L’anno in cui il mondo finì/5 – Solitudine di un dittatore


di Franco Bandini
tratto da: Il Sabato, 30.9.1989, n. 39, p. 87-97.

I tanti misteri dell’atteggiamento inglese verso l’Italia. Mussolini in Marcia verso la catastrofe

Alle nazioni deboli, ed ancor più a quelle che ad ogni tornante storico si paralizzano per l’incertezza di quale direzione prendere, capita spesso di avere anche sfortuna: così come a quelle forti e decise avviene il contrario, senza altro merito che il capriccio del caso, il quale poi, nei libri di storia, viene elevato a doveroso contributo della Provvidenza a favore delle “giuste cause”. La guerra italiana dal 1940 al 1945 è un buon esempio delle strazianti stupidità di una direzione politica e militare di certo non all’altezza delle circostanze, ma anche di una permanente sfortuna, matrice non secondaria di grosse disgrazie e di non prevedute ripercussioni.

Valga per tutte il raid britannico sulla base navale di Taranto, che era stato previsto dall’ammiraglio Cunningham per il 21 ottobre 1940, e cioè per il 135esimo anniversario della battaglia di Trafalgar, in modo da fornire al depresso morale dei britanni, malconci per le bombe tedesche, qualche motivo di consolazione. A quella data, però, Cunningham dovette rinunziare per un banale incendio sviluppatosi qualche giorno prima nelle aviorimesse della Illustrious, per cui il raid fu messo in atto soltanto nella notte del 12 novembre, dimezzando la nostra flotta da battaglia, e togliendoci quel margine di superiorità navale fino ad allora goduto.

Se l’attacco a Taranto avesse avuto davvero luogo il 21 ottobre, di sicuro noi non avremmo assalito la Grecia il 28 dello stesso mese, perché anche la stupidità ha un limite, e perciò non avremmo dovuto sobbarcarci né le perdite né il disdoro internazionale di quella infelicissima campagna. I tedeschi non avrebbero poi avuto motivo di intervenire nei Balcani nell’aprile 1941, e probabilmente non avremmo, noi italiani, subito neppure la triste sconfitta navale di Matapan, nel marzo, né quel bombardamento navale di Genova – il 9 febbraio – al quale comunque deve essere abbinata una seconda sfortuna navale: la nostra Squadra, pur essendo in superiorità di forze, mancò quella britannica per forse due o tre miglia, tra Corsica e Liguria occidentale. A pareggiare il conto del dare e dell’avere, si ebbe il caso straordinario di un proiettile britannico da 381 che bucò il tetto della cattedrale genovese di San Lorenzo, penetrò sin nella cripta e non esplose: una fortuna che, naturalmente, non ebbe la minima influenza sul corso della guerra.

Nella sequela di avvenimenti o disgraziati o insoddisfacenti che cominciano per noi con la battaglia di Punta Stilo, i danni peggiori furon non quelli dei colpi che subimmo, ma i loro contraccolpi, specie di natura psicologica. Mano a mano che le buscavamo, gli inglesi si persuadevano sempre più che con altre poche legnate sarebbe stato possibile eliminarci dalla guerra. Nel dicembre del 1940, essi valutarono che sarebbero bastati ancora due mesi di sconfitte per provocare in Italia una rivoluzione e una richiesta di pace. Si sbagliarono grandemente, e questo errore ebbe per loro conseguenze lontane assai importanti. Ma il risultato primo di questo abbaglio fu che il War Office ce la mise proprio tutta, da quel momento in poi, nell’applicare fosforo, mezzi e uomini in una strategia mediterranea ed africana che per noi fu fatale a lungo termine, ma che permise invece ai tedeschi di conoscere i guai di una invasione soltanto quattro anni dopo. In altre parole, con le nostre prime incertezze e sconfitte, l’Inghilterra riuscì a mascherare per lungo tempo la sua incapacità ad affrontare il vero nocciolo della questione, quello tedesco, per schiacciare il quale fu necessario il doppio intervento sovietico e statunitense, con risultati complessivi sui quali, in futuro, occorrerà meditare parecchio. Oggi è troppo presto.

