L’anno in cui il mondo finì/6 – L’Ottobre e l’apocalisse


di Franco Bandini
tratto da: Il Sabato, 7.10.1989, n. 40, p. 79-89.

Le tante contraddizioni della campagna di Russia . E gli “avvertimenti” di Molotov

Le verità più sconvolgenti della Seconda guerra risiedono nella statistica: scienza che gode di ingiustificato disprezzo proprio da parte di coloro che la temono, appunto perché contro i numeri non c’è arzigogolo che tenga. E difatti, nessun arzigogolo può mutare il fatto che tra il 1939 ed il 1945 gli Alleati occidentali abbiano perduto, morti in battaglia, 997mila uomini contro i 3.113.000 (Italia compresa) del primo conflitto. Dunque, un prezzo limitato, che lo diviene ancora dì più se si tien conto del grande aumento delle popolazioni tra le due guerre, e del fatto che nei cinque anni e mezzo dell’ultima i deceduti per cause naturali sull’insieme delle stesse popolazioni alleate possono esser valutati almeno a 30 milioni di persone, serbatoi umani “colorati” compresi. Va da sé che quella di un soldato in guerra è una morte biologicamente importante, poiché colpisce soltanto maschi, in più accentrati in poche classi di età, sottraendo alle nazioni energie ed intelletti freschi ed in certa misura insostituibili. Considerazione che, nel secondo conflitto, spiega molto bene – lo si è già detto – la pressoché universale tendenza di popoli e Stati Maggiori ad evitare con ogni cura le sanguinose “caldaie per salsicce” del primo.

La terrificante eccezione a questo quadro, dopotutto non così negativo come i pacifisti a oltranza vorrebbero dipingerci, è rappresentata dalla “catastrofe demografica” sovietica, che per molti versi potrebbe da sola anche spiegare quanto oggi sta accadendo sotto i nostri occhi in un Paese che probabilmente ha cessato di essere una grande potenza proprio per aver accettato, o subito, una guerra allo scopo di confermarsi tale. Destino non dissimile da quello di un altro impero plurinazionale: l’Austria-Ungheria, scomparsa dalla carta dell’Europa anche, e forse sopratutto, per il tragico salasso di un milione e 200mila morti in battaglia.

Fare i conti addosso all’Unione Sovietica è impresa allucinane poiché – e tanto per cominciare – non sappiamo neanche a quanto in realtà ammontasse la sua popolazione alla vigilia della guerra, dopo le terribili perdite di quella civile, della collettivizzazione forzata nelle campagne, e soprattutto dopo le «purghe» staliniane. Come è noto, il censimento del gennaio 1937 venne annullato e la Commissione di statistici che lo aveva organizzato fu probabilmente fucilata al completo “per grossolane violazioni alla scienza”. Sembra però che queste violazioni consistessero nel fatto che la popolazione sovietica non era risultata superiore a 147 milioni di abitanti, con un “ammanco” di circa 20 milioni di unità rispetto alle stime. Nel gennaio 1939, si disse che la popolazione era salita a 170 milioni di uomini e donne, divenuti 193 dopo le forzate annessioni di mezza Polonia, degli Stati baltici, della Bessarabia e parte della Bucovina rumene. Naturalmente, è possibilissimo che non ci sia stata alcuna variazione, tranne quella delle annessioni del 1939 e 1940, ed anzi è stata avanzata l’ipotesi, legata a complessi calcoli sull’imperversare delle “purghe”, che il totale delle popolazioni propriamente russe nel 1941 non fosse in alcun caso superiore a 140 milioni di unità.

Bisogna fare un salto di venti anni, per trovare un altro censimento sovietico, quello del gennaio 1959, che quota a 209 milioni il complesso delle vecchie popolazioni più quelle di nuova acquisizione. Anche qui, mancano sulle stime – eseguite tenendo conto delle perdite attribuite alle “purghe” e di quelle belliche – almeno venti milioni di unità, e questo può essere spiegato soltanto in due modi: o con la deliberata menzogna del 1939, oppure con un impatto ancora più drammatico delle perdite dovute alla brutale repressione poliziesca tra il 1937 ed il 1953, dal momento che i caduti in battaglia non possono aver ecceduto un certo livello, anche se altissimo.

