure basterebbe l’articolo 16 del Trattato di pace di Parigi del 1947, il quale stabilisce che «l’Italia non incriminerà né molesterà i cittadini italiani, particolarmente i componenti delle Forze Armate, per il solo fatto di aver espresso simpatia per la causa delle Potenze Alleate e Associate o di aver svolto azioni a favore della causa stessa durante il periodo compreso tra il 10 giugno 1940 e la data di entrata in vigore del presente trattato», per mostrare ad abundantiam che il tradimento e il sabotaggio antinazionali, nel nostro Paese, ebbero inizio fin dal primo giorno di guerra e non in seguito a una nobile maturazione politica, dopo l’8 settembre 1943.
Adesso Antonio Serena ci presenta un nuovo libro, frutto di lunghe e impegnative ricerche, per mostrare il rovescio della medaglia di un altro mito resistenziale del Nord-Est: quello del Cansiglio e dintorni, i cui «fantasmi» vagano ancora in cerca di giustizia, dopo che il loro dramma è stato ignorato, rimosso, cancellato e, su di esso, si è costruita una leggenda a senso unico, secondo la quale questi luoghi hanno conosciuto soltanto l’eroica lotta dei «buoni», cioè i partigiani a maggioranza comunista, contro i «cattivi», cioè i fascisti e i tedeschi; e nulla al grosso pubblico era mai giunto delle uccisioni e delle violenze, spesso gratuite, perpetrate in nome dei grandi ideali della libertà e della democrazia.
Ricerche molto scomode, sul piano politico e umano: il lettore può solo immaginarsi quanti sospetti, quanti risentimenti, quante animosità può aver suscitato lo sforzo di ristabilire
un minimo di verità storica, senza guardare in faccia a nessuno e senza sudditanze ideologiche verso la Vulgata culturale ancor oggi dominante; e questo in una terra dove le ferite sono ancora recenti, dove uomini e donne che vissero quei mesi di barbarie e di terrore sono ancora vivi, o sono vivi i loro figli e i loro amici, con tutte le loro passioni e con tutto il loro dolore; ma anche, in certi casi, con qualche ingombrante scheletro da nascondere nell’armadio, magari di consistente rilevanza penale.
I fantasmi del Cansiglio non è un libro d’odio, né fazioso, come non lo sono stati i lavori precedenti di questo scrittore; al contrario: il suo scopo non è quello di gettare fango sulla Resistenza, in cui, senza dubbio, militarono anche persone idealiste e in buona fede, ma squarciare il velo dell’ipocrisia e restituire visibilità e dignità alle vittime di una «giustizia» che, in molti casi, fu solo vendetta o peggio, scatenamento dei peggiori istinti sanguinari o regolamento di conti privati. Ma l’amnistia Togliatti ha cancellato tutto. Qualcuno doveva raccontare quelle cose, rompere il muro di omertà e di silenzio, a costo di attirarsi ogni sorta di denigrazioni.
Ed è quello che è avvenuto.
Oggi, finalmente, il velo è stato squarciato e si comincia a guardare a quella stagione con maggiore verità storica e senso della giustizia. Si ammette che da entrambe le parti combattenti vi furono persone oneste e criminali; e si ammette che, negli ultimi giorni di guerra e nel periodo successivo, vi fu un bagno di sangue raccapricciante e ingiustificato, ben lontano dalla volontà di giustizia. Anche se è giusto sottolineare che Pansa non ha «scoperto» niente, ma ha solo proseguito, senza dargliene doverosamente atto, il lavoro intrapreso da Antonio Serena, pioniere solitario. Chi vive nel Nord-Est ha sempre saputo queste cose, ma non poteva dirle, pena la scomunica e una sorta di gogna civile. Chi scrive, ad esempio, da ragazzo si trovò a partecipare, in quanto speleologo presso la sezione CAI di Vittorio Veneto, al recupero dei resti di alcuni fascisti infoibati in una grotta delle Prealpi Bellunesi, sopra Revine Lago, per conto della locale stazione dei carabinieri, affinché si potesse dare loro cristiana sepoltura. Vi erano anche le ossa di una donna e, forse, di un feto.
Finalmente, grazie anche al coraggio e all’onestà intellettuale di Antonio Serena, di queste cose si può parlare un po’ più liberamente.

Antonio Serena,
I fantasmi del Consiglio
Mursia, Milano 2011
Distribuzione Rete Storia
tel. 345/8150538Euro 18,00 (2,00 spese di spedizione)
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Prefazione di Francesco Lamendola.
Nel corso della guerra civile 1944-45 la provincia di Treviso rappresentò una delle zone più martoriate d’Italia. La presenza sul Cansiglio di un nutrito gruppo di partigiani bolognesi inviati dai vertici del Partito comunista italiano contribuì a far lievitare lo scontro fra le parti e il numero dei morti in una zona tradizionalmente poco incline alla violenza. La furia omicida di questi “vendicatori” si sviluppò soprattutto a guerra finita, quando i vinti avevano deposto le armi e si erano arresi, e risultò quindi più facile colpirli. Non poteva del resto essere altrimenti, dal momento che la vantata costituzione di “divisioni”, “brigate” e “battaglioni” partigiani in termini di organici si riduceva alla presenza di reparti numericamente poco consistenti che operavano con tecniche di guerriglia basate su sabotaggi, imboscate e azioni “mordi e fuggi”, provocando inutili e sanguinose rappresaglie pagate quasi sempre dalla popolazione civile. Alla prova del fuoco dello scontro frontale nei rastrellamenti del Grappa e del Cansiglio, queste forze, disorganizzate e mal equipaggiate, si sfaldarono riapparendo a guerra finita per occupare città deserte, sfilare da vincitori a fianco degli angloamericani e consumare le ultime vendette su militari e civili, i corpi della maggior parte dei quali – più di 2.000 secondo fonti partigiane vennero fatti sparire nelle numerose foibe della zona.
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Gli spiriti eletti non muoiono mai

Araldo di Crollalanza, un esempio di onestà e fervore nazionalista, un uomo che ha dedicato la sua vita alla Patria.

di: Paolo Francesco Lo Dico

Araldo nasce nel 1892 a Bari, da Goffredo e da Maria Giuseppa Noya. Riceve un’educazione basata su norme di vita e di comportamento che lo porteranno a mantenere grande efficienza fisica e intellettuale per tutta la vita.
Fin da giovane si dedica al giornalismo collaborando con la rivista di ispirazione mazziniana Umanitas e con i quotidiani Corriere delle Puglie e Gazzetta del Mezzogiorno. Nel 1915 diviene corrispondente del Popolo d’Italia di Benito Mussolini, evento che imprime una svolta alla sua esistenza. Nel giugno dello stesso anno, infatti, il giovane interventista si arruola volontario nel 51° Reg.to Fanteria, reparto delle “camicie rosse” comandato dai figli di Garibaldi.
Ferito, Araldo viene decorato al valore e promosso sul campo tenente, qualifica di ufficiale che gli era stata negata nel 1910 alla leva, perché schedato come “sovversivo”.
Di ritorno dal fronte, nel 1919, fonda a Bari l’Anc (Associazione nazionale combattenti) e il 23 marzo dello stesso anno incontra il futuro Duce a Milano a piazza San Sepolcro.
Nel 1922 guida gli ex combattenti arditi e squadristi pugliesi nella “Marcia su Roma” e diviene segretario del Pnf (Partito Nazionale Fascista) della regione Puglia e Lucania.
A proposito di lui, afferma Carlo Scognamiglio Pasini, “vide nel fascismo l’occasione per un rinnovamento profondo dello Stato e una effettiva concreta politica di sviluppo del Mezzogiorno d’Italia”.
Nel 1923 viene nominato console generale della Mvsn (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale) e nel ‘26 “podestà” (sindaco) di Bari, città che da questo momento, con la realizzazione della “Fiera del Levante”, si afferma come porto più importante del Mediterraneo favorendo il commercio e gli scambi con le altre genti. Fonda l’Università per la formazione degli Italiani per l’Era Nuova, fa costruire lo Stadio della Vittoria e l’Ospedale consorziale, il lungomare, diversi edifici pubblici e numerose opere di difesa dalle alluvioni.
Mussolini ne apprezza le capacità organizzative, e lo nomina prima sottosegretario ai Lavori pubblici nel 1928 e ministro due anni dopo. Sotto la regia di Crollalanza l’Italia diviene un immenso cantiere: la volontà dell’Uomo diviene opera per mezzo di Araldo. Egli realizza acquedotti, strade, impianti idroelettrici. Bonifica integralmente l’Agro Pontino, opera tentata prima senza successo dai Romani e dai papi. È autore della fondazione di Littoria, Aprilia e Pomezia. Ottiene risultati efficienti ed economici per il soccorso e la ricostruzione del Vulture in occasione del tremendo sisma del 23 luglio 1930. Sistema la rete stradale nazionale dando vita all’Anas (Azienda Nazionale Strade Statali) e al Codice della Strada.
Fa costruire la direttissima ferroviaria Firenze-Bologna e il ponte di collegamento tra Mestre e Venezia. Riadatta le procedure di intervento per la Protezione Civile, adottate in occasione dei sismi del 1930 nelle Marche, Puglia etc…
Tutte queste opere nascono sotto la sua personale sorveglianza: Araldo segue i lavori giorno e notte acconciandosi a dimorare nelle baracche dei cantieri o in un vagone ferroviario che aveva scelto come giaciglio.
Nel 1933 nasce l’IRI per salvare dal tracollo le industrie colpite dalla crisi del ‘29. Grazie al contributo di Crollalanza e di altri uomini del suo calibro, quali Menichella, Beneduce, De Stefani, Serpieri, Volpi, l’Italia prospera. E anche Pio XI gli tributa i giusti onori per le opere previste dal Concordato.
Nel ‘35 viene sostituito alla guida del Ministero per il regolare cambio e viene nominato presidente dell’Onc (Opera Nazionale Combattenti) con cui realizza, in tempi fascisti (brevissimi) ed economie notevoli, opere tutt’ora esistenti nel Tavoliere delle Puglie, nel Basso Volturno, nella Dalmazia e in Africa.
Nel 1943 aderisce, da uomo d’onore quale è, alla Repubblica Sociale Italiana, divenendo commissario straordinario per il Senato e la Camera.
Almirante lo definisce “la sacra testimonianza del sacrificio di innumerevoli italiani in buona fede per cui la Rsi fu sinonimo di mantenimento della parola data nella fortuna avversa, disperata difesa degli ideali”.
Alla fine della guerra viene arrestato ed epurato per “atti rilevanti” di ex gerarca durante il ventennio (sic!). Nel ‘46 è liberato e nel ‘50 completamente prosciolto in quanto il gerarca galantuomo non si è appropriato di una lira e non ha approfittato del regime. Di lui afferma Indro Montanelli: “L’uomo che aveva costruito città e redento province non aveva una casa né un palmo di terra né un conto in banca”.
Per vivere Araldo intraprende il mestiere di rappresentante di libri. Frattanto è riammesso all’Albo dei giornalisti, del cui istituto di previdenza era uno dei fondatori e diventa per merito capo ufficio del Giornale d’Italia.
Dal 1953 fino al 1986 il popolo pugliese dimostra gratitudine al suo figlio, eleggendolo “Senatore a vita” della Repubblica Italiana nelle liste del MSI (Movimento Sociale Italiano) e Consigliere Comunale.
Sempre mattiniero, va al lavoro a bordo della sua vecchia auto Fiat 1300 verde bottiglia, fino a 90 anni.
Nel 1982 riceve la Medaglia d’Oro da Arnaldo Fanfani, allora presidente del Senato.
Don Araldo di Crollalanza muore a Roma il 18 gennaio 1986. Sepolto a Bari nella tomba di famiglia, riposa il sonno di chi tutto diede senza nulla chiedere. Ma per dirla con Giorgio Almirante, “gli spiriti eletti non muoiono mai”.
All’uomo del Buongoverno, al dinamico onesto costruttore, al concreto servitore dello Stato, la città di Bari ha dedicato un piazzale, il lungomare, un monumento in piazza Eroi del Mare circondato da cento piantine tricolori e ha collocato il suo busto bronzeo nel Palazzo di Città. Aprilia gli ha intitolato una via.
Di Araldo di Crollalanza si hanno testimonianze di stima da uomini onesti di diversa ideologia e collocazione culturale. Solo poche stonature si sono avute, tra cui da una certa Miriam, nota rossa giornalista anti, passata a miglior vita.
Moro, Romita e Formica attestano: “Crollalanza è stato un grande ministro”.
Partecipa alle sue esequie Alexander Wiesel, esponente della comunità ebraica, causando polemiche… Ma afferma Enrico Mattei ne Il Tempo del 19 gennaio 1986: “I galantuomini come lui finiscono per essere onorati per le loro qualità umane, indipendentemente dalla tessera di partito che portano in tasca. Sulla sua tomba potrebbe scriversi: fece a tutti il massimo di bene possibile, nessuno poté mai rimproverargli una cattiva azione”.
Di lui e del suo tempo testimoniano perennemente le opere nonostante gli scalpellamenti dei simboli.
Dice ancora Almirante: “quel ministro è l’attuale autentica significazione della parola e della qualifica di governante. La differenza, l’abissale distanza non è traducibile in ventenni o quarantenni”.
In uno dei suoi ultimi interventi alla Camera S.E. Crollalanza afferma: “volli realizzare il sogno condivisibile di un’Italia forte, giusta, di avanzatissiInserisci linkma socialità e progresso civile, rispettata nel mondo come parte integrante ed efficiente dell’unità europea”.
Una sua fotografia lo ritrae mentre conduce per mano un bambino. Egli ci consegna il futuro.
Araldo di Crollalanza, fascista e gentiluomo! Presente!