Disponiamo, ora, di una bella serie di documenti di fonte britannica che permettono di gettare uno sguardo abbastanza penetrante sull’ondeggiante andamento dei pareri che a Londra si nutrirono fino al 1943 nei riguardi del “problema italiano”. Sembrano esaurienti, ma in realtà essi non risolvono un paio di problemi che invece dovremmo considerare preliminari a qualsiasi tentativo di ricostruzione storica. Il primo di essi è senza dubbio rappresentato dal grosso contrasto – qualche volta stridente – tra i pareri del primo ministro e quelli del Foreign Office sia su singoli episodi, sia come linea generale di azione nei riguardi dell’Italia. Da vecchio volpone aristocratico, Winston Churchill cerca prima di tutto di capire, di valutare i pro e i contro, e soprattutto di guardare un po’ più in là del proprio naso. Ci sarà un dopoguerra, e non è pensabile cancellare dalla carta geografica una nazione come l’Italia Questa linea possibilista soccombe spesso davanti al gelido odio di Anthony Eden, che ancor oggi attende una buona spiegazione: tale non essendo quella personale, anche se si deve ammettere che questo allampanato e sofisticato ministro degli Esteri britannico aveva avuto dal suo rapporto con l’Italia non poche e non lievi umiliazioni, culminate nel 1938, con un bruciatura fulminante.

L’inflessibile volontà edeniana di trasformare l’Italia in una nazione di terz’ordine, nonché in un cumulo di rovine, costituisce dunque un mistero non ancora risolto, che però presenta qualche risvolto addirittura gratificante, dal momento che anche nei rapporti tra le nazioni è assai meglio essere odiati che guardati con indifferenza o derisione. Ma, come mistero, esso è assai meno intrigante dell’altro, cioè di dove mai gli inglesi andarono a pescare quel complesso di informazioni italiane che servì loro di base per l’elaborazione della strategia che si è detta. Noi siamo stati accusati, con ragione, di non aver capito gli inglesi, e poi gli americani, ed infine i russi con la loro durissima determinazione a difendersi e poi a contrattaccare fino all’ultimo sangue. Ma è certamente vero che gli inglesi non capirono noi, proprio come popolo, commettendo un errore tanto più grande quanto maggiore era la loro esperienza politica internazionale, vecchia di quattro secoli.

Fu, nei fatti, un autoinganno dalle dimensioni insolite anche per una diplomazia di second’ordine, poiché nasceva da due idee-base compiutamente false: che il popolo italiano fossie “apatico”, e persino desideroso di perdere una guerra non sentita, e che, nel caso di una rivoluzione, a prendere il potere sarebbero stati i comunisti. Chiunque abbia vissuto quegli anni, sa benissimo che vi fu pazienza, timore e magari, però molto tardi, rassegnazione al peggio, ma mai apatia. Ed altrettanto bene sa che nel quadro psicologico di ogni italiano, i comunisti non comparvero se non nel 1944, e comunque non prima del 22 giugno 1941, visto che fino a quella data furono casomai impegnatissimi ad aiutare Hitler.

Su queste due idee completamente errate, i britanni costruirono un edificio nel quale si stenterebbe a credere se non esistessero i documenti a provarlo. In primo luogo essi studiarono seriamente la possibilità di costituire nella Cirenaica appena conquistata (e più tardi in Eritrea) una “Free Italy”, una “Italia Libera”, con propria bandiera e Forze armate da trarsi con arruolamenti tra i prigionieri italiani appena fatti in Libia, che erano tanti, ma non così disposti ad un passo che, in quel momento, somigliava ancora troppo ad una diserzione. Era il principio del 1941, e la stragrande massa degli italiani non aveva ancora avuto nemmeno l’impressione di essere in guerra, poiché non erano guerra le lontane cannonate di Bengasi, o di Addis Abeba, o della Val Vojussa. Ai giovani d’oggi, può sembrar strano e nuovo: ma nelle due estati del 1941 e 1942, le spiagge di Viareggio e di Forte dei Marmi, di Rimini e di Venezia furon affollate di bagnanti quanto lo eran state fino al 1939. E’ anche vero che il mito di un Mussolini “che ha sempre ragione” era già, se non morto, almeno agonizzante, da quando l’incauto dittatore si era lasciato andare a promettere che avrebbe spezzato lo reni alla Grecia: fu subito battezzato «elmitolo», che era appunto un farmaco che faceva bene alle reni, ma questo implicito ritiro di fiducia, che si verificò all’inizio del 1941, venne più che compensato dall’ottimismo di fondo del carattere italiano. Se Mussolini si era rivelato un pilota deludente, c’era pur sempre lo “stellone” che aveva fulgidamente brillato nella nostra storia, nonostante una ragguardevole serie di sconfitte. E perciò il progetto di reclutare tra i nostri prigionieri addirittura un Corpo d’Armata, comandato – così dicono i documenti – da quel generale Bergonzoli che i soldati chiamavano “Barba elettrica”, era davvero un desiderio almeno fuori tempo. E lo rimase fino all’ultimo.

