L’anno in cui il mondo finì/1 – Undici rintocchi per Chamberlain


Franco BANDINI

tratto da: Il Sabato, 26.8.1989, n. 34, p. 87-97.

1939. Le truppe del Fürer invadevano la Polonia. Da quel giorno la guerra sarà l’unica realtà di milioni uomini. Una storia controcorrente del fatale 1939

Vecchio, legnoso e pallidissimo, sir Neville Chamberlain, primo ministro di Sua Maestà britannica è seduto al tavolo di lavoro in Downing Street numero 10. Sono le undici di domenica 3 settembre 1939, ed all’undicesimo tocco della campana del Big Ben scadrà l’ultimatum inviato dall’Inghilterra ad Hitler due ore prima. Tutti sanno e temono che il Cancelliere non accetterà di ritirare le sue truppe, che dal primo settembre all’alba stanno marciando velocemente nel cuore della Polonia, e tutti sanno che non esistono più vie d’uscita. In Hyde Park, uno dei consueti oratori improvvisati sta urlando: “Abbiamo dato la nostra maledetta parola a quei maledetti polacchi, e che cosa stiamo maledettamente facendo per loro? Un maledetto niente”. Il giorno prima, nella stessa ultima frenetica notte, pochi uomini di buona volontà han cercato di riannodare convulsamente i fragili fili della pace, ma le parole non hanno più corso legale di fronte al sangue che scorre, all’urlo strozzato degli Stukas che bombardano Varsavia. Per questo, per questa straziante vacuità delle piccole azioni dei piccoli uomini schiacciati dalle forze immani del Fato, tutti sanno che la guerra sarà: nella stanza accanto allo studio del Premier, il presentatore della British broadcasting corporation ha già apparecchiato i suoi microfoni su un tavolinetto, pronto per andare in onda con le dichiarazioni di Chamberlain, alle 11.15 precise.

Per undici minuti il vituperato “uomo di Monaco”, colui che col suo ombrello sottobraccio ha ceduto di fronte ad Hitler l’anno precedente, rimane immobile, come pietrificato, poi si scuote e dice a bassa voce: “Avvertite l’annunziatore la trasmissione è posticipata”. Lentissimo, passa ancora un minuto, passano negli occhi assorti di questo fragile eppur fortissimo amico della pace “i cadaveri non ancor sepolti di una guerra non ancor combattuta”. Stanchissimo, si alza, puntellando le lunghe braccia al tavolo, si dirige ai microfoni, attende il breve annunzio di Alver Liddell, che lo presenta ai milioni di fedeli sudditi sparsi sui Sette Mari, sui cinque Continenti. “Questo» dice Chamberlain con voce velata «è un triste giorno per tutti noi, e per nessuno è così triste quanto per me”.

Noi storici continentali, ben allenati a valutare e soppesare sulle bilance di precisione campi di battaglia e divisioni, linee fortificate ed assi di penetrazione, guerre di usura o di rapido corso, non abbiamo quasi alcuna possibilità di “sentire” la “persona” Inghilterra, e quindi di capire ed accettare che praticamente tutte le guerre da essa combattute negli ultimi quattro secoli abbiano avuto un carattere preventivo. Questo accade per il fatto che l’Inghilterra è una potenza marittima, e noi no. Noi crediamo che possedere navi, disporre di una forte marina significhi anche esser potenze navali, ma non ci rendiamo mai conto che le navi sono l’aspetto terminale di un pensiero politico ben altrimenti importante, il volto visibile e palpabile di un’indole, di un costume, di un carattere profondo per il quale, a prima di tutto, il mare non è un elemento di divisione tra le terre emerse, ma “la larga strada di Dio” che permette di unirle.

Tutto ciò che minaccia questa larga strada mette in discussione le stesse possibilità di sopravvivenza dell’Inghilterra, e perciò deve essere distrutto prima ancora che il pericolo da potenziale divenga attuale. Da parte inglese, la Prima guerra mondiale viene combattuta sullo spettro terrorizzante della Flotta d’Alto Mare di Tirpitz. e cioè su di un dilemma per il quale non c’è che una sola soluzione. Se la Flotta d’Alto Mare cresce oltre un limite molto preciso, moriremo: “e l’unico modo per impedirle di crescere è fare una guerra che ci permetta di distruggerla”. Oppure, ma la differenza è puramente verbale, accettare dì fare una guerra scoppiata per “futili motivi”, in modo tale da poterla distruggere.

