PERCHE’ FU SCELTO PIAZZALE LORETO


29 aprile 1945 – I corpi di Mussolini, della Petacci, di Bombacci e dei gerarchi catturati e poi fucilati a Dongo, furono trasportati durante la notte a Piazzale Loreto. Furono scaricati sul selciato, poi per offrire al pubblico un migliore spettacolo, i corpi furono issati e appesi per i piedi alla tettoia di un distributore di benzina a testa in giù.

Il luogo non era stato scelto a caso per fare questo sacrificio degno di una tribù della più profonda, nera ed arcaica Africa; ed era stata fatta alcuni mesi prima (il 10 agosto 1944) quando furono per rappresaglia da altri pazzi, trucidati 15 partigiani e, come monito, lasciati lì a terra nella piazza per giorni, come delle carogne di animali in mezzo alla civilizzata “savana” civile “metropolitana” milanese. Un monito orribile. Ma perché ? Cosa avevano fatto questi malcapitati da essere trucidati e messi in simile mostra ? Forse nulla. Come quelli delle Fosse Ardeatine a Roma. Erano solo dei malcapitati. Toccò a loro pagare la rappresaglia di un inutile e folle gesto, molto simile a quello di via Rasella e anche questi ultimi non erano tedeschi, ma italiani con addosso le uniformi tedesche, aggregati volenti o renitenti ai reparti germanici. Erano di Ora, località tra Trento e Bolzano, sono ancora oggi in quel cimitero, salvo considerare che Ora non è in Italia.

La verità sul perché, la mattina del 10 agosto 1944, quindici antifascisti detenuti a San Vittore …

(Andrea Esposito, maglierista; Domenico Fiorano, industriale; Umberto Fagagnolo, ingegnere; Giulio Casiraghi, tiratore di gomena; Salvatore Principato,insegnante; Renzo Del Riccio, operaio, Libero Temolo, operaio; Vittorio Gasparini, dottore in legge; Giovanni Galimberti, impiegato; Egidio Mastrodomenico, impiegato; Antonio Bravin, commerciante; Giovanni Colletti, meccanico; Vitale Vertemarchi, Andrea Ragni e Eraldo Pancini)

Furono condannati a morte assieme ai loro compagni Eugenio Esposito, Guido Busti, Isidoro Dilani, Mario Folini, Paolo Radaelli, Ottavio Repetti, Giovanni Re, Francesco Castelli, Rodolfo Del Vecchio, Giovanni Ferrario e Giuditta Muzzolon…

La verità è tutt’altra

Non fu (come si legge in qualche libro – che coraggio) una scellerata rappresaglia per un innocuo botto dimostrativo ai danni di un autocarro tedesco “che non causò nemmeno vittime”

No. Il sangue del 10 agosto 1944 era stato provocato da altro sangue sparso 48 ore prima precisamente alle 7,30 dell’8 agosto, al margine della stessa piazza (angolo viale Abruzzi-Loreto)
Quando una bomba “gappista” era esplosa tra la folla compiendo una strage che era costata la vita a cinque soldati tedeschi, a tredici civili italiani fra i quali una donna e a tre bambini, rispettivamente di tredici, dodici e cinque anni.

Ecco i nomi dei civili italiani che morirono sul colpo nell’attentato gappista o nei giorni successivi, tutti per “ferite” multiple da ordigno esplosivo”: Giuseppe Giudici, 59 anni; Enrico Masnata, Gianfranco Moro, 21 canni; Giuseppe Manicotti, 27 anni; Amelia Berlese, 49 anni; Ettore Brambilla, 46 anni; Primo Brioschi, 12 anni; Antonio Beltramini, 55 anni; Fino Re, 32 anni; Edoardo Zanini, 30 anni; Gianstefano Zatti, 5 anni; Gianfranco Bargigli, 13 anni; Giovanni Bargigli, 16 anni.
Rimasero inoltre feriti più o meno gravemente:Giorgio Terrana, Letizia Busia, Luigi Catoldi, Maria Ferrari, Ferruccio De Ponti, Luigi Signorini, Alvaro Clerici, Emilio Bodinella, Antonio Moro, Francesco Echinuli, Giuseppe Formora, Gaetano Sperola, e Riccardo Milanesi. Dei cinque soldati tedeschi uccisi, i cui nomi non furono annotati nei registri civili italiani, è rimasta memoria solo di un maresciallo di nome Karl, che per la sua mole era stato bonariamente soprannominato dai milanesi di Porta Venezia “El Carlùn” il Carlone).

Quel nomignolo Karl, maresciallo di fureria, se l’era guadagnato fermandosi ogni mattina, all’angolo fra viale Abruzzi e piazzale Loreto, con i suoi camions per distribuire alla popolazione qualcosa da mangiare, ma soprattutto latte per bambini, che la “Staffen-Propaganda” acquistava al mercato di Porta Vittoria, aggiungeva agli avanzi delle mense militari e regalava ai milanesi, tutti a quell’epoca, dannatamente a corto di viveri. Una operazione di “pubblic-relations”, si direbbe oggi, intrapresa dalle Forze Armate Tedesche nei confronti dei civili e che, dati i tempi di fame, aveva riscosso successo immediato.

