Dal baratto alla moneta


Euro, dollari, yen, sterline; e poi Mibtel e Dow Jones e new economy: sono tutti termini che abbiamo nelle orecchie quotidianamente e con i quali quotidianamente abbiamo a che fare: sono il denaro.
Siamo così abituati a parlarne e a servircene che, pur conoscendo bene la sua importanza e la sua funzione, facciamo poco caso al perché, nella notte dei tempi, l’uomo lo inventò e cominciò a farne uso.
Perché il denaro? E’ una “cosa” che c’è, che fa parte della nostra vita, e di cui spesso non ci chiediamo neppure come e da dove è saltata fuori.
E’ un po’ come quell’altra “cosa”, il pollo: che per il ragazzino di oggi è un cibo che si trova già cotto in tavola e che la mamma ha comperato al supermercato. A monte, niente di più.
Anche molti di noi adulti si fermano lì, pure a proposito del denaro: è una “cosa” che mi serve per acquistare un’altra “cosa”. Non ci chiediamo perché, per acquistare un CD, non diamo in cambio…. una zampa di vitello.
Eppure una volta, quando l’umanità era ancora bambina, l’uomo lo faceva, attuava il baratto: che era lo scambio in natura di una cosa con un’altra. Ma questo sistema comportava ovviamente non poche difficoltà: per esempio, se offriva cinque maiali per avere un bue, l’uomo doveva trovare un venditore che avesse un bue e soprattutto che avesse bisogno di cinque maiali. E a quei tempi non c’erano le e-mail e gli annunci commerciali: sai la fatica per piazzare la propria merce e per trovare quella che si voleva….
E poi nel baratto c’era un’altra difficoltà: se volevo comprare, per esempio, solo mezzo o un quarto di bue, quanti maiali avrei dovuto dare come contropartita? Ovviamente una parte frazionata, magari un maiale e mezzo. E c’era un venditore che avrebbe accettato animali squartati? Non sarebbero stati una valida “moneta” di scambio per una prossima volta. Piuttosto complicato l’affare.

C’era bisogno di un qualcosa che, generalmente accettata come contropartita, fosse frazionabile, divisibile in parti, senza perdere il suo “potere d’acquisto” e fosse utilizzabile in più occasioni.
Se io lavoravo per dieci giornate, il padrone mi pagava mezzo sacco di grano; ma se lavoravo un giorno solo (cioè una frazione del tutto) anche la paga doveva poter essere frazionata, e come corrispettivo il padrone mi dava solo una ciotola di grano. Ecco: il grano! un modo nuovo per pagare un bene o un lavoro, un nuovo metodo di scambio: il primo denaro. Facile da reperire, generalmente accettato, divisibile in quantità a seconda del bene che si voleva vendere o acquistare. Una “misura” che, nelle sue suddivisioni quantitative, venne ad assumere un valore di scambio.

Altra misura cui si dette un valore per ogni “capo” furono le greggi, le pecore ( pecus, da cui pecunia, valore pecuniario, ecc. ). Se consideriamo che la prima economia dell’uomo fu basata sull’allevamento del bestiame, possiamo renderci conto dell’importanza che assunsero i singoli capi come valore…. monetario.
Col progredire dei commerci e delle esigenze economiche, si giunse anche ad un primo embrione di monetazione con il ferro: il ferro in barre, cui si dette convenzionalmente un determinato valore: due barre di ferro una schiava, dieci barre una casa. Cominciava un’economia più avanzata, praticamente l’antenata di quella moderna: tutta basata – è utile sottolinearlo – sulla divisibilità del corrispettivo, sulla possibilità di averne multipli e sottomultipli, a seconda del bene o del lavoro di cui si faceva richiesta o offerta.
Il progredire della vita civile portò poi ad altre raffinatezze… finanziarie; oltre che frazionabile, la moneta doveva avere anche una sua preziosità: ed ecco che si fece ricorso, per il mezzo di scambio, a metalli rari come l’oro e l’argento, materiali preziosi perché rari, anche belli da vedersi e quasi indistruttibili. Nacque così la valuta pregiata, il dollaro (o l’euro) dell’antichità. Inoltre l’oro e l’argento soddisfacevano perfettamente alle esigenze di praticità ed equità nei pagamenti, perché – come dicevamo prima – facilmente “spezzettabili”: con un pezzo piccolo ti potevi comprare il cibo della giornata, con uno più grande un cavallo, con uno ancora più grande, e quindi di maggior valore intrinseco, una casa o un terreno. Multipli e sottomultipli di un convenzionale valore-base: come oggi abbiamo i centesimi di dollaro o di euro, o cento dollari e cento euro.
Soprattutto l’oro fu adottato nel mondo civile come moneta tipo, non soltanto perché è prezioso ma soprattutto perché stabile nel suo valore e accettato con generale fiducia come moneta di scambio.
Un discorso a parte per la carta moneta, quell’equivalente cartaceo da cui il mondo è ormai invaso soprattutto dopo la Prima guerra mondiale. I governi, sia che fossero di Stati vincitori che vinti, dovettero far fronte alle spese del conflitto prima, e della ricostruzione (o sopravvivenza) poi; e furono costretti a mettere in circolazione, appunto, carta-moneta per far circolare denaro e riavviare quindi gli scambi commerciali (anche solo la semplice spesa quotidiana dal bottegaio sottocasa), rianimando così l’economia.
Con un problema, però: la carta-moneta deve essere sostenuta dalla presenza di oro nelle casse di uno Stato. Quello Stato (o unione di Stati) che abbia sufficienti riserve auree nel proprio Tesoro, immette nel mercato carta-moneta “forte” e in qualunque momento il pezzo cartaceo potrebbe (teoricamente) venir cambiato in oro presso la Banca centrale.
Diverso è il caso di quegli Stati che, con un Tesoro povero o poverissimo di oro, emettono carta-moneta che non ha corrispettivo aureo, non può essere cambiata in oro (che non c’è) e diventa inflattiva: non ha, cioè, il valore che dichiara nominalmente. I prezzi aumentano perché occorrono sempre più pezzi cartacei per acquistare un bene o pagare un servizio, e si ha quindi, appunto, l’inflazione.

