Cefalonia e la resistenza greca

Di Antonella Randazzo per http://www.disinformazione.it
Autrice del libro: “DITTATURE: LA STORIA OCCULTA”

Di tanto in tanto, le nostre autorità utilizzano diverse mistificazioni storiche, al fine di far risultare l’attuale assetto come nato da fatti eroici, che lo renderebbero imperituramente improntato ad alti valori. Il filone più gettonato è quello che riguarda la Resistenza all’invasore tedesco, evento da cui si fa derivare la Repubblica. Sia l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che l’attuale presidente Giorgio Napolitano, hanno utilizzato i fatti accaduti a Cefalonia, come esempio di eroicità e di “Resistenza”.
Napolitano, il 25 aprile scorso, ha celebrato la ricorrenza storica proprio a Cefalonia, e in quell’occasione ha ribadito la versione dei fatti già suffragata da Ciampi: “A Cefalonia si manifestò un impulso… nobilissimo e destinato a dare i suoi frutti… si può ben cogliere… un ponte ideale tra quest’impulso e la successiva maturazione dello spirito della Resistenza… eroismo e martirio delle migliaia di militari italiani che scelsero di battersi… caddero difendendo la dignità della nazione italiana”.[1]

Come il suo predecessore, l’attuale presidente della Repubblica ha parlato di “migliaia” di morti, “caduti eroicamente in un primo atto di resistenza”. In realtà i morti non furono migliaia, e i fatti di Cefalonia hanno poco a che vedere con la Resistenza partigiana.
Napolitano sa che la versione dei fatti da lui sostenuta è stata confutata, ma liquida anni di ricerche da parte di studiosi seri, come “polemiche”, mostrando poco rispetto e poca attenzione ai documenti, preferendo la versione mistificata dal potere dominante.
Non si può dire che ” la Divisione Acqui decise di resistere”, perché non si trattava di una banda irregolare che decideva liberamente come agire, ma era un esercito obbligato ad obbedire ai superiori, come avviene in tutti gli eserciti regolari. Non c’è mai stata alcuna decisione dal basso o “referendaria”, come venne propagandato in seguito, per far passare la versione che vede quei fatti come “Resistenza”.

Le nostre autorità mirano a commuovere, utilizzando parole retoriche per raccontare fatti in modo del tutto falsato e romanzato. Raccontano quello che più conviene e come conviene, in spregio alla verità storica. Addirittura, i reduci di Cefalonia, che raccontano una versione diversa dalla loro, vengono tenuti lontani dai mass media, preferendo mettere in evidenza alcuni reduci considerati corresponsabili della strage, e che dunque hanno convenienza a sostenere la versione mistificata.
Ai nostri politici non difetta la furbizia, dato che si prodigano a suffragare la loro versione della Storia attraverso programmi televisivi e articoli giornalistici, convincendo persino le associazioni come l’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani Italiani), a cui non tutti i reduci danno credibilità. Attorno agli argomenti più utilizzati dalla propaganda viene creato un clima di intimidazione e di “tabù”, come se non dovessero esistere la ricerca storica e il libero pensiero.

A Cefalonia oltre 1700 militari italiani dell’Acqui furono uccisi dai tedeschi, ma non si ebbe alcuna Resistenza partigiana. Cerchiamo di capire i fatti sulla base dei documenti trovati negli Archivi Militari. Mentre altre divisioni stanziate in Grecia si arresero, l’Acqui fu costretta a combattere, contro la volontà dello stesso generale, che stava trattando la resa. L’8 settembre 1943, nelle isole greche di Cefalonia e Corfù c’erano le truppe occupanti italiane della Divisione Acqui che comprendevano 525 ufficiali e 11.500 soldati, capeggiate dal generale Antonio Gandin. Fra il 9 e l’11 settembre si ebbero trattative tra Gandin e il tenente colonnello tedesco Hans Barge. Gli accordi furono compromessi dal cannoneggiamento di due motozattere tedesche, che ebbe lo scopo di bloccare ogni possibile resa. Fu proprio l’attacco alle imbarcazioni tedesche a scatenare la rappresaglia. Ci fu, dunque, la volontà di mandare a morire i soldati della divisione “Acqui”, come una sorta di “carne da macello”. L’ordine a combattere venne inoltrato a Cefalonia la notte del 13 settembre, dalla stazione radio di Brindisi: “N.1029 CS (Comando Supremo) alt Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia, Corfù et altre isole. F.to Generale Francesco Rossi Sottocapo di Stato Maggiore”. Si trattò di una delle tante direttive a cui i soldati dovevano obbedire, con la sola differenza che gli italiani si trovavano contro i loro vecchi alleati, che erano più forti, e senza alcun aiuto che provenisse dai nuovi alleati.

