"Come gli storici delegano alla giustizia il compito di far tacere li revisionisti"

Revisionismo e sterminazione

di Carlo Mattogno

Nel n. 148 di “Orion” (gennaio 1997) è apparso un brillante dossier sul revisionismo con articoli di Maurizio Murelli, Edoardo Longo e Robert Faurisson. Come ha ben sottolineato Murelli, esso ha preso spunto dal pericolo della promulgazione, anche in Italia, di una legge liberticida antirevisionista come quelle che già da tempo imperversano in altri paesi europei, e mira a sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi di questa evenienza. Egli ha ricordato tra l’altro l”‘appello” alla libertà di stampa e di ricerca storica firmato da venti docenti universitari e uomini di cultura italiani che è apparso su “La Stampa” il 2 marzo 1995, e proprio a questo voglio ricollegarmi.

I firmatari di questo “appello” hanno sì proclamato il diritto sacrosanto della libertà di ricerca storica, ma sono rimasti intimamente persuasi che, in fondo, le tesi revisioniste siano solo delle sciocchezze. Se così fosse, non si comprenderebbe la necessità di ricorrere ai tribunali per imporre “la Verità”, ancor meno la durezza della repressione antirevisionista che infuria soprattutto in Francia e in Germania. La posizione dei promotori dell”‘appello” è dunque quella di un garantismo astratto che ha perduto la sua battaglia già in partenza: dalla sciocchezza alla menzogna intenzionale e all”‘aizzamento popolare” il passo è breve…

In realtà, proprio la fondatezza delle argomentazioni revisioniste — e il conseguente defilamento degli storici ufficiali — ha portato in vari paesi alle leggi liberticide contro la libra ricerca storica sull”‘Olocausto”.

Questa tesi è stata di recente acutamente propugnata da un personaggio non certo sospetto di simpatie revisioniste — lo storico e romanziere svizzero Jacques Baynac — in due articoli apparsi su “Le Nouveau Quotidien” di Losanna il 2 e 3 settembre 1996, intitolati «Comment les historiens délèguent à la justice la tache de faire taire les révisionnistes» (p. 16) — che ho ripreso come titolo di questo articolo — e “Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens esquivent le débat» (p. 14) [In mancanza di documenti probanti sulle camere a gas, gli storici schivano il dibattito]. Come si vede, basterebbero già i titoli a gettare lo scompiglio tra gli sconsiderati fautori di una legge Fabius-Gayssot italiana.

Gli articoli di Jacques Baynac meritano l’attenzione dei lettori non solo per la lucida analisi delle gravi difficoltà in cui si dibatte la storiografia ufficiale, ma anche per la sorprendente soluzione che egli propone. Il primo articolo mostra come gli storici ufficiali si siano sottratti al dibattito, l’altro spiega perche lo hanno fatto.


Come gli storici “ufficilai” si sottragono al dibattito…

Dopo aver denunciato il clima isterico acutizzato in Francia dall’affare Garaudy-abbé Pierre, J. Baynac rileva:

“Contro questo clima si leva Jean-Francois Kahn in L’Evénement du Jeudi: “Che senso ha questa specie di caccia alle streghe, questo maccarthismo rovesciato che consiste nello smascherare, braccare, stanare due volte alla settimana un nuovo “revisionista ” o “negazionista”, come se questo fosse il vero problema del momento, a tal punto che si è formata l’opinione generale che, infondo, se tante persone la pensano cosi, se la malattia si è diffusa fino a questo punto, se i santi della vigilia diventano i diavoli del giorno dopo, se gli “antifascisti” di professione sono essi stessi contaminati, è perché gatta ci cova?”.

“In mezzo a questo tohu-bohu [caosl disastroso, si è levata una voce, chiara, netta. Senza dubbio, soltanto Simone Vell, ex deportata ed ex presidente del Parlamento europeo, poteva permettersi di guardare le cose infaccia e di violare un tabù senza rischiare l’ostracismo. “I negazionisti — ella dichiara a L’Evénement du Jeudi — hanno approfittato dei nostri errori. Non si può imporre una verità storica con la legge, anche se è lampante, qualunque siano i secondi fini di coloro che cercano di negare la Storia. La Storia dev’essere libera. Essa non può essere sottomessa a versioni ufficiali. La legge Gayssot permette ai negazionisti di apparire come martiri, vittime di una verità ufficiale. Grazie ad essa, i negazionisti possono far deviare il dibattito sulla libertà di espressione. Questa legislazione ha spinto l’abbé Pierre a prendere le difese di Garaudy, e vi si ostina. Senza questa legge, non ci sarebbe alcun affare abbé Pierre”.

