BERTO RICCI



Berto Ricci, avanguardia intellettuale del Regime, nacque a Firenze il 21 maggio 1905. Dopo tormentate e svariate esperienze politiche giovanili, aderì nel 1932 al Pnf, costituendo l’avanguardia della seconda generazione Fascista con Guido Pallotta, Niccolò Giani, Carlo Roddolo e Dino Garrone, tra l’altro tutti come lui caduti in guerra, salvo Garrone, che premorì. Nel novembre 1932 si era sposato: ebbe due figli, Giuliana e Paolo. Si fece subito luce come giornalista nei periodici “strapaese” e “selvaggio”. Dopo la laurea in matematica, conseguita a ventun anni a Pisa, cominciò ad insegnare nella scuola media e nel frattempo collaborò con alcune riviste fiorentine, tra cui “il bargello”. Anche se matematico, fu intimamente umanista dedicandosi, oltre alle poesie, a traduzioni di Ovidio e di Shakespeare. Sostenne in effetti la fondamentale necessità dell’impegno nella ricerca scientifica solo quale mezzo, o stadio di transizione, per la cultura moderna. Nel 1931 pubblicò il saggio “lo scrittore Italiano”, intenso scritto che traccia il ritratto inconsueto del vero intellettuale che sa coltivare il suo anticonformismo creativo senza separarsi dalla vita politica e civile del suo popolo. Ricci dette una rappresentazione alta dell’intellettuale organico, militante e libero ad un tempo. Collaborò al “Popolo d’Italia” ed a “Critica Fascista”; altri suoi scritti furono ospitati in “primato”, “valori primordiali”, “origini”, “il saggiatore”, “il frontespizio”, “campo di marte”. Il 3 gennaio 1931 avviò la pubblicazione della rivista “l’universale”, mensile di battaglia per il pieno successo della Rivoluzione Fascista. In questo foglio egli si fa promotore di una classe intellettuale che sia di sprone al regime, affinché esso si compia perfettamente in funzione anticapitalista, antiborghese ed antimarxista. Perciò fu sovente criticato per l’eccessivo rigore e l’eccessiva schiettezza; a tali proteste rispondeva: “troppa gente c’è oggi in Italia che batte le mani a tutto e a tutti, e approva ogni cosa, e crede, o mostra di credere, che discutere un editto d’un podestà sia come discutere il regime, il che non è Fascismo, anzi servilità vilissima e antifascismo morale”. Il mensile visse cinque anni, cambiando formato e numero di pagine varie volte ed al terzo anno divenne quindicinale. Oltre ai suoi scritti, “l’universale” ospitò, tra gli altri, scritti e disegni di Benito Mussolini, Edgardo Sulis, Diano Brocchi, Giorgio de Chirico, Ugo Betti, Indro Montanelli, Giuseppe Ungaretti, Ottone Rosai, Luigi Bartolini, Camillo Pellizi. Gli scritti di Berto Ricci trattarono di politica, critica di vita quotidiana, problemi di costume, recensioni di libri, poesie e ferme polemiche. I suoi pezzi più seguiti ed attesi dai lettori furono i famosi “avvisi” coi quali aprì spesso notevoli polemiche a tutto tondo. “l’universale” terminò le pubblicazioni il 25 agosto 1935 e l’editoriale di ricci, concludeva: “questo giornale finisce quando deve finire, quando il suo desiderio di battaglia e di grandezza trova appagamento magnifico nel volere del Capo. Non altro chiedevamo e non altro credevamo. Bilanci? Li tirerà chi ritornerà. Ora, camerati, non è più tempo di carta stampata: e se ieri un’Italia letteraria ci parve buffa, oggi a noi poeti essa appare come la personificazione dell’irreale. Non è più tempo di carta stampata”; in altre parole: è l’ora del cimento in Etiopia. Volontario nella MVSN come semplice Camicia Nera della divisione “23 marzo”, rimase così saldo e umile che i suoi compagni seppero che era un professore soltanto quando i superiori comandi lo inviarono d’autorità a seguire un corso ufficiali a saganeiti. Tornato dall’impresa Imperiale pensò inizialmente di riprendere la pubblicazione, ma poi si dedicò all’insegnamento della matematica per due anni a palermo, quindi tornò a firenze ed ebbe la cattedra a prato. Nella sua concezione l’universalità Imperiale Romana non doveva più essere mero nazionalismo, al contrario universalismo di civiltà. Perciò fu in polemica con Gentile, ribaltandone la visione di “Stato etico che fa il Popolo” in “Popolo etico che fa lo Stato”. E infatti si scagliò già nel 1929 contro il Concordato e soprattutto contro l’Enciclica di Pio XI “non abbiamo bisogno” (circa la difesa dell’Azione Cattolica). Ciò non tanto per ostilità verso la Chiesa, considerata eccezionale nei suoi aspetti di Santità Francescana e per l’eroismo sacro e profano dei Papi rinascimentali, benché ora troppo legata alla borghesia. Egli rivendicava più semplicemente al Fascismo il diritto ed il dovere assoluto di educare i giovani. Quasi profetico, si lamentava anche contro il “troppo unisono” e la “troppa ortodossia” che poteva anche “significare un impero della mediocrità”, ritenendo che la migliore avanguardia poteva rappresentare una garanzia contro ogni imbalsamazione o interessata “normalizzazione” del Regime. Insistette sul primato della politica sull’economia, dell’etica e della morale sul denaro, perfezionando il concetto Fascista di “proprietà etica”, opposto al concetto liberale di “proprietà inviolabile”. Il 10 gennaio 1933 venne pubblicato il “manifesto realista”, sottoscritto da Ricci, Bilenchi, Pavese, Brochi, Petrone, Ottone Rossi, Sulis, Contri ed altri, “premessa necessaria dell’Impero umano che realizzerà la Monarchia di Dante e il Concilio di Mazzini”; quivi si negava un avvenire sia alle ideologie democratiche sia a quelle marxiste contrapponendo loro “l’Imperialismo Popolare, l’eticità dell’economia, il dovere del lavoro, il