Bankitalia e la tosatura monetaria del paese


Giacinto Auriti e Agostino Sanfratello

Bankitalia e la tosatura monetaria del paese

La pecora non “sa” di produrre lana. L’uomo non si accorge di creare valori monetari. Come il pastore tosa la lana, così le banche centrali tosano il gregge umano della sua moneta: della sua “lana monetaria”.

1. Per capire come ciò avvenga, occorre una premessa essenziale.
La moneta — di metallo o di carta o di altro, qualunque sia la natura e la denominazione del suo segno o supporto materiale — ha valore di moneta solo per il fatto che ci si è messi d’accordo, e si è d’accordo, che lo abbia: solo perché esiste la convenzione sociale della sua accettazione, ossia, in ogni paese, solo per il convenire di fatto dei cittadini nell’accettarla in cambio di beni.
Il semplice atto umano di tale accettazione — atto, in sé stesso, senza costo — crea e, per così dire, induce e incorpora nel segno o supporto materiale prescelto il suo carattere sociale di moneta: il suo pregio specifico di misura o metro del valore dei beni, anzitutto. E, insieme, quello di mezzo — e per questo a sua volta bene reale, oggetto di diritto di proprietà — valido ed efficace per acquisire i beni commisurati e rappresentarne il corrispettivo. Tale mezzo, dunque, incorpora convenzionalmente in sé stesso, e conferisce a chi se ne serve (al suo portatore), il potere di acquisire validamente beni: la previsione certa di poter cedere o ricevere beni in cambio di simboli monetari proporzionati, ossia il potere d’acquisto.

2. Il valore monetario è indotto e nasce dunque senza costo nei segni o supporti materiali prescelti, quasi per “magia”, dalla loro comune e stabile accettazione, quali mezzi monetari, da parte della comunità nazionale di un paese dato.
La convenzione sociale di accettazione può essere anche codificata e disciplinata da una vera e propria legge dello stato. Ma anche allora, e anche se l’accettazione è prescritta, è ancora e pur sempre l’ulteriore e fattuale convenzione di accettazione di tale legge, ossia il fattuale convenire dei cittadini nell’accettarla, a originare e determinare il valore, il significato, l’utilità e l’uso efficace dei segni o supporti materiali indicati, che solo allora nascono socialmente come mezzi monetari. Mezzi che, per questo, diventano una sorta di convenzione fatta materia, di convenzione al portatore, di conventio materiata sia della commisurazione del valore e dell’equivalenza dei beni, sia della loro acquisizione.
Creato dalla comunità nazionale, il valore monetario è proprietà originaria e patrimonio comune dell’insieme dei suoi cittadini, che lo causano in radice e in quanto tale.

3. Lo stato — la cui autorità pubblica si esprime e si concreta nel compito di disporre e specificare l’ordinarsi della comunità nazionale al bene comune — è solo il custode e l’amministratore di tale patrimonio comune. Solo in quanto tale lo stato può disciplinare le condizioni dell’emissione, della circolazione e della distribuzione dei concreti e parziali mezzi monetari, per il bene comune.
Chi volesse indurre o pretendesse di costringere una comunità nazionale — o lo stato che ne incarna la rappresentanza — ad accettare in prestito la moneta stessa della nazione, ossia ad accettare di ricevere come prestito ciò che già le è dovuto, che già è originariamente suo e che le è vitalmente necessario, per ciò stesso e anzitutto affermerebbe falsamente di potersi porre come proprietario di ciò che “presta”. Affermerebbe inoltre di poter asservire alla condizione esplicita di debitore la comunità nazionale così derubata. Affermerebbe, ancora, di potersi porre come sovranità reale che subordina a sé la sovranità fittizia della comunità nazionale in questione, che sarebbe così non soltanto derubata e asservita, ma anche “indebitata” in misura equivalente al furto subìto, e tenuta oltre che a restituire al ladro il “prestito” che ne ha ricevuto, a versargli anche gli interessi su ciò di cui è stata derubata e “indebitata” (derubata e “indebitata” di ciò che non soltanto è già suo, ma di cui, anzi, è essa stessa a far sorgere il valore monetario accettandolo come moneta). Infine e contestualmente, porrebbe altre implicite premesse di danni ulteriori e gravissimi per la comunità nazionale in questione.