In quei giorni, gli ufficiali più saggi e sensati rischiavano la vita, come accadde al capitano Piero Gazzetti, ucciso dal Maresciallo Felice Branca, che gli sparò urlandogli: “Anche voi appartenete alla schiera vigliacca dei traditori!”, quando seppe che l’ufficiale stava andando dal Console fascista Vittorio Seganti, con l’intento di raggiungere trattative con i tedeschi e salvare la vita ai suoi soldati.[2] Il maresciallo Branca non fu punito in alcun modo, e in seguito fu dato per disperso in combattimento, consentendo in tal modo l’insabbiamento del fatto.
Nel libro L’Eccidio di Cefalonia, Romualdo Formato racconta: “Ovunque si sentivano spari, detonazioni di bombe a mano, frasi provocanti e minacciose. Nessun ufficiale poteva più permettersi di pronunziare parole esortanti alla serenità e alla disciplina, senza essere, sull’istante, tacciato di “traditore” o di “vigliacco””.[3]
Prevaleva un clima intimidatorio verso coloro che cercavano di rimanere ancorati alla realtà, ma allo stesso tempo c’era confusione e incertezza. Racconta il reduce Olinto Perosa: “Non sapevamo nulla, eravamo stati abbandonati alla nostra sorte, e non c’erano ordini su come comportarci. Sulle prime, i rapporti con i tedeschi erano cordiali, ma quando ci chiesero di consegnare le armi sulla pubblica piazza, come umiliazione, nessuno volle cedere. La tragedia scoppiò il 13 settembre, dopo l’affondamento di due zatteroni tedeschi, senza che fosse stato dato l’ordine: i tedeschi giurarono vendetta”.[4] Nell’attacco italiano morirono almeno sei soldati tedeschi.

Nel dopoguerra molti fatti furono mistificati o insabbiati, perché nessuno voleva prendersi la responsabilità di aver creato una situazione militare a dir poco paradossale, che esponeva molti soldati italiani alla morte per vendetta. Il re e Badoglio si erano rifugiati a Brindisi, e non si occuparono delle decine di migliaia di soldati esposti alla furia tedesca, quello che interessava era cambiare schieramento, come gli anglo-americani avevano chiesto, e l’ordine fu dunque di attaccare i tedeschi.
I familiari delle vittime di Cefalonia capirono dopo pochi anni che c’erano delle responsabilità per la morte dei loro cari, e negli anni Cinquanta si rivolsero al Tribunale Militare per avere giustizia, ma i principali responsabili, nonostante fossero state trovate numerose prove di colpevolezza, non furono mai condannati. Le autorità militari cercarono di insabbiare la verità su Cefalonia, mentre le autorità politiche mistificarono i fatti e ne ricavarono un bel racconto di “Resistenza eroica”, prendendo due piccioni con una fava: occultando le responsabilità e facendo figurare un’improbabile lotta plebiscitaria antitedesca. Per rendere il fatto più avvincente, venne gonfiata la cifra dei morti, e si descrisse una sorta di rappresaglia simile a quelle avvenute in Italia.

