Filippo Corridoni – sindacalismo rivoluzionario


“Io rimarrò sempre il Don Chisciotte del sovversivismo; ma un Hidalgo senza ingengno, pieno soltanto di fede. Morirò in una buca, contro una roccia o nella corsa di un assalto, ma – se potrò – cadrò con la fronte verso il nemico, come per andare più avanti ancora”
(Filippo Corridoni, ottobre 1915)

Filippo Corridoni nasce il 19 agosto a Pasula in provincia di Macerata, dal 1931 ribatezzata in suo onore Corridonia, da Enrico, operaio in una fornace, e da Enrica Paccazocchi. Con lui tre fratelli: Maria, che in seguito sposerà Amilcare de Ambris, futuro segretario del sindacato metalmeccanico durante il Fascismo e fratello del più noto Alceste de Ambris; Ubaldo(Baldino), che morirà nella Grande Guerra, e Giuseppe(Peppino), mutilato della Prima Guerra Mondiale, il quale, dopo aver aderito ai fasci di San Sepolcro ed aver subito un’aggressione bolscevica in Piazza Mercanti, morirà poco tempo dopo.

1895-1904
Grazie al prozio Filippo, frate francescano e missionario, noto predicatore, acquisisce nozioni di cultura classica ed una conoscenza base della lingua francese e latina. Studia alle elementari e viene avviato al lavoro in una fornace. la sua volontà di proseguire gli studi lo porta a Fermo dove si iscrive, aggiudicandosi una borsa di studio, all’Istituto Superiore Industriale, ottenendo nel 1904 il diploma di perito e disegnatore di macchine. Legge testi di Mazzini e Piscane, probabilmente studia Marx. Rivela immediatamente una forte intelligenza ed un carattere franco, ardito e leale, affezionato verso tutti e teso a difendere i deboli, sempre desideroso di apprendere.

1905-1907
Si trasferisce a Milano, in piena “seconda” rivoluzione industriale, ed entra, senza difficoltà, in qualità di disegnatore meccanico nell’industria mettallurgica “Miani e Silvestri”. Vive in un piccolo alloggio (via S. Gregorio, 48) a Porta Venezia e si avvicina al partito socialista diventandone in poco tempo segretario del circolo giovanile. Alloggia anche nella casa di Comunardo Braccialarghe, a Porta Vigentina. Inizia, con un fallimento, la sua attività sindacale subito orientata verso una corrente più rivoluzionaria. Fonda con Maria Rygier, giovane anarchica, il giornaletto anti-militarista “Rompete le righe”, per i cui contenuti viene arrestato e condannato a cinque anni di reclusione (in tutta la sua breve vita subirà una trentina di detenzioni). Cominciano a manifestarsi i primi segnali della sua malattia, probabilmente la tisi. Grazie ad un’amnistia, esce dal carcere, ma deve comunque riparare all’estero quando emerge che il provvedimento di clemenza non gli sarebbe applicabile. Giunge a Nizza, dove continua la sua attività politica e sindacale.

1908
Torna in Italia per partecipare all’organizzazione degli scioperi per i bracciantili di Parma. Là si reca, assumendo il falso nome di Leo Celvisio, essendo ormai conosciuto alla polizia. Il nome Leo è in riferimento alla rocca pontificia di S.Leo, prigione simbolo di molti detenuti politici là rinchiusi dai Papi (vi morì anche il conte di Cagliostro); Celvisio deriva da un cartello pubblicitario della birra omonima, che lesse a Ventimiglia non appena tornato in Italia. Conosce Alceste De Ambris con cui inaugura un rapporto di forte ed affettuosa amicizia ed il fratello di lui, Amilcare, il quale sposerà più tardi sua sorella Maria. Inizia a collaborare con il giornale “l’Internazionale), organo della Camera del Lavoro “sindacalista” di Parma, in seguito edito anche a Milano e Bologna. Fra i collaboratori, oltre ai De Ambris, Tullio Masotti, Michele Bianchi, Umberto Pasella, Cesare Rossi e Romualdo Rossi, A.O.Olivetti, Paolo Mantica e tanti altri grandi nomi del sindacalismo rivoluzionario. Riconosciuto ben presto dalla polizia, dopo essersi distinto per l’acceso attivismo, deve riparare in Svizzera, a Lugano.

1909-1910
Una nuova amnistia gli consente il rientro in Italia. Va nel modenese, dove assume la direzione della Camera del Lavoro di San Felice sul Panaro. Tenta un’azione politica di sintesi fra l’ala riformista e l’ala rivoluzionaria dei lavoratori modenesi, cercando di far prevalere la prima; si distingue altresì per un’aggressiva campagna anti-clericale. Nuovamente arrestato, viene isolato dal movimento sindacale per il prevalere della corrente riformista e confederale. Fonda il giornale “Bandiera Rossa”, che vivrà solo poche settimane. Collabora con il giornale “Bandiera proletaria” che in seguito diventerà “Bandiera del popolo”, testate entrambre dirette da Edmondo Rossoni.

