LA GUERRA CIVILE – CHI LA VOLLE E PERCHE’

L’AZIONE DI ROTTURA DEL PCI
Come il Partito comunista agì freddamente non per la “liberazione” d’Italia ma per portare il Paese nella guerra civile e attraverso questa raggiungere posizioni egemoni. (Dall’opera STORIA DELLA GUERRA CIVILE IN ITALIA 1943-1945 di Giorgio Pisanò. Cap. VI. Eco Edizioni 1999)

di Giorgio Pisanò

Mussolini torna alla ribalta della scena politica annunciando un audace e rivoluzionario programma di riforme sociali che suscitano il diffuso interesse della classe lavoratrice – I “Diciotto punti di Verona” – L’azione di governo della RSI determina nel Paese un clima di attesa – L’ordine pubblico torna ovunque alla normalità – L’83 per cento dei giovani chiamati alle armi si presenta ai distretti – Per impedire che il nuovo Stato repubblicano fascista si consolidi definitivamente, il PCI crea i “Gruppi d’azione patriottica” (GAP) ai quali affida il compito di colpire a morte capi e gregari del.fascismo repubblicano, per determinare così le rappresaglie e creare le premesse della guerra civile – Lo spietato calcolo comunista ottiene il risultato voluto e il Paese precipita nel baratro della lotta. fratricida.Ai primi di ottobre del 1943, la situazione, in Italia, poteva dirsi notevolmente consolidata. Le divisioni angloamericane, esaurito lo slancio iniziale che le aveva portate allo sbarco di Salerno e al controllo della Calabria, delle Puglie, della Lucania e di parte della Campania, segnavano il passo validamente contenute dalle truppe germaniche. Nelle restanti regioni della Penisola, e specie da Roma in su, la fulminea occupazione tedesca, la liberazione di Mussolini e l’immediata costituzione del nuovo Stato fascista repubblicano, avevano condotto ad un rapido ristabilimento dell’ordine pubblico determinando, sia pure in un clima di stupefatta rassegnazione, una realtà non del tutto negativa ai fini di una ripresa fascista.
La tesi, oggi ufficialmente sostenuta, che il ritorno di Mussolini al potere sia stato subito osteggiato, con ogni mezzo, da tutti gli italiani rimasti dopo l’8 settembre sotto il controllo germanico, non è suffragata, infatti (e l’abbiamo ampiamente dimostrato nel 40 capitolo), da alcuna seria e attendibile documentazione. Una fredda e spassionata analisi degli avvenimenti che si verificarono in quei giorni nell’Italia centrosettentrionale, dimostra invece che la ricomparsa del capo del fascismo sulla scena politica suscitò, nella assoluta maggioranza della popolazione, uno stato d’animo d’attesa nel quale la diffidenza verso il nuovo fascismo e l’avversione contro il tedesco occupante si temperavano però in una certa fiducia per quello che avrebbe potuto fare, di positivo, l’ “uomo” Mussolini. L’analisi degli avvenimenti dimostra, inoltre, che questa fiducia andò gradatamente solidificandosi al punto che i comunisti, rendendosi conto del pericolo che tale fenomeno costituiva per lo sviluppo della loro azione, non esitarono, come documenteremo in questo capitolo, a scatenare la guerra civile.
Il fatto è che il nuovo Stato fascista con a capo Mussolini non poteva presentare, agli occhi della maggioranza degli italiani, le caratteristiche e il significato, indubbiamente negativi, attribuibili a tutti i governi “collaborazionisti” artificiosamente creati dai tedeschi nei Paesi (Olanda, Norvegia, .Croazia, Slovacchia ecc.) da loro occupati. Mussolini non poteva essere paragonato a Quisling (131): il suo ritorno al potere in Italia disturbava anzi moltissimo i piani dell’Alto comando germanico e dei capi nazisti che avrebbero voluto “punire” in maniera “esemplare” il nostro Paese. Mussolini, agli occhi degli italiani, non era un qualsiasi capo partito imposto al governo dall’invasore: era pur sempre l’uomo che aveva governato la Nazione per vent’anni dopo averla salvata dal pericolo bolscevico; l’uomo che era stato estromesso dal potere non in seguito ad una rivolta di popolo ma attraverso una congiura di palazzo; l’uomo, infine, che, godendo della stima e dell’amicizia incondizionate di Hitler poteva arginare e contenere, lui solo, la rappresaglia e la prepotenza tedesca in terra italiana.
Ma ben altri elementi giocavano a favore di un ritorno di Mussolini. Prima di tutto il fallimento totale dell’azione condotta dalla Monarchia e da Badoglio dopo il colpo di Stato del 25 luglio. Gli italiani, infatti, non potevano certo dimenticare che tutte le speranze di una rapida conclusione del conflitto suscitate dal crollo del regime fascista, erano state distrutte, annullate, dalla insipienza e dalla incoscienza di coloro che avevano sostituito Mussolini al governo ottenendo il tragico risultato di trasformare il Paese in un campo di battaglia per eserciti stranieri.
Altro elemento favorevole era costituito dal fatto che, riparando al Sud sotto la protezione degli angloamericani, il governo del Re, pur rappresentando, da un punto di vista meramente giuridico, la continuità legale dello Stato, aveva perso ogni effettiva autorità su almeno quattro quinti del territorio nazionale.
Un ultimo elemento positivo derivava infine dalla impossibilità in cui si trovavano in quei giorni i partiti antifascisti di rappresentare, di fronte agli italiani, il Paese “legale” in opposizione al nuovo regime fascista. Bisogna -ricordare, infatti (vedere cap. 1°, pag. 7-20), che alla data del 25 luglio 1943 le organizzazioni antifasciste (PCI compreso) contavano complessivamente nel Paese poco più di duemila iscritti “attivi”, e che la breve durata del periodo badogliano non aveva permesso loro di potenziarsi nè di riassumere le funzioni previste dallo Statuto. In queste condizioni i partiti antifascisti non avevano alcuna possibilità di influire in maniera determinante sull’opinione pubblica, nè, tanto meno, di costituire una forza legale capace di imporre la propria volontà ai cittadini. L’unica eccezione, in questo senso, era costituita dal PCI che, grazie alla sua piccola, ma già collaudata e robusta organizzazione, poteva diventare, tra le masse operaie, il vessillifero di un nuovo tipo di sovranità: quella proletaria.
Alla sensibilità politica di Mussolini non sfuggirono naturalmente tutte possibilità insite nella esplosiva e drammatica realtà del momento: e queste possibilità influenzarono in maniera decisiva le scelte del capo del fascismo. Pienamente cosciente di quanto gli avvenimenti avessero scosso il suo prestigio; intimamente convinto, tra l’altro, che la vittoria (salvo soluzioni miracolistiche nelle quali credeva molto poco) fosse già sfuggita dalle mani delle potenze dell’Asse, Mussolini intuì in maniera chiarissima quale fosse il ruolo che il destino gli permetteva ancora di giocare sulla ribalta della storia. Egli comprese cioè che il suo ritorno puro e semplice al governo di un’Italia ridotta in brandelli e ormai sottoposta al controllo tedesco, avrebbe contribuito ad affossarlo definitivamente nel ricordo e nella considerazione che ancora potevano avere di lui gli italiani, anche se, dal punto di vista contingente, la sua funzione di “argine” al dilagare della brutale invadenza tedesca in Italia si rivelava insostituibile; comprese inoltre che la proclamazione di una repubblica fascista, dopo l’autoeliminazione della Monarchia, non sarebbe stata sufficiente a conferire una validità storica al suo ritorno sulla scena politica; comprese infine che questa validità avrebbe trovato la sua consacrazione solo se egli fosse riuscito a riportare il movimento fascista alle origini e a fare, del nuovo Stato repubblicano, lo strumento capace di realizzare quelle riforme socialmente rivoluzionarie che venti anni di compromessi con la Monarchia e con la classe dirigente liberalcapitalista italiana gli avevano costantemente impedito di attuare. Questa esigenza spiega la vera ragione per cui Mussolini volle definire e denominare “sociale” la nuova repubblica, e non “fascista”, come invece pretendevano gli estremisti imbevuti di romanticismo. Quel “sociale” stava a significare che egli intendeva creare un nuovo Stato, ben diverso da quello tradizionale a struttura capitalistica, ma anche tale da superare, proprio in virtù di una moderna concezione della vita e dei rapporti nella sfera economica e sociale, le soluzioni offerte dalla dottrina marxista-leninista.
Il necessario avere ben presente questo indirizzo decisamente impresso da Mussolini alla sua nuova azione di governo, se si vuole comprendere fino in fondo ciò che accadde nel territorio della Repubblica sociale tra l’ottobre e il dicembre del 1943 e afferrare i motivi più riposti che spinsero il PCI a lanciare all’attacco le sue squadre terroristiche per scatenare la guerra civile.
La politica sociale attuata dal capo del fascismo dopo l’8 settembre non costituì infatti un bluff giocato ai danni delle classi lavoratrici; non rappresentò un espediente propagandistico escogitato per “tenere buoni” gli operai. Questa tesi, ancora oggi aspramente sostenuta da tutto lo schieramento antifascista e, per quanto possa sembrare assurdo, anche da taluni fascisti repubblicani che, evidentemente, non afferrarono bene, nè allora nè dopo, il motivo fondamentale dell’azione di governo mussoliniana durante la RSI, è smentita in maniera drastica dagli avvenimenti che si verificarono nell’inverno del 1943. Se così infatti fosse stato, se cioè la ” socializzazione ” (132) avesse costituito un semplice espediente propagandistico, non si sarebbe sviluppata (come documenteremo nel 23° capitolo, dedicato ai rapporti tra RSI e industriali) la vasta opera di intimidazione e di pressione condotta dalla classe imprenditoriale italiana, anche e soprattutto per mezzo delle autorità tedesche, allo scopo di impedire a Mussolini la promulgazione delle leggi relative; soprattutto, ripetiamo, non si sarebbe scatenata la spietata azione del PCI tendente a gettare il Paese nel caos e sabotare così i piani di Mussolini. La verità è che la “socializzazione” non rappresentò solo la sintesi del pensiero mussoliniano in materia di riforme, ma costituì anche, per quanto riguarda il momento politico contingente, il più temibile siluro che il capo del fascismo poteva lanciare contro il PCI.
Il necessario tenere presente, infatti, che il PCI, già durante i 45 giorni di Badoglio, aveva adottato la politica del “fronte nazionale” allo scopo di mascherare, attraverso uno pseudo allineamento con le posizioni “democratiche” e conservatrici degli altri partiti antifascisti, le proprie, autentiche finalità sovversive e conquistare così gradatamente le posizioni chiave cui ambiva. Tale politica, però, data la necessità di non sollevare eccessivi sospetti negli strati più reazionari del capitalismo italiano, cui garbava moltissimo quel comunismo così “addomesticato”, costringeva il PCI a comprimere al massimo la sua tradizionale azione anticapitalista tra le masse operaie.
Mussolini, che per la sua esperienza di antico marxista conosceva a fondo le esigenze di lotta del PCI, si rese conto immediatamente che i comunisti, una volta imboccata la politica del “fronte nazionale”, diventavano molto vulnerabili: se egli infatti fosse riuscito a realizzare un programma sociale di ampio rinnovamento, il Partito comunista, costretto da quel tipo di politica a restare allineato con i ceti capitalistici nella difesa del più vieto conservatorismo, non sarebbe riuscito a penetrare vittoriosamente tra le masse popolari, e le possibilità di presa del nuovo fascismo sulla classe lavoratrice si sarebbero così moltiplicate con conseguenze veramente imprevedibili. In altre parole: la ” socializzazione ” avrebbe permesso al capo del fascismo non solo di attuare compiutamente i suoi piani di riforma, ma anche di neutralizzare, nello stesso tempo, il pericolo marxista, “scavalcando a sinistra” il PCI. E, una volta neutralizzato il PCI, il problema dell’ordine interno e del consolidamento definitivo della Repubblica sociale sarebbe stato praticamente risolto, offrendo inoltre a Mussolini la possibilità di trattare con i tedeschi su un piede di sempre maggiore parità: gli altri partiti dello schieramento antifascista, anche se messi tutti insieme, non costituivano infatti, considerata l’esiguità delle loro forze e la quasi totale mancanza di presa sull’opinione pubblica, una preoccupazione eccessiva.