Il 1° marzo del 2001, l ‘allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, a Cefalonia, parlò di “resistenza plebiscitaria” dei soldati italiani e di un massacro:

“Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria… Molti sentimenti si affiancano, nel nostro animo, al dolore per i tanti morti di Cefalonia: morti in combattimento, o trucidati, in violazione di tutte le leggi della guerra e dell’umanità. L’inaudito eccidio di massa, di cui furono vittime migliaia di soldati italiani, denota quanto profonda fosse la corruzione degli animi prodotta dall’ideologia nazista… Con un orgoglioso passo avanti faceste la vostra scelta, “unanime, concorde, plebiscitaria”: “combattere, piuttosto di subire l’onta della cessione delle armi”. Decideste così, consapevolmente, il vostro destino. Dimostraste che la Patria non era morta. Anzi, con la vostra decisione, ne riaffermaste l’esistenza. Su queste fondamenta risorse l’Italia.

Combatteste con coraggio, senza ricevere alcun aiuto, al di fuori di quello offerto dalla Resistenza greca. Poi andaste incontro a una sorte tragica, senza precedenti nella pur sanguinosa storia delle guerre europee.

Si leggono, con orrore, i resoconti degli eccidi; con commozione, le testimonianze univoche sulla dignità, sulla compostezza, sulla fierezza di coloro che erano in procinto di essere giustiziati.

Dove trovarono tanto coraggio ragazzi ventenni, soldati sottufficiali, ufficiali di complemento e di carriera? La fedeltà ai valori nazionali e risorgimentali diede compattezza alla scelta di combattere.

L’onore, i valori di una grande tradizione di civiltà, la forza di una Fede antica e viva, generarono l’eroismo di fronte al plotone d’esecuzione. Coloro che si salvarono, coloro che dovettero la vita ai coraggiosi aiuti degli abitanti dell’isola di Cefalonia, coloro che poi combatterono al fianco della Resistenza greca, non hanno dimenticato, non dimenticheranno. Questa terra, bagnata dal sangue di tanti loro compagni, è anche la loro terra. Divenne chiaro in noi, in quell’estate del 1943, che il conflitto non era più fra Stati, ma fra princìpi, fra valori… Soldati, Sottufficiali e Ufficiali delle Forze Armate Italiane: onore ai Caduti di Cefalonia; onore a tutti coloro che tennero alta la dignità della Patria.

Il loro ricordo vi ispiri coraggio e fermezza, nell’affrontare i compiti che la Patria oggi vi affida, per missioni non più di guerra, ma di pace.[5]

Ciampi era un sottotenente che combatteva a fianco dei tedeschi, e passò allo schieramento opposto soltanto quando il re decise di firmare l’armistizio. Dunque, se Hitler fosse stato più forte, cosa ci avrebbe detto oggi? Ci avrebbe commosso raccontandoci i crimini degli anglo-americani?
Le parole di Ciampi “Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la Patria ”, sono del tutto insensate, perché il generale Gandin aveva preso la libera iniziativa a trattare con i tedeschi, ma fu osteggiato e costretto a mandare a morire parte dei suoi soldati. Secondo la versione mistificata dei fatti, 446 ufficiali furono fucilati dopo la resa, e 9000/10.000 soldati furono uccisi, per aver “resistito” ai tedeschi. Per rendere credibile il racconto della “Resistenza” si raccontò del gruppo italiano detto Banditi della Acqui, che collaborò con i partigiani greci in funzione antitedesca, ma diversi studiosi, come Massimo Filippini, hanno dimostrato non essere mai esistito. Negli Archivi Militari furono trovati molti documenti che indicavano almeno 1.700 morti in battaglia o fucilati dopo la resa (circa 400 ufficiali). Lo storico Giorgio Rochat[6] fa una stima di 3.800/4.000 morti, che risulta comunque assai inferiore rispetto a quella propagandata.

Dopo la pubblicazione di alcuni testi, come I Caduti di Cefalonia: fine di un mito,[7] di Massimo Filippini, è emerso che i morti italiani furono 1743, mentre quelli tedeschi furono circa 80.