Se si tien conto del fatto che l’Urss, nei primi quattro o cinque mesi di guerra con i tedeschi, perse più di tre milioni di prigionieri nonché le regioni più popolate, come tutta l’Ucraina, mezza Russia Bianca, più quelle di recente acquisto, subito si vede che le perdite in battaglia finirono per gravare su un gruppo di popolazioni enormemente più ristretto di quello teorico, forse non superiore a 100 o 110 milioni di unità, visto che i tedeschi, alla fine del 1942, dichiararono di controllare una popolazione sovietica di 88 milioni di persone. In altri termini, a sopportare la più gran parte del massacrante peso di una lunga guerra fu soltanto una “mezza” Russia, anche se l’altra mezza dovette vedersela con un occupante non certo tenero.

Queste cifre e le derivanti considerazioni han cominciato a trapelare soltanto da poco tempo, come risultato di studi molto severi, resi assai ardui per la pesantissima coltre di silenzio mantenuta dai russi, e con mano di ferro, sulla loro storia interna degli ultimi sei decenni. Usato esattamente come un’arma, questo silenzio ha giocato un ruolo decisivo, permettendo alla Russia di raggiungere dal 1945 in poi quel ruolo determinante nella politica mondiale che mai le sarebbe stato riconosciuto se la tragica realtà della sua catastrofe fosse stata chiaramente e subito percepita. Nel maggio 1945, l’Unione Sovietica aveva gettato nella fornace le ultime riserve disponibili, e perciò non era più nelle condizioni di trarre un reale vantaggio dalla sua stessa vittoria. Se ottenne molto, che però era soltanto una parte di ciò che avrebbe voluto, fu per un fatale errore di apprezzamento che gli occidentali commisero nel valutare la sua forza reale: la stimarono grande, mentre invece essa non esisteva quasi più. L’urto con la Germania si era rivelato mortale.

Oggi, siamo in grado di misurare con precisione l’imponenza della catastrofe dallo scarto tra il piano espansivo sovietico del 1939 e la sua più modesta attuazione del dopoguerra, agevolata – occorre sottolinearlo – da una sconfitta tedesca che nel 1939Stalin poteva desiderare, ma non prevedere. Da questo confronto emerge chiaramente che nel 1945 e seguenti mancò in effetti all’Unione Sovietica la forza necessaria a risolvere davvero tutti i problemi che da gran tempo erano iscritti nel suo carnet: li conosciamo, perché essi vennero sciorinati sotto gli stupefatti occhi di Hitler, nel novembre 1940, dal ministro degli Esteri russo in persona, a Berlino.

In quella occasione Molotov, che già si era messo in tasca la sua parte di Polonia, Bessarabia e Bucovina, nonché la nuova Repubblica Carelo-Finnica e punti strategici importanti ex finlandesi, delineò con «brutale chiarezza» cosa intendeva l’Unione per “sicurezza”: annessione completa della Finlandia, riacquisto anche della «mezza Polonia» rimasta in mano tedesca, controllo dei passaggi d’uscita dal Baltico al Mar del Nord mediante un Trattato a due con la Danimarca, passaggio della Svezia a Stato cuscinetto sotto influenza sovietica, istallazione di basi militari ai Dardanelli ed in Turchia, passaggio nell’orbita geo-politica di Mosca della Romania, Bulgaria, Jugoslavia e Grecia. Alcune di queste pretese furono avanzate da Molotov per esercitare una pressione diretta a far trangugiare ai tedeschi un prezzo più ridotto: ma non c’è dubbio che il problema generale dell’espansione sovietica poggiasse in quel freddo autunno 1940 sui “punti dolenti” di ogni politica russa ante-Rivoluzione, e cioè sui mari caldi, con una doppia spinta verso l’Oceano Atlantico al nord, e verso il Mediterraneo al sud. Ne abbiamo una riprova certa dal passo che Molotov fece immediatamente dopo l’attacco tedesco, quando propose agli inglesi una occupazione mista della Norvegia del nord. E’ interessante osservare che questa linea di tendenza sovietica sembra attiva ancora ai giorni nostri: tra tutte le apprensioni che il Comando della Nato nutre, quella di un’occupazione istantanea da parte di una divisione eliportata sovietica della parte norvegese deserta attorno a Capo Nord, ha una sicura priorità.