Ma i comunisti avrebbero subìto passivamente l’iniziativa mussoliniana? Quali armi avrebbero sfoderato per impedire al nuovo fascismo di conquistare la simpatia, o perlomeno, la benevola neutralità delle masse operaie? Non era facile, in quei primi giorni dell’ottobre 1943, dare una risposta a domande del genere e Mussolini, che avvertiva da mille chiari sintomi come il tempo non lavorasse a suo favore, passò all’immediata realizzazione dei suoi piani. Alla nomina dei ministri e dei sottosegretari (vedere cap. 50, pag. 98), seguirono subito le nomine dei “capi provincia”, mentre il Maresciallo Graziani, coadiuvato dal nuovo capo di Stato maggiore dell’esercito, generale Gastone Gambara, si dedicava alacremente alla ricostituzione delle forze armate.
Nello stesso tempo, Mussolini sferrò un primo attacco contro gli esponenti del grande capitalismo italiano da lui considerati tra i maggiori responsabili del sabotaggio alla guerra e tra i principali fautori della resa incondizionata agli angloamericani. Queste misure, che il segretario del PFR, Alessandro Pavolini, definì di “profilassi sociale”, portarono a numerose denuncie e all’arresto di grossi nomi dell’industria. Tra i più colpiti furono il conte Giovanni Armenise, ex presidente della Banca dell’agricoltura; il conte Gaetano Marzotto di Valdagno (133); i fratelli Perrone proprietari del Messaggero di Roma e del Secolo XIV di Genova; il senatore Vittorio Cini (134); il conte Giuseppe Volpi di Misurata (135) e l’armatore Achille Lauro (136). Quest’ultimo venne persino accusato dalla stampa fascista di essersi impadronito, durante la guerra italo-etiopica, di una flotta di 50 piroscafi.
Sempre in quei giorni, gli organismi sindacali fascisti organizzarono un forte movimento per la costituzione delle Commissioni interne in tutte le aziende di media e grande importanza. Agli operai venne riconosciuto il diritto di nominare direttamente, con regolari votazioni, i propri rappresentanti, con la libertà di sceglierli anche tra coloro che non avessero aderito al Partito fascista repubblicano. L’iniziativa suscitò il diffuso interesse delle masse operaie: chiamate a votare, le maestranze di alcuni grandi complessi (la Caproni di Milano e la ILVA di Novi Ligure, per esempio) parteciparono in massa alle elezioni. Risultarono così designati, quali componenti delle Commissioni interne, anche elementi notoriamente antifascisti.
Il profondo significato politico di queste disposizioni non sfuggì all’opinione pubblica e scatenò violente discussioni in seno al fascismo repubblicano. Era chiaro, infatti, che l’introduzione nelle aziende della libera scelta elettorale (sia pure limitata al campo sindacale) non poteva restare fine a sè stessa: il principio, che sovvertiva e annullava il sistema gerarchico della “imposizione dall’alto” sul quale si erano retti durante l’intero Ventennio la struttura e l’organizzazione del regime e del partito, avrebbe finito prima o poi con l’essere inevitabilmente applicato anche a tutti gli altri settori della vita pubblica. Ma sequesta prospettiva incontrò il favore del cittadino medio, non trovò invece consenziente una vasta aliquota del PFR. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che gli iscritti al nuovo partito non costituivano una categoria omogenea, politicamente inquadrata in una visione unitaria della società e delle soluzioni da dare ai grandi problemi sociali e politici del momento. Il fascismo repubblicano fu, essenzialmente, un fenomeno di ribellione a quanto era accaduto l’8 settembre. Il PFR rappresentò soprattutto, per coloro che vi aderirono, la disperata barricata sulla quale bisognava difendere fino alla morte ” l’onore della bandiera calpestata dal tradimento di Badoglio “; l’ultima trincea nella quale battersi per “rivendicare agli occhi del mondo la dignità del nostro popolo e di ogni singolo italiano” e “difendere la civiltà occidentale e cristiana dall’assalto del Bolscevismo”: questo spiega anche il motivo per cui, dopo l’8 settembre, diventarono fascisti anche molti che fascisti non erano mai stati.
Ma se questo era il cemento che univa tutti i fascisti repubblicani, è necessario anche precisare che sul piano ideologico e dottrinario la confusione, nelle file del PFR, era davvero notevole. La maggioranza dei fascisti, infatti, non era disposta ad accettare o ad intavolare alcuna discussione; questi uomini sostenevano che non vi era tempo per le chiacchiere, che bisognava punire i traditori, combattere l’invasore, dimostrare che gli italiani non erano un branco di vigliacchi capaci solo di pugnalare alle spalle i loro alleati. Alle discussioni, alle riforme, ci si sarebbe pensato poi, a guerra finita e se si fosse vinto.
Gli altri, coloro cioè che consideravano il fascismo soprattutto come un movimento ideologico in piena, positiva evoluzione nonostante la grandissima crisi che l’aveva scosso nel luglio precedente, e intendevano quindi approfondire tutti gli aspetti di questa crisi e di questa evoluzione, erano, a loro volta, suddivisi in correnti più o meno consistenti. Alla unanimità nel considerare irrevocabilmente finito col 25 luglio il fascismo del Ventennio (quello del grande partito unico, della gerarchia delle divise d’orbace, e così via), non corrispondeva infatti altrettanta unanimità per quanto concerneva l’organizzazione del nuovo partito e la funzione che questo avrebbe dovuto svolgere nell’ambito dello Stato repubblicano e sociale. Partito unico o no? Il dilemma, in fondo, era tutto lì: con il partito unico si sarebbe tornati, inevitabilmente, agli errori, alle sfasature, alle incongruenze che avevano determinato, la notte del 25 luglio, il crollo, senz’altro inglorioso, del PNF. Ma la pluralità dei partiti avrebbe portato nuove forze alla ribalta e tolto ai fascisti la possibilità di tenere sotto il loro completo controllo l’apparato dello Stato. Pochi, molto pochi, si schierarono su una posizione di totale superamento, sostenendo che nel nuovo Stato repubblicano e sociale delineato da Mussolini la circolazione delle idee e il continuo ricambio della classe dirigente, sarebbero stati garantiti dai nuovi organismi, espressi direttamente dalle categorie produttrici, con il risultato di svuotare così di ogni funzione i partiti, tutti i partiti, compreso quello fascista.
La decisione di ammettere la costituzione e il funzionamento di Commissioni interne liberamente elette arroventò la polemica trasformandola spesso in un fatto di generazione: i vecchi fascisti, strenui difensori del regime del Ventennio, contro i giovani, decisamente schierati su posizioni nuove. Di questa polemica, che scavò un solco tra moderati e intransigenti, e che si dilatò comprendendo, ovviamente, tutti i motivi possibili e immaginabili di discussione esistenti sul tappeto in quel momento così drammatico, resta amplissima traccia nelle pubblicazioni fasciste del tempo.

I 18 PUNTI DI VERONA
Ma fu una polemica che se non risolse i problemi (molti dei quali praticamente irrisolvibili) del fascismo repubblicano, giovò indubbiamente all’azione di governo di Mussolini: l’opinione pubblica, infatti, avvertì, sia pure inconsciamente e, ripetiamo, in un’atmosfera sempre viva di diffidenza, che qualche cosa di nuovo e di valido si stava manifestando nel nuovo fascismo. Questa sensazione crebbe d’intensità quando venne divulgato il testo dei “Diciotto punti di Verona” e furono annunciate importanti provvidenze a favore delle categorie lavoratrici.
I “Diciotto Punti di Verona”, che costituiscono l’ossatura delle riforme mussoliniane e che i fascisti repubblicani superstiti considerano oggi il testamento politico del capo del fascismo (137) vennero approvati nel corso del primo congresso del PFR che si tenne a Verona il 14 novembre 1943. Approvati, occorre specificarlo, senza discussione di sorta da un’assemblea che rifletteva drammaticamente l’esasperazione, le contraddizioni, l’intransigenza del fascismo repubblicano, e nel corso della quale alcuni delegati giunsero a invocare, tra l’altro, l’abolizione della proprietà privata; l’immediata fucilazione dei diciannove componenti del Gran Consiglio del Fascismo, e in particolar modo di Galeazzo Ciano, responsabili primi del , colpo di Stato del 25 luglio; la fucilazione altrettanto immediata di tutti quegli ex gerarchi di notorietà nazionale che dopo l’8 settembre si erano ben guardati dall’aderire al Partito fascista repubblicano; l’allontanamento dal servizio attivo di tutti gli ufficiali da tenente colonnello in su, e la nomina a comandanti di reggimento di ufficiali inferiori, provenienti da reparti di prima linea, e di sicurissima fede fascista e repubblicana.
Del clima ribollente (mentre si discuteva giunse la notizia, come vedremo, che il federale di Ferrara era stato trovato assassinato) e della scarsa sensibilità politica dimostrata da buona parte dei delegati, l’opinione pubblica non venne però edotta e i “I Diciotto punti”, divulgati con ogni mezzo quale espressione della volontà del nuovo fascismo repubblicano, suscitarono non poca perplessità e numerosi interrogativi. Molti incominciarono a pensare che, in fin dei conti, la guerra non era ancora finita, che Mussolini aveva ancora qualche possibilità di restare al potere e che, se ciò fosse accaduto, quei “Diciotto punti” contenevano qualche cosa di più di una vaga promessa. Contenevano delle soluzioni nettamente e squisitamente rivoluzionarie, dove le esigenze del singolo e della collettività trovavano il loro punto di incontro e di fusione nel pieno rispetto della libertà e della dignità umana.
Subito dopo il congresso di Verona vennero anche annunciati i provvedimenti a favore delle categorie lavoratrici: aumento di tutti i salari in una misura non inferiore al 30 per cento; aumento della razione base di pane per gli operai e per i ragazzi fino ai 18 anni da 200 a 275 grammi giornalieri; distribuzioni straordinarie a favore dei lavoratori di patate, olio, sale, sigarette, vino, legna da ardere, scarpe e abiti da fatica; aumento della gratifica natalizia, fino a quel momento conteggiata in 48 ore di paga, a 192 ore (138). I poteri delle Commissioni interne, infine, vennero allargati e rafforzati. Alle tradizionali funzioni di tutela degli interessi delle maestranze e di vigilanza sull’applicazione dei contratti di lavoro, si aggiunsero compiti di polizia annonaria e di controllo dei prezzi.
Questi provvedimenti, sia chiaro, non attenuarono di molto i disagi e le sofferenze della classe lavoratrice, dato che lo stato di guerra e la politica di requisizioni condotta dai tedeschi a danno dell’economia nazionale non potevano permettere un rapido miglioramento delle condizioni di vita degli operai: essi, tuttavia, ebbero il potere di accentuare gradatamente, durante i mesi di ottobre e di novembre, quel senso di interesse che le iniziative politiche e sociali di Mussolini avevano suscitato fin dal primo momento. Se a ciò si aggiunge il fatto che, in quelle prime settimane di vita del nuovo Stato repubblicano, i partiti antifascisti restarono praticamente assenti e le autorità fasciste riuscirono sempre più a sganciarsi dalla pesante tutela germanica (il 25 ottobre, tra l’altro, il governo del Reich ordinò il ritiro dei “marchi di occupazione” posti in circolazione in Italia un mese prima), si può facilmente convenire che, in quei giorni, le possibilità di un ampio consolidamento della RSI aumentarono notevolmente.
