L’anno in cui il mondo finì/4 – L’Italia va alla guerra


di Franco Bandini
tratto da: Il Sabato, 23.9.1989, n. 38, p. 87-97.

Stalin invade la Finlandia e Hitler scatena la forza d’urto della Wehrmacht in giro per l’Europa. Fino all’attacco su Parigi

All’alba del 13 maggio 1940, quarto giorno del folgorante attacco tedesco alla Francia, Hitler fa iscrivere nel “Diario” di guerra del suo Oberkommando questa osservazione: “Risulta chiaro che il Comando franco-inglese non ha ancora compreso l’idea essenziale della nostra manovra”. Per loro disgrazia, i francesi ci mettono ancora una settimana a capire non tanto l’intima essenza di quell’idea quanto il fatto di aver perso in poche ore un milione di uomini, intrappolati nelle pianure del Belgio meridionale, con il più ed il meglio dei materiali moderni delle loro armate. Gli inglesi, con un riflesso pragmatico tipico del loro carattere, non perdono neanche un minuto a cercare di capire: si disimpegnano e marciano sui porti della Manica, preoccupandosi soltanto di nascondere al mondo ed ai libri di storia che la partecipazione delle loro nove divisioni alla battaglia del Nord si riassume tutta in 500 morti, contro 80mila caduti francesi, 2.900 olandesi e 7mila “braves Belges”. Avranno ancora 3 mila morti, ma sulla testa di ponte di Dunkerque o in mare: pedaggio di una fuga, non di una battaglia.

Nemmeno Mussolini capisce questa “idea essenziale”, con un equivoco pesantissimo che è l’origine prima di tutte le nostre disgrazie. Però è in buona compagnia, perché Stalin dovrà di lì ad un anno assistere alla liquidazione della sua Armata Rossa con le stesse tecniche e per le stesse ragioni che han presieduto alla rovina della Francia. E purtroppo, in quella compagnia ci sono anche gli storici “continentali” di quest’ultimo mezzo secolo, ancora intenti a porsi domande che non conducono a nulla, poiché la Storia, a domande stupide, risponde sempre in modo stupido. Più la verità è semplice, e meno si riesce a capirla.

Questa verità, ancora una volta, sta nella modestia territoriale dei piani reali di Hitler, oggi documentabili in modo chiarissimo, così come è documentabile, in Hitler, la completa rispondenza tra mezzi e fini. La Germania del 1939 e del 1940 non ha che limitate possibilità militari, economiche ed amministrative: esse possono consentire la soluzione di alcuni problemi, tutti collocati nell’est europeo, ma non permettono e non permetteranno mai di dare la scalata ad una leadership mondiale. Essa potrebbe esser abbordata col lavoro di parecchie generazioni, con una estensione graduale dei commerci, delle relazioni con una miriade di Stati diversi, con una tessitura militare straordinariamente complessa. Solo un pazzo potrebbe aspirarvi partendo da una base povera, secondaria e ristretta come la Germania. E Hitler, qualunque cosa ne sia stata detta, un pazzo non è: nella sua mente, in questo 1940, l’idea predominante è quella di un accordo indispensabile con l’Inghilterra, coniugata a quella del riconoscimento di una funzione-guida europea per la Germania. Progetto non certo originale: ci aveva già pensato, e contato, Napoleone Bonaparte, e non era il primo neppure lui.

La battaglia di Francia e le sue particolarità, come pure le sue successive implicazioni, sono un diorama illustrato della reale posizione della Germania e di Hitler di fronte al problema europeo. Si tratta infatti di arrivare ad una vittoria completa contro forze corazzate che son persino superiori a quelle tedesche attaccanti, e cioè in condizioni che sulla carta appaiono proibitive. Il “colpo di falce per sud” è la risposta intellettuale ad un problema senza soluzioni visibili, ed anche la misura della straordinaria penetrazione del giudizio politico-militare che Hitler pone alla base del suo piano d’attacco. Però egli è anche il primo e forse l’unico a sapere che il margine di rischio è altissimo, e che la partita può essere guadagnata soltanto sul margine delle ore, ed anzi dei minuti. Durante la battaglia controlla personalmente la marcia di ogni singola più piccola unità della Wehrmacht superando in audacia persino l’audacissimo Guderian: interviene nelle inevitabili diatribe tra comandanti, risolvendole – sempre con scelte geniali – nel giro di mezz’ora, ed impone a tutti quel ritmo travolgente che sul terreno militare è un non senso, ma che su quello psicologico si rivela decisivo.

