Cefalonia: mito e realtà



Un esercito allo sbando e poco motivato, un comandante non all’altezza, una ribellione letta in chiave “resistenziale” e un eccidio di proporzioni inaudite.
Così è stato a lungo raccontato il dramma della divisione Acqui a Cefalonia. Anche a costo di tacere documenti che ne smentivano le dimensioni.

di MASSIMO FILIPPINI

I tragici eventi avvenuti a settembre 1943 nell’isola greca di Cefalonia sono stati da sempre presentati, nel nostro Paese, come lo sterminio quasi totale della Divisione “Acqui” da parte delle truppe tedesche. Anche chi scrive, come tanti, aveva quindi ritenuto che quanto sopra fosse la sola, unica ed incontestabile verità.
Con il passar del tempo tuttavia, e segnatamente nei molti anni dedicati agli studi e alle ricerche sui fatti, con particolare ovvio riguardo alle motivazioni dei comportamenti che furono alla base degli stessi, ci sorsero non pochi dubbi sull’effettivo andamento della vicenda. Alla costruzione del mito, dobbiamo, seppure a malincuore, riconoscere che diedero il loro contributo – spesso esplicito – le nostre autorità politico-militari. Basta leggere il seguente brano dell’ormai famosa “Relazione” del ten. col. Livio Picozzi del 10 novembre 1948 – venuta alla luce, solo grazie allo scrivente, dopo che per cinquant’anni essa fu “secretata” negli archivi militari – nella quale l’autore, dopo un’ampia disamina dei fatti, chiude l’esposizione fornendo ai superiori i suggerimenti circa i comportamenti da tenere per gestire, negli anni a venire, il “caso Cefalonia”. Ecco le parole:
«.Cosa conviene fare ?
– Lasciare che il sacrificio della Divisione “Acqui” sia sempre circonfuso da una luce di gloria. Molti per fortuna sono gli episodi di valore, sia pure più individuali che collettivi: sembra opportuno che siano messi in sempre maggior luce. Insistere sul “movente ideale” che spinse i migliori alla lotta, non insistere sulla disparità di vedute, sulla crisi iniziale, sugli atti di indisciplina con i quali fu messo a dura prova il Comando.
– Non modificare la “storia” già fatta, non perseguire i responsabili di erronee iniziative, anche se dovessero sopraggiungere nuove emergenze: ciò per non incorrere nel rischio che il “processo” a qualche singolo diventi il processo a Cefalonia.
– Spogliare la tragedia del suo carattere “compassionevole”. Fare dei morti di Cefalonia altrettanti “caduti in guerra”; non presentarli come poveri uccisi.».

E’ superfluo rilevare che le FFAA presero alla lettera il suggerimento e “secretarono” lo

L’ordine di resistere inviato a Gandin.

scottante documento per mezzo secolo impedendo che la ricerca sull’argomento potesse usufruire di quanto in esso contenuto. A motivo di ciò, l’aver accertato – come riteniamo di aver fatto nei nostri scritti – i travisamenti di cui furono oggetto i fatti di Cefalonia avrebbe dovuto indurci ad una diffidenza ancora più accentuata nei riguardi di tutto quant’altro provenisse sull’argomento dai sostenitori, meglio dire creatori, della “vulgata” ufficiale.
La qualità di Orfano di un Caduto divenuto oggetto di aspri commenti ed accusato quasi di aver offeso o svilito la memoria di “tante migliaia” di Caduti, tra cui quella di nostro padre (il magg. Federico Filippini, Comandante del Genio divinale della “Acqui”, fucilato a Cefalonia il 25 settembre 1943 ) fece però sì che – pur nutrendo dubbi – ci astenessimo volutamente dall’approfondire un punto importante, ossia il dato numerico dei caduti di Cefalonia di cui, nell’errata convinzione che almeno esso, come riportato, fosse immune da travisamenti, accettammo acriticamente le risultanze fornite dalle tante versioni dei fatti fondate su cifre iperboliche evocanti l’immagine di un eccidio di apocalittiche dimensioni.
Non fummo pertanto minimamente sfiorati dal sospetto che anche il dato in questione potesse essere stato ingigantito: non solo per conferire maggior vigore al “mito” su di esso edificato ma anche per chiudere la bocca con accuse di scarsa sensibilità a chiunque intendesse far luce su questo e su altri aspetti della vicenda.

