Il miracolo economico hitleriano (che non si vuol far conoscere)



In questi giorni,in cui notiamo la totale mancanza di risposte alla crisi economica mondiale provocata dalle banche,ritengo sia utile pubblicare questi brani del libro SCHIAVI DELLE BANCHE di Maurizio Blondet, di cui è stata stampata la seconda edizione.
A testimonianza di una possibile alternativa che ebbe un grande, forse troppo grande successo.

14 – L’ECONOMIA TEDESCA PRIMA DI HITLER

Domata l’iper-inflazione, riagganciato il marco all’oro, l’economia tedesca conobbe una rinascita immediata. Motore del miracolo fu la grande finanza, lanciata in un esperimento che non si può che chiamare la prima globalizzazione. L’inflazione aveva annichilito i risparmi e vaporizzato i fondi per il funzionamento delle imprese tedesche. Gli Stati Uniti, vincitori della guerra e grandi creditori del mondo, traboccavano d’oro affluito dai paesi debitori. La montagna di lingotti che s’accumulavano a Fort Knox avrebbe avuto come normale conseguenza – effetto collaterale di tanta benedizione – una moltiplicazione di dollari-carta, con conseguente inflazione. I prezzi americani sarebbero cresciuti, col risultato di rendere meno competitive le merci statunitensi; gli Usa sarebbero stati inondati da merci estere a miglior prezzo, provocando la recessione interna – inevitabile conseguenza dopo la superproduzione bellica. La Federal Reserve e i banchieri americani impedirono tutto ciò, con misure artificiose; le stesse cui è ricorso nei nostri anni ‘90 Alan Greenspan, il capo della Banca Centrale sotto Clinton e Bush. Tenere bassi i tassi d’interesse, fornire denaro facile all’ economia interna.

Il capitale americano, poco remunerato in patria, cercò nel mondo retribuzioni più alte. Le trovò in Germania. Nel 1925, quando il tasso di sconto delle Federal Reserve era del 3%, in Germania era del 10%; nel ‘26, il denaro che in America era pagato al 4%, in Germania fruttava l’8%. Il doppio.

Come negli anni ‘90 i capitali globali sono accorsi verso le economie emergenti, le tigri asiatiche, la Cina, dal 1924 i capitali angloamericani fluirono verso la Germania, emergente dalle distruzioni della guerra con la sua impareggiabile manodopera (a basso costo), la sua tecnologia, le sue classi tecniche produttive. Tanto più che quella manodopera costava poco. I salari erano bassi, e i bassi salari stimolano gli investimenti industriali. Come accade nel capitalismo globale oggi, anche allora la Germania forniva agli investitori esteri le garanzie del mercato e della democrazia. Licenziato il kaiser, sradicato il prussianesimo, a Berlino folleggiava, radical-chic, la repubblica parlamentare di Weimar.

Quel che produsse l’eccesso di capitale estero rovente, in forma di crediti a breve termine, ossia speculativi, lo ha raccontato nel 1938 Bruno Heilig, giornalista ebreo che sarebbe scampato poi ai campi di concentramento.

“Le industrie smantellarono le vecchie fabbriche e le rimpiazzarono con i più nuovi macchinari. La Germania era avviata a diventare il paese industriale più avanzato del mondo, superando gli stessi Stati Uniti. La sete di manodopera risucchiò milioni di uomini nelle città; Berlino passò da due a 6 milioni e mezzo di abitanti. [..] L’intero sistema ferroviario fu riorganizzato e rinnovato. A Berlino interi quartieri furono demoliti per allargare le strade. Alexanderplatz doveva diventare la più grande piazza del mondo, circondata da modernissimi grattacieli”.

Com’è avvenuto in Giappone negli anni ‘80, e in Thailandia negli anni ‘90, l’abbondanza di capitale scatenò la febbre edilizia; e questa innescò un fantastico rincaro dei terreni. “Il prezzo della terra crebbe del 700 per cento a Berlino e del 500 per cento ad Amburgo”, dice Heilig: ciò significa che gli speculatori immobiliari videro raddoppiare o triplicare le loro fortune da un giorno all ‘altro, senza lavoro né fatica. Faticavano i cittadini tedeschi, intenti a ricostruire il paese, mentre per loro il costo della vita aumentava. Gli affitti, durante la guerra, erano stati bloccati per legge. La libera stampa di Weimar (pagata dagli speculatori) lanciò una campagna per il loro adeguamento sostenendo che era ingiusto, dati i valori in aumento degli immobili, che le case vecchie in locazione non condividessero la manna. Una legge aumentò gli affitti già bloccati del 125 per cento. E il regalo, nota Heilig, beneficiò proprietari che l’inflazione aveva liberato dei tre quarti del peso dei loro debiti.

Tra questi privilegiati, divenne abitudine mantenere buoni rapporti con le amministrazioni comunali: l’indiscrezione in anteprima che il comune di Berlino stava per estendere la metropolitana ad un nuovo quartiere consentiva guadagni astronomici a chi comprava un pezzo di terra in quel quartiere. La vendita di terreni al comune in espansione era un’altra enorme occasione di profitti speculativi. Heilig ricorda con disgusto un proprietario (non ne fa il nome) che chiese 400mila marchi al comune di Berlino per il suo appezzamento. Il comune, ritenendo il prezzo eccessivo, fece appello ad una speciale commissione, costituita per questo genere di arbitrati. Essa decretò che il terreno valeva, e dunque il proprietario aveva diritto a, non già 400 mila, ma a un milione e 80 mila marchi. “Lo scandalo consisteva in questo”, racconta il giornalista: “che i membri della commissione erano compensati in percentuale al valore della transazione, e dunque avevano un interesse personale al massimo rialzo del prezzo”.