corporativismo”; ancora sul concetto di “Sintesi Fascista” scrisse nel 1938, il nemico “fu e resta il centro, cioè la mediocrità accomodante. Il centro è compromesso, noi fummo affermazione simultanea degli estremi, nella loro totalità”. Gli “avvisi” de “l’universale” ebbero profonda eco e indussero Mussolini a far convocare a Palazzo Venezia, nell’estate del 1934, Ricci ed i suoi collaboratori. Si complimentò per vecchie e recenti battaglie (compresa quella contro il razzismo hitleriano: tra i collaboratori de “l’universale” c’era tra l’altro l’ebreo Ghiron) e li invitò a collaborare col “Popolo d’Italia”, dove tennero una rubrica, “bazar”. Partecipando nel 1940 al primo convegno nazionale della Scuola di Mistica Fascista relazionò: “la Mistica Fascista ripropone al pPrtito, alla Milizia, agli organi dello Stato, agli istituti del Regime, di continuo il tema della unità sociale, dinamica unità che non si limita all’assistenza economica e al miglioramento delle condizioni di chi lavora, insomma a una pratica demofila, ma punta sulla civiltà del lavoro, tende a realizzare una più elevata moralità e insieme un maggior rendimento collettivo (governo della produzione e del consumo, graduale ridistribuzione della ricchezza, bonifica e autarchia, il produttore compartecipe e corresponsabile dell’azienda, il lavoratore proprietario) e per questo, come ogni mistica chiamata a operare in concreto sulla storia e ad ergervi fondazioni durevoli, soddisfa anche a requisiti razionali”. Un impegno sociale nell’ambito di un regime che aveva attuato le prime uniche vere innovazioni sociali del secolo: istituzione degli enti di assicurazione e previdenza, erogazione degli assegni familiari, otto ore di lavoro giornaliere, assistenza alla maternità ed all’infanzia, colonie per i figli dei lavoratori anche se residenti all’estero, treni popolari, grandi spettacoli viaggianti, riforma scolastica ed edificazione di scuole ed università, grandi bonifiche integrali, redenzione della terra, capillare politica sanitaria ed ospedaliera, emancipazione del sottoproletariato e del proletariato. Il suo forte anticapitalismo era in realtà l’applicazione coerente del suo antimaterialismo ed antimarxismo; il marxismo “è contrario alla natura umana, specialmente alla natura Italiana.” Ligio ai suoi principj anche nella vita privata, fu esempio di rigore ed umiltà francescana: rifiutò sempre ogni carica, vivendo in modo spartano: ad esempio il suo banchetto di nozze si ridusse ad un frettoloso cappuccino con sette amici presenti. Fu fustigatore delle pur minime mollezze, sì da risultare un esempio di sistema di vita. Il rigore morale, unito alla missione di azione e di fede, anche per mezzo della penna, fu esemplare riferimento per i suoi contemporanei. Scoppiata la II guerra mondiale, si arruolò ancora volontario e fu inviato sul fronte libico-egiziano nel 29° artiglieria. Sul fronte egiziano portò con sé un quaderno in cui annotava pensieri per un nuovo libro sulla gioventù Fascista, che andò purtroppo perduto: si sarebbe intitolato “tempo di sintesi”. E’ rimasta solamente l’idea generale scritta in una pagina dallo stesso ricci: “il libro esamina anzitutto lo stato della gioventù Fascista. I candidi, i tiepidi, i profittatori, i combattenti. La minoranza attiva e la massa plastica. Anacronismo delle due torri d’avorio, la intellettuale e la politica. Postulato dell’uomo totale nello stato totalitario. L’unità Fascista sorge da molteplicità di motivi, di tendenze, di esigenze. Assorbe e trascende gli Imperativi del nazionalismo e del socialismo, dell’etica e dell’economia, dell’attivismo e della cultura. Le esalta nella sua universalità negandone i particolarismi singoli. Fine del frammentario e avvento della sintesi. Questa non è confusione, perché il ritmo della storia alterna le fasi della giustizia sociale e della potenza Imperiale, ciascuna esigenza ponendosi periodicamente in primo piano senza annullare le altre. Questa sintesi non riguarda solo il corso d’un moto politico ma investe la personalità umana e la storia civile, morale, intellettuale in tutti i suoi aspetti. Tempo, dunque, gloriosamente unitario tra le varie facoltà e attività dell’uomo, tra le varie discipline della pratica e del pensiero, e nell’interno di ciascuna. Tempo che ripiglia, con in più l’unità politica e la millenaria esperienza spirituale, la stagione più fertile dello spirito Italiano, la sua tradizione più vera, la sua più creatrice armonia. Sintesi, che risolve le antitesi della modernità europea e soprattutto francese: somma politica e vitale, di conoscenza e di azione, d’intelletto e di fede”. Insomma una fase compiuta della sintesi Fascista, di cui si sarebbero dovute far carico le nuove generazioni. Il tema della classe dirigente è peraltro centrale nel pensiero di Ricci. Egli mirava dichiaratamente alla formazione dei nuclei di una nuova dirigenza intellettuale e politica tra i giovani della seconda generazione Fascista. Nel gennaio 1941 scrisse ai genitori: “ai due ragazzi (i figli, ndr) penso sempre con orgoglio ed entusiasmo. Siamo qui anche per loro, perché questi piccini vivano in un mondo meno ladro; e perché la sia finita con gl’inglesi e coi loro degni fratelli d’oltremare, ma anche con qualche inglese d’Italia”. In Libia, nel Gebel cirenaico, verso le 9 della mattina del 2 febbraio 1941, la sua batteria fu attaccata presso un pozzo montagnoso tra Barce e Cirene, vicino a Bir Gandula, ed egli fu mitragliato da uno spitfire inglese. Oggi è sepolto nel sacrario di Bari.