Si consolidò pertanto la vecchia e catastrofica versione basata su dati numerici al di fuori di qualunque riscontro che ne consentisse la benché minima verifica, bastando a confermarli le affermazioni di alcuni studiosi e storici ideologizzati o i confusi ricordi di taluni reduci, ovvero, infine, gli interessati racconti di alcuni protagonisti – come i capitani Apollonio e Pampaloni – elevati al rango di testimoni più che veritieri.
Tutto questo, in assenza di un minimo riscontro documentale, suonò come una beffa fino a quando nel nostro libro I caduti di Cefalonia: fine di un mito, nel 2006 documentammo che non del “più grande eccidio” si era trattato ma forse “della più grande impostura” della Seconda guerra mondiale, dalla quale anche noi per molto tempo ci lasciammo irretire.
E’ a motivo di ciò che, dopo esserci scusati con chi da anni ci segue per aver – a suo tempo – incolpevolmente avallato la strumentalizzazione sui dati numerici dei caduti di Cefalonia, in questo articolo puntualizzeremo definitivamente la questione alla luce delle risultanze non solo del nostro libro ma degli accertamenti successivamente emersi anche in altre sedi come – da ultimo – quella giudiziaria in occasione del processo davanti al Tribunale Militare di Roma contro l’ex s. ten. tedesco Ottmar Muhlhauser cui daremo spazio più avanti.
E anche se è vero che in una questione tanto scottante i numeri non sono tutto, è altrettanto vero che nel caso che ci occupa, con cifre che sono immensamente minori, tale aspetto “contabile” è, a ben vedere, quello che riveste una fondamentale importanza ai fini dell’esistenza, o meglio della sopravvivenza di un “mito” che si fonda principalmente sull’orrore e sulla riprovazione derivanti da un massacro che non avvenne nelle proporzioni fino a ieri indicate e tuttora spesso riproposte.

Abbiamo appena riferito dell’esistenza di pubblicazioni e scritti di ogni tipo apparsi nel corso di oltre sessant’anni dai fatti che, in ordine alla “determinazione del numero delle vittime”, forniscono dati e cifre assolutamente arbitrari e incontrollabili.
Iniziamo dal documento considerato il primo dell’intera lunghissima serie che si svilupperà in seguito, ossia il ” Comunicato ufficiale sui fatti di Cefalonia” diramato il 13 settembre 1945 dall’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri del Governo ciellenista presieduto da Ferruccio Parri. Questo il testoe: «Appena oggi, in base alle documentate relazioni dei pochi superstiti e della diligente inchiesta condotta dall’ Ufficio informazioni del Ministero della Guerra, si è in grado di fornire le prime notizie ufficiali circa l’eroica
E anche se è vero che in una questione tanto scottante i numeri non sono tutto, è altrettanto vero che…