L’ampiezza di questi orizzonti spiega oggi benissimo, senza bisogno di ulteriori prove, che comunque abbondano, le ragioni per le quali Hitler si risolve il 5 dicembre 1941 a dare il via a quel Piano Barbarossa, al quale del resto sta febbrilmente pensando praticamente da sempre. Ma altrettanto bene spiega come soltanto l’attacco tedesco abbia di fatto impedito alla Russia sovietica, depauperandola della gran parte della sua forza iniziale, di raggiungere in Europa e nel mondo una base geografica così estesa da essere in pratica irreversibile. Qualunque cosa possa essere argomentata oggi, sta ed è di fatto che la «scelta» di Hitler fu tutto meno che una scelta. Soltanto storici profondamente disonesti possono negare che nel 1939 e seguenti il vero problema europeo fosse quello di come contenere, e possibilmente annullare la spinta espansiva sovietica: che poi era nient’altro che la riedizione modernizzata di un “peso” russo crescente da alcuni secoli. Ed occorre un bel grado di capziosa distorsione dei fatti per non riconoscere che gli ultimi 44 o 45 anni di relativa pace sono in gran parte dovuti a quella che potrebbe benissimo essere definita la “sconfitta biologica” dell’Unione Sovietica nella Seconda guerra. Così, del resto, era avvenuto dopo il 1917: e se è vero che ci son voluti due grandi conflitti per fermare, provvisoriamente, le forti pulsioni espansive tedesche, non e meno vero che col complesso meccanismo interno dei due conflitti è stata bloccata – forse per sempre – una marcia verso il cuore d’Europa delle genti dell’Est incombente da secoli, salita, in questo, ad un forte grado di pericolosità.

Lo stesso errore di valutazione commesso da Hitler alla vigilia di Barbarossa, del resto comune a tutti gli Stati Maggiori occidentali, testimonia sulla gravita del pericolo reale rappresentato non tanto dalle forze armate di un Paese, come la Russia, non famosa per il rigore del suo pensiero militare e di certo incapace, almeno sino a quel momento di allevare uno Stato Maggiore professionalmente all’altezza dei tempi, quanto per i caratteri specifici delle masse in gioco, per la smisurata area geografica teatro dello scontro, per gli stessi lineamenti dell’industria sovietica, inadatta a sfornare prodotti di qualità, ma in compenso più che pronta a saturare il campo di battaglia con decine di migliaia di mezzi corazzati, aerei e cannoni non eccezionali ma comunque adatti, nella loro ruvidezza, ad un ruvido conflitto, fatto di fango, neve e freddo polare. Col suo fiuto innegabile, Hitler lo confessa; a pochi intimi, ma lo confessa: “Per me è come se spalancassi la porta su uno spazio buio, mai visto, senza sapere cosa si nasconde dietro”.

Le valutazioni dell’Oberkommando, a due mesi dallo scoppio della guerra, puntano su una forza sovietica di 171 divisioni di fanteria, 36 di cavalleria e 34 brigate motorizzate o meccanizzate, per un totale di 247 Grandi Unità, tutte nella Russia europea e con una disposizione tale da far pensare ad una imminente ripresa di operazioni contro la Finlandia, come pure ad una spinta in direzione della Romania-Jugoslavia. Nella realtà, c’è un errore, perché nei primi trenta giorni di operazioni si identificano al fronte almeno 360 divisioni, nessuna delle quali di nuova formazione. Comincia qui un grosso mistero, sul quale gli storici militari indagano ancora oggi, poiché nessuno dei dati complessivi forniti avaramente dai russi, allora e poi, coincide con la realtà del campo di battaglia. Secondo la “Storia della Grande guerra patriottica”, l’Armata Rossa conta, il 22 giugno 1941, soltanto 4,7 milioni di uomini, la metà dei quali schierati di fronte ai tedeschi: ma neppure con la prima cifra sarebbe possibile tenere in piedi ad effettivi di guerra le 247 Grandi Unità che si son citate, e men che meno le 360 rivelatesi nei fumi della battaglia, anche se si tenesse conto del milione di povere reclute che lo Stato Maggiore sovietico riesce a spedire al fronte prima della fine di luglio. “Carne da cannone”, scaricata dai treni quasi sulla linea del fuoco, in abiti civili, con le valigie di cartone in mano.