Preghiera scritta da Berto Ricci

“O Dio sereno cantato negli anni
più forti, ne’ giorni più buoni,
quand’ero bambino e pensieroso di Te;
Dio ch’eri grande in croce sul Tu’ altare
e più grande nel canto stellato
d’un maggio toscano:
io non Ti chiedo pietà del mio male,
perché pietà di me sento anch’io
e so che questa compassione è tua
nata per me nel tuo cuore
come già al sangue Ti còsse l’ardore
de’ palmi trafitti.
Io non Ti chiedo pietà del mio male
Dio di pietà, signore di morte e di resurrezione.
Ben venga a me tempestosa vittoria
bella di lagrime, bella di spinee di troppo sudore.
Ma si rammenti il cuore di cantare
sempre, in tramonti in auroree in notturne paure:
questo ti chiedo Signore, ti domando questo in preghiera.
Un po’ di voce e un campo spigatofanno felice chi t’ama,
Padre, per le tue voci segrete fuse nell’ampia natura,
per i tuoi Cieli fioriti da tutto il popolo de’ tuoi splendori,
per l’orda delle tue tenebre muta,
per ogni respiro di mamma spaurita
strinta al giaciglio del suo figlio e Tuo,
o Dio cantato negli anni sereni
quand’ero un bambino pensoso di te!”.

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Domenica 28 febbraio 2010 si è svolta, presso la sede dell’istituto storico della Repubblica Sociale Italiana di Cicogna, la conferenza su Berto Ricci – l’ortodossia nella trasgressione – tenuta da Maurizio Rossi.

La conferenza è stata preceduta da una lunga introduzione da parte dell’ingegnere Conti rivolta ai giovani che da poco si sono avvicinati all’istituto, riguardante la storia a grandi linee della RSI nei suoi punti chiave di carattere costitutivo. In seguito l’ingegnere ha proceduto con il tracciare un profilo storico dell’istituto, dalla sua nascita nel 1986 come associazione culturale fino alla trasformazione in fondazione e ai giorni nostri, oltre che nella lettura, commentata da lui stesso, di alcuni punti fondamentali dello statuto della fondazione.

