Teoria futurista – Congresso nazionale futurista


di Brugia Benedetto

La guerra e gli anni a venire portavano un gran disegno, una grande rivoluzione culturale dove tutto e tutti venivano messi in discussione, perché le cose dovevano cambiare.

Il 15 novembre 1914 iniziava la pubblicazione del Popolo d’Italia, fondato da Benito Mussolini per sostenere il più acceso interventismo. In breve tempo vi aderirono, oltre ai socialisti interventisti usciti dal PSI e a vari socialisti fino ad allora vissuti ai margini del partito in posizione critica, anche taluni anarchici, riformisti, repubblicani, “vociani”, unitari e altri gruppi culturali interventisti, e anche molti sindacalisti rivoluzionari. Nel giornale mussoliniano troveremo: Ottavio Dinale, Lanzillo, Prezzolini, Pannunzio, Mantica e Palledro. Molti sindacalisti aderirono al “Manifesto del Fascio rivoluzionario di Azione interventista”, e tra essi troveremo: Filippo Corridoni, Michele Bianchi, Amilcare De Ambris, Angelo Oliviero Olivetti e Massimo Rocca. I sindacalisti mussoliniani vedono nella guerra un fatto rivoluzionario.

Essi miravano a promuovere, non solo in linea teorica, il massimo sviluppo della potenzialità economica del capitalismo, perché tale maturazione doveva generare la nuova società proletaria. L’imminente lotta militare era considerata un utile strumento di addestramento del proletariato, certamente non intorpidito da un certo benessere e dalla pace interna ed esterna.

Filippo Corridoni, nel 1907, aveva fondato il giornale antimilitarista Rompete le Righe. Morirà eroicamente sul Carso, e spesso si domandava, sicuro di sé: «Queste nostre idee cozzano con i nostri princìpi? Nient’affatto. Siamo più che mai nella più pura ortodossia. E poi il sindacalismo non ha sempre rivendicato il diritto di essere eretici?!».

Nel marzo 1918, Alceste De Ambris è portatore del programma di “espropriazione” assieme al programma politico futurista e ai princìpi del sindacalismo mussoliniano, destinato a influire sul programma dei “Fasci di Combattimento”.

De Ambris, alla fine del 1919, fu uno degli uomini più vicini a Gabriele D’Annunzio, tanto che si portò a capo di gabinetto del Comando d’annunziano, evolvendosi in un’azione rivoluzionaria da realizzare a Fiume, e fare della città del Carnaro la sede del primo, concreto esperimento rivoluzionario sindacalista.

Da qui, si costituì quella sintesi che veniva a concretizzarsi attraverso un’evoluzione naturale espressa come sindacalismo nazionale. Tanto che fu Mussolini a dare l’avvio alla nuova teoria, scrivendo sul Popolo d’Italia del 19 luglio 1920: «Ora è tempo di creare la nuova organizzazione economica del proletariato italiano. Certo, i pilastri di questa organizzazione esistono già. Bisogna lavorare e creare il sindacalismo nazionale. Quindi, da un sindacalismo rivoluzionario, mirante a capovolgere e contrapporre le forze in campo, si sa assistendo a una rivoluzione nella rivoluzione, in quanto il sindacalismo non è definizione del solo fenomeno operaio, ma espressione di tutti i ceti medi e di tutte le classi; quindi devono essere riconosciuti i valori della Nazione, quale bene superiore e interclassista, in quanto la Nazione è espressione di tutti e tutti debbono essere interessati alla sua conservazione e alla sua grandezza».

Questo è il momento in cui nasce l’idea più innovativa e rivoluzionaria che si esprime nel corporativismo fascista.

Molta gente aveva lavorato in tutti questi anni, avendo creato i presupposti e le fondamenta attraverso uno spessore e rigore culturale da investire in tutti i settori del tessuto sociale; certo, la figura predominante in tutta la scena è Filippo Tommaso Marinetti, inventore della Teoria del futurismo.