Ma la sua paura è grande, proprio perché egli sa perfettamente di non avere le forze necessarie ad una vera battaglia. Al minimo intoppo, lo stesso disordine e confusione che scompaginano ora gli eserciti nemici potrebbero tramutare la promessa di vittoria in una sconfitta irrimediabile. Già dopo dieci giorni le forze corazzate sì sono usurate a livelli operativi inquietanti e gli uomini sono stanchissimi. Le fanterie arrancano con le vesciche ai piedi a centinaia di chilometri dietro le punte corazzate, ed un terzo delle divisioni d’attacco non è ancora uscito dalla Germania. La battaglia rivela comandanti straordinari, come Rommel, ma anche ne consuma troppi col suo fiato rovente, poiché il loro posto di comando è con le avanguardie. Alla testa della settima Panzer lo stesso Rommel vede morire il suo ufficiale d’ordinanza ai guadi della Mosa, a un metro da lui. Una cannonata francese prende in pieno il suo carro, che rotola per una scarpata, obbligandolo ad uscirne, ferito, a quattro zampe. A Guderian tocca la sorte più straordinaria: mentre sta studiando le carte nell’atrio dell’albergo Panorama di un paesino francese, le cannonate staccano dalla parete un’enorme testa di cinghiale, trofeo di caccia, che gli piomba sul tavolo inchiodandogli al legno l’orlo della giubba e la carta.

Anche quando il miracolo diventa sicuro, Hitler da vecchio fantaccino delle fangose trincee di Loos ed Ypres, è attanagliato dalla paura che i francesi possano ricostituire una linea arretrata, trasformando il carattere della battaglia e della guerra. Fissa al 31 maggio il secondo tempo dell’offensiva, quello per Parigi e per la vittoria finale, poi si lascia convincere da fatti ineliminabili a spostare il termine al 5 giugno. Ma non consente che vengano distratte forze corazzate per l’eliminazione della testa di ponte anglo-francese di Dunkerque: un “errore” che diverrà pezzo d’obbligo di quasi tutti i raccontatori del dopoguerra, fino ad oggi.

Non è un errore. Definirlo tale significa non aver compreso proprio “l’idea essenziale” del blitz, che è quella di un rischio enorme, accettato su un’analisi corretta delle debolezze nemiche, ma non sulla propria forza, che non c’è. Un capolavoro geniale, che si basa quasi esclusivamente sui difetti francesi: sui generali abituati a comandare da lontani castelli con pochi telefoni e molti inservienti in guanti bianchi; sui politici preoccupati soltanto di scaricare l’uragano sulla testa dei nemici personali; su una Armée corrotta dal di dentro da troppi anni di propaganda comunista e condotta da ufficiali che da un gran pezzo non amano più la Repubblica. C’è un episodio esemplare, in questi giorni straordinari, quando Rommel si avvicina cortesemente a due o trecento ufficiali francesi appena arresisi a Montcornet, per sapere se abbiano comunicazioni da fare. Ed essi chiedono di riavere i loro attendenti e le loro cassette d’ordinanza. Senza una parola, le labbra serrate. Rommel gira sui tacchi e se ne va.

