La guerra vissuta dall’altra parte


Dal diario di Giorgio Pisanò

19 APRILE 1945: “Siamo alla fine, il nemico è alle porte di Bologna. Come già sapete, tutte le nostre formazioni si ritireranno gradatamente dalla valle del Po e raggiungeranno la Valtellina. Là ci attendono 3.000 uomini al comando del generale Onori. E là combatteremo attorno a Mussolini l’ultima battaglia. Voi partirete stasera stessa per Sondrio, dove vi presenterete al federale Parmeggiani. Siete destinati a una missione particolare”. Manini e io ci irrigidimmo nel saluto e uscimmo. Questo breve colloquio, che doveva segnare l’inizio dell’ultima grande avventura da me vissuta nei ranghi della Repubblica Sociale Italiana, ebbe luogo alle 10 di mattina in una stanza del palazzo di via Mozart, a Milano, dove avevano sede la direzione nazionale del Partito Fascista Repubblicano e il comitato generale delle Brigate Nere. I corridoi brulicavano di soldati di tutte le armi. Legionari “M” del battaglione “Guardia del Duce” ne presidiavano gli ingressi. Eravamo appena usciti dalla sede del Partito quando ci sentimmo chiamare da un ufficiale del comando generale delle Brigate Nere: “C’è un lavoro che va compiuto qui a Milano entro poche ore. Venite”. Il nostro accompagnatore si avviò verso viale Maino e, poco prima di giungere all’incrocio con via Vivaio, si infilò in un palazzo che sorgeva sulla nostra sinistra. Salimmo al 3° piano. Lì, in una stanza, trovammo una trentina di persone, in maggioranza giovani ufficiali come noi. “Sappiamo che siete tutta gente fidata e abbiamo pensato di affidarvi un incarico piuttosto delicato. Immagino che nessuno, tra noi, si faccia alcuna illusione su quello che ci aspetta nelle prossime ore. Dovremo ritirarci da Milano e concentrarci in Valtellina. Ma prima di andarcene vogliamo regolare alcuni conti troppo a lungo rimasti in sospeso. Noi abbiamo gli elenchi di tutti i comandi partigiani in città. Conosciamo i nomi dei capi e sappiamo dove sono nascosti. Sono circa 150. Questa notte li faremo fuori tutti. Occhio per occhio, dente per dente. Fino a oggi siamo stati fermi perché il Duce ci ha tenuto le mani legate. Ma ora non intendiamo più aspettare. In poche ore sbrigheremo tutto, facendo come loro hanno fatto con i nostri: una suonata di campanello, un invito a seguirci e una raffica di mitra ben diretta”. Un silenzio di tomba accolse queste parole. Poi una voce: “Noi siamo soldati, non assassini”. Altri si unirono nella protesta. Qualcuno gridò: “Ma il Duce è al corrente di questo piano?”. “Lasciate stare il Duce, – urlarono quelli che avevano esposto il piano – lui queste cose non deve saperle”. Si scatenò un putiferio. “Ricordatevi dei nostri caduti. La stessa sorte toccherà tra poco anche a noi. Facciamogliela pagare in anticipo”. “Falla finita, – gli venne risposto – non contare su di noi. Loro hanno la responsabilità di tutto il sangue versato e loro se la devono tenere. Via di qui, ragazzi, torniamo ai nostri reparti”. Scendemmo le scale in gruppo tumultuando ed imprecando. Qualcuno, poi, dovette correre e riferire l’episodio in prefettura, dove si trovava il Duce. L’iniziativa infatti non ebbe alcun seguito e ciò per intervento diretto di Mussolini. Quando uscimmo di lì, Manini e io ci avviammo lungo via Vivaio verso corso di Porta Vittoria. Eravamo avviliti. Ci stavamo ripetendo ormai da molti giorni che dovevamo “finire in bellezza”, e il sapere che qualcuno dei nostri maturava eccidi del genere non ci confortava. Eravamo proprio giunti alla fine di tutto: noi avevamo già in tasca l’ordine di ritirata, altri inventavano progetti pazzeschi. Che cosa sarebbe accaduto? Arrivammo in corso di Porta Vittoria. Abitavamo in una pensione all’inizio di viale Campania, in fondo a corso XXII Marzo. Era quasi mezzogiorno. Decidemmo di fermarci a mangiare qualcosa nella prima trattoria e di andare poi a preparare il nostro bagaglio. Ne incontrammo una dopo pochi metri. Pranzo a prezzo fisso: 10 lire. Era abbastanza affollata. Ci sedemmo ad un tavolo dove già stavano pranzando altre persone. Subito il tizio che sedeva alla mia destra chiese il conto, pagò, si alzò rapidamente e abbandonò il locale. Un altro non finì nemmeno di mangiare il secondo piatto: anche lui chiese il conto e filò via. In breve attorno a noi si fece il vuoto. Fino al giorno precedente, fin quando cioè la sconfitta non era diventata un fatto certo, avevamo frequentato ristoranti e cinema senza che mai nessuno si scostasse da noi. Ma ora la situazione precipitava. Le radio straniere dovevano avere trasmesso che era questione di giorni, se non di ore, e chiunque vestiva la divisa fascista stava per diventare un bersaglio. Di qui la paura della gente e il suo girarci alla larga, nel timore di restare vittima di qualche attentato. Mangiammo in fretta, poi uscimmo sul corso XXII Marzo. I passanti ci guardavano come si guardano i moribondi. Mi tornarono alla mente le giornate di dicembre, quando la visita di Mussolini a Milano aveva scatenato un autentica e incontenibile ondata di entusiasmo popolare, mentre nessun partigiano aveva osato farsi vivo per le vie della città. Ma allora il nemico era inchiodato sulla “linea gotica”, adesso invece stava dilagando nella pianura padana. E la gente aveva paura: ma non di noi. Aveva paura degli attentati comunisti, dei “gappisti”. Quei dannati lavoravano in squadrette di 2 o 3. Di tanto in tanto apparivano alla periferia della città in bicicletta, e quando avvistavano un fascista o un tedesco isolato gli scaricavano addosso le rivoltelle e fuggivano. Raggiungemmo la nostra pensione in viale Campania. Preparammo gli zaini, poi tornammo all’incrocio tra viale Campania e corso XXII Marzo per salire sul tram che ci avrebbe portato alla stazione centrale. Alla fermata c’erano già una quindicina di persone. Lentamente, tutti cercavano di scostarsi da noi. Seppi in seguito che la sera precedente, poco lontano da lì, i gappisti avevano ucciso un milite e sua moglie. Giunse il tram. Noi salimmo dalla porta anteriore, riservata agli abbonati e ai militari. Di nuovo vidi i passeggeri allontanarsi e portarsi verso il fondo. Giungemmo alla stazione, piena di soldati in attesa che i treni, sempre fermi durante la giornata a causa dei continui attacchi aerei, cominciassero a mettersi in movimento. Al comando-tappa ci dissero che un convoglio per la Valtellina sarebbe partito verso le 19. Difficilmente però sarebbe giunto fino a Sondrio. Dopo Colico, infatti, la linea era stata interrotta da un bombardamento. Erano appena le 17. Trascorremmo l’attesa al posto di ristoro. Osservando attorno a me quell’andirivieni di giovani appartenenti a tutti i reparti dell’esercito repubblicano, guardando le ausiliarie che, tranquille e sorridenti, cercavano di rendersi utili con panini e bevande, mi sembrava di essere uscito da un incubo. Eppure, quella era ormai la realtà. Ma i ragazzi che, lì attorno a me, ridevano, cantavano, scherzavano, se ne rendevano conto? Lo sapevano sì. Al nostro tavolo vennero a sedersi due paracadutisti della Decima. “Tentiamo di raggiungere Bologna” ci dissero. “Ma lo sapete che gli inglesi stanno per occuparla?” obiettammo. “Sì, – fu la risposta – l’abbiamo saputo oggi. Eravamo in licenza. Allora abbiamo deciso di rientrare al reparto. Prima di darci per vinti, abbiamo ancora qualche colpo da sparare. E ora vediamo se ci riesce di partire. Buona fortuna”. Li seguimmo con lo sguardo mentre uscivano dal posto di ristoro. “Questa è gente che si batterà – pensai – e lo farà fino all’ultimo. Ma quanto potrà resistere? E quanti di loro sopravviveranno?”. Sapevo, perché l’avevo visto con i nostri occhi, che cosa succedeva appena le truppe angloamericane riuscivano a occupare una zona. Subito dopo sbucavano fuori i partigiani ed era il massacro. Avevo attraversato vari paesi dell’Appennino tosco-emiliano in cui non era rimasto vivo un solo fascista o presunto tale. In quel momento, l’altoparlante annunciò che era in partenza un treno per Lecco-Colico. Decine di uomini si alzarono dai loro posti in una grande confusione: chi cercava lo zaino, chi il mitra. Erano legionari della Guardia, marò della Decima, squadristi delle Brigate Nere. Tutto il salone fu un incrociarsi di saluti e di richiami. Mentre ci affollavamo verso l’uscita, qualcuno intonò l’“Inno dei Battaglioni M”. Può sembrare incredibile, eppure fu proprio così: la sera del 19 aprile 1945, quei ragazzi si avviarono al treno che doveva portarli in Valtellina cantando a squarciagola le loro canzoni di guerra, e tutti sapevano che andavano lassù per combattere un’ultima battaglia senza speranza. Il treno verso la Valtellina impiegò 8 ore per coprire la distanza tra Milano e Colico, fermandosi in tutte le stazioni. I vagoni erano gremiti, specialmente di soldati. A Lecco salirono numerosissimi legionari della Guardia, anche loro diretti a Sondrio. Il viaggio fu tranquillo: i partigiani preferivano restare appollaiati sulle montagna della Valsassina. A ogni buon conto, negli scompartimenti ci riposavamo a turno. Dopo la partenza, i canti si erano affievoliti e, ben presto, erano cessati del tutto. Chi non si era abbandonato al sonno, era immerso nei propri pensieri. Stavamo andando incontro a un destino che non prometteva nulla di buono. Eppure, nemmeno uno dei 100 e 100 giovani soldati della Repubblica Sociale che quella notte si dirigevano verso il “ridotto alpino” volle squagliarsela, abbandonando il convoglio durante una delle tante, lunghissime fermate effettuate spesso in aperta campagna. Io non sapevo davvero se avrei più abbracciato i miei cari, in quel momento non molto lontano dalla zona che stavo attraversando. Dopo aver oltrepassato Lecco, la tentazione di rivederli fu acutissima. L’ultima volta che ero andato a trovarli avevo anche salutato un mio vecchio compagno di scuola, sfollato fuori Como, a Villaguardia. Al momento del commiato mi aveva detto: “Non tornare a Milano. Resta qui. Vai a rischiare la pelle per niente. Lo sai anche tu che tutto sta per finire. Posso nasconderti e metterti al sicuro. Ora te lo posso dire: faccio parte del movimento clandestino. Ascoltami: mettiti in borghese e torna qui”. Ci eravamo guardati in silenzio negli occhi, poi avevo ribattuto: “Ti ringrazio, ma non posso accettare. Tu hai scelto la tua strada, io la mia, e intendo seguirla fino in fondo. Ho sempre saputo che mi battevo per una causa persa, ma la ritengo quella giusta. Se dovessi tradire adesso, non mi potrei più guardare allo specchio. Comunque non dimenticherò mai il tuo gesto. Quando tutto sarà finito, fa che la mia famiglia non debba subire violenze”. L’avevo scelto io il mio destino, e adesso non potevo più tirarmi indietro. Il treno era carico di uomini che, in quel momento, cercavano di superare la mia stessa crisi. E nessuno scappava.