Aveva avuto la capacità di coinvolgere gli intellettuali, italiani e stranieri, in una concezione nuova di fare e costruire cultura.

Marinetti e i futuristi sono i veri costruttori del nuovo, sono coloro che rompono in modo netto e definitivo con tutto ciò che è passato, sono coloro che crescono giorno dopo giorno nel mondo futurista creato da loro stessi, proponendo e barattando con la gente il vecchio per il nuovo.

Marinetti propone una rivoluzione culturale per costruire un’Italia futurista.

Marinetti ha avuto l’intuito e il genio di circondarsi di uomini importanti per la loro forza d’animo, per il loro coraggio, gente in grado di assumersi responsabilità in prima persona, capaci di offrire la vita a difesa della rivoluzione futurista.

Il 25 luglio 1943 ci fu la negazione della rivoluzione, attraverso la distruzione dello Stato fascista. Il 25 luglio 1943, decapitando la funzione del Duce e consegnando nelle mani del Re il comando e la difesa dello Stato, il Gran Consiglio del Fascismo si faceva assorbire nella legalità pre-fascista, annullando le premesse ideali del fascismo e del futurismo, rinunciando a ogni diritto storico della rivoluzione futurista e fascista.

Il futurismo è un movimento politico-culturale che si inserisce in una ricostruzione dell’universalità, costruendo una storia dell’arte plastica che anticipa il costruttivismo sovietico, attraverso una documentazione futurista non per “cantare” il mondo, ma per trasformarlo.

È una combinazione di equivalenti astratti di forme appartenenti all’universo.

Quindi ci troviamo di fronte all’autonomia del senso, alla trasparenza, alla dinamicità, all’astrattezza, al colore e alla luce. E tutto vuole essere se stesso: colore, volo, scoppio, trasformabilità e dinamicità.

Marinetti, commentando un vasto quadro estetico, dice: «L’arte prima di noi fu ricordo, rievocazione angosciosa di un oggetto (felicità-amore-paesaggio), perciò nostalgia statica, dolore e lontananza. Con il futurismo, invece, l’arte diventa arte-azione, cioè volontà, ottimismo, aggressione, gioia, realtà brutale dell’arte. Dunque l’arte diventa presenza, nuovo oggetto, nuova realtà creata con gli elementi astratti dell’Universo. Le mani dell’artista passatista soffrivano per l’oggetto perduto: le nostre mani spasimano per il nuovo oggetto da creare».

In tutto questo contesto si inserisce la pedagogia di Giovanni Gentile, che diviene scienza e filosofia, coinvolgendo la vita spirituale dell’uomo quale educando ed educatore.

Gentile intende opporsi radicalmente a tutte le concezioni pedagogiche a base naturalistica che non riconoscono la natura spirituale che è nell’Uomo, introducendo opposizioni e dualismi all’interno del suo processo formativo.

Gentile introduce nella scuola un nuovo concetto pedagogico che diverrà base di libertà e critica per tutto il resto della vita di un bambino che diverrà adulto.

Gentile distrugge il metodo, l’Uomo si fa per assoluta, libera e spontanea autoaffermazione. L’educazione si identifica appunto con questo processo spirituale di autoeducazione, unico e continuo, perché la formazione dello spirito non cessa mai. Educatore ed educando, maestro e scolaro, sono anch’essi un unico processo.

Nell’atto dell’educazione sono una sola cosa: l’educatore si fa educando e l’educando si fa, profittando dell’educazione; sicché la realtà dell’uno e dell’altro si attua nell’atto stesso dell’educatore.