“Perché è stata promulgata questa legge che, secondo lo scrittore Dominique Jamet, “trasforma i magistrati in inquisitori”? E come si è giunti a fare, secondo lo stesso autore, come “gli Stati totalitari di tipo moderno o arcaico dove il partito o la Chiesa, dopo aver fissato una dottrina uffficiale, affidano alla polizia e alla giustizia la missione di difenderla e di dare la caccia agli eretici”?

“Perché, fin dall’inizio, si rifuta il dibattito. Lo si rifiuta nell’aula di tribunale. Il giovane avvocato Arno Klarsfeld confessa ingenuamente che la legge Gayssot è stata fatta “onde evitare dei dibaffiti scabrosi tra storici e pseudostorici” (Libération, 17 7.96). Lo si rifiuta fuori dell’aula di tribunale. Il gran rabbino Sitruk, che l’aveva accettato il 28 aprile, ha dovuto rifiutarlo due giorni dopo. La Chiesa cattolica lo rifiuta col pretesto che il dibattito ha avuto luogo più volte. La LICRA lo rifuta. Il MRAP lo rifiuta. La Lega dei diritti dell’uomo lo rifiuta. In breve, nessuno lo vuole e tuffi imitano quelli che di primo acchito hanno dato l’intonazione: gli storici”.


J. Baynac cita poi la conclusione dell’appello dei 34 storici francesi apparso su Le Monde il 21 febbraio 1979 — secondo la quale non bisogna chiedersi se lo sterminio ebraico è stato possibile: esso è stato possibile perché ha avuto luogo, e questo è il punto di partenza obbligato di qualunque indagine storica su questo argomento, sicché “non può esserci dibttfito sulle camere a gas — , e commenta:

“Se non si discerne bene ciò che ci sarebbe di “scabroso” nel rispondere per le rune ai revisionisti distruggendo le loro arguzie con degli argomenti e liquidando i loro cavilli con prove materiali documenti solidi e cifre verificabili se si vede ancora meno come il delicato fore dell’establishment universitario ha potuto decretare che non bisogna interrogarsi su un oggetto storico, in compenso si vede bene che è il defilamento degli storici che ha costretto la società a rifilare il bebé mostruoso ai tribunali poi — avendo certi giudici avuto la malaugurata idea di recalcitrare, perfino di scrivere nei loro considerandi che la questione dell’esistenza delle camere a gas era una questione di opinione — a fare una legge che permettesse di condannare automaticamente gli pseudostorici. La questione è dunque di sapere perché gli storici si sono defilati”.


…e perché lo fanno

Nel secondo articolo, dopo aver accennato allo scompiglio suscitato da J.-C. Pressac nella storiografia ufficiale con la sua drastica riduzione dei “gasati” di Auschwitz (470.000-550.000 nelle edizioni italiana e tedesca del suo ultimo libro), J. Baynac affronta il nodo cruciale della questione:


“Bisogna essere grati a Pierre Bouretz per aver finalmente osato porre la questione chiave, quella dell’estensione del campo scientifco di investigazione e, di conseguenza, quelle della natura della storia scientfica e del suo metodo.

“E’ qui, e da nessun’ altra parte, che i negazionisti hanno teso la loro trappola agli storici, i quali l’hanno identificata dal 1979, ma, non sapendo come evitarla, si sono sottratti al loro dovere di accertare la realtà incaricando la Giustizia di dire la Verità. Tutto il resto fu soltanto una conseguenza, e oggi ci ritroviamo con un problema che supera di gran lunga quello dell’esistenza delle camere a gas omicide nei campi nazisti. Ora è in gioco la questione della conoscibilità del passato. Quella della Storia.

“Trarsi da questo passo falso sarà difficile e doloroso. Ma tergiversare ancora espone a vedere tutto il passato dissolversi dietro di noi, una eventualità poco piacevole quando l’avvenire è già cosi imprevedibile e il presente cosi inquietante.

“Per salvare la storia, bisogna partire dalla realtà… e restarvi. Le camere a gas sono esistite e hanno ucciso una quantità enorme di persone, omosessuali, ebrei, malati, zingari, slavi.

“Questa certezza si fonda su due pilastri: le testimonianze dei superstiti e i lavori degli storici. Su tali basi, in questo dominio come in tutti gli altri, si sono sviluppati due discorsi, paralleli ma di natura diversa.

“L’uno, ascientiftco, in cui la testimonianza ha il primo posto. Leggere uno o più racconti, a fortiori una recensione seria sull’argomento, porta alla convinzione. Anche se un testimone ha dimenticato un dettaglio, un altro esagerato un fatto, I’avvenimento resta valido: è esistito. […].

