MONETA – Origine storica di un sistema perverso


Come guarire dalla Sindrome dell’ITALIANO IMPOVERITO


Origini storiche di un sistema perverso

Se andate indietro alle origini della Central Intelligence Agency, durante la seconda guerra mondiale, all’Ufficio dei Servizi Strategici (OSS), scoprirete che erano tutti nient’altro che avvocati e banchieri di Wall Street– Alvin Bernard “Buzzy” Krongard (ex banchiere, ex vicedirettore della CIA, avvocato).

Già nell’antica Grecia ed a Roma, il motivo del contendere tra le classi aristocratiche e quelle popolari era legato e centrato sul sistema monetario, dispensatore di giustizia o iniquità a seconda di come veniva gestito. Tiberio Sempronio Gracco, tribuno della plebe, nel 133 avanti Cristo fece passare una legge di riforma agraria per redistribuire le terre ai romani che non ne avevano (1), colpendo così gli interessi dei latifondisti che si erano arricchiti anche grazie alle manipolazioni della moneta: venne fatto assassinare dal Senato lo stesso anno. Suo fratello Gaio Gracco venne fatto tribuno dieci anni dopo, anche lui portando avanti lo stesso programma. Venne ucciso nel 121 a.c. durante una ribellione. Giulio Cesare, che portò avanti la stessa politica per togliere dalla schiavitù almeno un terzo dei contadini, non fece una fine migliore: il suo operato provocò la reazione dei conservatori ed un gruppo di senatori, capeggiati da Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, cospirò contro di lui uccidendolo, alle Idi di marzo del 44 a.C.
Dopo 2040 anni, troviamo che la regina d’Inghilterra è il più grande proprietario terriero del mondo, con 6,6 miliardi di acri, un sesto della superficie emersa (terraferma).
Seguono, nella classifica dei latifondisti, la Russia, la Cina, gli Stati Uniti e la famiglia reale saudita. Dal sesto millennio avanti Cristo fino al 1900, l’1% della popolazione mondiale possedeva il 99% dei territori. Si trattava di re, regine, aristocratici e religiosi. In un certo periodo della storia, la Chiesa possedeva il 40% dell’Europa. Il 60% dell’Europa è oggi posseduto dalle famiglie dell’aristocrazia, che ricevono sussidi all’agricoltura, da parte della UE, per 48 miliardi di euro all’anno.
Questi proprietari aristocratici rappresentano meno dello 0,2 % del totale della popolazione europea. Ancor oggi, in Italia, i proprietari di fondi in realtà sono dei tenutari, poiché lo Stato possiede ancora i terreni sotto la superficie visibile (a parte in Lombardia, dove l’ENI – e quindi la Goldman Sachs – ha la proprietà reale di vasti terreni attraverso l’immobiliare Metanopoli).
Da non confondere con il Demanio (ubi feuda ibi demania), che rappresenta la proprietà palese dello stato.
Non è un caso se fu la rivoluzione francese a favorire la piena proprietà privata. Spingeva in questa direzione la necessità di aumentare le produzioni agrarie sotto la spinta dell’aumento della produzione e si era sentito, in tutti i settori, che il sistema ereditato dal vecchio regime presentava sacche di inefficienza e di immobilismo agrario. In sostanza, alla Chiesa si sostituì lo stato come proprietario terriero latifondista, e poi, ma solo parzialmente, privatizzatore.
Come sottolinea Auriti, “il fenomeno più importante che si è avuto con la Rivoluzione Francese non è stata la carta costituzionale, ma la banca centrale con la contestuale sostituzione della moneta d’oro con la moneta nominale. Ciò non è stato un semplice mutamento della struttura merceologica del simbolo, ma la sostituzione di una fattispecie giuridica con un’altra. Quando la moneta era d’oro, il portatore ne era il proprietario; con la moneta nominale, ne è diventato inconsapevolmente il debitore. Tutta la moneta nominale è emessa dalle banche centrali prestandola: dunque tutto il denaro in circolazione è gravato di debito verso le banche centrali”. Se ci pensate bene, la questione della proprietà immobiliare è fondamentale ancor oggi per l’accesso al credito bancario.