Guai se, in quel momento in cui maestro e alunno compiono nella loro unità questo atto dell’educazione, entrasse fra di loro a rompere questo incanto il meccanismo di qualche metodo! Il metodo per il maestro è lui stesso in quanto ha saputo farsi una sola cosa con il suo scolaro. Lo scolaro è il centro vivente della scuola, non il metodo. Il metodo non si riceve, ma si fa. Il metodo deve essere cosa ragionevole, non si devono insegnare formule, dettare norme, fornire materiali; va svegliata la vocazione vocativa che dorme in ogni anima umana aperta all’amore del prossimo.

Per raggiungere tutto questo, bisogna per prima cosa educare l’insegnante, liberarlo dai propri egoismi e dalle proprie miserie e rendere l’arte dell’insegnamento priva di ambiguità.

Il mondo della spontaneità e della difesa dello spontaneismo del fanciullo si scontra con l’educazione marxista-gramsciana che non accetta una crescita e uno sviluppo naturali, ma è l’insegnante che indirizza alla conformazione delle regole sociali, con un’imprescindibile coercizione del fanciullo, attraverso il rigore in un obiettivo finale che ogni fanciullo dovrà divenire uomo intellettualmente organico in modo che ogni individuo possa essere a un tempo governante o governato.

Negli anni 60, 70 e 80 il Partito comunista italiano si mosse su questa lezione gramsciana per arrivare ai corsi abilitanti per gli insegnanti, tanto da farne degli ottimi agenti socialcomunisti. La maggior parte delle cattedre di storia, filosofia e lettere cadeva in mani sovversive che, con molta abilità e testi compiacenti, potevano facilmente utilizzare le loro materie a scopo politico e ideologico. Il tutto fiancheggiato dai movimenti cattolici attraverso la loro filosofia della compassione e dal barbarico fenomeno liberista. Decretando una subdola emarginazione e uno squallido sfruttamento della donna producendo il fenomeno femminista. Creando irrimediabilmente disastri ecologici attraverso un’industrializzazione selvaggia e incontrollata. Decretando un vergognoso sfruttamento all’interno delle fabbriche, degno solo di Paesi del Terzo mondo, in considerazione dell’alto grado di tecnologia acquisita.

A tutto questo va aggiunto lo strapotere sindacale all’interno delle fabbriche, determinando un rapporto incestuoso con il padronato, alle spalle dei lavoratori, danneggiandoli gravemente, non solo essi, ma l’intera collettività.

Il processo rivoluzionario futurista e gentiliano è stato interrotto durante il periodo bellico. Le forze marxiste, liberali e cattoliche, espressioni del peggior passatismo massonico, hanno fatto dell’Italia, dell’Europa e del Mediterraneo una centrale controrivoluzionaria, con la forza delle armi e del denaro delle grandi fondazioni finanziarie internazionali, con l’utilizzo di quinte colonne all’interno dell’Italia rivoluzionaria, coprendo di vergogna militari di alto grado, centrali cardinalizie e uomini politici che facevano capo a quella minoranza resistenziale, espressione della peggiore retroguardia culturale; e, non a caso, i bombardamenti in Piemonte venivano eseguiti dalle forze aeree alleate su coordinate offerte da questi uomini che si faranno poi chiamare “padri della patria”.

Altri consegnavano alle forze aeree alleate le coordinate della scuola elementare di Milano-Gorla per provocare un olocausto di 210 bambini, dai 6 ai 12 anni, e oltre 30 insegnanti e genitori. Anche questi traditori verranno, più tardi, chiamati “padri della patria”. Esiste una vastissima letteratura sul fenomeno del tradimento.

Non a caso, l’Italia è l’unico Paese al mondo e nella storia di tutti i tempi dove un capo di Stato maggiore della Marina, tale ammiraglio Maugeri, viene decorato dal nemico per “alti servigi resi alla sua flotta”. Lo stesso Montgomery, nelle sue memorie di guerra, ricopre di vergogna Maugeri e Badoglio. È vero! Il traditore prima si paga, poi si disprezza!

