A CASA DI ROBERT OWEN


una parte di un articolo di Norberto Fragiacomo

Il 17 novembre di 150 anni fa moriva a Newtown (Galles) uno dei Padri del Socialismo europeo e della pedagogia moderna

Niente paura, ci rassicurano dopo una veloce telefonata: la custode sarà là a momenti. E così è: una simpatica signora di mezza età arriva quasi correndo, spalanca il portone e ci invita a entrare. Indugio un attimo, poi seguo i miei compagni. So dell’esistenza del museo da quando mi sono imbattuto casualmente nel sito web, molto ben fatto tra l’altro, quattro o cinque anni fa: ricordo di aver inviato un messaggio allora, ma essere qui realmente dà ben altra emozione, mi guardo attorno un po’ spaesato, sento la custode dire che l’ingresso è gratuito, il museo si mantiene grazie alle offerte ed alla vendita di qualche modesta pubblicazione, vabbè, darò volentieri il mio obolo, ma intanto il vociare degli amici quasi mi disturba, gli occhi non sanno dove posarsi, finchè non incontrano un primo busto in pietra nera, forse basalto, e lì sostano a riposare.

Accanto ai busti un gran numero di tele, ritratti di Owen in differenti età della vita: evidentemente fedeli, ci osservano con uno sguardo mite ed ottimista, che ingentilisce il grosso, lungo naso ed una faccia tipicamente inglese, “da lepre meditabonda”, come ebbe a scrivere il biografo G.D.H. Cole.

Il Robert Owen Memorial Museum è più piccolo di come me lo figurassi, praticamente un’unica sala, ma contiene un’infinità di cimeli: fotografie ingiallite, lettere autografe, oggetti d’uso quotidiano, disposti ordinatamente in teche di vetro ed all’interno di vetrinette. Scatto qualche foto, poi mi avvedo dei pannelli appesi alle pareti che raccontano sobriamente la vita del grande gallese, disegnando un percorso ideale che va dalla nascita, il 14 maggio 17 71, alla morte, avvenuta alla ragguardevole età di 87 anni.

Nasce dunque in un giorno di primavera che non fatico ad immaginare bagnato dalla pioggia, sesto di sette figli. Il padre, Robert anche lui, mantiene la numerosa famiglia dividendosi tra l’attività di sellaio e quella di fabbro, ed è uno dei cittadini più stimati, ma non naviga certo nell’oro. Sin dai primissimi anni il giovane Owen dimostra di possedere doti fuori dal comune: si diletta di musica, frequenta assiduamente le biblioteche e mostra una tale capacità di apprendere che all’età di appena sette anni viene invitato dal locale maestro elementare ad assisterlo nell’opera di insegnamento, guadagnandosi ben presto l’ammirazione e la simpatia dei coetanei.

A fare l’assistente, però, non si guadagna: così, dopo un breve apprendistato presso un fabbricante di tessuti, il decenne Robert parte per Londra, dove già lavora un suo fratello. Nei due lustri successivi si sposta con frequenza da una città inglese all’altra, sperimentando la realtà della bottega e quella, radicalmente nuova, della fabbrica tessile. Anche lontano dalle aule scolastiche, impara in fretta ciò che c’è da sapere, e brucia le tappe: a soli diciott’anni riceve un prestito da un familiare e, in società con tale Jones, avvia il suo primo business; due anni dopo, vincendo le perplessità di chi lo ritiene ancora un ragazzo, ottiene il posto di direttore di un’industria tessile nella Manchester del decollo economico. Mister Drinkwater, il proprietario, si frega le mani: gli affari vanno alla grande, grazie alla competenza ed alle innovazioni apportate dal “ragazzo” gallese; ma lui, Owen, non è intimamente soddisfatto, non gli basta essere un manager di successo, un highflyer di fine ‘700. La rivoluzione industriale è appena agli inizi, ma già nelle fabbriche le condizioni di vita sono insostenibili, Robert lo sa, e sa che i bimbi sono condannati fin da piccolissimi a ritmi di lavoro infernali, senza nessuna possibilità di studiare. Cerca risposte ai problemi nella filosofia, ma soprattutto medita sulle proprie esperienze: e nel tempo libero inizia ad elaborare soluzioni personali, augurandosi di verificarne presto l’efficacia.

L’occasione non tarda a presentarsi, nelle persone di uno stimato imprenditore e della sua giovane figlia.

David Dale, figlio di un droghiere scozzese, ha impiantato a New Lanark, presso Glasgow, un cotonificio che dà lavoro a 1400 operai, ed è forse il più grande esistente nel Regno Unito. Per l’epoca può essere considerato un progressista: tratta umanamente i suoi operai, scozzesi delle Highlands sradicati dalle valli native, ha costruito persino una scuola per i fanciulli. E’ la figlia Catherine a presentargli Robert, conosciuto durante un viaggio di lavoro fatto da quest’ultimo in Scozia. I due uomini, pur diversi per età e credo religioso, simpatizzano subito: non soltanto Dale approva il fidanzamento della figlia con Owen – si sposeranno nel ’99, e sarà un matrimonio felice, allietato dalla nascita di quattro figli maschi e tre femmine – ma, desiderando ritirarsi dagli affari, è ben lieto di cedere la sua creatura ad un gruppo di investitori di cui fa parte il giovane Robert.