In quindici giorni, e soltanto nel Belgio, la Wehrmacht ha già fatto quasi 800mila prigionieri, catturando una sterminata quantità di materiale bellico. Potrebbe mettere le mani anche sui 300mila uomini che si accalcano sulle spiagge di Dunkerque, ma se questo costasse anche solo cento dei pochi carri sopravvissuti, ne andrebbe di mezzo la possibilità di liquidare quel che resta dell’esercito francese. Calcolo esatto: sulla linea della Somme e dell’Aisne, Weygand ha imbastito un dispositivo febbrile ma idoneo, con capisaldi “a riccio” potentemente armati di artiglierie controcarro. Si aspetta l’attacco per il 10 giugno, ma una volta ancora la Wehrmacht anticipa di cinque giorni, trovando una resistenza ben diversa e perdite più severe. Non c’è alcun panico, nessun cedimento del fronte, tranne che all’estrema sinistra dove la 51ma Divisione scozzese molla per il consueto riflesso condizionato dei porti. Poi la linea crolla e con essa la Francia, perché questa volta la sproporzione delle forze a danno francese è molto grave. Tuttavia un’analisi accurata dei due dispositivi dimostra facilmente che il ritardo di una settimana o una forza corazzata minore non avrebbero probabilmente variato il risultato finale, però ad un prezzo e con rischi sensibilmente più grandi.

Se Hitler lascia scappare gli inglesi (ma comunque altri 150mila rimasti al di là del “colpo di falce” si reimbarcano tranquillamente da Cherbourg e Brest nei giorni successivi), è dunque sulla base della sua paura e del precetto napoleonico del “non fare distaccamenti”. Ed inoltre il suo obiettivo è la Francia e non l’Inghilterra. Non la ama, ma la rispetta: soprattutto, pensa che eliminare l’Inghilterra faccia soltanto il gioco dei “piccoli sciacalli” che ne erediterebbero senza fatica l’Impero. Perciò le offre la pace, sulla base di una risistemazione degli affari europei: sempre per questo, non si risolverà mai a dar veramente il via ad un piano di sbarco nelle isole. Nella stessa ottica, usa con la Francia la mano leggera: le lascia la Flotta, non occupa che la metà del territorio, permette che sussista una Repubblica francese a Vichy, collaborazionista, ma sostanzialmente ostile, non chiede annessioni coloniali, intreccia con gli industriali francesi programmi economici sui quali lo sguardo prudente degli storici non si è ancora posato.

L’insieme di queste indubitabili circostanze, tutte legate ad una sostanziale debolezza tedesca e ad un conseguente corto raggio dei programmi di espansione, porta di necessità a chiedersi quali ragioni di fondo abbian militato a Londra per la continuazione della guerra. Oggi se ne vedono almeno tre: un corretto apprezzamento della complessiva debolezza militare tedesca, fatto dal War Office durante le “giornate nere” di Dunkerque; la speranza che prima o poi gli Stati Uniti avrebbero dovuto partecipare alla danza; e la quasi certezza che Stalin, di fronte alla vittoria hitleriana, avrebbe dovuto rivedere la sua posizione del 1939. Conclusioni correttissime, ma alle quali occorre aggiungere che uno degli auspicati interventi avrebbe richiesto un prezzo, e che quello da pagarsi a Stalin sarebbe stato elevatissimo: anche se a pagarlo sarebbero state chiamate tutte le nazioni europee, salvo la stessa Inghilterra. Già il 25 giugno 1940, Churchill scrisse a Stalin una lettera, mai del resto resa nota, con istruzioni a sir Stafford Cripps, ambasciatore a Mosca, dirette ad illustrare al dittatore georgiano la buona disposizione inglese a considerare “preminenti nel sud-est europeo gli interessi sovietici”, stretti compresi.