Devo dire un grazie al mio amico e camerata Giorgio Pisanò che con meticolosa, quasi certosina pazienza ha cercato di ricostruire le ultime gloriose giornate della Repubblica sociale italiana. Leggendo il suo ultimo libro, “Gli ultimi cinque secondi di Mussolini”, lo ringrazio ancora per la sua ricerca, durata tanti anni, per la sua serietà e per quel suo rigore storico. Comunque, in me rimangono grossi dubbi su quel diario di “Dorina Mazzola” che il 28 aprile 1945, appena diciannovenne, di estrazione cattolica, è testimone oculare dell’esecuzione di Benito Mussolini così ignominiosa e brutale. Ho grossi dubbi!

Leggendo il diario di quel giorno sento che dietro a tutto c’è un suggeritore furbo e astuto, di quelle furbizie che si apprendono nei seminari e nelle sacrestie delle chiese: forse il suggeritore è proprio un prete.

Ricapitolando, Mussolini — quando si incontrò, l’ultima volta, con Schuster — si rifiutò di depositare la sua pistola presso la portineria dell’Arcivescovado, come era usanza. In quella riunione veniva a conoscenza del tradimento tedesco. Mussolini non aveva mai amato troppo i preti: incominciando dalla Prefettura di Milano. Per fare alcuni nomi, oltre al già citato cardinale Schuster, che fungeva da burattinaio assieme al vescovo di Como Macchi, ruotavano don Barbareschi, don Zanin, don Terraneo, don Bicchierai, don Corbetta e altri ancora anche con abiti borghesi o travestimenti. Il Vaticano, d’accordo con la diplomazia inglese e assieme ai servizi segreti tedeschi, doveva coprire le loro responsabilità, le loro connivenze sul dramma della guerra e la loro precisa volontà di fermare la più grande rivoluzione culturale degli ultimi duemila anni di storia. Il Vaticano doveva appropriarsi dei documenti segreti che erano nelle mani di Benito Mussolini.

Ma, guarda caso, Mussolini è sempre più solo, come se i preti cercassero di isolarlo sempre di più. Quando sarà a Como non ci troverà nemmeno i famosi e promessi quindicimila fascisti perfettamente armati, come il Duce era convinto di trovare, per affrontare l’ultima resistenza e morire con la faccia al sole. C’è da tener presente che non esisteva nemmeno l’ombra di formazioni partigiane, in quanto solo pochi giorni prima c’era stato un rastrellamento in tutta la zona, e la colonna tedesca era efficiente e perfettamente armata.

Ai comunisti non sembrò vero assumersi questa “responsabilità”! Che cosa sarebbe stata la Resistenza senza un processo sommario, senza una fucilazione; che cosa sarebbe stata senza la vergogna di piazzale Loreto, con le sue radiose giornate?

Dall’Uomo della Provvidenza, Mussolini diventava macellaio e affamatore; in quattro e quattr’otto i clericali diventano liberisti e amici dei marxisti, liberatori dei popoli oppressi.

La Chiesa si dimostrava al popolo generosa e amorevole, dimenticando e facendo dimenticare le sue responsabilità.

Fino all’anno Mille ha scritto la storia del mondo a proprio uso e consumo, le inquisizioni, le torture, lo scempio di ebrei che venivano lanciati a migliaia dalla rupe di Gibilterra, le violenze dei domenicani missionari presso le tribù di pellirosse, i tanti papi Borgia, i papi dei trabocchetti e per ultimo l’aiuto dato dalla Chiesa alla presa del potere da parte di Hitler.

Io non ci sto! Dico basta a questi voltagabbana perniciosi, perfidi e mefistici; degni di mafie o potentissimi gruppi finanziari. Bisogna riprendere la rivoluzione culturale, costruire un’Italia futurista partendo dalla scuola per avere fra vent’anni un indirizzo diverso nella struttura dello Stato.