Infatti, in internet (2) troviamo: “Quando le famiglie dell’aristocrazia militare dei secoli XI e XII versavano in una necessità simile, esse non ricorrevano, disinteressate com’erano alla gestione economica dei propri beni, a una intensificazione e razionalizzazione dello sfruttamento del lavoro contadino, ma semplicemente impegnavano o ponevano in vendita un pezzo del patrimonio terriero. Medi e piccoli proprietari, per difficoltà di accesso al mercato dei prodotti agricoli o per le dimensioni eccessivamente ridotte dei propri fondi, potevano trovarsi nell’impossibilità di crearsi un risparmio o comunque di far fronte a una necessità improvvisa di moneta: in tali circostanze anch’essi dovevano quindi procedere a una liquidazione totale o parziale della terra. Tale liquidazione assumeva spesso una forma caratteristica di pegno. Il proprietario stipulava un atto di vendita per una somma determinata, che gli veniva versata immediatamente; ma si riservava il diritto di riacquistare la proprietà della terra nel caso che avesse restituito quella somma, eventualmente maggiorata di interessi, al compratore-creditore. La presenza o meno di un intermediario, l’indicazione o meno di un termine per la restituzione del denaro, le differenti forme in cui gli interessi venivano determinati, davano luogo a una serie di varianti in questo tipo di contratti; e non mancano esempi di prestiti su pegno che si manifestano in una forma più semplice che non la compravendita con clausola di riscatto.
Due sono comunque i punti sostanziali da afferrare. Se il creditore non veniva soddisfatto, egli diveniva proprietario del bene impegnato, indipendentemente dal valore di quest’ultimo (che verosimilmente era più elevato rispetto alla somma concessa in prestito); inoltre, sino alla restituzione del debito, il creditore usufruiva in tutto o in parte della terra che aveva in pegno, riscuoteva cioè i canoni o raccoglieva i prodotti in luogo del debitore: il prestito su pegno fondiario implicava dunque sempre, per la sua stessa natura, una percezione di interessi da parte del creditore, anche quando nel contratto non fosse indicato esplicitamente un saggio di interesse in termini monetari”. Oggi se la banca non ha la certezza di poter espropriare un bene solido, in cambio della sua moneta fittizia gravata da usura, difficilmente concede crediti importanti.
Dopo la rivoluzione francese, un tentativo più genuino di restituire al popolo la sovranità si ebbe con la Comune di Parigi, con i comunardi del 1871, a seguito della sconfitta nella guerra franco-prussiana. Fu in quel periodo che negli stati uniti Rothschild consigliava ai suoi clienti di comprare titoli di proprietà immobiliari a Parigi: “Conviene comprare quando il sangue scorre per le strade!”. La frase passò alla storia.
Le funzioni ed il comportamento della Banca di Francia, durante il periodo della Commune, rappresentano un esempio classico del comportamento antisociale dell’istituzione.
Mentre le funzioni ministeriali vennero assorbite e gestite dalle varie “Commissioni”, create dalla Commune il 29 Marzo, la Banca di Francia conservò una sua autonomia, mantenendosi in “equilibrio” tra la Commune stessa ed il Governo di Versailles.
Nello stesso tempo in cui faceva fronte alle esigenze monetarie della Commune (2,5 milioni di franchi), versava al Governo di Versailles la bella cifra di 257.637.000 di franchi (cento volte tanto!). Fu così che il governo in esilio poté pagare i mercenari che occuparono nuovamente la città facendo strage del popolo.
Ma di quel periodo è interessante ricordare l’episodio del mistero dei 5 franchi.
Il 10 maggio 1896, il Direttore della Moneta della Commune, Zéphirin Rémy Camélinat (1840-1932), scrisse una lettera al suo vecchio collega Germain Avrial dove asseriva di aver fatto coniare da un tale Lupeau, nel 1871, 10.000 monete da 5 franchi che avevano un contorno diverso da quello originale, recando le parole Lavoro – garanzia nazionale (TRAVAIL – GARANTIE NATIONALE) invece che Dio protegge la Francia (DIEU PROTEGE LA FRANCE). Secondo alcune fonti, due monete recanti il contorno descritto da Camélinat erano in possesso del museo Carnavalet di Parigi, ma scomparvero misteriosamente.
Questo episodio potrebbe essere indagato e confermato presso importanti collezioni numismatiche private.