“Per lo storico scientifico, la testimonianza non è realmente la Storia, è un oggetto della Storia. E una testimonianza non ha molto peso, e pesa ancora di meno se nessun solido documento la conferma. Il postulato della storia scientifca, si potrebbe dire forzando appena la mano, è: niente documento/i, nientofatto accertato.

“Questo positivismo che conferisce una tale importanza al documento ha i suoi aspetti positivi e negativi. Quello positivo, è che la storia deve a questo metodo rigoroso di non essere una pura fiction, ma una scienza. In quanto tale, essa è revisionista per natura, ossia negazionista. La Terra è stata ritenuta a lungo piatta, ora lo si nega. Ne consegue che decretare l’arresto delle ricerche su un punto qualunque del campo scientiftco è negare la natura stessa della scienza. Si vede dunque già apparire ciò che mette gli storici in una situazione insostenibile ponendo i negazionisti in buona posizione: dal momento in cui si è sul terreno scientifco, è vietato vietare di rivedere e negare. Farlo, signfica uscire dal campo scientifco. Signifca abbandonarlo. Abbandonarlo a chi? Ai negazionisti.

“L’aspetto negativo della storia scientifca consiste nel fatto che, in mancanza di documenti, di tracce o di altre prose non c’è alcun dubbio che sia esistito, anche se è evidente.

“Il dramma è qui”.


A questo punto J. Baynac si lascia sfuggire un’invettiva contro “queste carogne di nazisti” i quali non solo avrebbero perpetrato uno sterminio in massa, ma “hanno voluto uccidere sul nascere la possibilità di scrivere la sua storia”. La totale mancanza di documenti su tale sterminio sarebbe dunque il risultato di questa pretesa volontà nazista. J. Baynac presenta al riguardo alcune citazioni di storici ufficiali e continua:

“Si potrebbero moltiplicare le citazioni di storici, ma a che pro? Tutte dicono: non disponiamo degli elementi indispensabili per una pratica normale del metodo storico.

“Infine — e questa è la cosa più penosa da dire e da ascoltare, quando si sappia quale dolore e quale sofferenza sono cosi non negate, ma sospese — dal punto di vista scientifico non esiste testimonianza accettabile come prova indiscutibile. Non è una questione di legittimità o di credibilità. Dipende dalla natura stessa della testimonianza, natura di cui lo storico non può non tener conto senza negare la metodologia della sua disciplina. La vera trappola tesa dai negazionisti è qui in questo dilemma davanti al quale hanno spinto aporsi gli storici. Volendo contraddirli sul terreno scientifco, li si induce a gridare: “Storici, i vostri documenti!” — e bisogna stare zitti per mancanza di documenti. Ma volendo opporsi ad essi adducendo delle testimonianze, li si sente sogghignare: “Niente documenti? Nientefatti. Voifate della fiction, del mito, del sacro” “.

Di fronte a questo dilemma, J. Baynac si chiede:

“Allora, che fare? Mobilitare ancora e sempre le pesanti divisioni mediatiche? I risultati si sono visti, e noi rischiamo di vedere i negazionisti vincere a questo sporco gioco esibendo improvvisamente un nuovo idolo mediatico e sostituendo il vecchio abate che hanno sfruttato fino all’osso. Sarebbe meglio imparare la lezione e constatare che, per vincere il negazionismo, bisogna scegliere tra due mali. O si abbandona il primato dell’archivio a favore della testimonianza, e, in questo caso, bisogna squaliftcare la storia in quanto scienza per riqualificarla immediatamente in quanto arte. Oppure si mantiene il primato dell’archivio e, in questo caso, bisogna riconoscere che la mancanza di tracce [le manque de traces] comporta l’incapacità di stabilire direttamente la realtà dell’esistenza delle camere a gas omicide.

“A partire da qui, riconquistare il terreno scientiftco sarà possibile nel rispetto del lento, laborioso e difficile terreno scientifico. Perché stabilire che i negazionisti hanno torto è possibile. Essi hanno infatti dimenticato un “dettaglio”: se la storia scientifica, in mancanza di documenti, non può stabilire la realtà di un fatto, essa può, con dei documenti, stabilire che l’irrealtà di unfatto è essa stessa irreale.

“Stabilendo che l’inesistenza delle camere a gas è impossibile, si liquiderà definitivamente la pretesa del negazionismo di porsi come una scuola storica tra altre e lo si costringerà ad apparire per ciò che è sin dall’inizio: una ideologia, quella di una setta propugnatrice di una utopia reazionaria il cui mezzo e il cui fine sono di cambiare il passato escludendo il reale a vantaggio del virtuale”.