Dopo questa parte iniziale ha preso la parola Maurizio Rossi, che con brillante oratoria ha tracciato un quadro generale ma nel contempo completo ed esauriente della figura di Berto Ricci.
Prima di cominciare però egli ha voluto rivolgere un pensiero alla figura del camerata Pio Filippani Ronconi, recentemente scomparso, al quale è stato negato il funerale secondo i suoi voleri; questo testimonia come certi uomini, col loro esempio espresso tramite il verbo dell’azione, hanno la capacità di restare minacciosi e temuti anche da morti.
Rossi inizia riconoscendo in Berto Ricci un grande teorico del fascismo nonché uno dei maggiori pensatori della cultura fascista. Quest’ultima però non fu mai univoca, ma piuttosto frammentata in una molteplicità di filoni differenti e talvolta contrapposti; infatti Ricci, pur essendo riconosciuto come teorizzatore influente del fascismo, non ricoprì mai il ruolo di figura vertice del regime (come ad esempio avvenne invece per Gentile) e operava al di fuori dei canali ufficiali rappresentati dall’istituto di cultura fascista. Il suo avvicinamento al fascismo non è stato immediato: negli anni che vanno dal ’21 al ’26 fu un giovane anarchico il cui rapporto con il regime appena installatosi in Italia era quello di oppositore. In seguito disse che secondo lui si può facilmente traghettare dall’anarchismo al fascismo senza complicazioni; a conferma di questa sua brillante intuizione possiamo ricordare il grosso contributo degli anarchici allo squadrismo e alla mentalità dell’epoca. Da una certa sinistra antifascista e non solo, Berto Ricci viene spesso definito come un eretico e il suo un fascismo impossibile, questo perché definirlo un fascismo diverso, un’altra possibilità di applicazione dell’idea fascista, sconvolge il quadro di chi vorrebbe rinchiudere il fascismo all’interno di un recinto fatto di stereotipi ormai radicatisi nel tempo. In realtà lui non fu un libertario, bensì un grande intransigente. Attaccò tutti quelli che secondo lui erano dei gretti “voltabandiera” all’interno delle università e che aderivano al fascismo unicamente per convenienza, oltre che ad esprimersi riguardo alla mancanza di univocità del Duce. Criticò quella che secondo lui fu la mancanza di un’anima veramente totalitaria del regime, di una rivoluzione fatta a parole ma che non portò i cambiamenti conseguenti e inizialmente auspicati. Infatti considerando il fascismo come un’alternativa di civiltà, in special modo dal punto di vista economico-produttivo con la cosiddetta “terza via”, Berto Ricci partecipò attivamente al discorso sul corporativismo cercando effettivamente di costruire una linea guida e una teoria realistica ed applicabile del corporativismo fascista. Egli fu un rivoluzionario integrale e non un eretico; odiato da tutte quelle “mele marce” che vivevano alle spalle e alle spese del Duce e del regime, rallentando e sfavorendo notevolmente quel processo rivoluzionario al quale Ricci auspicava.
Quando a partire dal ’38 il regime ripiega su se stesso e tutto l’apparato istituzionale comincia a mostrarsi obsoleto e inefficace, Mussolini intuisce che per rinnovare e svecchiare il fascismo, nonché allontanare i malumori crescenti, è necessario affidarsi a quella base fascista ortodossa che non perse questa caratteristica col passare del tempo, optando per una svolta che sia davvero rivoluzionaria e di sborghesizzazione dell’Italia. Chiaramente Berto Ricci venne inserito all’interno di questo progetto e come già detto prima, continuò nel cercare di rendere il corporativismo realmente funzionale e funzionante. Quest’opera di rinnovamento, almeno per quel che riguarda Ricci, fu bruscamente interrotta col la sua partenza per il fronte e con la sua morte nel ’41 in Africa. Egli partì per la guerra perché, come tanti fascisti puri come i ragazzi del GUF, credette che anche la guerra potesse essere uno strumento funzionale, talvolta ben più di altri, per portare la rivoluzione fascista fino in fondo. Se non fosse morto al fronte, Berto Ricci avrebbe sicuramente aderito alla Repubblica Sociale Italiana, in quanto il suo pensiero aveva già in se quegli elementi intransigenti e fortemente rivoluzionari che, nonostante le condizioni tutt’altro che favorevoli, si cercò di attuare durante la RSI.
In ultima analisi possiamo dire che Berto Ricci è stato un uomo che, dopo aver scritto e teorizzato molto, ha dimostrato con il suo esempio la coerenza intrinseca alla sua persona, scegliendo l’azione e il coraggio di portare fino in fondo le proprie idee.
Tra le varie figure presenti, trovo sia importante sottolineare la presenza del figlio di Berto Ricci, in quanto non sempre purtroppo è possibile constatare la partecipazione entusiastica ed orgogliosa dei figli nei confronti di un padre che, come molti, decise di farsi portavoce di quella che poi venne – e purtroppo viene – considerata la “barricata sbagliata”.

tratto da: http://fondazionersi-roma.blogspot.com/

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