I Comunardi dimostrarono, quindi, una saggezza numismatica per le monete di conio, offrendo il lavoro del popolo come garanzia nazionale della copertura del valore monetario, ma una imperdonabile negligenza ed un timoroso rispetto nei confronti della Banca centrale che non ci pensò due volte a tradire la gente comune.
In Francia il problema è sempre presente; dopo la nazionalizzazione del 1946, la Banca di Francia, anche se non più formalmente posseduta dalle 200 famiglie francesi che ne erano socie fino alla legge del 1936, ha continuato a falsificare il bilancio, come la nostra, mettendo al passivo la rendita monetaria. Solo per un decennio quindi, dal 1936 al 1946, sotto al regime del Fronte Popolare, la Francia ha goduto di un vero controllo pubblico sull’ente d’emissione. Non è un caso: nello stesso periodo avveniva qualcosa di molto simile in Italia, Germania e Giappone.

E’ il periodo del fascismo, mai indagato e conosciuto troppo a fondo, che minacciava gli interessi dei banchieri internazionali.
Eppure non è difficile da capire: il regime fascista e quello nazional-socialista, in Germania, avevano stretto un patto con gli industriali – il corporativismo – per restituire allo stato la sovranità monetaria in cambio di politiche favorevoli all’imprenditoria privata.

Non si tratta di ideologia politica, è per questo che gli industriali come Ford ed altri, nonché alcuni banchieri progressisti, avevano finanziato quei regimi fin dall’inizio.
Lo stato e gli industriali ledevano gli interessi dei banchieri feudatari, attraverso patti commerciali diretti per l’esportazione, basati su quello che oggi si chiama “counter trade”, ovvero un sistema di compensazione senza denaro simile ad un baratto evoluto.
I banchieri feudatari anglo-americani dovevano assolutamente fermare questa deriva.
Quelli inglesi perché temevano di perdere l’arma monetaria che teneva insieme l’impero, quelli americani perché speravano così di poi potersi impossessare dell’impero inglese. Questi sono i presupposti della famosa conferenza di Bretton Woods (United Nations Monetary and Financial Conference), tenutasi dal primo al 22 luglio 1944 negli Stati Uniti, ancor prima che fosse finita ufficialmente la seconda guerra mondiale.

Non si ha ancora la lista ufficiale di chi esattamente partecipò a quella conferenza, né si trovano testi degli accordi o verbali delle discussioni che vi furono tenute. Si parla di 730-740 persone come delegati di 44 paesi… ma dalle foto in possesso del Fondo Monetario Internazionale, non si direbbe più di 200 persone.
Comunque, la discussione e la trattativa sulle nuove fondamenta del sistema economico internazionale, avvenne sostanzialmente tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti: tra John Maynard Keynes e Harry Dexter White.
Keynes puntava su un sistema più equiparato tra le varie nazioni alleate, attraverso una camera di compensazione internazionale ed una super-valuta chiamata Bancor (3), mentre White propendeva assolutamente per un sistema mondiale dollaro-centrico, mantenendo agli USA il potere di veto sia sulle decisioni della Banca Mondiale che su quelle del Fondo Monetario Internazionale, le due istituzioni che nacquero dalla conferenza (4).
L’Italia, la Germania ed il Giappone, ovviamente non parteciparono, non essendo ancora passate tra gli “alleati”. La soluzione di Keynes era obiettivamente più interessante, da un punto di vista dell’equilibrio economico, e sarebbe una via da tentare ancor oggi, viste le similitudini con la situazione del tempo. Allora i bombardamenti avevano distrutto mezz’Europa, oggi sono i derivati “tossici” che virtualmente hanno ottenuto lo stesso risultato.
Con la fine della seconda guerra mondiale, molte ex-colonie dell’impero ottengono una libertà fittizia, poiché è il signoraggio sulle monete che mantiene ben stretto il cappio del reale potere imperiale.
Le ex-colonie francesi rimangono legato alla Banca di Francia, quelle inglesi alla Banca d’Inghilterra.
Il meccanismo utilizzato si chiama “currency board” e consiste nel garantire la moneta locale con riserve nella moneta dominante al 100%.
Questo vuol dire che quando la banca centrale locale vuole emettere valuta, deve tenere a riserva un equivalente cifra nella moneta colonizzante.
In questo modo il nuovo potere d’acquisto passa in modo poco visibile, alla banca colonizzatrice.