Owen ha trentadue anni quando assume la direzione o, per usare le sue stesse parole, “il governo di New Lanark” . Nonostante le buone intenzioni del suocero, le condizioni della comunità appaiono terribili al nuovo arrivato: l’alcoolismo dilaga, i genitori preferiscono mandare i figli in fabbrica piuttosto che a scuola, gli orari di lavoro raggiungono per tutti le 13 ore giornaliere. Ad Owen non basta incremementare i profitti: crede fermamente nella possibilità, applicando le proprie idee, di trasformare quell’accozzaglia di sventurati in una comunità modello, e si mette all’opera.

L’inizio non è affatto facile: i lavoratori diffidano di lui, “gallese tra gli scozzesi”; ma pian piano cominciano ad abituarsi e a rispettare quello strano manager che dà più di quello che pretende. Ogni resistenza è vinta quando, nel 1807, Owen paga regolarmente per quattro mesi gli stipendi alle maestranze, nonostante il blocco degli stabilimenti causato da una disputa commerciale con gli Stati Uniti. Ai soci che protestano fa notare che produzione e profitti sono in costante crescita: se ne stiano quieti, mentre egli continua per la strada che ha scelto. Gli orari giornalieri vengono ridotti, si apre un punto vendita dove i lavoratori possono rifornirsi a prezzi calmierati; ma soprattutto il manager-filantropo intraprende una convinta battaglia per l’alfabetizzazione.

Il progetto di costruire un grande edificio scolastico porta alla definitiva rottura con gli altri azionisti: Owen liquida la società, ma nel 1813, trovati nuovi investitori, tra cui il filosofo Jeremy Bentham ed il quacchero William Allen, disposti ad accettare un rendimento predeterminato del capitale, torna alla guida del cotonificio. In quello stesso anno ha dato alle stampe il saggio “A New View of Society, or Essays on the Principle of the Formation of the Human Character”: nell’opera, che nonostante lo stile farraginoso tipico del suo autore gode di immediata notorietà, Robert Owen osserva che che l’essere umano è il prodotto delle circostanze in cui si è venuto a trovare, combinate con le sue qualità naturali. E’ l’ambiente dunque che forma il carattere, rende l’uomo buono o cattivo: compito di chi governa è predisporre le condizioni più favorevoli ad uno sviluppo armonico della persona, mettendo da parte gli interessi particolari, sempre dannosi. Da qui l’enfasi sull’importanza dell’educazione e dell’istruzione generalizzata, umanistica e professionale insieme, che sole possono permettere ai giovani di dar vita, in un prossimo futuro, alla vagheggiata Nuova Società.

Una volta enunciati i principi, tocca metterli in pratica: in pochi anni New Lanark subisce una trasformazione radicale, attirando l’attenzione di politici e pensatori non solo inglesi. Owen crea un fondo malattia, parzialmente finanziato dagli stessi lavoratori; introduce l’assistenza sanitaria gratuita; investe i profitti nella costruzione di confortevoli alloggi a schiera dotati di giardini, inaugura spazi ricreativi comuni per i lavoratori e le loro famiglie. Soprattutto realizza l’imponente edificio, ancor oggi esistente, dell’Istituto per la formazione del carattere, che prende a funzionare a pieno regime sin da subito: i bambini dai 3 ai 6 anni vengono iscritti alla scuola materna, la prima esistente al mondo, quelli più grandi alternano piacevolmente lo studio delle materie tradizionali e dell’arte con la pratica della musica e della danza. Fino ai dieci anni le giornate sono dedicate all’apprendimento, poi si inizia a lavorare ma per chi desidera progredire negli studi sono previste facilitazioni d’orario, e gli adulti sono incoraggiati a frequentare gratuitamente le scuole serali.

E’ superfluo dire che nella scuola di Owen le punizioni sono bandite: i bambini, convenientemente vestiti e ben nutriti, imparano divertendosi. Lo stesso metodo viene applicato, nei limiti del possibile, in ambito lavorativo: esistono sì delle regole da rispettare, ma riguardano più che altro la condotta individuale, di cui l’attività produttiva non è che un aspetto. Per accertarsi che i suoi operai lavorino diligentemente, Owen ha ideato un sistema di controllo innovativo: il silent monitor, di cui si può osservare un esemplare nel museo di Newtown.

Si tratta di un solido di legno a quattro facce, munito di gancio, che il responsabile del reparto ha cura di appendere giornalmente al di sopra di ciascuna postazione lavorativa, in un punto da cui sia facilmente visibile a tutti. Ognuna delle facce è dipinta in una tinta diversa: se viene esposta quella nera significa che, nella giornata precedente, il dipendente ha lavorato svogliatamente; la blu e la gialla esprimono livelli crescenti di partecipazione, mentre il colore bianco indica una prestazione ottimale.

La preferenza accordata alla moral suasion rispetto alla severità dà i frutti sperati: Owen annota che bastava un’occhiata di rimprovero a far sì che i reprobi, costernati, riprendessero il lavoro con raddoppiata lena.

New Lanark ci appare come un’anticipazione su scala ridotta dello Stato sociale novecentesco: ma è anche una realtà imprenditoriale in costante espansione, e sembra dimostrare l’assunto oweniano che a migliori condizioni di lavoro corrisponda un aumento della produttività.