Con queste brevi considerazioni alla buona non ho voluto insegnare niente a nessuno, intendiamoci: sono cose che sappiamo tutti. Ma non sempre facciamo caso alla monetina da cinque centesimi di euro che abbiamo in mano. Non sempre ci chiediamo come ebbe fine il sistema del baratto, e come nacque il sistema di scambio che lo sostituì: quel valore-base, frazionabile, che permette a noi oggi di acquistare un computer senza dover dare in cambio… un quarto di cavallo.

Qualche curiosità:

La parola moneta deriva dal nome della zecca della Roma antica, il cui edificio sorgeva presso il tempio di Giunone Consigliatrice: in latino “consigliare” si dice monére, da cui “moneta”.
Sempre in latino il denaro era detto pecunia, parola che deriva da pecus, pecora: questo animale, infatti, aveva costituito già per gli uomini primitivi la più antica forma di scambio delle merci.
Fino al III sec. d.C. la moneta più diffusa nel mondo romano fu il sesterzio.
Denaro deriva da denarius che a sua volta trae origine dal numerale romano dena, cioè una quantità corrispondente a “dieci volte” il valore iniziale di una cosa.
Soldo deriva da solidus, cioè un pezzo solido di oro massiccio. E da soldo derivano “soldato” e “assoldato”, cioè pagato col soldo.
I quattrini erano monete di rame del valore di quattro denari, in vigore in Italia verso la fine del Medioevo.
Il termine lira viene da libbra, che era un’unità di peso di circa mezzo chilo.
E infine dollaro (dollar) deriva da tallero (thaler), una moneta d’argento in circolazione nell’ Europa del Settecento e introdotta poi nell’America del nord, dove con la nascita degli Stati Uniti ne divenne la valuta nazionale.

L’uomo certamente più ricco di Roma negli ultimi scorci della Repubblica, fu Marco Licinio Crasso, triumviro con Cesare e Pompeo, e uomo d’affari spregiudicato e senza scrupoli soprattutto nel campo dell’edilizia. Era capace di provocare incendi in quartieri fatiscenti della città per poi costruire sulle loro aree nuovi caseggiati di cubatura quadrupla rispetto a quelli abbattuti. I nostri palazzinari devono aver imparato da lui. Il suo patrimonio era ingentissimo: 192 milioni di sesterzi, qualcosa come 700 miliardi delle vecchie lire. Finì malamente: caduto in un’imboscata tésagli dai Parti (popolo ostile a Roma che viveva fra il Mar Caspio e il Golfo Persico) fu barbaramente ucciso da questi, che, ben a conoscenza delle sue ricchezze e della sua avidità, gli versarono in bocca una colata di oro fuso. Terribile.
Qualche curiosità:

La parola moneta deriva dal nome della zecca della Roma antica, il cui edificio sorgeva presso il tempio di Giunone Consigliatrice: in latino “consigliare” si dice monére, da cui “moneta”.
Sempre in latino il denaro era detto pecunia, parola che deriva da pecus, pecora: questo animale, infatti, aveva costituito già per gli uomini primitivi la più antica forma di scambio delle merci.
Fino al III sec. d.C. la moneta più diffusa nel mondo romano fu il sesterzio.
Denaro deriva da denarius che a sua volta trae origine dal numerale romano dena, cioè una quantità corrispondente a “dieci volte” il valore iniziale di una cosa.
Soldo deriva da solidus, cioè un pezzo solido di oro massiccio. E da soldo derivano “soldato” e “assoldato”, cioè pagato col soldo.
I quattrini erano monete di rame del valore di quattro denari, in vigore in Italia verso la fine del Medioevo.
Il termine lira viene da libbra, che era un’unità di peso di circa mezzo chilo.
E infine dollaro (dollar) deriva da tallero (thaler), una moneta d’argento in circolazione nell’ Europa del Settecento e introdotta poi nell’America del nord, dove con la nascita degli Stati Uniti ne divenne la valuta nazionale.

L’uomo certamente più ricco di Roma negli ultimi scorci della Repubblica, fu Marco Licinio Crasso, triumviro con Cesare e Pompeo, e uomo d’affari spregiudicato e senza scrupoli soprattutto nel campo dell’edilizia. Era capace di provocare incendi in quartieri fatiscenti della città per poi costruire sulle loro aree nuovi caseggiati di cubatura quadrupla rispetto a quelli abbattuti. I nostri palazzinari devono aver imparato da lui. Il suo patrimonio era ingentissimo: 192 milioni di sesterzi, qualcosa come 700 miliardi delle vecchie lire. Finì malamente: caduto in un’imboscata tésagli dai Parti (popolo ostile a Roma che viveva fra il Mar Caspio e il Golfo Persico) fu barbaramente ucciso da questi, che, ben a conoscenza delle sue ricchezze e della sua avidità, gli versarono in bocca una colata di oro fuso. Terribile.

Antonio Pocobello

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