20 APRILE: Giungemmo a Colico verso le 3 del mattino. La stazione era oscurata. Una voce, nel buio, ci ordinò di raccoglierci nella sala d’aspetto. Quando tutti nel salone mi accorsi che eravamo oltre 200. Un capitano della Guardia salì su una sedia e prese la parola: “La linea ferroviaria poco più avanti è interrotta. Coloro che sono diretti in Valtellina dovranno raggiungere a piedi il bivio per Sondrio, 3 km a nord di Colico. Là attenderanno i camion che li porteranno a Sondrio. Vi consiglio di suddividervi in squadre e di avviarvi senza perdere tempo. Lungo la strada, lampade e sigarette spente”. Ci organizzammo rapidamente. Io mi trovai alla testa di 20 legionari della Guardia, Manini di mezzo plotone di squadristi della Brigata Nera fiorentina “Manganiello”. Uscimmo dalla stazione e ci avviammo lungo la statale. Coprimmo la distanza in poco meno di tre quarti d’ora, con i mitra imbracciati e le dita sui grilletti. Ma non accadde nulla. All’alba giunsero i camion da Sondrio a prelevarci. Arrivai a Sondrio in uno stato d’inquietudine. La Valtellina mi era apparsa diversa da come me l’avevano fatta immaginare a Milano. Dov’era il ridotto alpino? In che cosa consisteva? Lungo i 38 km di strada avevo visto solo case sbarrate, paesi deserti, niente concentramenti di truppa, niente fortificazioni. Avevo anzi saputo che i nostri presidi già esistenti lungo la strada, a Delebio, Talamona, Ardenno e Berbenno, erano stati ritirati su Sondrio. Solo l’abitato di Morbegno era ancora controllato da 60 squadristi della “Manganiello” e da 40 legionari. Le strade di Sondrio formicolavano di soldati. Udimmo fare progetti, esporre piani. Tornammo a respirare un’atmosfera di fiducia e di speranza. Andammo a salutare i vecchi camerati della Brigata Nera di Pistoia, che avevano sistemato lì il loro comando. Venni così a sapere che oltre Tirano, tra Mazzo e Grosio, erano in corso combattimenti. 700 uomini stavano contenendo la pressione di agguerrite bande partigiane che puntavano a interrompere in più punti la vallata allo scopo di rendere difficile il previsto concentramento di truppe fasciste. Pensai di fare una breve puntata lì, valutare la situazione e ritornare. Alcuni camion partirono verso le 18 per Tirano, ed io con loro. Qui, dissi che volevo raggiungere la zona dove si combatteva. Il comandante mi assicurò che la mattina seguente mi avrebbe fatto proseguire per Mazzo con una colonna di rifornimenti. Anche Tirano era piena di soldati: oltre i militi confinari, i legionari “M”, gli squadristi delle Brigate Nere, si erano accantonati nella cittadina 2 battaglioni di fascisti transalpini della “Milice Française”: 1.600 francesi, divisa di panno azzurro, camicia nera e basco nero, aria spavalda, ottimo armamento. Alla mensa ebbi modo di conoscere alcuni dei francesi, ragazzi davvero in gamba. Fu una cena animata da numerosi brindisi e da una piacevolissima conversazione. Tutti quei ragazzi della “Milice Française” si batterono accanto a noi fino all’ultimo, ma in Francia non giunsero mai. Furono massacrati lungo la strada dai partigiani gollisti, pagando con la vita quella loro fedeltà all’Europa grande e libera alla quale avevamo brindato tutti insieme a Tirano. A mezzanotte mi ritirai in albergo.
21 APRILE: Alle 7 partii per Mazzo, che costituiva il perno di uno schieramento difensivo che si allargava sulla sinistra e sulla destra della vallata. Le truppe erano al comando del maggiore Vanna, della 3° legione confinaria. Il paese era tenuto da legionari “M” muniti di mortai e mitragliere. A sinistra, sulle alture di Roncale e S.Martino, erano appostati reparti “M” e squadristi della “Manganiello”. Sulla destra, a S.Matteo e Mortirolo, i battaglioni della legione “Tagliamento” fronteggiavano le più agguerrite formazioni partigiane. Due km oltre, nel fondovalle, era Grosio. Quest’ultimo paese costituiva la punta più avanzata del nostro schieramento, ma era completamente circondato dai partigiani che lo battevano ininterottamente col fuoco delle loro mitragliere. A Grosio erano asserragliati un reparto della Guardia, una compagnia di francesi e 60 squadristi della Brigata Nera di Sondrio. Il resto della Valtellina, fino al passo dello Stelvio, era in mano ai partigiani. Solo a Bormio, isolatissimi, resistevano ancora un plotone della confinaria e 50 squadristi pistoiesi. Come corrispondente di guerra, ero libero di andare dove volevo. Mi unii al gruppo in partenza per Grosio. La piccola colonna si mosse verso mezzanotte. Pioveva. Ogni tanto dovevamo gettarci a terra perché dalla montagna i partigiani lanciavano colpi di mortaio. La marcia durò poco meno di un’ora. Raggiungemmo indenni il paese. I francesi occupavano una villa all’imbocco del paese, sulla strada per Mazzo. La Guardia Repubblicana si era sistemata in una casa poco lontana dalla Brigata Nera, accasermata in un edificio al centro del paese. Mi venne assegnata una branda e subito crollai.
22 APRILE: Mi svegliai convinto che stesse grandinando. Dalla montagna i partigiani innaffiavano l’intero paese con una pioggia ininterrotta di proiettili. Grosio appariva completamente deserta. L’aria era solcata in continuazione dai sibili dei proiettili in arrivo. I nostri rispondevano rabbiosamente ma senza alcun risultato positivo: i partigiani erano perfettamente occultati. Inseguito dal fischio di qualche pallottola randagia, raggiunsi di corsa l’edificio di 3 piani dove si era barricato il presidio della Guardia. Tutte le finestre erano murate ed il solaio trasformato in un nido di mitragliatrici. Le armi erano rivolte verso nord, puntate contro la montagna. Grosse travi e sacchetti di sabbia erano sistemati anche sopra le tegole. Le medesime installazioni difensive erano state approntate nella caserma della Brigata Nera, nel cui solaio si erano piazzati i francesi. Sparse nelle case del paese, c’erano le famiglie di una ventina di squadristi. Nel pomeriggio feci presente la necessità di tenere Grosio a tutti i costi per agevolare la penetrazione verso l’alta valle delle truppe che sarebbero giunte con Mussolini. “Lei è pazzo, – mi risposero – qui non arriverà nessuno. Radio Londra ha detto stamattina che tutta la linea gotica è stata travolta e che le truppe alleate si stanno avvicinando a Milano. E dove sono andati a finire i nostri? Che cosa aspettano a ritirarsi in Valtellina? Ma vi rendete conto che le prime colonne avrebbero già dovuto esser qui?”. Il ragionamento filava, ma non volevo accettarlo per buono. Il sole stava tramontando. Col comandante pensai che era opportuno compiere un giro per il paese e visitare le famiglie dei fascisti. Furono 2 ore penose. Sui volti delle donne era dipinta l’angoscia, se non il terrore. “Di notte scendono in paese. – ci sussurrarono alludendo ai partigiani – Noi ci barrichiamo nelle case, ma abbiamo paura lo stesso. Che cosa succederà? Dov’è il Duce? È già arrivato in Valtellina?”. Cercammo di rassicurarle, di tranquillizzarle. Eppure, nonostante la tragicità del momento, nessuna di quelle donne, madri, spose, figlie di fascisti, ci incitò alla resa. Nessuna si abbandonò a scene di disperazione.
23 APRILE: La giornata trascorse senza episodi di rilievo: le solite sparatorie, il solito cecchinaggio. Contammo però, speranzosi, le ore a una a una. Nel pomeriggio mi recai all’ospedale per visitare 3 nostri legionari rimasti feriti negli scontri dei giorni precedenti. Avevamo portato un po’ di sigarette per i nostri feriti. Salutammo i nostri legionari. Non sapevamo davvero se saremmo potuti tornare a trovarli, e neanche loro lo sapevano. Ci sentivamo addosso gli occhi di tutti. I feriti, gli altri ammalati, le suore e gli infermieri, che avevano seguito in silenzio la scena, ci guardavano andare via. Eravamo sulla soglia quando sentimmo gridare: “Signor tenente!” Ci voltammo di scatto. Uno dei nostri feriti si era sollevato sul letto appoggiandosi al braccio sinistro. “Signor tenente – gridò ancora, levando il braccio destro nel saluto romano – Viva Mussolini!”.
24 APRILE: Altra giornata di attesa spasmodica. Radio Milano continuava a trasmettere notizie tranquillizzanti, ma Radio Londra dava di ora in ora indicazioni precise sul dilagare nella pianura padana delle armate nemiche. Dov’era Mussolini? Quando arrivava Mussolini? Squadristi e legionari continuavano a chiederselo e a chiedercelo a noi ufficiali con sempre maggiore insistenza. In mattinata un cuciniere e 4 legionari erano andati ad acquistare provviste a Sernio, ma nessuno li aveva poi più rivisti. Qualche ora dopo erano stati trovati in una cantina: massacrati a colpi di pugnale, con gli occhi strappati e i genitali in bocca. Esasperati, i legionari avevano ordinato agli abitanti della casa di sgombrare, prima di darle fuoco. Verso mezzogiorno dovemmo prendere atto di essere tagliati fuori da ogni collegamento. Fino a ordine contrario avremmo comunque tenuto il paese. Credevamo ancora nella possibilità che la Valtellina dovesse diventare il ridotto alpino di cui si parlava. C’era tuttavia da attendersi che i partigiani, imbaldanziti dalla vittoria ormai imminente delle forze alleate, tentassero su Grosio un attacco in grande stile. La sera pattugliammo a lungo il paese: silenzio e buio pesto, porte e finestre sbarrate. Alle 23 ordinammo alle pattuglie di rientrare.