Appaiato a questo progetto troviamo quello di ridurre la Flotta da guerra italiana a riparare all’improvvisio in “porto libero”, come Tobruck o Massaia, però sotto la protezione britannica. Non c’è dubbio che tra il dicembre del 1940 ed il febbraio 1941 si svolsero caute trattative tra alcuni esponenti della Marina italiana e l’Ammiragliato britannico, tramite l’ambasciata inglese di Stoccolma, retta, in quel momento, da sir Victor Mallet, che dopo la guerra fu, non per caso, primo ambasciatore britannico a Roma, e rinforzata, per l’occasione, dal maggiore del Secret Service Malcom Munthe, figlio del grande medico e scrittore svedese, stabilitosi dal 1932 ad Anacapri, al quale dobbiamo un eccellente romanzo, e forse anche altre cose di genere diverso. Chi scrive si è occupato a lungo di questa intricata e torbida vicenda che non può esser facilmente messa da parte, non fosse altro che per il fatto indubbio che la questione della resa della Flotta da battaglia italiana percorre come un filo rosso e resistente l’intera trama delle trattative armistiziali del 1942 e 1943. E’ nostro meditato parere che la Flotta potesse e dovesse costituire una pedina spendibile al tavolo delle trattative, nell’ipotesi di una sconfitta a breve termine, e che forse fosse l’unica veramente valida, poiché, dopotutto, stavamo combattendo contro una potenza navale che sudava freddo nel giustifìcatissimo timore che le sue comunicazioni marittime saltassero all’improvviso. Ma il modo delle trattative fu di certo sbagliato, poiché una Flotta funziona come pedina soltanto se se ne minaccia un uso diametralmente opposto a quelli che sono gli interessi della controparte. Avremmo dovuto dire, ma ci voleva una bella faccia da poker, che non potevamo esimerci dal passarla ai tedeschi, agitando cioè la stessa minaccia che Churchill sventolò con callido candore davanti al naso di Roosevelt, nel giugno 1940, quando il presidente americano gli fece sapere che era meglio riparare la Flotta britannica nei porti americani. Anche in quel momento, “Winnie” non dimenticò di essere un vecchio volpone e ricattò spietatamente l’amico d’oltre Atlantico, rispondendogli che purtroppo, nel caso di una pace o di un armistizio, la Flotta avrebbe dovuto passare ai tedeschi.

Poiché queste son considerazioni piuttosto ovvie, il mistero delle trattative “navali” tra noi e gli inglesi rimane ancor oggi poco penetrabile. E questo sarebbe ancora il male minore, visto che ormai la cosa riguarda soltanto gli storici, se non fosse per i riflessi operativi che gli accordi o le trattative poterono esercitare sulla condotta della guerra in mare. Nei documenti inglesi si trovano accenni espliciti a promesse di una condotta di guerra navale non aggressiva, che sarebbero state fatte, appunto all’inizio del 1941, da alcuni ammiragli in cambio di un trattamento “dolce” al momento della pace. E questa è storia ben altrimenti inquietante, poiché la stessa invasione del territorio nazionale dipese in larga misura dalla inefficacia globale del nostro contrasto navale negli anni precedenti. Detto in altro modo, risulta oggi chiaro che «forse» fu errato il modo di condurre le trattative, ma che “certamente” fu un grave sbaglio farle precedere da un atteggiamento rinunziatario. Una ingenuità che proprio gli inglesi, abituati prima a sparare e poi a discutere, non avrebbero mai commesso. Quando si scrive di queste vecchie e ambigue cose, da parecchie penne sgorga automaticamente la parola “tradimento”. Tranne che in alcuni casi ben chiari, in genere basati sul denaro, questo facile termine va però usato con molta precauzione e serenità, poiché non si può negare a un generale o a un ammiraglio, durante una guerra lunga e difficile, il diritto di nutrire un parere opposto a quello del proprio governo, e di comportarsi in conseguenza: accettandone le responsabilità e correndone i rischi. Su questo punto sono difatti tutti d’accordo, oggi, nel rimproverare ai militari di Mussolini appunto di aver obbedito ad ordini “ingiusti”, o di non essersi dimessi dalle cariche, rifiutando di eseguirli.