FONTI:
Araldo di Crollalanza, vent’anni sui giornali 1986-2006 a cura del Comitato per le onoranze di Araldo di Crollalanza.
http://www.wikipedia.org
http://www.araldodicrollalanza.it

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=12540

Finanza e politica bancaria durante il Fascismo

di: Valentino Quintana

In tempi di mestissima crisi finanziaria, dove il signoraggio regna imperante, dove la nazione non ha alcun tipo di sovranità monetaria, è d’uopo ricordare le ferme ed energiche dichiarazioni di Benito Mussolini ai dirigenti delle banche popolari del 26 marzo 1942.
Queste ultime non furono certo motivate da ragioni occasionali, bensì conformi a quella politica finanziaria che il Fascismo inaugurò all’indomani del suo avvento al potere.
Esso trovava il suo fondamento nella mobilitazione di tutte le forme produttive della Nazione mediante il prelievo fiscale.
Il prelievo, effettuato sul reddito nazionale, non era più una semplice sottrazione di potere di acquisto, sottratto ai privati per attribuirlo alla Tesoreria e destinarlo ai fini di pubblico interesse; ma si trattava di un’asportazione che accompagnava e stimolava lo sforzo produttivo dei singoli, senza privarli di alcuna ricchezza, che non fosse stata, a sua volta, creata mercé il tempestivo intervento dello Stato.
Fra la formazione del reddito, lo sforzo lavorativo e il prelievo fiscale si attuava un’armonica, continua e logica coordinazione, che annullava la concezione statica del “gravame” come peso o carico.
Vi si sostituiva la realtà in movimento, identificante il prelievo come ricchezza da esso creata.
Da questa concezione emergeva che la finanza fascista non era soltanto il mezzo tecnico onde si fronteggiava il fabbisogno della tesoreria, ma era anche un poderoso strumento di giustizia sociale.
Il mercantilismo fascista quindi, si poteva realizzare mercé l’intimo coordinamento dei molteplici interventi statali nel mercato nazionale.
L’azione svolta dal Fascismo si può suddividere in cinque periodi.
Il primo periodo va dall’ottobre 1922 al luglio 1925.
Il secondo periodo, concernente la sistemazione dei mercati finanziari e monetari già predisposti nella precedente fase, va fino al luglio 1928.
Il terzo periodo riguarda la preparazione finanziaria e fiscale, va fino al gennaio 1935.
Il quinto periodo orienta la finanza sul piano imperiale.

Nel primo periodo la gestione finanziaria realizza la giustizia sociale mediante l’acceleramento e la disciplina delle forze individuali, operanti sul mercato organizzato secondo i modi della concorrenza.
Si pongono in essere tutte le forze di accumulazione che dovranno consentire, nella seconda fase, una vasta manovra monetaria, finanziaria ed economica, che sarebbe stato il presupposto della futura azione dello Stato.
Il grande risanamento operato dal Fascismo durante questa fase è dato da queste cifre: disavanzo esercizio 1921 – 1922 (anteriore all’avvento al potere del Fascismo): milioni 15.760 (di lire); disavanzo esercizio 1922 – 1923 gestito per nove mesi dal Regime: milioni 3028; avanzo esercizio 1924 – 1925: milioni 417. In circa trenta mesi di governo si ebbe, dunque, un miglioramento di circa 16 miliardi annui nella gestione del bilancio aziendale italiano.

Il secondo periodo è la realizzazione concreta delle possibilità di intervento economico, rese virtuali dalla considerevole massa di potenza di spesa che la Tesoreria aveva accumulato mediante la ricostruzione finanziaria conseguita nel primo periodo della gestione.
Bisogna rilevare, a questo proposito, che l’avanzo considerevole di circa 2,5 miliardi di lire, conseguito nell’esercizio 1925 – 1926, non fu destinato a rimborso del debito pubblico come la finanza tradizionale avrebbe consigliato, ma venne attribuito, nella sua maggior parte, al potenziamento di attività economiche nazionali, mediante spese produttive autonome o integranti l’attività economica privata.
Questa diversione delle tradizioni, praticata in un atto di importanza notevole come quello indicato, pone in evidenza la diversa concezione e le differenti finalità sociali, che la finanza Fascista persegue rispetto alla gestione liberalistica della tesoreria.
In questo periodo va ricordata, per il suo grande significato morale e sociale, la riforma monetaria e la rivalutazione della lira (moneta nazionale, non d’occupazione). La rivalutazione della potenza di acquisto interna ed internazionale della valuta italiana, fu di circa il 30% il che significò: potenziamento della capacità di acquisto dei salari; aumento dei consumi delle classi meno abbienti; risanamento finanziario ed economico delle aziende, imposto attraverso una rigida revisione delle loro impostazioni di carattere finanziario e tecnico.
Il terzo periodo è contrassegnato dalle esigenze relative alla preparazione finanziaria della crisi mondiale.
Gli errori del capitalismo internazionalista, accumulati ed aggravati dalle ingiustizie create dalla guerra mondiale, avevano creato una superstruttura creditizia, che doveva controllare col sistema di cui era l’espressione.
La crisi del capitalismo, che sembrava, fino ad allora, una malattia del sistema (ciò che si vuol negare oggigiorno), si era risolta in una assoluta e grave crisi del sistema stesso che doveva fatalmente, essere travolto e trasformato.
Nell’attesa che tale profondo mutamento si effettuasse, la finanza Fascista provvide a creare le strutture fiscali e finanziarie necessarie al governo delle nuove forze dominanti.
Al fine di predisporre la riforma della finanza locale, fu iniziata una vasta politica di lavori pubblici; fu creata la struttura tecnico – economica necessaria al finanziamento di essi; fu elaborata e attuata la grande legge sulla bonifica integrale che riportava l’uomo alla terra e provvedeva alla redenzione, alla pacificazione sociale e mediante la creazione di un gran numero di piccole aziende familiari, ai coltivatori diretti.
Durante questo periodo, che fu contraddistinto da una totale assenza della Tesoreria dal mercato finanziario, in quanto il debito pubblico rimase praticamente invariato sulla cifra dei 90 miliardi di lire (si noti la differenza rispetto ai tempi odierni, n.d.r.), il bilancio dello Stato provvide con le sole sue forze ordinarie e ricorrenti a fronteggiare le spese pubbliche.
Il che significò l’obbligo, e l’esempio, imposto ad ogni azienda privata, ad ogni bilancio individuale, al pareggiare i propri conti soltanto con mezzi ordinari (!), evitando l’indebitamento, che era stato una delle cause più gravi della crisi risolutiva dell’epoca.

Il quarto periodo è caratterizzato dalla creazione delle attrezzature finanziarie, economiche e tecniche, necessarie alla nuova gestione della finanza pubblica, definitivamente orientata verso l’intervento diretto e responsabile dello Stato.
Fu fondato l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, (distrutto in tempi moderni da Romano Prodi) come organo tecnico per la gestione di varie aziende, già finanziate dalle banche private, e che la crisi creditizia aveva accollato all’erario.
Fu organizzata la finanza dell’ordinamento corporativo mediante il potenziamento dell’iniziativa individuale sotto il controllo del tenore di vita dell’operaio, allo scopo di assicurare ad ogni lavoratore un livello di consumi ed uno statuto salariale adeguato alla propria famiglia e al suo sostentamento, con rispetto e tutela del grado di civiltà raggiunto mai sino a quel momento dalla nazione italiana.
La grande operazione economica compiuta in questa fase dalla finanza Fascista fu la conversione del consolidato 5% per oltre 63 miliardi di lire in capitale, in rendita redimibile al 3,50% allo scopo di predisporre la graduale riduzione del debito pubblico, mediante rimborso del capitale e limitazione conseguente delle spese per la sua gestione.
Il criterio logico dominante in quel periodo della congiuntura mondiale, era che il risanamento finanziario ed economico del Paese fosse condizionato dalla gestione, rigida e controllata, dalla Tesoreria, conseguita mediante una continua e severa comprensione delle spese pubbliche, prime fra queste, quelle per il debito statale.