Dunque non si ebbe né una grande battaglia, né un enorme massacro, e i dati furono gonfiati fino ad arrivare a 9/10.000 morti per far risultare più avvincente il sacrificio della presunta “Resistenza”.
Perché le nostre autorità, anziché alterare i fatti storici accertati, non ci spiegano come mai Badoglio , assunta la carica di governo, inviò un telegramma a Hitler, per dargli ad intendere che nulla era cambiato, mentre in realtà il voltafaccia delle autorità italiane stava avvenendo? Il telegramma, fra le altre cose, diceva: “Come già dichiarato nel mio proclama rivolto agli italiani (…) la guerra per noi continua nello spirito dell’alleanza (…) mi è grata l’occasione, Führer, per porgerVi l’espressione dei miei cordiali saluti”. Le autorità tedesche non furono certo così ingenue da credere che fatto fuori Mussolini il nuovo governo filoamericano fosse anche amico loro, e progettarono l’occupazione dell’Italia e l’arresto del re (che fuggirà a Brindisi).

Perché il governo Badoglio, cambiato schieramento, non si curò dei soldati al fronte? Valeva così poco la vita di migliaia di giovani, che di certo non avrebbero voluto trovarsi lì? Per quale motivo oggi queste vittime sacrificali vengono esaltate dalla propaganda del nostro regime? E’ certamente immorale non dire la verità sui fatti storici, ma è ancora più immorale romanzare e costruire una demagogia su vite umane distrutte, che forse si sarebbero potute salvare, e sul crimine inaccettabile che è la guerra.
L’idea che resistenza fosse soltanto lottare contro i nazisti, perché gli anglo-americani erano preoccupati esclusivamente di portare la democrazia è accattivante ma storicamente del tutto menzognera. Gli Alleati non erano intenti a “portare democrazia”, ma a tutelare il proprio dominio, e massacrarono milioni di persone anche negli anni successivi alla guerra, non solo in Grecia, ma in moltissimi paesi, come in Iran, in Iraq, nelle Filippine, in Giappone e in Thailandia.

Dopo l’armistizio, gli anglo-americani continuarono ad uccidere italiani, e portarono in Italia un arsenale composto anche di armi chimiche, come l’Iprite, che erano dirette allo sterminio dei civili. Ciò emerse a Bari, il 2 dicembre del 1943, in seguito al bombardamento tedesco della nave americana John Harvey, che si scoprì carica di Iprite. Il gas si diffuse nell’aria e nell’acqua, provocando dolori atroci a centinaia di persone, che morirono nei giorni successivi. Il fatto fu occultato dagli Alleati, che volevano continuare a propagandare l’immagine di “liberatori”, anziché mostrare il loro vero volto.
Resistenza è difendere liberamente il proprio paese dall’invasione straniera, e a Cefalonia i nostri soldati erano occupanti e obbedivano ai superiori, dunque occorre parlare di Resistenza partigiana soltanto al riguardo della Resistenza greca, che combatté prima contro le truppe italo-tedesche, e poi contro gli anglo-americani. Questi ultimi, per impedire che la Grecia raggiungesse una vera autodeterminazione, attuarono un vero e proprio sterminio dei patrioti greci.

La cosa più straordinaria avvenuta a Cefalonia è stata la generosità e l’umanità del popolo greco, che pur essendo stato aggredito brutalmente dagli italiani, quando essi si trovarono in difficoltà li aiutò a salvarsi.
In Grecia si ebbe il caso unico della resistenza comunista che non intendeva sottomettersi né all’Urss né agli anglo-americani, volendo realizzare un assetto autenticamente democratico. La Grecia venne invasa dalle truppe italiane il 28 ottobre 1940, e nonostante l’inferiorità numerica, le truppe greche riuscirono a mettere in difficoltà gli aggressori, che dovettero chiedere l’aiuto tedesco.