Infatti, mentre la banca centrale locale deve mantenere le riserve e conservarle da parte (“sterilizzate”), la banca centrale straniera userà la valuta locale ottenuta in cambio per espropriare beni reali al paese in regime di currency board. Il popolo avrà un’impressione di sovranità legata alle banconote emesse dal paese, mentre la rendita monetaria andrà alla banca centrale straniera di turno.
Nel caso del dollaro, questo meccanismo truffaldino si chiama “dollarizzazione” (5).
Una volta capiti i trucchi principali permessi dalla legalizzazione dell’egemonia sull’emissione di moneta fittizia, diventa molto più semplice capire la politica economica dietro ai vari conflitti del mondo.
La comprensione del sistema permette di decifrare l’importanza, ad esempio, del ruolo avuto dall’emissione delle AM-Lire (6) in Italia allo scopo di conquistare definitivamente il paese.
Le Am-Lire verranno poi convertite in Lire dalla stessa Banca d’Italia, a spese della cittadinanza.
Fu con le AM-Lire che gli americani comprarono l’attuale sede dell’Ambasciata statunitense a Roma, Palazzo Margherita in via Veneto, un palazzo progettato dallo stesso architetto Gaetano Koch che aveva progettato la sede della Banca d’Italia.
Ancora misterioso e da indagare rimane il collegamento tra la stampa e la diffusione di queste “nuove lire d’occupazione”, nel 13 luglio 1943, e la riunione del Gran Consiglio del fascismo che estromise Mussolini, il 24 luglio 1943.
Di certo sappiamo che ne dovevano aver stampate parecchie, perché seguì un’inflazione galoppante che durante il fascismo non s’era ancora vista.
I francesi furono francamente più furbi: il generale Charles De Gaulle rifiutò la cartamoneta emessa dagli americani, gli AM-franchi della AMGOT, e la dichiarò moneta contraffatta.
Difatti, il 9 luglio 1944, il generale Bernard Law Montgomery disse: “Cos’è questa confusione per i biglietti che abbiamo portato? Mi viene detto che la gente non li vuole. La gente deve accettarli, dobbiamo costringerli ad accettare queste note. Questa è moneta buona: questa è la nostra moneta!” (in originale: “What the fuss with the notes we have brought? I have been told that people don’t want them. People must accept them, we must force them to accept those notes. That is good money: that is our money!”).
Ma di fatto non ebbero circolazione e l’episodio contribuì a creare un clima teso, tra Francia e USA, nel dopoguerra.
La storia del dopoguerra italiano è segnata dal ruolo dell’IRI (in particolare, dell’ENI), di Mediobanca e della Banca d’Italia, con l’influenza esterna del gruppo di riferimento della statunitense Federal Reserve (7) che finanziava i partiti anti-comunisti, e del gruppo del Cremlino referente della GOS Bank sovietica (8), che finanziava quelli filo-comunisti.
L’uomo di paglia e prestanome della Gosbank in occidente fu il famoso Armand Hammer (9), diventato in seguito, ovviamente, plurimiliardario. L’uomo comune rimarrebbe stupito di quante improvvise fortune di personaggi spuntati come funghi, siano spesso legate all’attività frenetica del riciclaggio della rendita monetaria da parte delle banche centrali. Come dice bene Filippo Ghira (10): “Prima dell’avvio del processo di privatizzazione delle banche pubbliche italiane, nel 1990, il controllo su Via Nazionale, almeno formalmente, era esercitato dallo Stato. I principali azionisti di Via Nazionale erano infatti le tre banche d’interesse nazionale controllate dall’IRI e quindi dal Tesoro (Banca Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma) e i sei istituti di credito di diritto pubblico (Banco di Sicilia, Banco di Sardegna, Banco di Napoli, Banca Nazionale del Lavoro, Istituto San Paolo di Torino e Monte dei Paschi di Siena). Anche queste controllate dal Tesoro. A queste si aggiungevano banche più piccole e altri azionisti “storici” come le Assicurazioni Generali, l’Inps e la Fiat. Lo Stato e quindi il governo, attraverso il Tesoro, era il primo azionista di Via Nazionale e come tale aveva il potere di indicarne i vertici agli azionisti (pubblici) che provvedevano poi alla nomina formale. In realtà poi, in conseguenza di accordi e di regole non scritte e del mantenimento di equilibri tra la finanza “cattolica” e quella “laica”, sia a livello nazionale che internazionale, la scelta cadeva sempre su una personalità gradita a quest’ultima. La situazione cambiò quando si iniziò a far passare le banche dalla proprietà pubblica a quella privata. In quel periodo che sancì il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica pochi si posero il problema su quale dovesse essere la sorte delle quote azionarie possedute in Via Nazionale. Mentre quelli che potevano e dovevano aprire bocca, i ministri del Tesoro dei governi di transizione del quinquennio 1990-1994, preferirono tacere e restare colpevolmente alla finestra. Finì così per realizzarsi un autentico scippo. Le azioni della Banca d’Italia, di fatto e di diritto un’istituzione pubblica creata con il preciso fine di difendere l’interesse nazionale, quindi l’interesse di tutti, vennero infatti trasferite a società bancarie private, portate quindi a fare gli interessi dei propri azionisti privati. Un cambiamento non da poco e che accomuna l’Italia, guarda caso, alla realtà statunitense dove sono le banche private ad essere gli azionisti della Federal Reserve, l’unico soggetto autorizzato ad stampare ed emettere moneta e che fu messo in condizione di farlo grazie ad un autentico colpo di mano realizzato all’inizio del secolo scorso. E’ appena il caso di ricordare che il disegno di legge Tremonti sul risparmio, che di fatto dimissionò l’ex governatore Antonio Fazio, prevedeva tra l’altro che entro il gennaio del 2009 le quote delle banche in Via Nazionale tornassero di proprietà del Tesoro o altri enti pubblici ad un prezzo di vendita stabilito dallo stesso Ministero”. Ancora oggi (14 giugno 2009), la questione del trasferimento delle quote della Banca d’Italia, un passo importante per rientrare in possesso del signoraggio monetario, è rimasta sospesa. La Banca d’Italia aleggia dietro gli episodi più oscuri della Repubblica Italiana. Se esiste un potere occulto, in questo paese, non può che essere quello di un sistema bancario opaco, se non criminale, che ha gestito sicuramente tutti i passaggi di denaro della megacorruzione del paese evidenziata dal pool di Mani Pulite. Scrive Gian Trepp (11): “Dalla fine della seconda guerra mondiale l’Italia ha vissuto una serie ininterrotta di scandali, affaires e congiure. I poteri segreti che agivano fuori di ogni controllo erano qui più forti che in ogni altra democrazia rappresentativa europea. (12) La corruzione moderna in Italia risale all’inizio della guerra fredda, a metà del 1946. Fu allora che si inasprì la critica degli USA nei confronti dei ministri comunisti, che avevano assunto l’incarico al crollo del fascismo nell’Italia del nord, e culminò nella richiesta ultimativa di estromettere il PCI dal governo. Questa domanda non fu tuttavia facile da soddisfare da parte dei sostenitori degli USA. I comunisti si accrebbero soprattutto nel Norditalia industrializzato, divenendo la forza organizzata più forte. Il segretario generale del PCI, Palmiro Togliatti, fu ministro della giustizia dal 1945 al 1948, inoltre i comunisti ricoprirono altri tre ministeri e fornirono diversi segretari di stato. Nata nel 1945 dalla fusione di diverse correnti cattoliche, la Democrazia Cristiana (DC) sotto Alcide De Gasperi, segretario Giulio Andreotti, era troppo debole nell’Italia del Nord per poter escludere i comunisti. Per rafforzare la loro base al Nord, De Gasperi e Andreotti cercarono di copiare la politica sociale progressista dei comunisti. Contemporaneamente lavoravano con tutte le loro forze per indebolirli. Gli USA promossero questa politica. L’Italia fu, insieme alla Francia e alla Grecia, il fronte principale della guerra contro il comunismo nell’Europa occidentale”. Però Gian Trepp non spinge la sua analisi sino ad individuare nel sistema bancario stesso il vero mandante – piuttosto che il semplice complice – di tutta una serie di episodi efferati. Se alla pubblica opinione gli esecutori di omicidi di banchieri eccellenti – come Roberto Calvi o Michele Sindona – vengono indicati nella criminalità più o meno mafiosa, i veri mandanti, assai probabilmente riconoscibili nei frequentatori dei salotti buoni delle (50?) famiglie italiane del signoraggio bancario, non vengono mai scoperti.