Contro questo “buio oltre la porta”, la “Wehrmacht” scaraventa 152 divisioni d’attacco, supportate da una quarantina di Unità finlandesi e rumene di dubbio valore. Le previsioni sono rosee: si conta di liquidare in una specie di “super Canne” il nocciolo centrale delle forze sovietiche entro i primi trenta giorni, e di proseguire poi l’avanzata sino ad una linea “AA” da raggiungersi a settembre. Essa corre all’incirca per gli stessi luoghi già raggiunti dall’esercito tedesco alla fine del 1917, e rappresenta il limite massimo oltre il quale Hitler non intende spingersi. Istallato su questa linea di osservazione e di sicurezza, convertirà le forze tedesche ad una dimensione navale per risolvere la guerra con l’Inghilterra, sia sugli oceani che nel Mediterraneo, quand’anche volessero partecipare al ballo gli Stati Uniti. Tutto dunque riposa sull’annientamento dell’Armata Rossa.

Poche pagine della storia militare di tutti i tempi son così incredibili come quella che vede la distruzione delle forze sovietiche entro la fine del settembre 1941. In una serie di battaglie d’accerchiamento lungo l’intero fronte di quasi 2mila chilometri, i panzer e le arrancanti fanterie tedesche catturano o uccidono due milioni e mezzo di uomini, con un bottino di 22mila cannoni, 18mila carri, 14mila aeroplani. Ma il mondo di allora non crede a queste cifre, e del resto non ci crede neppure oggi. Ammetterle, significherebbe innescare un processo di revisione globale, che dovrebbe partire dal riconoscere i due errori, stragici, commessi da Stalin: la distruzione morale dell’Armata Rossa attraverso una “purga” forsennata tra il 1937 ed il 1940, e la sua incapacità politica a valutare correttamente la posizione senza uscita di Hitler e quindi la conseguente fatalità di un attacco tedesco all’Unione. Ovviamente, il primo di questi due errori fondamentali comporta anche la necessità di un giudizio ben preciso sulla irrazionalità di ogni rivoluzione, ed in particolare sul “costo mortale” di quella sovietica. Mentre il secondo è assai adatto ad illuminarci sui pericolosissimi limiti di ogni autocrazia russa; così come era successo a Nicola II, anche a Stalin accadde di scambiare per realtà i propri pregiudizi. Ritenne che il comportarsi da ricattatore a sangue freddo con un altro ricattatore a i sangue freddo sarebbe stato pagante. Ma Hitler era qualcosa di diverso, e quello dì Stalin fu un bel granchio, dalle conseguenze letali.

Come tutti sanno, ai folgoranti successi estivi della Wehrmacht, corrisponde un grigio autunno, tutto occupato in grosse diatribe di comando sulla direzione migliore da prendere per il proseguimento dell’offensiva, ed un inverno spaventoso, nel quale per poco le truppe di Hitler non vengono a loro volta disfatte quasi sotto le mura di Mosca. Le ragioni di questa straordinaria inversione delle fortune sono molte e son state spesso elencate con minuzia di dettagli tecnici, climatici e psicologici. Ma la vera, e forse l’unica capace di spiegare tutto, è che quello tedesco è un esercito occidentale, con mentalità, riflessi condizionati ed esigenze occidentali: costretto invece a vedersela con un esercito ancora di tipo orientale, capace di combattere una guerra inverosimile, sia per una strabiliante capacità di morire senza un lamento, sia per l’indifferenza ugualmente strabiliante per un minimo di organizzazione del campo di battaglia. Nell’Armata Rossa non si contano né si seppelliscono i morti, non si curano i feriti, non si scrive alle famiglie, non si mantengono né collegamenti né linee di rifornimento. Il disordine è massimo, le perdite spaventose, i risultati minimi: ma è questo stesso disordine che disorienta il Comando tedesco, al quale continua a sfuggire la possibilità di valutare esattamente il residuo potenziale nemico.

Il bello è che lo “Stavka”, Comando supremo russo, e lo stesso Stalin. versano nelle stesse ambascie. Si fucilano dozzine di generali, sì impartiscono ordini draconiani, ma ad ottobre la situazione appare così disperata da indurre Stalin ad elemosinare dagli inglesi l’invio di venti divisioni, “che sarebbero le benvenuto in qualsiasi punto del fronte”.

Il freddo polare di quell’inverno eccezionale – per il quale i casi di congelamento del liquido cefalo-rachidiano e del tratto terminale dell’intestino per i disgraziati costretti ad evacuare all’aperto, si contano a migliaia – fa il resto: quando sul fronte di Mosca compaiono le 18 divisioni richiamate dall’Estremo Oriente grazie alla neutralità giapponese, i tedeschi son costretti a mollare. Nella città, evacuata con ineguagliata velocità da Stalin e dai suoi, i plotoni della Nkvd fucilano gli sciacalli, mentre nella accerchiata Leningrado un milione di uomini e donne comincia lentamente a morire di fame, in una vicenda così atroce da non avere alcun riscontro nella storia moderna.