Ma il diavolo è brutto, proprio perché è sveltissimo a rientrare dalla finestra, rappresentata, in questo caso, dai draconiani divieti che i militari ricevono, in tempo di pace, di occuparsi di politica: essendo loro compito – a quanto si ripete un giorno sì ed uno no – soltanto quello di eseguire gli ordini emanati dal potere legittimo. Col naturale divieto di andare ad indagare su cosa è un potere “legittimo”. E forse è un bene che sia così, poiché al giorno d’oggi i governi realmente legittimi sono mosche bianche: sarebbe un gran guaio se, per esempio, un ufficiale dell’Armata Rossa si ponesse seriamente il quesito della legittimità del suo governo, o se lo ponesse uno spagnolo, o uno jugoslavo e magari un italiano, visto che sulla tunica bianca, rossa e verde della nostra Repubblica qualche macchiolina c’è rimasta. Così, è molto difficile giudicare equamente sulle motivazioni che spinsero durante la guerra i nostri “peace feelers” a ricercare formule di salvataggio, così come è difficile, se non impossibile, stabilire cosa ci sarebbe alla fine successo se queste trattative non ci fossero state. Però, con quasi mezzo secolo di riflessioni nel mezzo, è forse possibile tirare due conclusioni imparziali. La prima delle quali è che nella sua stragrande maggioranza, l’insieme della popolazione italiana combattè l’ultima guerra senza mai porsi davvero il quesito della sua giustezza o meno. Lo fece con disciplina, con coraggio e molte volte con grande valore, sia tra i soldati che tra i civili e naturalmente con una stanchezza crescente. Per tutti coloro che hanno a cuore non gli arzigogoli e gli errori della politica, ma il grado di salute vitale di un popolo, va detto che la prova fornita dal nostro può esser iscritta a giusto titolo nel patrimonio storico della nazione: più e meglio di quanto non possano fare altre. Dimenticarsene è ingiusto, sciocco, ed anche pericoloso.