Oggi lo Stato liberal-democratico esprime il peggio dei valori morali. Nelle aule scolastiche vengono distorti gli insegnamenti, attraverso insegnanti sovversivi, tanto da creare uno strano culto di Bruto, assassino di Giulio Cesare, in piena apologia del delitto politico, senza preoccuparsi delle notorie benemerenze di usuraio, riconosciute dalla storia al libertario Bruto.

Noi futuristi dobbiamo essere gli intransigenti difensori dell’Uomo, quale espressione di partecipazione alla vita. Ogni espressione che nasce dalla mente e dall’intelligenza umana è espressione ed essenza spirituale per affrontare assieme il XXI secolo.

Dobbiamo dare spazio alla scuola e alla ricerca scientifica, altrimenti rimarremo sempre più fuori dal contesto mondiale e saremo privi di confronto.

Dobbiamo ridare dignità ai militari. Sono convinto che i filosofi futuristi, assieme ai matematici e alle forze produttive, debbono essere la punta di diamante della nostra società.

L’invenzione, il tecnicismo, senza un supporto filosofico futurista, matematico e produttivo (quale forza eroica), faranno trovare la Nazione isolata nel contesto del confronto e fagocitata dal mondialismo imperante gestito dalle banche centrali. La ricerca è veloce quanto il pensiero. Ieri è preistoria, oggi è la storia.

Vorrei porre solo alcuni esempi: tra meno di vent’anni alcuni tumori verranno curati dalla terapia genica, nelle cellule malate verrà inserito un gene che le porterà alla morte.

Tra meno di dieci anni produrremo petrolio con batteri modificati con le biotecnologie che riusciranno a creare microorganismi che, penetrando nel terreno, trasformeranno i residui organici in petrolio.

Tra meno di dieci anni otterremo l’atomo pulito attraverso la fusione nucleare.

Tra cinque anni manderemo in soffitta le tastiere dei calcolatori elettronici, perché potremo scrivere testi o fare analisi trigonometriche sotto dettatura.

In elettronica avremo circuiti velocissimi, raffreddati da dispositivi piccoli come monete.

Queste non sono altro che piccole cose che invaderanno il nostro prossimo futuro. Guai se ci lasciassimo sorprendere senza avere una cultura appropriata. I filosofi futuristi, i matematici, i produttori e gli operanti potrebbero essere declassati dalla tecnologia d’importazione. Allora, sarebbe come dire che la tecnologia è contro l’Uomo.

Tutto deve scaturire dall’Uomo, in funzione di esso e della natura che lo circonda. Quindi, avanti, avanti, avanti, dobbiamo entrare in sintonia con il futuro. Dobbiamo adeguarci al nuovo, vivendo una vita futurista, non dobbiamo rimanere scandalizzati dagli esperimenti che hanno fatto tuonare le coscienze cattoliche: la clonazione va bene se tutto avviene attraverso una seria ricerca filosofica e matematica in una concezione eroica di laboratorio, sofferta da studi scaturiti dall’intelligenza e dal genio umano.

Guai a rammaricarci con i sensi di colpa provocati dalla compassione cristiana che quotidianamente comprime tutte le iniziative più belle dell’intelligenza. Diamo spazio all’Uomo, apriamo i suoi orizzonti, basta con le censure intellettuali, con la messa all’indice della produzione intellettiva, basta con i processi alle streghe o processi galileiani.

L’Uomo è figlio della natura, l’Uomo è parte della natura; la sua intelligenza non ha limiti, deve spaziare alla ricerca dell’essere in una concezione di partecipazione concettuale, dando a tutti la possibilità di partecipare al genio attraverso una visione di filosofia matematica futurista.

La ricerca deve essere comprensione per tutta la collettività, in quanto non deve crearsi nella Nazione un’oligarchia di scienziati e tecnici. Essi debbono essere coscienti e consapevoli che sono stati i filosofi, i matematici, i militari, i lavoratori, gli insegnanti e gli studenti che attraverso la produzione hanno determinato futuro e ricchezza, mettendo in condizione lo Stato di organizzare studi, seminari e ricerca scientifica.