La primavera del 1942 porta ai russi la sgradita sorpresa di una Wehrmacht miracolosamente rinata dalle sue ceneri. Non se ne accorgono subito, persuasi di poter passare facilmente all’offensiva contro un nemico già severamente punito. Lo Stavka organizza tre attacchi di concezione brutale e di caotica esecuzione in Crimea, sul Volkov ed a Karkov: tra l’aprile ed il maggio, falliscono tutti e tre con perdite gravissime, specie a Karkov, dove Timoscenko sborsa di tasca propria 240mila prigionieri e più di mille carri. L’inettitudine del Comando centrale è così palese che il generale Vlassov, perduta la sua Armata sul Volkov, rifiuta di salvarsi con un aereo e si consegna ai tedeschi: organizzerà un esercito anticomunista di milioni di uomini, e finirà fucilato da Stalin appena finita la guerra.

Nel giugno 1942, la Wehrmacht riparte ventre a terra, e per un pelo non salda il conto definitivo al suo avversario. Il “colpo di tuono” di von Bock, sostenuto questa volta da una reale superiorità numerica (ma non qualitativa), nelle forze corazzate, disgrega le Armate sovietiche e le volge in una fuga precipitata che a luglio assume i caratteri di una rotta senza freni. Il momento è terribile, e l’Unione, lo stesso Stalin, oscilla incerta sulla doppia alternativa, armistizio o rovinosa prosecuzione della guerra. Piantando i suoi acquosi occhi in quelli del segretario di Stato americano, Molotov avverte che se gli alleati non procederanno subito ad aprire il “secondo fronte”, l’Armata rossa “dovrà riconsiderare la propria posizione”.

Sulla perentorietà di questo dilemma, e su tutto ciò che ad esso consegue, oggi si preferisce sorvolare. Ma sta di fatto che l’Unione, in questo preciso momento, misura con freddezza che, se anche sarà possibile resistere su ipotetiche posizioni comunque molto arretrate, sarà invece impossibile battere l’enorme superiorità professionale della Wehrmacht senza un decisivo contributo alleato all’Ovest. Se gli Alleati sbarcheranno, il nuovo fronte assorbirà un minimo di 50 divisioni tedesche, che dovranno esser fatalmente ritirate da quello russo. Se non sbarcheranno, bisognerà venire a patti: ad agosto, si son già perse decisive fonti di materie prime, e le forze tedesche dilaganti nel Caucaso profilano un’agghiacciante minaccia anche sul petrolio. Molte industrie, spostate verso gli Urali, stanno decollando faticosamente in mezzo a difficoltà d’ogni genere: ma soprattutto cominciano a mancare uomini, perché nei quattordici mesi trascorsi dall’inizio della gigantesca lotta, l’Armata ha perduto ormai quasi dodici milioni di soldati, tra morti, feriti e dispersi, al ritmo di 28mila al giorno.

Vi son prove che nell’agosto 1942 Stalin abbia meditato a lungo sul miglior partito da prendere, giustamente persuaso che i tedeschi non avrebbero potuto avanzare nel cuore della Russia sterminata molto più di quanto non avessero già fatto. Se la decisione fu di continuare, essa senza dubbio fu presa per ragioni politiche: il regime non avrebbe probabilmente superato una riedizione della pace forzosa di Brest Litovsky. che Lenin aveva potuto imporre soltanto perché si trattava di liquidare “la sporca guerra zarista”. E poi, a costringere sulla via della lotta ad oltranza c’erano anche manifesti segni di disgregazione nelle truppe, di indecisione nei generali, e sintomi di cedimento anche in alcuni Soviet, come quello di Leningrado. Il poco che ne è trapelato basta a disegnare un quadro da “malattia terminale”, che del resto è identico a quello che gli Stati Maggiori alleati si fecero nello stesso momento. Nessuno, né a Washington né a Londra, avrebbe allora scommesso un soldo sull’avvenire della Russia sovietica: tutti i piani che vennero stesi in quel momento, risentono di questa convinzione assoluta, ed ancora una volta essi furono rivolti contro di noi, poiché il Mediterraneo, in caso di sconfitta russa, sarebbe rimasto l’unico teatro possibile per una prudente prosecuzione della guerra contro Hitler. Naturalmente è anche possibile che nei calcoli alleati possa essere entrata una buona dose di malizia: sappiamo oggi benissimo che nel 1942 essi non si trovavano nelle condizioni di sbarcare in Francia con buone speranze di successo, ma forse avrebbero potuto farlo nella tarda primavera del 1943. Invece attesero il giugno 1944, e sorge almeno il sospetto che senza le forti pressioni americane, forse un “secondo fronte” non sarebbe mai stato aperto davvero.