Non mancarono immense e scandalose privatizzazioni del genere preferito, anche oggi, dalla finanza globale. La città di Berlino spese milioni di marchi per rimodernare il suo porto fluviale sulla Sprea (il secondo della Germania), attrezzandolo completamente con enormi gru e vastissimi magazzini. Una volta terminata la costosa opera, l’alto funzionario responsabile del progetto, tale Schuning, dichiarò che la mano pubblica non sarebbe stata capace di gestire con efficienza e profitto il porto (quante volte non abbiamo sentito lo stesso discorso?), e che conveniva quindi cederlo in gestione a imprenditori privati, più efficienti.

Detto fatto. Due imprese, l’ebraica Schenker e la Busch, una ditta di materiale ferroviario, costituirono un consorzio per la gestione del porto. Furono le sole ad offrirsi, non ci fu un’asta. L’area del bacino era un milione di metri quadri; il puro affitto del nudo terreno era valutato a un marco a metro quadro, dunque a un milione di marchi. Ma il consorzio Schenker & Busch ottenne l’affitto dell’area – superbamente attrezzata a spese del comune con gru e magazzini – a 369 mila marchi. Unico pagamento, per cinquant’anni di affitto. Non bastò: i gestori, capitalisti di un genere che ben conosciamo, presero a lamentare che il rischio d’impresa era per loro insostenibile. Il comune di Berlino elargì loro, come capitale operativo, un prestito di 5 milioni di marchi. Occorrerà dire che herr Schuning, che aveva fatto fare al comune un così cattivo affare, lasciò subito dopo l’impiego pubblico, per essere assunto dal consorzio privato?

Intanto i lavoratori berlinesi già aggravati dal rincaro degli affitti dovevano pagare un tributo a quel consorzio privato per ogni pezzo di pane che mangiavano.

Il grande boom durò sette anni. A credito. Fino a sbattere contro quel muro della natura che già Ricardo aveva previsto come il fatale ostacolo contro cui si sarebbe autodistrutto il liberismo, il capitalismo finanziario senza regole.

Le imprese prosperavano. Ma al prezzo di un aumento astronomico delle loro spese incomprimibili: il servizio del debito per l’acquisto dei terreni, degli impianti, degli immobili. Come sempre, i capitalisti agirono sulla spesa che essi ritengono a cuor leggero variabile: i salari.

“Ogni segno di crisi fu scongiurato comprimendo i salari e licenziando lavoratori”, dice Heilig; e poiché “i bassi salari stimolano gli investimenti industriali”, il risparmio sulla manodopera fu compensato con l’acquisto di altri macchinari più efficienti. Era la corsa alla più alta produttività, alla razionalizzazione esaltata dalla finanza globale: produrre più merci con sempre meno lavoratori.

Industria ad alta intensità di capitale. “Modernizzare, modernizzare ad ogni costo, era la sola idea che gli uomini d’affari sapevano concepire”, dice Heilig. E’ la stessa ricetta che viene raccomandata o imposta in nome dell’ efficienza del capitalismo. Heilig dice invece: “la Germania era intossicata”:

Che cosa accade infatti quando si retribuisce troppo il capitale a scapito del lavoro? Finisce che le merci sempre più abbondanti non trovano acquirenti, perché i consumatori – i lavoratori – hanno perso potere d’acquisto.

Gli imprenditori corsero ai ripari, secondo le lezioni di liberismo appena apprese. Nel 1931, nel tentativo disperato di sostenere i prezzi, ridussero la produzione di merci. Con ciò però, dice il giornalista, “gli interessi (sul debito), le tasse, gli ammortamenti e gli affitti, ossia le spese fisse, divise su un volume minore di beni, aumentarono il costo unitario di ogni bene. Il costo di produzione crebbe in proporzione inversa ai profitti calanti, fino a divorarli”.

La soluzione liberista? “Gli operai furono licenziati in massa”. Ma, naturalmente, ” i datori di lavoro ne ottennero ben poco sollievo. Per ogni lavoratore licenziato, era anche un consumatore che spariva”.

La benedizione del capitale facile aveva prodotto questo esito:sovrapproduzione, disoccupazione, crisi.

Heilig ragiona su quei costi incomprimibili che finirono per divorare i profitti. In ultima analisi, essi consistono nell’ enorme rialzo degli immobili e terreni che precedette ogni futuro profitto possibile. Alla fine, “tutto andò ai proprietari immobiliari. L’intera Germania aveva lavorato ‘per loro’ in tutti gli anni del boom”. Più precisamente diciamo: per restituire gli interessi e i ratei dei capitali presi a prestito, e finiti nella speculazione meno produttiva, la Germania si svenò.

Nel corso del 1931 parecchi industriali tedeschi non furono più in grado di pagare i debiti: “i cosiddetti costi incomprimibili erano diventati insopportabili e cessarono di essere pagati”. Con l’insolvenza dei debitori, cominciarono a fallire le banche. Il cancelliere Bruning, allievo modello del liberismo pro-capitalista, spese miliardi di marchi (denaro dei contribuenti) per salvarle. Poi accordò amplissimi sussidi alle imprese in difficoltà.

Come si vede, anche allora il liberismo non si applica quando si profila la rovina del capitale e dei capitalisti: allora torna di moda l’intervento pubblico, la mano visibile dello Stato. Bruning lanciò quella che chiamò politica anti-deflazionista: la quale consisteva nel somministrare più forti dosi del tossico che aveva condotto alla rovina. “Decretò una riduzione generale dei salari, che furono tagliati del 15%”. Era convinto che, ridotto il potere d’acquisto dei lavoratori, questo avrebbe indotto una riduzione successiva dei prezzi (il prezzo umano, la riduzione alla fame della classe operaia, non parve indegno d’essere pagato).