resistenza opposta nell’isola di Cefalonia ai tedeschi dalla Divisione Fanteria “Acqui” nel settembre 1943. Un laconico comunicato straordinario tedesco emesso in data 24 settembre 1943 diceva: La Divisione “Acqui”, che presidiava l’isola di Cefalonia, dopo il tradimento di Badoglio, aveva rifiutato di deporre le armi e aveva aperto le ostilità. Dopo azione di preparazione svolta dall’arma aerea, le truppe tedesche sono passate al contrattacco e hanno conquistato la città portuale di Argostoli. Oltre 4000 uomini hanno deposto le armi. Il resto della Divisione ribelle, compreso lo Stato Maggiore di essa, è stato annientato in combattimento. In quel periodo la “Acqui”, forte di 11.000 uomini di truppa e 525 ufficiali, unitamente ad effettivi della Regia Marina, presidiava l’isola di Cefalonia (Grecia). L’annuncio dell’armistizio risvegliava nei soldati i loro veri sentimenti che si manifestavano nella decisione di dar guerra al tedesco. Il 13 settembre 1943, mentre il Generale Antonio Gandin, Comandante la Divisione, continuava ancora le trattative con il presidio tedesco dell’isola, forte di 3.000 uomini, una iniziativa traduceva in atto l’eroica e ferma volontà dei soldati della “Acqui”, creando il “fattaccio compiuto”: tre batterie, la 1a, la 3 a, la 5 a del 33° artiglieria, aprivano il fuoco contro i tedeschi al grido di “Viva l’Italia”. Ad esse si affiancavano due batterie della marina ed alcuni reparti minori della fanteria. Il 14 settembre giungeva anche dal Comando Supremo italiano l’ordine di opporsi colle armi ai tedeschi. La battaglia, iniziatasi ufficialmente il 15, si protraeva con alterne vicende fino al 22 settembre. Fanti, artiglieri, marinai, carabinieri si prodigarono a gara in atti di valore; interi reparti si facevano annientare sul posto pur di mantenere le posizioni assegnate. Alcuni Ufficiali si toglievano la vita piuttosto di cadere in mano al nemico. Due intimazioni di resa non venivano neppure prese in considerazione, nonostante che la seconda, firmata dal generale Lanz, concludesse “Chi verrà fatto prigioniero non potrà più ritornare in Patria”. Dal mattino del 21 settembre alle prime ore del pomeriggio del 22, tutti i reparti o militari isolati che cadevano in mano al nemico, venivano immediatamente passati per le armi mediante esecuzioni sommarie. Lasciavano in tal modo la vita: 4750 uomini di truppa, 155 ufficiali. Alle ore 16 del 22 settembre, veniva firmata ufficialmente la resa. Il mattino del 24 settembre, dalle ore nove alle tredici e trenta, venivano fucilati presso capo S. Teodoro, mediante regolari plotoni di esecuzione, gli ultimi 260 Ufficiali superstiti. Gli Ufficiali affrontarono la morte con superba dignità e fermezza. Nel trasporto dei soldati prigionieri dall’isola al continente greco, tre navi urtavano su mine e colavano a picco. I tedeschi mitragliavano i naufraghi. Perivano in tal modo altri 3000 uomini di truppa. Totale delle perdite inflitte al nemico: uomini di truppa 1500, aerei 19, mezzi di sbarco 17. Totale delle perdite subite: uomini 9000, ufficiali 406. Il Comando tedesco proibiva di dar sepoltura ai caduti, perché “. i ribelli e traditori non hanno diritto a sepoltura”. La “Acqui” rappresenta la continuità tra l’epopea della prima guerra mondiale e quella dell’attuale guerra di liberazione: fedele al suo retaggio di gloria ed onore si è silenziosamente immolata a Cefalonia ed a Corfù. Si addita la divisione “Acqui” con i suoi 9000 caduti e con i suoi gloriosi superstiti alla riconoscenza della nazione».

Tale comunicato, se pure esordisce dichiarando di poter solo fornire «le prime notizie ufficiali» sui fatti in questione (e ciò appare comprensibile considerato il momento storico e le intuibili difficoltà di cognizione), enumera poi, poche righe più avanti, fatti, circostanze, dati e cifre molto specifici e particolareggiati non soltanto sul numero delle vittime ma anche su altri aspetti della vicenda, come la “genesi” della stessa, individuata unicamente in un’impossibile “scelta” della truppa, come si deduce dall’espressione secondo cui «l’annuncio dell’armistizio risvegliava nei soldati i loro veri sentimenti che si manifestavano nella decisione di dar guerra al tedesco». Con ciò attribuendo ai soldati un potere decisionale che assolutamente essi non avevano e di cui titolari erano unicamente i loro Superiori, dal gen. Gandin al Comando Supremo, che ne fece un uso sciagurato inviando al predetto l’ordine di resistere ai tedeschi.
Inoltre, detta volontà di combattere, lungi dall’essere unanime o plebiscitaria come

Federico Filippini, fucilato a Cefalonia.