Marinetti è stato il primo genio del Novecento, ha creato le basi di una società, è un inventore, uno scienziato, un filosofo, un matematico, inventò lo splendore geometrico e meccanico, ha avuto la sensibilità numerica delle parole in libertà.

Marinetti è scienziato e poeta, creando istituzioni letterarie, le metafore condensate, le immagini telegrafiche, le somme di vibrazioni, i modi di pensiero, le dimensioni, pesi, misure, velocità di sensazioni.

Marinetti va, come tendenza, a sopprimere l’aggettivo qualificativo, in quanto presuppone un arresto nell’intuizione. Il verbo all’infinito è rotondo e scorrevole, come la ruota di un treno in corsa su una rotaia.

Il primo testo organico di Marinetti esce nel 1914, “Zang Tung Tum”.

Questa è l’Italia futurista, l’Italia del genio, l’Italia delle invenzioni.

Marinetti conversava con i futuristi simultaneamente, con risposte intrecciate ed era sua abitudine raccomandare agli interlocutori di parlare contemporaneamente.

Marinetti coinvolge Pratella, teorico e compositore: è il musicista che inventò la musica futurista firmando il Manifesto del 1910, “La distruzione della quadratura”. Entusiasmò Marinetti. Distruzione della quadratura vuol dire distruzione delle simmetrie per sostituirle con un’intuizione libera di relazioni ritmiche, istintive e simmetriche, creando un nuovo ordine nel disordine. Pratella, infatti, dice: «Se la pittura e la scultura non suscitano oggi, nelle persone, gli stessi fenomeni di ebbrezza travolgenti suscitati dalla musica, non si dovrà per questo cercare le cause nell’inferiorità della potenza espressiva delle arti plastiche; ma bisognerà piuttosto cercarli nei criteri borghesi e scettici delle persone e degli artisti, per cui pittura e scultura si sono ridotte esclusivamente a fotografare più o meno male il cosiddetto “vero”, che in realtà è poi il falso autentico e volgare». Prosegue dicendo: «I migliori sforzi dei miei geniali amici, pittori e scultori futuristi, sono quelli di liberare finalmente le arti da ogni valore oggettivo e limitativo».

Dalla corrispondenza Pratella-Marinetti si può capire quanto sia stato impegnato l’artista Pratella nel movimento futurista. Il desiderio di Marinetti è di avvicinare Pratella a Russolo con la creazione di nuovi strumenti musicali “intonarumori”, orchestre miste e nella collaborazione diretta con Marinetti nel programma di pubblicazione dei manifesti.

L’arte si inserisce nel tessuto sociale, il popolo partecipa all’arte in un momento in cui il popolo stesso diventa partecipativo alle grandi scelte sulle scene politiche. Il futurismo è la più grande manifestazione politica e artistica che ha reso un popolo cosciente.

L’11 agosto 1913 il pittore futurista Carrà dice: «La pittura futurista è la pittura dei suoni, dei rumori e degli odori. I rossi sono rossi, rossissimi gridano. I verdi mai abbastanza verdi, verdissimi stridono».

I pittori futuristi esigono una pittura stato d’animo, plastico universale, bisogna dipingere come gli ubriachi, che cantano, che vomitano, che suonano rumori e odori.

La stupenda figura di Boccioni, interprete del migliore futurista artistico e plastico, assieme a Carrà, Russolo, Balla e Severi, pubblicano un manifesto dove viene affrontato con coraggio il problema della pittura in rapporto con la società, contestando la religione del passato, la tradizione, l’imitazione, l’accademismo e la pigrizia cerebrale.

Dichiarano: «Sintesi, Dimensione, Competizione, Simultaneità diventano i veri punti di riferimento dell’estetica futurista».