Non è qui il caso di discutere una questione di fondo sulla quale forse potranno pronunziarsi gli storici tra duecento anni, e cioè se per la preservazione degli interessi di un “Impero pelasgico” come quello inglese, non siano andati mortificati e pressoché distrutti quelli di tutto il resto d’Europa. A noi compete soltanto rilevare che in tale questione Hitler non è in causa se non come elemento terminale di una Storia che batte gli stessi sentieri ben prima di lui, con Guglielmo II, con Napoleone, con l’Olanda e con la Spagna. E compete comunque osservare che la decisione inglese del giugno 1940, per lodevole che sia da un punto di vista britannico e forse anche a termini di morale storica, anticipa Yalta di quattro anni, con le conseguenze di indubbia gravità che abbiamo sperimentato in quest’ultimo mezzo secolo. Ribattere a queste perfino banali constatazioni con l’inaccettabilità di Hitler, significa servirsi di una grossolana truffa psicologica, anzitutto perché nel 1940 le nefandezze del Cancelliere erano ancora di là da venire, poi perché, comunque, esse non erano in nulla diverse da quelle praticate con asiatiche crudeltà dal suo compare e maestro del Cremlino, ed infine perché, come si è detto, il problema di una scelta antitedesca nella politica estera britannica era all’ordine del giorno ben prima che Hitler vagisse nella culla.

L’idea di una Germania fortissima ed invincibile folgora Mussolini all’incirca nel momento in cui una Divisione di fanteria tedesca che marcia a piedi, trascinandosi dietro le salmerie su carri a quattro ruote tirati dai grandi cavalli del Brandeburgo sfila modestamente sui Campi Elisi a Parigi, appiccicando via via sui muri grandi cartelli nei quali si vede un soldato che tiene per mano un bambino, e si legge “parigini, abbiate fiducia nel soldato tedesco”. Convinto che lo sbarco in Inghilterra sia questione di giorni, e forse di ore, sicurissimo che ad agosto, massimo a settembre, ci si debba sedere al tavolo della pace per spartire un pingue bottino, incalzato da uno sterminato stuolo di “competenti”, i quali gli rinfacciano, ora, la decisione di restar fuori dal conflitto presa nel settembre 1939, il Duce mastica amaro per quella che gli sembra l’enormità dell’errore commesso, e per le apprensioni di vario genere che lo assillano: la perdita del favore popolare, il passaggio a personalità di second’ordine dietro all’astro fulgente del Führer, i grossi problemi difensivi di un’Italia a troppo stretto contatto con la rinata potenza militare tedesca. Da questo stato d’animo infelice ed ansioso, che traspare con grande evidenza dal “Diario” di Ciano, nasce la più stravagante delle sue decisioni, quella di entrare in guerra, però senza farla, tradizione italiana che rimonta almeno alla battaglia di Anghiari, dove ci fu un solo morto, disarcionato e rimasto impigliato col piede nella staffa. Fu dunque un errore il suo? E se sì, in quale senso preciso?

Fu senza dubbio un errore colossale e senza attenuanti, poiché noi paghiamo i nostri politici appunto perché non ne facciano. Per i dittatori la delega è ancora più completa, e quindi la loro responsabilità è almeno doppia. Tuttavia, non sarebbe giusto sorvolare sui limiti operativi che la forza delle circostanze impone al politico, e forse anche di più al dittatore, benché lo si immagini sempre più libero di far quello che vuole di quanto in realtà non sia. Né si può dimenticare che ogni guerra nasce appunto da un errore di valutazione, da speranze illusorie. Ed infine va tenuta nel debito conto la forte pressione popolare manifestatasi quasi all’improvviso in Italia in quel maggio del 1940; determinata da una mistura di sentimenti assai difficile da raccontare oggi a chi non c’è passato, e fatta di sprezzo per le “imbelli democrazie”, di ammirazione per le vittorie tedesche, di confusione mentale riguardo ai metodi migliori per assicurare il futuro nazionale, ed anche di qualche molecola di entusiasmo peor una guerra dall’aspetto facile.