Il quinto periodo è rappresentato dalla preparazione e dallo sfruttamento di tutta l’economia e di tutta la finanza italiana sul piano dell’Impero, in vista della funzione oceanica assunta dall’Italia dell’epoca.
E’ chiaro, che il secondo conflitto mondiale abbia accelerato ed intensificato questo processo, mettendo a disposizione dello Stato le risorse necessarie per resistere e combattere.
Era altrettanto evidente che la saldezza economica e finanziaria potesse essere insidiata da un nemico terribile: l’inflazione.
In questo fenomeno, non v’è nulla di fatale né di inevitabile.
Anche in questo caso, la volontà può regolare le cose a seconda di fini determinati.
In regime liberale, nell’assenza di una volontà direttiva, che l’inflazione può imporsi per la cosiddetta forza delle cose, ma non in un regime autoritario e totalitario, quando sia deciso ad impedire ad ogni costo il disastroso fenomeno della progressiva svalutazione della moneta.
Come sempre, il fenomeno dell’inflazione muove sempre da presupposti di ordine morale, dalla preoccupazione, dalla sfiducia, dalla smania dei facili guadagni, dal desiderio di “coprirsi”, di mettersi al riparo dai rischi più o meno immaginari.
Di qui un’attività economico – finanziaria fittizia, improvvisata, alla quale non corrisponde nessuna produzione reale e che vale unicamente a determinare un rapido rialzo dei prezzi.
Si formano, così, delle situazioni artificiose, che per reggersi debbono ricorrere al credito, cioè al risparmio nazionale.
E a questo punto che lo Stato può far sentire la sua volontà, sia regolando il credito attraverso il riscontro presso la Banca di emissione, sia contenendo entro i limiti stabiliti la circolazione.
Tutto ciò, con uno Stato sovrano ed indipendente.
Comunque sia, tutto questo non basta.
La severità dello Stato, che non deve avere pietà per le situazioni artificiose, causate sempre da speculazioni illecite o sbagliate, deve essere assecondata dalla disciplina dei cittadini, a qualsiasi ordine appartengano: industriali, agricoltori, commercianti, consumatori, che hanno il dovere e l’interesse di astenersi da quelle attività economico – finanziarie che valgono unicamente a determinare il progressivo rialzo dei prezzi, quel circolo vizioso a cui si è riferito così efficacemente il 26 marzo 1942 il Capo del Governo Italiano. Occorreva, secondo Mussolini “un deciso, violentissimo, se sarà necessario, colpo di arresto, contro una tendenza esiziale.
Non un metro di più sulla via della rovina, sulla via della perdizione.
Sono in giuoco il risparmio nazionale cioè la consistenza stessa dell’economia italiana, gli stipendi, i salari, le pensioni. Tutto”.
Lo Stato Fascista prometteva nessuna tolleranza dello Stato in fatto di speculazioni o di arbitrari arricchimenti.
In un discorso del 20 marzo 1942, all’Istituto di Cultura Fascista, il ministro Thaon di Revel parlò chiaramente: “occorre instillare nella convinzione di ognuno che tali forme di arricchimento anche se momentaneamente tollerate, verranno in definitiva eliminate e che nessuna conseguenza di natura monetaria potrà costituire una ragione di favore per alcuni investimenti patrimoniali a reddito variabile, in danno di quelli a reddito fisso. Imposte, a natura compensatrice, su reddito e su capitale, aventi come elemento di discriminazione la fonte variabile o fissa del reddito stesso, saranno certamente applicate dal Governo Fascista alla chiusura della congiuntura bellica presente”.
Sappiamo tutti, purtroppo, che non andò così.
La difesa della moneta, cioè del risparmio, non consentiva eccezioni o transigenze, per il Fascismo.
Anche per questi motivi, l’Italia Fascista ha perduto la sua guerra.