In quella atmosfera insperatamente favorevole, Mussolini giocò un’altra grande carta: il richiamo alle armi delle classi 1923-’24 e ’25. Si è molto discusso su questa decisione di Mussolini e si sostiene che, in pratica, il richiamo delle tre classi si trasformò in una formidabile arma nelle mani degli antifascisti che convinsero i giovani alla diserzione e li inquadrarono nelle brigate partigiane. Anche nelle file del fascismo repubblicano, in realtà, il provvedimento non venne accolto con eccessivo entusiasmo: gli intransigenti, vale a dire la maggioranza dei fascisti, insorsero affermando di non volere dei richiamati tra i piedi e chiesero che l’esercito fosse un esercito di partito, composto cioè solo di volontari: «Chi non sente la necessità morale e spirituale di impugnare le armi in difesa della Patria tradita, se ne stia a casa», fu scritto su quasi tutti i giornali fascisti «poi faremo i conti».
Mussolini, però, fu irremovibile e, sotto il profilo squisitamente politico, è difficile dargli torto. Egli sapeva benissimo che la relativa autonomia di cui godeva il suo governo nei confronti degli alleati-occupanti germanici non derivava tanto dalla forza specifica sottoposta al suo comando, quanto dall’amicizia e dalla stima che Hitler gli aveva conservate. E sapeva che per fare veramente della sua Repubblica sociale un soggetto attivo di storia, in grado di svolgere una propria funzione nel quadro dell’immane tragedia che sconvolgeva la Europa, era assolutamente necessario costruire (anche e soprattutto contro gli interessi egoistici dei tedeschi, interessati a mantenere l’Italia da loro occupata in una situazione di assoluta dipendenza) un esercito efficiente e perfettamente disciplinato.
L’attuazione di un simile obiettivo, inoltre, voleva dire, da un punto di vista più generale, che la RSI acquistava in tutto e per tutto il carattere di uno Stato sovrano accettato, come tale, dalla stragrande maggioranza del popolo italiano, classe lavoratrice inclusa.
Una conferma dell’eccezionale significato che Mussolini attribuiva al richiamo delle classi si può trovare nella lettera che egli inviò il 1° novembre a Hitler, tramite il generale delle SS Wolff. In questa lettera si legge infatti: «Tra pochi giorni dovranno presentarsi alle caserme i giovani di leva. Se si presenteranno al completo, questo sarà il segno decisivo che la crisi è superata…». Per invogliare i giovani a rispondere compatti al bando di chiamata, ma anche per confermare che un nuovo costume si stava affermando con la Repubblica sociale, il governo stabili che il trattamento economico sia degli ufficiali che dei soldati fosse parificato a quello in vigore nelle forze armate tedesche. Stabilì inoltre che il rancio fosse unico sia per gli ufficiali che per i soldati e unico il tipo di stoffa con cui confezionare le divise. Vennero aperti inoltre dei locali, riservati esclusivamente alle forze armate, nei quali ufficiali e soldati, pur rispettando le formalità imposte dalla disciplina, sedevano agli stessi tavoli: Da notare che, contemporaneamente al richiamo delle classi, venne diramato l’ordine a tutti i militari in servizio alla data dell’8 settembre, di presentarsi ai rispettivi distretti entro il 25 novembre per regolarizzare la propria posizione ed essere posti in congedo illimitato.
La risposta data dai giovani di leva e dai militari delle classi anziane ai provvedimenti emanati dal governo della RSI superò ogni ottimistica previsione. La quasi totalità degli sbandati si presentò ai distretti e l’afflusso dei giovani richiamati fu massiccio quasi ovunque. Nonostante lo sforzo compiuto dalla propaganda antifascista per spingere i giovani alla diserzione, alla data del 30 novembre, ultimo giorno utile per presentarsi ai depositi, l’83 per cento dei richiamati aveva risposto all’appello. Lo conferma autorevolmente lo storico inglese antifascista F. W. Deakin (vedere cap. 50, pag. 94), nel suo libro “I seicento giorni di Salò” (Ed. Einaudi, 1963) là dove scrive: «I giovani risposero quasi al completo in Emilia, la regione tradizionale del socialismo “rosso”. Si trattava forse di una reazione contro il passato del fascismo? Graziani ne era convinto. Altrove la percentuale dei giovani che si presentarono variava da luogo a luogo, ma la risposta fu generalmente promettente».
Alla fine di novembre del 1943, quindi, il nuovo Stato repubblicano creato da Mussolini sulle ceneri della capitolazione sembrava destinato a consolidarsi ulteriormente e definitivamente: tutti i settori dell’amministrazione statale avevano ripreso a funzionare; il rialzo dei prezzi era stato contenuto e l’inflazione evitata; le masse operaie accettavano con crescente interesse le riforme sociali; la tranquillità e l’ordine regnavano quasi ovunque; i giovani rispondevano ai bandi di leva. Fu quello invece il momento in cui la RS1 raggiunse il culmine del suo sviluppo politico e organizzativo; il momento cioè in cui l’azione di rottura, promossa del Partito comunista durante il mese di ottobre, riusci a porre le premesse per lo scatenamento di quella guerra civile che doveva sommergere il nostro Paese in una catena infinita di lutti e di vendette, bloccando così la realizzazione del piano di riforme ideato da Mussolini.

I GAP ENTRANO IN AZIONE
E’ necessario, a questo punto, tornare indietro di alcune settimane e, più precisamente, al 10 settembre. Quel giorno, infatti (vedere cap. 40, pag. 66), di fronte al fallimento di tutti i piani studiati con il generale Carboni nella previsione di difendere Roma dall’occupazione tedesca, la direzione del PCI si divise in due gruppi: il primo, capeggiato da Mauro Scoccimarro restò a Roma per attendervi gli angloamericani; il secondo, guidato da Luigi Longo e Pietro Secchia, partì per Milano allo scopo di organizzare al Nord la lotta clandestina contro i tedeschi e i fascisti. A Milano, Longo e Secchia costituirono subito con Antonio Roasio, Umberto Massola e Girolamo Li Causi (139) la direzione del PCI per l’Alta Italia e si prepararono a passare all’azione.
Ma gli eventi non ebbero lo sviluppo inizialmente sperato dai capi del PCI. La liberazione di Mussolini, infatti, la successiva costituzione del nuovo Stato repubblicano e, soprattutto, le riforme sociali annunciate dal capo del fascismo, crearono ben presto una situazione tutt’altro che favorevole all’antifascismo. La versione oggi ufficialmente offerta, secondo la quale dopo l’8 settembre il PCI e gli altri partiti antifascisti si posero immediatamente alla testa di un grande movimento di popolo rendendo impossibile la vita all’occupante tedesco e alla minoranza di “avventurieri repubblichini” che lo serviva, è destituita di qualsiasi fondamento. La verità è ben diversa: subito dopo l’8 settembre i partiti antifascisti sparirono dalla circolazione, mentre le esigue bande di partigiani che da questi partiti si ritenevano politicamente dipendenti non davano alcun apprezzabile segno di vita. C’è di più: in molte occasioni, accettando l’offerta di pacificazione lanciata dai più moderati tra i capi fascisti, gli esponenti antifascisti (fatta eccezione comunque per quelli del PCI) strinsero patti locali di non aggressione allo scopo di evitare lo scatenarsi della guerra civile. Tutto questo sarà ampiamente documentato nei capitoli successivi dedicati al periodo ottobre 1943 marzo 1944 in ogni singola regione.
I comunisti, che costituivano l’ala politicamente più estremista, ma anche meglio organizzata di tutto lo schieramento antifascista, avvertirono e valutarono esattamente i pericoli insiti nella atmosfera di tranquillità che andava consolidandosi in tutto il territorio rimasto sotto il controllo fascista e tedesco. Essi avvertirono soprattutto che, perdurando quel clima di tranquillità, Mussolini sarebbe riuscito ad attuare il suo piano di riforme sociali e a neutralizzare così in partenza la loro azione. Conoscevano troppo bene l’uomo: molti di loro gli erano stati compagni nelle file del Partito socialista fino alla vigilia della prima guerra mondiale e sapevano per esperienza che razza di lottatore fosse. Poi l’avevano avuto contro, nemico acerrimo, per quasi trent’anni. Ed egli li aveva battuti sempre, li aveva sempre messi in fuga. La bandiera dell’anticomunismo, da lui levata per primo, era sventolata vittoriosamente in tutta Europa. Sapevano molto bene quindi che Mussolini, nonostante il 25 luglio e l’8 settembre, sarebbe stato ancora capace di rimontare la corrente e di riconquistare la simpatia e la fiducia degli italiani. Dovevano impedirglielo. Ad ogni costo.
L’impresa si rivelò subito molto difficile. Fin dai primi di ottobre i capi del PCI si accorsero infatti che le masse operaie, vale a dire il materiale umano che avrebbero dovuto utilizzare per la lotta, non rispondevano più alle loro sollecitazioni e ai loro appelli. La verità è che nei giorni successivi alla costituzione della nuova repubblica fascista, l’apparato comunista aveva subìto una profonda crisi interna.
Ne dà testimonianza il seguente brano tratto dal giornale comunista di Torino Il Grido di Spartaco (no di ottobre 1943): «Come sempre, quando bruschi cambiamenti di situazione impongono movimenti di ritirata, negli eserciti combattenti avvengono sbandamenti e diserzioni. innegabile che i partiti politici italiani abbiano subito il contraccolpo dell’occupazione tedesca. E’ naturale che il partito della classe operaia (il PCI: n.dr.) abbia resistito meglio di tutti alla bufera. Vi sono ragioni sociali, e cioè la fermezza e il carattere della classe operaia, e vi sono ragioni storiche e politiche. Il nostro partito sorto nella guerra civile e allenatosi nella lunga e cruda lotta illegale contro il fascismo è meglio temprato e attrezzato nei mezzi e nello spirito a resistere e a reagire… Tuttavia si sono registrati alcuni casi di sbandamento e di panico. I chiacchieroni incorreggibili… devono essere allontanati dalle nostre file senza remissione. Altrettanto devesi procedere verso i pavidi, gli imbelli e i deboli che non mostrano sufficiente energia rivoluzionaria».
Quando poi la politica sociale della nuova repubblica si delineò con maggior chiarezza e si giunse alle elezioni democratiche per le Commissioni interne, i capi comunisti dovettero convenire con molta preoccupazione che i lavoratori mostravano, da chiari sintomi, di accettare senza eccessive discussioni la sovranità e la legalità del nuovo Stato. Di questa preoccupazione vi è traccia evidente nell’appello che la direzione del PCI rivolse agli operai negli ultimi giorni di ottobre e che venne pubblicato anche sull’Unità (edizione clandestina per l’Alta Italia, novembre 1943). Vi si legge infatti: «Operai! Non prestate nessuna fede alle promesse del sedicente governo fascista e dei suoi fiduciari, commissari e podestà. Questo governo è sorto sulle baionette dell’occupante e non ha altro compito che di fornire al nazismo nuova carne da cannone e le vostre ultime riserve. Contate solo sulle vostre forze e sulla vostra azione di massa. Boicottate e scacciate dalle fabbriche le spie e gli uomini di fiducia del fascismo. Organizzatevi sotto la direzione dei comitati sindacali di fabbrica che hanno l’appoggio di tutti i partiti antifascisti. Costituite i reparti della difesa operaia di fabbrica e della Guardia nazionale contro i fascisti e contro i tedeschi. Preparate i grandi scioperi politici di massa per la libertà e l’indipendenza nazionale!».
I capi comunisti però, non si facevano soverchie illusioni sull’efficacia di una propaganda puramente verbale. Ci voleva ben altro. Occorreva provocare la rottura tra il nuovo governo repubblicano e gli italiani. Era necessario esasperare fascisti e tedeschi per farli scatenare in rappresaglie sanguinose: solo determinando una situazione del genere, solo mettendo in moto la spirale della vendetta e precipitando il Paese nella guerra civile sarebbe stato possibile bloccare sul nascere la nuova politica sociale voluta da Mussolini e mettere in discussione, agli occhi degli italiani, la sovranità e la legalità dello Stato repubblicano.