Così, non è il 3 settembre 1939, né per il “futile motivo” del Corridoio Polacco che l’Inghilterra decide per la guerra, ma esattamente nel febbraio precedente, e per una ragione tanto terrorizzante quanto quella del 1914: la decisione di Hitler di porre mano alla costruzione rapida di una fortissima Marina da guerra, capace di recidere in Atlantico tutte le vene ed arterie di traffico che permettono alle isole britanniche di vivere e di prosperare sulle linfe di uno sterminato Impero. Quando a Londra arriva clandestinamente l’intero quadro del “Piano Z”, approvato a Berlino nella stesura finale da pochissimi giorni, si ripresenta all’Ammiragliato l’identico dilemma: se questa nuova Flotta d’Alto Mare tedesca sarà lasciata libera di crescere, entro il 1942 la Gran Bretagna avrà perduto la stessa possibilità di combattere una guerra. Nel silenzio di una pace ingannevole si consumerà una disfatta dalle proporzioni mondiali.

Non fa meraviglia che al “Piano Z” ed alle sue sconvolgenti implicazioni, gli storici continentali abbiano dedicato così poca attenzione, visto che gli stessi inglesi – con una scelta che è parte integrante del pensiero navale – han fatto di tutto per farci girare gli occhi in tutt’altre direzioni. Ma ora è venuto il momento, a cinquant’anni di distanza, di dire che il “Piano Z” rappresentò effettivamente per le sorti dell’Europa e del mondo qualcosa di assai più decisivo che non l’occupazione dell’Austria, o lo smembramento della Cecoslovacchia, o le pretese hitleriane in Polonia. Nessuno di questi clamorosi avvenimenti avrebbe mai indotto la Gran Bretagna alla guerra, se non fosse stato per la certezza di non poter conservare la propria e già precaria superiorità navale per più di un anno o due. Il “Piano Z”, difatti, consisteva non soltanto nella costruzione rapida di sei grandissime navi da battaglia armate coi pezzi da 406 millimetri, ma anche e soprattutto nei nuovi criteri del loro impiego: sarebbero state create speciali “Task force”, ognuna con due navi da battaglia, una portaerei ed un paio di incrociatori pesanti, ed esse avrebbero operato in Atlantico contro il traffico mercantile britannico nei due sensi: bloccando le isole e con la privazione di viveri, materie prime ed energie, nel giro di pochissimi mesi. Nessuna concentrazione navale britannica e persino franco-britannica avrebbe potuto opporsi con successo ai Leviatani del mare progettati da Raeder, ed anzi, come d’ordinario succede nella sfera astratta e matematica del pensiero navale, non vi sarebbe stata neanche una guerra, perché non si combatte mai, quando la sconfitta è l’unica possibile risultante di una fredda equazione.