Nella seconda decade dell’800 Robert Owen è ormai una celebrità in Gran Bretagna: appoggiandosi a politici influenti, come Robert Peel senior, si batte per l’introduzione di leggi che limitino il lavoro minorile e garantiscano l’accesso all’istruzione senza distinzioni di classe. Non solo: propone, suscitando interesse nell’opinione pubblica, la fondazione di “villaggi della cooperazione” come antidoto alla crisi economica che, concluse le guerre napoleoniche, si è abbattuta sulla Gran Bretagna. I villaggi, modellati su New Lanark, sono comunità tendenzialmente autosufficienti di 500-3000 persone, da impiegare nell’agricoltura e nell’industria: se i benpensanti li vedono come una temporanea risposta all’emergenza, per Owen sono destinati a diffondersi ed a costituire il nucleo di una futura società egualitaria a base socialista. Altro che “parallelogrammi di poveri del signor Owen”, come scioccamente li chiama il nostalgico William Cobbett!

Gli sforzi dell’imprenditore gallese non sono coronati dal successo: il Factory act, approvato dal Parlamento nel 1819, si limita a ridurre l’orario di lavoro giornaliero per i fanciulli a dodici ore ed a proibire l’impiego di chi non ha compiuto nove anni.

Il risultato delude enormemente Robert Owen, che incomincia a dubitare della buona fede e del disinteresse di chi regge lo Stato; inoltre, alcune sue sortite contro la religione, il matrimonio e la proprietà privata, mali del mondo contemporaneo, gli alienano molte delle simpatie di cui fino ad allora godeva. Forte è soprattutto il suo contrasto con le gerarchie anglicane: pur senza arrivare a definire la religione “oppio dei popoli”, come farà più tardi Marx, Owen ritiene che tutte le “sects”, nessuna esclusa, siano in errore, e fonte di conflitti all’interno della società.

Sono in molti quindi a tirare un sospiro di sollievo quando, a metà degli anni ’20, quell’imprenditore un po’ troppo originale si imbarca con l’omonimo figlio per gli Stati Uniti d’America. L’ambizione di Owen è provare la fattibilità del suo progetto comunitario anche lontano da New Lanark: acquista un vasto appezzamento nell’Indiana e dà vita al villaggio cooperativo di New Harmony.

Il “parallelogramma” prende forma al di là dell’Atlantico: opifici e botteghe vengono collocati all’interno di un vasto spiazzo delimitato da quattro file di edifici abitativi a schiera, al di là dei quali si stendono orti e giardini.

Tutto sembra procedere per il meglio, ma il materiale umano è troppo più variegato di quello con cui Owen, “Dio benevolo ma onnipotente” nell’efficace definizione di un biografo, è abituato a trattare a New Lanark: accanto agli idealisti, accorrono a New Harmony disperati ed avventurieri di ogni risma. Si verificano i primi contrasti, ben presto la situazione diventa ingovernabile: Owen resiste per due anni, con tenacia, poi avvilito se ne torna in Inghilterra (1828), lasciando in mano al figlio quel che resta della colonia. Simile per indole al padre, Robert Dale Owen, di cui si conserva nel museo un ritratto fotografico, diventerà in seguito membro del Congresso americano, e si batterà per la liberazione degli schiavi e l’emancipazione delle donne.

In patria intanto qualcosa è cambiato: legalizzate nel 1824, le Trade Unions (sindacati) escono dalla clandestinità e acquistano in poco tempo un imponente seguito tra i lavoratori salariati. Il primo sindacato a diffusione nazionale, quello dei filatori, si costituisce nel 1830 per iniziativa dell’irlandese John Doherty; l’entusiasmo emulativo di altre categorie, fra cui primeggia quella degli edili, porta in breve alla nascita del Grande Sindacato Unificato, che arriva presto a contare un milione di iscritti.

Per quanto capaci e determinati, i nuovi leaders sentono di aver bisogno di un organizzatore, di qualcuno che, dall’alto di una maggiore esperienza, faccia da guida ai lavoratori. La scelta cade naturalmente su Robert Owen che nel frattempo ha reciso i legami con New Lanark e si è trasferito nella capitale britannica.

Intuendo l’ostilità del governo di Sua Maestà nei confronti del movimento, Owen tentenna: non è mai stato un rivoluzionario, teme inoltre uno scontro aperto col capitale che, al momento, può soltanto concludersi con la sconfitta dei lavoratori. D’altra parte non nutre più nessuna fiducia nel riformismo dei politici, conservatori o liberali che siano: dopo un periodo di riflessione accetta la proposta di mettersi a capo dell’unione sindacale.

Il suo attivismo conferisce nuova spinta al movimento: l’ormai sessantenne Owen istituisce borse di lavoro, progetta e dà vita a cooperative di produzione e scambio che, nelle sue intenzioni, dovranno estromettere gli imprenditori privati dal mercato ed eliminare la distinzione tra profitto e salario, spianando la strada al socialismo.

Il padronato inglese contrattacca con rabbia: si susseguono intimidazioni e licenziamenti ai danni dei rappresentanti sindacali. Finalmente viene proclamato lo sciopero generale di tutti i lavoratori britannici, cui i capitalisti reagiscono con la serrata.

