La pagina più nera della storia d’Italia tra segreti e omissioni


La pagina più nera della storia d’Italia é ancora coperta dal segreto militare a distanza di 145 anni dagli avvenimenti: 5.212 condanne a morte nel Meridione, 500.000 persone arrestate, molte delle quali internate nei lager sabaudi di Fenestrelle e San Maurizio, a duemila metri d’altezza, in Piemonte, i cadaveri sciolti nella calce viva; 62 paesi rasi al suolo, persecuzione della Chiesa cattolica, fucilazioni di massa, stupri.

Una storia taciuta, insabbiata, distorta. E tale sarebbe rimasta se recentemente ricercatori instancabili, alieni da qualsivoglia logica politica, desiderosi di far conoscere vicende sepolte sotto la densa polvere del tempo, non avessero iniziato ad estrapolare dagli archivi documenti inequivocabili. E’ venuta fuori in tal modo un’altra storia, diversa, inedita, sorprendente: la prima pulizia etnica dell’età moderna.

Presso lo Stato Maggiore dell’Esercito si conservano 150.000 pagine che contengono la verità sull’insurrezione meridionale contro i piemontesi all’indomani dell’unità d’Italia, quel controverso periodo capziosamente definito “brigantaggio”,

Il Risorgimento è stato sempre visto e narrato come ha voluto la parte vincitrice: questa dei buoni, l’altra, la perdente, dei cattivi. C’è un altro Risorgimento fatto di lutti, di sangue, di fango, dolore, crudeltà, ferocia. Non vi si sottrassero i piemontesi e neanche i meridionali. Fu il tempo dei briganti: banditi o guerriglieri? Combattenti di una rivolta contadina, partigiani ante litteram, movimento di liberazione contro l’invasore o banditi spinti da generici impulsi delinquenziali?

Nei 1860, alla caduta del regno borbonico, sconfitto dall’esercito di volontari garibaldini, il Meridione veniva annesso agli altri stati già sotto il dominio di Casa Savoia e si presentò all’appuntamento unitario in condizioni di profonda arretratezza e di grande squilibrio sociale. La distribuzione della ricchezza, che traeva la sua unica fonte dalla produzione agricola, era iniquamente spartita tra un ristrettissimo numero di latifondisti, mentre la massa dei braccianti agricoli era ridotta alla fame. Il vecchio regime borbonico era caduto per l’iniziativa garibaldina di tipo rivoluzionario che aveva alimentato nelle masse meridionali concrete speranze di un radicale rinnovamento della società, ma il nuovo governo che nel 1861 prese le redini del potere era l’espressione della borghesia, quella Destra storica che affrontò la questione meridionale con un patto di alleanza tra i ricchi possidenti del nord e proprietari terrieri del sud, eludendo la promessa garibaldina della tanto agognata riforma agraria che doveva destinare la terra ai contadini. Le strutture economiche e sociali rimasero immutate, le condizioni per i più deboli finirono addirittura per peggiorare. Per questo motivo, ovviamente, i briganti godevano dell’incondizionata simpatia delle masse rurali che li identificavano alla stregua di veri e propri eroi, paladini di una giustizia che prendeva la spada contro i soprusi dei ricchi e contro le autoritarie imposizioni del nuovo padrone: il Regno d’Italia.

Fin dai primi mesi del 1860 il fenomeno del brigantaggio assunse dimensioni dilaganti e costrinse i Piemontesi a portare il numero dei soldati impiegati nel Sud dagli iniziali 22.000 a un contingente di 50.000 nei 1861, aumentato a 105.000 l’anno successivo fino a raggiungere il numero di 120.000 uomini nel l863. La lotta armata fra briganti meridionali e truppe dell’esercito regolare in cinque anni fece un’ecatombe di vittime, assumendo le proporzioni di una guerra civile. Si calcola che fra il 1861 e il 1865 rimasero uccisi in combattimento, o passati per le armi, 5.212 briganti e che ne siano stati tratti in arresto 5.044. Occorsero misure severissime per stroncare definitivamente il brigantaggio: venne proclamato lo stato d’assedio, con rastrellamenti di renitenti alla leva, di sospetti, di evasi e pregiudicati. Le rappresaglie furono atroci e sanguinose da entrambe le parti,

A distanza di un secolo e mezzo, anche se siamo ormai abituati alle immagini sconvolgenti, ancora suscita orrore e raccapriccio la famosa foto del bersagliere che mostra come trofeo la testa mozzata di un brigante o quella che ritrae un soldato sabaudo che tortura e umilia un prigioniero.