A metà ottobre, i dirigenti del PCI erano già al lavoro per organizzare questa azione di rottura. Creare le premesse per la guerra civile significava infatti, prima di tutto, potere disporre degli uomini necessari e addestrati per un’impresa del genere. La fase organizzativa iniziale non presentò eccessive difficoltà. Il PCI contava infatti nelle sue file una cinquantina di ex miliziani delle brigate internazionali di Spagna, autentici maestri nella tecnica del terrorismo e della guerriglia. Questi ex miliziani, in parte liberati dalle carceri o dal confino durante i 45 giorni di Badoglio e in parte giunti dopo l’8 settembre dalla Francia dove avevano partecipato all’attività dei francstireurspartisans (FTP: vedere anche cap. l°, pag. 12) costituirono il primo nucleo da cui presero poi vita le squadre terroristiche del PCI, i cosiddetti GAP (Gruppi d’azione patriottica).
Il comando centrale dei reparti armati di partito, che in seguito assumerà la qualifica ufficiale di “Comando generale dei distaccamenti e delle brigate d’assalto Garibaldi”, venne stabilito a Milano e affidato a due noti esponenti delle brigate internazionali: Longo e Roasio, affiancati da Giuliano Pajetta (140) e Francesco Scotti. Il piano era semplice e spietato: colpire a morte fascisti e tedeschi. Ma colpire in base a calcoli precisi, con lo scopo fondamentale di scatenare la rappresaglia su degli ostaggi innocenti.
Ed ecco, per la prima volta, tutti i nomi di coloro che si assunsero il compito, nell’ottobre del 1943, di scatenare freddamente e spietatamente la lotta fratricida in Italia. Per la Lombardia venne designato Ilio Barontini, cui furono affiancati Egisto Rubini (141) e Cesare Roda. In Piemonte furono inviati Francesco Leone (142), Piero Pajetta e Giovanni Pesce (143); in Liguria, Carlo Farini (144); in Toscana, Vittorio Bardini, Dino Saccenti (145) e Alessandro Sinigaglia (146); in Emilia, Alessandro Bianconcini (147), Giuseppe Alberganti e Mario Ricci (148); nelle Marche, Alessandro Vaia (149); nell’Umbria, Armando Fedeli (150); e nel Veneto, Aldo Lampredi (1 5 1), il futuro ” giustiziere ” di Mussolini.
Il primo compito di questi ex milizianì fu la costituzione, sul modello dei FTP francesi, di piccoli gruppi armati in grado di attaccare, nelle grandi città, i militari italiani e tedeschi e gli esponenti fascisti. Per svolgere un simile tipo di guerriglia erano necessari, però, uomini che presentassero determinate caratteristiche psicologiche e somatiche: erano esclusi, per esempio, i biondi e i rossi di capelli, troppo facilmente riconoscibili da parte di testimoni oculari. La ricerca degli elementi adatti non fu però molto lunga e, nonostante le difficoltà iniziali, verso la fine di ottobre le squadre terroristiche erano già pronte ad entrare in azione a Torino, Milano, Roma, Bologna, Firenze e Genova.
Una interessante testimonianza sulle difficoltà che incontrò il PCI nella formazione dei primi GAP, ci viene da Arturo Colombi, allora rappresentante della direzione del partito in Piemonte. Ecco quanto scrive il Colombi: «Noi sapevamo che i tedeschi erano crudeli e che le rappresaglie sarebbero state terribili: pure demmo deliberatamente l’ordine di attaccarli e di colpirli. Ma attaccare i tedeschi era presto detto: il difficile era trovare gli uomini che avessero l’audacia di farlo. La cosa è comprensibile: è molto più facile, ci si sente molto più sicuri quando si combatte in formazione, aggrappati alle asperità del terreno di montagna; quando si ha (o si crede di avere) una via di ritirata; quando si è circondati da una popolazione che si conosce e dalla quale si è sostenuti, che non combattere a Porta Nuova, da solo o con due o tre compagni in un campo dominato dal nemico, fidando solo in una calibro 9 o nella bicicletta. Ma vi era un’altra difficoltà di carattere psicologico molto più difficile da superare. Molti compagni, che poi divennero ottimi partigiani, rifiutavano all’ultimo momento di entrare in azione come gappisti dicendo che ripugnava loro sparare all’improvviso su un tedesco o su di un fascista».
Ogni GAP era composto di tre-quattro uomini, il cui comandante era collegato alla direzione del PCI della città. Isolati in una clandestinità assoluta, i gappisti non avevano il minimo contatto con nessun altro militante del partito. Il GAP fruiva di un servizio d’informazioni attento e ramificato, aveva i suoi depositi di armi e una “artificeria” dove un gruppo esiguo di specialisti, a loro volta collegati attraverso una sola staffetta, preparava gli ordigni che servivano per gli attentati contro i comandi tedeschi e le sedi fasciste. La tattica dei gappisti si basava sulla velocità: attacco fulmineo e ritirata immediata, sorpresa e dileguamento.
Ed ecco, per la prima volta dopo ventidue anni, tutta la storia sanguinosa e martellante dell'”azione di rottura” scatenata dal PCI per precipitare gli italiani nel baratro della guerra civile. Si tratta di una pagina terribile, rimasta finora quasi completamente sconosciuta, e che comprende una spietata serie di uccisioni che ora rievocheremo sinteticamente nei suoi episodi salienti, precisando che questi episodi saranno illustrati con maggiore ampiezza di particolari nei capitoli dedicati alle origini della guerra civile nelle singole regioni.
Il primo GAP ad entrare in azione fu quello di Torino, composto da Ateo Garemi, Dario Cagno e Primo Guasco. Garemi aveva 22 anni e proveniva dalla Francia dove aveva lavorato come tagliaboschi. Nel 1940 aveva aderito al Partito comunista francese e due anni dopo, al comando di Ilio Barontini, era diventato uno dei più attivi FTP della regione marsigliese. Rientrato in Italia per ordine del PCI il 22 settembre 1943, aveva assunto il comando del GAP torinese. Cagno invece era un giovane di sentimenti anarchici.
La prima eliminazione decisa dai gappisti torinesi fu quella del seniore della Milizia Domenico Giardina. L’azione viene fissata per il mattino del 24 ottobre. Esecutori lo stesso Garemi e Cagno. Alle 8,30 del giorno fissato, i due gappisti attesero l’ufficiale fascista nei pressi della sua abitazione, posta in una traversale di corso Vittorio: allorchè Giardina imboccò via Carlo Alberto diretto al comando della Legione, Garemi e Cagno gli scaricarono addosso le loro rivoltelle. Mentre Giardina cadeva a terra colpito mortalmente, i due gappisti si diedero alla fuga.
Il colpo era riuscito, ma la polizia si scatenò immediatamente sulle tracce dei “giustizieri”. Non passarono 48 ore e i due gappisti vennero catturati. Due mesi dopo, il 23 dicembre, Garemi e Cagno furono passati per le armi (152).
Il colpo, per il PCI, fu molto duro. Ma a risollevare il morale dei capi comunisti, giunse la notizia che a Brescia, la sera del 31 ottobre, i gappisti avevano lanciato un ordigno esplosivo contro la caserma della Milizia, in via Spalto San Marco, causando la morte del milite Andrea Landredi e del direttore delle carceri locali, dottor Ciro Miraglia.
Questa volta le autorità fasciste reagirono. Il 5 novembre, il segretario del PFR, prendendo lo spunto dalla morte di Giardina e dall’attentato di Brescia, emanò le seguenti direttive: «Ordino alle squadre del partito, sulla responsabilità dei dirigenti federali e di intesa con i capi delle province, di procedere all’immediato arresto degli esecutori materiali o dei mandanti morali degli assassini di fascisti repubblicani ogni volta che un’uccisione si verifichi. Previo giudizio di tribunali straordinari (previsti dalle leggi speciali del tempo di guerra) che dovranno entro le 24 ore essere nominati sul posto e giudicare, detti esecutori o mandanti siano passati per le armi dalle squadre. Per mandanti morali intendo i nemici dell’Italia e del Fascismo responsabili dell’avvelenamento delle anime e della connivenza con l’invasore. Il fascismo repubblicano non fa rappresaglie, ma giustizia e soffocherà con energia ogni criminoso tentativo di guerriglia civile per parte degli emissari del nemico».
In realtà, nonostante il tono deciso delle direttive di Pavolini e il ripetersi degli attentati, le rappresaglie fasciste tardarono a scatenarsi. Mussolini, infatti, era decisamente contrario a mettere in moto la spirale della vendetta. Egli sapeva bene che, in questo caso, l’iniziativa sarebbe passata nelle mani dei suoi seguaci più estremisti, con conseguenze catastrofiche per la sua ardua opera di rinnovamento sociale. Trattenuti così dalla sua volontà, i fascisti non diedero subito corso alle rappresaglie contro i loro nemici politici.
Ma lo stillicidio delle uccisioni continuò implacabile: il giorno stesso in cui Pavolini emanò le direttive sopracitate, a Imola (Bologna) i gappisti guidati da Franco Franchini uccisero a revolverate il seniore della Milizia Fernando Barani, incaricato di istruire i giovani delle classi 1923-’24-’25 chiamati alle armi. Il giorno dopo, 6 novembre, alcuni gappisti, tra i quali Marx Emiliani e Amerigo Donattini, penetrarono nella casa del professar Avoni, a Villa Fontana di Medicina (Bologna), e trucidarono quattro persone: il triumviro del fascio di Medicina, Armando Bosi; il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Ruggero; il brigadiere Sebastiano Sanza e il fascista Dante Donati.
Il 7 novembre, a San Godenzo (Firenze), i fascisti Danilo Benigni, Piergiovanni Fori, Vasco Simoni e Giancarlo Vivarelli, caddero sotto i colpi dei gappisti toscani. Il 9 novembre, a Sesto Fiorentino, toccò al fascista Armando Gigli e al vice-caposquadra della Milizia Carlo Cacialli.
Venne quindi il turno dei gappisti lombardi: il 13 novembre, a Erba (Como), essi eliminarono a colpi di rivoltella il centurione della Milizia Ugo Pontiggia e il fascista Angelo Pozzoli.

LA RAPPRESAGLIA DI FERRARA
Nonostante l’impressionante moltiplicarsi delle uccisioni (molto più numerose, in realtà, di quelle elencate in questa sintetica rievocazione dell'”azione di rottura” del PCI) e nonostante il dilagare nelle file fasciste di una crescente esasperazione, gli ordini emanati da Mussolini affinché non si procedesse a rappresaglie di sorta, vennero rispettati. I comunisti studiarono allora il colpo che avrebbe dovuto fare traboccare il vaso e scatenare, come infatti scatenò, la violenta reazione fascista: venne deciso di eliminare, in concomitanza con il primo congresso nazionale del PFR a Verona, il maggiore Igino Ghisellini, sei volte decorato al valore, commissario della federazione dei fasci di Ferrara, di una città cioè considerata tra le più fedeli al nuovo Stato Repubblicano e che aveva visto, in pochi giorni, 14.000 cittadini iscriversi al PFR.
Ghisellini fu ucciso la sera del 13 novembre. Il suo cadavere venne rinvenuto il giorno dopo. illustreremo ampiamente, nel 10° capitolo, dedicato agli inizi della lotta fratricida in Emilia, tutti i particolari di questa azione gappista. Per ora ricorderemo che la notizia della morte del federale di Ferrara giunse a Verona proprio mentre era in pieno svolgimento il congresso del partito. Tumultuando, i delegati chiesero che la discussione fosse interrotta e che tutti si recassero a Ferrara per vendicare Ghisellini. Il segretario del partito riuscì ad imporre la disciplina, ma promise che la rappresaglia sarebbe stata eseguita. Nemmeno venti ore più tardi, cadevano fucilati undici cittadini ferraresi, quasi tutti noti professionisti, accusati di antifascismo: il senatore Emilio Arlotti, l’avvocato Pasquale Colagrande, il commerciante Vittore Hanau e suo figlio Mario, l’avvocato Giulio Piazzi, l’avvocato Mario Zanatta, il commissionario Alberto Vita Finzi, il cameriere Cinzio Belletti, l’ingegnere Girolamo Savonuzzi il ragionier Arturo Torboli e l’avvocato Ugo Teglio. La spietatezza della rappresaglia fascista fu tale che i comunisti non osarono poi assumersi la responsabilità morale di quanto era accaduto e cercarono di accreditare la tesi (sostenuta anche nel film La lunga notte del’43) che Ghisellini era stato ucciso da un altro fascista. Documenteremo in maniera inoppugnabile nel 10° capitolo l’assoluta infondatezza di questa tesi e dimostreremo che Ghisellini fu ucciso dai gappisti bolognesi.