“Ma i prezzi erano determinati da fattori ben diversi che dai salari”, dice Heilig: come abbiamo visto, dalle spese incomprimibili del servizio del debito contratto per comprare suoli sopravvalutati. Era lì, se mai, che si sarebbe dovuto agire.

Ma era troppo tardi. “Sette milioni di salariati, un terzo della forza produttiva, era disoccupato; la classe media spazzata via: questa la situazione a un anno dall’apice della prosperità” indotta dai capitali esteri. In quell’anno, il numero dei deputati nazisti eletti al Reichstag passò da otto a 107. Nel gennaio 1933, Hitler fu nominato cancelliere.

“Infiniti studi, libri e articoli sono stati scritti per spiegare come mai la Germania ha preso la strada della barbarie”, conclude Heilig: “c’era una volta un paese con una bella costituzione democratica,fondata sugli ideali della libertà e dell ‘autogoverno”; un paese che “aveva eletto alla Assemblea Nazionale di Weimar personalità che offrivano le migliori garanzie di estirpare le odiate idee del prussianesimo. Poi dei mascalzoni, dei pazzi, dei viziosi sono apparsi sulla scena della storia, e la democrazia è stata gettata via, la libertà è diventata spazzatura. […] Si danno di questo fenomeno molte spiegazioni, dalle politiche illiberali […] all ‘innato militarismo dei tedeschi,che si suppone aspettassero solo una sua diversa reincarnazione per abbracciarlo focosamente. Idee varie: che evitano di dar conto dei meccanismi sociali che distrussero la Germania dall’interno”.

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15) IL MIRACOLO HITLERIANO

Del resto, l’alluvione di capitali provenienti dagli Usa si era, nel 1933, già prosciugata completamente. La crisi del 1929 a Wall Street, il conseguente brutale arretramento dell’economia americana, il tracollo della produzione industriale, la riduzione a un rivolo dei commerci internazionali, segnò la fine della prima globalizzazione finanziaria. I dollari in giro per il mondo furono richiamati in patria. Non solo gli Stati Uniti, ma la Gran Bretagna – la potenza missionaria del vangelo del liberismo – adotta il protezionismo, e impone forti dazi sulle importazioni. Nello stesso tempo, rinuncia al suo ruolo di fornitore internazionale di capitali. Passato il tempo in cui le imprese estere erano incoraggiate a chiedere prestiti sul mercato finanziario di Londra; dal 1931, in forma non ufficiale, si mette in vigore un embargo sulle emissioni di titoli esteri in Inghilterra. Il mercato finanziario globale prima esaltato e promosso viene ridefinito fuga di capitali, osteggiato e punito.

L’Inghilterra si ritira dal mondo. Si ritira, a dire il vero, nel vasto confortevole mercato del suo impero coloniale. Grande importatrice di materie prime, la Gran Bretagna beneficia del crollo dei prezzi mondiali di queste; d’altra parte, fra le sue colonie vi sono alcuni dei massimi produttori planetari di oro, il cui potere d’acquisto si rinforza col calo dei prezzi mondiali (1). Londra gode dunque di due vantaggi: compra a poco con oro rivalutato.

La deflazione mondiale fa sì che in Inghilterra il costo della vita ribassi – fra il 1924 e il 1936 – di 16 punti, mentre i salari calano solo di 2 punti. E’ una situazione felice rispetto al resto del mondo, tanto più che – con la deflazione – il governo britannico inaugura una politica di credito facile (bisogna pur usare gli abbondanti capitali rientrati, e che non possono andare all’estero), che stimola una sorta di ripresa, trainata dal mercato interno. E tuttavia la sua disoccupazione resta,ostinata, sopra il 10 per cento fino al 1939, quando la guerra innescherà il suo truce modello di pieno impiego.

Nella grande America, il New Deal di Roosevelt non otterrà – a parte il suo grande successo propagandistico – effetti migliori. Una severa politica di dirigismo, grandi opere pubbliche pagate con un crescente disavanzo dello Stato, l’aumento dei salari minimi, il sostegno dei prezzi agricoli, non riescono ad aver veramente ragione della crisi.

Nel 1936, il potere d’acquisto degli agricoltori americani è di un terzo inferiore a quello che avevano nel 1929: la disoccupazione generale, che era del 3 per cento prima del ‘29, resta attestata al 19 per cento fino al 1938. Fra ottobre 1937 e il marzo 1938 l’economia americana ricade in una severissima recessione, e altri 4,5 milioni di lavoratori si trovano sulla strada. “L’economia americana non ha ricominciato a riprendersi con le sue sole forze, essa resta dipendente dalle iniezioni costanti di potere d’acquisto alimentate dai deficit di bilancio”, riconosce lo storico francese dell’economia Jacques Nèré (2): “alla vigilia della seconda guerra mondiale, il risanamento dell’economia statunitense resta incompleto e precario”.

In Francia, il Fronte Popolare decreta un aumento generale dei salari del 10-15%, accorcia la settimana lavorativa da 48 a 40 ore, insomma applica le demagogie socialiste, senza restituire un alito di vita alla sua economia in stagnazione. La Russia sovietica applica fino in fondo, con la nota ferocia dottrinaria, l’economia di piano e collettivista, con i risultati disastrosi che sappiamo.

Tutti gli esperimenti dirigisti, insomma, in qualche modo falliscono. Salvo uno.