25 APRILE: Fui svegliato poco dopo l’alba dal fuoco intenso e in pochi minuti fummo appostati alle feritoie. Dalle montagne pioveva su Grosio una tempesta di proiettili, ma le strade del paese apparivano deserte. Un legionario disse: “Forse sparano tanto perché stanno arrivando le nostre colonne da Tirano”. Perché no? Forse stavano davvero giungendo, con Mussolini, le decine di migliaia i soldati della Repubblica Sociale. Forse il ridotto alpino stava diventando una realtà. Schivando il tiro nemico, corremmo verso la strada per Mazzo. Se arrivavano, li avremmo visti. Ma non si scorgeva assolutamente niente. Le pallottole fischiavano da tutte le parti. Ci appostammo e cominciammo a sventagliare, ma il nostro era un tiro inevitabilmente impreciso mentre i partigiani, in posizione dominante, sapevano molto bene dove mirare. Il fuoco non accennava a cessare. I partigiani, pur disponendo di abbondanti rifornimenti, non potevano concedersi il lusso di gettare via i colpi. Tutti quei fuochi d’artificio, quindi, potevano solo significare che i nostri avversari consideravano la fine della guerra ormai imminente e davano fondo alle scorte. Ci venne una gran voglia di sapere che cosa stava succedendo nel resto della vallata e, soprattutto, nel restante territorio della Repubblica Sociale. Tornammo nella caserma con la speranza di captare qualche trasmissione radio. Erano le 11.30 del 25 aprile. Radio Milano taceva. Lontanissima, ci giunse la voce di Radio Trieste. Parlava di combattimenti in corso e incitava la popolazione a unirsi ai battaglioni della R.S.I. nella lotta contro gli slavi. Tentammo ripetutamente di captare Radio Milano. Finalmente, poco prima di mezzogiorno, poche parole chiaramente diffuse dissiparono l’incubo: “Ente Italiano Audizioni Radiofoniche EIAR:. qui parla la radio della Repubblica Sociale Italiana…” Lanciammo un urlo e ci abbracciammo. Milano era ancora in mano nostra, e Mussolini poteva raggiungere tranquillamente la Valtellina. No, non sarebbe finita tanto presto, e quei bischeri lassù sulle montagne facevano male a sprecare tanti proiettili. Mentre eravamo tutti lì che sognavamo ad occhi aperti l’arrivo del Duce e delle formazioni che l’avrebbero accompagnato, un parroco di una frazione della montagna chiese di parlare col comandante del presidio della Guardia. “Sono latore – disse – di un’intimazione di resa per voi e per tutte le altre forze fasciste di Grosio. Se entro le ore 20 di questa sera non avrete deposto le armi, i partigiani vi attaccheranno e vi fucileranno tutti. Vi scongiuro, non vi irrigidite inutilmente. Per voi non c’è più alcuna speranza”. “State perdendo il vostro tempo, reverendo. – lo interruppe il tenente – Se quelli là vogliono le nostre armi, se le vengano a prendere!”. Poi, quando il sacerdote uscì, si rivolse a me con un’espressione soddisfatta. “Finalmente sono riuscito a dirla anch’io questa frase. – esclamò – L’avevo letta su tanti libri di guerra e di avventure e sentita pronunciare al cinema. Be’, adesso mi sento eroe anch’io”. Scoppiammo a ridere. La voce di Radio Milano e l’episodio del sacerdote ci avevano messo di buon umore. Fu una mezz’ora serena, quella. L’ultima. Fuori, intanto, continuavano a sparare. Ci consultammo: “Vedrai che non attaccano. Non hanno mai osato affrontarci in campo aperto e non oseranno proprio ora che sentono di avere la vittoria a portata di mano. Chi sta per vincere, non vuole più morire. E sanno che, se si fanno sotto, molti di loro ci lasceranno la pelle”. D’accordo con i francesi, decidemmo che al tramonto tutti i familiari dei fascisti che l’avessero desiderato sarebbero stati trasferiti dalle loro abitazioni negli edifici della Brigata Nera, della Guardia e dei francesi. I partigiani erano capaci di catturarli come ostaggi e farli camminare davanti a loro durante l’attacco. Casi del genere si erano già verificati. Il pomeriggio trascorse velocemente tra una sparatoria e l’altra. Radio Milano non trasmetteva più. Da Mazzo non giungeva alcuna notizia. Ci recammo a visitare donne e bambini per invitarli a trasferirsi negli edifici da noi presidiati. “Avvisateci se vi ritirate da Grosio. – ci sentimmo ripetere da chi non accettò – Non vogliamo finire nelle mani dei partigiani. Vogliamo venire con voi”. Suonarono le 18, le 19. Alle 20 eravamo tutti appostati, i mitra fuori le feritoie. Grosio, quella sera del 25 aprile, faceva paura. Fuori, silenzio assoluto. Attaccano? Non attaccano? Maledetti, perché non si fanno vedere? Attendemmo con i nervi tesi per più di un’ora. Verso le 21 raggiunsi il tenente. Era pallidissimo. “Radio Milano non trasmette più, – mi disse – è’ tutto il pomeriggio che tace. Che cosa starà succedendo? Dov’è Mussolini? Dov’è?”. Più tardi giunse da Mazzo una staffetta con notizie poco incoraggianti. Tutte le truppe avrebbero dovuto ripiegare dalla zona e raggiungere Sondrio. Il ripiegamento era stato studiato in maniera che noi di Grosio potessimo ritirarci nella notte seguente mentre loro, da Mazzo, ci avrebbero protetti col tiro delle mitragliere. Sentivo che la tragedia stava giungendo a conclusione. Perché ritirarci su Sondrio se il nostro compito era quello di tenere la media valle in previsione di altre forze? Era la fine: la fine di tutto. Gli occhi mi si riempirono di lacrime.
26 APRILE. Alle 7 del mattino, mentre tutto crollava, mi trovai a comandare un reparto di Brigata Nera. Radunai gli uomini. Li feci liberare di tutto il superfluo e distribuii a ciascuno grossi quantitativi di munizioni e di bombe a mano. Verso le 10 mi recai al comando francese per definire le modalità del ripiegamento. Tornai in caserma. Gli squadristi erano calmi e ai loro posti. Gli anziani erano molto più turbati dei giovani. “Sono fascista dal 1920 – mi disse uno con gli occhi lucidi – Ho creduto in Mussolini come in Dio. Se Mussolini muore, il fascismo è finito. Povera Italia!”. Poco dopo mezzogiorno mi sedetti a mensa con gli squadristi. L’atmosfera era abbastanza calma e distesa. A un certo punto, un legionario accese la radio. Le solite voci straniere, disturbi vari. “Eppure – disse – a quest’ora Radio Milano dovrebbe trasmettere”. Nel silenzio, si udivano pallottole infrangersi contro i muri dell’edificio. Ed ecco, dall’altoparlante, scaturire una voce: “Attenzione, attenzione: un’automobile percorre le vie della città con a bordo traditori fascisti. Arrestateli! Uccideteli!”. Mi sentii gelare il sangue. Un’opprimente sensazione di morte mi piombò addosso come un macigno. Eccola, la fine: l’aspettavo ormai da tanti giorni, ma ora che la vedevo davanti, mi sentivo soffocare. Udii mormorare: “Mio Dio…”. Alcuni squadristi si erano alzati da tavola, bianchi in volto, smarriti. La radio riprese: “Qui parla Radio Milano Liberata. Il Comitato di Liberazione Nazionale dirama il seguente comunicato alla popolazione…”. Uno sovrastò la voce della radio gridando: “I miei bambini! A Milano ci sono mia moglie e i miei bambini: li uccideranno! Ci uccideranno tutti!”. Quasi fuori di me, impugnai la rivoltella e fracassai l’apparecchio con 2 pallottole. “Che Milano sia caduta – dissi subito con la voce che mi tremava – non significa nulla. Era una notizia che ognuno di noi si aspettava ormai da giorni. E’ terribile, lo so. Ma noi siamo qui in Valtellina con un compito ben preciso. Resistere finché avremo una cartuccia da sparare. Resistere attorno a Mussolini, per l’onore della nostra bandiera. C’è qualcuno che si vuole arrendere? Faccia pure. I partigiani sono a 100 metri da noi. Io non lo tratterrò di sicuro. Da questo momento è meglio non avere traditori fra i piedi”. Nessuno fiatava. Mi sedetti. Allora uno degli squadristi più anziani mi riempì di vino il bicchiere: “Bevici su, tenente, sei pallido come tutti. Ma sta’ tranquillo: qui non ci sono né vigliacchi né traditori. E beviamo tutti, perdio, alla salute di quelli di noi che porteranno la pelle a casa!”. Tentai di mangiare, senza riuscirci. Pensavo a Milano, alle strade ed alle piazze di Milano: la vedevo come avevo visto Roma, Viterbo, Siena durante le mie missioni oltre le linee: piena di soldati di tutte le razze, piena di bandiere nemiche, piena di uomini di colore a braccetto con le nostre ragazze. Piena di prostituzione, vergogna e miseria. Cercai di farmi forza. Uscii dalla caserma e andai dal tenente. Lo trovai cupo. Anche lui aveva sentito la radio. “Siamo all’ultimo atto – mormorò – Speriamo che a Sondrio non perdano la testa. Speriamo che almeno noi, quassù, si possa combattere ancora”. Si decise di preparare il ripiegamento. Le famiglie che volevano seguirci e che non si trovavano già al sicuro nelle caserme, in serata si sarebbero portate prima nella caserma della Brigata Nera e da lì alla villa occupata dai francesi. Rendemmo inutilizzabile tutto quello che non avremmo potuto portare con noi. Verso le 17 cominciò a piovere, il che non ci dispiacque affatto. Dopo il tramonto, alla spicciolata, i famigliari dei fascisti raggiunsero la nostra caserma. C’erano donne di tutte le età, numerosi bambini. Anche la madre 80enne e inferma di uno squadrista. Invano il figlio la scongiurò di fermarsi. “Ti porteremo all’ospedale. Là nessuno oserà toccarti”. Niente, volle venire con noi. “Desidero restare con gli italiani, non coi partigiani” ribatté testarda e commovente Per trasportarla, le preparammo una barella. Alle 22 iniziò il ripiegamento: eravamo circa 300 persone. Nella vallata tutto era silenzio. Dopo circa 500 metri sentimmo alle nostre spalle raffiche di mitra. I partigiani, accortisi che in paese non c’era più un fascista, si erano decisi a “liberarlo”. Da Mazzo, le armi degli “M” risposero. In breve tutta la vallata fu un fuoco incrociato. Raggiungemmo Mazzo alla mezzanotte del 26 aprile. Ci dissero che poche ore prima Radio Milano Liberata aveva ingiunto a tutti i fascisti che ancora resistevano di arrendersi. “A partire dalla mezzanotte di questa sera – aveva specificato il comunicato – tutti i fascisti sorpresi con le armi in pugno, saranno immediatamente fucilati”. Un coro di maledizioni e di insulti aveva accolto queste parole. Intanto in magazzino avevano avuto la bella pensata di dare fondo alle riserve di viveri. Con la farina e un po’ di uova venne preparato un centinaio di pasticcini. I legionari mangiavano e cantavano: “San Marco, San Marco, cosa importa se si muore…”.