E’ indiscutíbile, comunque, che la decisione presa dai fascisti di vendicare Ghisellini fucilando un gruppo di cittadini ben noti alla popolazione ferrarese come persone per bene e, in ogni caso, certamente estranee alla morte del federale, costituì la prima grande vittoria dei capi comunisti sulla via della guerra civile: essi riuscirono così finalmente a spingere i fascisti ad una reazione inconsulta che gettò nel lutto e nel terrore Ferrara e tutta la Valle Padana.
Mentre in Emilia la spietata “azione di rottura” cominciava a dare i suoi frutti sanguinosi, anche nelle altre regioni i GAP passavano all’attacco. A Milano, i gappisti, inquadrati e addestrati da Egisto Rubini e Oreste Ghirotti, cominciarono ad agire ai primi di novembre del 1943. In quel momento, la situazione nella metropoli lombarda poteva essere considerata normale. L’afflusso delle derrate alimentari era notevolmente migliorato, gli operai avevano ripreso disciplinatamente il lavoro e i provvedimenti attuati sul piano sociale dal governo della RSI e dalle autorità locali erano stati accolti con simpatia. Oltre alla decisione di ripristinare la refezione scolastica, per esempio, aveva favorevolmente impressionato la decisione, presa il 16 ottobre dal prefetto Oscar Uccelli, di requisire a favore dei senza tetto le abitazioni lasciate libere dalle famiglie sfollate altrove, e di accollare al Comune il pagamento dei relativi affitti.
Un responsabile contributo al mantenimento della normalità tra tutti gli strati della cittadinanza era dato comunque dal commissario federale fascista Aldo Resega. Appena nominato capo del fascismo milanese, tra l’altro, Resega aveva subito reagito alle intemperanze e agli eccessi di certe squadre d’azione dimostrando molto equilibrio e grande coraggio. Vale la pena di ricordare quanto ha lasciato scritto di lui il socialista Carlo Silvestri (vedere cap. 50, pag. 86) nel suo libro Mussolini, Graziani e l’antifascismo (Longanesi, 1949): «Aldo Resega aveva operato contro la guerra civile. Egli aveva accettato il pericoloso posto di federale di Milano solo perchè, mi aveva detto, la presenza di Graziani lo aveva assicurato che il nuovo governo sarebbe stato al servizio della Patria e non della fazione».
La calma imperante nella città spinse ad un certo momento le autorità a limitare ulteriormente le misure di sicurezza adottate dal settembre precedente. In data 7 novembre, infatti, la prefettura comunicò: «Il intenzione delle autorità di protrarre il coprifuoco alle ore 23 (in quel momento il coprifuoco aveva inizio alle 22: n.dr.) e di autorizzare l’apertura di locali di svago serale: teatri, cinematografi, ecc. Naturalmente tale concessione non potrà essere applicata se l’ordine pubblico dovesse essere turbato da malintenzionati. In questo caso non solo le autorità dovranno rinunciare al proposito di assecondare il ritorno alla piena normalità nelle ore notturne, ma saranno costrette ad anticipare il coprifuoco alle ore 20».
Fu allora che il PCI, rendendosi conto che tanta normalità cominciava a pregiudicare troppo pericolosamente ogni sua futura iniziativa, diede ordine ai gappisti di attaccare. Durante quella stessa giornata del 7 novembre, nel volgere di poche ore, un graduato della Milizia venne ferito per la strada; cavi telefonici che collegavano comandi tedeschi furono tagliati; alcuni automezzi militari vennero dati alle fiamme e bombe ad alto potenziale furono fatte esplodere in posti di ristoro della Wehrmatht provocando la morte di tre soldati tedeschi. Il comando germanico, allibito e inferocito da questa inaspettata ondata terroristica, ordinò subito la rappresaglia: dieci ostaggi al muro per ogni soldato ucciso.
Il federale Resega, informato delle decisioni del comando tedesco, intervenne subito con tutto il peso della sua autorità e riuscì non solo a impedire la rappresaglia, ma anche a placare i fascisti più estremisti che volevano procedere all’arresto indiscriminato di centinaia di antifascisti o presunti tali. Resega non riusci però ad impedire che il prefetto Uccelli, dietro formale richiesta del comando tedesco, emettesse la seguente ordinanza: «1) L’inizio del coprifuoco viene, con effetto immediato, anticipato sino a nuovo ordine alle ore 20; 2) tutti i locali pubblici, a esclusione dei ristoranti, rimangono chiusi fino al 21 corrente; 3) tutte le riunioni di carattere culturale, di svago e sportive vengono sospese da oggi a tutto il 21 corrente; 4) chi sarà sorpreso per le strade dopo le ore del coprifuoco (ore 20) senza il prescritto permesso sarà passato per le armi».
L’ordinanza ebbe il potere di fare piombare improvvisamente la grande città in un’atmosfera di stato d’assedio e di paura, spezzando bruscamente quel clima di serenità e di tranquillità che sembrava essersi ristabilito dopo le tragiche ore della capitolazione. E ciò, naturalmente, costituì un grosso risultato per la direzione del PCI, anche perchè venne ottenuto senza perdere neppure un gappista. Ma la possibilità di continuare l’azione con ritmo serrato si dimostrò impossibile: le misure sicurezza immediatamente adottate dai fascisti e dai tedeschi consigliarono una pausa, soprattutto allo scopo di studiare nuove tattiche d’azione.
Ma alla momentanea calma nelle strade di Milano fecero eco le revolverate dei gappisti di Firenze. Comandati da Sinigaglia, i terroristi comunisti, che avevano i loro uomini di punta in Elio Chianesi e Bruno Fanciullacci, eseguirono il lo dicembre la sentenza di morte decretata dal PCI nei confronti del tenente colonnello Gino Gobbi, comandante del distretto militare. L’eliminazione aveva uno scopo ben preciso: intimidire tutti gli ufficiali di carriera che, dopo l’appello lanciato dal Maresciallo Graziani all’Adriano, avevano raggiunto in gran numero i ranghi dell’esercito repubblicano. Gino Gobbi fu ucciso a tarda sera, a colpi di rivoltella, mentre rientrava nella sua abitazione.
La reazione fascista esplose. Troppi vuoti ormai, in quelle poche settimane, erano stati aperti nelle file del fascismo toscano. Bisognava dare un esempio. Come già era accaduto a Ferrara quindici giorni prima, decine di migliaia di fascisti armati affluirono nella città toscana decisi a vendicare Gino Gobbi. Venne convocato un improvvisato tribunale speciale con il compito di “giudicare” e di condannare a morte dieci antifascisti. Ma nelle carceri di Firenze, in quel momento, i detenuti politici erano solo cinque. Tutti gli altri, arrestati nelle settimane precedenti, erano stati rilasciati in omaggio alla politica di distensione instaurata a Firenze dal commissario federale avvocato Gino Meschiari (153) e dal capo della provincia Raffaele Manganiello (154). La rappresaglia si scatenò allora su quei cinque: Luigi Pugi, Armando Gualticri, Orlando Storai, Oreste Ristori e Gino Manetti, che vennero fucilati il 2 dicembre al poligono delle Cascine. Anche questa volta la rappresaglia colpi elementi del tutto estranei all’azione gappista: ma, a differenza di quanto era accaduto a Ferrara, le raffiche del plotone di esecuzione abbatterono questa volta cinque comunisti militanti, arrestati sotto pesanti accuse, che affrontarono la morte cantando l’Internazionale.
L”‘azione di rottura” stava ormai conseguendo i risultati voluti dal PCI. La spirale della vendetta era in movimento. Nel tentativo di bloccarla prima che l’intero Paese venisse inghiottito nel baratro della guerra civile, il governo della RSI tentò un’estrema manovra di pacificazione. Vennero impartite disposizioni severissime per il disarmo e lo scioglimento di quelle formazioni fasciste che si erano abbandonate ad atti di violenza o i cui componenti si erano macchiati di reati comuni. Così a Roma, il 6 dicembre, su ordine personale del ministro degli Interni Buffarini-Guidi, la Guardia repubblicana procedette all’arresto di Gino Bardi, Guglielmo Pollastrini e Carlo Franquinet, che avevano costituito nella capitale una “polizia politica” assolutamente autonoma e invisa a tutta la popolazione. Dieci giorni dopo, per ordine del segretario del partito, la Guardia repubblicana intervenne anche a Trieste, sciogliendo le squadre armate di quella federazione e imponendo al loro comandante, Beniamino Fumai, noto per la sua eccessiva intransigenza, di abbandonare immediatamente la città.
Un altro episodio che conferma questo estremo tentativo delle autorità fasciste di scongiurare la guerra civile si registrò in Toscana il 13 dicembre. Quel giorno, infatti, a Sarzana (La Spezia), i gappisti aprirono il fuoco contro il commissario del fascio, maggiore Michele Rago, e il segretario comunale Eugenio Gari. I fascisti reagirono decidendo di fucilare tutti i detenuti politici chiusi nelle carceri della cittadina. Intervenne allora tempestivamente il capo della provincia di La Spezia, Franz Turchi (155), che convocò le autorità e i fascisti di Sarzana e, nel corso di una burrascosa riunione dichiarò il suo fermo proposito di agire rigorosamente contro i terroristi ma anche di impedire che qualcuno si abbandonasse ad avventati rappresaglie che, solo avrebbero fomentato, senza alcun risultato costruttivo, odi insanabili.
Ma ormai era troppo tardi. La situazione stava precipitando. Verso la fine di novembre, allarmati anche dal massiccio afflusso di richiamati delle classi di leva, i capi del PCI ordinarono ai GAP di intensificare al massimo l’”azione di rottura”. Quasi simultaneamente, i gappisti di Milano, Genova, Torino e Bologna tornarono all’attacco. Ai GAP di Milano, particolarmente, venne dato l’ordine di intimidire senza alcuna pietà tutti quegli ambienti del mondo economico e del lavoro che avevano accettato di collaborare con la RSI.
Il primo colpo venne sferrato il 25 novembre, a Monza: ne restò vittima l’industriale Gerolamo Crivelli, iscritto al PFR. Poi toccò ad un operaio, Primiero Lamperti, che lavorava alla Caproni, ed era noto per l’attiva e coraggiosa propaganda fascista che svolgeva tra i suoi compagni. Lamperti venne abbattuto la sera del 9 dicembre dalle pallottole di tre gappisti che lo attesero di fronte alla sua abitazione, in via Aselli. Il 15 successivo un gappista entrò quindi in un bar di piazza Baldini (ora piazza Gobetti) e freddò il proprietario del locale, Carlo Siniscalchi, ritenuto, a torto o a ragione, un “amico dei tedeschi”. Il giorno dopo cinque pallottole fulminarono Piero De Angeli, altro fascista molto noto per la sua fede e per la sua onestà: i gappisti gli tesero l’imboscata a Cusano Milanino, dove abitava.