Quando Hitler sale al potere, la Germania soffre di una crisi industriale enorme, paragonabile a quella americana, con la relativa gigantesca disoccupazione. Ma a differenza degli Stati Uniti, per di più è gravata da debiti esteri schiaccianti. Non solo il debito politico, il peso delle riparazioni; anche il debito commerciale è pauroso. Le sue riserve monetarie sono ridotte quasi a zero. Inoltre, s’è prosciugato totalmente il flusso dei capitali esteri, che si presumevano necessari alla sua rinascita economica. La Germania insomma non ha denaro,ha perso i suoi mercati d’esportazione, è forzatamente isolata – dalla recessione mondiale – dal mercato globale. Costretta a un’economia a circuito chiuso, nei suoi angusti confini.

Ma proprio da lì, comincia a rinascere. Come? Secondo Rauschning, i nazisti “si basavano sulle idee sempliciste del loro fuehrer, e s’erano creati una teoria monetaria che suonava pressappoco così: le banconote si possono moltiplicare e spendere a volontà,purché si mantengano costanti i prezzi”.

Hitler lo diceva con esplicita brutalità: “dopo l’eliminazione degli speculatori e degli ebrei, si dispone di una sorta di moto perpetuo economico, di circuito chiuso il cui movimento non si arresta mai. Il solo motore necessario per questo meccanismo è la fiducia. Basta creare e mantenere questa fiducia, sia con la suggestione sia con la forza o con entrambe” (3)

Sono idee sempliciste. O anche assurde sul piano della teoria economica: creare inflazione (stampare carta moneta) senza far salire i prezzi – e senza ricorrere al razionamento dei consumi, alle tessere del pane, come stava facendo Stalin negli stessi anni.

Eppure funzionano.

A causa del suo grande indebitamento estero, la Germania non può svalutare la moneta: questa misura renderebbe più competitive le sue esportazioni, ma accrescerebbe il peso del debito. Fra le prime misure del Terzo Reich c’è dunque il riequilibrio del commercio, perché il deficit commerciale non può più essere finanziato come si fa in periodi normali. Di fatto, la libertà di scambio viene sostituita da Hitler da meccanismi inventivi. I creditori della Germania vengono pagati con marchi (stampati apposta, moneta di Stato) che però devono essere utilizzati solo per comprare in Germania merci tedesche. Ben presto, questo sistema sviluppò, quasi spontaneamente, accordi internazionali di scambio per baratto: la Germania non aveva più bisogno di valuta estera (dollari o sterline) per comprare le materie prime di cui necessitava, perché non vendeva né comprava più.

Per il grano argentino, dava in cambio i suoi (pregiati) prodotti industriali; per il petrolio dei Rockefeller, armoniche a bocca e orologi a cucù.

Prendere o lasciare, e le condizioni di gelo del mercato globale non consentivano ai Rockefeller di fare i difficili.

Per i pochi commerci con esborso di valuta, il Reich impose agli importatori tedeschi un’autorizzazione della Banca Centrale all’acquisto di divise estere; il tutto presto fu facilitato da accordi diretti con gli esportatori, che disponevano di quelle divise e le mettevano a disposizione. I negozi sui cambi avvenivano dunque, “dopo l’eliminazione degli speculatori e degli ebrei”, senza che fosse necessario pagare il tributo ai banchieri internazionali.

Controllo statale dei cambi e del commercio estero sono praticati nello stesso periodo dall’Urss, con atroce durezza: ma con risultati miserandi. Il controllo nazista dei cambi e dei commerci esteri invece, deve ammettere lo storico, “dà alla politica economica tedesca una nuova libertà”. Anzitutto, perché il valore interno del marco (il suo potere d’acquisto per i lavoratori) è stato svincolato dal suo prezzo esterno, quello sui mercati valutari anglo-americani.

Lo Stato tedesco può dunque praticare politiche inflazioniste, stampando la moneta di cui ha bisogno, senza essere immediatamente punito dai mercati mondiali dei cambi (governati da speculatori ed ebrei) con una perdita del valore del marco rispetto al dollaro. E il pubblico tedesco non riceve quel segnale di sfiducia mondiale consistente nella svalutazione del cambio della sua moneta nazionale.

Così, Hitler può stampare marchi nella misura che desidera per raggiungere il suo scopo primario: il riassorbimento della disoccupazione. Grandi lavori pubblici, autostrade e poi il riarmo, forniscono salari a un numero crescente di occupati. I risultati sono, dietro le fredde cifre, spettacolari per ampiezza e rapidità.

Nel gennaio 1933, quando Hitler sale al potere, i disoccupati sono 6 milioni e passa. A gennaio 1934, sono calati a 3,7 milioni. A giugno, sono ormai 2,5 milioni. Nel 1936 calano ancora, a 1,6 milioni. Nel 1938 non sono più di 400 mila.

E non sono le industrie d’armamento ad assorbire la manodopera. Fra il 1933 e il 1936, è l’edilizia ad impiegarne di più (più 209%), seguita dall’industria dell’automobile (+ 117%); la metallurgia ne occupa relativamente meno (+83%).

Nei fatti, la stampa di banconote viene evitata – o piuttosto dissimulata – con geniali tecnicismi. Di norma, nel sistema bancario speculativo, le banche creano denaro dal nulla aprendo dei fidi agli investitori; costoro, successivamente servendo il loro debito (e anzitutto pagando gli interessi alla banca), riempiono quel nulla di vera moneta – di cui la banca si trattiene il suo profitto (4), estraendo il suo tradizionale tributo dal lavoro umano. Ma naturalmente questo metodo genera inflazione, perché mette in circolazione moneta aggiuntiva; e Hitler vuole – deve – risparmiare al suo popolo, che ha già conosciuto l’esplosione inflattiva del 1922-23, un’altra disastrosa esperienza del genere.