C’erano anche i pochissimi che non la pensavano così, perché di fronte alle grandi decisioni di una nazione, i pareri si dispongono secondo quella che un matematico chiamerebbe una “curva di Gauss”, o a “lucerna di carabiniere”: da una parte i pochi contrari, dall’altra le altrettanto scarse pattuglie dei fanatici entusiasti, nel mezzo la stragrande maggioranza della popolazione allergica alla speculazione politica, ed incline a formarsi giudizi di genere molto semplice, sulle apparenze immediate. Oggi sembra che i pochissimi contrari avessero ragione, ma la questione non è così semplice, poiché ci son poche cose più sicure di questa: che una guerra persa è persa per tutti, anche per i contrari, per cui si può concludere che in genere non ha molto senso contribuire fattivamente alla propria disfatta. Inoltre, il principio generale di ogni opposizione è e rimane quello di trattare da posizioni di forza, dare qualcosa per ricevere qualcosa: una rinunzia contro una garanzia, un cambio di regime contro un armistizio, una pace contro una colonia, una provincia, una via commerciale.

Oggi sappiamo che attorno ad Hitler fiorirono non meno di sedici o diciassette tentativi di colpo di Stato, tutti da parte dei più alti gradi delle Forze Armate. I generali cercavano il contatto con gli inglesi, dicevano di essere disposti a far la festa ad Hitler, e chiedevano come contropartita il riconoscimento del già conquistato, sulla base del “quello che ho, me lo tengo”. Quando gli inglesi dicevano di no, i tedeschi si affibbiavano il cinturone ed andavano ad una nuova campagna menando botte da orbi e compiendo al meglio il proprio dovere. Poi, ricominciavano a trattare, forse ingenuamente, ma comunque da soldati.

I Carlo Lodovico Ragghianti, i Pirelli, i Marinotti, per non parlare degli Sforza o dei Pacciardi che vanno o si trovano all’estero ancor prima della guerra, seguono un’altra strada, commettendo lo stesso errore, però specularmente opposto, di Mussolini. Il Duce si sbaglia quando decide per la guerra, col sottinteso di non farla: ed essi sbagliano quanto lui, quando chiedono ed anzi supplicano dagli inglesi un aiuto per sbarazzarsi del tiranno, perché ignorano che l’unica strategia rimasta aperta agli inglesi è proprio quella mediterranea. Essi suppongono che gli amici britanni non dormano la notte studiando come si potrebbe fare per strappar l’Italia dalle sgrinfie di Hitler. Ed invece è vero il contrario, come dirà Anthony Eden: “Non ci deve esser alcun ostacolo, tra noi ed i grandi successi che possiamo riportare contro l’Italia”. L’errore di Mussolini è grave, ed è grave quello dei suoi avversari politici: insieme suggelleranno passo passo una penosa tragedia di certo non meritata dalla maggioranza del nostro popolo.

Sul momento, quello più catastrofico è l’abbaglio di Mussolini. Da buon italiano non vuol rompere cocci, visto che la pace generale è vicina e che ci si dovrà sedere attorno ad un tavolo, come buoni amici. Siccome ha bisogno di qualche morto, ordina a trenta divisioni di attaccare sulle Alpi la Francia morente, guadagnandosi la fama di Maramaldo ed anche quella di imbecille. Persino i ragazzini sanno che il confine francese non è attaccabile in alcun modo, in vista del fatto che i nove decimi della fascia alpina appartengono alla Francia, e che vi son state istallate potenti fortificazioni. E difatti l’impresa, lanciata cinque giorni dopo che Pétain ha chiesto l’armistizio ai tedeschi, si rivela uno straziante guazzabuglio militare: i francesi ce la mettono tutta, non parendo loro vero di rifarsi delle amarezze patite in Belgio sui poveri alpini che vengono a farsi falciare dalle mitragliatrici in caverna. In più, mandano anche i loro incrociatori veloci a bombardare la costa ligure, imbattendosi soltanto in una vecchia torpediniera a quattro fumaioli.