L’UCCISIONE DI ALDO RESEGA
Questa serie di uccisioni portò all’esasperazione il fascismo milanese: ma la rappresaglia non veniva mai attuata perchè Aldo Resega capiva fin troppo bene che quello, solo quello, era il vero obiettivo dei comunisti. La direzione del PCI diede allora l’ordine di uccidere il federale di Milano. Sopprimere Resega non significava soltanto offrire una clamorosa manifestazione di quanto potessero i terroristi comunisti, ma anche scatenare, come già a Ferrara e a Firenze, gli estremisti del fascismo repubblicano. Resega venne ucciso la mattina del 18 dicembre, mentre, uscito dalla sua abitazione in via Bronzetti, stava per salire sul tram che doveva portarlo in centro. A guerra finita, apparve sull’Unità del 25 aprile 1948 il racconto di uno dei due gappisti che avevano partecipato all’eliminazione. Eccone il testo:
«La mattina del 17 dicembre 1943, secondo gli ordini ricevuti, ci siamo recati sul posto. Due di noi hanno preso il tram, altri due la bicicletta. Con loro c’era la ragazza che doveva indicarci l’uomo. Anche lei era in bicicletta. A una fermata del tram l’abbiamo vista, ferma con i nostri due compagni; lei non poteva vedere noi. C’era molta nebbia e faceva molto freddo. Ma quella mattina lui non è comparso. Lo abbiamo aspettato fino alle 9, come ci era stato ordinato, poi ce ne siamo andati. Noi non sapevamo ancora di chi si trattasse, sapevamo solo che era un’azione molto importante. La mattina dopo siamo ritornati sul posto, io e “Barbison” in tram, gli altri due in bicicletta con la ragazza.
«Siamo scesi dal tram a Porta Vittoria, e alle 7,30 eravamo sul posto. L’uomo doveva uscire da un portone di via Bronzetti per andare a prendere il tram. Davanti al portone la ragazza e il nostro comandante si sono messi a chiacchierare: quando l’uomo usciva, dovevano fare come se si salutassero, e dividersi. Io e “Barbison” ci mettemmo dietro l’edicola che c’è di faccia al Verziere: lui doveva attraversare la strada davanti a noi. Il quarto compagno stava sull’angolo di corso XXII Marzo, di copertura. lo e “Barbison” abbiamo comperato anche un giornale. lo ho comprato il Corriere, però non leggevo: primo perchè guardavo il portone, secondo perchè non avrei visto nemmeno i titoli più grossi. Pensavo solo all’azione che dovevamo fare.
«A poca distanza da noi era fermo un tipo. Io e ” Barbison ” abbiamo avuto lo stesso pensiero: che fosse un poliziotto in borghese. Il comandante e il compagno di copertura avevano lasciato le loro biciclette vicino all’edicola, appoggiate al marciapiede col pedale; dovevano servire a me e a ” Barbison ” per la ritirata. Siamo rimasti molto tempo ad aspettare. Alle 8,25 un signore è uscito dal portone. La ragazza ha dato la mano al compagno, che si è tolto il cappello: abbiamo capito che era lui. Mi sono sentito come scattare sull’attenti. Sempre con il giornale in mano ci siamo staccati dall’edicola.” Barbison” aveva la rivoltella sotto il giornale, io ce l’avevo in tasca.
«Il signore si stava infilando i guanti attraversando la strada. Noi siamo scesi dal marciapiede e in pochi passi gli abbiamo tagliato la strada, ci siamo posti uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra. Aveva finito di infilare un guanto e cominciava a infilare l’altro, quando è giunto sull’angolo del corso. Noi eravamo a un passo da lui. Abbiamo sparato quattro colpi ciascuno; è caduto con le mani in avanti. Un attimo prima di sparare ho dato ancora un’occhiata al tipo che mi era sembrato un poliziotto, ma non si era mosso di un passo. Con due salti siamo stati in sella. La giornalaia ha poi detto che avevamo rubato due biciclette per scappare. Abbiamo pedalato in fretta per un mezzo chilometro. Poi non ce n’era più bisogno, però non abbiamo rallentato molto. Poco dopo le nove eravamo a casa del comandante. Lui e l’altro compagno di copertura erano rimasti qualche minuto a vedere come si mettevano le cose, ma non avevano certo aspettato che arrivasse la polizia. Alle dieci abbiamo saputo il nome del fascista ucciso: era Aldo Resega, il federale dei repubblichini di Milano. Allora ci siamo abbracciati quasi piangendo. L’azione era andata perfettamente».
L’uccisione di Resega, come i comunisti avevano esattamente previsto, scatenò anche il fascismo Milanese. La metropoli si riempì di uomini in armi che gridavano vendetta. Quella sera stessa un tribunale straordinario condannò a morte: il dottor Carlo Mendel, Carmine Campolongo, Fedele Cerini, l’ingegner Giovanni Cervi, Luciano Gaban, Alberto Maddalena, Antonio Maugeri, Amedeo Rossini e Giuseppe Ottolenghi già da tempo detenuti a San Vittore per attività antifascista. I condannati, tutti assolutamente estranei all’uccisione di Resega, vennero passati per le armi la mattina dopo all’Arena.
L’uccisione di Resega e la conseguente rappresaglia costituirono per il PCI un ulteriore, decisivo passo avanti verso lo scatenamento della guerra civile. Ormai era chiaro che il piano ideato dai capi comunisti stava ottenendo pieno successo e che una sola legge avrebbe imperato da allora in poi nel territorio della RSI: quella della giungla. E in quella atmosfera avvelenata, il grande piano di riforme delineato da Mussolini non avrebbe potuto trovare più la sua completa attuazione. A sostenere l’azione dei GAP si aggiunse, in quei giorni, la Propaganda delle radio italiane controllate dagli angloamericani e specie quella di Radio Bari. L’emittente pugliese cominciò a diramare ogni giorno elenchi di fascisti, indicando, di ognuno, le abitudini, gli orari e concludendo ogni trasmissione con questo incitamento: «Uccideteli, colpiteli alle spalle, massacrateli».
La seconda quindicina di dicembre fu segnata da una serie quasi ininterrotta di uccisioni. Il 15 dicembre, ad Alessandria, i gappisti eliminarono il colonnello Salvatore Ruggero, comandante del deposito del 370 fanteria, dilaniandolo con due bombe a mano. Lo stesso giorno, a Ponzone Trivero (Vercelli), venne trucidato il segretario del fascio, Bruno Ponzecchi. Il 18, ad Ornavasso (Novara), vennero massacrati sotto gli occhi dei familiari il milite Fernando Ravani e il mutilato Augusto Cristina. Il 19, a Vicenza, tre pallottole fulminarono alle spalle il fascista Edoardo Pavin. Sempre il 19, a Seregno (Milano), toccò al capitano della GNR Antonio Giussani. Il 20, a Erba (Corno), fu la volta del fascista Germano Frigerio. Il 21 dicembre, a Castino (Cuneo), vennero trucidati il maggiore dei carabinieri Mario Testa, il capitano Antonio Corvaia, il maresciallo Sergio Gatti e il milite Andrea Torelli. Nessuna rappresaglia venne eseguita per vendicare questi caduti.
Ma il 22 dicembre, a Borgosesia (Vercelli), i legionari “M” del 63° battaglione della “Tagliamento”, dopo avere portato al cimitero un fascista e un legionario, misero al muro nove partigiani catturati nei giorni precedenti con le armi in pugno e un industriale del luogo, già fervente fascista e diventato antifascista dopo il 25 luglio. L’industriale si chiamava Giuseppe Osella. Ed ecco i nomi dei nove partigiani: Mario Canova, Renato Topini, Silvio Loss, Giuseppe Fontana, Angelo Longhi, Renato Rinolfi, Enrico Borandi, Adelio Bricco ed Emilio Galiziotti.
Il martellamento delle azioni gappiste rese incandescenti, in tutto il Piemonte, gli ultimi giorni del 1943. Specialmente nella provincia di Cuneo si verificarono episodi atroci. La sera del 28 dicembre, per esempio, al posto di blocco di Viale degli Angeli, a Cuneo, un giovane sergente allievo ufficiale della GNR, Emilio Cordero di Montezemolo, venne trucidato con una raffica di mitra alle spalle. Due giorni dopo, a Dronero, il segretario del fascio, capitano Oreste Millone, e la segretaria femminile, Anna Albenga, caddero massacrati ad opera di una squadra di gappisti.

LA STRAGE DI SAVONA
In quelle stesse ore, in Liguria, i gappisti di Genova, che al comando di Giacomo Buranello (156) avevano già eliminato il 28 ottobre precedente, in una via di Sampierdarena, il capo manipolo Manlio Oddone, si portarono a Savona e fecero saltare il ristorante della stazione massacrando sette fascisti e ferendone una decina. I fascisti savonesi vollero vendicare subito i loro morti: prelevarono dal carcere sette antifascisti, l’avvocato Cristoforo Astengo, l’avvocato Renato Vuillermin, Arturo Giacosa, Carlo Rebagliati, Aniello Savarese, Aurelio Bolognesi e Franco Calcagno e li fucilarono.
L”‘azione di rottura” del PCI proseguì implacabile. Gli ultimi giorni del dicembre 1943 videro infatti tornare all’attacco il GAP di Torino, che era stato decapitato, come abbiamo raccontato, all’indomani dell’uccisione del maggiore Giardina. Il compito di riprendere la guerriglia per le vie della città venne affidato ad un ex miliziano delle brigate internazionali, Giovanni Pesce. Il primo “obiettivo” che venne assegnato a Pesce fu l’uccisione del fascista Aldo Morej, molto noto a Torino e amico personale di Mussolini. L’azione venne fissata per il 23 dicembre. Ecco come la rievoca lo stesso Pesce nel suo libro Soldati senza Uniforme (Edizioni di cultura sociale, 1950).
«Sono le 18,45 del 23 dicembre. Il maresciallo fascista (Aldo Morej: n.dr.) è proprietario di un negozio che dà sulla strada; lo vedo attraverso la vetrina. Sta accendendo una sigaretta. Entro. Non parlo, estraggo con mossa rapida e decisa la pistola dalla tasca, gliela punto contro e sparo quattro colpi a bruciapelo. Il maresciallo cade: io mi ritrovo sulla strada, il tram è fermo lì, davanti al negozio. La gente non si rende conto di ciò che è accaduto, ma ha sentito chiaramente i colpi di rivoltella. Salto sulla bicicletta che è ad attendermi. Sono subito lontano e, percorrendo strade diverse, di nuovo a casa. Cominciò cosi la mia attività di gappista. Questa prima azione fu per me di grande importanza. Compresi che la lotta gappista non richiedeva soltanto audacia e valore, ma anche e soprattutto una preparazione accurata dei particolari e del modo di condurre l’azione. La rapidità di movimento, l’operare di sorpresa, con intelligenza, disciplina e precisione, l’astuzia e la volontà cosciente di combattere un nemico feroce e odiato, erano le basi di queste azioni. Questa tattica cercai di svilupparla sempre meglio in seguito».
L’uccisione di Aldo Morej non fu seguita da alcuna ritorsione. Il capo della provincia di Torino, Paolo Zerbino, e il commissario federale Giuseppe Solaro, animati dalla ferma volontà di non fare il gioco dell’avversario, riuscirono a contenere la reazione dei fascisti. Qualcuno, tra l’altro, aveva già incominciato a notare che gli attentati gappisti si verificavano, di preferenza, in quelle città dove si trovavano detenuti prigionieri politici antifascisti. Era chiaro, quindi, che i comunisti intendevano, con la loro azione, scatenare le rappresaglie proprio là dove sapevano già disponibili per i plotoni di esecuzione fascisti un certo numero di vittitne predestinate. Una considerazione del genere avrebbe dovuto spalancare gli occhi anche ai più intransigenti tra i fascisti repubblicani e fare loro comprendere tutta la portata della vasta e spietata manovra comunista. Pochi invece se ne resero conto e accadde così che furono proprio i fascisti repubblicani, nella maggioranza dei casi, a fornire, con le rappresaglie, le armi più appuntite per quella propaganda d’odio che faceva tanto comodo al PCI.