Ricordiamoci che la storia la scrivono gli assassini.

I vincenti vengono chiamati “finanzieri”, “industriali”, “banchieri”, “partigiani”; i perdenti sono definiti “affaristi”, “faccendieri”, “truffatori”, “terroristi”, etc.
Molti di quelli che si sono avvicinati alla verità sull’origine di tante insperate ricchezze, o sono stati eliminati fisicamente, o hanno fatto grandi carriere in cambio dell’omertà (giornalisti, magistrati, sindacalisti, politici, poliziotti, economisti, agenti segreti, etc.).
Dunque, tornando alle origini recenti del sistema, notiamo che il potere monetario rimane il più possibile ingessato e che i grandi cambiamenti avvengono con cadenza circa trentennale: Bretton Woods (1944), fine del gold standard del dollaro (1971-1973), introduzione dell’euro (1991-2001). Quindi, sarebbe logico aspettarsi un prossimo cambiamento radicale (13) intorno al 2030.
Tuttavia, già a dieci anni dalla sua introduzione, l’euro sta rivelando la sua vera faccia di strumento di dominio che, a causa della sua architettura d’emissione, come nel più classico dello schema Ponzi (14), deve continuamente espandersi per rimanere in piedi. Inoltre, la gente comincia a capire a livello globale che c’è qualcosa di profondamente perverso nel sistema monetario occidentale.
Nei prossimi capitoli ne indagheremo alcuni degli aspetti più importanti, a cominciare dalla responsabilità della magistratura.

Note:
1) Le terre erano state usurpate dai ricchi ai più poveri e offerte ai forestieri per la lavorazione. La legge limitava l’occupazione delle terre dello stato a 125 ettari e riassegnava le terre eccedenti ai contadini in rovina. Una famiglia nobile poteva avere 500 iugeri di terreno, più 250 per ogni figlio, ma non più di 1000; I terreni confiscati furono distribuiti in modo che ogni famiglia della plebe contadina avesse 37 iugeri.
2) Le campagne nell’età comunale (metà sec. XI – metà sec. XIV), a cura di Paolo Cammarosano, Loescher (Documenti della Storia), Torino 1974http://www.storia.unive.it/_RM/didattica/fonti/cammarosano/sez3/introduzione1.htm
3) Un sistema praticamente riadattato dal sistema di compensazione utilizzato dalla Germania di Hitler all’interno dei paesi dell’asse ROBERTO (Roma – Berlino – Tokio).
4) Ne parlo in dettaglio in “O la banca o la vita”, op. cit.
5) Invito qui il lettore che volesse approfondire, a cercare su internet “dollarization” e “seigniorage” (dollarizzazione e signoraggio, in inglese; in francese è: “dollarisation” e “seigneuriage”) per trovarne riscontro in numerosi documenti. Per i casi coinvolgenti la Banca Centrale Europea, ad esempio nella ex-Yugoslavia, cercare: “eurizzazione” (“eurization”).
6) L’Am-lira – ovvero Allied Military Currency – è stata la valuta che l’AMGOT – Allied Military Government of Occupied Territories, ovvero: Governo Militare Alleato dei Territori Occupati – mise in circolazione in Italia dopo lo sbarco in Sicilia avvenuto nella notte tra il 9 e 10 luglio del 1943. Il valore era di 100 “am-lire” per un dollaro degli Stati Uniti. Lo studio di cartamoneta specifica per l’Italia iniziò nel luglio 1942. La prima emissione (serie 1943) fu stampata dalle tipografie del Bureau of Engraving and Printing (BEP, autore anche dei disegni modello) e della Forbes Lithograph Corporation (FLC), il valore veniva espresso solo con cifre numeriche e in italiano, e fu frettolosa e grossolana. Il 13 luglio 1943 sulle banconote furono stampate le scritte LIRA o LIRE e ISSUED IN ITALY, in precedenza omesse per non far trapelare a quale paese le banconote erano destinate. Con la prima serie furono emessi i tagli da 1 a 1000 lire; i biglietti da 1, 2, 5 e 10 lire avevano forma quadrata, i tagli superiori da 50, 100, 500 e 1000 lire di forma rettangolare, dello stesso formato dei dollari. La seconda emissione (serie 1943A) fu stampata solo dalla FLC, e venne aggiunta l’indicazione in lettere (in italiano ed in inglese) del valore. A causa dell’inflazione galoppante non furono ristampati i biglietti da 1 e 2 lire, divenuti ormai inutili.