falsamente si disse, fu manifestata – come ormai è notorio – solo da alcune frange minoritarie di artiglieri sobillati da loro ufficiali in sottordine, come i capitani Pampaloni e Apolloni, o di marinai che peraltro non erano neanche parte integrante della Divisione “Acqui”, ma solo un distaccamento Marina-Argostoli che obbediva agli ordini di Supermarina; noncurante di ciò, il comunicato proseguì inneggiando ad un’azione da corte marziale, cioè all’apertura del fuoco da loro compiuta la mattina del 13 settembre contro due motozattere tedesche dirette al porto di Argostoli per recare – come da routine – rifornimenti al locale distaccamento tedesco e non per tentare uno sbarco come dissero poi i due suddetti comandanti di batteria.
Questo lo stralcio del comunicato contenente tali falsità: «Il 13 settembre 1943, mentre il Generale Antonio Gandin, Comandante la Divisione, continuava ancora le trattative con il presidio tedesco dell’Isola, forte di 3.000 uomini, una iniziativa traduceva in atto l’eroica e ferma volontà dei soldati della “Acqui”, creando il ‘fattaccio compiuto’: tre batterie la 1°, la 3°, la 5° del 33° artiglieria, aprivano il fuoco contro i tedeschi al grido di “Viva l’Italia”. Ad esse si affiancavano due batterie della marina ed alcuni reparti minori della fanteria. Il 14 settembre giungeva anche dal Comando Supremo italiano l’ordine di opporsi colle armi ai tedeschi».
Da notare come l’ordine di resistere ai tedeschi («N.1029 Comando Supremo – Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazioni tedesche di resa a Cefalonia Corfù et altre isole F. to gen. Francesco Rossi Sottocapo di S. M.») inviato al generale Gandin da un Comando Supremo fuggiasco ma evidentemente desideroso di farsi bello agli occhi dei nuovi Alleati, venga citato alla stregua di un semplice corollario di una decisione già presa da altri – cioè la truppa – mentre invece è da rilevare che la data indicata del suo arrivo è senz’altro volutamente errata poiché esso fu inviato l’11 e pervenne prima della fantomatica decisione di “dar guerra al tedesco”. E fu proprio dalla sua esecuzione che presero avvio le disgrazie della Divisione che – anche per la pressione dei rivoltosi sul gen. Gandin – venne gettata nella mischia senza alcuna possibilità di successo da un ordine obiettivamente criminoso essendo stato impartito in assenza di una dichiarazione di guerra. Assenza da cui dipese il terribile trattamento cui furono sottoposti i nostri militari, considerati come partigiani o franchi tiratori a norma delle Convenzioni internazionali vigenti all’epoca e quindi ritenuti passibili di fucilazione al momento della cattura.

Passando ora ad esaminare più da vicino le cifre delle vittime, riportiamo quest’altro stralcio del Comunicato: «. Dal mattino del 21 settembre alle prime ore del pomeriggio del 22, tutti i reparti o militari isolati che cadevano in mano al nemico, venivano immediatamente passati per le armi mediante esecuzioni sommarie. Lasciavano in tal modo la vita: 4750 uomini di truppa, 155 ufficiali. Alle ore 16 del 22 settembre, veniva firmata ufficialmente la resa. Il mattino del 24 settembre, dalle ore nove alle tredici e trenta, venivano fucilati presso capo S. Teodoro, mediante regolari plotoni di esecuzione, gli ultimi 260 Ufficiali superstiti. Gli Ufficiali affrontarono la morte con superba dignità e fermezza. Nel trasporto dei soldati prigionieri dall’isola al continente greco, tre navi urtavano su mine e colavano a picco. I tedeschi mitragliavano i naufraghi. Perivano in tal modo altri 3000 uomini di truppa. Totale delle perdite inflitte al nemico: uomini di truppa 1500, aerei 19, mezzi di sbarco 17. Totale delle perdite subite: uomini 9000, ufficiali 406.».
Una breve digressione a proposito del dato delle perdite tedesche. Le cifre sono assolutamente false ed esagerate: il t. col. Picozzi autore della “Relazione sui fatti di Cefalonia” redatta il 10/11/1948 al termine del viaggio di una Missione Militare italiana a Cefalonia nell’ottobre dello stesso anno, sulla base di constatazioni obiettive in loco, riferirà di «poco più di ottanta perdite», un numero assai sproporzionato rispetto a quelle che anch’egli, evidentemente, sulla scorta del Comunicato riteneva fossero state le nostre. Al punto che, rendendosi conto che ci sarebbe stato da vergognarsi – per le nostre FFAA – da un eventuale raffronto con quelle tedesche, suggerì di non farne menzione nel paragrafo della Relazione relativo alle “Perdite dei tedeschi”, dove testualmente scrisse: «I Tedeschi avevano al 22 settembre una forza di 8 battaglioni rinforzati da reparti di artiglieria e mortai pari a 11-12 mila uomini; i combattimenti sono durati dal 15 al 22 settembre e i loro morti in questo periodo sono poco più di 80. Non si può affermare che le perdite tedesche sul fronte a terra durante tali azioni siano state percentualmente rilevanti poiché si riducono a un’ottantina di morti, pari a circa lo 0,7%, in una settimana di operazioni contro forze numericamente quasi pari. E’ forse preferibile che queste cifre non vengano mai precisate».