L’episodio più tragicamente clamoroso in questo senso si verificò a Reggio Emilia il 29 dicembre. Già da alcune settimane, nelle carceri della città, erano detenuti sette appartenenti ad una stessa famiglia, i fratelli Cervi, arrestati sotto l’accusa di avere costituito una banda armata e di avere svolto attività terroristica contro lo Stato. Ebbene, dal giorno del loro arresto, i gappisti emiliani intensificarono l’attività. Ogni giorno qualche fascista cadde ucciso. Un morto oggi, però, un morto domani, alla fine i fascisti di Reggio Emilia persero la testa. E la mattina del 29 dicembre, dopo avere raccolto il cadavere del segretario del fascio di Bagnolo in Piano, penetrarono nelle carceri e, senza nemmeno avvisare il capo della provincia, conte Savorgnan, prelevarono i sette Cervi e li fucilarono per rappresaglia. L’ “azione di rottura” ideata, studiata, attuata freddamente e spietatamente dai comunisti aveva dato i suoi ottimi risultati. Le grandi riforme sociali sognate da Mussolini non avrebbero più trovato un terreno fertile: il fascismo repubblicano non avrebbe più “scavalcato a sinistra” il PCI. Il sangue chiamava ormai il sangue. Il popolo italiano era precipitato nel baratro della guerra civile.

NOTE
131) Widkung Quisling, capo dei nazisti norvegesi, fu il primo uomo politico che salì al governo del suo Paese sotto la protezione delle armi germaniche. A fine guerra fu giustiziato. Il suo nome divenne sinonimo di tutti coloro che avevano accettato di collaborare con i tedeschi a livello governativo.
132) Sulla validità della socializzazione quale effettivo strumento di progresso e di riforma sociale, è interessante riportare parte del testo di una intervista concessa dallo storico antifascista inglese F. W. Deakin e pubblicata sull’Europeo (n. 39 del 1962). Alla domanda:
«La vera storia della socializzazione della repubblica di Salò è forse uno dei capitoli più appassionanti del suo libro. In considerazione della conseguenza polemica che l’argomento ha avuto dopo la fine della guerra e continua ad avere’anche oggi, lei crede che si possa stabilire definitivamente se si trattò di un trucco politico o di una intenzione seriamente fondata», il Deakin rispose: «…Non è uscluso che la socializzazione sarebbe entrata nella storia se fosse stata realizzata e se, alla fine della guerra, i comunisti l’avessero usata come strumento rivoluzionario».
133) Conte Gaetano Marzotto, nato a Valdagno (Vicenza) nel 1894. Esponente dell’industria tessile venera. Nominato da Vittorio Emanuele III conte di Valdagno Castelvecchio. Attualmente è presidente della “Manifattura Lane G. Marzotto e Figli”.
134) Conte Vittorio Cini, nato a Ferrara nel 1885. Esponente dell’alta finanza, fu tra i promotori dell’industria elettrica in Italia. Senatore del Regno. Nel febbraio 1943 fu nominato ministro delle Comunicazioni. Nel dopoguerra riprese le sue funzioni di presidente dell’”Adriatica di elettricità” (SADE). Attualmente, dopo la fusione dell'”Adriatica” con la Montecatini, è presidente della “SADEfinanziaria adriatica”.
135) Conte Giuseppe Volpi di Misurata, nato nel 1873 e morto nel 1945. Nel 1905 fu tra i promotori dell'”Adriatica-di elettricità” (SADE) di cui divenne consigliere delegato. Nel 1921 aderì al movimento fascista. Ministro delle Finanze nei primi governi Mussolini, si dimise nel 1927 in seguito alla decisione del Duce di rivalutare la lira (discorso di Pesaro). Senatore del Regno e ministro di Stato. Negli anni ” trenta ” fu presidente della Confederazione fascista degli industriali (Confindustria). Morì nel 1945 di morte naturale.
136) Achille Lauro, nato a Piano di Sorrento (Napoli) nel 1887. Capitano di lungo corso e armatore. Membro della Camera dei fasci e delle corporazioni. Nel dopoguerra ritornò alla sua attività di armatore e fu tra i promotori dei movimento monarchico nell’Italia meridionale. Sindaco di Napoli. Attualmente è componente della Camera dei deputati.
137) Il manifesto di Verona, come si chiamò la Dichiarazione programmatica del Partito fascista repubblicano (PFR) fu votato al congresso del partito, a Verona, domenica 14 novembre 1943. Il Manifesto, preceduto da un saluto di Mussolini, si apriva con questa
premessa:
«Il primo rapporto nazionale del Partito fascista repubblicano leva il pensiero ai caduti del fascismo repubblicano, sui fronti di guerra, nelle piazze delle città e dei borghi, nelle foibe dell’Istria e della Dalmazia, che si aggiungono alle schiere dei Martiri della Rivoluzione, alle falangi di tutti i morti per l’Italia; addita nella continuazione della guerra a fianco della Germania e del Giappone fino alla vittoria finale e nella rapida ricostruzione delle forze armate destinate ad operare accanto ai valorosi soldati del Fiihrer, le mete che sovrastano qualunque altra d’importanza ed urgenza; prende atto dei decreti istitutivi dei tribunali straordinari nei quali gli uomini del partito porteranno intransigente volontà ed esemplare giustizia, e ispirandosi alle fonti e alle realizzazioni mussoliniane, enuncia le seguenti direttive programmatiche per l’azione del partito».

I 18 PUNTI DI VERONA
In materia costituzionale interna:
1) Sia convocata la Costituente, potere sovrano di origine popolare, che dichiari la decadenza della Monarchia, condanni solennemente l’ultimo Re traditore e fuggiasco, proclami la Repubblica Sociale e ne nomini il Capo.
2) La Costituente sia composta dai rappresentanti di tutte le associazioni sindacali e di tutte le circoscrizioni amministrative comprendendo i rappresentanti delle province invase attraverso le delegazioni degli sfollati e dei rifugiati sul suolo libero.
Comprenda altresì le rappresentanze dei combattenti; quelle dei prigionieri di guerra, attraverso i rimpatriati per minorazione; quelle degli italiani all’estero; quelle della Magistratura; delle Università e di ogni altro Corpo o Istituto la cui partecipazione contribuisca a fare della Costituente la sintesi di tutti i valori della Nazione.
3) La costituzione repubblicana dovrà assicurare al cittadino-soldato, lavoratore e contribuente il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione.
Ogni cinque anni il cittadino sarà chiamato a pronunziarsi sulla nomina del Capo della Repubblica.
Nessun cittadino, arrestato in flagrante, o fermato per misure preventive, potrà essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine dell’autorità giudiziaria. Tranne il caso di fiagranza, anche per le perquisizioni domiciliari occorrerà un ordine dell’autorità giudiziaria.
Nell’esercizio delle sue funzioni la Magistratura agirà in piena indipendenza.
4) La negativa esperienza elettorale già fatta dall’Italia e l’esperienza parzialmente negativa di un metodo di nomina troppo rigidarnente gerarchica contribuiscono entrambe ad una soluzione che concilii le opposte esigenze. Un sistema misto (ad esempio, elezione popolare dei rappresentanti alla Camera e nomina dei ministri da parte del Capo della Repubblica e del Governo e, nel partito, elezione di Fascio salvo ratifica e nomina del Direttorio nazionale per parte del Duce) sembra il più consigliabile.
5) L’organizzazione a cui compete l’educazione del popolo ai problemi politici è unica.
Nel partito, ordine di combattenti e di credenti, deve realizzarsi un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell’idea rivoluzionaria.
La tessera non è richiesta per alcun impiego o incarico.
6) La religione della Repubblica è la Cattolica Apostolica Romana. Ogni altro culto che non contrasti alle leggi è rispettato.
7) Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica.
In politica estera
8) Fine essenziale della politica estera della Repubblica dovrà essere l’unità, l’indipendenza, l’integrità territoriale della Patria nei termini marittimi ed alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla storia, termini minacciati dal nemico con l’invasione e con le promesse ai governi rifugiati a Londra. Altro fine essenziale consisterà nel far riconoscere la necessità degli spazi vitali indispensabili ad un popolo di 45 milioni di abitanti sopra un’arca insufficiente a nutrirli.
Tale politica si adoprerà inoltre per la realizzazione di una comunità europea, con la federazione di tutte le Nazioni che accettino i seguenti principio fondamentali:
a) eliminazione dei secolari intrighi britannici dal nostro Continente;
b) abolizione del sistema capitalistico interno e lotta contro le plutocrazie mondiali;
c) valorizzazione, a beneficio dei popoli europei e di quelli autoctoni, delle risorse naturali dell’Africa, nel rispetto assoluto di quei popoli, in specie musulmani, che, come l’Egitto, sono già civilmente e nazionalmente organizzati.
In materia sociale
9) Base della Repubblica Sociale e suo oggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione.
10) La proprietà privata, frutto del lavoro, del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa non deve però diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro.
11) Nell’economia nazionale tutto ciò che per dimensioni o funzioni esce dall’interesse singolo per entrare nell’interesse collettivo, appartiene alla sfera di azione che è propria dello Stato.
I pubblici servizi e, di regola, le fabbricazioni belliche debbono venire gestiti dallo Stato a mezzo di Enti parastatali.
12) In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente attraverso una conoscenza della gestione all’equa fissazione dei salari, nonchè all’equa ripartizione degli utili tra il fondo di riserva, il frutto al capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori. In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle prerogative delle attuali Commissioni di fabbrica. In altre, sostituendo i Consigli di amministrazione con Consigli di gestione composti da tecnici e da operai con un rappresentante dello Stato. In altre, ancora, in forma di cooperativa parasindacale.
13) Nell’agricoltura, l’iniziativa privata del proprietario trova il suo limite là dove l’iniziativa stessa viene a mancare. L’esproprio delle terre incolte e delle aziende malgestite può portare alla lottizzazione fra braccianti da trasformare in coltivatoti diretti, o alla costituzione di aziende cooperative, parasindacali o parastatali, a seconda delle varie esigenze dell’economia agricola. Ciò è del resto previsto dalle leggi vigenti, alla cui applicazione il partito e le organizzazioni sindacali stanno imprimendo l’impulso necessario.
14) E’ pienamente riconosciuto ai coltivatori diretti, agli artigiani, ai professionisti, agli artisti il diritto di esplicare le proprie attività produttive individualmente, per famiglie o per nuclei, salvi gli obblighi di consegnare agli ammassi la quantità di prodotti stabilita dalla legge o di sottoporre a controllo le tariffe delle prestazioni.
15) Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. I1 partito iscrive nel suo programma la creazione di un Ente nazionale per la casa del popolo, il quale, assorbendo l’Istituto esistente e ampliandone al massimo l’azione, provveda a fornire in proprietà la casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l’affìtto una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto costituisce titolo di acquisto. Come primo compito, l’Ente risolverà i problemi derivanti dalle distruzioni di guerra, con requisizione e distribuzione di locali inutilizzati e con costruzioni provvisorie.
16) Il lavoratore è iscritto d’autorità nel sindacato di categoria, senza che ciò gli impedisca di trasferirsi in altro sindacato quando ne abbia i requisiti. I sindacati convergono in una unica Confederazione che comprende tutti i lavoratori, i tecnici, i professionisti, con esclusione dei proprietari che non siano dirigenti o tecnici. Essa si denomina Confederazione generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti.
I dipendenti delle imprese industriali dello Stato e dei servizi pubblici formano sindacati di categoria, come ogni altro lavoratore. Tutte le imponenti provvidenze sociali realizzate dal Regime fascista in un ventennio restano integre. La Carta del Lavoro ne costituisce nella sua lettera la consacrazione, così come costituisce nel suo spirito il punto di partenza per l’ulteriore cammino.
