VIA RASELLA E CAVE ARDEATINE – GIOVANNA CANZANO


Di Filippo Giannini

Ho ricevuto una mail dalla brava Giovanna Canzano che invita ad intervenire sui fatti di Via Rasella e conseguente eccidio alla Cave Ardeatine.
Premetto che già, in ripetute occasioni, intervenni su questo argomento e quindi sarà probabile che in alcuni casi mi ripeterò, per questo mi scuso con i lettori.
Andiamo con ordine. Se apriamo il dizionario De Agostini nella voce “soldato” leggo: . “Esercito regolare”; e chi stabilisce che un “Esercito è regolare”? Le Convenzioni Internazionali dell’Aja e di Ginevra del 1889 e la seconda del 1907. Convenzioni che stabiliscono, in modo chiarissimo, il ruolo del “Legittimo combattente”, cioè del Soldato. Dette Convenzioni attestano: . Non vedo una sola voce che possa individuare il “partigiano” al “soldato”, cioè al “legittimo combattente”. Da ciò ne deriva che il partigiano se opera e agisce a danno del legittimo combattente si pone fuori legge. Le Convenzioni all’epoca dei fatti in oggetto, prevedevano: .
Per trattare il tema in argomento (Via Rasella-Cave Ardeatine) è indispensabile conoscere con quali motivazioni le Corti dell’Aja e di Ginevra stabilirono il “Diritto di rappresaglia”: .
Nel 1944-45 il Cln (Comitato di Liberazione Nazionale) era guidato da Giorgio Amendola (comunista), da Riccardo Bauer (Partito d’Azione) e da Sandro Pertini (socialista); tutti e tre persone di cultura, è impensabile che non avessero ben compreso quanto le citate Convenzioni stabilivano. Allora perché ordinarono l’attentato di Via Rasella?
Andiamo di nuovo con ordine.
Quale era la tecnica di lotta che i partigiani ponevano in essere? Ecco uno stralcio del libro scritto da Mario De Micheli “7° Gap”: .
Per meglio documentare quanto sopra, cito uno stralcio de “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio: . Sarà che sono stato Balilla e tale ancora mi sento, la mia impressione, leggendo la tecnica di lotta (chiamiamola così) sembrerebbe concepita da un essere demoniaco.
Veniamo ora all’attentato di Via Rasella. Come è noto il 23 marzo 1944 ricorreva il 25° anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento e si prevedeva per quella data una manifestazione dei fascisti. Era in concepimento, quindi, un attentato per riavere indietro una rappresaglia per dimostrare alla popolazione romana quanto fossero cattivi i fascisti. Ma i capi dei Gap scartarono questo obiettivo perché capirono che mai i fascisti avrebbero effettuato una rappresaglia di dimensioni sperate. Ma i tedeschi sì! Data l’ottusità tutta teutonica che li caratterizzava sarebbero caduti nella trappola. In questa sede è superfluo ricordare come si svolse l’eroica azione di Rosario Bentivegna, di Carla Capponi e di altri eroi, ma procediamo citando nuovi fatti. Quel 23 marzo 1944 l’attentato non fu compiuto a danno delle SS, come la propaganda sfascista si affanna ancora oggi a sostenere, ma a danno di militari altoatesini, quindi cittadini italiani, tanto che la maggior parte di essi, sino all’otto settembre 1943 avevano militato nell’Esercito italiano e dopo quella fausta data vennero incorporati dai tedeschi nella Compagnia Bozen. A seguito di quell’attentato non morirono trentatre tedeschi, ma a questi vanno aggiunti altri nove che si spensero nelle quarantotto ore successive. Ma, a smentire quanto ancora oggi si sostiene, cioè che non vennero coinvolti civili, riporto i nomi di quelli certi (infatti il numero esatto dei morti civili non è ancora oggi ufficialmente dichiarato): Fiammetta Baglioni di 66 anni, Pasquale Di Marco di 34 anni. L’eroe che accese la miccia per provocare l’esplosione era tanto impegnato nell’eroica fuga che non si curò di far allontanare il piccolo Zuccheretti di 13 anni, tanto vicino al luogo dell’esplosione che il suo corpo fu frantumato; i suoi piedini non furono mai ritrovati.