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=12507

L’OLOCAUSTO DEL POPOLO ARMENO – 1.500.000 morti innocenti

Fonte: http://www.internetsv.info/Armenia.html

Bandiera armena

1.500.000 morti innocenti. Il popolo armeno, di fede cristiana, conobbe lo sterminio totale ad opera dei Giovani Turchi arrivati al potere in Turchia in modo violento. Chi erano, chi guidava i Giovani turchi?
“I Giovani Turchi nel 1908 presero il potere con un colpo di Stato, cui inizialmente gli armeni, sperando nell’avvento di un regime che riconoscesse loro i diritti civili, diedero appoggio. Il sultano non venne spodestato, ma esautorato. La delegazione che depose il sultano, composta da tre personalità appartenenti ai Giovani Turchi, comprendeva l’ebreo Emmanuel Carasso, mentre uno dei leader piú in vista dei Giovani Turchi, Mehmet Taalat Pasha era il gran maestro del Grande Oriente di Turchia, affiliato al Grande Oriente di Francia, amico di Gelfand Israel Lazarevitch, detto Parvus, che finanzierà la rivoluzione bolscevica. (BLONDET M., Cronache dell’Anticristo, Effedieffe edizioni, Milano 1995, 23). In un primo momento gli armeni ottengono teoricamente lo status di cittadini a tutti gli effetti e nell’Armenia vengono formate sei entità vagamente autonome, chiamate villayet. I Giovani Turchi sembrano intenzionati a creare una federazione di tutti i popoli precedentemente inclusi nell’impero, ma la prova delle loro vere intenzioni si ha nel 1909 in Cilicia, dove 30.000 cristiani armeni vengono massacrati. Una delle poche voci che in questo periodo si alzerà in difesa degli armeni e dei curdi sarà quella di Benito Mussolini”
La nazione armena nel corso del XX secolo ha conosciuto il genocidio ad opera dell’impero ottomano e le
deportazioni ad opera del comunismo sovietico. Il suo martirio però – prologo di tutti gli orrori del Novecento
– viene negato sia dal governo turco sia dal mondo post-comunista. Chi continua a volere il suo oblio?
 Genocidio degli armeni L‘Armenia (Hayastani Hanrapetut’yun) è una repubblica dell’Asia occidentale, ex repubblica dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), situata in Transcaucasia, confinante a nord con la Georgia, a est con l’Azerbaigian, a ovest con la Turchia, a sud con l’Iran e la Repubblica autonoma del Nahicevan. L’Armenia è un paese prevalentemente montuoso, con scarso terreno arabile, la cui superficie complessiva è di 29.800 km². La popolazione si concentra nelle valli, specialmente lungo il fiume Razdan, dove è situata Yerevan, la capitale di un paese martire, un paese che ha visto il genocidio dei suoi abitanti, uno dei piú orribili che la storia abbia mai registrato.
Il genocidio sono in molti a negarlo. Ci sono stragi che non contano e di cui non si trova traccia nei libri di storia: il genocidio degli armeni è una di queste. Ma oltre un milione e mezzo di morti su una popolazione di due milioni, sono una percentuale dell’orrore che non ha pari, in età moderna, per nessun altro popolo. Eppure nonostante questo solo recentemente si è cominciato a parlare di Metz Yeghern (o Metz Jeghern), il Grande male, come gli armeni chiamano il loro Olocausto. Sul suo oblio – come hanno osservato alcuni autori – può aver pesato il rifiuto degli ebrei di mettere il Metz Yeghern a paragone con la Shoah, per il rischio di veder sminuita la loro tragedia, tuttavia il vice-ministro degli Esteri israeliano Iosi Beilli, nel corso della seduta del Parlamento d’Israele del 27 aprile 1994, affermò che lo sterminio degli armeni era stato un vero genocidio; non si contano studi e seminari anche israeliani dove i due eventi non vengono messi in contrapposizione bensí analizzati in parallelo.
Gli inizi
Tutto cominciò con la crisi dell’Impero ottomano e la nascita del nazionalismo turco. Già alla fine dell’Ottocento vi furono stragi e massacri fra la popolazione armena, ma la pulizia etnica venne teorizzata e praticata per la prima volta dai Giovani Turchi che nel 1909 sterminarono circa 30.000 armeni nella regione della Cilicia, sotto lo sguardo indifferente delle potenze europee. All’inizio della Prima guerra mondiale la Turchia venne sconfitta sul fronte caucasico (terra in maggioranza armena) e la vendetta di Istanbul non si fece attendere. Volendo riformare lo Stato su base nazionalista, sull’omogeneità etnica e religiosa, l’obiettivo fu quello di cancellare dalla faccia della terra la comunità armena cristiana attuando una radicale pulizia etnica. Dopo che il partito Ittihad ve Terakki (Unione e Progresso) dei Giovani turchi, con l’aiuto di esperti tedeschi, ebbe pianificato il genocidio e creato una forza paramilitare destinata a metterlo in atto, il 24 aprile 1915 il Metz Yeghern ebbe inizio, coordinato da un direttorio di cui faceva parte anche Mustafa Kemal, piú noto in seguito come Ataturk.
Cominciò cosí il massacro dei notabili con la confisca dei loro beni. Sotto il cielo di Istanbul, l’intera intellighenzia politica ed economica di sangue armeno venne silenziosamente eliminata. Oltre 2.300 armeni vennero arrestati, deportati e uccisi. Gli altri armeni dai 18 ai 60 anni vennero reclutati dall’esercito ottomano, quindi isolati a gruppi di centinaia e massacrati. Si calcola che siano stati circa 350.000 e nessuno di loro si salvò. Nei mesi successivi la struttura paramilitare chiamata Organizzazione Speciale si abbandonò ad eccidi e violenze sulla popolazione civile, infine, radunati i superstiti, quanto rimaneva della comunità fu deportato dall’Anatolia, dove era insediata dal settimo secolo avanti Cristo, nel deserto di Der es Zor, in Mesopotamia, oppure ad Aleppo. Centinaia di migliaia di vecchi, donne e bambini vennero avviati, a piedi, verso i lontani deserti asiatici. Molti morirono durante il viaggio stroncati dalla fame, dalla sete e dalla fatica. Chi riuscí a giungere fino al punto d’arrivo non trovò altro che sabbia, una soluzione finale piú terribile ed efficace delle camere a gas inventate piú tardi dai nazisti: fu il deserto ad inghiottire i corpi delle vittime, molti furono gettati in caverne e bruciati vivi. Il destino dei sopravvissuti non fu migliore: chi non morí di fame e di sete venne soppresso con metodi brutali, il piú delle volte lapidato per risparmiare le munizioni. Altre centinaia di migliaia di armeni fuggirono in Europa, America, Iran, Iraq, Siria e Libano: fu un nuovo e terribile esodo. Tra il maggio ed il luglio del 1915 verranno sterminati gli armeni delle province orientali di Erzerum, Bitlis, Van, Diyarbakir, Trebisonda, Sivas e Kharput. Si salveranno solo i residenti della provincia di Van, che riusciranno a riparare in Russia grazie ad una provvidenziale avanzata dell’esercito zarista.
Le testimonianze e gli archivi hanno confermato l’esistenza di venticinque campi ai quali se ne devono aggiungere cinque di transito. Essi non assomigliavano ai campi di concentramento nazisti, sovietici o cinesi: non vi erano torri di vedetta, filo spinato, cani, baracche o massiccia presenza di soldati. La loro funzione non era quella di isolare, punire, rieducare, né di sfruttare la manodopera, appartenevano piuttosto ad un genere nuovo, che mirava a far languire sul posto i detenuti per giorni o settimane prima di costringerli a marciare nuovamente verso altre destinazioni, finché le colonne non si riducevano a pochi superstiti. I campi di transito o i centri dove si mandavano a morire i deportati erano semplici spazi aperti, lontani dai centri abitati, dove mancavano misure di stretta sorveglianza e di repressione, perché i detenuti erano troppo deboli per ribellarsi. In ogni caso non c’era alcuna possibilità di sopravvivenza per chiunque tentasse di fuggire attraverso il deserto. Le colonne erano sorvegliate da guardie, reclutate soprattutto in Siria, mentre i guardiani dei campi venivano scelti tra gli armeni piú poveri e disposti a tutto pur di scampare alla stessa sorte.
La disorganizzazione evidente della ferocia ottomana, le misure di sorveglianza minime e la mancanza di infrastrutture contrastano con la cura metodica e programmatica che i comunisti russi ed asiatici, al pari dei nazisti, misero nell’organizzare i loro campi. Tutto concorre a dimostrare che l’unica funzione dei campi turchi era quella di anticamere della morte. Ma la specificità di questo genocidio risiede senza dubbio nelle lunghe marce imposte ai deportati attraverso l’Impero, spostamenti in massa privi di una meta reale e di una qualsiasi speranza. Il genocidio si compí cosí in un lasso di tempo relativamente breve, dall’aprile 1915 al giugno 1916. In poco piú di un anno circa 1.200.000 persone vennero uccise dagli ottomani. I sopravvissuti scamparono soltanto grazie a circostanze fortuite o fuggendo all’estero.
Il genocidio degli armeni
Singolare la testimonianza del Console generale d’Italia a Trabzon, Giovanni Gorrini, che sulle pagine de Il Messaggero (Roma) del 25 agosto 1915 scrisse:
«Degli oltre 14.000 armeni legalmente residenti a Trebisonda all’inizio del 1915 il 23 luglio dello stesso anno non ne rimanevano in vita che 90. Tutti gli altri, dopo essere stati spogliati di ogni avere, erano stati, infatti, deportati dalla polizia e dall’esercito ottomani in lande desolate o in vallate dell’entroterra e massacrati […] dal 24 giugno, giorno della pubblicazione dell’infame decreto, fino al 23 luglio, giorno della mia partenza da Trebisonda, io non avevo dormito: non avevo mangiato piú, ero in preda ai nervi, alla nausea, tanto era lo strazio di dover assistere ad una esecuzione in massa di creature inermi, innocenti. Il passaggio delle squadre degli armeni sotto le finestre e davanti la porta del consolato, le loro invocazioni al soccorso senza che né io né altri potessimo fare nulla per loro, la città essendo in stato d’assedio, guardata in ogni punto da 15mila soldati in pieno assetto di guerra, da migliaia di agenti di polizia, dalle bande dei volontari e dagli addetti del comitato Unione e Progresso; i pianti, le lacrime, la desolazione, le imprecazioni, i numerosi suicidi, le morti subitanee per lo spavento, gli impazzimenti improvvisi, gli incendi, le fucilate in città, la caccia spietata nelle case e nelle campagne; i cadaveri a centinaia trovati ogni giorno sulla strada dell’internamento, le giovani donne ridotte a forza musulmane o internate come tutti gli altri, i bambini strappati alle loro famiglie o alle scuole cristiane e affidati per forza alle famiglie musulmane, ovvero posti a centinaia sulle barche con la sola camicia, poi capovolti e affogati nel mar Nero o nel fiume Dére Méndere, sono gli ultimi incancellabili ricordi di Trebisonda, ricordi che, ancora, a un mese di distanza, mi straziano l’anima, mi fanno fremere».
L’ambasciatore americano di origine ebraica Henry Morgenthau nel suo libro di memorie scrive:
«Alla partenza, questi disgraziati assomigliavano ancora a degli esseri umani, ma dopo qualche giorno, quando la polvere della strada aveva imbiancato le facce e i vestiti, e il fango si era indurito sulle gambe e sui piedi, distrutti dalla fatica e annichiliti dalla brutalità dei loro “protettori”, avevano l’aria di animali strani e sconosciuti. Durante circa sei mesi, dall’aprile all’ottobre del 1915, quasi tutte le grandi vie dell’Asia Minore erano intasate da queste orde di esiliati. Si poteva vederle affollare le valli, o scalare i fianchi di quasi tutte le montagne, marciando e marciando sempre senza sapere dove, se non che ogni sentiero conduceva alla morte. Villaggi dopo villaggi, città dopo città, furono spogliati della loro popolazione armena, in condizioni simili. Durante questi sei mesi, da quanto si può sapere, circa 1.200.000 persone furono indirizzate verso il deserto della Siria. “Pregate per noi”, dicevano, abbandonando i focolari che 2.500 anni prima avevano fondato i loro avi. “Non torneremo mai piú su queste terre, ma noi ci ritroveremo un giorno. Pregate per noi!”. Avevano appena abbandonato il suolo natale che i supplizi cominciavano; le strade che dovevano seguire non erano che dei sentieri per muli dove procedeva la processione, trasformata in una ressa informe e confusa. Le donne erano separate dai bambini, i mariti dalle mogli. I vecchi restavano indietro esausti, i piedi doloranti. I conduttori dei carri trainati dai buoi, dopo avere estorto ai loro clienti gli ultimi quattrini, li gettavano a terra, loro e i loro beni, facevano dietro front e se ne tornavano ai villaggi, alla ricerca di nuove vittime. Cosí, in breve tempo, tutti, giovani e vecchi, si ritrovavano costretti a marciare a piedi; e i gendarmi che erano stati inviati, per cosí dire, per proteggere gli esiliati, si trasformavano in veri carnefici. Li seguivano, baionetta in canna, pungolando chiunque facesse cenno di rallentare l’andatura. Coloro i quali cercavano di arrestarsi per riprendere fiato, o che cadevano sulla strada morti di fatica, erano brutalizzati e costretti a raggiungere al piú presto la massa ondeggiante. Maltrattavano anche le donne incinte e se qualcuna, e ciò avveniva spesso, si accovacciava ai lati della strada per partorire, l’obbligavano ad alzarsi immediatamente e a raggiungere la carovana. Inoltre, durante tutto il viaggio, bisognava incessantemente difendersi dagli attacchi dei musulmani. Distaccamenti di gendarmi in testa alle carovane partivano per annunciare alle tribú curde che le loro vittime si avvicinavano e ai paesani turchi che il loro desiderio finalmente si realizzava. Lo stesso governo aveva aperto le prigioni e rilasciato i criminali, a condizione che si comportassero da buoni maomettani all’arrivo degli armeni. Cosí ogni carovana doveva difendere la propria esistenza contro piú categorie di nemici: i gendarmi di scorta, i paesani dei villaggi turchi, le tribú curde e le bande di cetè o briganti. Senza dimenticare che gli uomini che avrebbero potuto proteggere questi sfortunati erano stati tutti uccisi o erano stati arruolati come lavoratori, e che i malcapitati deportati erano stati sistematicamente spogliati delle armi. A qualche ora di marcia dal punto di partenza, i curdi accorrevano dall’alto delle loro montagne, si precipitavano sulle ragazze giovani e, spogliandole, stupravano le piú belle, come pure i bambini che piacevano loro, e rapinavano senza pietà tutta la carovana, rubando il denaro e le provvigioni, abbandonando cosí gli sfortunati alla fame e allo sgomento» (trad. propria, per il testo inglese originale vedasi MORGENTHAU H., Ambassador Morghentau’s Story, Sterndale Classics, London, 2003).