Se al termine della sua seconda folgorante campagna la Wehrmacht non trovò altro che Stalingrado, le ragioni risiedettero quasi esclusivamente nell’imponenza stessa della rotta sovietica. Tra le truppe ed i Comandi si venne a determinare nel settembre di quel 1942 il particolare stato d’animo del soldato, coraggioso sino al giorno prima, che ora teme di essere “l’ultimo a morire”, e rallenta, diventa prudente, sta attaccato alla radio da campo in attesa che ne sgorghi la parola “fine”. Nei Comandi, il riflesso è tecnico, ma sostanzialmente uguale: giunto in vista di Stalingrado, il generale Paulus pensa di aver davanti a sé soltanto un compito di ripulitura, dopo il quale si potrà marciare a nord, lungo il Volga, per piombare attraverso Kazan alle spalle di Mosca. Le sue divisioni arrivano alla spicciolata, ed egli non attende di riunirle per un attacco in forze, ma le spende una dopo l’altra in una serie di attacchi che lo logorano senza portare mai alla decisione. Anche i russi fanno lo stesso, e Stalingrado finisce col divenire una gigantesca pompa che aspira sangue e corpi umani con una fame feroce. Alla fine del gennaio 1943, per la prima volta nella loro storia, i tedeschi sono costretti a capitolare, lasciando in mano al nemico una intera armata di 200mila uomini.

Su Stalingrado si è scritto molto, ma ben raramente ne son stati ricordati i due caratteri negativi che la pur grande vittoria sovietica si portò dietro, il primo dei quali era la speciale ipnosi che la città assediata aveva ingenerato nel Comando centrale di Zukov. Fisso nell’idea ossessiva di liquidare la VI Armata di Paulus, timoroso di disperdere le proprie forze, il maresciallo lasciò passare senza sfruttarla la crisi della Wehrmacht del secondo inverno di guerra. Noi italiani, assieme ai romeni ed agli ungheresi, fummo per questa ragione assai sfortunati, poiché le uniche operazioni che Zukov si concesse furono quelle attraverso il Don a nord di Stalingrado, dall’11 dicembre del 1942 in poi. In pochi giorni, perdemmo anche noi un’intera Armata, la VIII, i cui resti dovettero iniziare una disastrosa ritirata che si concluse soltanto nella zona di Gomel. Una perdita gravissima, aumentata di lì a poco con la resa a Capo Bon dell’altrettanto sfortunata Armata d’Africa, dopo due anni e mezzo di disastrose sconfitte, ma anche di belle ed eccitanti vittorie.

L’altro fattore negativo di Stalingrado fu certamente l’insostenibile prezzo pagato dall’Armata rossa in termini di uomini. Non sono mai state fornite cifre globali, ma sulla scorta di un gran numero di considerazioni questo prezzo deve essersi aggirata tra un minimo di 600mila uomini ed un massimo di un milione, tra morti, feriti, prigionieri e dispersi. Non per nulla i vittoriosi di Stalingrado avanzano in un primo tempo per trecento chilometri sul fronte meridionale soltanto per scontrarsi, in pessime condizioni, contro una Wehrmacht risorta miracolosamente per la seconda volta dalla sua sconfitta. Tra il marzo ed aprile del 1943, il comando sovietico, che ora deve fare i conti coi problemi professionalmente molto sofisticati di un’avanzata, dopo quasi due anni di battaglie puramente difensive, conclude con l’ammettere la superiorità del Comando avversario, riorientando l’intera propria strategia su canoni inediti: grande prudenza, fronti continui, potenti concentrazioni d’artiglieria, specie semovente e soprattutto una forte pressione sui politici, ovverosia su Stalin, per la ricerca e lo sfruttamento di tutte quelle occasioni su piano mondiale che possano servire a diminuire il numero delle Grandi Unità tedesche sul fronte russo.