4. Per il principio della totalità e coerenza ermeneutica, accanto a ogni asserzione o significato esplicito vi sono infatti asserzioni e significati impliciti, che ne sono i postulati o gli esiti necessari.
Così è nel nostro caso: quello in cui una comunità nazionale, mentre da un lato accetta originariamente di riconoscere un determinato segno o supporto materiale come moneta e per ciò stesso la causa in quanto tale, ossia ne crea il valore monetario (anche se continentemente ignora di farlo), dall’altro, in ipotesi, essa ne accetta contraddittoriamente il valore monetario stesso come prestito da parte di chi gliene trasmette o emette i segni o supporti. Oggi è la banca centrale, indebitamente, a emettere la quasi totalità dei supporti materiali della moneta, nella forma di biglietti di banca; mentre le pubbliche autorità dello stato, colpevolmente, trascurano di emettere senza mediazione (e senza bisogno di “indebitarsi” per riceverne il “prestito”) biglietti di stato, che siano patrimonio immediato e originario della comunità nazionale e in immediata disponibilità del tesoro dello stato, che anche di tale patrimonio comune è amministratore e custode.
Nel caso indicato (l’accettazione della sua stessa moneta come prestito), la comunità nazionale pone allora una prima (e falsa) asserzione esplicita: l’ovvio riconoscimento esplicito di essere debitrice di quanto le è stato prestato. E debitrice non certo e non solo del costo di produzione del supporto materiale in sé stesso, costo che può essere infimo, ma dello stesso valore monetario che vi è contrassegnato; più gli interessi.
Ma la stessa comunità nazionale pone implicitamente anche altre e più importanti asserzioni.
Ricevendo il segno o supporto materiale e riconoscendogli il carattere di moneta (e creandone per ciò stesso, come si è detto, il valore monetario, che falsamente crederebbe di ricevere insieme con il suo segno o supporto materiale), ma insieme accettando contraddittoriamente tale moneta come prestito da parte della banca centrale, la comunità nazionale riconosce infatti implicitamente (e falsamente) alla banca di emissione la proprietà della moneta in quanto tale. Infatti, autorizza la banca a prestargliela. Ma il prestare — prestare denaro o qualsiasi altra cosa — è prerogativa di chi è proprietario di ciò che viene prestato.
Di tutto il denaro di cui essa emette i segni o supporti materiali (che essa produce, grosso modo, con i soli costi della loro materia prima, della loro stampa e della loro logistica di custodia e di diffusione, ossia, approssimativamente, gli stessi costi che ogni falsario deve sopportare), la banca si appropria dunque in questo modo: “prestando” il suo valore monetario. E attendendo poi la restituzione non dei costi di produzione dei biglietti di banca, ma del loro valore monetario, o del loro equivalente in beni reali; con l’aggiunta degli interessi, calcolati su tale valore.

5. La banca tosa quindi due volte la comunità nazionale della sua “lana”, del suo valore monetario: la prima perché la espropria di tutto il suo ammontare, “prestandoglielo”, la seconda perché la indebita stabilmente del suo ammontare e dei suoi interessi. Gravissime e permanenti, di conseguenza, sono la lesione e la menomazione del bene comune, così come dei diritti e delle libertà sia della comunità nazionale in se stessa, sia di ognuno dei suoi cittadini e dei suoi corpi sociali. L’intera comunità nazionale, per tale “moneta” (circolante fraudolentemente come debito che grava sull’insieme della comunità stessa), viene infatti sottoposta al giogo di una spoliazione usuraia massima e di un debito pubblico inestinguibile. Al limite e al termine del processo storico della sua rapina, neppure il progressivo trasferimento di tutti i beni reali del paese all’usuraio-prestatore sarà riuscito a colmarlo ed estinguerlo, poiché permarrebbe pur sempre all’usuraio-prestatore l’indebita attribuzione della proprietà della moneta-debito circolante (con l’aggiunta dei permanenti interessi). Ossia gli rimarrebbe pur sempre l’indebita attribuzione della proprietà del valore monetario, che l’usuraio-prestatore insieme sottrae e presta alle sue vittime, cioè all’insieme di quanti compongono la comunità nazionale.

6. Posto ciò che si è detto, si comprende la prospettiva in cui collocare la questione della proprietà della moneta, come proprietà dovuta alla comunità nazionale.
La comunità nazionale, quanto alla sua moneta, non è affatto nella condizione del “povero” a cui deve essere prestato — secondo la legge mosaica (Deuteronomio 15, 8) — ciò di cui è privo e di cui ha vitalmente bisogno; e che, ricevutolo, lo obbliga come debitore. La sua moneta, infatti, è già originariamente dovuta alla comunità nazionale, che con la sua accettazione la crea. Prestarle ciò che le è dovuto significherebbe sottrarglielo come non più suo. Il “prestito” stesso la costituirebbe allora nella condizione oggettivamente ingiusta di povertà e di debito. La comunità nazionale si trova invece nella condizione per cui la sua moneta nel senso indicato, è inclusa tra ciò che, secondo la legge naturale e cristiana, «è dovuto all’uomo in quanto uomo» (Centesimus annus). In questo caso, obbligato non è chi riceve quanto gli è dovuto, ma chi dà, riconosce e restituisce alla comunità nazionale il suo.
“Prestare” il dovuto è la grande usura — perseguita da raffinate e inumane scuole di pensiero — che cade, anch’essa, sotto l’anatema evangelico (scagliato contro quanti caricano gli uomini di pesi insopportabili, mentre essi non li sfiorano neppure con un dito) e spiega la severa accusa dell’enciclica Quadragesimo anno: «E in primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma anche l’accumularsi di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia, in mano di pochi […]. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il denaro, la fanno da padroni; per cui sono in qualche modo i distributori del sangue stesso di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, così che nessuno, contro la loro volontà, potrebbe neppure respirare.»

7. Il riconoscimento del valore monetario come valore giuridicamente indotto dalla convenzione sociale di accettazione consente — contro l’asservimento alla moneta-debito della grande usura e al numero della bestia con cui essa contrassegna le sue vittime (diversamente dall’uomo, la bestia non è giuridicamente capace di proprietà) di restituire alla moneta-proprietà il suo rango tra ciò che «è dovuto all’uomo perché è uomo» e di reimmettere nella comunità nazionale liberata «il sangue stesso di cui vive l’organismo economico».

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