Nel sistema hideriano, è direttamente la Banca Centrale di Stato (Reichsbank) a fornire agli industriali i capitali di cui hanno bisogno. Non lo fa aprendo a loro favore dei fidi; lo fa autorizzando gli imprenditori ad emettere delle cambiali garantite dallo Stato. E’ con queste promesse di pagamento (dette’ effetti MEFO ‘) che gli imprenditori pagano i fornitori.

In teoria, questi ultimi possono scontarle presso la Reichsbank ad ogni momento, e qui sta il rischio: se gli effetti MEFO venissero presentati all’ incasso massicciamente e rapidamente, l’effetto finale sarebbe di nuovo un aumento esplosivo del circolante e dunque dell’inflazione.

Di fatto, però questo non avviene nel Terzo Reich. Anzi: gli industriali tedeschi si servono degli effetti MEFO come mezzo di pagamento fra loro, senza mai portarli all’incasso; risparmiando così fra l’altro (non piccolo vantaggio) l’aggio dello sconto. Insomma, gli effetti MEFO diventano una vera moneta, esclusivamente per uso delle imprese, a circolazione fiduciaria.

Gli economisti si sono chiesti come questo miracolo sia potuto avvenire, ed hanno sospettato pressioni dello Stato nazista, magari tramite la Gestapo, per mantenere il corso forzoso di questa semimoneta. Ma nessuna coercizione in realtà fu esercitata. Gli storici non hanno trovato, alla fine, altra risposta che quella che non vorrebbero dare: il sistema funzionava grazie alla fiducia. L’immensa fiducia che il regime riscuoteva presso i suoi cittadini, e le sue classi dirigenti.

Hanno detto che Hjalmar Schacht, il banchiere centrale del Reich, ebreo, che è l’inventore del sistema, ha reso invisibile l’inflazione: gli effetti MEFO erano un circolante parallelo che il grande pubblico non vedeva e di cui forse nemmeno aveva conoscenza, e dunque privo di effetti psicologici.

In seguito Schacht (che fu processato a Norimberga ma, naturalmente, assolto) spiegò – fumosamente d’aver pensato che, se la recessione manteneva inutilizzato lavoro, officine, materie prime, doveva esserci anche del capitale parimenti inutilizzato nelle casse delle imprese; i suoi effetti MEFO non avrebbero fatto che mobilitare quei fondi dormienti. Bisogna correggere la modestia del geniale banchiere. Erano proprio i fondi a mancare nelle casse, non l’energia, la voglia di lavorare, la capacità attiva del popolo.

Schacht fece molto di più. Da ebreo, conosceva bene la frode fondamentale su cui si basa il sistema del credito, e i lucri che consente l’abuso della fiducia dei risparmiatori e degli attivi, che col loro lavoro riempiono di vero denaro i conti di denaro vuoto, contabile, che la banca crea ex-nihilo. Per una volta nella storia, un ebreo fece funzionare la frode a vantaggio dello Stato – senza lucro – e del popolo. Non a caso, e senza nessuna intenzione sarcastica, Hitler gratificò Schacht del titolo di “ariano d’onore”: mai definizione fu meglio meritata.

Un economista britannico, C.W. Guillebaud (5), ha espresso con altre parole lo stesso concetto: “nel Terzo Reich, all’ origine, gli ordinativi dello Stato forniscono la domanda di lavoro, nel momento in cui la domanda effettiva è quasi paralizzata e il risparmio è inesistente; la Reichsbank fornisce i fondi necessari agli investimenti [con gli effetti MEFO, che sono pseudo-capitale]; l’investimento rimette al lavoro i disoccupati; il lavoro crea dei redditi, e poi dei risparmi, grazie ai quali il debito a breve termine precedentemente creato può essere finanziato [ci si possono pagare gli interessi] e in qualche misura rimborsato (6)”.

Con il denaro creato dal nulla a beneficio del popolo, anziché degli speculatori, la Germania – mentre il mondo gela nella recessione profonda degli anni ‘30 – prospera. La massa dei salari, che ammontava a 32 miliardi di marchi nel 1932, è salita nel 1937 a 48,5 miliardi: parecchio di più della massa salariale del boom pre-1929 (42,4).

E qui gli economisti, i teorici del monetarismo e della mano invisibile del mercato, aspettano al varco l’esperimento hitleriano: quell’abbondanza di potere d’acquisto nelle tasche dei lavoratori provocherà una crescita esponenziale dei consumi, e dunque una pressione al rialzo dei prezzi. Si tenga conto che quel denaro è nelle mani di milioni di uomini e donne che sono stati disoccupati per anni, e per anni hanno vissuto nella privazione: la corsa agli acquisti di generi di consumo sarà dunque inarrestabile. Non ci sarà alcuna creazione di risparmi indicata da Guillebaud. L’inflazione sembra tanto più certa, in quanto nella Germania di Hitler, fra il 1932 e il 1937, la produzione di beni di consumo aumenta poco (+39%), specie in confronto all’enorme aumento di beni di produzione, macchinari, strade, fabbriche (+ 172%). Dunque il potere d’acquisto aggiuntivo si getterà a comprare beni relativamente scarsi, accentuando la spinta all’inflazione.

Ebbene: in Germania, l’inevitabile inflazione non si verifica.

L’indice del costo della vita, pari a 120,6 nel 1932, è nel 1937 a 125,1: in cinque anni l’inflazione sale di poco più che 4 punti.

