25 APRILE: PARLIAMO CHIARO (almeno per una volta)

Autore: Filippo Giannini

Invito il lettore prima di addentrarsi nella lettura di questo articolo, di soffermarsi su quanto ha scritto il fascista antifascista Giorgio Bocca nel suo “Storia dell’Italia partigiana”:
“Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. E’ una pedagogia impietosa, una lezione feroce.”

Avvicinandosi le celebrazioni di quella data faditica, tutti sono in fibrillazione: il Presidente Napolitano, Berlusconi, Franceschini e Gianfranco Fini. Tutti a sostenere che l’anniversario della data faditica deve essere motivo di esultanza di tutti gli italiani; forse, tutti, ma meno uno: il sottoscritto.
Il 25 aprile è la giornata della sconfitta dell’Italia; il 25 aprile è il ricordo della Resistenza; la Resistenza non appartiene solo ad una parte, sostengono i sopraccitati signori, ma a tutto il popolo italiano. Che Bufole! De Felice la liquida come “un fenomeno minoritario”.
Mai si è sentito di battaglie combattute dai partigiani a danno di militari germanici o della Rsi. Mai che si legga o si senta che i partigiani, di questo o quel reparto, abbiano sconfitto in una battaglia campale, le forze armate tedesche o repubblicane. Ci fu un caso quello di Domodossola, avvenne uno scontro che si prolungò per qualche giorno, poi si concluse con la fuga dei resistenti in Svizzera. Le eroiche gesta dei partigiani erano solo e soltanto omicidi compiuti a danno di militari isolati; mai un atto qualsiasi di rilevanza bellica.
Fu la Resistenza un fenomeno che coinvolse tutto il popolo italiano, come sostengono i notabili insidiatisi nel dopoguerra? Ma quando mai! Secondo una pubblicazione dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) “Breve storia della resistenza italiana” i partigiani sarebbero stati 40 mila. Altra bufola, tanto è vero che il presidente americano della Commissione incaricata si dimise scandalizzato dal procedimento alla maniera italiana, quando apprese con quale sistema venivano concessi brevetti di partigiani, praticamente a chi ne faceva richiesta.
E dall’altra parte, i repubblichini, poterono schierare ottocento mila uomini della Rsi, moltissimi volontari, che scesero in campo per contendere, spesso con successo (si pensi alla vittoria dei repubblichini, in Garfagnana) l’avanzata delle armate angloamaricane.
Ma quale veste giuridica possono vantare i partigiani? Quella di fuorilegge! Signori che esaltate i valori della Resistenza, non prendetevela con l’autore di queste note: se avete obbiezioni, rivolgetevi ai legislatori che stabilirono “sulla base delle Convenzioni del’Aja del 1889 e del 1907 (Convenzioni ratificate a Ginevra nel 1927), sono legittimi combattenti i militari delle Forze Armate regolari di uno Stato belligerante, purché indossino una uniforme conosciuta dal nemico, portino apertamente le armi, dipendano da ufficiali responsabili e dimostrino di rispettare le leggi e gli usi di guerra”.
E i resistenti? Ce ne è anche per loro: “Sono riconosciuti “legittimi combattenti” anche i così detti movimenti di resistenza organizzati in territorio occupato dal nemico: debbono recare un distintivo fisso e riconoscibile a distanza. I loro comandanti devono agire in collegamento con il governo legittimo ed assicurarsi che le armi vengano usate apertamente dai combattenti di questa categoria; è fatto divieto di agire individualmente tranne che in casi determinati, nei quali, se fatti prigionieri essi devono dimostrare la loro appartenenza al corpo dei volontari”. E, poco più avanti, nell’Art. 4: “Gli illegittimi combattenti vengono dovunque perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena capitale”.
E come dicono gli amici dei miei nemici: .
Per capire quale fosse la tecnica che i comunisti intendevano porre in essere, ecco un ampio stralcio del libro “7° Gap” di Mario De Micheli – Edizioni Cultura Sociale, Roma 1954:
“Sin dall’ottobre 1943 il partito comunista aveva preso l’iniziativa di costituire le “Brigate d’assalto Garibaldi” e i “Gruppi d’azione patriottica”: le brigate dovevano operare sulle montagne, i gruppi dentro la città (…). I “Gap” dovevano essere gli arditi della guerra di liberazione, soldati senza divisa (…). Essi dovevano combattere in mezzo all’avversario, mescolandosi ad esso, conoscerne le abitudini e colpirlo quando meno se lo aspettava (…). I complici del fascismo e del tedesco non avrebbero più dovuto trascorrere i loro giorni indisturbati, in quiete e tranquillità; avrebbero, invece, dovuto vivere d’ansia, guardandosi continuamente attorno, trasalendo se qualcuno camminava alle loro spalle. Portare la morte a casa del nemico era insomma la direttiva con cui sorgevano i “Gap” (…).
Né poteva essere diversamente per Beppe Fenoglio nel suo libro “Il partigiano Johnny”, che indica quale metodo di lotta dovevano usare i resistenti. Ecco un breve stralcio:
“Alle spalle, beninteso, perché non si deve affrontare il fascista a viso aperto: egli non lo merita, egli deve essere attaccato con le medesime precauzioni con le quali un uomo deve procedere con un animale.
A questo punto vorrei chiedere ad un qualsiasi lettore, di qualsiasi colore politico sia: “dove individuate in queste azioni qualcosa di eroico?”. Sempre che, è ovvio, le parole abbiano ancora un senso. La realtà è una, e cioè che l’Italia antifascista, bisognosa di una giustificazione storica, ha tentato di fare della resistenza un suo mito di fondazione.