Sappiamo bene, oggi, quando e come la decisione inglese intervenne, perché l’11 febbraio 1939, provenendo da Berlino, varcò la frontiera con l’Olanda quell’ingegner Otto Krüger che da vent’anni era la miglior spia tecnico-militare che il Secret service avesse mai avuto. Krüger era specialista in brevetti elettro-meccanici, molti dei quali erano stati utilizzati dalla Flotta guglielmina nella Prima guerra mondiale, ma poi anche dagli inglesi, che nel 1919 lo avevano reclutato per un altro genere di informazioni. Otto Krüger, istallato a Kiel nella posizione di consulente della Marina, era salito nella considerazione dello Stato Maggiore tedesco fino al punto di essere inserito nel Consiglio di amministrazione dei cantieri Blohm und Voss, ed in quello della Federazione delle industrie tedesche. Con queste entrature, fu uno dei pochissimi a conoscere nei dettagli la stesura finale del “Piano Z”, e non gli fu per nulla difficile recapitare il tutto a Londra, salvo essere arrestato nella sua villa di Godesberg il 7 luglio 1939. Morì suicida – o così si disse – in un campo di concentramento il 4 settembre dello stesso anno, ma prima dell’arresto aveva avuto ancora il tempo di trasmettere a Londra l’analisi dei materiali già concentrati dall’industria tedesca sugli scali delle nuove navi da battaglia della classe “H”. In questo modo, gli inglesi seppero cosa li aspettava il 12 o 13 del febbraio 1939, per cui non stupisce che il 17 del marzo successivo, abbandonando il vecchio atteggiamento conciliativo, lo stesso Neville Chamberlain si sia scagliato in un pubblico discorso a Birmingham contro la “sfida” tedesca; né che tra il 22 od il 30 gli altrettanto stupefatti polacchi si siano visti offrire e quasi imporre quella garanzia britannica contro l’aggressione che dopo sei anni di guerra, si rivelò, come del resto era, soltanto carta straccia. E non è senza significato che nei protocolli segreti del Patto si specificasse chiaramente che per aggressione si intendeva quella tedesca: ciò permise all’Inghilterra, appena sei mesi dopo, di far finta che la Russia a sua volta non avesse aggredito la disgraziata Polonia, dal momento che, come si sa, la legge è uguale per tutti, ma per alcuni più uguale che per altri.

Purtroppo, neppure per gli storici i pesi son gli stessi: se lo fossero, qualcuno si sarebbe forse chiesto se all’alba del 1939 Stalin non avrebbe dovuto e potuto esser considerato un perturbatore della quiete, ed un aggressore altrettanto pericoloso di Hitler. C’era un materiale abbondantissimo su cui rifletterò, ma fa parte della sconclusionata temperie del nostro tempo che esso sia stato ignorato allora tanto quanto lo è oggi, con pochissime speranze di revisione.

In realtà, accanto ed anzi prima delle controreazioni britanniche che si sono appena descritte, occorre tener conto della linea di moto sovietica tra le due guerre: ma non di quella immaginaria e di comodo, bensì di quella reale, sepolta purtroppo sotto densi strati di opaca vernice propagandistica, secreta goccia a goccia negli ultimi decenni da un’agguerrita ed insonne falange di uomini della sinistra intellettuale, con un fenomeno globale che non ha alcun paragone nella storia quanto ad intensità, durata e sostanziale disonestà; non magari per qualche singolo, perché, come si sa, la madre del fanatico o dell’imbecille è sempre incinta, ma certo per quei moltissimi divenuti ciechi e sordi per effetto di quella «left drift», di quella deriva a sinistra che dal 1930 è stata forse la caratteristica saliente e mortale del pensiero europeo, tutte le volte che esso si è applicato al «mistero» sovietico. Che poi è perfettamente penetrabile non appena si rinunzi a considerare la Russia come un tabernacolo, centro di irraggiamento di un nuovo verbo, motore primo di una palingenesi liberatoria dell’umanità. E si cominci a considerarla per quello che realmente essa è, o è divenuta dopo un primo istantaneo lampo abbagliante, durato soltanto una frazione di secondo, e cioè un Impero coloniale disteso su 22 milioni di chilometri quadrati, con problemi di crescita, difesa e sopravvivenza per nulla diversi da quelli che è facile analizzare nella vita dei tre o quattro grandi imperi che conosciamo: ed in particolare del tutto identici, fino alla sovrapposizione, a quelli affrontati e risolti più o meno bene da una lunga teoria di Zar. In altri termini, la “persona” Unione Sovietica non ha mutato carattere, né riflessi condizionati, per il semplice fatto di aver dato i natali a Lenin, ed aver portato in grembo la Rivoluzione d’Ottobre.

Pensarla diversamente significa dimenticarsi che l’unica nazione veramente sconfitta nella Prima guerra mondiale non è la Germania, ma la Russia, che a Brest Litowsky perde il più ed il meglio delle sue terre occidentali, la Finlandia, le Repubbliche baltiche, la Carelia, tutta la Polonia, la Bessarabia, regioni di frontiera con la Turchia. Milioni di uonini e di donne passano sotto altre bandiere, nascono nuovi Stati che sono potenziali nemici di domani, le linee di difesa arretrano di centinaia, qualche volta di un migliaio di chilometri, perché ne corrono quasi altrettanti tra i vecchi ed i nuovi confini lungo l’asse di Varsavia. L’imprevista vittoria alleata sui campi di battaglia francesi cauterizza, con Versailles, qualcuna di queste enormi ferite, ma non ripiana il danno globale: la Russia rimane un Impero, però gravemente pregiudicalo dalla sconfitta, con problemi difensivi decuplicati e con una possibilità di sopravvivenza ridotta al minimo.