La determinazione degli operai e dei loro capi mantiene il confronto incerto per alcuni mesi, ma la lotta è obiettivamente impari: la cassa comune alimentata dai contributi individuali si esaurisce ben presto, mentre il capitale si giova del sostegno dichiarato del governo borghese.

Piegati e ridotti alla fame, gli scioperanti ritornano a capo chino nelle fabbriche, mentre il Grande Sindacato Unificato si scioglie (1834).

La notorietà ed il residuo rispetto di cui è circondato Robert Owen gli risparmiano l’onta del carcere, ma la lezione è amaramente appresa: la Nuova Società non vedrà la luce in tempi brevi, troppo forte è l’opposizione di chi detiene il potere del denaro.

Negli anni che gli restano da vivere, Robert Owen dirigerà la Società della Religione Razionale, da lui fondata a fini educativi, e tenterà un ultimo esperimento comunitario a Queenswood, nell’Hampshire; ma il lascito più importante è forse il movimento cooperativo, sorto su sua ispirazione nel 1844 a Rochdale, e al cui sviluppo dedicò, nell’indifferenza o quasi dell’opinione pubblica, le residue energie.

Uscendo, con la mia borsa della spesa, da un grande magazzino cooperativo a Newtown, mi è capitato di pensare che, con buona pace di Karl Marx, l’”utopismo” di Owen ha prodotto parecchio di concreto. Probabilmente è questo moderno megastore, erede diretto dello spaccio di Rochdale, il “monumento” che, tra i tanti dedicatigli dalla sua città, sarebbe maggiormente di suo gusto.

Comunque a Newtown Robert Owen, povero in canna e già malato, tornò per morire, nell’autunno del 1858. Accanto all’articolo di un giornale della sera del 17 novembre, che dà notizia della scomparsa avvenuta quel giorno stesso, trova posto, nella teca più distante dall’ingresso del museo, il manoscritto di un concittadino cui, poco prima di andarsene, il vecchio socialista dettò qualche pagina di memorie. Quel testo è diventata una breve fiction di una ventina di minuti che, interpretata da due attori, è possibile guardare all’interno del museo – televisore anni ’70 permettendo – ed anche acquistare per cinque pounds.

Vedere il filmato, lo confesso, mi ha suscitato un po’ di commozione, perché le parole udite, per quanto recitate da un attore, furono tra le ultime che Owen pronunciò, a mo’ di bilancio di un’esistenza che finiva. E sono parole serene, di un uomo che ha sempre vissuto coerentemente con le sue idee e le sue aspirazioni.

Mentre lo schermo si svuota, mi sfiora il pensiero di essere stato per qualche istante vicino all’anziano pensatore morente, nella stanzetta riscaldata dal fuoco del camino. Rimetto delicatamente a posto la sedia: siamo ancora a casa di Owen.

La tomba di Robert Owen, da noi visitata sotto una pioggia battente, si trova nel cimitero della chiesa di St. Mary, che dal medioevo al 1856 fu la parrocchiale di Newtown; poi le frequenti inondazioni del vicino fiume e l’aumentata popolazione della città fecero optare per la costruzione di una nuova chiesa. St. Mary, fotocopia o forse modello di altre pregevoli chiesette dei dintorni, come quelle di Bettws Cedewain e di Welshpool, ha tipiche finestre gotiche e un campanile tozzo che sostiene una sovrastruttura campanaria lignea munita di tettuccio e che – sospetto – doveva avere la medesima funzione militare del torrione di S. Giusto all’epoca del libero comune tergestino.

La costruzione, nel suo complesso, dà un’idea di robustezza e sobrietà, proprio come il sepolcro, arricchito nel 1902 da una targa commemorativa e da una ringhiera in ferro battuto, doni del movimento cooperativo.

Nonostante la sua avversione, mai smentita, per la religione degli avi, Robert Owen è seppellito accanto al padre e alla madre, morti entrambi in età matura, e a breve distanza dalla tomba di un leader cartista, N. Powell, scomparso nel 1862.

Sul libriccino acquistato da mia sorella Onoria viene orgogliosamente definito “un socialista prima di Marx, le cui idee sopravvivono al comunismo” e l’affermazione non suona impropria od eccessiva per chi, come abbiamo visto, può considerarsi un padre del cooperativismo e della socialdemocrazia moderna; ma l’epitaffio più bello gli fu dedicato da Friedrich Engels, suo sincero ammiratore, che scrisse: “Apparve allora come riformatore un industriale ventinovenne, un uomo dal carattere di fanciullo, semplice sino al sublime e ad un tempo dirigente nato come pochi. Robert Owen aveva fatta sua la dottrina dei materialisti dell’illuminismo, secondo la quale il carattere dell’uomo è, da una parte, il prodotto dell’organizzazione in cui nasce e, dall’altra, delle circostanze che lo circondano durante la sua vita e specialmente durante il periodo del suo sviluppo. (…) Ogni movimento sociale ed ogni reale progresso in Inghilterra da parte dei lavoratori è legato al nome di Robert Owen.”

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MUSSOLINI STERMINATORE DI EBREI ?


LA REGINA DELLE MENZOGNE
MUSSOLINI STERMINATORE DI EBREI?
di Filippo Giannini

E’ probabile che alcuni concetti di questo articolo siano già apparsi in altri miei pubblicati in precedenza. In questo caso mi scuso.