Come mai? Alla ricerca del trucco, gli economisti si sono chinati sul prelievo fiscale. Certo lo Stato nazista avrà sottratto agli operai una parte notevole del loro nuovo potere d’acquisto con tributi gravosi. In realtà, nella Germania del 1937 la percentuale del prelievo fiscale sul reddito nazionale è pari al 27,6%, appena poco di più del 26% del 1933, quando Hitler prende il potere. Del nuovo reddito creato dalla prosperità indotta, il Reich non preleva che il 7,5%: un prelievo così mite non si è visto mai, né prima né dopo, negli Stati più liberali. E di fatto, il rispannio dei privati in quegli anni, praticamente, si quintuplica: incoraggiato dallo Stato, ma non imposto coercitivamente.

I teorici devono dunque ricorrere a spiegazioni poco scientifiche: la naturale frugalità germanica la sua innata disciplina. Per evitare un altro termine, che spiegherebbe di più: l’entusiasmo di un popolo spontaneamente mobilitato per la propria rinascita, liberato dal giogo dei lucri bancari, che ha capito perfettamente gli scopi dei suoi dirigenti, e vi collabora con energia e creatività.

Va detto che lo stesso Schacht non credeva nel sistema che aveva messo in moto col suo trucco contabile. Devoto allievo della dottrina classica, previde che il miracolo artificiale si sarebbe sgonfiato: raggiunto il pieno impiego, lo sfruttamento totale delle risorse, gli investimenti e le spese pubbliche devono rallentare, perché da quel momento esso genera solo pura inflazione. Così dettava l’economia classica: il serbatoio di manodopera è inelastico, e ogni nuovo investimento compete offrendo sempre più alti salari a una manodopera sempre più scarsa.

E’ in base a questo dogma, notiamolo, che il liberismo supercapitalista raccomanda la globalizzazione, l’internazionalizzazione dell’economia: per attingere ai serbatoi di lavoro inutilizzato e a basso costo dei paesi non sviluppati.

Dal ‘36 in poi, fra l’altro, le materie prime sui mercati mondiali cominciano a rincarare, rendendo più difficile il gioco economico di Hitler. E’ proprio in quel momento che Schacht propone di dedicare somme maggiori alle importazioni: e ciò non tanto per migliorare il tenore di vita dei tedeschi ma – incredibilmente – per “migliorare i nostri rapporti con l’estero” (7). Insomma: indebitiamoci un po’ per far contenti gli usurai.

In quel momento invece Hitler incarica Goering, un Goering ancora giovane e attivo, di lanciare il grande piano di sostituzione delle materie prime: ciò che non si vuole importare deve essere rimpiazzato da surrogati (ersatze). Così nascono i processi di fabbricazione della gomma e benzina sintetica partendo dal carbone, brevetti che l’America – dopo la vittoria sul Reich – si affretterà a sequestrare e a distruggere.

Di fatto, in quegli anni la Germania funziona ancor più di prima a vaso chiuso. Come l’Unione Sovietica di Stalin riduce ulteriormente le sue importazioni. In Unione Sovietica l’autarchia è raggiunta al prezzo di carestie, atrocità poliziesche e concentrazionarie. I contemporanei, dunque, suppongono che i tedeschi, messi da Hitler a lavorare per produrre beni non consumabili, siano soggetti a severe privazioni, o almeno a un regime di austerità. Se non da schiavi di una stato totalitario, almeno da monaci guerrieri.

La realtà viene esposta da una tabella sui consumi annui’ procapite ricavata dal già citato Guillebaud:

consumi tedeschi annui a testa

1932 1937

farina (Kg) 44,6 – 55,4

carne 42,1 – 45,9

lardo 8,58 – 8,1

burro 7,5 – 8,9

margarina 7,8 – 5,4

latte (litri) 105,0 – 111,0

pesce 8,5 – 12,2

patate 191,0 – 174,0

zucchero 20,0 – 24,0

caffè 1,6 – 2,1

birra 51,4 – 62,9

La tabella rivela la stupefacente realtà: la qualità dell’alimentazione tedesca migliora durante la dittatura hitleriana. Il tedesco mangia meno margarina ma più burro; cala la dieta di patate (il cibo tedesco della povertà) e aumentano farina, carne, pesce. Persino il consumo di caffè, importato, è più abbondante. In Germania, l’ autarchia funziona.

Gli studiosi del miracolo tedesco si consolano, retrospettivamente, con l’idea che una simile economia a ciclo chiuso non avrebbe potuto espandersi all’infinito. Che, se durò più del previsto, fu perché la Germania, con le annessioni del 1939 e ‘40, ebbe a disposizione nuove fonti di lavoro e materie prime. Forse.

Tuttavia, bisogna pur riconoscere che l’economia tedesca fu messa a regime di mobilitazione totale solo dal 1943. Solo allora la Germania spinse a fondo l’acceleratore. Albert Speer, il genio della mobilitazione economica bellica, racconta (8) che nel 1943 – sotto gli incessanti, apocalittici bombardamenti – la Germania fu ancora capace di produrre 5234 locomotive, il doppio dell’anno precedente. Fra il , 41 e il ‘44 la produzione di munizioni triplicò, quella dei pezzi per mezzi corazzati fu quintuplicata, pur con un risparmio del 79% della manodopera e del 93% dell’acciaio impiegato (rispetto al 1941), grazie a una razionalizzazione scientifica dei processi produttivi.

E la mobilitazione della manodopera fu sempre ben lontana dalla militarizzazione attuata in Inghilterra, dove “tutte le forze del lavoro erano inquadrate in battaglioni, che venivano dislocati dove ce n’era bisogno. Tutta la popolazione civile inglese, comprese le donne, era una gigantesca armata mobile”. In Inghilterra il 61 per cento delle donne era nel’ 44 impiegato nello sforzo bellico; in Germania, il 45 per cento.

Quanto ai beni di consumo, fatta 100 la produzione del 1939,in Gran Bretagna era scesa nel 1942 a 79, in Germania era a 88. Ancora a metà della guerra, il tenore di vita tedesco restava più alto di quello dei suoi nemici.