7) Per un’anatomia patologica della Federal Reserve, vedasi: Murray N. Rothbard, The Case Against the Fed, Ludwig Von Mises Institute, 2007.
8) La Gosbank venne fondata il 16 novembre 1921. Fu la banca centrale russa e, di fatto, l’unica banca ad operare sul territorio dell’URSS tra gli anni 1930 ed il 1987. Le politiche di credito erano esclusivamente dirette dal governo centrale. Fu il principale strumento di centralizzazione del potere dell’impero sovietico.
9) Armand Hammer era entrato nel consiglio d’amministrazione della Gosbank nel 1937. Vedi il libro: Edward Jay Epstein, Dossier: The Secret Life of Armand Hammer, Da Capo Press, 1999.
10) Vedi: “Le banche giocano con l’ingegneria finanziaria”, di Filippo Ghira, Rinascita, 5 Maggio 2009
11) Vedi: Swiss Connection, di Gian Trepp, Unionverlag, 1996. Una traduzione in italiano, ancora inedita, si trova qui:http://leconomistamascherato.blogspot.com/2009/05/la-svizzera-connection-gian-trepp.html
12) Durante l’occupazione dell’Italia, dopo la seconda guerra mondiale, gli USA si appoggiarono anche alla mafia. Importanti mafiosi italoamericani, come ad esempio Lucky Luciano, erano stati rilasciati nel 1943 dal carcere negli USA e inviati in Sicilia. La collaborazione degli occupanti statunitensi con la mafia produsse, nel vuoto economico tra il 1943 e il 1948, soprattutto al sud, un effetto fortemente corruttore. Il sistema di mercato nero, controllato dalla mafia, divenne presto la base economica del mezzogiorno. Questa palude fu anche il fondamento economico della nuova classe politica di tutti i partiti, sorta qui dopo il 1945.
13) Come disse più di 100 anni fa il principe di Salina, nel romanzo ‘Il Gattopardo’ di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: tutto deve cambiare perché tutto rimanga uguale.
14) In criminologia si fa riferimento allo Schema Ponzi per indicare una truffa in cui si raccolgono soldi promettendo dividendi elevati, dividendi che vengono prelevati direttamente dai nuovi aderenti allo schema secondo un sistema piramidale. Il sistema crolla quando finiscono i nuovi arrivati e diventa impossibile pagare ulteriormente i dividendi. Per questo è essenziale l’immigrazione continua di nuovi lavoratori, che pagano nuovi contributi, per mantenere in piedi lo Schema Ponzi del sistema pensionistico italiano, ma questo è un altro discorso… In realtà Carlo Ponzi negli anni venti del secolo scorso si era messo semplicemente d’accordo con un 15
banchiere che praticava la riserva frazionaria, all’epoca al 13%. Ovvero, per ogni 100 dollari che Ponzi versava, il banchiere ne creava settecento e gliene ritornava 100 per pagare gli interessi. Cinquanta venivano distribuiti ai partecipanti allo schema e 50 se li teneva Ponzi. Al banchiere rimanevano 600 da prestare e reincassare, oltre agli interessi, tramite il “meccanismo del riflusso” – ovvero, incassando le rate ripagate periodicamente dai prestatari ed appropriandosene, proprio come fanno ancor oggi le banche. Così si spiega facilmente perché, anche quando ormai i quotidiani avevano montato uno scandalo descrivendo però il sistema come, appunto, uno Schema Ponzi tradizionale, la società di Ponzi riusciva ancora senza problema a rimborsare i clienti sia del capitale che degli interessi. Nel “vero” schema Ponzi, chi ci rimetteva erano le altre banche concorrenti che non partecipavano allo schema: mancando dei versamenti della moneta-base della clientela di Ponzi, non potevano innescare l’appropriazione indebita attraverso la moltiplicazione frazionaria. Bastava che si mettessero d’accordo tra banche, come fanno oggi attraverso la partecipazione in Bankitalia, per spartirsi proporzionalmente il malloppo, e tutto sarebbe andato “a meraviglia”.

tratto da: http://studimonetari.org/monetanostra.pdf

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