27 APRILE: Verso l’alba, mi gettai su un materasso steso a terra. Ma alle 6 i reparti si stavano adunando per trasferirsi a Tirano. Mi accorsi che eravamo almeno in 700, tutti armati fino ai denti. La colonna si compose rapidamente: carro armato in testa, poi i camion del battaglione “M” con le mitragliere, quindi i reparti appiedati, seguiti da 3 pullman pieni di donne e bambini. Infine, altri reparti appiedati e, di retroguardia, 2 autoblindo. La marcia durò un paio d’ore. La lunga colonna si snodò in perfetta disciplina e senza subire alcun attacco, da Mazzo a Tirano. I legionari e gli squadristi, il dito sul grilletto, marciavano cantando: “Le donne non ci vogliono più bene, perché portiamo la camicia nera…”. A Tirano trovammo ad attenderci altri nostri reparti. Il maggiore Vanna chiamò a rapporto gli ufficiali. Ci disse che non riusciva a comunicare con Sondrio e che dovevamo immediatamente prepararci per quest’altra marcia di trasferimento. Eravamo, adesso, più di 1.000 (tutta la compagnia “Pesaro” del battaglione “Guardia del Duce”, 150 militi confinari, circa 300 legionari della Guardia e oltre 400 squadristi delle Brigate Nere di Firenze, Pistoia, Cremona e Sondrio). Alle 10, l’imponente colonna imboccò l’ampio vialone che, diritto come una lama di coltello, conduceva al santuario della Madonna di Tirano e poi verso Sondrio, che eravamo tutti convinti che di raggiungere in un’ora. La prima raffica ci colse quando la testa della colonna si trovava a meno di 200 metri dal santuario. Ma non tutti si resero conto di quanto stava accadendo. Alcuni la confusero con il rombo dei motori. Ce ne volle una seconda più micidiale perché fosse chiaro che i partigiani ci avevano teso una imboscata. Saltammo giù dai camion per ripararci dietro gli alberi, sulla sinistra del viale. “Bel colpo – pensai – questa volta ci hanno fregato davvero”. I legionari “M” addetti alle mitragliere, ammirevoli per coraggio e calma, completamente allo scoperto sotto il tiro nemico puntavano le loro armi contro la montagna. Si scatenò l’inferno. Sparavamo tutti, ma come al solito noi sparavamo alla cieca. Loro, invece, potevano mirare comodamente. I mortai cominciarono a martellare la montagna. Vidi un anziano maresciallo della Guardia piombare a terra. Lo portammo al riparo di un muretto. Una pallottola di mitragliera gli aveva troncato il piede sinistro. “Non vi preoccupate, – si mise a gridare – andate avanti. Viva il Duce! Viva l’Italia!”. Mi colpirono le grida di quel vecchio fascista. Avevo letto tante volte sui libri e nelle cronache di guerra, di soldati feriti che invocavano il Duce, ma francamente avevo sempre creduto che quegli episodi fossero parto della fantasia. Non ritenevo possibile che uno, con la carne dilaniata, potesse trovarne la voglia e il tempo. E ora, invece, l’avevo lì davanti a me quel vecchio soldato ferito che, mentre tutto crollava, invocava ancora il suo Duce e la sua patria. Passò mezzogiorno. Noi sempre dietro gli alberi, loro sempre lassù a tirare al bersaglio. Ripensando agli avvenimenti di quella mattina, si può affermare senza esagerazione che quel combattimento mutò probabilmente il corso della storia. Se infatti fossimo giunti a Sondrio, avremmo immediatamente proseguito verso il lago di Como per andare incontro a Mussolini. E il Duce, la mattina del 27 aprile, si trovava ancora libero, sulla sponda destra del lago. L’imboscata partigiana, perfettamente ideata e condotta allo scopo di impedire il congiungersi della nostra colonna con i 3.000 fascisti che presidiavano Sondrio, tolse ogni possibilità di riuscita a questo piano. Le formazioni fasciste in Valtellina perdettero ore preziose e non furono in grado di coprire rapidamente quei 40 km che separavano la città dalla riva destra del lago, e di raggiungere in tempo Mussolini. A Sondrio, infatti, dopo avere atteso inutilmente il nostro arrivo per tutto il pomeriggio del 27 aprile, e di fronte alla realtà del mancato arrivo delle truppe destinate al ridotto alpino, i fascisti, sottoposti per di più a un ricatto, accettarono di discutere le condizioni di resa, proprio mentre il Duce veniva catturato a Dongo. Alle 15.30, mentre il combattimento continuava, Vanna impartì a tutti i reparti l’ordine di ripiegare su Tirano. Un legionario si portò in mezzo al viale e, fuori di sé, cominciò a tirare contro la montagna gridando: “Venite fuori, vigliacchi! Fatevi vedere! Fatevi vedere!”. Venne colpito al ventre ma continuò a sparare finché un secondo proiettile lo fecero crollare. Sistemammo i feriti sopra alcune brande requisite e, costeggiando il viale, ripiegammo su Tirano. A Tirano avvertii tra gli uomini un diffuso senso di scontentezza e di disorientamento. Tutti volevano agire, e al più presto. Vidi i militi confinari e i legionari della Guardia togliersi dalle mostrine i gladi ed applicarsi i fascetti delle Brigate Nere. “Abbiamo deciso che se dobbiamo morire – dissero – vogliamo farlo portando il simbolo che ci è più caro”. Verso le 19, tutte le formazioni si radunarono nel vasto cortile della caserma Torelli. Vanna prese la parola: “Io non sono più riuscito a mettermi in contatto con Sondrio. Non so quindi che cosa stia accadendo. Ma so con assoluta certezza che il Duce doveva raggiungerci qui, in Valtellina. Intendo andargli incontro. Tra poco, col favore delle tenebre, uscirò da Tirano e cercherò di portarmi il più possibile verso il Lago di Como. Non obbligo nessuno a venire con me. Vi invito anzi a ricordare che, secondo quanto già trasmesso da Radio Milano, ognuno di noi, se colto con le armi in pugno, è passibile di immediata fucilazione. Non considererò un vile chi vorrà deporre le armi e col consegnarsi ai partigiani. Stiamo ormai combattendo una lotta senza più nessuna speranza. Nemmeno quella di trasformare la Valtellina in un ridotto alpino. Ma io, lo ripeto, andrò incontro a Mussolini. Chi vuole venire con me, faccia un passo avanti”. Tutti noi presenti, più di 1.000, avanzammo di un passo. Erano le 19.30. Fu un momento indimenticabile. Ero certo che, data la tragicità di una situazione che non consentiva più vie d’uscita, molti avrebbero rinunciato, e nessuno avrebbe potuto rimproverare loro una simile decisione. Non uno, invece, si era tirato indietro. Sentii la commozione prendermi alla gola. Non c’erano fanfare che suonassero né bandiere al vento in quel cupo tramonto del 27 aprile a Tirano. Rimaneva soltanto, in ogni cuore, la tragica certezza che tutto era finito. Eppure quei 1.000 italiani di ogni età e condizione sociale avevano rinunciato in piena coscienza alla salvezza, ben sapendo che l’unico premio a quella loro appassionata fedeltà sarebbe stata, come infatti per molti di loro fu, una morte atroce. Il maggiore Vanna aveva gli occhi lucidi. Non era il solo. Non credeva che tutti si sarebbero offerti volontari. D’altra parte non era possibile affrontare le incognite di una marcia come quella con 1.000 uomini. Occorse una selezione. Tutti quelli oltre 40 anni e gli ammogliati furono esentati. “Mi occorrono non più di 200 uomini – disse a noi ufficiali – Con questi voglio raggiungere Sondrio. Se nel capoluogo si sono già arresi, mi darò alla montagna e cercherò di raggiungere il lago di Como. Mussolini non è ancora caduto prigioniero. La radio l’avrebbe comunicato. Quindi, il Duce è di certo in qualche località tra Milano e la Valtellina. Dovunque sia, voglio raggiungerlo. Signori ufficiali, scegliete gli uomini. Si parte tra un’ora”. “Legionari – disse poi a tutti – solo una parte di voi potrà seguirmi. Spero di rivedervi tutti. Se ciò non fosse possibile, desidero comunicarvi che avete offerto, in queste ore decisive, una superba prova di disciplina e fedeltà. E ora leviamo insieme il grido della nostra passione: Italia! Italia! Italia!”. Mille voci risposero compatte: “Italia! Italia! Italia!”. “Saluto al Duce!” ordinò Vanna. Un solo urlo gli rispose: “A noi!”. In quel momento nessuno poteva immaginare che Mussolini si trovava a poche decine di km da Tirano, già prigioniero dei partigiani, mentre in tutta l’Italia del nord decine di migliaia di fascisti cadevano massacrati. Lentamente, il vasto piazzale interno della caserma Torelli si andò sfollando. Restarono solo i prescelti, 270 in tutto. Ognuno di noi si caricò fino all’inverosimile di munizioni e bombe a mano. Poco prima della partenza, vidi anche il tenente. Mi sembrò sereno. “Ho messo i miei al sicuro – disse – e poi, io sono nato qui a Tirano. Mi conoscono tutti. Non ho mai fatto del male a nessuno. Non credo che vorranno farne a me o alla mia famiglia”. Nemmeno io lo pensavo: era un brav’uomo, me l’avevano detto tutti. Si era iscritto al Fascio mosso solo da un amore infinito per la patria. Invece, quando lo salutai, non gli restavano nemmeno 2 giorni di vita. Nel pomeriggio del 29 aprile, dopo la resa delle forze fasciste a Tirano, alcuni partigiani lo prelevarono da casa sotto gli occhi di moglie e figli. Poi lo costrinsero a correre davanti a loro per le vie della cittadina, sparandogli tra le gambe. Alla fine lo gettarono contro un muro e l’ammazzarono a colpi di bombe a mano. Intanto la colonna Vanna lasciò la caserma Torelli poco dopo le 21.30. Silenziosamente superammo il ponte sull’Adda e ci trovammo nel folto della boscaglia. Per un’ora la marcia proseguì senza alcun incidente, tranne un piccolo scontro con i partigiani appostati presso il ponte di Stazzona. Poi superammo l’Adda e ci portammo sulla statale, dove ci congiungemmo con una trentina di squadristi che sarebbero dovuti restare a Tirano. “Signor maggiore – si scusarono con Vanna – non ce la facevamo a restare a Tirano mentre voi andavate incontro al Duce. Abbiamo deciso così di disobbedirvi e di raggiungervi”.