Un amico lettore mi ha inviato una mail dalla quale riporto le parti più salienti: “(…). Da quali fonti, me le citi, ha appreso che dopo la promulgazione della legislazione razziale (1938), macchia d’infamia per la nostra nazione, gli ebrei a migliaia e migliaia si rifugiarono in Italia. Sia più preciso sui numeri e mi citi i documenti in suo possesso. Se fecero la loro scelta fu evidentemente assai poco felice, forse furono ingannati dalle chiacchiere del Mussolini pre-svolta razziale quando assicurava amicizia e sostegno agli ebrei. A me risulta invece che nella sola Roma, il 16 ottobre del 1943 furono catturati dai nazisti, con la complicità dei fascisti (sic), 1022 ebrei, compresi 200 bambini, inviati nei campi di concentramento nazisti. Di questi ben pochi hanno fatto ritorno nelle loro case (…)”.

Antonio Pantano nel suo libro “Ezra Pound” nelle pagine 110-111 ha scritto: “Il sistema spionistico americano rallentò, in maniera totale, tutti i documenti del Fascismo e del regime fascista, specialmente mussoliniani. Scopo: impossessarsi dei concetti, degli atti, per poi condizionare la codificazione storica. Il Fascismo – idea, dottrina, regime – fu vera spina nel fianco del sistema affaristico che si autodefinisce esempio di democrazia (…). E’ emerso nel tempo – ed è confermata verità inoppugnabile – che i comandi Alleati di occupazione fecero confluire migliaia di tonnellate di documenti italiani e fascisti, sequestrati e sottratti sistematicamente anche presso gli archivi comunali, le anagrafi, le sedi politiche e militari, files riguardanti uomini ed attività non solo del Fascismo ma dell’Italia intera. Originali, copie fotografiche, microfilms, con puntiglio furono traslati in America, certamente per il poi manifesto scopo di scrivere – a piacimento e gloria del vincitore – una storia artefatta, adatta ad esigenze di comodo”.

E veniamo ai fatti, ai nomi, alle date; non prima però di invitare il valido interlocutore di consultare il mio volume “Mussolini, il Fascismo e gli Ebrei” se desidera realmente una più completa documentazione che, in questa sede – come è comprensibile – non è possibile presentare. Il volume in questione è composto di 349 pagine delle quali 124 sono documenti di origine prevalentemente ebraica e per l’elaborazione di questo lavoro ho impiegato più di venti anni di ricerche, non davvero facili.

Nel 1943/44 ero uno scolare, ma ricordo chiaramente quelle giornate e posso testimoniare:
1) a quell’età e in quegli anni frequentavo la scuola elementare Grazioli Lante della Rovere a Roma e nella mia classe c’era un alunno, se ricordo bene il nome, Pozzi, ebreo; ha frequentato con noi, insieme a noi e tra noi sino alla quinta elementare.
2) Io allora abitavo a Roma in Via Po. All’angolo con Via Simeto, c’era un negozio di abbigliamento a quattro o cinque vetrine, il cui proprietario, Piperno (ebreo), svolse la sua attività senza problemi alcuno. Ricordo che chiuse solo per poche settimane dopo l’8 settembre 1943 (quando non c’era più Mussolini) ma riaprì appena il Duce riuscì a recuperare un minimo di autorità con la nascita della Rsi.
3) Di fronte al mio portone, sempre in Via Po, c’era un negozio di ottica, Astrologo, ebreo; poco più avanti Ginori, ebreo, che gestiva un negozio di vasellame.
4) Il mio pediatra, dottor Ventura, ebreo, aveva lo studio in Piazza Adriana. Il dottor Ventura svolse normalmente la sua attività: visitava i suoi piccoli clienti (come chi scrive queste note) in studio e a domicilio. E tutto questo nel pieno delle leggi razziali.

Le Leggi razziali furono certamente infami, se non avessero una motivazione e se fossero state attuate con crudeltà. Ma così non fu. E allora: perché furono concepite le Leggi Razziali? Per una risposta esauriente dovremmo riportarci agli anni ’30; ma questo non è possibile in questa sede. Allora vediamo di sintetizzare. Bernard Shaw nel 1937 aveva profetizzato: “Le cose da Mussolini già fatte lo condurranno prima o poi ad un serio conflitto con il capitalismo“. Era il momento del massimo sforzo di Hitler per riarmare la Germania, ma era anche il momento delle sanzioni economiche inflitte all’Italia fascista, ma era anche il momento nel quale stranamente i Paesi plutocratici e più imperialisti si erano alleati e allineati con l’Unione Sovietica per intervenire insieme nella guerra civile spagnola contro la Spagna franchista e l’Italia di Mussolini che insieme tentarono e riuscirono a bloccare il braccio di Stalin che mirava a penetrare nella penisola iberica prima, e in Europa tutta dopo.

Mussolini cercò in ogni modo – e questa è storia e posso dimostrarlo con documentazione – di evitare all’Europa e al mondo un nuovo e più catastrofico conflitto, ma l’interesse dei centri del potere del mondo si sentirono seriamente minacciati da quelle idee, che una volta ancora partivano dall’Italia e che si stavano espandendo in tutto il mondo.