17) In linea di attualità il partito stima indilazionabile un adeguamento salariale per i lavoratori attraverso l’adozione di minimi nazionali e pronte revisioni locali, e più ancor . a per i piccoli e medi impiegati tanto statali che privati. Ma perchè il provvedimento non riesca inefficace e alla fine dannoso per tutti occorre che con spacci cooperativi, spacci d’azienda, estensione dei compiti della “Provvida”, requisizione dei negozi colpevoli di infrazioni e loro gestione parastatale o cooperativa, si ottenga il risultato di pagare in viveri ai prezzi uffìciali una parte del salario. Solo così si contribuirà alla stabilità dei prezzi e della moneta e al risanamento del mercato. Quanto al mercato nero, si chiede che gli speculatori -al pari dei traditori e dei disfattisti- rientrino nella competenza dei tribunali straordinari e siano passabili di pena di morte.
18) Con questo preambolo alla Costituente il partito dimostra non soltanto di andare verso il popolo, ma di stare col popolo.
Da parte sua, il popolo italiano deve rendersi conto che vi è per esso un solo modo di difendere le sue conquiste di ieri, oggi, domani: ributtare l’invasione schiavistica delle plutocrazie angloamericane, la quale, per mille precisi segni, vuole rendere ancora più angusta e misera la vita degli italiani. V’è un solo modo di raggiungere tutte le mete sociali: combattere, lavorare, vincere.

Il PCI, proseguendo anche a guerra finita la politica del “fronte nazionale”, non si oppose alla richiesta avanzata dai ceti capitalistici di abrogare immediatamentetuttele leggi sociali approvate durante la Repubblica sociale italiana. I lavoratori perdettero così, anche per volontà del PCI, tutti i vantaggi ottenuti in quel periodo, fatta eccezione per la gratifica natalizia delle 192 ore. 139) Girolamo Li Causi, nato a Termini Imerese (Palermo) nel 1896. Dirigente della corrente massimalista del PSI, aderì al Partito comunista nel 1924. Arrestato nel 1928 per la sua attivià antifascista, fu condannato a 21 anni di carcere. Liberato nell’agosto del 1943, passò al Nord quale componente della direzione per l’Alta Italia del PCI. Nel dopoguerra il partito lo nominò segretario regionale per la Sicilia. Deputato alla Costituente, fa parte del Parlamento dal 1948.
140) Giuliano Paietta, nato a Torino nel 1915. Aderì nel 1930 alla gioventù comunista. Espatriò nel 1932 in Francia dove frequentò una scuola di partito. Partecipò alla guerra civile spagnola quale collaboratore di Luigi Longo al comando delle Brigate internazionali. Membro del comando generale delle brigate “Garibaldi”, nel novembre 1943, venne arrestato nel 1944 e deportato a Mauthausen. Nel dopoguerra divenne segretario della federazione comunista di Como e deputato alla Costituente. Componente della Camera dei deputati dal 1953 al 1958. Attualmente è senatore e membro del Comitato centrale del PCI.
141) Egisto Rubini, nato a Molinella (Bologna) nel 1906 e morto nel 1944. Operaio, aderì giovanissimo alla gioventù comunista. Emigrato prima in Francia poi nell’Unione Sovietica, partecipò alla guerra civile spagnola nelle file delle Brigate internazionali. Organizzatore dei francs-tireurs partisans (FTP) nel settembre 1943 rientrò in Italia. Comandò le prime formazioni gappiste a Milano. Arrestato alla fine del febbraio 1944 e incarcerato a San Vittore, si tolse la vita nel marzo successivo. Medaglia d’oro alla memoria.
142) Francesco Leone, nato a Sant’Anna di Vargen Grande (Brasile) nel 1900. Operaio, aderì al movimento giovanile comunista nel 1921. Arrestato nel 1927 venne condannato dal Tribunale speciale a 8 anni di carcere. Liberato per amnistia nel 1932 passò in Francia. Partecipò alla guerra civile spagnola come comandante della colonna “Sozzi” delle Brigate internazionali. Nell’inverno 1943-’44 diresse il movimento partigiano in Piemonte. Deputato alla Costituente. Dal 1948 al 1953 è stato membro del Senato e dal 1958 al 1963 della Camera.
143) Giovanni Pesce, nato a Visone d’Acqui (Alessandria) nel 1918. Emigrato in Francia per motivi di lavoro, aderì nel 1935 alla gioventù comunista francese. Nel 1936, allo scoppio della guerra civile spagnola, si arruolò nelle Brigate internazionali. Confinato a Ventotene nel 1940, venne liberato nell’agosto 1943.
Nel novembre successivo assunse il comando dei GAP di Torino. Nel giugno 1944 passò a Milano quale comandante della III GAP “Rubini”. Proclamato “eroe nazionale” dal comando delle brigate “Garibaldi”, nel dopoguerra venne decorato di medaglia d’oro al valor partigiano. Dal 1951 al 1964 ha rappresentato il PCI nel Consiglio comunale di Milano.
144) Carlo Farini, nato a Ferrara nel 1895. Prese parte al congresso di fondazione del PCI a Livorno. Segretario della federazione comunista romana. Emigrato in Francia partecipò alla guerra civile spagnola nelle file delle Brigate internazionali. Arrestato in Francia nel 1940 venne liberato dal confino nell’agosto 1943. Passò quindi in Liguria dove organizzò il movimento partigiano “garibaldino”. Deputato alla Costituente, ha fatto parte della Camera dal 1948 al 1958. Attualmente è consigliere comunale di Terni.
145) Dino Saccenti, nato a Prato nel 1901. Operaio, aderì sul finire degli anni “venti” al movimento comunista. Nel 1935 espatriò in Francia e, l’anno dopo, passò in Spagna nelle file delle Brigate internazionali. Arrestato dalla polizia francese nel 1940, venne consegnato alle autorità italiane che lo confinarono a Ventotene. Dopo l’armistizio prese parte alla lotta partigiana in Toscana. Sindaco di Prato e deputato alla Costituente. Dal 1948 al 1958 ha fatto parte della Camera dei deputati.
146) Alessandro Sinigaglia, nato a Fiesole (Firenze) nel 1900 e morto nel 1944. Operaio, aderì nel 1926 al movimento comunista. Nel 1930 espatriò in Francia dove frequentò una scuola di partito. Dopo aver partecipato alla guerra civile spagnola come ufficiale delle Brigate internazionali, nel 1940 venne arrestato dalla polizia francese che lo consegnò alle autorità italiane. Confinato a Ventotene venne liberato nell’agosto 1943. Comandante delle formazioni gappiste a Firenze, venne ucciso il 13 febbraio 1944.
147) Alessandro Bianconcini, nato a Imola nel 1898 e morto nel 1944. Di professione musicista, aderì al PCI nel 1928. Emigrato in Francia nel 1932, partecipò alla guerra civile spagnola nelle file delle Brigate internazionali. Arrestato dai tedeschi a Parigi nel 1940, venne consegnato alle autorità italiane che lo confinarono a Ventotene. Liberato nell’agosto 1943, passò a Bologna dove organizzò il movimento gappista. Arrestato il 9 gennaio 1944, venne fucilato diciotto giorni dopo al poligono di tiro della città.
148) Mario Ricci, nato a Pavullo nel Frignano (Modena) nel 1908. Operaio, aderì giovanissimo al movimento comunista. Espatriato in Francia, partecipò alla guerra civile spagnola nelle file delle Brigate internazionali. Nel 1944-’45 comandò, sotto il nome di ” Armando “, il raggruppamento brigate ” Garibaldi alpine Modena “. Dal 1948 al 1958 fece parte della Camera dei deputati. Attualmente èsindaco di Pavullo nel Frignano.
149) Alessandro Vaia, nato a Milano nel 1907. Diplomato in ragioneria, aderì nel 1925 al movimento giovanile comunista. Espatriato in Francia partecipò alla guerra civile spagnola quale comandante della brigata “Garibaldi”. Negli anni 1941-’43 organizzò i FTP nella regione marsigliese. Rientrato in Italia nel settembre 1943, nell’inverno successivo diresse il movimento partigiano comunista nelle Marche. Segretario della federazione di Brescia e consigliere provinciale di Milano dal 1951 al 1956. Attualmente è funzionario della federazione comunista milanese.
150) Armando Fedeli, nato a Perugia nel 1898. In origine operaio, aderì nel 1921 al movimento comunista. Arrestato nel 1928 fu condannato dal Tribunale speciale a 13 anni di carcere. Liberato nel 1934 per amnistia, espatriò in Francia. Partecipò alla guerra civile spagnola nelle file delle Brigate internazionali. Arrestato nel 1940 in Francia fu consegnato alle autorità italiane. Liberato da Ventotene nell’agosto 1943, nell’inverno 1943-’44 diresse la lotta partigiana in Umbria. Deputato alla Costituente, ha fatto parte del Senato dal 1948 al 1958. Attualmente è membro della Commissione centrale di controllo del PCI.
151) Aldo Lampredi, nato a Firenze nel 1899. Artigiano, aderì nel 1921 al Partito comunista. Arrestato nel 1926 per attività sovversiva fu condannato a 10 anni e 6 mesi di carcere. Liberato per amnistia nel 1932, passò in Francia a disposizione del partito. Partecipò alla guerra civile spagnola come capitano delle Brigate internazionali. Rientrato in Italia nel settembre 1943, passò nel Veneto dove organizzò il movimento partigiano cotnunista. All’inizio del 1945 venne nominato vicecomandante generale delle brigate “Garibaldi”. Nell’aprile successivo diresse la spedizione su Dongo che si concluse con la fucilazione di Mussolini e di Claretta Petacci. Segretario della federazione di Padova nel 1946, viceresponsabile della Commissione nazionale quadri, attualmente è segretario della Commissione centrale di controllo del PCI.
152) Le perdite sopportate dai GAP che agirono nell’inverno 1943-’44 furono altissime. Il GAP di Milano perse quasi il 90 per cento dei suoi effettivi: Egisto Rubini, Manfredo Dal Pozzo, Gaetano Baroni, Arturo Capettini, Oreste Ghirotti; il GAP di Torino l’80 per
cento: Ateo Garemi, Dario Cagno, Giuseppe Bravin, Francesco Valentino, Dante di Nanni; il GAP di Firenze il 90 per cento: Alessandro Sinigaglia, Elio Chianesi, Bruno Fanciullacci; il GAP di Roma l’80 per cento: Giorgio Labò, Gianfranco Mattei, Guido Rattoppatore, Vincenzo Gentili.
153) Gino Meschiari, nato nel 1883 e morto nel 1947. Laureato in legge. Di sentimenti repubblicani, rappresentò il PRI alla Camera nel corso della I guerra mondiale. Nel 1924, dopo l’”affare Matteotti”, aderì al Partito fascista. Nell’ottobre 1943 assunse la carica di commissario federale di Firenze che mantenne fino al 4 aprile 1944. Considerato unanimemente elemento moderatore e alieno di ogni violenza.
154) Raffaele Manganiello, nato nel 1900 e morto nel 1944. Membro attivo dei movimento fascista, occupò diverse cariche nell’apparato di partito. Definito “fascista irriducibile” dal SIM, durante il periodo badogliano venne incarcerato a Forte Boccea. Nominato il l° ottobre 1943 Capo della provincia di Firenze, abbandonò la città toscana nel luglio 1944 e si portò al Nord. Venne ucciso dai partigiani sull’autostrada Milano-Torino il 18 settembre 1944.
155). Fran.Z Turchi, nato a Napoli nel 1893. Fascista della vigilia, giornalista, ricoprì numerose cariche nel PNF. Dopo l’8 settembre aderì alla RSI e venne nominato capo provincia de La Spezia. A guerra finita subì le persecuzioni antifasciste. Esponente nazionale del MSI, fondatore de Il Secolo d’Italia, è attualmente senatore del MSI.
156) Giacomo Buranello, nato a. Sampierdarena (Genova) nel 1921 e morto nel 1944. Di sentimenti antifascisti, aderì nel 1942 al movimento comunista. Nel maggio 1943 venne arrestato e deferito al Tribunale speciale. Liberato nell’agosto successivo, nell’inverno 1943-’44 diresse a Genova le formazioni gappiste. Venne fucilato a Genova il 2 marzo 1944.

TRATTO DA: http://www.italia-rsi.org/chivolleguerracivile/gccap6.htm

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