Dopo la sconfitta della Turchia nella Prima guerra mondiale le pressioni dei vincitori per processare i responsabili dell’immenso massacro, unite alla forzata nascita di una Repubblica d’Armenia e di un Kurdistan indipendenti (Trattato di Sèvres, 10 agosto 1920), favorirono paradossalmente solo il completamento dello sterminio. Dopo la caduta dei Giovani Turchi il potere finí nelle mani di Mustafà Kemal Atatürk, deciso ad imporre il nazionalismo e a completare l’opera dei predecessori nei confronti degli armeni. Kemal seppe sfruttare con astuzia la diffidenza tra la nuova Russia bolscevica e gli Alleati occidentali. Nell’indifferenza generale, con assoluto disprezzo delle disposizioni del Trattato di Sèvres, Kemal ordinò alle proprie truppe, agli ordini del generale Karabekir, di invadere l’Armenia e, con l’aiuto della rediviva Organizzazione Speciale, di attuare la fase finale del genocidio. Gli armeni rimasti in territorio turco, che tra il 1920 ed il 1922, con l’attacco alla Cilicia armena ed il massacro di Smirne, vennero definitivamente sterminati. Dopo questi ultimi crimini quasi nessun armeno rimase vivo in Turchia (tranne pochissimi che si erano convertiti all’Islam). Kemal Atatürk al termine della guerra di liberazione turca (1920-1922) ottenne poi la revisione delle condizioni imposte alla Turchia con il trattato di Losanna (24 luglio 1923) che annullò gli accordi di Sèvres. Se durante i lavori per il Trattato di Sevrès venne perfino riconosciuta l’indipendenza al popolo armeno e la sua sovranità su gran parte dei territori dell’Armenia storica, il successivo Trattato di Losanna (1923) annullò quelle decisioni, negando al popolo armeno persino il riconoscimento della sua stessa esistenza. Le atrocità commesse dai turchi nei loro confronti portarono gli alleati ad introdurre il concetto di «crimes against humanity», in seguito usato durante il processo di Norimberga. Ma il processo che si celebrò per il genocidio armeno ebbe ben altra risonanza e ben altri risultati, rispetto a ciò che sarebbe avvenuto a Norimberga.
 Il genocidio degli armeni
Il genocidio degli armeni
I processi e le vendette
La disfatta ottomana nella Grande guerra spinse i principali responsabili del genocidio armeno ad abbandonare il paese e, nella maggior parte dei casi, a fuggire in Germania. Nel 1919 a Costantinopoli fu intentato un processo a loro carico svoltosi sotto la direzione di Damad Ferid Pasha. Le condanne non sortirono praticamente alcun effetto poiché nei confronti dei condannati non furono mai presentate richieste d’estradizione, inoltre molti verdetti della corte vennero annullati. I procedimenti tuttavia non furono del tutto vani in quanto permisero di raccogliere numerose testimonianze utili per conoscere il reale svolgimento dei fatti. Furono appurate le responsabilità per i massacri di Yozgat che ebbero come responsabile il vice governatore Kemal. Nel processo di Trabzon si ammise la responsabilità del governatore e si descrisse il modo in cui erano avvenuti gli annegamenti di donne e bambini. Nel processo per il massacro nella città di Karput venne giudicato in contumacia Behaeddin Chakir e venne descritto dettagliatamente il ruolo dell’Organizzazione Speciale. A seguito però della riluttanza delle autorità ad eseguire le sentenze da loro stesse emesse, il partito armeno Dashnag creò un’organizzazione al fine di punire i principali responsabili del genocidio.
Taalat Pasha, ministro dell’Interno e successivamente primo ministro, venne ucciso a Berlino il 15 marzo del 1921 dall’armeno Solomon Tehlirian, successivamente assolto dalla locale Corte Criminale. I giudici riconobbero che le colpe di cui Taalat si era reso responsabile erano di una efferatezza indescrivibile. Djemal Pasha, ministro della Marina e dirigente dei Giovani Turchi; Said Halim Pasha, primo ministro; Behaeddin Chakir, responsabile dell’Organizzazione Speciale per lo sterminio degli armeni; Givanshir, responsabile del massacro degli armeni di Bakú e Gemal Azmí, prefetto di Trabzon, furono tutti uccisi da giustizieri armeni che pubblicarono poi le loro memorie, dalle quali venne ricavato anche un libro – scritto in francese – dal titolo “Operazione Nemesi”. Enver Pasha, ministro della Guerra, assieme a Taalat e Djemal, membro del triumvirato a capo della Turchia negli anni dello sterminio, messosi a capo di ribelli antisovietici nell’Asia Centrale, fu ucciso nel 1922 nel corso di un conflitto a fuoco con un reparto dell’Armata Rossa.
Alcuni dei responsabili del genocidio armeno, negli anni successivi, tramarono contro Kemal Ataturk, padre politico dell’attuale Turchia, che li fece processare, condannare a morte ed impiccare nel 1926. Morirono cosí Halis Turgut, comandante dell’Organizzazione Speciale per lo sterminio degli armeni nella regione di Sebaste; Ahmed Shükrü, ex ministro della Pubblica Istruzione; Ismail Gianpolat, successore di Taalat quale ministro dell’Interno; il dottor Nazim, membro della Direzione Centrale del partito Unione e Progresso e principale ideatore dello sterminio; Yenibahceli Nayil, capo dell’Organizzazione Speciale nella regione di Trabzon; Filipelí Hilmí, capo dell’Organizzazione Speciale nella regione di Erzerum. Altri criminali, considerati testimoni scomodi, vennero uccisi dietro mandato dello stesso partito dei Giovani Turchi. Fra di essi ci furono il colonnello Cerkez Ahmed, responsabile per le regioni di Van e Diarbekir; il colonnello Yakub Gemal e Amero, capo di un gruppo di banditi curdi, insieme ad un altro curdo, Mirza Bey, che si vantava di aver ucciso 70.000 armeni nella provincia di Erzerum.
Altri, per vari motivi, furono eliminati senza processo. Cosí accadde a Yahya Kaptan, che fece annegare migliaia di armeni al largo di Trabzon, e fu ucciso in quella stessa città da parte di ignoti sicari nel 1922. Un altro, Topal Osman, dopo la fine della Prima guerra mondiale, si uní ai seguaci di Kemal ed organizzò il massacro dei greci e dei superstiti armeni di Trabzon. Divenuto capo delle guardie del corpo di Kemal fu poi ucciso nel 1923 da alcuni soldati che lo volevano arrestare perché colpevole dell’assassinio di un deputato turco. Delí Halit, funzionario dell’Organizzazione Speciale, fu ucciso nel 1925 durante uno scontro avvenuto nel parlamento turco. Tra gli altri criminali ve ne furono alcuni che si tolsero la vita suicidandosi, fra loro il dottor Reshid, già prefetto di Diarbekir, fu tra i piú feroci aguzzini degli armeni: si suicidò nel 1919. Mahmud Kemil, generale dell’esercito, si uccise nel 1922. Kara Kemal, supervisore di tutte le decisioni segrete del partito dei Giovani Turchi, venne accusato di tramare contro Kemal e si suicidò subito dopo l’arresto. Vi furono infine delle morti almeno all’apparenza accidentali. Il generale Nurí Pasha, fratello di Enver, si rese responsabile dello sterminio degli armeni della Transcaucasia. Al termine della Prima guerra mondiale, congedatosi dall’esercito, si dedicò al commercio e successivamente aprí una fabbrica di armi e munizioni dove trovò la morte nel 1949 in seguito ad una violenta esplosione. Mehmed Memduh, prefetto di Erzican, di Bitlis, Baghdad e Mossul, morí per un incidente d’auto a Smirne. Hashim Beg, che ebbe una parte attiva nello sterminio degli armeni di Malatya, fu invece colpito da apoplessia in seguito all’uccisione del figlio da parte di un curdo e morí nel 1917.
Genocidio: la tragica realtà di un neologismo
Il termine “genocidio” fu coniato all’inizio degli anni ’40 del Novecento dal giurista americano di origine ebreo-polacca Raphael Lemkin (1900-1959), che pensò a questa parola proprio in seguito all’impressione avuta nell’apprendere dello sterminio degli armeni. Il vocabolo proviene dalla radice greca genos (famiglia, tribú o razza) e dal latino occidere (uccidere). Lemkin introdusse il termine nell’opera Axis Rule in Occupied Europe: Laws of Occupation – Analysis of Government – Proposals for Redress (Carnegie Endowment for International Peace, Washington, D.C. 1944). Dopo l’Olocausto Lemkin incoraggiò la promulgazione di leggi internazionali che definirono e proibirono il genocidio, raggiungendo il suo obiettivo nel 1951, quando la Convenzione sulla Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio entrò in vigore. Il crimine contro gli armeni fu condannato dai governi alleati già nel 1915, dal Senato degli Stati Uniti, nel 1916 e nel 1920 e dal Tribunale Militare turco nel 1919.
In seguito però venne steso un velo di silenzio sullo sterminio degli armeni che cadde cosí nel dimenticatoio. In epoca piú recente, nonostante le pressioni esercitate da parte della Turchia, varie istituzioni nazionali ed internazionali hanno riconosciuto e condannato il genocidio. Nel 1984 è stata la volta del Tribunale Permanente dei Popoli che nel corso della sessione dedicata a questo argomento, dal 13 al 16 aprile 1984, ha riconosciuto fra l’altro che “lo sterminio delle popolazioni armene con la deportazione ed il massacro costituisce un crimine imprescrittibile di genocidio ai sensi della convenzione del 9 dicembre 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio”. Il Tribunale permanente dei popoli (comprendente storici di tutto il mondo) intitolò il suo rapporto Crimine del silenzio. Il genocidio degli Armeni (edizioni Flammarion, Parigi, 1984). Lo sterminio venne segnalato nel 2001 anche dal prof. Israel Charny, ebreo, direttore della Enciclopedia del Genocidio (testo pubblicato in lingua inglese a cura del Holocaust and Genocide Institute, Jerusalem, Israel, Israel W. Charny Ed., ABC-CLIO Inc. 1999).
Nel 1985 la “Sottocommissione per la lotta contro le misure discriminatorie e per la protezione delle minoranze” della Commissione dei Diritti dell’Uomo dell’ONU, nella seduta del 29 agosto riconobbe, fra gli altri, anche il genocidio armeno. Anche il Parlamento Europeo, nella seduta del 18 giugno 1987, riconoscendo il genocidio armeno e condannando l’atteggiamento della Turchia, ha invitato gli stati membri della Comunità Europea a dedicare un giorno alla memoria dei genocidi armeno ed ebreo. Oltre a ciò, proprio in considerazione dell’attuale atteggiamento turco nei confronti del genocidio armeno, il Parlamento Europeo ha posto quale condizione previa all’unione della Turchia alla Comunità Europea il riconoscimento, da parte turca, dello sterminio degli armeni.
In epoca piú recente, il 14 aprile 1995, la Duma, il parlamento russo, ha riconosciuto all’unanimità il genocidio armeno. Lo stesso anno il genocidio fu riconosciuto dai parlamenti di Bulgaria e di Cipro. Nel 1996 esso venne riconosciuto da parte del parlamento della Grecia e l’anno successivo da quello del Libano. Nel 1998 furono i senati del Belgio e dell’Argentina a riconoscerlo. Infine il 29 maggio 1998 fu riconosciuto all’unanimità da parte dell’Assemblea Nazionale francese, nonostante la forte opposizione della Turchia. Il 29 marzo 2000 inoltre il genocidio armeno è stato formalmente riconosciuto anche dal parlamento svedese. Solo il 17 novembre 2000 la Camera dei deputati italiana ha riconosciuto ufficialmente quel genocidio, approvando, dopo anni di lunghe insistenze, un documento presentato già nel 1998 e sottoscritto da 165 deputati di vari partiti che chiese formalmente alla Turchia di riconoscere il genocidio degli armeni e di ristabilire relazioni diplomatiche e commerciali con la repubblica armena, abolendo l’embargo attuato contro di essa.