Le offerte di Berlino per un’alleanza militare erano continuamente rigettate da Mussolini, il quale, pur riconoscendo valide le ragioni del Governo tedesco, diffidava del personaggio Hitler, e anche questa è storia e facilmente dimostrabile. E, come aveva ben visto Bernard Shaw, le grandi democrazie, seguendo un piano politico ben determinato, spingevano l’Italia verso quell’alleanza, grazie all’isolamento e ad una serie di gravi provocazioni nella quale il nostro Paese si venne a trovare. A marzo del 1938 Hitler, con l’entusiastico consenso degli austriaci, concretizzò l’Anschluss senza che il mondo muovesse un dito per impedirlo, ma con questa operazione la Germania si affacciava al Brennero. Tutto ciò ha fatto scrivere a Winston Churchill (La Seconda Guerra Mondiale, 1° Volume, pag. 209): “Adesso che la politica inglese ha forzato Mussolini a schierarsi nell’altro campo, Germania non è più sola”. E quasi con le stesse parole è il giudizio dello storico inglese George Trevelyan (Storia d’Inghilterra, pag. 834): “L’Italia fu gettata in braccio della Germania”. Nel corso di un’intervista televisiva, Renzo De Felice attestò. “Una volta che Mussolini fu costretto ad allearsi con la Germania, era impensabile che anche l’Italia non avesse le sue leggi razziali”. E qui potrei terminare il dialogo con il mio cortese interlocutore.
Come furono applicate le (certamente) odiose leggi razziali? Per avere un’idea di ciò, sarebbe sufficiente ricordare che decine di migliaia di ebrei che fuggivano dalla Germania e dai Paesi caduti sotto l’occupazione tedesca, si rifugiavano in Italia; eppure qui vigevano le leggi razziali, e perché non nei Paesi democratici? Perché la Svizzera li respingeva, l’Inghilterra minacciava di silurare le navi cariche di esuli, Roosevelt fece intervenire la sua Navy per respingere i fuggiaschi. Il mio interlocutore desidera, giustamente, dati e nomi; certo! Allora cito quanto ha scritto Daniele Vicini su L’Indipendente del 20 luglio 1993: “Ebrei e comunisti sciamavano verso il Brennero, frontiera che possono varcare senza visto a differenza di altre (americana, sovietica ecc.) apparentemente più congeniali alle loro esigenze”. Dello stesso parere è Klaus Voigt che nel suo volume Rifugio precario osserva quanto fosse strana la dittatura fascista. Infatti scrisse: “Fino all’entrata in guerra dell’Italia non risulta neppure un caso di condanna o allontanamento di un migrante per attività politica (…). Eppure dal 1936 (?), la Germania è il principale alleato e quegli emigranti sono suoi nemici. Polizia e carabinieri ricevono disposizioni dal Duce, chiare ed essenziali, anzi ridotte ad una sola parola: “Sorvegliare, non arrestare””. Come ho scritto, per motivi più che chiari in questa sede non posso elencare i nomi dei fuggitivi, ma vengono riportati dal giornalista Daniele Vicini nell’articolo citato; tuttavia un nome in questo articolo posso ricordarlo e, per il momento, vale per tutti, quello di Edward Luttwak, ebreo, che il mio interlocutore deve conoscere perché molte volte è apparso sullo schermo televisivo italiano in quanto profondo conoscitore della nostra lingua appresa quando la sua famiglia fuggì dalla Romania per rifugiarsi nell’Italia fascista. “Strana dittatura quella fascista, Strana democrazia quella americana”, conclude Daniele Vicini.

Avrei tanto da aggiungere, ma tanto. E tanti sono gli storici israeliani (onesti e riconoscenti) che attestano l’esistenza di uno “Scudo Protettore” (termine usato dallo storico ebreo Léon Poliakov nel volume Il Nazismo e lo sterminio degli Ebrei) fatto innalzare da Benito Mussolini per sottrarre gli ebrei dai campi di concentramento tedeschi.

Desidero, prima di concludere, soffermarmi sulla frase: “che nella sola Roma, il 16 ottobre del 1943 furono catturati dai nazisti, con la complicità dei fascisti, 1022 ecc.”. Certo quel 16 ottobre 1943 i tedeschi penetrarono nel ghetto di Roma, ma Mussolini, grazie alla mascalzonata di Badoglio del mese precedente non aveva più il governo del Paese, così e solo per questo i tedeschi poterono fare quel che inutilmente avevano tentato negli anni precedenti quando al Governo c’era Mussolini: la cattura degli ebrei italiani. Con la “complicità dei fascisti”, scrive il mio interlocutore. Certo, c’erano i fascisti, ma per la verità ce ne era uno solo, in Camicia Nera, Ferdinando Natoni che riuscì a bloccare i tedeschi pretendendo la liberazione di tanti ebrei già catturati. Ma il mio interlocutore esige, e ripeto giustamente, fatti e testimonianze. E allora, di nuovo l’invito a leggere quanto mi attestarono le gemelle Mirella e Marina Limentani, ebree, salvate anche loro dal signor “Natoni che si fece avanti verso i tedeschi con decisione, presentò me e mia sorella come sue figlie e, mostrando la sua divisa, li invitò con fermezza ad andarsene, cosa che fecero scusandosi per il disturbo”. Visto che ho citato Ferdinando Natoni, e dato che intervistai anche Sua figlia, la Signora Anna, la quale mi ha pregato di ricordare che “il padre morì a 96 anni e non rinnegò mai la sua fede”.
Come il mio interlocutore può vedere, ho citato autori e testimonianze non fasciste; però mi si conceda una deroga; Giorgio Pisanò ha scritto (Noi fascisti e gli Ebrei, pag. 19): “Si giunse così al 1939, vale a dire allo scoppio della guerra e fu allora che, all’insaputa di tutti, Mussolini diede inizio a quella grandiosa manovra, tuttora sconosciuta o faziosamente negata anche da molti di coloro che invece ne sono perfettamente a conoscenza, tendente a salvare la vita di quegli ebrei che lo sviluppo degli avvenimenti bellici aveva portato sotto il controllo delle forze armate tedesche”.