Ma cosa si riproponevano con questi attentati i capi dei Gap? Lo attesta chiaramente il fascista-antifascista Giorgio Bocca nel suo libro “Storia dell’Italia partigiana”: . A questa dichiarazione di un ex partigiano, c’è da aggiungere altro? Sì, tanto da aggiungere, ma per il momento voglio ricordare la sentenza del 26/4/1954, emessa dal Tribunale Militare ampiamente dopo la fine delle ostilità, sentenza che mandò in bestia i più alti esponenti dell’antifascismo, dato che, fra l’altro attesto: .
Il resto è più o meno noto, ma sono poco noti (è ovvio) gli sforzi fatti da Mussolini e dai più alti vertici del suo governo tendenti a dissuadere i tedeschi dall’effettuare la rappresaglia. È pure poco noto (anche questo è ovvio) che Amendola dopo l’attentato, si incontrò con De Gasperi dal quale ricevette le congratulazioni per “il grande botto”. Ma c’è qualche altra cosa da aggiungere per rendere il fatto (se possibile) ancora più disgustoso: ancora oggi qualcuno accusa Bentivegna, la Capponi e gli altri eroi dell’impresa di Via Rasella dal non essersi presentati e salvare così la vita ai 335 ostaggi. Non avrebbero potuto, anche se lo avessero voluto, perché consegnandosi avrebbero vanificato quanto i capi del Cln avevano progettato, cioè ottenere quella grande carneficina sulla quale l’antifascismo, ancora oggi fa grande sfruttamento.
In uno dei prossimi articoli, tratterò la legittimità del Governo Badoglio, ma in tale attesa vediamo cosa prevedeva la citata sentenza del Tribunale Supremo Militare: .
E cosa prevedeva la suddetta sentenza per quanto riguarda il partigiano? Ecco dal testo: .
Ogni altra definizione del partigiano la lascio al lettore.
Ed ora, amici lettori, seguiamo un’altra eroica azione del partigiano Bentivegna, Era il 5 giugno 1944, Roma era stata liberata dagli alleati il giorno precedente e il sottotenente della Guardia di Finanza Giorgio Barbarisi, che aveva operato nel fronte clandestino, pur non avendo mai mantenuto contatti con i partigiani, ma con l’Esercito del sud, stava percorrendo a piedi Via delle tre Cannelle a pochi passi dal Quirinale. Il giorno precedente gli alleati avevano imposto la sospensione di ogni attività politica, niente comizi o volantinaggi, né manifesti e assembramenti. In questo clima il sottotenente Barbarisi si stava recando dalla madre per portarle un dono prezioso: due panini. Lungo la via, Barbarisi nota un manifesto che, per sua sfortuna, mostra la falce e il martello; il sottotenente Barbarisi investito della carica di ufficiale di polizia e pertanto convinto di dover assolvere un suo dovere, si accinse a defiggere il manifesto. Non poté completare il proposito perché fu raggiunto alle spalle da un colpo di pistola che lo uccise.
Chi aveva sparato? Ma lui, sempre lui, l’eroico partigiano, Rosario Bentivegna e accanto a lui il suo braccio destro: Carla Capponi. Il processo per l’assassinio di Barbarisi si aprì il 14 luglio successivo e, nonostante la gravità dell’ignobile azione, e nonostante la disperata azione della madre del Barberisi, l’autore dell’ignobile azione non scontò neanche un giorno di prigione. Era nata , come ha attestato Luciano Violante .
Per concludere torno solo un attimo alla mail di Giovanna Canzano. La brava giornalista cita un certo signor Bruno Sordini, che non conosco, il quale scrive: . Il signor Sordini si riferisce all’intervista concessa alla signora Giovanna Canzano da Giovanni Lubrano. Credo che il signor Bruno Sordini sia una brava persona, una delle tante e tante truffate e menate per il naso da questa democrazia nata dalla Resistenza.
Dimenticavo: per l’azione di Via Rasella Rosario Bentivegna venne decorato con la Medaglia d’Argento, la Capponi con quella d’Oro. Alla notizia di queste decorazioni molti legittimi combattenti per protesta restituirono allo Stato le loro onorificenze.

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