Per aggredire la Grecia furono utilizzati ben 500.000 soldati italiani, di cui 13.755 moriranno, almeno 50.000 saranno feriti e oltre 25.000 dispersi. Non si può dare colpa a Hitler, perché l’aggressione fu un’iniziativa del nostro regime, che irritò la Germania , informata del progetto soltanto il giorno prima. In Grecia c’era il regime filonazista del generale Ioannis Metaxas, che dopo l’aggressione sarà soccorso dagli inglesi. Questo, come molti altri episodi della Seconda guerra mondiale, confuta l’idea che ci fossero due schieramenti con valori diversi, piuttosto che due formazioni antagoniste con obiettivi analoghi.
Di fronte all’aggressione i greci formarono un fronte compatto e forte, riuscendo a contrattaccare e a respingere l’offensiva. Dopo soltanto quattro giorni le truppe italiane si trovarono in difficoltà, e Mussolini fu costretto a rivolgersi ad Hitler, dando modo a quest’ultimo di esprimere la sua riprovazione per l’apertura del fronte greco. Il 20 Novembre 1940 Hitler inviò una lettera a Mussolini, in cui aveva scritto:

Lo stato delle cose così creatosi ha conseguenze psicologiche e militari gravissime a proposito delle quali è importante far luce completa… Le conseguenze psicologiche della situazione sono spiacevoli…. le conseguenze militari di questa situazione sono, Duce, molto gravi….Gli inglesi intensificheranno le loro basi aeree sul Mediterraneo… Non oso pensare nemmeno alle conseguenze che ne deriverebbero… Gli inglesi saranno del tutto indifferenti se gli italiani distruggono le città greche per rappresaglia; ma è l’attacco contro città italiane che sarà decisivo… tutte le località costiere italiane saranno minacciate.[8]

Hitler decise di mandare truppe in Grecia, con l’obbligo di mettere i soldati italiani sotto comando tedesco. Il generale tedesco Erwin Rommel fu impietoso nel denunciare la situazione greca e gli intrighi che stavano già avvenendo nei palazzi alti italiani:

Hitler continua col dire che la situazione greca è grave e quindi ha deciso comunque un intervento… L’intervento nostro in Grecia, ad ogni modo, taglierà la testa al toro. Egli ha studiato da tempo, insieme al nostro Comando Generale, tutto il piano dell’azione in Grecia e ne ha discusso a lungo con Mussolini il mese scorso (il 19 gennaio 1941), nel suo incontro in Austria. Hitler mi dice di essere guardingo, in Italia, con generali e persone della Corte. Egli stesso ha messo in guardia Mussolini contro gli intrighi della Casa Reale italiana e del Vaticano; l’ambiente che circonda il Re d’Italia è nettamente antitedesco. Sono stati apparentemente amici nostri quando credevano che in pochi mesi avremmo fatto fuori Francia e Inghilterra ed il piccolo Re sperava di aggiungere qualche altro straccio alla sua corona, come l’Impero d’Etiopia e la corona d’Albania. Canaris non mi nasconde che ha molti timori da quella parte (Casa Reale) e ritiene che, attraverso il canale vaticano, la Corte mantenga relazioni delittuose con Londra. Ne ho parlato apertamente con Mussolini, il quale conviene che il re da un certo tempo a questa parte è pessimista; egli ritiene d’altra parte che alla prima vittoria il suo umore cambierà.[9]

Nel giugno del 1941, tutta la Grecia era controllata dai tedeschi, dagli italiani e dai bulgari, che organizzarono la deportazione di ebrei e comunisti, facendo sparire decine di migliaia di persone, e causando un crollo economico che provocherà la morte per fame di almeno 400.000 greci. Per lottare contro l’occupazione si formò la Resistenza greca, attraverso movimenti in prevalenza comunisti. Nel 1941 era stato creato il Partito Comunista (Kke), che dette vita al Fronte di Liberazione Nazionale (Eam), da cui, nel 1942, nacque l’Esercito Popolare di Liberazione (Elas). La Resistenza greca fu un vero e proprio movimento popolare, determinato a liberarsi dall’oppressore straniero. All’inizio, parte del gruppo dirigente del Kke era sottomesso all’Urss, ma dopo il 1942 si ebbero forti e frequenti tensioni con Stalin, che spinsero il gruppo a prendere le distanze dai sovietici.