Sempre per non rompere cocci, a nessuna passa per la mente di sbarcare a Malta, oppure di penetrare in Egitto, o di marciare dall’Etiopia sul Sudan, il cui governatore inglese scrive al duca d’Aosta una forbita lettera, raccomandandogli, quando verrà a Khartum con le sue truppe, di trattare civilmente i residenti britannici. L’aviazione non bombarda né Alessandria né Malta, e neppure interviene il 3 luglio a disturbare la più discutibile tra tutte le operazioni inglesi: il bombardamento della Flotta francese concentrata in stato di disarmo nel porto militare di Mars el Kebir. C’è il tempo, e ci sono anche i mezzi pur farlo, non foss’altro che per saldare un miglior rapporto coi francesi. Ma la guerra navale non entra e non entrerà mai nel cervello di Mussolini: fatto del quale gli ammiragli profitteranno, a tutto loro danno, per «salvare le navi». Impostazione eminentemente agraria di un problema che esigerebbe, per la sua soluzione, altre teste ed altra sicurezza di giudizi. L’Inghilterra del 1940 è l’Inghilterra perché ha il controllo dei mari, ma esso riposa su una quindicina di grandi navi da battaglia che son già una coperta troppo corta per le esigenze della guerra. Riuscire ad eliminarne un paio, e persino una sola, segnerebbe l’inizio di una inversione nella bilancia navale, ed aprirebbe possibilità molto ampie, non solo nel Mediterraneo ma in tutto il mondo. Dunque, per una flotta inferiore il compito non può essere che questo.

L’8 luglio 1940 si assiste invece alla battaglia di Punta Stilo, laborioso scontro che somiglia sgradevolmente alla “crociera del giusto mezzo” del compianto ammiraglio Persano. L’inglese Cunningham viene con tre vecchie corazzate fin sulle coste ioniche della Calabria, e vi incontra due nostre unità parimenti antiquate. Però a Taranto ci sono le due modernissime “Veneto”, con un ammiraglio, il Bergamini, che subito ordina di accendere, non parendogli vero di poter piombare ad alta velocità sul nemico. Ma da Roma, Supermarina ordina un perentorio “non uscire”, per cui da una possibile superiorità di quattro contro tre, la flotta si trova a doversi battere due contro tre. I danni non sono gravi, ma è probabile che in quella giornata sia andata perduta forse l’unica occasione di bloccare per molto tempo la strategia mediterranea britannica. Come si sa con sicurezza, l’ammiragliato rinunziò ai suoi piani di sgombero dal Mare nostrum soltanto sulla base di Punta Stilo.

Il consenso, più o meno sincero, di militari e politici attorno a Mussolini ed alla sua linea di condotta dura sino alla cruciale settimana dal 15 al 22 settembre 1940. Poi vola in pezzi, poiché ora agli occhi di tutti si apre la terrificante prospettiva di una guerra lunga. I tedeschi non sono sbarcati sulle scogliere di Dover, e probabilmente non ci riusciranno neppure nel 1941. Londra non si è piegata sotto il blitz aereo, e la guerra sottomarina non ha spessore sufficiente per compromettere davvero i crescenti aiuti che Roosevelt spedisce ai cugini attraverso l’Atlantico. Dunque non ci sono prospettive, e sarebbe necessario discutere con serietà cosa conviene fare.

Le settimane fatali scorrono una dopo l’altra, e nulla di tutto questo avviene. Poi si abbattono sull’Italia quelle tre sconfitte che in pratica la respingono ai margini della guerra.

Il 28 ottobre, Mussolini e Ciano, su allucinazioni infantili attorno ad una pretesa corruzione di generali e politici greci, ordinano di attaccare con cinque divisioni l’esercito di Metaxas che ne ha 14. E’ la catastrofe albanese: il 4 dicembre, sia pure per un solo istante, sembra che per salvar le truppe dall’esser ributtate in mare, si debba chiedere un armistizio ai greci. L’11 novembre, l’attacco inglese a Taranto dimezza di colpo le nostre forze navali. Il 9 dicembre, 34mila uomini del generale Wawell partono da Marsa Matruh e distruggono in pochi giorni, con loro grande meraviglia, l’intera armata di Rodolfo Graziani, «leone di Neghelli», forte di 150mila uomini e 1.000 cannoni.

E’ qui, in questo momento, che l’Italia si spacca in due. Mussolini pratica un vero e proprio colpo di Stato, con una irrevocabile “scelta tedesca”. Gli altri cominciano a trattare con Londra.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s