28 APRILE: Verso l’alba giungemmo in vista di S.Giacomo. Ci intimarono l’alt le SS che tenevano sotto controllo il nodo stradale con l’Aprica. Il maggiore Vanna ebbe un breve colloquio con un capitano, poi ci chiamò a rapporto. “Il comandante tedesco – ci disse – mi ha comunicato che, secondo le ultime notizie, Sondrio si sarebbe arresa ieri sera. Ma c’è di peggio: Mussolini sarebbe stato catturato ieri pomeriggio dai partigiani sul lago di Como. Se tutto ciò è vero, siamo probabilmente gli ultimi che, tra Milano e Sondrio, continuano a combattere. Ora intendo sentire il vostro parere. Dobbiamo continuare?”. Dovevamo. Nessuno di noi voleva accettare l’eventualità che Mussolini fosse prigioniero dei partigiani. Impossibile, assurdo. Dovevamo raggiungerlo. Il Duce, di sicuro, resisteva da qualche parte. Se i nostri capi a Sondrio si erano arresi senza lottare fino in fondo, peggio per loro. Saremmo penetrati in città, avremmo liberato i nostri camerati e avremmo fucilato il generale Onori e il federale Parmeggiani per alto tradimento. Queste furono le decisioni che prendemmo all’alba del 28 aprile a S.Giacomo. E non eravamo pazzi, ma solo convinti che non poteva, non doveva finire così. Volevamo concludere in bellezza, con le armi in pugno, attorno a Mussolini. Superammo il posto di blocco. Le SS ci guardavano con aria assente. “Per noi la guerra è finita – ci avevano detto – Aspettiamo solo che qualcuno ci comunichi dove dobbiamo andare a deporre le armi”. Li squadrammo dall’alto in basso: noi non ci sentivamo ancora sconfitti. E i partigiani? “Saranno nascosti – sentivo dire – Hanno vinto loro e non hanno ancora il coraggio di mostrarsi”. Si mostrarono, invece, un’ora più tardi, quando la nostra colonna imboccò il lungo rettifilo che terminava al bivio con Ponte Valtellina. Non sparavano, ma si limitavano ad osservarci. E nemmeno noi sparavamo. Quando, verso le 10, giungemmo al bivio di Ponte Valtellina, il maggiore Vanna ci comunicò le sue decisioni: “I partigiani ci tallonano da vicino. Non è prudente né utile marciare allo scoperto. E’ opportuno concederci una sosta di qualche ora a Ponte Valtellina dove c’è, o almeno dovrebbe esserci ancora, il comando della mia legione, la 3° Confinaria. Ci fermeremo lì fino al tramonto. Se non si verificano fatti nuovi, riprenderemo la marcia su Sondrio. Il paese si trova a un km da qui, sulla nostra destra. Può darsi che sia già in mano ai partigiani. In questo caso bisogna riconquistarlo”. Ponte Valtellina era sì in mano ai partigiani, ma appena ci videro scapparono via. Non ci fu nemmeno bisogno di sparare: quei pochi che furono raggiunti dai nostri ragazzi gettarono le armi a terra e vennero liquidati a calci nel sedere. Erano le 10.30. Il comando della 3° Legione era asserragliato nella ex Casa del Fascio, divenuta poi sede del municipio. Dal portone ci corsero incontro ufficiali, militi, ausiliarie. Ci abbracciammo commossi. Entrammo nell’edificio e le ausiliarie ci prepararono un pasto caldo. Piazzammo le armi tutt’attorno. Messi insieme, eravamo oltre 300. Trascorsero così 3 ore. Poi, verso le 15, un primo allarme: “I partigiani!”. Li vedemmo scendere verso il paese. Non si trattava, questa volta, dei 4 fessi che avevamo preso a calci poche ore prima. Era gente addestrata, disciplinata, che si muoveva secondo ordini precisi. Ci tenemmo pronti al combattimento, ma l’ordine era di non sparare per primi. Venissero avanti loro. Nel volgere di 20 minuti fummo completamente circondati, ma la cosa che più ci preoccupava era una constatazione: se i partigiani si sentivano così liberi nei loro movimenti, ciò poteva solo significare che non restavano più fronti su cui erano impegnati. In altre parole: Sondrio e gli altri presidi della Valtellina si erano probabilmente arresi. Suonarono le 16.30. In quel momento udimmo il rombo di più automobili che salivano verso Ponte Valtellina. Erano 3 vetture che portavano, ben visibili, alcune bandiere bianche. Si fermarono nel piazzale antistante l’ingresso e alcuni borghesi scesero. Con loro, il generale Onori e il federale Parmeggiani. I nostri due capi erano in divisa, ma non portavano più la rivoltella alla cintura. Sentii lo stomaco che mi si chiudeva. Allora era vero: Sondrio si era arresa. 3.000 uomini, decine di mitragliatrici, 3 batterie: più niente. Maledetti, traditori, ora ve la facciamo vedere noi!. Uscimmo in massa sul piazzale. Tenevamo i mitra imbracciati. Nessuno parlava, ma bastava poco per provocare un massacro. Alla fine il generale Onori venne verso di noi. “Và via, – gridammo – và via, traditore!”. “Nessuno ha tradito, ve lo garantisco – rispose pallido Onori – non c’è più niente da fare, è finita. Mussolini è prigioniero dei partigiani da ieri pomeriggio. Non arriverà più in Valtellina. In queste condizioni, ho il dovere di impedire inutili spargimenti di sangue. Abbiamo tenuto duro fino in fondo. Se Mussolini fosse arrivato qui, la lotta sarebbe continuata. Solo stanotte, quando mi sono reso conto della reale situazione, ho accettato le proposte di resa che ci venivano offerte tramite il vescovo di Sondrio. Sono proposte oneste e onorevoli. Entro pochi giorni, tutti coloro che non si sono macchiati di reati comuni saranno muniti di un salvacondotto e lasciati liberi. Abbiamo accettato, anche a nome di tutte le forze fasciste in Valtellina. Ora dovete ubbidire”. Per qualche istante il silenzio fu generale, poi scoppiò un tumulto: “No! No, perdio! Le armi a queste carogne non le diamo. Non è vero che Mussolini è prigioniero. Vi siete messi d’accordo con quelli là”. Le parole giungevano chiare anche ai borghesi che rimanevano in disparte: uno di loro si mise a ghignare. Qualcuno si precipitò verso di lui urlando: “Non ridere, maiale! Non ridere o ti ammazzo!”. Lo fermammo appena in tempo. Gridammo tutti. Non volevamo arrenderci. Sapemmo poi che le stesse scene di rivolta e disperazione erano accadute anche a Sondrio, quando ai reparti era giunto l’ordine di deporre le armi. Ci ritrovammo nuovamente dentro, nella vasta palestra del comando. “Non dobbiamo arrenderci – ci dicevamo – Dobbiamo attendere la notte e darci alla montagna. Non crediamo ai patti di resa. Non sono soldati quelli che li hanno sottoscritti. Sono banditi. Non manterranno fede agli impegni presi. Ci massacreranno. Preferiamo morire con un’arma in pugno che come topi in trappola”. In quel momento entrò nella palestra il maggiore Vanna. Teneva la rivoltella in pugno e si mise a urlare: “Che cosa siete? Soldati o pazzi furiosi? Lo so che questo è il momento più brutto della nostra vita, ma dobbiamo sopravvivere. Capito? Io credo che loro manterranno fede ai patti. Ci voglio credere. Sono italiani come noi. Non massacreranno i fratelli vinti. E poi sappiate che, se non ci arrendiamo, mettiamo in pericolo le famiglie dei fascisti in tutta la vallata. I capi del Comitato di Liberazione Nazionale ci hanno fatto sapere che, se non deponiamo le armi, loro non rispondono di quello che possono combinare le bande ancora sulle montagne”. “Eccolo il ricatto! – gridammo – E voi vi fidate di questa gentaglia?”. “Sì, – riprese – mi fido. Credetemi, ragazzi, non c’è altro da fare”. Si interruppe. Si portò una mano davanti agli occhi. Piangeva. Piangevamo tutti. Poi qualcuno disse: “Ma le nostre insegne… quelle no, quelle no! Bruciamole!”. Prendemmo i gagliardetti del Fascio di Ponte Valtellina e quello della 3° legione. Ci ponemmo tutti attorno: il maggiore Vanna, il colonnello Fattori stretto alla moglie che singhiozzava disperata, Parmeggiani, pallido, in un angolo, Ramoino, Giombetti, Paganella, Canova, Cazzola… Sono tutti morti, per ordine di quelli che avevano sottoscritto solennemente i patti di resa. Bruciammo le insegne. Poi, con quanto fiato ci restava, intonammo “Giovinezza” e l’“Inno dei battaglioni M”. Era l’ultima volta, ormai ne eravamo consapevoli. Quando finimmo di cantare, sentimmo provenire dall’esterno voci confuse. Udimmo pronunciare distintamente il nome di Mussolini. Sperammo ancora nel miracolo. “Arriva il Duce!” gridò qualcuno. Corremmo fuori. Era arrivato, invece, a bordo di una motocicletta, un partigiano. Gridava: “E’ morto! E’ morto, vi dico. L’ho visto io! L’hanno fatto fuori!”. “Ma chi è morto?” domandammo smarriti. “Mussolini! Mussolini!” rispose quello. Capimmo che non mentiva. Erano le 17.30 del 28 aprile. Mi sentii svuotato. Una stanchezza enorme, infinita, un desiderio pazzo di gettarmi per terra, di non udire più niente. Vidi le facce stravolte degli altri. Mi sembrò di sognare. Mussolini morto? No, non era possibile. Eravamo automi, esseri ormai svuotati di qualsiasi volontà. Ma piuttosto che consegnare le armi, preferimmo ridurle in mille pezzi. In fila per uno, fummo poi obbligati a uscire dalla sede del comando per trascorrere la notte nelle aule di una scuola poco lontano. Ci trovammo chiusi tra 2 file urlanti di partigiani o pseudo tali. Un uragano di mazzate, di legnate, di insulti. Mi ritrovai alla fine senza pistola, senza zaino, senza orologio. Ma non sentivo dolore fisico. In quei momenti non si prova niente: ci si augura solo di morire. E poi la notte. Ci stiparono in 70 dentro un’aula. Con noi c’erano alcune ausiliarie. I partigiani continuarono a entrare per ore e ore, ubriachi, pazzi di furore. Ci puntavano i mitra allo stomaco, gridando: “Tutti gli uomini contro il muro. Guardate, adesso, che cosa facciamo delle vostre ausiliarie. Venite qua, puttane!”. Gli stupri di gruppo, tra le urla delle poverette, proseguirono tutta la notte.
29 APRILE: La mattina ci incolonnarono per quella che fu la marcia della disperazione da Ponte Valtellina a Sondrio. 9 km. tra una folla urlante che inveiva, ci sputava addosso, ci aggrediva a ogni passo. Noi eravamo i delinquenti, noi gli assassini, noi i traditori… Noi che indossavamo ancora il grigioverde e avevamo sempre avuto per bandiera un tricolore, quel tricolore che non vedevo più perché attorno a me c’erano solo bandiere inglesi, americane, e bandiere rosse, un uragano di bandiere rosse. Le ausiliarie si erano tolte le giacche grigioverdi e marciavano spavalde in camicia nera tra gli insulti. Attraversammo Sondrio e ci fermammo accanto a un edificio sul quale si leggeva: “Istituto De Simoni”. Ci condussero verso un palazzotto basso lì vicino, in galera. Nessuno di noi era ancora riuscito ad accettare la realtà che stava vivendo. Molti non dormivano da 3 giorni. Da oltre 30 ore eravamo digiuni. Il carcere era ormai pieno. In piccole celle destinate ad un solo detenuto, ci stiparono in 24. Eravamo in gabbia.
30 APRILE: Il giorno successivo trascorse per noi tutti in una atmosfera di crescente quanto assurda speranza. Ci sorreggeva l’illusione che i capi antifascisti volessero davvero rispettare i patti di resa. Ci chiamavamo da una cella all’altra e ci scambiavamo notizie. Parlammo di un mucchio di cose senza importanza. Inconsciamente, ognuno di noi cercava di distrarsi, di non pensare. Ma verso il tramonto l’inquietudine e l’angoscia tornarono a sopraffarci. Che cosa stava succedendo fuori dal carcere? Tutta quella tranquillità non ci annunciava nulla di buono. E venne l’ora di dormire, o meglio di fingere di dormire. Credo fossero suonate da poco le 22 quando avvertimmo urla di decine e decine di persone provenire dall’ala principale del carcere. Avevano portato via il capitano Marchetti, della confinaria per farlo comparire davanti a un tribunale del popolo. Alcuni domandarono cosa fosse un tribunale del popolo. Io ne avevo sentito parlare: lo componevano i più fanatici tra i capi partigiani comunisti. La procedura la inventavano lì per lì. L’unica pena prevista era la morte, e la sentenza veniva eseguita subito. “Non fatevi illusioni, – dissi – quei tribunali giudicano esclusivamente sotto il profilo politico. A loro basta provare che l’imputato è un fascista. E lo mandano al muro”. “Delinquenti! – sentii mormorare – Hanno vinto loro, ora fanno quello che vogliono. Facciano pure. Se credono di vederci tremare, se sperano di vederci implorare pietà, si sbagliano di grosso. Per quanto mi riguarda, non ho niente da rinnegare, niente di cui dovermi pentire. Possibile che tra i nostri nemici non ce ne sia uno onesto?”. Una prima risposta l’avemmo la notte stessa: Marchetti era stato condannato a morte.