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NOTE

l) E’ un altro modo di esprimere lo stesso fenomeno, la deflazione.

2) J.Néré, La crise de 1929, Parigi, 1973, p.163.

3) H. Rauschning, Hitler mi ha detto, citato da Néré.

4) Si ricordi la definizione dell’Enciclopedia Britannica: “la banca lucra gli interessi su tutto il denaro che crea dal nulla”.

5) C.W. Guillebaud, The Economic Recovery oJ Germany, 1933-1939 (Londra, 1939).

6) Si noti che la banca non si preoccupa realmente del rimborso del capitale che presta alle imprese; quel capitale è fittizio, al massimo è denaro dei risparmiatori, ossia per la banca un passivo (perché è la banca a pagarvi degli interessi). Quel che le interessa è che i debitori continuino a pagare gli interessi: sono questi l’attivo della banca. A rigore, per la banca è vantaggioso che il debito non venga estinto mai.

7) A Norimberga, Schacht potrà dire che intendeva, in realtà, sottrarre risorse al riarmo.

8)A.Speer, Memorie del Terzo Reich, Milano, 1976, note a pag 629.

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16 – HITLER ECONOMISTA

A questo punto, è inevitabile porsi la domanda: è possibile che non solo la guerra annichilatrice scatenata dalle potenze anglo-americane contro la Germania, ma la storica satanizzazione del Reich, la sua permanente damnatio memoriae, abbiano avuto come motivazione reale e occulta proprio i successi economici ottenuti da Hitler contro il sistema finanziario internazionale? E’ la domanda più censurata della storia. E’ la domanda-tabù. Non oseremmo porla qui, se non l’avesse adombrata un avversario militare del Terzo Reich: J.F.C. Fuller, generale britannico.

Fuller, scomparso nel 1966, geniale innovatore della guerra corazzata, è considerato il Clausewitz inglese. Ha combattuto la Germania nella prima e nella seconda guerra mondiale. Avversario, ma leale. In un cruciale capitolo della sua opera principale, Storia militare del mondo occidentale (1), Fuller delineò brevemente le ragioni dell’ energica rinascita economica della Germania sotto il Terzo Reich. Con limpida chiarezza.

Fuller attribuisce ad Hitler il seguente pensiero:

“la comunità delle nazioni non vive del fittizio valore della moneta, ma di produzione di merci reali; la quale conferisce valore alla moneta. E’ questa produzione ad essere la vera copertura della valuta nazionale, non una banca o una cassaforte piena d’oro”- Egli [Hitler] decise dunque

1) di rifiutare prestiti esteri gravati da interessi, e di basare la moneta tedesca sulla produzione invece che sulle riserve auree.

2) Di procurarsi le merci da importare attraverso scambio diretto di beni – baratto – e di sostenere le esportazioni quando necessario.

3) Di porre termine a quella che era chiamato ‘libertà dei cambi’, ossia la licenza di speculare sulle {fluttuazioni delle) monete e di trasferire i capitali privati da un paese all ‘altro secondo la situazione politica.

4) Di creare moneta quando manodopera e materie prime erano disponibili per il lavoro, anziché indebitarsi prendendola a prestito”.

Fuller pare aver compreso perfettamente la frode fondamentale, il meccanismo per cui la finanza estrae il suo tributo perpetuo dal lavoro umano. Infatti scrive: “Hitler era convinto che, finché durava il sistema monetario internazionale […], una nazione, accaparrando l’oro, poteva imporre la propria volontà alle nazioni cui l’oro mancava. Bastava prosciugare le loro riserve di scambio, per costringerle ad accettare prestiti ad interesse, sì da distribuire la loro ricchezza e la loro produzione ai prestatori”.

E aggiunge: “la prosperità della finanza internazionale dipende dall ‘emissione di prestiti ad interesse a nazioni in difficoltà economica; l’economia di Hitler significava la sua rovina. Se gli fosse stato permesso di completarla con successo, altre nazioni avrebbero certo seguito il suo esempio, e sarebbe venuto un momento in cui tutti gli Stati senza riserve auree si sarebbero scambiati beni contro beni; così che non solo la richiesta di prestiti sarebbe cessata e l’oro avrebbe perso valore, ma i prestatori finanziari avrebbero dovuto chiudere bottega “,

“Questa pistola finanziaria era puntata alla tempia, in modo particolare, degli Stati Uniti, i quali detenevano il grosso delle riserve d’oro mondiali, e perché il loro sistema di produzione di massa richiedeva l’esportazione del dieci per cento circa dei loro prodotti per evitare la disoccupazione. Inoltre, poiché i metodi brutali usati da Hitler contro gli ebrei tedeschi aveva irritato i finanzieri ebrei americani, sei mesi dopo che Hitler divenne cancelliere, Samuel Untermeyer, un ricco procuratore di New York, gettò il guanto di sfida. Egli proclamò una ‘guerra santa’ contro il nazionalsocialismo e dichiarò il boicottaggio economico sui beni, trasporti e servizi tedeschi” .

Ciò a cui Fuller allude, nell’evocare la guerra santa ebraica contro il nazionalsocialismo, è un evento preciso, che ebbe luogo al Madison Square Garden il 6 settembre 1933.

Qui, la comunità ebraica di New York celebrò un vero e proprio rito di maledizione, detto cherem o scomunica maggiore. “Furono accesi due ceri neri e si soffiò tre volte nello shofar [l’antico corno di ariete ebraico] mentre il rabbino B. A Mendelson pronunciava la formula di scumunica: ‘a partire da oggi, ci asterremo da qualunque commercio di materie prime provenienti dalla Germania. Saremo vigilanti per quanto riguarda l’uso di merci tedesche […] La validità di tale decisione durerà fino alla fine del regime di Hitler, allora il cherem avrà la nostra benedizione “‘(2).