«Il genocidio degli armeni che ha dato inizio al secolo è stato il prologo agli orrori che sarebbero seguiti» – ha detto Giovanni Paolo II – facendo un chiaro riferimento ai campi di sterminio nazisti, nel corso della sua visita in Armenia, nel settembre del 2001, quando volle rendere omaggio alle vittime del genocidio, sostando in preghiera nel mausoleo di Tzitzernakaberd a Yerevan (Comunicato congiunto di Papa Giovanni Paolo II e del Catholicos Karekin II – Roma, 9 novembre 2000). In quell’occasione elevò all’onore degli altari l’arcivescovo Ignazio Maloyan (7 ottobre 2001), vittima egli stesso del genocidio, rilevando come il mondo possa purtroppo conoscere “aberrazioni tanto disumane”. Aberrazioni che ancora oggi il governo turco – a dispetto delle sue ambizioni europeiste – continua a minimizzare quando non addirittura a negare.
«Il genocidio degli armeni che ha dato inizio al secolo è stato
il prologo agli orrori che sarebbero seguiti» (Giovanni Paolo II)
Sviluppi politici recenti
 Genocidio degli armeni
È singolare come – nella discussione che si è aperta sull’ingresso della Turchia nella UE – non sia stato fatto alcun accenno al genocidio. Ankara rifiutò e rifiuta ogni responsabilità. La prospettiva di un allargamento dell’Unione europea oltre il Bosforo, fino a comprendere i discendenti dell’ex impero ottomano, ha suscitato – e continua a suscitare – discussioni e polemiche molto accese. L’esame d’ammissione venne cosí rinviato e l’UE si riservò di decidere se la Turchia nel frattempo avrebbe colmato il suo “deficit democratico”, passando al setaccio le riforme avviate o promesse dal governo di Ankara su temi umanitari come l’abolizione della tortura, la modifica del regime carcerario e il rispetto delle minoranze etniche. La Commissione europea nel suo Rapporto del 9 ottobre 2002 ne fece un lungo elenco. Balzò agli occhi tuttavia una vistosa lacuna: fra le condizioni per l’ingresso della Turchia nella UE non comparve il riconoscimento del genocidio armeno. Nessuno vi accennò durante il vertice di Copenaghen: una singolare amnesia colpí dunque i giudici e gli avvocatori difensori della causa turca?
Il motivo è semplice: parlare del genocidio armeno non è politically correct, significa evocare un problema che complica il dibattito sull’Olocausto, imbarazza l’Europa ed irrita profondamente la Turchia. A differenza dei tedeschi che continuano a interrogarsi sulla “Schuldfrage” per i crimini del nazismo, i turchi non riconoscono il genocidio armeno preferendo parlare di… «una tragedia che ha accomunato turchi e armeni in circostanze di guerra, provocando sofferenze reciproche e migliaia di vittime da entrambe le parti». La Turchia respinge la definizione di “genocidio” e dichiara che in quegli anni di armeni ne morirono “solo” 300.000, meno di quanti furono i turchi uccisi in scontri popolari tra turchi e armeni. A distanza di novanta anni, il gergo ufficiale di Ankara parla ancora del “sözde ermeni soykirim”, il “cosiddetto genocidio armeno”.
Una menzogna colossale coperta da una piccola verità: la tragedia avvenne effettivamente durante la Grande Guerra ma ciò non toglie che si sia trattato di un vero e proprio genocidio che, secondo la definizione dell’ONU, è il crimine commesso da chiunque partecipi alla distruzione di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso e l’Armenia, una fra le piú antiche nazioni cristiane, subí un vero e proprio martirio collettivo. La sua tragedia è stata raccontata in molti saggi e romanzi, tra i quali: Lo stato criminale di Yves Ternon; La masseria delle allodole di Atonia Arslan; la Breve storia del genocidio armeno di Claude Mutafian; Diario di un viaggio in Armenia di Alice Tachdjian Polgrossi, le testimonianze fotografiche dell’ufficiale tedesco di sanità Armin T. Wegner e i libri di Pietro Kuciukian, infine I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel.
Il libro di Franz Werfel, che ha riscosso grande successo, descrive l’unico episodio notevole di resistenza da parte degli armeni al tempo del loro Olocausto. “Mussa Dagh” significa la montagna di Mosè e dal 21 luglio al 12 settembre del 1915 su quel monte a nord del Libano si arroccarono circa cinquemila armeni che ribellandosi al governo ottomano intendevano sfuggire alla deportazione. Furono assediati, attaccati, bombardati, ma non cedettero. Allo stremo delle forze riuscirono poi ad attirare l’attenzione di una squadra navale anglo-francese che incrociava nel golfo di Alessandretta e accorse in loro aiuto. Furono cosí tratti in salvo e trasferiti a Porto Said, in Egitto. Gli appelli di Papa Benedetto XV per salvare il popolo armeno caddero nel vuoto, mentre i turchi proseguivano nella loro “guerra santa”.
Eppure lo sterminio degli armeni continua spesso a restare “un genocidio dimenticato” o negato. Gli Stati Uniti per lungo tempo non amavano sentirne parlare: il 21 ottobre 2000, un documento del Congresso che prevedeva il riconoscimento del genocidio, venne ritirato su pressione dell’allora presidente Clinton. La Turchia, infatti, era ed è l’alleato fedele degli USA, un avamposto militare nel mondo islamico, ed è anche l’unico Paese mussulmano amico d’Israele. Cosí, spesso, ogni volta che qualcuno prova a ricordare il primo genocidio del secolo XX, scatta un’interdizione politico-mediatico-culturale. Nonostante ciò, e nonostante le obiezioni dell’Amministrazione Bush, il 15 settembre 2005 la Commissione Esteri della Camera dei Rappresentanti statunitense propose una risoluzione nella quale si definiva quale genocidio il massacro degli armeni in Turchia, avvenuto fra il 1915 ed il 1923: il momento della verità e della giustizia non è ancora giunto. Ogni volta che negli Stati Uniti si ripropone la questione del genocidio armeno si rinnovano le rimostranze della Turchia. Un disappunto che implicitamente attesta una continuità storico-ideologica rispetto agli autori dell’eccidio che inchioda la Turchia alle sue gravissime responsabilità: una complicità storica che costituisce non solo una pesante incognita per il futuro, ma anche una grave macchia nel passato e nel presente, ben difficile da cancellare.
Alla luce dei contrasti suscitati dalla questione armena il clima si è fatto rovente, soprattutto fra quegli intellettuali turchi (perché di autori armeni che hanno scritto sull’argomento ce ne sono diversi) decisi a dire la loro in nome di una letteratura all’insegna della verità e dell’impegno civile. È ben noto il caso di Orhan Pamuk, classe 1952, colpevole per Ankara di alcune dichiarazioni oltraggiose per l’identità nazionale, avendo affermato… «che trentamila curdi e un milione di armeni sono stati uccisi dalle nostre parti e quasi nessuno osa parlarne: dunque ci provo io». L’accusa che gli è stata rivolta è di aver violato la censura a norma dell’articolo 301/1 del codice penale secondo cui chi insulta i turchi, la Repubblica, l’Assemblea o l’identità nazionale viene punito con la reclusione fino a 36 anni. Oggi in patria molti lo evitano, qualche zelante burocrate ha ordinato il sequestro e la distruzione dei suoi scritti. Orhan Pamuk è solo uno degli scrittori che hanno osato discutere della Questione armena di fronte all’opinione pubblica: se da un lato il governo Erdogan ha proposto di creare una commissione congiunta per arrivare ad una conclusione sul tema del genocidio, allo stesso tempo ha intensificato il numero dei processi contro pubblicazioni che hanno come tema il genocidio armeno.
Sgradito in patria è altresí lo storico turco Taner Akçam, condannato alla reclusione per lo stesso motivo, cioè per avere dichiarato che lo sterminio degli armeni in Turchia è stato un genocidio. Nel 2000 fu lui a lanciare con il suo libro un nuovo approccio alla “ermeni sorunu” (la Questione armena) “svelando il tabú armeno”, in cui difendeva la legittimità di parlare del genocidio aprendo la via al dialogo. La reazione della stampa locale e degli schieramenti politici turchi fu tiepida per non dire ostile, il libro vendette qualche migliaio di copie, ma fu un invito alla contestazione per tutti gli altri intellettuali.
Un altro esponente del dissenso è Ragip Zarakolu, editore che da anni ha sfidato i rigori della legislazione turca pubblicando testi sul massacro armeno, la questione curda e i diritti umani. Dopo I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel, Zarakolu ha iniziato un’intensa attività editoriale che lo ha portato a pubblicare una serie di titoli sgraditissimi ad Ankara: non ultimo il libro di George Jerjian, The Truth Will Set Us Free: Armenians and Turks Reconciled (Gj Communications, 2003), per il quale è stato citato in giudizio dalla seconda corte penale di Sultanhamet, a Istanbul, con l’accusa di violazione del codice penale.
Da segnalare anche l’opera dello storico Hilmar Kaiser, tedesco, il quale ha effettuato delle ricerche sul genocidio in piú di trenta archivi del Medio Oriente, in Europa e negli USA. Aveva lavorato anche negli archivi turchi prima di essere espulso dalle autorità nel 1996 per “motivi politici”. In seguito scoprí nuovi documenti provanti la veridicità dei fatti, anche se diverse collezioni degli archivi ottomani erano e restano inaccessibili.
La Francia – come già detto – è stata una delle poche nazioni a riconoscere pienamente il genocidio degli armeni e per questo ha subito pesanti ritorsioni commerciali da parte del governo turco. Un comportamento sul quale, ancora una volta, è calato l’imbarazzante silenzio della comunità internazionale. “Il Grande Male”, come gli armeni hanno chiamato il loro orrendo Olocausto, sembra debba restare nascosto, sembra debba sparire agli occhi del mondo. L’Europa, che ha già troppe vertenze aperte con gli Stati Uniti ed Israele, a Copenaghen non ha avuto il coraggio di tornare sulla questione. Forse se ne parlerà quando l’Armenia chiederà d’entrare nella UE?
Una storia di fedeltà e di sofferenza
La tradizione fa risalire il primo annuncio del Vangelo in Armenia agli apostoli Taddeo e Bartolomeo, tuttavia sarà solo a seguito dell’apostolato di san Gregorio l’Illuminatore, che nel 301 battezzò il re Tiridate III e la sua corte, che il cristianesimo divenne la religione dominante. Questa scelta, insieme alla sua posizione geografica, sono state per il popolo che l’abitava causa di molte persecuzioni e guerre. Ma l’Armenia rimase sempre fedele. Con il declino dell’Impero romano, gli armeni finirono sotto l’influenza bizantina, poi sotto quella persiana e dal VII secolo sotto quella araba, conservando però sempre una marcata identità cristiana e nazionale. Durante il medioevo gli armeni riuscirono a ricostituire per brevi periodi dei regni autonomi, ma dal XVI secolo in poi gran parte del loro territorio venne conquistato dai turchi ottomani. In quanto sudditi gli armeni dovettero accettare la “Sharia”, cioè alla legge coranica, tuttavia non godevano dei diritti civili riconosciuti ai musulmani, ossia, non avevano titolo al possesso della terra, dovevano versare allo Stato un’imposta fondiaria e la loro parola non costituiva testimonianza valida nei tribunali mussulmani.
Nonostante ciò, come altre popolazioni cristiane dell’impero (greci, bulgari, rumeni, assiro-caldei, serbi e macedoni) e al pari degli ebrei, la loro identità non era messa in discussione dai sultani turchi. A partire dal XVIII secolo la formidabile compagine dell’Impero ottomano entrò in crisi. Nel 1876 salí al potere il sultano Abdul Hamid e solo due anni dopo i russi inflissero una grave sconfitta agli eserciti ottomani proprio nelle regioni del Caucaso, abitate dagli armeni. Nel successivo Congresso di Berlino (1878), la proposta di costituire una nazione armena fallí per l’opposizione del primo ministro inglese, di origine israelita, Benjamin Disraeli. Lo zar ottenne solo che nei trattati internazionali venisse inserita una clausola che permetteva alla Russia di esercitare un diritto di «protezione» nei riguardi degli armeni, in quanto cristiani. Se, nonostante fosse cristiana, la nazione armena era fino ad allora considerata la «millet-y-sadyka», «la comunità piú fedele», da allora crebbero, invece e a torto, i sospetti di collaborazionismo con la Russia, mentre iniziavano a manifestarsi segni di risveglio del sentimento nazionale armeno, oltre alla rivendicazione – soprattutto da parte della classe media – di quei diritti civili fino ad allora negati. Interprete di questo movimento fu anche il patriarcato armeno di Costantinopoli, che rappresentava la causa armena sulla scena internazionale.
