Quando la mafia fu sconfitta


Quanti italiani oggi sanno che la mafia fu completamente debellata durante il fascismo? Quanti sanno che per ottenere questo risultato furono sufficienti solo alcuni anni e che bastarono solo due uomini, un capo di governo ed un prefetto? E quanti sanno che la mafia ritornò sbarcando con gli americani invasori nel 1943 per non andare mai più via e che moltissimi mafiosi nel dopoguerra furono addirittura riconosciuti vittime delle persecuzioni fasciste? Per decenni la figura di Cesare Mori e della sua opera è stata, ed è ancora oggi, volutamente ignorata dalla storiografia ufficiale ed il motivo è ovvio: come poter spiegare alla gente che il fascismo sconfisse la mafia, senza ammettere al contempo la non volontà dello stato attuale di conseguire lo stesso risultato? Quella del prefetto Cesare Mori, della sua vittoria sulla mafia e del suo rapporto con il Duce ed il fascismo è, a mio parere, una delle vicende più emblematiche di tutto il “ventennio”. Oserei dire che in essa si trova condensato molto dello spirito del fascismo, dello stesso Mussolini e dei suoi uomini migliori.

Ci sarebbe moltissimo da dire ma è almeno necessario fare riferimento ad alcuni punti di fondamentale importanza.

Cesare Mori, già prefetto di Bologna durante l’ultimo governo demo-liberale, fu l’unico prefetto d’Italia che, durante gli scontri tra fascisti e comunisti avvenuti dal biennio rosso fino al 1922, usò il pugno di ferro per sopprimere le violenze da ambo le parti, con il risulato di farsi odiare tanto dai fascisti quanto dai comunisti. Non era quindi un simpatizzante fascista, era solo uno strenuo difensore dell’ordine e dell’autorità statale. …

Quando Mussolini, neo capo del governo, dovette scegliere chi mandare in Sicilia per scatenare la guerra alla mafia, in disaccordo con chi gli ricordava che Cesare Mori era un nemico dei fascisti, egli scelse proprio l’ex prefetto di Bologna, l’unico che aveva osato contrastare l’avanzata dei fascisti ma, soprattutto, l’unico che aveva dimostrato di saper compiere il proprio dovere di uomo dello Stato. Quest’ultimo aspetto era infatti il solo che contasse per Mussolini.

Altre volte Cesare Mori era stato mandato in Sicilia dai governi precedenti a “combattere” la mafia, ma ogni volta che era arrivato al punto di cominciare a sferrare i colpi più duri ed andare oltre la lotta ai semplici briganti, era sempre stato richiamato indietro. Mussolini invece fu chiaro con il nuovo prefetto di Palermo sin dall’inizio: gli conferì ogni potere, mettendogli a disposizione tutti gli uomini ed i mezzi necessari e, soprattutto, gli ordinò di non avere riguardi per nessuno, tanto in basso quanto in alto, e, se si fosse reso necessario disporre di nuove leggi, il governo se ne sarebbe fatto carico. Così fu e il “prefetto di ferro” maturò la convinzione che per la prima volta aveva un governo ed uno Stato che volevano lottare al suo fianco. Cesare Mori divenne un fascista convinto e ben presto si trovò a dover lottare contro altri fascisti molto potenti, ma sempre con l’appoggio del Duce.

Mori arrivò a colpire i vertici della mafia, sempre sostenuto da Mussolini, il quale gli affiancò il grande procuratore Gianpietro, mentre ogni giorno sul tavolo del Duce giungevano montagne di lettere ed appelli da parte di anonimi “onesti” siciliani, dai fascisti dell’isola e da tanti personaggi influenti, volti a denigrare e accusare di antifascismo il prefetto di Trapani, poi trasferito a Palermo, e delegittimarne in ogni modo l’opera repressiva. Ma Mussolini, intuendo la portata di quanto accadeva in Sicilia, ignorò sempre gli attacchi sferrati al prefetto; ben presto però, ed inevitabilmente Mori arrivò a colpire i referenti politici dei mafiosi, ormai infiltratisi all’interno della organizzazione politica fascista. Le conseguenze per il fascismo isolano non tardarono e furono devastanti. Il 27 gennaio 1927, sui muri di Palermo apparve un manifesto recitante:

* “La Direzione del Partito Nazionale Fascista dispone:

1. il Fascio di Palermo è sciolto.

2. Esso sarà ricostituito secondo le direttive della Direzione Nazionale.

3. La consegna degli uffici e dei carteggi verrà presa dai signori: Ten. Col. Ugo Parodi-Giazino(due medaglie d’argento al V.M.); Ten Ignazio Paternò di Spedalotto (due croci al merito); Cap Concetto Sgarlata(mutilato di guerra e medaglia d’argento).

Durante il periodo di scioglimento, questi ultimi provvederanno alla normale esplicazione della attività di segreteria.

(F.to A. Galeazzi, ispettore del PNF in Sicilia)”.

Poco dopo ordinò l’arresto, sotto una montagna di gravi accuse, nientemeno che del segretario del fascio siciliano, il “ducino” come veniva chiamato, Alfredo Cucco. Il colpo fu durissimo e la “bestia mafiosa” cominciò ad emanare gli ultimi disperati guaiti. Intanto Mori si preparò a mirare ancora più in alto, arrivando a colpire poco più tardi l’eroe di guerra pluridecorato, ex ministro della guerra, deputato e comandante del Corpo d’Armata di Palermo, con sede nello stesso Palazzo dei Normanni dove risiedeva anche il prefetto, il Generale Antonino Di Giorgio.