1 MAGGIO: Verso le 11, ci condussero in cortile. Incontrammo una sessantina di nostri camerati. Il carcere ne ospitava in quel momento almeno il doppio. Anche l’istituto tecnico “De Simoni”, vicino al carcere, era pieno di fascisti: almeno 600. Molti altri li avevano portati nel Castello, una massiccia costruzione che sovrasta Sondrio. Che cosa, però, stesse succedendo negli altri centri della vallata, nessuno lo sapeva bene. In Val Masino, a Tirano, a Bormio, molti dei nostri erano stati uccisi dopo la resa. Era ormai evidente che i patti non sarebbero stati rispettati e che i capi del CLN erano complici nelle uccisioni. Ci fu raccontato quanto era accaduto la sera prima al capitano Marchetti. Condotto davanti al tribunale del popolo, nei locali del teatrino dell’ex Casa del Balilla, era stato accusato di essere fascista, di aver partecipato a rastrellamenti ed essere un torturatore di patrioti. Lui aveva confermato la sua fede politica e negato di avere mai torturato nessuno. “Portatemi qui questi patrioti, – aveva detto – li voglio vedere in faccia. Io ho la coscienza di avere fatto il mio dovere, di avere servito la mia patria”. Ma i partigiani sentenziarono la condanna a morte. “L’hanno portato via all’alba – terminò l’ufficiale che ci stava raccontando l’episodio – Prima di uscire dal carcere mi ha incaricato di dire a voi tutti che moriva da italiano e da fascista, come era sempre vissuto”. Seguì qualche istante di silenzio, poi ci rivolgemmo al generale Onori: “Eccoli i patti di resa che avete firmato! Non dovevamo arrenderci. Bisognava aspettare gli americani e cedere le armi solo a loro”. Onori ribattè: “Mi sono comportato secondo coscienza. Delle mascalzonate che fanno, dei delitti che commettono, risponderanno loro, prima o poi, davanti alla storia. Avevo il dovere che si spargesse inutilmente del sangue. Anch’io sono qui come voi, e la mia vita è di sicuro più in pericolo della vostra”. I partigiani entravano nel carcere, ghignando felici. Per tanti mesi avevano dovuto battere i tacchi davanti a noi. Ora finalmente ci avevano in pugno e potevano farci quello che volevano, addossandoci le accuse più atroci e strampalate. Urlavano come ossessi. A me, che ero giunto in Valtellina solo il 20 aprile, uno gridò che mi conosceva e che 2 mesi prima avrei strappato ai partigiani non so quanti occhi. L’accusa era talmente idiota, che scoppiai a ridere. Mi coprirono di insulti, garantendomi che la mia ora era suonata, che mi avrebbero fatto a pezzi. Ma non sarebbe toccato a me, quella sera, comparire davanti al tribunale del popolo. Toccò al capitano Cattaneo, accusato di torture, sevizie, massacri. Quando il tribunale emise il verdetto di morte, gridò con quanto fiato aveva in gola: “Vigliacchi! Viva l’Italia!”.
2 MAGGIO: Ricevemmo la visita di un sacerdote, durante il ventennio fascista zelantissimo cappellano della Milizia e adesso partigiano dalla testa ai piedi. Ci illustrò minuziosamente che cosa era successo in piazzale Loreto. La visione di Mussolini appeso per i piedi ci tormentava tutti. Cercammo di immaginare che cosa poteva avere sofferto moralmente e fisicamente, negli ultimi istanti della sua vita, quell’uomo che per tanti anni aveva lottato e lavorato nell’illusione di fare grande e felice il popolo italiano. Nel valutare l’immensità della tragedia vissuta da lui, ognuno di noi poté concludere che il proprio dramma personale era, a confronto, ben poca cosa. Giunse la sera. Alle 20 ci giunse un richiamo: “Ragazzi, stasera tocca a me”. Era Alfredo Paganella. Ci guardammo in faccia allibiti. Paganella davanti al tribunale del popolo? Paganella era un valtellinese molto conosciuto per essere sempre stato un combattente onesto e leale. Ora, secondo la nuova legge dei vincitori, chi aveva fatto il suo dovere e difeso la sua terra era soltanto un criminale da calunniare ed uccidere. Insieme a lui, veniva giudicato anche Canova, giovane ufficiale delle Brigate Nere. L’attesa fu tormentosa. Nessuno riuscì a dormire. Poco dopo mezzanotte tornarono. Li avevano condannati a morte tutti e 2. Ormai imperava la sola legge della giungla. A onor del vero anche tra i partigiani valtellinesi c’era stato chi aveva tentato di opporsi al massacro, ma fatto sta che quasi 500 dei nostri pagarono con la vita, nei primi 13 giorni di maggio, la loro fedeltà a Mussolini e all’Italia. La strage infuriò ovunque: Tirano, Morbegno, Ardenno, Castione, Bagni Val Masino. I terrificanti particolari di questi eccidi li apprendemmo alcune settimane dopo.
3-12 MAGGIO: Alle 11 ci portarono nel cortile. Nessuno parlava. “Guardate lassù” disse uno. Levammo la testa verso l’ultimo piano dell’Istituto “De Simoni”, che sovrastava il cortile del carcere. Le finestre erano gremite di nostri ragazzi. Tutti guardavano verso l’ingresso della prigione. I legionari affacciati alle finestre avevano teso le destre nel saluto romano. Davano l’addio a Paganella e Canova, che stavano andando a morire. L’incubo della morte dominava ormai tutti i nostri pensieri ma nessuno imprecò contro la sorte o sputò sul suo passato. Non avevamo niente da rinnegare, ci uccidessero pure. Il 3 maggio si concluse con la condanna a morte del tenente Ramoino e dei sergenti Giombetti e Coniglio della confinaria. Li vennero a prendere verso le 2 del mattino. Li ammazzarono tutti e 3 sulla strada che conduce a Tirano, alla luce dei fari di un camion. Quando, la mattina seguente, la giovane moglie di Ramoino giunse al carcere, recando felice in mano il telegramma della concessione della grazia, si sentì rispondere che suo marito l’avevano fatto fuori durante la notte. Era fin troppo chiaro che nulla e nessuno potevano impedire alle squadre appositamente organizzate dal partito comunista di agire liberamente. Da quel giorno, le notizie dei massacri cominciarono a pervenirci a getto continuo. Sapemmo così della strage di Ardenno: nel pomeriggio del 4 maggio alcuni partigiani si erano presentati alla ex Casa del Fascio, trasformata in campo di concentramento, e avevano portato via 8 fascisti, nessuno dei quali era stato condannato dal tribunale del popolo. Vennero prelevati con un pretesto qualsiasi e trasportati ad Ardenno. Lì furono mitragliati dopo essere stati costretti a scavarsi la fossa. Poi, il 6 maggio, avvenne la strage di Buglio in Monte: 13 in una volta sola, prelevati in parte dalla ex Casa del Fascio e in parte dal carcere. A noi tremavano le gambe: ma non era la paura che si può provare durante un combattimento, bensì quella di morire come una bestia in gabbia, ucciso da gente che non sa nemmeno come ti chiami e che cosa hai fatto. Verso il tramonto, Cazzola, il capitano valtellinese delle Brigate Nere cui i partigiani avevano rotto la testa durante la marcia da Ponte a Sondrio, ricevette la citazione a comparire davanti al tribunale del popolo. Tornò 2 ore dopo impazzito: l’avevano assolto. Nessuno aveva potuto accusarlo di nulla. “Tornerò a casa mia. Vi aspetto tutti. Forse il peggio è passato. Non morirà più nessuno. Passeremo una giornata indimenticabile. E cercheremo di cancellare questi giorni, queste ore. D’accordo, ragazzi?”. La mattina seguente lo vennero a prendere. Ci salutò incoraggiandoci. Lo ammazzarono 3 ore dopo. Lo misero insieme ad altri 14 fascisti prelevati dall’ex Casa del Fascio. I 15 vennero fatti salire su un camion e avviati verso Bagni Val Masino. Arrivati a metà strada, furono obbligati a scendere. Dovettero scavarsi la fossa. I partigiani li mitragliarono alle gambe e, mentre quegli sventurati urlavano implorando il corpo di grazia, li irrorarono con decine di litri di benzina. Li bruciarono vivi. Il 9 maggio portarono via il maggiore Vanna. Anche lui, la sera precedente, era stato assolto dal tribunale del popolo, ma venne prelevato verso la fine di maggio da alcuni partigiani giunti appositamente da Domodossola per fargli la pelle. E poi la strage di Castione: altri 11. Le nostre fila si assottigliavano di ora in ora. Un giorno, non ricordo se il 10 o l’11 maggio, erano giunti in carcere alcuni sacerdoti. Chiesi di poterne avvicinare uno e fui accontentato. Subito, mi domandò: “Figliolo, ti sei pentito?”. Lo guardai con aria stupita e interrogativa. “Pentito di che?” chiesi. “Ma di essere stato fascista”. Mi alzai di scatto: “E perché dovrei pentirmi? Non ci penso nemmeno, e lei non può parlarmi così. Sono giorni e giorni che vedo morire i miei amici. Ho chiesto di comunicarmi perché, quando dovesse toccare a me, voglio andarmene a posto con Dio, ma non posso pentirmi di essere stato e di essere ancora fascista. Ho servito fedelmente la mia idea, e forse per questo ci lascerò la pelle. E lei dovrebbe essere l’ultima persona al mondo a convincermi che mi sono battuto, e che forse muoio, per niente. Vada all’inferno!”. Non riuscii a frenare la rabbia. Come? Anche i preti contro di noi? Possibile che fossero impazziti tutti? Sì, erano impazziti tutti. Avevo ragione io. Avevo ragione perché non avevo mai fatto del male a nessuno. Non avevo tradito, non avevo sparato alle spalle, non avevo rubato. Avevo solo rischiato di persona per difendere l’onore del mio popolo e la libertà della mia terra. Andassero tutti al diavolo. Raccontai l’episodio ai miei compagni. Quelli che si erano messi in nota per confessarsi, ci rinunciarono.
12-13 MAGGIO: Quel giorno, verso sera, giunse a uno dei miei compagni di cella, la solita citazione a comparire davanti al tribunale del popolo. Incominciò una nuova veglia funebre. Stavo impazzendo. Tutti noi, se quell’incubo non finiva, saremmo impazziti. All’alba del 13 maggio avvertimmo il solito agghiacciante rumore di serrature. La nostra porta venne spalancata e apparvero 2 carabinieri. Vederli e pensare di esser salvi fu una cosa sola. La loro apparizione, dopo quei maledetti 13 giorni di furore e di sangue, dopo tutta quell’orgia di rosso, di facce patibolari che ci venivano a scegliere per il macello quotidiano, di prelevamenti notturni, di massacri indiscriminati, mi restituì il senso dell’ordine, della legge. Venimmo presi da una specie di vertigine. Poi mi guardai: la divisa, le mani, gli scarponi. Da quanto tempo non mi toglievo gli scarponi? E la divisa? Tentai di fare un conto: è stato a Grosio che mi sono vestito per l’ultima volta. Sono 18 giorni che non mi spoglio. Il tribunale del popolo, maledetto chi l’ha inventato, non funziona più. Guardai gli altri: gira la testa a me, figuriamoci a chi si sentiva già morto e sepolto.