In queste condizioni, la Russia non è, non può e non vuole essere la “guardiana della pace”, benché l’intera sua propaganda d’infiltrazione sia basata proprio su questa parola d’ordine. Essa tende invece alla rottura dell’equilibrio europeo, così come si è precariamente realizzato nel Salone dell’Orologio di Versailles, e per arrivarci utilizza una vastissima gamma di strumenti: riarma segretamente la Germania di Weimar, favorisce l’ascesa di Hitler al potere, sovvenziona attraverso i singoli partiti comunisti «fratelli» la nascita di quei Fronti Popolari che tanto faranno per disintegrare dall’interno le possibilità militari soprattutto francesi. Ed infine, attraverso un’analisi molto accurata dei pesi e contrappesi in azione nel complicato meccanismo europeo, sceglie amici e nemici coi quali e contro i quali condurre la tragica danza del Secondo conflitto mondiale. Si fa sempre finta di credere che questa scelta sia stata operata dalla Russia, e meglio sarebbe dire da Stalin, nel corso di quel febbrile agosto del 1939, durante il quale avvenne la rapidissima gestazione del Patto di non aggressione e di amicizia tra Hitler e Stalin. E si scarica una buona parte del peso morale di questo infausto connubio sulle lentezze, esitazioni e scarsa buona fede di inglesi e francesi, colpevoli di essersi giocati per insipienza l’indispensabile apporto russo al fronte comune contro Hitler: quasi che in politica avessero davvero corso le bizze e le ripicche. Sarebbe fin troppo facile dimostrare che Togliatti arriva a Parigi al principio del luglio 1939, col preciso compito dì “orientare” i compagni del Pcf su quanto si sta preparando, e perciò ben prima delle predette esitazioni e dubbi alleati. Come sarebbe facile far notare che nessuno dei “colpi del sabato” di Hitler trova reazione alcuna nella Russia sovietica, a parte alcune fole inventate al solo scopo di giustificare in qualche modo una passività assai più sospetta di quelle stesse inglesi e francesi. Sarebbe dunque facile, ma non porterebbe a quelle conclusioni che invece scendono limpidamente da un altro tipo di analisi, impostato su un genere di fattori molto diverso.

In realtà, tutto comincia con la guerra di Spagna, primo micidiale colpo di clava al fragile equilibrio europeo. Al “Frente Popolar” succede la ribellione dei generali franchisti, ed a questa una stabilizzazione dei fronti che sbocca in una guerra civile sanguinosissima e di lunga durata. A tanto si arriva, quasi esclusivamente per il cospicuo sostegno alla Repubblica di armi moderne inviate dall’Unione Sovietica, e per la celere costituzione di Brigate Internazionali inquadrate da ufficiali sovietici. Questi decisivi aiuti procedono nel tempo quelli italiani e tedeschi, che assumono una dimensione un po’ più che modesta soltanto nel dicembre 1936, anche se è giusto ricordare che i soldati di Franco riuscirono di fatto a traghettare dal Marocco in Andalusia grazie ad un piccolo numero di aerei da trasporto ceduti da Roma e da Berlino nelle prime giornate dello “alzamiento”.

Noi forse non sapremo mai quale fu, a proposito della Spagna, la vera linea di condotta sovietica, anche perché in realtà ve ne furono due. Una interventista e strettamente solidale con i repubblicani spagnoli, e l’altra assai più circospetta e tutto sommato indifferente alle loro sorti. Ed oggi conosciamo anche il perché di questo dualismo, il quale dipese sostanzialmente dal fatto che già in quel momento Stalin stava perseguendo, contro il parere del Politburo e soprattutto dell’Armata Rossa, il suo piano di accordo con la Germania. Già nel dicembre 1936 egli invia a Berlino il suo fidatissimo amico Kandelaki col compito di discutere un Trattato di commercio, come premessa a più vaste intese successive. Una procedura identica sarà seguita al principio del 1939, e porterà al Patto dell’agosto.