Il sultano Abdul Hamid, temendo una ulteriore perdita di territori e sfruttando il pretesto di alcuni attentati provocati da nazionalisti armeni, diede il via, tra il 1894 e il 1896, a una serie di massacri, fatti eseguire dagli Hamidiés (battaglioni curdi appositamente costituiti dal sultano). Le vittime furono circa 300.000. Numerose furono anche le conversioni forzate all’Islam che però non ebbero seguito. A causa delle persecuzioni ebbe inizio una forte ondata migratoria. Fu solo l’inizio di una serie di massacri che durerà da allora per trent’anni sotto tre diversi regimi turchi.
Le potenze europee, paralizzate dal timore di compromettere il fragile equilibrio internazionale, già caldissimo per via della questione balcanica, non intervennero contro l’impero ottomano. Ma, come già sappiamo, un nemico ancor piú temibile del sultano avrebbe segnato la vita del popolo armeno: i “Giovani Turchi” ed il loro partito “Unione e Progresso”. I giovani Turchi si ispiravano anche nel nome agli ideali della società segreta mazziniana Giovine Italia. Nel suo libro Cronache dell’Anticristo Maurizio Blondet ricorda come «il Risorgimento italiano non è soltanto un movimento di riscatto nazionale, ma anche e soprattutto un grandioso movimento sociale, che entra nel quadro di un piú vasto movimento europeo; e per gli ebrei, Risorgimento non significava solo l’unità d’Italia, ma anche e soprattutto emancipazione. Tutti gli ebrei partecipano a questa lotta; fanno parte di società segrete». (BLONDET M., Cronache dell’Anticristo, Effedieffe edizioni, 1995, 26-31). Nella nascita dei Giovani Turchi l’elemento ebraico svolse un ruolo determinante. I Dunmeh, che in turco significa apostati, erano ebrei convertiti all’Islam, seguaci di Shabbatai Zevi. Essi, che erano già molto influenti, cominciarono a rivestire ruoli importanti nell’amministrazione pubblica e nell’esercito e divennero giudici e membri del Consiglio di Stato. Furono loro l’anima progressista, relativista e modernizzatrice dell’intellighenzija turca, loro che proclamarono per la prima volta l’idea di repubblica e di riformismo. Citando Scholem, Blondet ricorda che «i dunmeh hanno esercitato un ruolo importante nel Comitato Unione e Progresso, l’organizzazione dei Giovani Turchi che ebbe origine a Salonicco, il centro culturale dei sabbatei. Le ‘idee riformatrici’ si propagarono soprattutto nell’esercito ottomano» (BLONDET M., Cronache dell’Anticristo, Effedieffe edizioni, Milano 1995, 23).
Il panturchismo dei Giovani Turchi ritenne che l’impero potesse risorgere solo attraverso l’esaltazione del sentimento nazionale ed etnico. L’idea, che si accompagnava al ritorno del mito di Turan, leggendario capostipite dell’etnia turca, era quella di ricomporre sotto di esso tutti i popoli che si riconoscevano nella lingua, nella religione e nella razza turca: uzbeki, tagiki, kazaki e azeri. Ma a frapporsi fra i turchi e le etnie che si riconoscevano in Turan, c’eri sono, oltre ai curdi, gli armeni. Nella propaganda dei Giovani Turchi, erano soprattutto gli armeni l’ostacolo, perché erano cristiani e quindi implicitamente alleati delle potenze europee, oltreché a rischio di secessione, come insegnavano gli avvenimenti, che avevano visto la nascita della Bulgaria e della Serbia, distaccatesi definitivamente dal dominio ottomano durante le guerre balcaniche di inizio secolo.
I Giovani Turchi nel 1908 presero il potere con un colpo di Stato, cui inizialmente gli armeni, sperando nell’avvento di un regime che riconoscesse loro i diritti civili, diedero appoggio. Il sultano non venne spodestato, ma esautorato. La delegazione che depose il sultano, composta da tre personalità appartenenti ai Giovani Turchi, comprendeva l’ebreo Emmanuel Carasso, mentre uno dei leader piú in vista dei Giovani Turchi, Mehmet Taalat Pasha era il gran maestro del Grande Oriente di Turchia, affiliato al Grande Oriente di Francia, amico di Gelfand Israel Lazarevitch, detto Parvus, che finanzierà la rivoluzione bolscevica. (BLONDET M., Cronache dell’Anticristo, Effedieffe edizioni, Milano 1995, 23). In un primo momento gli armeni ottengono teoricamente lo status di cittadini a tutti gli effetti e nell’Armenia vengono formate sei entità vagamente autonome, chiamate villayet. I Giovani Turchi sembrano intenzionati a creare una federazione di tutti i popoli precedentemente inclusi nell’impero, ma la prova delle loro vere intenzioni si ha nel 1909 in Cilicia, dove 30.000 cristiani armeni vengono massacrati. Una delle poche voci che in questo periodo si alzerà in difesa degli armeni e dei curdi sarà quella di Benito Mussolini, allora giornalista e socialista rivoluzionario. Al convegno di Tessalonica del 1910 il ministro degli Interni Taalat delinea il principio di omogeneizzazione della Turchia favorendo l’approvazione di una legge che in caso di guerra consentirà la deportazione di intere popolazioni. Nel 1913, esautorando quasi completamente il sultanato, i Giovani Turchi daranno vita ad una dittatura militare guidata da Djemal, Enver Pascià e da Taalat Pasha, futuri ministri della Marina, della Guerra e dell’Interno. Infine il ministro Enver Pasha costituí la Teskilati Mahsusa, un’organizzazione guidata da due medici, Nazim e Beheaddine Chakir, che ufficialmente risulterà creata per compiere azioni di guerriglia in caso di conflitto, nella realtà vera e propria organizzazione dedita allo sterminio e alla pulizia etnica.
Nel febbraio del 1914 la Russia costrinse la Turchia a firmare un trattato che imponeva il controllo di ispettori stranieri sulle province armene, a tutela della minoranza cristiana. Il clima internazionale era rovente, lo scoppio della Grande Guerra imminente. Quando il conflitto ebbe inizio i partiti armeni cercarono invano di opporsi. L’impero turco si era schierato con gli imperi centrali. La Terza Armata turca, impreparata e male equipaggiata, venne mandata allo sbaraglio in condizioni climatiche ostili a Sarikamish, dove il 15 gennaio 1915 viene sbaragliata dalle forze russe. I russi penetrano in territorio turco sotto la guida di quattro legioni formate da armeni, sudditi dello zar, ma senza che gli armeni di Turchia siano complici di tale strategia. Ciononostante, l’esercito turco indicò tra i responsabili della disfatta proprio gli armeni e l’accusa di tradimento fu la molla che fece scattare un piano di sterminio premeditato da tempo e favorito dalla situazione internazionale.
Approfittando della rivoluzione in corso in Russia, gli armeni che erano riparati sotto il controllo dell’impero zarista, il 28 maggio 1918 dichiararono la propria indipendenza e dopo la conquista di alcuni territori nell’Armenia turca, venne proclamata la repubblica armena, che nel 1920 sarà però sovietizzata. Nel 1922 l’Armenia si uní all’Azerbaigian e alla Georgia a formare la Federazione transcaucasica, una delle quattro originarie repubbliche dell’URSS. Nel 1936 fu istituita una Repubblica Socialista Sovietica Armena autonoma. Sarà solo nel settembre del 1991, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, che l’Armenia potrà dichiarare la propria indipendenza, divenendo l’attuale repubblica d’Armenia. Levon Ter-Petrosyan, capo del Movimento nazionale armeno, ne divenne presidente. Nel 1992 tra Armenia e Azerbaigian esplose un conflitto per il possesso del Nagorno-Karabah, enclave armena in Azerbaigian, assegnata all’Armenia nel 1989 dal Soviet supremo sovietico. La tensione politica nel paese andò progressivamente aumentando già nel primo anno di indipendenza. Le difficoltà causate dal terremoto del 1988, dalla guerra con l’Azerbaigian e il conseguente blocco economico da questo adottato, fecero crescere l’opposizione alla politica del governo. Il partito di maggioranza, il Movimento nazionale armeno, promotore di un programma moderato di riforma economica e di delimitazione territoriale, incontrò l’opposizione da parte di un’ampia schiera di forze politiche e in particolare del partito Dashnak (Federazione rivoluzionaria armena), che era stato la forza di governo nel breve periodo di indipendenza del paese tra il 1918 e il 1922. Il Dashnak, che esercitava un forte controllo sulle forze armate nel Nagorno-Karabah, rifiutò il programma di riforme economiche, sostenendo l’adozione di una politica piú dura nei confronti dell’Azerbaigian e piú stretti legami con la Russia.
Nel 1992 l’Armenia fu ammessa nell’ONU. Nel 1993 le forze militari armene sconfissero ripetutamente l’esercito dell’Azerbaigian, occupando il territorio che separa l’Armenia dall’enclave del Nagorno-Karabah. Nel 1994 entrò in vigore un cessate il fuoco, seguito dall’avvio di negoziati di pace, subito però sospesi. Malgrado i numerosi problemi che affliggono il paese (il conflitto con l’Azerbaigian, il blocco economico, la dipendenza energetica e alimentare), la riforma politica ed economica intrapresa agli inizi degli anni Novanta consentí al paese di ottenere discreti risultati, soprattutto nei settori agricolo e industriale. Nel 1995 si svolsero le elezioni politiche, che diedero la maggioranza al partito del presidente, e fu adottata una nuova Costituzione.
Il riconoscimento del genocidio armeno, anche da parte della Turchia, è un atto di grande importanza. L’umanità non può dimenticare il primo genocidio del Novecento, con un milione e mezzo di cristiani armeni sterminati in quanto tali. Adolf Hitler, ispirato da quella immane tragedia, in un noto discorso del 22 agosto 1939 affermò che si poteva invadere la Polonia e massacrarne il popolo senza preoccuparsi delle conseguenze: «Chi mai si ricorda oggi – disse – dei massacri degli Armeni?». Esigere nel presente un riconoscimento del passato, significa anche preoccuparsi del futuro. Il futuro del popolo armeno, il futuro di tutti. È urgente che accanto al 27 gennaio, memoria della Shoa, vi sia una memoria di tutti gli orrori che il secolo XX ha prodotto contro la creatura umana, fatta a immagine e somiglianza di Dio.
Brevi appunti bibliografici sul genocidio armeno
Elise, Storia di Vardan e dei martiri armeni, a cura di Riccardo Pane, Città nuova editore, Roma, 2005.
Il Paradigma nazista dell’annientamento – La Shoah e gli altri stermini, a cura di A. Chiappano e Fabio Minazzi, Giuntina editore, 2006.
Pietre sul cuore. Diario di Varvar, una bambina scampata al genocidio degli armeni, cur. Tachdjian Polgrossi A., Ed. Sperling Paperback, 2006.
Si può sempre dire un sí o un no: i giusti contro i genocidi degli armeni e degli ebrei, Editore CLEUP, 2001.
AKCAM TANER, Nazionalismo turco e genocidio armeno, Guerini e Associati, Milano 2005.
ARSLAN A. – PISANELLO L., Hushèr la memoria. Voci italiane di sopravvissuti armeni, Ed. Guerini e Associati, 2001.
AMABILE FL. – TOSATTI M., Mussa Dagh, gli eroi traditi, Guerini e Associati, Milano 2005.
BLONDET M., Cronache dell’Anticristo, Effedieffe edizioni, Milano 1995.
CHALIAND GÉRARD, L’imputato non è colpevole, Argo Editrice, Lecce 2006.
CHIERICI M., La strage degli Armeni – Giorni di sangue sul Mussa Dagh, in Storia Illustrata, vol. XXIII, 143 (1969), 52-59.
EL-GHOSSEIN FAYEZ, Il Beduino misericordioso. Testimonianze di un arabo musulmano sullo sterminio degli armeni, trad. di Vasken Pambakian, Ed. Guerini e Associati, Milano 2005.
ELISE, Storia di Vardan e dei martiri armeni, cur. Pane R., Editore Città Nuova, 2005.
FLORES M., Il genocidio degli armeni, Editore Il Mulino 2006.
IMPAGLIAZZO M., Una finestra sul massacro. Documenti inediti sulla strage degli armeni (1915-1916), Ed. Guerini e Associati, 2000.
JERJIAN G., The Truth Will Set Us Free: Armenians and Turks Reconciled, Gj Communications, 2003.
KOTEK J. – RIGOULOT P., Il secolo dei campi. Detenzione, concentramento e sterminio: 1900-2000, Mondadori, Milano 2001.
KUCIUKIAN P., Voci nel deserto. Giusti e testimoni per gli armeni, Ed. Guerini e Associati, 2000.
MARSHALL LANG D., Armeni – Un popolo in esilio, Edizioni Calderini, 1989.
MUTAFIAN CL., Metz Yeghérn. Breve storia del genocidio degli armeni, Ed. Guerini e Associati, 2001.
RICCARDI A., Il secolo del martirio, Arnoldo Mondadori Editore, 2000.
SANCTIS S., Armeni – Il genocidio dimenticato, in Storia e dossier, anno XI, 103 (1996), Giunti, Firenze, 71-97.
SHIRAGIAN ARSHAVIR, Condannato a uccidere – memorie di un patriota armeno, Guerini e Associati, 2005.
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TERNON Y., Lo stato criminale, Edizioni Corbaccio, 1997.
WERFEL FR., I quaranta giorni del Mussa Dagh, Corbaccio, Milano 2003.
ZEKIYAN BOGHOS L., L’Armenia e gli armeni. Polis lacerata e patria spirituale: la sfida di una sopravvivenza, Ed. Guerini e Associati, 2000.
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I meridionali non devono intraprendere – La tragedia di Pietrarsa