Spesso le masse furono coinvolte loro malgrado negli scontri, pagando con la distruzione di interi villaggi, con le fucilazioni senza processo di centinaia di contadini ritenuti a torto fiancheggiatori dei briganti. Vicende che si ripeteranno nel corso della storia della Resistenza fino al Vietnam. Per crimini così aberranti, la verità storica è riuscita a emergere ed ha fatto sapere come effettivamente sono andate le cose. Gli accadimenti della nostra storia post-unitaria sono stati, invece, artatamente occultati, nascosti, sepolti sotto una spessa coltre di oblio, quasi cancellati, Non c’è nessuno, infatti, che conosce, sia pure per sommi capi, la triste sorte riservata a migliaia e migliaia di meridionali rinchiusi nel campi di concentramento del nord Italia dopo il dissolvimento dello stato borbonico e l’avvento dei Piemontesi nel Sud. Eppure in tanti sono morti fra gli stenti, le privazioni, i maltrattamenti, le esecuzioni sommarie, nei lager allestiti dai Savoia che, sicuramente, assai poco diversi dovevano essere da quelli approntati, meno di un secolo dopo, dagli aguzzini nazisti.

Una storiografia di parte, scorretta o compiacente, si è impegnata, per tanti lunghi, interminabili decenni, a tenere nascosta una verità scomoda. Cerchiamo di ricostruire come sono andati i fatti.

Dopo la caduta repentina dell’ormai consunto apparato borbonico, il governo sabaudo si ritrovò a dover fare i conti una massa davvero ingente di militari napoletani sbandati. In pochi mesi a quei militari che erano stata fatti prigionieri nel corso degli eventi bellici si aggiunsero tutti coloro che, per non sottostare alla leva obbligatoria, dopo essersi rifugiati sulle montagne trasformandosi in briganti, erano stati catturati nel corso dei vari rastrellamenti. Il governo sabaudo, trovandosi di fronte a una vera e propria emergenza che rischiava di esplodere da un momento all’altro (tutto il Meridione era infatti infiammato dalla rivolta brigantesca), in un primo momento si limitò a rinchiudere tali prigionieri nelle malsane e insufficienti carceri del Sud. Subito dopo, però, intuendo la pericolosità della situazione, escogitò un “piano di evacuazione” trasferendo specialmente via mare, gli ex soldati borbonici al nord, lontano dai focolai di rivolta.

Iniziò così, una vera e propria deportazione in grande stile.

Il porto d’arrivo dei bastimenti carichi di prigionieri era soprattutto Genova; da qui venivano subito smistati nelle varie località di destinazione. Le principali erano: Fenestrelle, piccola località ad un centinaio di chilometri da Torino, dove esisteva un’imponente fortezza a San Maurizio Canavese, alle porte di Torino, e poi Alessandria, Milano, Bergamo e Genova.

Migliaia di altri meridionali, poi, dalle variegate composizioni (ex ufficiali e soldati, briganti, renitenti alla leva, oppositori politici o presunti tali, vagabondi, camorristi) vennero confinati in varie isole: Gorgonia, Elba, Giglio, Capraia, Ponza.

Nei campi dì raccolta e nelle prigioni, costrette ad accogliere molte più persone di quanto ne potessero contenere, le condizioni igienico-sanitarie erano disastrose. Riferendosi a tale situazione, vi è una testimonianza del giornale dell’epoca “Civiltà cattolica” che così scriveva in quei giorni: “Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in grande quantità, si stipano nei bastimenti peggio che non si farebbe con gli animali e poi si mano a Genova.

Trovandomi testè in quella Città, ho dovuto assistere ad uno di que’ spettacoli che lacerano l’anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti e, sbarcati, vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Alcune centinaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle; un ottomila di questi vennero concentrati nel campo di S. Maurizio. Trattati come animali, ammassati nei bastimenti, tenuti senza cibo e acqua per giorni, vennero sbattuti in terre sconosciute fredde, in campi di concentramento inospitali”.

Molti non riuscivano a sopportare la disperazione e il disagio e così decidevano di mettere fine alla loro grama esistenza ricorrendo al suicidio.

Un altro giornale dell’epoca, “L’armonia”, così scriveva: “La maggior parte dei poveri reclusi sono ignudi e cenciosi, pieni di pidocchi, sulla paglia… Quel poco di pane nerissimo che si dà per cibo, per una piccola scusa si leva e se qualcheduno parla é legato per mani e piedi per più giorni. Vari infelici sono stati attaccati dai piedi e sospesi in aria col capo sotto ed uno si fece morire in questa barbara maniera soffocato dal sangue; e molti altri non si trovano più né vivi né morti. E’ una barbarie, signori”.

E come questa, di crude testimonianze su ciò che accadeva nelle prigioni del Regno d’Italia, in quel drammatico decennio (1860-1870) se ne possono riportare tantissime.