Le ragioni per le quali Stalin sceglie Hitler e non le democrazie occidentali possono dispiacere e persino fare orrore ad un buon comunista, ma sono perfettamente accettabili in termini di politica reale. La Germania del 1937, rinata a nuova vita e gonfia di potenza espansiva, può dirigersi ad est o ad ovest nella sua ricerca di spazi liberi, giusto o sbagliato che sia. Se si dirigesse ad est, le democrazie potrebbero starsene alla finestra, ben liete di veder cadere l’ultimo granatiere tedesco sull’ultimo soldato cosacco. Dunque, occorre deviarne le mire, farsela amica e capovolgere il gioco: cadano, i granatieri tedeschi, sull’ultimo francese o “tommy” inglese. Nella Prima guerra, Francia ed Inghilterra han pagato con quasi tre milioni di morti: c’è la speranza che nella Seconda il prezzo possa essere anche maggiore.

La guerra di Spagna mette Stalin con le spalle al muro, perché i suoi uomini, il suo popolo, milioni di comunisti sparsi in tutto il mondo sono fermamente convinti che la missione dell’Unione Sovietica sia davvero quella di liberare i proletari del pianeta dalle loro catene, abbattendo il “marcio capitalismo”, maschera ultima del quale è il bieco fascismo. Dopo vent’anni di predicazione ideologica, nella quale persino il socialismo ha potuto esser bollato come socialfascismo, non è possibile andare a spiegare al popolo, ai comunisti di tutto il mondo, ai compagni del Politburo, che la Rivoluzione mondiale è una favola per bambini, che il capitalismo non sta morendo e che il pericolo fascista può essere evitato soltanto deviandolo, perché il combatterlo segnerebbe molto probabilmente la perdita dell’Unione stessa. Né Stalin, né alcuno al suo posto può presentarsi alla tribuna del Presidium e dire questo. La politica estera dell’Impero russo è prigioniera dei suoi stessi miti, al punto che il suo timoniero non può neppur più invocare il “sacro egoismo” o la salute della Repubblica di romana memoria. L’unico spiraglio rimane la menzogna.

Menzogna di sangue, ed annegata nel sangue, perché per poter mentire con qualche efficacia occorre liquidare non soltanto i pochi che potrebbero capire, ma anche coloro che li sostengono, che costituiscono la loro piattaforma di potere, politico o militare. Nascono da questa esigenza le grandi Purghe del 1937, nasce da qui la prima grossa ondata di diserzioni all’estero da parte di alti ed ancora integri funzionari della Polizia, della diplomazia e delle Forze Armate sovietiche. E nasce da qui il più terribile di tutti gli atti di Stalin, quel processo segreto ai generali che spazza via, nel maggio 1937, l’intero Alto Comando, con Tuchacewsky alla testa, seguito da forse 35mila o 40mila ufficiali dal grado di maggiore in su. Una vasta moria che potrebbe essere giustificata, se si scarta la spiegazione che se ne è data, soltanto dalla pazzia di Stalin: è davvero commovente osservare come gli intellettuali della sinistra preferiscano ancora oggi trangugiare questa amarissima medicina, piuttosto che rassegnarsi all’idea di una Russia emersa banalmente come Impero dagli splendori di una rivoluzione fallita.