20 MAGGIO: Nei giorni che seguirono, molta acqua venne però a raffreddare le speranze che si erano accese in noi la sera del 13 maggio. I partigiani non prelevavano più nessuno dal carcere, ma giungevano continuamente notizie terribili dai campi di concentramento sparsi per tutta la Valtellina. I primi giornali che riuscimmo a leggere ci offrirono la precisa visione di quanto stava accadendo in tutta Italia: ogni fascista era un criminale. Anzi, il termine fascista era ormai considerato un autentico insulto, un oltraggio. Le descrizioni che si facevano di noi erano semplicemente orripilanti, abilmente orchestrate dalla regìa comunista per creare attorno a noi un’atmosfera pesantissima di odio e repulsione. E in quell’atmosfera avremmo dovuto affrontare i tribunali speciali costituiti dalla rinata democrazia per giudicare i fascisti. Le Corti d’assise straordinarie contemplavano una tale serie di reati per cui, a pensarci bene, tre quarti del popolo italiano sarebbe dovuto finire in galera. Anche l’essere stati Figli della Lupa poteva essere considerato un reato. La legge, infatti, era retroattiva, punendo fatti e azioni che, quando si erano verificati, fruttavano elogi, decorazioni e promozioni. Mi consolavo pensando che tutto quanto stava accadendo era un’autentica mostruosità, che i traditori, le spie, i collaboratori erano quelli che si erano schierati a fianco degli angloamericani, non quelli come me rimasti fedeli a un’alleanza che portava sì la firma di Mussolini, ma anche quella di re Vittorio Emanuele III, quel bravo sovrano che ora sovvertiva tutto. Il 20 maggio, nella stanza dei colloqui, incontrai mio padre e mia sorella. Ci abbracciammo piangendo. Seppi che la mia famiglia non aveva subito persecuzioni, ma mio padre era stato epurato. Mia sorella mi invitò a togliermi la divisa ed indossare un abito borghese. “Portatelo indietro – ribattei infuriato – La camicia nera non la tolgo. Voglio tenerla alla faccia di questi farabutti”. Mia sorella si mise a piangere. “Per carità. Ne stiamo passando già abbastanza. Ma ti rendi conto che sei in prigione? Che gli inglesi ti cercano?”. Mi sentii gelare il sangue. Gli inglesi mi stavano cercando? Tornai in cella. Avevo con me l’abito borghese. La giornata seguente, alle 15, mi condussero al comando alleato. Mi ero tolta la camicia nera. Camminammo per un quarto d’ora. Mi guardavo attorno e provavo un profondo senso di smarrimento. Le strade piene di gente che sentivo ostile, i partigiani ancora agghindati a festa, le camionette nemiche. Non era il mio mondo quello, non era più la mia patria. Raggiungemmo il comando inglese. Un ufficiale cominciò a interrogarmi. L’inglese conosceva ogni particolare. “Tu non eri un soldato, – disse sprezzante – eri un servo dei tedeschi”. Non ci vidi più. “Non sono stato servo di nessuno. – gli gridai in faccia – Ho servito solo la mia patria. Come tu hai servito la tua. Capito? Ho combattuto nella speranza di vedervi crepare tutti, voi e quei luridi dei miei compatrioti che avete comprato per quattro soldi. Vi ho combattuto. Se potessi, tornerei a farlo. Potete processarmi, fucilarmi, fare il diavolo che volete, ma avrei voluto vedere voi se il vostro re un bel momento vi avesse piantati in asso e fosse passato al nemico. Gli avreste sputato dietro, no? Bé, è quello che ho fatto io e tutti gli italiani che avevano ancora un poco di dignità. Avevo un alleato. Non l’ho tradito. Tutto qui. Ma ho lottato per difendere la mia terra, non per fare gli interessi di uno straniero”. Mi aspettavo una reazione violenta, invece lo vidi sorridere: “Ho stima degli italiani come lei. Io, al vostro posto, non mi sarei comportato diversamente. La gradisce una tazza di tè?”. Avevo voglia di piangere. Mi sentivo trattare con umanità da un nemico che non mi considerava, secondo la moda, un criminale carne da macello. Se, intanto, i massacri e gli eccidi erano intanto diminuiti, almeno in Valtellina, avevano però continuato a funzionare le Corti d’assise straordinarie. E ogni giorno fioccavano le condanne a morte, gli ergastoli, i 30, i 20 anni di galera. I processi si svolgevano a Sondrio e vennero considerati un vero e proprio spettacolo. La gente si accalcava per vedere le belve in gabbia ed ascoltare gli sproloqui di tanti bravi signori che, fascistissimi fino al giorno prima, ora si agitavano per accusare i loro camerati di ieri con le colpe più ignobili e infamanti. Noi eravamo tutti brutti, cattivi, sadici, dementi, pazzi, criminali, rottami umani, traditori, mostri e così via. Gli altri erano belli, eroi, arcangeli guerrieri, martiri, vessilliferi della libertà, strenui combattenti, soldati senza macchia e senza paura. Le accuse fioccavano. L’intensa attività della Corte d’assise di Sondrio provocò l’arrivo nel carcere di numerosi nostri camerati, fino a quel momento detenuti in altre località della Valtellina. Questi incontri con vecchi e nuovi amici servirono a confermarci che c’eravamo battuti senza rinnegare il giuramento che avevamo fatto e che in ognuno era rimasta intatta l’antica fede di avere agito pulitamente. Era l’unica realtà che per noi avesse valore. Gli insulti e le infamie che ci venivano scagliate contro non ci sporcavano. Un altro elemento che contribuì a renderci fieri fu il comportamento delle nostre donne. Non si è mai saputo che cosa sia stata l’esistenza delle donne dei fascisti in quei giorni. Nessuno ne ha mai scritto. Perseguitate, schernite, violentate, ridotte alla miseria, ci restarono fedeli fino allo spasimo. Aiutarono i loro cari, aiutarono chiunque dei nostri ne avesse bisogno. Ci accadde di ricevere soccorsi da donne che non conoscevamo e che non avremmo mai riviste: erano le madri, le sorelle, le spose di altri fascisti.
19 LUGLIO-28 AGOSTO: Il 19 luglio venni compreso nel gruppo di una cinquantina di detenuti che sarebbero stati trasferiti nel vicino “Istituto De Simoni”. Quando ci ritrovammo nel vasto atrio dell’edificio, rimasi paralizzato: erano tutti lì: 600 ragazzi dei nostri battaglioni, irrigiditi sull’attenti, le braccia tese nel saluto romano. Un’accoglienza inaspettata, commovente, che non venne sciupata dalle urla e dalle bestemmie dei partigiani di guardia. Un giorno venni avvisato da un camerata di recarmi in un’aula dove c’erano già 60 ufficiali. “Signori, – disse il più anziano – voi sapete che quando siamo stati costretti ad arrenderci, abbiamo deciso di non lasciare in mano ai partigiani il gagliardetto personale del capo del fascismo, che noi, quali componenti del battaglione “Guardia del Duce” avevamo in consegna. Eccolo qua…”. Distese su un ripiano un gagliardetto nero, triangolare, che portava, ricamati in rosso, da una parte il simbolo dei battaglioni M, dall’altra il motto “Sa morir chi crede”. Nessuno poteva immaginare che all’interno di un campo di concentramento sorvegliato dal fior fiore dei partigiani della montagna valtellinese, un centinaio di ufficiali della Repubblica Sociale Italiana stava rendendo gli onori al gagliardetto personale di Mussolini. Restai al “De Simoni” fino al 29 agosto. Un pomeriggio, introdotte non so da chi, potemmo vedere alcune fotografie dell’orrendo episodio di piazzale Loreto. Sapevamo tutti che le salme di Mussolini, di Clara Petacci e degli altri esponenti della R.S.I. erano state appese come bestie macellate al traliccio di ferro di un distributore di benzina. Ma era la prima volta che avevamo l’occasione di constatare, con i nostri occhi, che cosa era effettivamente accaduto. Ne restammo sconvolti. Osservai a lungo, quasi ipnotizzato, il corpo di Mussolini, il suo viso deformato, tumefatto, quasi irriconoscibile. Così l’avevano ridotto? Così l’avevano oltraggiato? Maledetti! Erano gli stessi che l’avevano applaudito come un dio per 20 anni. Più tardi, decidemmo che avremmo organizzato qualcosa per commemorare i nostri caduti. Alla mezzanotte tra il 28 e il 29 agosto, in ogni aula qualcuno avrebbe letto una preghiera che ci impegnammo di scrivere e distribuire. Giunse la notte stabilita. A mezzanotte, nella città di Sondrio addormentata, oltre 600 legionari della R.S.I. si preparavano a commemorare Mussolini. Non la dimenticherò mai quella calda notte valtellinese, tutti quei ragazzi prigionieri che pregavano per la loro patria sconfitta, per i loro camerati morti. Fu l’ultima notte che trascorsi in Valtellina.
29 AGOSTO: Alle 9, mi chiamarono 2 americani, con l’ordine di portarmi a Milano. Il viaggio durò circa 3 ore. La giornata era piena di sole. Avevo percorso quella strada 4 mesi prima, quando indossavo ancora la mia divisa e stringevo il mitra tra le mani. Quando fui al bivio dove termina la Valtellina, inviai mentalmente un ultimo saluto ai camerati rimasti per sempre nella vallata dove avremmo dovuto combattere l’ultima battaglia attorno a Mussolini. Arrivammo a Milano e mi rinchiusero a S.Vittore. Dietro quelle inferriate trascorsi più di un mese e mezzo: dal 29 agosto al 26 ottobre. San Vittore, in quei giorni, era tutto fuorché un carcere: caserma, manicomio, casa di tolleranza, dormitorio pubblico, centro culturale, gigantesco ring. Non c’era porta che si chiudesse, serratura che funzionasse. Vi accadevano le cose più assurde, strampalate, paradossali. Mi ritrovai in mezzo a centinaia, migliaia di persone in mutande, per il gran caldo. I muri erano pieni di simboli e di iscrizioni. Ne ricordo una: “Quando nel mondo la canaglia impera, la patria degli onesti è la galera”. Sentivo alcuni urlare: “Porci, delinquenti partigiani della malora”. E altri: “Criminali, assassini, fascisti”. Due schieramenti erano nettamente delineati. I partigiani si assiepavano davanti all’ingresso del loro raggio, i fascisti li fronteggiavano minacciosi. E la folla aumentava a vista d’occhio. Stavano arrivando uomini da altri 3 raggi, tutti occupati dai fascisti. Sentii vivissimo il desiderio di unirmi a loro. Udii un grido: “Decima!”, e si scatenò l’ira di dio. La mischia si accese furibonda. Noi saremo stati, a dir poco, 2.000. Altrettanti si erano piazzati in seconda linea, anche perché la rotonda era ormai piena come un uovo. I partigiani erano circa un migliaio. La lotta si frazionò in 100 diversi scontri. Troppi rancori, troppo odio li dividevano. I partigiani, poi, erano dentro per reati comuni. I fascisti per motivi politici. A me importava poco in quel momenti conoscere il perché di quanto stava accadendo. C’era da picchiare i partigiani, e tanto mi bastava. Fu una scazzottata entusiasmante, memorabile. Per un vero miracolo non ci scappò il morto. Alla fine restarono solo i partigiani, alcune centinaia dei quali pesti e sanguinanti. Noi ci ritrovammo tutti nella rotonda. Ci sentivamo soddisfatti, come se ci fossimo presi chissà quale rivincita. Un coro possente si levò da tutti noi: “Giovinezza”, “Inno dei Battaglioni M” e l’“Inno a Roma”.