Il rifiuto delle direttive sovietiche fu dovuto soprattutto al fatto che la Resistenza greca non era particolarmente ideologizzata, ma lottava per liberarsi dall’occupante e per poter realizzare cambiamenti politici ed economici che facessero uscire il popolo dalla miseria.
I guerriglieri dell’Elas, saliti a 50.000 nel 1944, sfuggivano sempre più al rigido controllo da parte del Kke, e avevano l’appoggio di gran parte della popolazione. L’Eam diventò un movimento di massa con ideali democratici e antimonarchici, e alla fine del 1944 controllava tre quarti di territorio.
Dato che Stalin non era riuscito a sottomettere i comunisti greci, si fece avanti Churchill, che prese contatti con Georgios Papandreu, capo di governo in esilio, per reinsediarlo dopo il ritiro delle truppe tedesche. Ma alcuni gruppi di Resistenza non accettarono il governo imposto da Churchill e si rifiutarono di consegnare le armi.

Mentre in Italia gli anglo-americani riuscirono a porre la Resistenza sotto il loro controllo, distruggendo i gruppi che non si sottomettevano, in Grecia ciò non accadde, e anche dopo le elezioni del 31 marzo 1946, la Resistenza popolare continuò a combattere.
Fino a quando l’Elas aveva combattuto contro i nazisti, per Churchill era “una valorosa formazione di guerriglieri”, ma quando essa iniziò a pretendere di istituire una vera democrazia, libera dal controllo britannico, scatenò la repressione. Oltre 50.000 soldati inglesi invasero il territorio greco, uccidendo e arrestando migliaia di persone. Nel gennaio del 1945, l’Elas fu costretto a firmare un armistizio a Varkiza, che consentì agli inglesi di istituire un governo fantoccio e di aprire una durissima e sanguinosa repressione per sterminare tutti coloro che avevano lottato per la libertà della Grecia. Migliaia di persone furono arrestate e imprigionate nei campi di concentramento istituiti nelle isole greche, dove subiranno torture. Per controllare il paese, gli inglesi massacrarono migliaia di contadini, arrestarono 50.000 sostenitori dell’Eam e licenziarono 16.000 impiegati statali.

Nel 1947, gli Stati Uniti prepararono un piano per reprimere definitivamente la Resistenza greca, investendo miliardi di dollari, arrestando migliaia di persone e mettendo sotto i loro comandi l’esercito greco, subentrando al controllo inglese. Oltre 250 ufficiali americani furono addestrati e mandati in Grecia per attuare una repressione finale. Centinaia di migliaia di persone furono massacrate senza pietà. Dopo la strage, l’ambasciatore americano Lincoln Mac Veagh dette notizia al Dipartimento di Stato di aver imposto il proprio dominio sulla Grecia: “Abbiamo stabilito un effettivo controllo… sul bilancio nazionale, sulla tassazione, sull’erogazione di nuova carta moneta, sulle politiche dei prezzi e dei salari e sulla pianificazione economica statale, oltre che sulle importazioni e le esportazioni, sul cambio di valuta estera, sulle direttive circa la ricostruzione militare e le spese per i soccorsi alla popolazioni”. La Resistenza greca riuscì a combattere per altri tre anni, finché, nell’ottobre del 1949, cadde definitivamente sotto il controllo americano. Il regime ammise di aver massacrato almeno 3000 persone, ma altre fonti stimarono almeno 158.000 morti, anche se il numero esatto non è stato possibile stimarlo.

Se la Resistenza è da intendere come lotta dei popoli per la libertà dall’oppressione straniera e per l’autodeterminazione, e se tali valori sono professati sinceramente e universalmente, allora occorre riconoscere i crimini perpetrati dagli anglo-americani contro il popolo greco.
Il mito di Cefalonia è dunque fondato su una serie di menzogne, mentre la Resistenza greca che combatté contro gli anglo-americani, mai raccontata nei libri scolastici, è stata una vera Resistenza, fondata sul desiderio di libertà, finita nel sangue per mano di chi professa di difendere proprio quei valori per cui i patrioti greci furono costretti a morire.
Un sistema politico che si autoesalta attraverso la menzogna storica svela un declino morale e spirituale che dovrebbe essere per noi come un campanello d’allarme, inducendoci a prendere le distanze e a pretendere la verità sui fatti di ieri e di oggi.