Quindi ricapitolando e per terminare: ho presentato lo scritto di Antonio Pantano che accusa le Potenze vincitrici del Secondo Conflitto mondiale di aver sottratto documenti per creare “una storia artefatta”; abbiamo le testimonianze di Winston Churchill e Trevelyan che accusano la politica inglese di aver costretto l’Italia di Mussolini ad allearsi con Hitler; a seguito di ciò, Renzo De Felice attesta che l’Italia “non poteva non avere le sue leggi razziali”, il giornalista Daniele Vicini che scrive che centinaia di esuli ebrei (e non solo ebrei) si rifugiarono in Italia nel periodo delle Leggi Razziali; abbiamo la testimonianza di due gemelle ebree che hanno attestato che Ferdinando Natoni, fascista, salvò loro ed altri ebrei dall’arresto da parte dei tedeschi e, non davvero ultima, la dichiarazione di Giorgio Pisanò (ma essendo fascista è da prendere con le pinze). Chi scrive queste note afferma di aver raccolto centinaia di documenti che attestano quanto sopra scritto e che, in questa sede è impossibile riportare. Dall’altra parte abbiamo un interlocutore che afferma esattamente il contrario di quanto sin qui detto. Evidentemente deve essere in possesso di documenti a me, a Pantano, a Pisanò sconosciuti. In questo caso lo invito a presentarli per farmi uscire dall’equivoco. E di questo lo ringrazierò.

E se concludessi accusando il primo Governo antifascista (per intenderci, Badoglio) a seguito della sua fuga il 9 settembre 1943, di aver di fatto consegnato ai tedeschi gli ebrei sino ad allora protetti dal Male assoluto, di quanto sarei in errore?