Samuel Untermeyer, membro influente del B’nai B’rith, ripeterà il 5 gennaio 1935 questa dichiarazione; annunciando un embargo totale sulle merci tedesche “a nome di tutti gli ebrei, massoni [sic] e cristiani “.

Non è il caso di sorridere di questi rituali. Bisogna infatti ricordare che, per lo stesso cristianesimo, la comunità ebraica è popolo sacerdotale: titolare cioè del potere sacramentale di rendere efficaci i riti. Inoltre, gli ebrei sono i primi a credere che i loro rabbini siano in grado di lanciare maledizioni efficaci e forme di malocchio. Come il sacerdote cattolico, con il sacramento dell’Ordine, riceve questo potere – e può usarlo per scopi aberranti: le messe nere sataniste richiedono infatti un sacerdote regolarmente ordinato per celebrare il rito inverso, che è per lo più una ”fattura di morte” contro una persona -così gli ebrei sono convinti di poter usare il loro potere sacerdotale in operazioni efficaci di magia nera. L’accensione di candele nere nel rituale eseguito a New York implica, o allude, a una sorta di fattura di morte, con evocazione delle forze infere (3).

In ogni caso, la comunità ebraico-finanziaria non trascurò di mettere in atto anche misure più concrete.

E’ certo che anche il finanziere Bernard Baruch si allarmò del sistema di scambi internazionali diretti di merci, non mediati da trasferimenti monetari, messo in attività da Hitler. In un colloquio che ebbe nel settembre 1939 col presidente Roosevelt, Baruch raccomandò di “tenere i nostri prezzi bassi per conservarci i clienti delle nazioni belligeranti. In questo modo, il sistema di baratto tedesco sarà distrutto”.

Non bastò, e si dovette ricorrere alla guerra. Il potere di Bernard Baruch nel lanciare gli Stati Uniti nel conflitto anti-tedesco non può essere sottovalutato da chi ne conosce le gesta. Nato in Texas nel 1876 (suo padre fu membro del Ku Klux Klan), il miliardario Bernard Baruch è il prototipo eterno del finanziere ebreo (4). Acquirente primario del debito pubblico americano – ossia di fatto membro del ristretto gruppo di banchieri che emettono la moneta Usa indebitandone il paese – Baruch divenne, in forza di tale veste, il consigliere di sei presidenti, da Woodrow Wilson (1912) ad Eisenhower (1950). Fu lui che convinse il presidente Wilson a far entrare l’America nella Grande Guerra; soprattutto, lo convinse che lo sforzo bellico necessitava di un organo onnipotente di pianificazione della produzione industriale; e che quell’ organo supremo doveva essere guidato da un uomo solo. Quell’uomo era lui, Baruch.

Il War Industry Board, di cui fu a capo, impartì ogni ordinativo per materiale bellico e logistico – dagli scarponi alle locomotive – ad ogni azienda americana che lavorava per la guerra; non solo per armare e rifornire le truppe americane, ma in buona misura anche quelle alleate. Come denunciò nel 1919 la Commissione Investigativa del Congresso (guidata dal senatore W.J.Graham) che indagò sui profitti che quell’organo rese possibili, fu “un governo segreto…sette uomini scelti dal presidente hanno concepito l’intero sistema di acquisti militari, programmato la censura sulla stampa, creato un sistema di controllo alimentare… dietro porte chiuse, mesi prima che la guerra fosse dichiarata” .

Insomma, Baruch instaurò – nel bel mezzo della democrazia americana, in un clima politico e culturale totalmente diverso da quello dell’Europa dell’est- il sistema di pianificazione socialista dell’economia, perfettamente simile a quello che stava nascendo in Russia. Completo (come poi in Unione Sovietica) di censura sulla stampa e razionamento alimentare.

Il sistema fu ripetuto, sempre grazie ai consigli che Baruch diede al presidente F. D. Roosevelt, anche nella guerra contro Hitler: l’organo pianificatore si chiamò War Production Board ed ebbe a capo una creatura di Baruch, Harry Hopkins.

Anche allora fu di fatto abolito, senza dirlo, il libero mercato. La mano invisibile cara ad Adam Smith fu sostituita da un’altra mano invisibile, quella del piano e dei pianificatori, i commissari politici degli Usa, ultimi decisori della domanda e dell’offerta. In fondo, per i banchieri, liberismo o socialismo non fanno differenza: purché siano loro a controllarli, e a profittarne.

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NOTE

l) Major GeneraI J.F.C. Fuller, C.B., C.RE., D.S.O., A Military History oj the Western World, Minerva Press, 1956, pp. 368 e segg.

2) Jewish Daily Bulletin, New Y ork, 6 gennaio 1935, citato da Emmanuel Ratier, Misteri e segreti del B ‘nai B ‘rith, Verrua Savoia, 1995, p. 151.

3) Una fattura di morte come quella descritta sopra fu lanciata, da rabbini fanatici, anche contro il primo ministro Itzhak Rabin, in seguito assassinato da un fanatico ebreo, per la sua volontà di cedere una parte di territorio ai palestinesi. Israel Shahak (Jewish Fundamentalism in Israel, 1999) ha diffusamente illustrato come i rabbini vendano ai loro seguaci amuleti e minaccino maledizioni ai loro avversari anche politici; si tratta di una vera simonia, la vendita dei poteri sacerdotali di cui sarebbero depositari.

4) Per altre notizie sulla figura di B. Baruch, si veda il mio I fanatici dell’Apocalisse, Rimini, 1995, p. 81.

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