E’ questo il panorama più sorprendente e meno indagato che offrono il 1943 ed il 1944fino al 6 giugno, fino al giorno, cioè, dello sbarco alleato in Normandia. Un panorama nel quale crescono d’intensità le pressioni staliniane per un secondo fronte, in parallelo al colpo di Stato italiano del 25 luglio 1943, sicuramente varato dalla Monarchia sulla base di sollecitazioni e garanzie sovietiche, che acquisteranno chiarezza, ed un sensazionale spessore con la venuta di Togliatti in Italia nel marzo del 1944. D’un colpo si volatilizzano con l’armistizio le nostre importanti forze nella Balcania, nella Francia meridionale, nella stessa Penisola, in Egeo: altrettante servitù che l’esercito tedesco deve accollarsi, distraendo dal fronte sovietico non meno di trenta divisioni. Altre 59 si trovano con l’arma al piede nella Francia settentrionale, nell’attesa logorante di uno sbarco, e 15 in Norvegia. La coperta sta divenendo davvero troppo corta.

Se, nonostante le perdite e le nuove servitù abbattutesi sulla Wehrmacht, l’Armata rossa impiega, dopo Stalingrado, ancora 27 mesi per arrivare a Berlino, la ragione è una sola, la perdita per strada di 36 milioni di soldati, un terzo dei quali morti in battaglia. A conti fatti, essa ha dovuto rinnovare i suoi effettivi quasi cinque volte, il che significa che vi sono state in 1.417 giorni di guerra, cinque Armate rosse nuove di zecca, condotte alla distruzione completa contro un avversario irreducibile anche nella sconfitta. Ma per ogni caduto tedesco, se ne sono contati 4 sovietici, con un rapporto ancora peggiore di quello, già grave, verificatosi nei vituperati eserciti zaristi. Nell’aprile del 1945, l’Armata rossa brucia gli ultimi 300mila uomini nella conquista di Berlino: ma si trova, ancora una volta, sull’orlo, del disastro, poiché la sua forza consiste soltanto in decine e decine di divisioni corazzate. Le fanterie sono quasi scomparse, divorate da una troppo lunga sequela di sconfitte e di vittorie pagate a carissimo prezzo. A Budapest, come nei vecchi Stati baltici, sul Danubio come sulla via di Berlino, la Wehrmacht nell’inverno 1944/45 assesta le sue ultime quattro zampate, tanto micidiali da obbligare Stalin a nascondere le perdite con la massima cura.

E’ molto difficile oggi valutare pienamente il significato profondo di un salasso di vite umane che dal 1936 al 1953, anno della morte di Stalin, non deve essere stato inferiore a 40 milioni di uomini e donne, immolati sugli altari delle “purghe” e poi in una condotta di guerra nella quale interi reggimenti vennero usati per far saltare i campi minati tedeschi. E’ però sicuro che in un caso come nell’altro scomparvero i migliori cittadini sovietici, lo stesso futuro dell’Unione, ulteriormente compromesso da una sterminata massa di feriti e di reduci dal Gulag, piegati e piagati nel corpo e nello spirito. Ancor più difficile è stabilire se la Rivoluzione d’ottobre sia stata davvero il punto d’inizio di una nuova storia, almeno per l’Unione, o un ultima tragica insidia del Fato, abbattutasi sulla Santa Madre “dai molti dolori”, così come ogni buon russo chiama la propria patria. Ciò che oggi vediamo accadere in quello sventurato Paese, ciò che intanto siamo venuti a conoscere delle sue potenti contraddizioni interne non risolte e forse non risolubili, conforta nel concludere che l’esperimento del 1917 abbia sovrapposto alla ben nota malattia della mancanza, nella Russia zarista, di una ideologia veramente transnazionale capace di coagulare in unità di pensiero e d’azione 22 popoli diversi, lo spaventoso meccanismo di una autocrazia che nel brevissimo giro di 17 anni è riuscita ad infliggere al proprio Paese un danno probabilmente fatale. Si starà dunque a vedere: ma teniamo bene a mente, quando scendiamo in piazza a manifestare contro la guerra, qual è il taciuto prezzo di una Rivoluzione.

http://www.storialibera.it/epoca_contemporanea/II_guerra_mondiale/franco_bandini_1939/articolo.php?id=622&titolo=L’anno%20in%20cui%20il%20mondo%20finì/6%20-%20L’Ottobre%20e%20l’apocalisse

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