Quello che è successo alla fine e dopo la fine, è ormai storia, checché possano sostenere i vari Gianfranco Fini & Co., e l’attestano sentenze di tribunali: vendette, stragi, omicidi privati, rapine. Non di rado a danno di altri partigiani.
C’è una sentenza del 26/4/1954, quindi ampiamente dopo la fine delle ostilità, emessa dal “Tibunale Militare”, sentenza che mandò in bestia i più alti esponenti dell’antifascismo:
“(…). Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 la sovranità di fatto, o meglio l’autorità del potere fu, nella parte dell’Italia ove risiedeva il Governo legittimo, esercitata dalle Potenze alleate occupanti. Non poteva essere altrimenti, dal momento che, durante il regime di armistizio, permaneva lo stato di guerra e l’occupante era sempre giuridicamente “il nemico”. Basti considerare che tutte le leggi e tutti i decreti ricevevano piena forza ed effetto di legge a seguito di ordini degli Alleati. Pertanto il Governo del Re era un Governo che esercitava il suo potere “sub condicione”, nei limiti assegnati dal comando degli eserciti nemici (…). Indubbiamente pressoché immutato era rimasto l’ordinamento giuridico esistente nella Repubblica Sociale Italiana; gli stessi codici, le stesse leggi venivano applicati dagli organi del potere esecutivo e della Magistratura.
L’organizzazione statale si manteneva in piedi a mezzo delle autorità preposte (…); l’autorità tedesca ebbe allora ad inserirsi nella vita italiana del centro-nord, indubbiamente le autorità della Repubblica Sociale Italiana subirono talvolta la pressione e le direttive del loro alleato, pur opponendosi spesso con energia alle loro iniziative (…). Tra il Regime del centro-nord e quello del sud appare, dunque, che “de facto” il Governo legittimo e quello di Mussolini avevano una libertà limitata: “de jure”, era peraltro, preclusa al Governo legittimo ogni indipendenza, mentre tale formale preclusione non esisteva per la Repubblica Sociale Italiana che emanava le sue leggi e i suoi decreti senza l’autorizzazione dell’alleato tedesco”.
Sarebbe interessante riportare in pieno anche le motivazioni contenute nella sopraindicata Sentenza circa la validità giuridica dei combattenti della Rsi, mentre la stessa validità era disconosciuta per i partigiani.
Quanti furono i fascisti o supposti tali eroicamente assassinati dai partigiani, nel modo poco sopra indicato? Pino Romualdi nel suo volume “Fascismo Repubblicano”, pag. 205, scrive:
“Si parla di trecentomila persone, di mille famiglie interamente distrutte, di settemila donne e di molti fanciulli assassinati. I rapporti riservati che arrivano dalle province sono paurosi. Ma il governo tace”.
Nel dopoguerra per anni si è parlato di 320 mila morti. Se il governo tace, qualcuno alla Camera parlò. In un verbale della Camera dei Deputati risulta che, nel corso di una seduta, l’Onorevole Selvaggi si rivolse al Ministro degli Interni per chiarire, finalmente, quanti fascisti vennero uccisi dai partigiani a guerra conclusa. Si alzò imperiosamente l’Onorevole Scotti del Pci, il quale interrompendo il Ministro, urlò:
“Sono trecentomila, li abbiamo ammazzati noi e abbiamo fatto bene!.
Una cosa è certa: l’Istituto Storico della Rsi, a Terranova Bracciolini, ha edito un elenco di 55 mila nomi, elenco corredato dalla data dell’omicidio e, in molti casi, anche la località dove il fatto avvenne. Ma l’Istituto assicura che l’elenco deve essere aggiornato.
Debbono trovare spazio, inoltre, un elenco dei morti ammazzati per foiba, operazione messa in atto dai partigiani titini con l’aiuto dei partigiani italiani. Ma questo è un altro discorso.
Anna Sanfilippo è figlia di uno dei giustiziati (assassinati) dai partigiani; Anna Sanfilippo ha scritto (L’Indipendente del 22 aprile 1994):
“Io purtroppo non parlo per sentito dire, ma per aver vissuto degli anni terribili, solo perché figlia di un militante della Rsi. Io (ormai anziana) ero soltanto una bambina quando mi sono vista portare via il padre e farlo sparire nel nulla. Avevo 12 anni e la sera del 12 maggio ’45 (guerra finita) suonarono alla porta tre individui giovanissimi, una fascia tricolore al braccio con la scritta “giustizia e libertà”; a spintoni portarono papà fuori dicendogli di seguirli al comando. Da allora è incominciato il dramma mio e di mia madre.
Mamma e io abbiamo fatto delle inutili ricerche tra umiliazioni, schiene girate e tante porte chiuse, clero compreso.
Nulla, non abbiamo mai saputo nulla.

Ecco perché a tanti anni di distanza non riesco, non posso, non devo, non voglio dimenticare e tanto meno perdonare (…). Vorrei anche aggiungere – come molte altre persone ricordano – che ho sempre presente la visione dei tanti opportunisti ed equilibristi che con una velocità impressionante hanno cambiato bandiera e colore di camicia saltando da perfetti circensi sul carrozzone dei vincitori.

Per concludere, da parte dei perbenisti sento dire che i figli non devono pagare le colpe dei padri. E io chi ero? La figlia di un mafioso? Di un criminale? Di un ladro? Niente di tutto questo. Mio padre non era né un gerarca, né un graduato: era un semplice soldato che credeva al suo ideale. Non è scappato l’8 settembre ’43 e non è scappato il 25 aprile. Era in casa quel 16 maggio 1945, perché si sentiva in pace con la sua coscienza”.
E qualcuno va a cercare i deparacidos argentini…!

Si ringrazia l’Architetto Filippo Giannini per l’invio ed il permesso alla pubblicazione di questo articolo.

tratto da: http://www.tuttostoria.net/approfondimenti.asp?id=479

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