Tornando alle cifre, anche sulla base del raffronto con quelle tedesche, si ha netta l’
I Tedeschi avevano al 22 settembre una forza di 8 battaglioni rinforzati da reparti di artiglieria e mortai pari a 11-12 mila uomini

impressione che non sia veritiera nessuna di quelle risultanti dalle più disparate descrizioni dei fatti – ufficiali o no – che riportano dati numerici totalmente diversi, in una tale confusione che rende impossibile districarsi. L’unico elemento certo che si ricava è la loro enormità, priva del benché minimo avallo documentale. L’unico denominatore comune è l’eccidio “quasi” totale dell’intera Divisione da cui alcuni salvano 1.286 uomini, cioè i cosiddetti “Banditi Acqui”, cioè militari italiani rimasti -dopo essere stati fatti prigionieri – a “collaborare” con i tedeschi insieme al loro comandante – peraltro nominato da questi ultimi – che, incredibile a dirsi, era il futuro generale di CdA Renzo Apollonio, ancora oggi da taluni incredibilmente indicato come il principale esponente della resistenza ai tedeschi con i quali invece collaborò fino alla loro partenza da Cefalonia.
Per avere un’idea del balletto incredibile di cifre basti sapere che tutte le principali Enciclopedie, dalla Treccani alla Rizzoli-Larousse, nonché le innumerevoli pubblicazioni a stampa nei decenni successivi ai fatti, hanno sempre riportato cifre complessive delle vittime non inferiori alle 6/10.000 unità, come fu scritto per decenni addirittura nel logo del Premio Letterario Acqui intitolato alla memoria “dei 10.000 martiri della Divisione Acqui interamente sterminata dai tedeschi a Cefalonia” (in tempi recenti la dicitura è stata eliminata).
Non possiamo chiudere questo elenco di dati estranei alla realtà senza citare l’ex Presidente Ciampi, ossia colui che, sin dall’inizio del suo mandato, fu sostenitore del “mito” di Cefalonia, da lui definito durante la visita ufficiale del 1° marzo 2001 come «il primo atto della Resistenza per un’Italia libera dal fascismo». Senza riflettere sulla circostanza che il combattimento fu “imposto” ai Militari da un ben preciso (anche se infame) Ordine Superiore e non da un’improbabile autodecisione della truppa, di cui anch’egli si fece assertore.