Eccoci al secondo appuntamento di questa serie, dove presenteremo l’eccellenza di Pietrarsa, azienda di San Giovanni a Teduccio, un quartiere della periferia a Est di Napoli. Una grande realtà aziendale che, da più importante nucleo industriale della penisola quale era in epoca preunitaria, viene ridotta a un’azienda di infima lega per poi essere chiusa, dopo esser passata attraverso una vergognosa tragedia: l’uccisione di alcuni dei suoi operai per mano di Carabinieri, Bersaglieri e Guardia Nazionale.

Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa

Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa

Ma andiamo con ordine.

L’azienda partenopea venne fondata nel 1840 per volere di Ferdinando II di Borbone e aveva già 700 operai quando l’Ansaldo venne fondata 13 anni più tardi. Nel 1853 Pietrarsa era difatti il primo e più importante nucleo industriale della penisola, oltre mezzo secolo prima della Fiat e 44 anni prima della Breda.1

Il primo tratto ferroviario della penisola, quello Napoli-Portici inaugurato nel 1839, fu il motivo principale che portò all’espansione di Pietrarsa, la quale, nel 1843, divenne fabbrica di locomotive e di assemblaggio di materiale rotabile, dopo esser già stata complesso siderurgico e adibita a produzione di cannoni e proiettili d’artiglieria.

In un periodo nel quale, in Inghilterra, lavoro minorile e orari di lavoro disumani erano la norma,2 gli operai di Pietrarsa lavoravano otto ore al giorno, guadagnavano uno stipendio sufficiente a sostentare le proprie famiglie e, primi in Italia, godevano di una pensione statale con una minima ritenuta sui salari.3

Ma questo stato di cose non era destinato a durare una volta che l’Italia fu unita. Dopo l’Unità, infatti, grazie all’intervento di Bombrini, le commesse iniziarono ad essere dirottate verso l’Ansaldo, mentre il nuovo padrone post-unitario delle officine partenopee, tale Jacopo Bozza, prima dilatò l’orario di lavoro abbassando allo stesso tempo gli stipendi, poi tagliò in maniera progressiva il personale mettendo in ginocchio la produzione.

Non ci volle molto perché il malcontento dilagasse. Sulle pareti prossime ai bagni aziendali fu scritto col carbone: «Morte a Vittorio Emanuele, il suo Regno è infame, la dinastia Savoja muoja per ora e per sempre». Gli operai avevano ormai capito a chi dovevano la loro crescente “sfortuna”.

A promesse di riassunzione seguirono altri licenziamenti. La tensione, a quel punto, era altissima. Il 6 Agosto del 1863, dopo che alla fine di Luglio il personale era ormai ridotto a poco più di 450 unità, gli operai videro un nuovo licenziamento — altre 60 persone — arrivare come risposta alle loro richieste di aumento di stipendio (ovvero, un ritorno a qualcosa di più vicino agli stipendi dell’epoca preunitaria, appena 2 anni prima). La situazione divenne critica, e il Capo Contabile, tale Sig. Zimmermann, chiese prima l’intervento della pubblica sicurezza, poi addirittura l’intervento di un battaglione di truppa regolare dopo che gli operai si furono raccolti nello spiazzo dell’opificio in protesta.

Arrivarono sul posto Bersaglieri, Carabinieri (forze armate storicamente piemontesi ed estese a tutto il nuovo stato “piemontizzato”) e Guarda Nazionale, che al segnale spararono sulla folla. Ufficialmente si parlò di sole due vittime, ma il fascio che fu citato dalla polizia, al foglio 24, riporta l’elenco completo di quattro morti e svariati feriti.

Nel 1863, dunque, abbiamo le prime vittime operaie d’Italia.4 Al contempo, troviamo un regime di polizia che cerca di insabbiare l’evento; difatti, il questore di Napoli dell’epoca, Nicola Amore, sminuì i fatti tacciandoli come “fatali e irresistibili”, mentre tentava inutilmente di corrompere Antonino Campanile, testimone loquace e scomodo. Questo atteggiamento premierà poi Nicola Amore, che farà carriera e diventerà sindaco di Napoli, dove oggi troviamo persino una piazza intitolata a suo nome.

Per quanto riguarda la stampa, quella “ufficiale” seguì prontamente l’esempio della polizia, e a nulla servì la dovizia di particolari delle stampe “minori”, come Il Pensiero, giornale che descrisse l’intera vicenda, e parlò di un totale di nove morti; o La campana del Popolo, che raccontò del dopo tragedia all’ospedale Pellegrini: «palle di fucile», e strage definita «inumana».

Niente giustizia dunque, e tra successivi licenziamenti e declassamenti, nel 1875 inizia il declino irreversibile5 dell’azienda che aveva ormai soltanto 100 operai. Ridotta a un piccolo centro di riparazioni, venne chiusa nel 1975. Al suo posto, oggi, c’è il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa.

I connotati da regime che assumono i fatti del 1863, così come vedere i nomi delle vittime dimenticati e quelli dei carnefici sulle targhe di piazze e strade, hanno un qualcosa di tragicamente attuale. Proprio in quelle dinamiche, si vede un’Italia attualissima, corrotta, viscida, che non ha mai voluto il meridione, se non per sfruttarlo,6 e che inaugurava, con quegli eventi, la più grande vergogna di questo paese: la questione meridionale.

  • 1 Il Real Opificio di Pietrarsa, tuttavia, non compare nella storiografia ufficiale. Soprattutto in quella dei libri che si leggono a scuola. Eppure le officine di Kronštadt, in Russia, sono a tutt’oggi famose ed esse non furono altro che il risultato di una copia fedele dell’opificio borbonico, per volere dello zar di Russia, Nicola I, che visitò personalmente il complesso industriale duosiculo. È uno dei tanti esempi di ciò che è stato spazzato via dalla storiografia ufficiale che, specie a cavallo del periodo risorgimentale, è stata scritta da un punto di vista prettamente piemontese.
  • 2 In certi documenti risalenti al 1840 si legge che l’orario di lavoro delle fabbriche inglesi era di 13-14 ore il giorno per sei giorni la settimana, mentre i bambini di 5-6 anni erano obbligati a lavorare persino 13-15 ore negli opifici o nelle miniere in situazioni malsane e pericolose – via Babilonia 61
  • 3 Guido Landi, Istituzioni di diritto pubblico del Regno delle Due Sicilie (1815-1861), Milano, 1977
  • 4 Il tutto prima ancora dei gravi incidenti americani verificatisi i primi di Maggio nel 1886 a Chicago e che hanno portato poi all’istituzione della Festa dei Lavoratori in moltissimi paesi del mondo.
  • 5 Sebbene, nonostante tutto, due anni prima una locomotiva di Pietrarsa avesse vinto la medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Vienna – via Comitati delle Due Sicilie
  • 6 Alienando le ricchezze dell’ex Regno Borbonico prima, sfruttando le risorse naturali e umane poi, e finendo con l’usare il meridione come discarica d’Italia e ghetto per le mafie.

http://napule.org/i-meridionali-non-devono-intraprendere-la-tragedia-di-pietrarsa/2010/

I meridionali non devono intraprendere – Introduzione


Questo è il primo di una serie di articoli che vuole fornire una panoramica su quelle che erano le eccellenze industriali meridionali nel periodo immediatamente precedente l’unificazione del paese, e sul perché e come queste tesero a scomparire nei circa venti o trent’anni successivi all’Unità.

Ebbene, nonostante la storia ufficiale (che potremmo definire storia del Piemonte piuttosto che storia d’Italia) dica il contrario, all’epoca dell’unificazione, anno 1816, il Regno delle Due Sicilie aveva diverse eccellenze industriali. Pensando a queste, viene naturale nominare le tre più famose per numero di citazioni in letteratura: Real Opificio di Pietrarsa; Cantiere navale di Castellammare di Stabia; Polo siderurgico di Mongiana. Le prime due nel napoletano, la terza in Calabria. Ed è su queste realtà che i successivi articoli di questa serie si concentreranno.

Prima, però, c’è da chiedersi: «Qual era il sentimento del nuovo stato nei confronti di queste realtà?». Purtroppo, come molte delle cose risalenti a quel difficile periodo, non ci fu un atteggiamento positivo da parte del nuovo governo piemontese.


Il volere del rinnovato regno sabaudo era sostanzialmente quello che fu espresso pubblicamente da Carlo Bombrini:

«Non dovranno mai essere più in grado di intraprendere»

Quando pronunciò queste parole, il Governatore della neonata Banca Nazionale del Regno d’Italia si riferiva ai neo italiani del Sud. Carlo Bombrini, che rimase governatore della Banca Nazionale dal 1861 al 1882, fu anche il fondatore dell’Ansaldo, dato importante quando calato nel contesto di ciò che accadde alle officine di Pietrarsa, diretta concorrente della piccola azienda fondata dal governatore.

Bombrini fu tra i promotori dello smantellamento delle grandi industrie del meridione d’Italia, prima fra tutte quella, appunto, di Pietrarsa, rappresentando questa una concorrenza ancor più fastidiosa ora che gli stati erano uniti. Suo fu anche il piano economico-finanziario che avrebbe poi alienato tutti i beni del Regno delle Due Sicilie. Il suo piano avrà poi gli effetti sperati e la sua Ansaldo beneficerà della neutralizzazione della più prestigiosa Pietrarsa, la quale non ebbe più commesse, essendo state esse dirottate a Genova.

Ad ogni modo, di Pietrarsa e della tragedia legata al suo nome parleremo meglio nel prossimo articolo dedicato a questa serie; a seguire, poi, articoli sui cantieri di Castellammare e l’industria siderurgica di Mongiana.

http://napule.org/i-meridionali-non-devono-intraprendere-introduzione/2010/