11-12 SETTEMBRE: E’ il giorno della rivolta di San Vittore. Fu una cosa improvvisa, erano circa le 11. Clamori altissimi si levavano ovunque. Migliaia di detenuti, confluiti nella rotonda, si affollavano lungo il 1° raggio, in fondo al quale si apriva la successione dei cancelli che ci divideva dalla libertà. Le prime porte erano state già sfondate. Centinaia di uomini premevano disperatamente per scardinare gli ultimi ostacoli. “Avanti, – sentii gridare – tra mezz’ora siamo tutti in piazza Duomo!”. Scardinando ad uno ad uno tutti gli sbarramenti, giungemmo alla fine sotto l’ultimo portone. Un’autoblindo era stata fatta arrivare di fronte all’ingresso. Se fossimo riusciti a scardinare anche quest’ultimo sbarramento, sarebbe stato un massacro. Seguì una mezz’ora di caos. Verso il tramonto si sparse la voce che, scavando nei sotterranei del 2° raggio, era possibile individuare una soletta di cemento armato. Spezzandola, saremmo potuti scappare attraverso le fogne e affiorare da qualche tombino. I più intraprendenti si misero a scavare. Gli attrezzi non mancavano. Gli agenti della polizia partigiana intanto avevano circondato l’edificio e sparavano senza interruzione .Verso le 4 una squadra che stava demolendo un muro si scontrò con un’altra che scavava in senso contrario. Un gruppo era composto da partigiani, l’altro da fascisti. Quei folli, invece di unire gli sforzi, cominciarono a darsele di santa ragione. Altri scontri si accesero un po’ ovunque. Alle 6 la polizia passò all’attacco riaprendo il fuoco contro il carcere. In breve si contarono 13 feriti. La rivolta era praticamente cessata. La mattina dopo il carcere era presidiato dai soldati inglesi e nessuno di noi poté azzardare un passo fuori. Cominciarono a volare a pianterreno tavoli, tavolini, sedie, armadietti, barattoli. Qualcuno intonò “Giovinezza” e tutti si unirono al coro. Poi, un bello spirito complicò le cose: “Ehi, guardia, devo dirti una cosa”. “Cosa?”. “Viva Mussolini!”. La guardia si arrabbiò e fece partire una raffica. Allora si scatenò di nuovo il finimondo: inni, saluti al Duce, “eja eja alalà”, e i partigiani imbestialiti che sparavano come forsennati. La buriana durò mezz’ora, poi tornarono gli inglesi. La sera del 15 ottobre mi avvisarono che, la mattina seguente, sarei stato trasferito nel campo di concentramento inglese di Collescipoli, presso Terni.
17 OTTOBRE: Arrivai al campo di Terni nel tardo pomeriggio, dopo un viaggio con sosta notturna a Miramare di Rimini, nella sterminata tendopoli del 370° POW britannico che ospitava oltre 60.000 prigionieri di guerra. Il campo di Terni, che in quel momento ospitava oltre 1.200 uomini e 300 donne, occupava gli stabilimenti della “Montecatini”, sulla via Flaminia tra Terni e Narni. I 1.200 uomini erano alloggiati in 2 enormi edifici. Le donne avevano un blocco tutto loro. Ci stetti fino al 7 maggio 1946: quasi 7 mesi. Lì iniziai alcune di quelle amicizie che durano una vita intera.
28 OTTOBRE: Per quel giorno, anniversario della Marcia su Roma, venne chiesto al comando inglese il permesso di celebrare una messa solenne nella cappella del campo. Il permesso fu accordato. Da alcuni giorni avevamo ridotto le razioni del rancio quotidiano per accantonare una scorta e preparare un pranzo fuori ordinanza. Fu una grande giornata. Alla messa partecipammo quasi tutti e cantammo la “Preghiera del legionario”. Poi la mensa. Per tutto il pomeriggio, fino a tarda sera, il campo risuonò ininterrottamente di inni fascisti e di canzoni di guerra. Ben presto la via Flaminia si intasò di folla. Tutto quel frastuono aveva sollevato grande allarme negli ambienti antifascisti di Terni, dove si era sparsa la voce che eravamo in rivolta. Gli inglesi evitarono per tutto il giorno di farsi vedere. Solo verso mezzanotte era entrato un sergente. La sua improvvisa ispezione, a quell’ora, poteva provocare qualche incidente poco simpatico. Al 2° piano del blocco, infatti, era stato affisso in un angolo un grande ritratto di Mussolini con relativo contorno di candeline accese, gagliardetti neri e scritte legionarie. Che sarebbe accaduto quando il sergente si fosse accorto di quella specie di altarino? Avrebbe sfasciato tutto? E chi poteva garantire, in questo caso, che gli internati, specie quelli più sbronzi, non lo facessero volare da una finestra? Quando l’inglese giunse al 2° piano eravamo tutti là a vedere. A nessuno, in ogni caso, passò per la testa di smontare l’altarino e nascondere il ritratto di Mussolini. Il sergente, percorrendo lentamente il corridoio tra due fitte schiere di internati, si diresse verso l’improvvisato sacrario fascista. Si fermò là davanti. Se avesse osato un gesto o una parola offensiva, avrei volentieri partecipato al suo linciaggio. Invece mi toccò assistere al più bel saluto mai visto fare da un militare inglese. Gli rispose un assordante boato di approvazione. Andammo a dormire rauchi ma felici. Per quanto potesse apparire assurdo, quella giornata ci aveva visti molto più liberi di tutti i nostri camerati già tornati alle loro abitazioni ma costretti a nascondersi o a non lasciare trapelare nulla dei loro sentimenti.
NOVEMBRE-8 NOVEMBRE 1946: Il campo di Collescipoli era considerato dagli inglesi il loro campo modello, quello da mostrare alle commissioni della Croce rossa che, di tanto in tanto, venivano a visitarlo. Il nostro campo, in altre parole, costituiva l’alibi grazie al quale inglesi e americani coprivano le mascalzonate alle quali si abbandonavano invece negli altri: Coltano, Afragola, Scandicci, Taranto, Laterina, Aversa e così via. Autentici inferni, dove i prigionieri fascisti venivano ammassati come bestie, privati del necessario e, in molti casi, uccisi. A Terni eravamo a conoscenza di quanto accadeva negli altri campi e ci sentivamo impegnati, per solidarietà con i nostri camerati più sfortunati, a rendere il più difficile possibile la vita ai nostri sorveglianti inglesi. Funzionando poi ancora le Corti d’assise straordinarie, ognuno di noi correva il serio rischio di tornare nelle patrie galere. Organizzammo allora evasioni che possono essere considerate nel loro genere autentici capolavori, le beffe più belle che gli italiani abbiano mai giocato agli inglesi, organizzate e condotte a termine con la partecipazione davvero totale degli internati, uomini e donne. L’inverno del 1945 trascorse senza che alcun fatto nuovo venisse a modificare la nostra condizione d’internati. Per tutto l’inverno, le Corti d’assise straordinarie continuarono a lavorare a pieno ritmo, giudicando migliaia di fascisti. Senza considerare le numerose sentenze di morte, nel volgere di 12 mesi i giudici antifascisti avevano emanato condanne per un totale di circa 150.000 anni di galera. Ma le notizie che più ci tenevano in ansia erano quelle che riguardavano le nostre famiglie. L’epurazione aveva portato nelle nostre case la miseria più completa. Si era arrivati al punto che alcuni di noi conservavano le scaglie delle saponette inglesi per regalarle ai familiari che venivano a trovarci. “Passerà – ci dicevamo – quest’ondata di perversioni, di assurdità, di capovolgimento di ogni valore morale. Finiranno questi giorni dannati, in cui si esalta chi ha fatto il doppio gioco e si taccia di criminale chi è rimasto fedele a una sola bandiera”. Una mattina di gennaio, venni a sapere che Manini era morto. Prima di morire, aveva lasciato una lettera per me, in cui mi dice: “Terremo sempre alta la fronte davanti a Dio, alla patria e alla nostra coscienza, perché abbiamo fatto il nostro dovere”. Giunse la primavera. Ai primi di marzo circolò la voce che gli inglesi avrebbero sciolto il campo e liberato quasi tutti gli internati. Finalmente il comando inglese diramò le prime liste. Il campo cominciò a sfollare. Io lo lasciai il 7 mattina, mentre centinaia di camerati ci salutavano cantando “Giovinezza”. Fui tradotto dapprima nel penitenziario di Spoleto, poi a quello di Perugia, dove sostai quasi 2 mesi, durante i quali ci furono il referendum e l’amnistia. Col voto del 2 giugno la monarchia, con mia grande soddisfazione, andò in malora. “Meglio una repubblica sinistroide – pensai – che una monarchia responsabile di tutti i nostri guai”. Poi fu la volta dell’amnistia. La grande maggioranza uscì dalle galere nel volgere di pochi giorni. Il 17 luglio raggiunsi Pistoia. Trovai metà del Fascio repubblicano ancora in galera. Il settembre 1946 stava ormai per concludersi. Sarei finalmente tornato a casa? No, era di nuovo il turno degli inglesi. La tragedia stava trasformandosi in farsa, mi sembrava di essere diventato una palla di gomma. La mattina del 21 settembre lasciai Pistoia diretto al 307° POW di Rimini, ultima tappa della mia prigionia. Il campo ospitava 60.000 soldati delle forze armate germaniche. Tutti giovani, tutti anticomunisti che al tramonto intonavano le stupende canzoni della loro terra. Ero ancora a Rimini quando giunse l’ordine di consegnare quei prigionieri ai russi. Quella notte, molti di loro preferirono togliersi la vita. Nessuno ha mai parlato di questa ecatombe, la cui responsabilità ricade in pieno sugli angloamericani e sulla loro politica di amicizia con Stalin. Il 7 novembre, finalmente, mi ritrovai libero e raggiunsi Bologna. Alle 18 dell’8 novembre arrivai a Milano. Era già buio, piovigginava. Uomini e donne infreddoliti mi passavano accanto senza degnarmi di uno sguardo. Ero partito di lì 20 mesi prima cantando le nostre belle canzoni di guerra con quanto fiato avevo in gola, e adesso tornavo. Attraversai la città fino alla stazione nord. Milano, piena di fango e macerie, mi sembrò più ostile e nemica che mai. Poco prima delle 22, scesi alla stazione di Grandate, a due passi da Como. Caricai lo zaino sulle spalle e mi avviai verso casa.

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