Il futurismo è anche città! Dove il lavoro si amalgama rendendo l’Uomo partecipativo in una rivoluzione culturale permanente, in una concezione architettonica che Prampolini chiamò “Architetture dinamiche”, dove divampa un’influenza boccioniana, dove urla la costruzione astratta dei piani e dei volumi determinando la forma, tutto attraverso la negazione della riproduzione veristica, dichiarando un “no” alla tradizione del marmo e del bronzo.

Per Marinetti, in una città del lavoro non poteva mancare una rivoluzione teatrale. Così nel 1911 firma il manifesto dei drammaturghi futuristi.

Viene prodotto un teatro sintetico futurista, si forma attraverso negazioni e affermazioni, battute in libertà, la simultaneità, l’atto negativo, le battute riecheggiate, la discussione fuori logica, la deformazione sintetica.

Marinetti, nel 1922, crea “Il teatro delle sorprese”. Ha avuto il merito di portare il Teatro d’avanguardia in tutte le piazze d’Italia. Anche in quelle che ignoravano culturalmente il teatro.

Giorno dopo giorno si venivano a creare nuove forme di teatro: dal teatro futurista al teatro sportivo o a un teatro trasparente, esportando la cultura teatrale futurista a Parigi, New York, a Praga e altrove.

Il teatro futurista è rivoluzione, cambia i ruoli: dalla supremazia dell’attore alla supremazia dell’autore; dal teatro borghese al teatro antiborghese; da una scenografia dipinta a una scenografia costruita o astratto-luministica; dal teatro dissociato con il pubblico al teatro associato con il pubblico.

Il teatro futurista è teatro nel teatro, il teatro dell’Uomo per l’Uomo, in una similitudine di palcoscenico e pubblico che si uniscono in un unico insieme.

Il futurismo è anche rispetto e morale di vita. Marinetti dichiarava di voler glorificare il disprezzo per la donna. Il futurismo ha attratto molte donne, tra cui Benedetta e tante altre artiste: Maria Crisi Ginanni, Irma Valeria, Rosa Rosà, Enif Robert. Occorreva molto coraggio per una donna dell’epoca essere futurista. Il disprezzo marinettiano era per tutto ciò che donna non era, l’accettazione di essere oggetto, sottostare ai piaceri di un maschio senza amarlo, tutto ciò che rappresentava, attraverso il velleitarismo e il disimpegno, tutto quello che una donna accettava e subiva per essere accettata da un uomo. Significativo disprezzo per l’eteromania decadente, disprezzo per la donna fatale.

Il futurismo è dalla parte della donna-persona, che vive la dignità di essere e di voler esistere quale espressione nel contesto sociale. Che il matrimonio non sia assoggettazione ai valori di una parte, ma espressione comune di scelta nell’uguaglianza dei diritti e dei doveri, conservando il ruolo della diversità, quale momento sublime e spirituale in una comunione di pensieri e di analisi. L’innamoramento non è solo trasporto sessuale, ma la magica espressione di un transfert tra due esseri in sintonia per poter raggiungere intensità sessuale, quale espressione vitale e generosa in un geniale inno alla vita.

Nazione è anche questo. Nazione è anche Marinetti che, senza ombra di dubbio, possiamo chiamarlo “Padre della Patria” quale teste fedele di italianità.

Ritornato dal fronte del Don, arruolatosi volontario all’età di 68 anni, dove trenta gradi sotto zero avevano debilitato il suo generoso cuore, si era ritirato a Bellagio con la sua famiglia, dove continuava a lavorare per l’Italia.

Solo cinque ore prima di spegnersi aveva terminato “Quarto d’ora di Poesia della X MAS”. Opera tecnicamente perfetta, dove la Nazione vince la morte, l’eroe supera il mistero dell’esistenza.