Il dato più significativo è che nessuno ha citato una fonte da cui abbia attinto dati e cifre. Sono sempre affermazioni apodittiche, per di più compiute proprio da coloro che si proclamano storici e ricercatori sullo specifico tema.
Da parte nostra avevamo intuito che i dati forniti erano opinabili. Fino a quando ci capitò di consultare la pubblicazione Onore ai caduti compilata dall’Associazione Naz. Superstiti Reduci e Familiari dei Caduti della Div. “Acqui”, sez. regionale del Lazio, dovuta al Presidente gen. Dionisio Sepielli. Tale pubblicazione, pur avendo un carattere non ufficiale, enumerava un totale di 3.842 caduti. Da questo dato ricavammo che i veri caduti di Cefalonia – per tali intendendosi quelli deceduti sull’isola – erano stati in tutto 1.620, o una cifra non molto diversa, ma comunque lontana anni luce da quelle abitualmente diffuse.
Pur nella certezza che le nostre valutazioni e i nostri calcoli fossero verosimili, mantenemmo sul punto un prudente riserbo. Ma non abbandonammo le ricerche, anche perché ci sembrava impossibile che nell’ambito delle nostre FFAA non esistesse una qualsiasi traccia documentale in merito.
Nel 2006 finalmente rinvenimmo presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello SME (Fondo L/3, cartella Studi Particolari 256/13 Albo d’Oro) un documento intitolato “Documentazione completa relativa ai Caduti e Dispersi nel corso del Secondo Conflitto Mondiale, inquadrati nella Divisione Acqui e relativi Reparti di supporto”. Il documento è strutturato in forma di tabulato e comprende 4.666 nominativi di caduti e dispersi della div. Acqui e reparti ad essa aggregati ( comprese la Milizia e le Camicie nere, ma esclusi i Carabinieri, la Marina e la Guardia di Finanza, via via aggregati in vari tempi e luoghi) riferiti non a partire dall’8 settembre 1943 – come per l’Elenco Onore ai Caduti – ma all’intera Seconda guerra mondiale, con indicazione del grado, data, luogo e modalità della morte.
Per la sua lettura abbiamo ovviamente scorporato i nominativi dei deceduti prima dell’8 settembre 1943 (Guerra d’Albania, ecc.) e abbiamo poi aggiunto al totale gli appartenenti (pochi) ai Carabinieri, Marina e GdF che in esso non compaiono mentre figurano invece nell’altro Documento (Onore ai Caduti). I CC pertanto risultano in numero di 21 (e ciò è confermato anche dal loro sito ufficiale); i marinai sono 30 e gli appartenenti alla GdF 32.
Dopo aver riscontrato i dati anche con altra Documentazione acquisita all’Uff. Storico EI (come ad es. gli elenchi compilati dai Cappellani Militari) è risultato un totale di 1.647 nominativi che – siamo i primi a riconoscerlo – non è certamente esatto all’unità, con uno scarto ragionevole massimo del 5-10%.

Ma non finisce qui. Il 5 maggio 2009 si tenne a Roma, davanti al Giudice dell’Udienza Preliminare (GUP) del Tribunale Militare, l’udienza avente ad oggetto il rinvio a giudizio richiesto dalla
I CC pertanto risultano in numero di 21 (e ciò è confermato anche dal loro sito ufficiale); i marinai sono 30 e gli appartenenti alla GdF 32

Procura Militare di Roma nei confronti dell’ex sottotenente tedesco Ottmar Muhlhauser, accusato di “concorso” nell’omicidio di vari militari italiani e in particolare di essere stato uno dei due ufficiali che presiedettero alla fucilazione dei nostri Ufficiali a Capo S. Teodoro (presso la tristemente famosa Casetta Rossa) il 24 settembre 1943.
A detta udienza partecipò anche il sottoscritto, il cui padre, era stato erroneamente incluso nell’elenco degli ufficiali fucilati il giorno 24, mentre al contrario lo fu il successivo 25 con altri 6 ufficiali con lui prelevati dall’Ospedale Militare dove erano ricoverati, per essere vilmente uccisi a titolo di ritorsione per la fuga avvenuta la notte precedente di altri due ufficiali dallo stesso ospedale.
Come prevedibile, fummo facili profeti nell’immaginare che difficilmente il processo sarebbe andato avanti, data l’età dell’imputato (89 anni) e le sue precarie condizioni di salute evidenziate nel corso dell’udienza dal suo difensore avv. Umberto Musto di Bolzano, che trovarono conferma nel suo decesso avvenuto il successivo 1 luglio con conseguente Sentenza del GUP dr. Lepore che all’udienza del 5 novembre successivo stabilì di non doversi procedere per “morte del reo”.
Detto procedimento, iniziato e concluso nello spazio di pochi mesi riveste però un’importanza eccezionale per aver confermato quanto noi andiamo dicendo da anni. E cioè che le vittime furono un quinto di quelle riportate dalla “vulgata” e che le fucilazioni avvenute dopo la resa della Divisione, avvenuta il 22 settembre, riguardarono esclusivamente gli ufficiali fatti prigionieri e non la truppa. Quest’ultima fu in larga parte trasferita nel continente, salvo una piccola parte di militari che accettarono di porsi “al servizio” dei tedeschi e, con il loro comandante, nominato dagli stessi tedeschi nella persona dell’allora cap. Renzo Apollonio, rimasero a collaborare fino alla definitiva partenza dall’isola di questi ultimi, raccontando poi di aver combattuto contro di loro o quanto meno di aver fatto un improbabile doppio gioco, smentito perfino dalla documentazione tratta dal Fondo Apollonio a suo tempo consultata dallo scrivente.
Tornando al processo Muhlhauser, esso, pur se terminato precocemente ha però avuto un’importanza che travalica le stesse accuse mosse all’imputato, avendo le relative carte processuali fornito la prova – addirittura in sede di accertamento giudiziario dei fatti – di due circostanze fondamentali.
La prima risulta da quanto è scritto nel capo di imputazione contestato al Muhlhauser, mentre l’altra è contenuta nella consulenza tecnica d’ufficio sui fatti di Cefalonia che, redatta dal dr. Carlo Gentile dell’Università di Colonia per incarico del PM Militare dr. G. Tornatore, è allegata agli Atti del Processo.