“Il revisionismo è una metodologia storiografica”

Nel 1995 ho scritto che il revisionismo

“è essenzialmente una metodologia storiografica, la normale metodologia storiografica applicata da tutti gli storici a tutte le branche della storia, coll’unica eccezione della tematica olocaustica. La negazione della realtà storica delle camere a gas omicide ne è la logica conclusione, in quanto questa storia è basata su prove che non resistono ad una critica storica seria”.

Lo storico Jacques Baynat sottoscrive in via di principio questa definizione: egli dichiara che la storiografia è revisionista per natura, riconosce che la testimonianza vale poco o niente se non è confermata dal documento, ammette perfino che, sulla realtà delle camere a gas omicide, non esistono neppure “tracce” documentarie; tuttavia, sul piano pratico, egli non solo afferma “ideologicamente” una realtà storica che non può essere provata né da testimonianze né da documenti, ma, sulla base di una metodologia storiografica fideistica, pretende addirittura di negare dignità scientifica al revisionismo perché ha il torto di mettere in atto “il postulato della storia scientifica”, cioè “niente documenti ,niente fatto accertato”!

Anche il postulato di J. Baynac che la mancanza di documenti sia da attribuire, con perfetto circolo vizioso, alla perfidia nazista (i nazisti hanno sterminato gli ebrei ma hanno distrutto i documenti dello sterminio, sicché questo non può essere dimostrato documentariamente, ma c’è stato lo stesso), è smentito già dall’enorme quantità di documenti sequestrati dai Sovietici ad Auschwitz nel 1945 ed ora accessibile a Mosca nell’archivio di via Viborskaja. Se dunque “gli storici” si trovano di fronte a questo dilemma insolubile, ciò non dipende dal fatto che i documenti sono stati distrutti dai nazisti, ma dal fatto che non sono mai esistiti.

Per quanto concerne il dibattito sulle camere a gas omicide, qualche anima candida penserà che J. Baynac si sbaglia: Pierre Vidal-Naquet non ha forse risposto per le rime ai revisionisti? Che costui ed altri gazzettieri di pari risma sia siano occupati di revisionismo è cosa nota, ma ciò che essi hanno aggiunto alla mancanza di prove della storiografia ufficiale è soltanto il loro arrogante dilettantismo.

Non posso concludere quest’articolo senza rilevare l’insensatezza della soluzione proposta da J. Baynac per uscire dal dilemma suddetto: dimostrare documentariamente l’impossibilità dell’inesistenza delle camere a gas omicide!

Fino a quando Jacques Baynac non avrà rivelato i profondi misteri di questo straordinario metodo storiografico, agli storici ufficiali, per salvare la faccia, non resterà che continuare ad appellarsi ai tribunali, ma ora, almeno, uno storico ufficiale, facendosi beffe delle ipocrisie e delle pie menzogne create dai pennivendoli di regime, ha avuto il coraggio di dirlo apertamente.

NOTE

1) Unica nota stonata, la didascalia a p. 29 relativa ai quattro forni del nuovo crematorio di Dachau (“Baracke X“): essi furono costruiti dalla ditta Heinrich Kori di Berlino ed entrarono in funzione nella primavera del 1943. Come in tutti i forni a coke dell’epoca, i condotti dei fumo sono installati sotto al pavimento della sala di cremazione. La base del camino si trova nella stanza adiacente.

2) J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio, Auschwitz 1941- 1945, Feltrinelli, Milano, 1994, p. 173; Die Krematorien von Auschwitz. Die Technik des Massenmordes, Piper, Munchen 1994, p. 202.

3) Intervista sull’Olocausto, Edizioni di Ar, 1995, p. 11.

4) In questo archivio sono conservate, tra l’altro, circa 88.000 pagine di documenti della Zentralbauleitung di Auschwitz, l’ufficio responsabile della costruzione dei crematori e delle presunte camere a gas omicide!

5) Vedi al riguardo il mio recente studio: Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayord et alii contro il revisionismo storico, Edizioni di Ar, 1996.

Orion, nr 155, agosto 1997, p. 16-22.



aaarghinternational@hotmail.com>. L’indirizzo postale è: PO Box 81 475, Chicago, IL 60681-0475, Stati Uniti.

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tratto da: file:///C:/Documents%20and%20Settings/utente/Desktop/CMopinione.html

Pagina introduttiva al revisionismo storico

http://ita.vho.org/

REVISIONISMO OLOCAUSTICO

http://www.vho.org/aaargh/ital/ital.html



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