1911-1912
Torna a Milano, sfiduciato di poter innescare la rivoluzione presso il bracciantato e preferendo quindi svolgere la sua azione fra gli operai dell’industria e dei nascenti servizi pubblici, veri protagonisti della rivoluzione industriale. Sul giornale “La conquista” e nelle riunioni sindacali sostiene la necessità di organizzare i sindacati sulla base dell’appartenenza all’unità produttiva e non sulla base della qualifica lavorativa, come erano fino a quel momento organizzati i cosiddetti sindacati di mestiere, venendo così a porre in essere un modello innovativo di organizzazione sindacale e di relazioni industriali. Il progetto non trova una grande adesione. Inizia tuttavia ad accrescere la fama, il rispetto ed il seguito grazie alle sue doti oratorie, al suo fascino ed alla limpida natura del suo carattere e delle sue intenzioni, alla sua generosità ed alla sua intelligenza coerente. Fallisce lo sciopero dei gasisti da lui organizzato, ma ormai è fra i capi del sindacalismo rivoluzionario milanese. Si impegna in un’accesa campagna contro l’intervento in Libia, scrivendo e pubblicando il libretto “Le rovine del neo-imperialismo italico”. Si reca a Bologna dove assume la segreteria del sindacato provinciale edile. Collabora con Zocchi per organizzare uno sciopero di facchini. A Modena partecipa al congresso istitutivo dell’ Unione Sindacale Italiana, nata come scissione in seno alla Confederazione Generale del Lavoro(CGL), il sindacato confederale vicino al partito socialista. Con lui entrano nell’USI i fratelli De Ambris, Tullio Masotti, Giovanni e Ines Bitelli, Pulvio Zocchi, Alberto Meschi, Giuseppe Di Vittorio, Riccardo Sacconi, Cesare Rossi, Livio Ciardi, Agostino Gregori, Assirto Pacchioni, Giuseppe Maja, Vittorio Brogi, Nicolò Fancello, Icilio Guateli, Emiliano Cuzzani e tanti altri. Tiene la relazione congressuale, in seguito pubblicata, “Le forme di lotta e di solidarietà”, dove indica nello sciopero, nel boicottaggio e nel sabotaggio gli strumenti di lotta, nel caso anche violenti, per affrontare la sfida del capitalismo e della borghesia industriale.

1913-1914
Costituisce l’USM, l’Unione Sindacale Milanese, associata all’USI, ottenendo l’adesione dei sindacati metallurgici, dei gasisti, del sindacato vestiario, dei tappezzieri di carta e dei decoratori. Alloggia in una pensione in via Eustachi, insieme con i fratelli De Ambris, Michele Bianchi e Attilio Deffenu. Nel mese di maggio riesce a guidare uno sciopero dei lavoratori dell’auto e dei “ciclisti”, grazie anche all’appoggio di Benito Mussolini, direttore dell’ “Avanti!”. Lo sciopero, pur non ottenendo i risultati sperati, riesce ad attirare la partecipazione di altre categorie. La figura di Corridoni ne esce rafforzata. Di nuovo inquisito per aver scritto e diffuso “Riflessioni sul sabotaggio” torna in carcere. Esce a metà settembre, dopo il fallimento dello sciopero degli operai del materiale mobile. L’USM si è nel frattempo fortemente indebolita e versa in gravi difficoltà finanziarie. La sua relazione all’assemblea degli iscritti, il 23 marzo 1914, è fatta oggetto di forti critiche. Entra in contrasto con Mussolini, contro cui pone in essere un violento ed ingiuriso attacco dalle colonne de “L’Internazionale”. Partecipa alla “settimana rossa”: è fra i capi e, fra gli organizzatori, il più instancabile e coraggioso; diventa una sorta di spauracchio per il padronato milanese, tanto da essere messo all’indice dal “Corriere della Sera”. Viene fermato durante una manifestazione, duramente percosso dalla polizia cui si uniscono gli insulti e la gogna della folla borghese nei pressi della Galleria Vittorio Emanuele. Il fallimento della lotta nella “settimana rossa” incomincia a generare in lui un certo pessimismo ed una riflessione sul ruolo del sindacato. Nell’agosto del 1914, ancora in carcere, inizia a riflettere sulla guerra e sulla possibilità che questa aprirebbe per costruire nuove basi economiche e sociali, ma soprattutto morali, della rivoluzione sindacale, grazie alla sconfitta delle potenze reazionarie che intravede come certa. Si unisce quindi ad Alceste De Ambris, su posizioni già interventiste, ed organizza l’interventismo milanese fra le file dei sindacalisti, dei socialisti rivoluzionari, dei repubblicani e degli anarchici. Il 10 ottobre 1914 fonda con Decio Bacchi, Michele Bianchi, Ugo Clerici, Amilcare De Ambris, Attilio Deffenu, Aurelio Galassi, A.O.Olivetti, Decio Papa, Cesare Rossi, Silvio Rossi, Sincero Rugarli, Libero Tancredi, il Fascio Rivoluzionario d’azione Internazionalista e ne sottoscrive il manifesto programmatico