Vediamo i contenuti che qui interessano di entrambi i documenti. Nella richiesta di rinvio a giudizio dell’imputato rivolta dal PM Tornatore al giudice dell’udienza preliminare l’ex sottotenente L. O. Muhlhauser risulta «imputato di concorso personale nel reato continuato e aggravato di violenza con omicidio commessa contro militari italiani prigionieri di guerra». E ancora: «Perché, durante il secondo conflitto bellico mondiale, essendo in servizio nelle forze armate tedesche, con il grado di Sottotenente e l’incarico specifico di Ufficiale portaordini (Ordonnansoffizier) presso il III Btg. del Gebirgsjager-Regiment 98° (98° Reggimento dei Cacciatori delle Alpi), nei giorni dal 22 al 24 settembre 1943, asseritamente dando esecuzione ad un ordine direttamente proveniente dal Fuhrer e con il quale si disponeva inizialmente, l’uccisione di tutti i militari italiani che avevano prestato resistenza attiva o passiva o che si erano uniti al nemico, poi da limitarsi esclusivamente al comandante delle divisione Gen. Antonio Gandin ed a tutti gli ufficiali in quanto considerati traditori dell’alleanza tra l’Italia e la Germania».
E’ più che evidente quindi come ai draconiani ordini iniziali di Hitler di “non fare prigionieri” abbia fatto seguito una “limitazione” della rappresaglia ai soli ufficiali: il che certo non diminuisce la pena e l’orrore per quanto avvenuto, ma non può essere un evento che – pur nella sua tragicità – possa qualificarsi come “sterminio” dell’intera divisione.
Questa drastica riduzione dell’entità delle vittime trova poi ulteriore conferma nella CTU del dr. C. Gentile allegata agli atti di istruttoria, nella quale, a proposito delle vittime il perito della procura scrisse che: «I caduti italiani di Cefalonia – in base alle stime più recenti – furono circa 2.300, numero dal quale andrebbe sottratta una percentuale non nota e non facilmente calcolabile delle vittime dei combattimenti e bombardamenti». Con ciò confermando, sia pur leggermente al rialzo, i numeri da noi citati e smentendo altre ricostruzioni (Paoletti, ne I traditi di Cefalonia, scrive che «dei 12.500 militari della divisione Acqui a fine guerra ne erano caduti 10.500»).

BIBLIOGRAFIA
• Atti del processo al Trib. Mil. di Roma del 1956-57
• Atti dei processi in Germania a Monaco e Dortmund

• Atti del Processo Muhlhauser del 5 maggio 2010
• La vera storia dell’eccidio di Cefalonia, di M. Filippini – Maro, 2001
• La tragedia di Cefalonia. Una verità scomoda, di M. Filippini – IBN, 2004
• I caduti di Cefalonia: fine di un mito, di M. Filippini – IBN, 2006
http://www.cefalonia.it

PER GENTILE CONCESSIONE DELL’Avv. MASSIMO FILIPPINI

CONVEGNO
“Settembre 1943 – La Tragedia della Divisione Acqui a Cefalonia”
http://www.secondorisorgimento.it/rivista/sommari/tomo10.05.pdf

Massimo Filippini – Giovanna Canzano

http://www.youtube.com/watch?v=eUNWdnyV4Jk

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