In verità, è straordinariamente interessante constatare come dal 1937 in poi le linee di moto tedesche e sovietiche si accostino gradatamente, ma fatalmente. Dopo il maggio 1937, dopo gli “incidenti di Palma” con i quali si arriva veramente ad un punto di non ritorno sulla strada della guerra. Stalin ed Hitler perdono qualsiasi interesse al conflitto di Spagna. Il secondo ne disimpegna completamene la Marina, e limita al massimo la partecipazione aeronautica: il primo blocca tutti gli aiuti diretti ed indiretti in armi e materiali, sostituendo ai fatti vaghe promesse, avvolte nel consueto linguaggio dell’oratoria populista. In compenso, Stalin ritira dalla Spagna l’intero gruppo dei consiglieri militari, diplomatici e della Polizia: vanno al muro quasi tutti, in una falcidia così radicale da richiedere una buona spiegazione, che nessuno ha tuttavia ancora data. Nel 1939 la stessa sorte toccherà a migliaia di combattenti repubblicani di Spagna, fortunosamente approdati in Russia come alla Terra Promessa. Con loro, vengono spazzati via tutti i vecchi e provati quadri dei partiti comunisti europei, con l’unica eccezione di quello italiano, esule a Parigi: ma non è un caso fortuito, perché i canali di comunicazione tra Russia ed Italia passano proprio di lì, e funzioneranno benissimo sino al 1945. Storia ancora non scritta, con qualche piccola speranza che un giorno lo sia, almeno in parte.

Al principio del 1939, tutti coloro che non fanno parte della “left drift” sanno benissimo che il prossimo conflitto scoppierà esattamente nel momento di un accordo tra dittatori. Lo sa e lo scrive da tempo Charles Maurras. inascoltato profeta della “Action française”, lo sanno e lo sussurrano quei grandi esperti di politica estera che vivono o meglio vegetano nei campi di concentramento sovietici, e lo sanno, qualunque cosa se ne dica oggi sui testi di storia, anche gli inglesi, i quali non per caso forniscono alla Polonia una garanzia valida soltanto per un attacco tedesco, ma non sovietico. Ed infine, lo sanno tutte le Cancellerie europee, perché per gli attenti esperti della politica internazionale è chiarissimo che la Russia, dopo un sonno apparente di quattro lustri, è di nuovo in movimento. Nel gennaio 1939, richiede alla Finlandia di poter occupare quattro isolette baltiche, il cui controllo farebbe perdere ad Helsinki ogni possibilità dì ricevere via mare aiuti dall’esterno, e subito dopo sguinzaglia una torma di agenti speciali in tutte le zone perdute vent’anni prima, dalla Carelia alla Bessarabia. Il 3 maggio Litvinov, l’uomo della conciliazione con l’Occidente, viene silurato, bruscamente, e deve cedere la sua poltrona a Molotov, il “kàmmeny sad”. il “sedere di pietra” più granitico dell’intera dirigenza sovietica. Litvinov ha una moglie inglese, figlia dello storico sir Sidney Low, interamente devota alla causa dell’amicizia anglo-russa. Quando il marito le osserva tristemente “penso che abbiano cambiato politica, Ivy”. essa esplode rabbiosa: “E tutta colpa di quel pazzo di Chamberlain”. Giudizio che ancor oggi gode di grande favore, ma la cui persistenza dimostra soltanto la rotondità del successo intellettuale raggiunto sul piano mondiale dall’apparato della propaganda sovietica, quella visibile ed identificabile, e quella sommersa, che passa attraverso innumeri canali, da quelli culturali a quelli di largo consumo, film, romanzi, televisione.

Infatti, dovrebbe essere evidente, ma non lo è affatto, almeno a questo presente stadio dello sviluppo della revisione critica del passato, che non si può parlare di colpe e ragioni di questa o di quello, se prima non si affronta e non si colloca storicamente lo spinoso problema che la Germania pone a noi tutti almeno dal 1870. Il farlo partendo da Hitler, dalla inaccettabilità di Hitler e dei suoi metodi, significa voler ignorare che Hitler è soltanto il punto terminale e davvero non accettabile delle potenti forze espansive delle genti tedesche, costrette in un territorio angusto, privo di difese naturali di un qualche valore sia ad est che ad ovest, ed assoggettate ai pesanti ricatti sulle materie prime e sui commerci che altri Paesi controllano. Significa anche voler ignorare che la Germania degli Hohenzollern, tanto preferibile a quella maniacale di Hitler, cerca di battere sulla fine del secolo le vie di una ragionevole espansione commerciale e coloniale assolutamente priva di quei connotati aggressivi che oggi associamo automaticamente al carattere tedesco. Ed infine, significa voler dimenticare che questo desiderio di crescita urta quasi subito contro una coalizione di Stati fermamente decisi a non perdere il loro controllo sulla possibile evoluzione del problema europeo. Inghilterra e Russia zarista, entrambe potenze ad interessi sostanzialmente extraeuropei, hanno ragione, ma sul piano della Storia – possiamo dire purtroppo – le ragioni della conservazione non fanno necessariamente il torto delle forze tese ad una crescita naturale, ad una espansione che trova la sua giustificazione in se stessa. E questo equivale a dire, anche qui purtroppo, che l’unica domanda accettabile nelle crisi di questo tipo, è se quelle determinate forze espansive abbiano o no dalla loro il consenso del futuro, siano o no l’origine di un qualcosa destinato a durare a lungo. Domanda che certo si posero Sanniti, Etruschi, Galli e Greci d’importazione, osservando preoccupati il sorgere di Roma, “dal solco di Romolo, torva”.