1915
Continua la sua attività come interventista e come sindacalista. Organizza un nuovo sciopero dei lavoratori del gas. Partecipa, reclamato a gran voce dai presenti, al comizio di chiusura, tenutosi il 24 gennaio, al Convegno dei Fasci d’Azione Rivoluzionaria, il soggetto politico creatosi dai fasci rivoluzionari d’azione internazionalista grazie all’azione di Benito Mussolini, Alceste De Ambris e Michele Bianchi, per riunire la sinistra interventista. Sullo sciopero dei lavoratori del gas si innestano componenti politiche, dal momento che parte della proprietà dell’Union de Gaz, francese: chiamato in Francia, va a Parigi, dove grazie alla mediazione del ministro del Lavoro francese, desideroso di orientare i lavoratori italiani verso simpatie filofrancesi, ottiene condizioni vantaggiose per i lavoratori stessi. Non pochi sosterranno in seguito che, sempre a Parigi, abbia raccolto i fondi necessari a Benito Mussolini per continuare le pubblicazioni del “Popolo d’Italia”. Sempre a Parigi incontra il vecchio rivoluzionario anarchico Amilcare Cipriani. Si avvicina così sempre più alla causa della Francia e del Belgio, aggrediti dalla Germania, e riesce a convincere molti lavoratori della bontà di questa causa. Il 12 febbraio, chiusa la vertenza dei lavoratori del gas, partecipa ad un’iniziativa tesa a creare una serie di provocazioni al confine fra Austria e Italia, al fine di spingere la situazione verso il conflitto. Viene di nuovo arrestato per una vecchia imputazione(verrà poi scarcerato alla fine di Aprile). In carcere, dove freme per poter partecipare alla preparazione delle “radiose giornate” di maggio, scrive “Sindacalismo e Repubblica”, un testo che riassume il suo pensiero politico e sindacale in una sorta di programma per una nuova azione del sindacato tesa a trasformare l’economia italiana, lo stato e la nazione. Dichiara apertamente le sue posizioni libero-scambiste ed antistatali, a favore di una concezione autonoma del sindacato e delinea un programma politico fondato sulla democrazia diretta e anti-partitica, la nazione armata ed un federalismo radicale poggiante sul decentramento dei poteri centrali. Esce dal carcere e parla nei più importanti comizi che si tengono a Milano per spingere l’Italia in guerra. La sua azione è ormai parallela e concorde con quella di Mussolini che da tempo ospita suoi articoli sul “Popolo d’Italia”. Vuol partire volontario, e pur scartato per la malattia che ormai lo sta consumando, riesce ad ottenere l’autorizzazione ad unirsi al resto dei volontari milanesi, con cui parte verso il fronte il 25 luglio. Assegnato ad operazioni di retrovia, insiste per essere inviato al fronte, tanto da abbandonare la sua compagnia. Viene accontentato e comincia a partecipare ai combattimenti sul Carso. Rincorre la morte eroica e la trova il 23 ottobre 1915 presso la Trincea delle Frasche, dove cade col viso rivolto verso gli Austriaci. La notizia della sua morte genera sentimenti contrapposti, che vanno dal giubilo dei socialisti pacifisti, dei suoi rivali politici e dei borghesi, alla disperazione dei suoi compagni sindacalisti, interventisti e nazionalisti. Il suo cadavere scompare e non viene più trovato nonostante le ricerche. Gli viene conferita una medaglia d’argento al valor militare che Mussolini farà tramutare in oro nel 1925.

Tu non sei morto. La convulsa plebe
guarda ancora alla grande ombra serena;
squilla immortal sulle percosse glebe
la voce tua di giovinezza piena.
D’ogni schiera riebelle eri tu il duce,
d’ogni serva tirannide il terrore,
d’ogni piazza in tumulto eri l’ardore,
d’ogni attesa di popolo la luce.
Espresse te dal grembo dolorante
in un romano albor donna italiana?
O la millenne sofferenza uamana
vindice volle la sua forma errante?
Tu sfidavi col fermo occhio leale
la viltà congiurata dei potenti;
nè mai ebbero ai torvi anni opprimenti
le italiche galere ospite uguale
E ti seguia con impeti di pianto
e le parve men duro il suo giaciglio,
la folla che ti amò come un suo figlio,
travolta tutta dal tuo fiero incanto.
Ma voleva il tuo fato altro portento
quando levò dal vortice profondo
la guerra il suo tedesco urlo nel vento
contro le sacre libertà del mondo.
O cavaliere giovinetto! E i baldi
anni alla sfida tragica tu desti,
tu che nel cuor di Spartaco chiudesti
i palpiti del cuor di Garibaldi.
Col sangue del tribuno e del soldato
col tuo sangue! Ingemmasti la trincea:
per lei refulse, o cavaliere armato,
la commossa dei grandi evi epopea.
Per te, per te le giovinette fronti
levansi accese dal più sacro ardore:
sei l’Italia plebea che mai non muore,
sei l’ideale che non ha tramonti!

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