«…Voi pontieristi frenatori dal passo calcolato Voi becchini cocciuti nello sforzo di seppellire primavere entusiaste di gloria Ditemi siete soddisfatti di aver potuto cacciare in fondo fondo al vostro letamaio ideologico la fragile e deliziosa Italia ferita che non muore…». E più avanti ancora: «…Scoppia un cimitero di grandi Italiani e chiama Fermatevi fermatevi volantisti Italiani avete bisogno di tritolo ve lo regaliamo ve lo regaliamo noi noi ottimo tritolo estratto dal midollo dello scheletro…».

Il 2 gennaio 1945, Benedetta, artista futurista e adorata moglie di Marinetti, scriveva la prefazione dell’ultimo poema marinettiano, raggiungendo l’arte, la dolcezza e tutto ciò che si identifica nei valori nazionali in un mistico inno alla Patria. Scrive, fra l’altro: «…Alle 1 e 20′ del 2 dicembre la sua voce calma mi chiama: “Scusami”…». «…La crisi precipita, il cuore si bloccava. Mi guardò concentrando nello sguardo una sorprendente potenza di pensiero disperato interrogante, mentre la bocca disegnava non espresso un violento canto alla vita. Dio mi concesse un sorriso per confortarlo. E fu nel cielo della notte lunare…». Più avanti: «…“Finalmente”, dirai, “posso senza divieti e limiti ispirare proteggere guarire la nostra adorata Italia ferita ma immortale…”».

Benedetta è Nazione è vita è movimento è velocità è arditismo e disprezzo della morte quale inno alla vita.

Nazione per essere entità viva deve avere altri tre elementi: la stessa lingua, le stessa tradizioni e la stessa morale in linea di principio.

In Italia tutto è andato perduto, senza aver costruito attraverso una rivoluzione culturale di popolo.

La lingua non ha avuto cambiamenti attraverso una naturale evoluzione, ma attraverso lo scimmiottare altre culture (sicuramente meno evolute).

Abbiamo perso il senso morale: in Italia si professano circa 120 religioni più o meno conosciute: dalle sette dei riti satanici con sacrifici animali alla Chiesa cattolica che ha distrutto la morale sommergendoci di moralismi, distruggendo tutto quello che apparteneva al patrimonio culturale italiano.

Assieme ai radical-comunisti, con il suo mondialismo multietnico, la Chiesa cattolica è riuscita a disunire il popolo italiano che era riuscito a rimanere unito per 1.500 anni, nonostante la divisione in staterelli e la presenza di frontiere.

Il suo potere temporale ha proseguito anche dopo la presa di Roma, ma in modo più subdolo, attraverso il potere finanziario inserito in una concezione multirazziale e mondialista. La Chiesa è contro l’Uomo. Utilizza la filosofia dell’universalità multirazziale per far sentire l’Uomo essenza e centralità vitale quando, invece, viene tutto utilizzato per determinare il proprio potere nel mondo.

La rivoluzione futurista è la sola igiene del mondo, in quanto rivelazione di giustizia, pace sociale, libertà e partecipazione. Tutto in un grande concerto di religiosità in un consenso cosmico dove la centralità è l’insieme: Uomo, natura e genio, attraverso una conquista cosciente e sofferta.

Basta con le oligarchie, mafie e centri di potere occulti o meno occulti.

Dobbiamo costruire assieme l’Italia futurista, l’Italia dei cittadini.

Basta con i partiti che separano le genti per mantenere posizioni di prestigio tenendo il popolo lontano dal potere e dal controllo.

Dobbiamo costruire una democrazia corporativa dove il cittadino sia amministratore, controllore e partecipativo a ogni iniziativa.

Abbiamo bisogno della vostra totale collaborazione, nella disciplina, nel coraggio dell’azione, nel coraggio della partecipazione, non dimenticando il coraggio e il sacrificio di un supporto anche finanziario.

tratto, in parte, da:
http://italpag.altervista.org/5_futurismo/futurismo3.htm

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