Antonella Randazzo ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell’era dell’egemonia Usa (Zambon Editore 2007) e Dittature. La Storia Occulta (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).
Se vuoi lasciare un commento agli articoli o ai libri di Antonella Randazzo vai a http://antonellarandazzo.blogspot.com/

Note:

[1] Discorso del Presidente Giorgio Napolitano a Cefalonia, 25 aprile 2007.
[2] Relazione del Console Vittorio Seganti del 10 gennaio 1944.
[3] Formato Romualdo, L’eccidio di Cefalonia, Mursia, Milano 1970.
[4] http://www.cefalonia.it/Il_Reduce_Perosa_racconta….html
[5] http://www.anpi.it/acqui_ciampi.htm
[6] Rochat Giorgio e Venturi Marcello (a cura di), La Divisione Acqui a Cefalonia – settembre 1943, Mursia, Milano 1993; Avvenire, 5 luglio 2006.
[7] Filippini Massimo, I Caduti di Cefalonia: fine di un mito, IBN, Roma 2006.
[8] Lettere/Documenti Mussolini-Hitler, King Features Syndacate, New York, 1946.
[9] Rommel Erwin, Diario, in Pimlott John (a cura di), Rommel and his Art of War, Greenhill Books, London 2003.

http://www.disinformazione.it/cefalonia.htm

Il processo ‘taroccato’ per i fatti di Cefalonia

I responsabili ‘italiani’ prosciolti direttamente in Istruttoria
di Massimo Filippini

Quando si parla del processo ai responsabili “italiani” di Cefalonia si è soliti dire -anche da parte di ‘illustri’ storici- che i vari Apollonio, Pampaloni e co. furono assolti ‘con formula ampia’.
NON E’ ASSOLUTAMENTE VERO: costoro furono soltanto ‘prosciolti’ in Istruttoria senza che, sulla base delle inconfutabili prove di colpevolezza emerse a loro carico dagli Atti della stessa -contenenti tra l’altro i verbali dei loro interrogatori e delle dichiarazioni dei testimoni- si fosse tenuto, come sarebbe stato doveroso ed onesto, un pubblico dibattimento.

NON E’ ASSOLUTAMENTE VERO : costoro furono soltanto ‘prosciolti’ in Istruttoria senza che, sulla base delle inconfutabili prove di colpevolezza emerse a loro carico dagli Atti della stessa -contenenti tra l’altro i verbali dei loro interrogatori e delle dichiarazioni dei testimoni- si fosse tenuto, come sarebbe stato doveroso ed onesto, un pubblico dibattimento.

Ciò dimostra oltretutto l’ignoranza e la malafede degli ‘storici’ -in particolare di quelli dediti alla ‘beatificazione’ del principale imputato Apollonio- i quali tengono banco sul tema avendo letto solo la c. d. “sentenza”istruttoria che l’8 luglio 1957 chiuse il procedimento ma non gli Atti Istruttori di cui SOLAMENTE lo scrivente -dalla data suddetta fino ad oggi- è stato autorizzato dal Tribunale Militare a prendere visione ed estrarre copia.

E’ evidente quindi come costoro si atteggino a conoscitori di un processo di cui hanno letto solo l’ULTIMO ATTO ma non i vari passaggi attraverso cui si arrivò alla decisione finale, per cui non solo sono ignoranti ma – quel che è peggio- anche in malafede quando scrivono e vanno in giro a sostenere -con un’inesistente cognizione di causa- che gli imputati furono ASSOLTI CON FORMULA PIENA.