L’altra conclusione ci riporta ai motivi profondi degli errori di apprezzamento fatti dagli inglesi nei nostri riguardi. Nello sbagliare, è evidente che i britanni fecero davvero grande economia di fosforo, ma è altrettanto chiaro che i loro interlocutori italiani, tranne forse un caso o due, furono di un livello intellettuale cosìi basso da aggravare fatalmente il loro errore di base. Nessuno dei venti o trenta “messaggeri di pace”, fin qui identificati con pazienti ricerche storiche, riuscì mai a proporre formule ragionevoli per la cessazione delle ostilità, e tutti fecero il colossale sbaglio pregiudiziale di professarsi antifascisti e come tali interessati alla defenestrazione di Mussolini, anche se questo fosse costato la sconfitta. «Perdere per vincere» fu la formula prediletta di industriali come Marinotti, di oscuri generali come Gustavo Pesenti, di militari sconosciuti come la Medaglia d’Oro Cabruna. ex compagno dì volo di D’Annunzio, di semplici commercianti come il trasportatore Pier Busseti. In questa categoria rientra certamente un ammiraglio, che ebbe la franchezza di mettercisi e di raccontarlo dopo la guerra: in questo distinguendosi da altri, che preferirono e preferiscono mantenere il silenzio, quasi che il trattare col nemico durante una guerra infelice sia davvero una vergogna, mentre invece non lo è, salva s’intende la buona fede. E non lo è neppure se si commettono gravi errori, o si agisce con dosi inammissibili di ingenuità, come per esempio accadde al Duca d’Aosta, nobile e simpatica figura di italiano che, posto in un momento difficilissimo a salvaguardare al meglio non solo il nuovo Impero ma anche le nostre vecchie colonie, dimostrò l’altrettanto nobile ingenuità di fidarsi delle ben calcolate promesse che gli furon fatte pervenire, sullo scorcio del 1940, da alcuni generali inglesi, spediti nel Sudan contro di lui proprio perché eran stati suoi compagni di scuola al Saint Andrews College. Al Duca parve di capire che sarebbe stato lasciato in armi in una specie di ridotto centrale, nel quale tutti, amici e nemici, avrebbero atteso l’esito finale della guerra, per poi decidere sul destino delle colonie, e, forse, anche su quello della monarchia. Fu per tali promesse che egli salì sull’Amba Alagi, salvo accorgersi che in guerra anche gli accordi tra gentiluomini sono un’arma, non molto nobile, ma efficace. Va da sé che in tal modo le cospicue forze nostre, esistenti in quella terre, non esercitarono la minima influenza sull’andamento del conflitto: impiegando soltanto un paio di divisioni, gli inglesi spazzarono via 600mila uomini, 401 aeroplani, ed un bel gruppo di unità navali, nella metà del tempo che era stato necessario a Badoglio per conquistare l’Etiopia, appena cinque anni prima. In questo deludente bilancio, troviamo però la perla di Cheren: una battaglia di cinquanta giorni che abbiamo il torto di esserci completamente dimenticata.

L’intera storia delle trattative sottobanco acquista una sua spiegazione, ed anche una sua giustificazione, quando la si connette da una parte al fatto che nel dicembre 1940 l’Italia aveva già dimostrato, ed in modo lampante, di non essere in grado di sostenere un vasto, complesso e pericoloso conflitto di taglio moderno; e dall’altra, alle reazioni quasi automatiche che Mussolini ebbe quando la realtà lo pose di fronte al problema di una scelta definitiva, quella stessa che egli aveva evitato nel 1939, e poi ancora nel giugno 1940, entrando in guerra con la sicurezza che essa sarebbe finita in tre mesi, Errori gravissimi, ma non molto diversi da quelli commessi, in centinaia di occasioni storiche simili, da altrettanti uomini di governo, ivi compresi quei ministri italiani che nel 1915 avevano firmato la cambiale in bianco del Patto di Londra, persuasissimi – anch’essi – che la guerra sarebbe durata poche settimane. Da questo punto di vista, è assai probabile che l’Italia del 1940 avrebbe commesso più o meno gli stessi errori qualunque fosse stato in quel momento il governo in carica. Quelli, o altri di segno opposto: ma pur sempre errori dalle conseguenze catastrofiche.

Alla fine di quell’anno veramente fatale, accadde però un qualcosa che forse non si sarebbe verificato con un altro regime, poiché Mussolini attuò un vero e proprio colpo di Stato, liberandosi di quella opposizione interna che pur c’era, sovvertendo i comandi militari, ed imboccando risolutamente la via della guerra non più “parallela”, ma ormai in stretta unione, e meglio sarebbe dire dipendenza, con la Germania. Tra il 17 ed il 18 gennaio 1941, i vertici fascisti furono squassati da un vero e proprio terremoto: vennero spediti al fronte tutti i membri del Gran Consiglio, tutti i ministri, compreso quello dei Lavori Pubblici, e più di 250 consiglieri nazionali. Furon prese anche altre misure, per esempio a carico dei Servizi Segreti, sulle quali nessuno storico si è mai soffermato: e forse Mussolini prese anche altri contatti, sui quali esiste qualche debole indizio.