Dopo l’arresto di Alfredo Cucco e l’intensificarsi delle proteste provenenti dalla Sicilia, il prefettissimo, temendo di non essere più appoggiato, chiese udienza al Duce per esprimergli i suoi timori. In quella occasione, Mussolini gli replicò per l’ennesima volta che godeva del sostegno assoluto del governo e che non doveva preoccuparsi della “vicenda Cucco” e delle sue conseguenze politiche. Il Duce, però, aveva ormai compreso, grazie alla guerra di Cesare Mori, quale fosse la reale portata della mafia; essa era ovunque ed i suoi tentacoli si erano espansi in tutti i settori della Nazione, fino ad arrivare agli scranni del Parlamento e finanche, probabilmente, all’uscio della Sala del Mappamondo a Palazzo Venezia. La mafia ormai era in ginocchio e la sua attività era azzerata, ora i casi erano due: spingere il Prefetto di Palermo ad arrestare mezza Italia, sulla base delle ricostruzioni investigative relative al passato, oppure, visto che la mafia era stata schiacciata, avviare una ricostruzione morale e materiale della Sicilia, confidando nei benefici dell’opera di fascistizzazione nazionale, ormai avviata. Il Duce scelse saggiamente la seconda opzione. Pochi giorni dopo quell’incontro, così Mussolini scrisse a Cesare Mori:

* Roma, 30 marzo 1928, anno VI

“Signor Prefetto, Faccio seguito colla presente al nostro recente colloquio.

Le confermo cioè le direttive assegnatele per la sua ulteriore attività. E cioè:

Disinteressarsi delle vicende Cucco e accoliti, perché l’individuo non ha importanza, né bisogna dargliene facendolo assurgere al ruolo di vittima.

Provvedere alla liquidazione giudiziaria della mafia nel più breve tempo possibile e limitare l’azione di ordine retrospettivo. Punire implacabilmente ogni nuovo delitto.

Vigilare sulla eventuale formazione di nuovi nuclei mafiosi. Soccorrere le famiglie incolpevoli, specie i bambini.

Propormi un piano per le erezioni di caserme campestri stabili dell’Arma nelle quattro provincie occidentali della Sicilia.

L’opera è a buon punto e deve essere ultimata.

V.E. la compirà.”

Mussolini

In conclusione: allora la mafia non era molto diversa da oggi, almeno dal punto di vista dei propositi criminali, della infiltrazione e collegamento con gli apparati di potere e dal punto di vista della assoluta pericolosità per la normale vita della Nazione. Senz’altro diversi erano, rispetto al presente, i mezzi adottati e le strategie. Come fu dunque possibile annientare la mafia, in un momento in cui si sapeva anche ben poco sulla sua natura e diffusione, rispetto a quanto sappiamo oggi? Le condizioni che resero possibile quell’impresa nel breve giro di qualche anno sono poche ma ben precise:

– Prima di tutto un nuovo regime, quello fascista, assolutamente determinato ad affermare una serie di princìpi volti alla rinascita della Nazione e del popolo italiano, senza possibilità di scendere a patti con qualsiasi potere che agisse al di fuori della autorità dello Stato e alle spalle del popolo. La presenza della mafia, insomma, si poneva di fronte al fascismo come una diretta sfida al principio di sovranità dello Stato, oltre che alla mera lotta alla criminalità organizzata. E La sfida venne colta e vinta senza tentennamenti.

– Un capo, il Duce del fascismo, contemporaneamente ideatore e garante diretto della rivoluzione, fu la volontà politica fatta persona, che volle a tutti i costi vincere quella battaglia, come tante altre che si susseguirono durante il ventennio.

– Un uomo, servitore onesto ed incorruttibile dello Stato, qualunque esso fosse, il prefetto Cesare Mori. Forse un uomo uguale a tanti funzionari dello Stato di oggi ma che allora, dopo aver conosciuto le cattive volontà di uno sistema demo-liberale non dissimile dall’attuale, commisto con la mafia e gli altri poteri forti, ebbe poi la possibilità di sperimentare un opposto modo di governare e risolvere i problemi, un radicale cambiamento di mentalità, una nuova ferrea ed intransigente volontà politica, come l’Italia non aveva mai conosciuto prima. Questi elementi ci permettono di comprendere perché allora la guerra alla mafia fu vinta per la prima ed unica volta e perché oggi non sia possibile ottenere lo stesso risultato.

*Quello che pensava Cesare Mori della mafia, parole valide ancora oggi:

“La mafia si protesta sempre per il Governo. E si fa forte di questo per assumere, appena colpita, la veste di perseguitata… preferibilmente politica.”

“La mafia è una vecchia puttana che ama strofinarsi cerimonialmente alle Autorità per adularle, circuirle e… incastrarle.”

“La mafia non carezzata dall’Autorità, anzi bersagliata da essa, è simile a una pianta priva di luce: si intristisce e muore.”

( *tratto da: “Il prefetto di ferro” di Arrigo Petacco)

tratto da: http://hesperia-nobis.blogspot.com/2009/10/quando-la-mafia-fu-sconfitta.html

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