In tal modo i governanti piemontesi speravano di aver risolto definitivamente il problema; avevano infatti allontanato dai focolai della rivolta migliaia e migliaia di persone, tenendoli distanti dai briganti che stavano infiammando con la loro sollevazione armata tutta la parte meridionale della Penisola. Ma la situazione per i Piemontesi non era affatto semplice: ben presto i prigionieri ammassati nelle prigioni del nord erano diventati un numero così ingente da rendere impossibile il mantenimento dell’ordine pubblico. Un po’ dappertutto, nelle prigioni scoppiavano rivolte, sommosse, tentativi di fuga che a stento venivano represse dalle poche truppe preposte alla sorveglianza, poiché buona parte degli effettivi dell’esercito sabaudo si trovava dislocata nell’Italia meridionale nel tentativo di soffocare la rivolta brigantesca che si faceva sempre più audace.

Fu allora che il governo sabaudo tentò una sorta di “soluzione finale”.

Nel tentativo di sgombrare le prigioni del Regno da quella massa pericolosa di ex soldati borbonici, renitenti alla leva, nostalgici, prigionieri politici, briganti o pseudo tali, si pensò bene di “sistemarli” in un posto dove non avrebbero dato più fastidio.

E a questo punto, come spesso accade nelle vicende storiche italiane, la situazione assume caratteri tragi-comici.

Il progetto era quello di riuscire ad ottenere dal governo portoghese la concessione di un’isola disabitata nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico dove “depositare” i prigionieri meridionali togliendoseli, cosi, definitivamente di torno.

Per fortuna, però, i portoghesi opposero un netto rifiuto e l’infame disegno non poté andare in porto. Ma i governanti piemontesi non si arresero, sempre fermamente intenzionati a procedere con la “soluzione finale”, malgrado la disapprovazione che si levava sempre più alta in tutta Europa. E così, nel 1868, dopo altri analoghi tentativi tutti infruttuosi, il primo ministro Menabrea affidò ai suoi funzionari il compito di contattare la Repubblica Argentina. Era stata persino individuata la regione nella quale sarebbe dovuto sorgere lo stabilimento penale: la Patagonia, una terra desertica e inospitale che si prestava meravigliosamente alla bisogna. Ma anche il governo argentino decise di respingere la singolare richiesta italiana. E così, nonostante gli sforzi, la questione rimase irrisolta e le migliaia di prigionieri rimasero stipate nelle luride carceri italiane in condizioni disumane.

In quei luoghi, veri e propri lager ante litteram, oltre 40.000 mila persone furono fatte deliberatamente morire per fame, stenti, maltrattamenti e malattie. Erano stretti insieme assassini, sacerdoti, giovani, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce, in posti dove la temperatura era quasi sempre sotto lo zero, vennero smontati i vetri e gli infissi per rieducare con il freddo i segregati. Pochissimi riuscirono a sopravvivere. I corpi (non erano ancora in uso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva contenuta in una grande vasca. Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti.

Ancora oggi, entrando nella fortezza di Fenestrelle, su un muro è ancora visibile l’iscrizione “Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce” (ricorda molto la scritta dei lager nazisti).

Ecco quindi delineata, sia pure per sommi capi, una triste vicenda che per tanto, troppo tempo, è stata completamente rimossa dalla storiografia ufficiale al fine di non scalfire l’immagine dell’epopea risorgimentale.

Nessuno ha intenzione di inseguire sogni nostalgici o anacronistiche restaurazioni, ma la vera forza di una democrazia si misura anche nella capacità di non negare la verità storica, insabbiando episodi che sarebbero imbarazzanti.

Cercando su Internet la voce “Fenestrelle”, si può trovare l’itinerario turistico di quella località, senza nessuna menzione al passato. Ma sul sito http://www.duesicilie.org/caduti è possibile ritrovare i nomi, con data di nascita e provenienza di alcuni martiri di Fenestrelle, nel periodo compreso tra il 1860 e il 1865. Erano poco più che ragazzi: il più giovane aveva 22 anni, il più vecchio 32.

Dopo l’8 settembre 1943, i Savoia abbandonarono Roma per fuggire al Sud, dove riusciranno a rimanere ancora in sella con il favore della popolazione meridionale, considerata fedele alla monarchia.

Nel referendum istituzionale del 1946, il Sud voterà in maniera massiccia a favore della casa Savoia. Situazioni, queste, che destano sconcerto dopo aver letto le vicende che abbiamo riportato, ma oltre che immemori (e questa è una loro colpa) sicuramente i meridionali erano anche ignari, stavolta senza colpa, dei misfatti di cui furono vittime tanti loro fratelli.

(per gentile concessione del mensile “Monteleone” di Vibo Valentia).

tratto da: http://www.eleaml.org/nicola/storia/LAGER_SAVOIA_monteleone.html

Per ulteriori informazioni a riguardo si consiglia leggere:
La pulizia etnica piemontese: i lager sabaudi:

http://cronologia.leonardo.it/storia/a1863b.htm

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