Svenate e praticamente messe fuori combattimento da un avversario durissimo, ricco di risorse intellettuali e morali, Francia ed Inghilterra contemplano subito dopo la Prima guerra mondiale un mondo in completa rovina, negli animi, nei corpi, nelle possibilità. La Russia è fuori combattimento, l’Impero austro-ungarico è volato in minutissime schegge, la Francia è rimasta una grande potenza soltanto negli articoli di giornale, e la stessa Inghilterra si trova a dover fare i tragici conti col suo milione di morti, frutto avvelenato di quell’errore necessario che una potenza navale non dovrebbe mai commettere: ma che l’Inghilterra ha dovuto commettere, pagando di persona, perché quella funzione di controllo marittimo, che è andata benissimo con Napoleone, nel 1914 si è rivelata soltanto un arnese spuntato.

Nasce qui il tentativo inglese di comprendere la Germania, e di consentirle quell’espansione verso l’est che è anche l’unica possibile nelle condizioni reali dell’Europa e del mondo nel 1933 e dintorni. Ma è davvero possibile? Nei fatti non lo è perché, come dice chiaramente Hitler alla conferenza militare del novembre 1937, “non esistono terre senza padrone. Se le vogliamo, dovremo combattere”. Fa parte della tragedia d’Europa il comprendere nel suo seno troppe genti di fortissimo carattere, irriducibili e non disposte mai, anche a costo di guerre sanguinose, a barattare per una grigia sicurezza quello che è o sembra il proprio destino. E poiché questa tragedia alimenta le sue radici nell’anima profonda e nelle profonde pulsioni di queste genti, essa rimane potenzialmente intatta anche oggi, dopo due grandi guerre che hanno cambiato soltanto la forma del vulcano, ma non la natura del fuoco che vi arde dentro. Per lo storico, è fonte di una speciale meraviglia dover constatare oggi, a cinquant’anni dal secondo conflitto, ed a tre quarti di secolo dalla fine del primo, che le vie dell’accesso ad una posizione di predominio sono ora per la Germania assai più sgombre di quanto non lo siano mai state nei decenni precedenti. Ed il fatto che siano state necessaria due guerre e cento milioni dì cadaveri per giungere a questo risultato, di certo non rallegra: né depone a favore della riposta saggezza degli uomini. Ma il lato peggiore di queste constatazioni persino banali è che per due volte, due grandi volte, la guerra abbia funzionato come unico possibile crivello del sorgere e del decadere delle nazioni. Lezione che dobbiamo ritenere molto attentamente, poiché dietro a tutte le sacrosante invocazioni di pace c’è sempre il grave errore di riferirsi ad un mondo immobile, con gerarchie stabilite “ab antiquo” e perciò incapace di dire e dare parole nuove per la soluzione dei suoi vecchi problemi.

In un angolo del quadro, ci siamo noi, gli italiani. Su questo buon popolo un po’ frivolo, un po’ ottimista e molto ignorante, il turbine del 1939 si abbatte all’improvviso, come un colpo di tuono nel meriggio estivo. Non c’è una nuvola in cielo e dunque non ci sarà temporale.

Allora l’allegro popolo esce di casa coi suoi leggeri vestiti da tempo bello, allegramente cianciando delle buone cose che si troveranno senza fatica sul cammino. L’ombrello è rimasto a casa.

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