In realtà il Giudice Istruttore nella scia degli ‘insabbiamenti’ che furono una caratteristica della vicenda, liquidò la faccenda decidendo egli solo -in una camera di consiglio ‘monocratica’- di non rinviare a giudizio gli imputati, prosciogliendoli con una decisione puramente ‘istruttoria’ , come tale impugnabile da chiunque ma che, in pratica, fu ‘definitiva’ stante il decesso avvenuto nel frattempo del denunziante dottor Roberto Triolo, padre di un Caduto, cui va il merito di aver aperto un varco nel muro di omertà sulla vicenda e di cui ci onoriamo di aver proseguito l’opera con la nostra attività di ricerca e di denuncia dei misfatti avvenuti a Cefalonia..

Questo è quanto avvenne, e lo abbiamo ampiamente illustrato in tutti i modi possibili, ma evidentemente i “baroni”che la fanno da ‘padroni’ su Cefalonia non danno altezzosamente peso a tutto ciò -cioè alla verità- continuando a reiterare la vecchia storiella dell’ ASSOLUZIONE che molto probabilmente sarà ripetuta da alcuni di loro invitati ad un convegno che, a marzo prossimo, si terrà a Parma per ‘ufficializzare’o meglio ‘imbalsamare’ le menzogne ultrassessantennali raccontate sulla vicenda – naturalmente in assenza dell’unico che potrebbe smentirli- cioè il sottoscritto.

Sarà, quest’ultima, l’ennesima ‘infamia’ che andrà ad aggiungersi a quella compiuta dal Giudice Istruttore militare giusto cinquant’anni prima quando -nell’anno di grazia 1957- partorì l’inqualificabile decisione istruttoria di proscioglimento dei responsabili italiani presa ADDIRITTURA IN CONTRASTO o, per dirla in termini giuridici, in “parziale difformità” addirittura con le richieste del Pubblico Ministero (!), con cui scagionò gli imputati autorizzandoli implicitamente a riprendere il loro ‘cursus honorum’ che, per alcuni sfociò in riconoscimenti -come medaglie e promozioni- di un loro preteso eroico comportamento.

I loro nomi sono noti ed esecrati da tutte le persone perbene e soprattutto da Congiunti delle Vittime – al corrente di come andarono i fatti- che essi contribuirono a creare.

A questa breve premessa seguono -riportati per intero- i testi delle tre denunzie del dr. Triolo che per essere presi in esame dovettero attendere dieci anni, venendo poi sbrigativamente liquidati dal colpo di spugna di un Giudice affetto anch’esso dalla sindrome dell’insabbiamento teorizzata ed auspicata con successo dall’ineffabile col. Picozzi in una sua Relazione sui fatti di Cefalonia del 1948 da noi definita come il ‘manuale del perfetto insabbiatore’ cui si ispirarono, continuando a farlo tuttora, quanti in malafede si interessano alla vicenda.

Auguro una buona lettura a tutte le persone oneste con l’ invito a tener presente che all’epoca in cui le denunzie furono compilate si parlava ancora della triste vicenda in termini di ‘immane’ eccidio o ‘strage’ di 8 – 10.000 uomini, mentre gli studi e le ricerche successive -da me compiuti- hanno accertato che FORTUNATAMENTE il numero delle Vittime fu assai inferiore (1700 circa) poiché mentre gli Ufficiali in gran parte furono vilmente fucilati la truppa sopravvissuta ai combattimenti venne internata e non sottoposta ad analogo trattamento.

Massimo Filippini

P.S. – Una dettagliata analisi del processo – farsa del 1956- ’57 terminato con la decisione istruttoria di cui s’è detto è contenuta nel mio libro “LA TRAGEDIA DICEFALONIA – UNA VERITA’ SCOMODA’ IBN ed. Roma 2004.

I dati numerici reali e non quelli inventati di sana pianta dei Caduti e dei Fucilati sono riportati nel mio ultimo libro “I CADUTI DI CEFALONIA – FINE DI UN MITO”IBN ed. Roma 2006 cui è allegato un Elenco nominativo degli stessi..

Per ulteriori informazioni: http://www.cefalonia.it/HOME_PAGE.html

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