Mancò dunque la possibilità di far concorrere alla soluzione del dilemma quella parte della dirigenza fascista che, bene o male, si era fatta una lunga esperienza delle cose nazionali ed internazionali, e dietro la quale stava, coi suoi consigli e le sue critiche, l’intera classe dirigente italiana: aristocratici ed industriali, scrittori ed uomini di pensiero, vecchi militari e vecchi politici non insensibili, nonostante il fascismo, alla gravita dell’ora. In una parola, decise in quel momento e davvero il solo Mussolini, e su un piano strettamente umano è interessante constatare che egli compì questo negativo “salto di qualità” per la specialissima paranoia che spesso affligge gli uomini molto intelligenti: egli pensò davvero che tutti gli altri avessero torto e che spettasse a lui, unico veggente in un mondo di ciechi, di trarre la nazione, e se stesso, a salvamento.

Era già una decisione catastrofica, ma Mussolini ne ampliò le dimensioni dilapidando il nostro già scarso potenziale militare ai quattro venti, quasi l’Italia fosse davvero una Potenza imperiale, necessitata ad esser presente dappertutto. La dominante ossessione di Hitler, in quegli anni, fu quella di non disperdere le proprie forze, ed un mucchio di grandi e piccole nazioni fece i salti mortali per circoscrivere i propri rischi, dichiarando la guerra a questo, ma non a quello, e comunque cercando di non bruciarsi, mai, più della punta del mignolo. Mussolini credette nei tedeschi come altri credettero negli inglesi, o nei russi. Politicamente non fa differenza, se non per coloro che sono abituati ad aspettare la fine del film per indovinare la soluzione del giallo. Ma il “modo” in cui Mussolini credette è davvero in linea con la progressiva paranoia di cui si diceva, poiché egli mise sulla bilancia tutto quello che aveva, senza lasciarsi alle spalle nessuna via di ritirata.

Alla fine del 1942, il nostro ancora antiquato Esercito aveva 34 divisioni nei Balcani. 5 in Provenza, 11 in Russia e 4, difficilmente recuperabili, in Sardegna, Tutte pedine fuori gioco, e di nessunissimo peso sull’andamento globale del conflitto, ma in compenso assai utili al Comando tedesco per risparmiare forze proprie. Dichiarammo guerra a tutti, persino al Brasile, in omaggio ad una Alleanza che avremmo comunque servito assai meglio con una condotta di guerra più accorta e più seria. Non c’è alcun dubbio che alcune tra le «teste fini» fasciste, che non eran poi molte né particolarmente fini, si accorsero già nel 1940 e inizio del 1941 che Mussolini rappresentava ormai un drammatico ostacolo sulla via degli interessi permanenti d’Italia. Grandi scrisse quel suo ordine del giorno che avrebbe poi presentato il 25 luglio del 1943 in gran consiglio già nel gennaio o febbraio del 1941, tra le montagne d’Albania, dopo consultazioni informali con altri ministri e gerarchi come lui mandati al fronte. Nello stesso momento ammiragli, generali ed industriali più o meno autorevoli cominciarono a cercare una via d’uscita. Le grandi vittorie tedesche dell’estate 1941 interruppero i tentativi, nella rinnovata speranza di una celere vittoria globale. Ma all’alba del 1942, e poi con sempre più frequenti episodi, le trattative ripresero, sempre col loro carattere discontinuo e di basso livello. Purtroppo per l’Italia, in quegli anni non era emersa, né da noi né all’estero, una classe politica veramente alternativa, capace di prendere in pugno una situazione fallimentare e di limitarne i danni al minimo possibile. Peggio ancora, la fase finale delle trattative, quella che condusse al colpo di Stato del 25luglio ed all’armistizio, fu resa possibile quasi esclusivamente per l’appoggio che ricevette – ma per interessi non certo italiani – dall’Unione Sovietica, in quel momento assoggettata ad una usura crescente che rendeva impossibile prevedere se e quando la Germania avrebbe potuto essere sconfitta davvero. Nella tormentosa attesa di un “secondo fronte” che non veniva mai, a Stalin rimanevano assai poche carte da giocare: una di esse fu il cambio di fronte italiano.

http://www.storialibera.it/epoca_contemporanea/II_guerra_mondiale/franco_bandini_1939/articolo.php?id=621&titolo=L’anno%20in%20cui%20il%20mondo%20finì/5%20-%20Solitudine%20di%20un%20dittatore

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