“Il latte non si trovava, e questo anziano bonario maresciallo, spinto da impulsi personali, come e quando faceva il giro delle campagne con un piccolo camion e si riforniva di un po’ di latte, parcheggiava poi all’angolo fra piazzale Loreto e viale Abruzzi, subito attorniato da padri e madri che si dividevano quel latte, con quella fratellanza che viene dalla comune disgrazia”(Questo tra virgolette è il racconto dello storico Franco Bandini. Il Giornale, 1 settembre 1996)

Troppo, per la sensibilità antifascista della “GAP” di Milano, allora comandata da Giovanni Pesce, detto “Visone”, Tutt’oggi vivente e quindi in grado di ricostruire nei dettagli l’azione che venne decisa e attuata per spezzare il feeling alimentare promosso dalla Wermacht con alcuni milanesi affamati.
Ma c’è da dire che nessuno rivendicò questo attentato.

UNA INTERROTTA CACCIA ALL’UOMO

Il risultato fu che la mattina dell’8 agosto 1944, i terroristi si mescolarono alla piccola folla affamata che si accalcava come di consueto davanti al camioncino del “Carlùn” e posero sul sedile di guida una bomba ad alto potenziale che, poco dopo, avrebbe seminato la strage indiscriminata: 18 morti e 13 feriti, quasi tutti poveracci milanesi.(né poteva fare altro danno, visto il luogo, l’bbiettivo e la dinamica)

Diciotto morti e 13 feriti innocenti, tutti assolutamente dimenticati, abrogati, cancellati dalla memoria storica, politica, e giudiziaria italiana.
Giovanni Pesce detto “Visone”, “medaglia d’oro al valor partigiano” il quale nei libri da lui scritti sulla sua militanza gappista non ha mai raccontato questa azione che pure non è di poco conto (18 morti e 13 feriti in un colpo solo e senza subire perdite rappresentano un risultato ragguardevole); li ha ignorati, a quel che sembra, il procuratore militare Paolo Rivello riaprendo il caso Saevecke; li ignorano L’Unità, L’Ulivo e Rifondazione comunista nelle loro rievocazioni e mozioni; li ignora persino l’amministrazione comunale di Milano (di centro-destra) che avalla senza fiatare la mutilazione della verità storica, con gli abituali silenzi, sul suo periodico d’informazione e nei suoi atti politici.

E se, ancora dopo 53 anni, tutti ignorano (o vogliono ignorare) perfino nella sua tragica essenzialità la strage gappista indissolubilmente legata alla fucilazione del 10 agosto 1944, figuriamoci se qualcuno ricorda ciò che accadde fra il massacro e la rappresaglia.

Eppure, in quelle disperate ore, mentre la gestione dei rapporti fra militari tedeschi e popolazione passava dalle “pubblic-relations” della Staffen-Propaganda del defunto maresciallo Karl, alla Gestapo del capitano Saevecke per fare una “pubblica-rappresaglia”, si diede il via a un braccio di ferro durissimo fra le autorità fasciste, contrarie alla rappresaglia e i militari tedeschi inferociti che non volevano sentire ragione.

Si oppose il prefetto Piero Parini, che arrivò a minacciare le dimissioni; si oppose il federale Vincenzo Costa; si oppose Mussolini, intervenendodirettamente sul maresciallo Kesserling e telefonando allo stesso Hitler. La prova è, tra l’altro, negli atti del processo politico subito nel dopoguerra da Vincenzo Costa il quale, nel suo diario (“Ultimo federale”, il Mulino 1997) ricorda: “Alle 14 (del 9 agosto, ndr) mi trovavo nell’ufficio del capo della provincia quando arrivò una nuova telefonata del duce; abbassato il ricevitore, Parini mi permise di ascoltare la voce inconfondibile del capo. Tra l’altro egli disse: “il maresciallo Kesserling ha le sue validi ragioni; ogni giorno nel nord soldatim o ufficiali tedeschi vengono proditoriamente assassinati…. Ha deciso di attuare la rappresaglia. Ma sono riuscito a ridurre a dieci le vittime … Ho interessato iul Fhurer e spero ancora””

E proprio mentre le autorità fasciste e i militari tedeschi si contendevano le vite degli ostaggi appese ad un filo, i gappisti milanesi colpirono di nuovo.

Anche questo nella Storia è stato dimenticato.

Alle 13 del 9 agosto 1944 un terrorista in bicicletta, armato di pistola, fulminò con un colpo alla nuca, davanti alla porta di casa, in via Juvara 3, il capitano della Milizia Ferroviaria Luigi Leoni, della brigata nera “Aldo Resega”, che era sopraggiunto e si era gettato all’inseguimento del primo.
Erano italiani e forse ai tedeschi importava poco, ma quando ci fu subito dopo a distanza di qualche ora l’attentato anche a un autocarro di tedeschi (anche se non fece nessuna vittima) il grave fatto decise la sorte dei quindici sventurati rinchiusi a San Vittore.

Portati il giorno dopo a Piazzale Loreto furono fucilati e abbandonati sul selciato. Nessuno osò toccarli per non essere accusati di connivenza con i partigiani e nel quartiere non venne più nessun “Carlùn”.

Questa magra soddisfazione la si era dunque ottenuta. Anche se a caro prezzo; cioè coinvolgendo due volte due gruppi di innocenti.

Sangue chiama sangue. Il resto è sulle altre pagine di questa brutta storia.

Tratto da: http://cronologia.leonardo.it/storia/tabello/tabe1544.htm

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