Ferdinando Galiani

Chieti, 2 dicembre 1728 – Napoli, 30 ottobre 1787

1728 Nasce a Chieti il 2 dicembre da Matteo, gentiluomo di Foggia e regio uditore di Chieti, e da Anna Maria Ciaburri.
1735 Dopo aver seguito il padre a Lecce, Trani e Montefusco, è affidato, insieme al fratello maggiore Berardo, allo zio Celestino Galiani, Regio Cappellano Maggiore di Napoli, e di fatto responsabile dell’istruzione nel Regno. Cresce così in un milieu culturale determinante per lo sviluppo del suo ingegno precoce. La casa dello zio è, infatti, frequentata da Vico, Intieri, Rinuccini e altri intellettuali in vista. Studia diritto civile e canonico presso Marcello Cusano (ma conseguirà la laurea in tali materie solo nel 1766); è influenzato nel complesso dalla formazione filosofica dello zio, seguace di Newton e Locke.
1744 Lavora ad una traduzione dell’opera di J. Locke Some Considerations on the Consequences of the Lowering of Interest and Raising the Value of Money, rimasta incompiuta ed inedita (alcuni brani sono pubblicati in appendice a Della moneta e scritti inediti, a cura di A. Caracciolo e A. Merola, Milano, Feltrinelli, 1963).
1745 Prende i voti degli ordini minori divenendo abate di Santa Caterina a Celano.
1746 Lavora al saggio Dell’antichissima storia delle navigazioni nel Mediterraneo, che rimarrà inedito.
1747-1748 Scrive la dissertazione Sullo stato della moneta ai tempi della guerra troiana per quanto ritraesi dal poema di Omero (pubblicata in appendice a Della moneta e scritti inediti, a cura di A. Caracciolo e A. Merola, op. cit.).
1749 Compone insieme a Pasquale Carcani l’opera scherzosa Componimentii varj per la morte di Domenico Iannaccone Carnefice della Gran Corte della Vicaria, raccolti e dati alla luce da Giannantonio Sergio Avvocato Napoletano. L’opera è scritta per vendicarsi di G. A. Sergio, che gli aveva impedito di partecipare alla riunione di un’accademia al posto del fratello Berardo, ma è l’occasione per criticare alcuni atteggiamenti degli accademici.
1751 Pubblica anonimo il trattato Della Moneta. Partecipa alle riunioni dell’Accademia degli Emuli e in essa tiene alcune dissertazioni. Ottiene il titolo di Monsignore e benefici che gli rendono una discreta rendita. Viaggia per l’Italia (è a Roma, Siena, Livorno, Pisa, dove conosce G. Cerati, Firenze, Ferrara, Venezia, Milano e infine è a Torino). È accolto benevolmente alla corte pontificia di Benedetto XIV e a quella sabauda di Carlo Emanuele III. È membro dell’Accademia della Crusca e della Colombaria di Firenze.
1752-1753 Ritorna a Napoli e assiste alla morte dello zio Celestino. È ammesso in Arcadia col nome di Sterofante Pisideo.
1754 Viene pubblicata sotto il nome di Bartolomeo Intieri l’opera Della perfetta conservazione del grano, ma l’abate, che collabora certamente con Intieri alla stesura dell’opera, se ne attribuisce più volte la piena paternità.
1755 Viene nominato socio dell’Accademia Ercolanese; si dedica alla geologia, accogliendo e classificando 141 specie di pietre del Vesuvio (di cui nel 1772 pubblicherà un catalogo).
1756 È chiamato dal ministro Tanucci ad illustrare i reperti degli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano.
1757-1758 Scrive Degli uomini di statura straordinaria, e de’ giganti, di ispirazione vichiana.
1758 In occasione della morte del pontefice pubblica Delle Lodi di papa Benedetto XIV (ristampato nel 1781).
1759-1760 Tanucci lo nomina Segretario d’Ambasciata a Parigi e poi Incaricato d’Affari, in sostituzione temporanea dell’ambasciatore Cantillana, durante il soggiorno di quest’ultimo in Spagna nel 1760. Inizia in questo periodo una fitta corrispondenza con Tanucci.
1759-1765 Dimora a Parigi, frequentando gli intellettuali illuministi (soprattutto D. Diderot, P.-H. d’Holbach, C.-A. Helvétius, A. Morellet, J.-B. d’Alembert, J.-B. Suard, F.M. Grimm e M.me d’Épinay), e i più importanti salotti. Si dedica agli studi letterari. Inizia a comporre i Commentaires sur Horace. Brevissimi saggi di questo lavoro apparvero nei volumi V, VI e VIII della Gazette Littéraire d’Europe, diretta dal Suard e dall’Arnaud, e saggi molto più ampi nella traduzione francese delle opere oraziane dello Champenon e Despretz (Paris, 1821, 2 voll.).
1765-1766 Ritorna a Napoli. Alla fine del 1765 scrive una Storia dell’avvenuto sugli editti del libero commercio de’ grani in Francia promulgati nel 1763 e 1764 (pubblicato da Nicolini nel 1959 col titolo Storia sugli editti del libero commercio de’ grani in Francia promulgati nel 1763 e 1764) in cui riprende le posizioni favorevoli al liberismo già espresse nella corrispondenza con Tanucci, e maturate dal confronto tra la crisi del Regno di Napoli del 1763-64 e la contemporanea floridezza della Francia. Riceve l’incarico, insieme con A.Genovesi, di rivedere alcuni trattati commerciali e viene nominato Consigliere del Supremo Magistrato del Commercio. Quest’ultima carica è però congelata e Galiani rientra in Francia.
1767 Compie un viaggio a Londra. Visita l’Olanda.
1769-1770 Completa, in polemica con i fisiocratici, l’opera Dialogues sur le commerce des bleds, che sarà pubblicata nel 1770, anonima e con il falso luogo di stampa di Londra. In quest’opera, al contrario che nella Storia degli editti, sostiene una posizione antiliberista. Su suggerimento del direttore del commercio, Trudaine, l’abate André Morellet scrive Réfutation de l’ouvrage qui a pour titre Dialogues sur le commerce des bleds, in difesa delle idee fisiocratiche, opera che avrà larga diffusione durante il ministero di Turgot (nel 1774). Lo attacca anche P.-P. H. Le Mercier de la Rivère (1770), ma lo difendono Voltaire e Diderot. Viene richiamato a Napoli e ottiene l’incarico di Segretario del Supremo Magistrato del Commercio (in tale veste elaborerà una serie di importanti consulte su materie politiche ed economiche). Intraprende una fitta corrispondenza con la d’Épinay e con Grimm, D’Alembert, Diderot.
1772 Pubblica il Catalogo delle materie appartenenti al Vesuvio contenute nel museo con alcune brevi osservazioni.
1775 Scrive Socrate immaginario per l’opera buffa musicata da Paisiello, insieme a G. B. Lorenzi. Intende pubblicare un’ampia opera critica su Orazio; nel 1779 rinuncerà definitivamente al progetto.
1777 È presidente della Giunta dei reali allodiali, che cura il patrimonio personale del Re; è avvocato fiscale nello stesso organismo.
1779 In occasione della eruzione del Vesuvio, pubblica Dello spaventoso spavento che ci spaventò tutti coll’eruzione del Vesuvio. Nello stesso anno pubblica Del dialetto napoletano.
1780 Pubblica la seconda edizione di Della moneta.
1782 In qualità di Segretario del Magistrato di Commercio, pubblica, anonimo, De’ doveri de’ Prìncipi neutrali, in cui difende la scelta di adesione del Regno di Napoli alla “Lega dei Neutri”, in occasione del conflitto anglo-francese conseguente alla insurrezione delle colonie americane. È nominato assessore del Supremo Consiglio delle Finanze.
1784 È inserito nella Soprintendenza del Fondo della Separazione, che si occupa del demanio militare.
1785 Si ammala gravemente.
1786 Compie un viaggio in Puglia.
1787 Nonostante i gravi problemi di salute, collabora alla stipula del trattato commerciale con la Russia. Tra aprile e giugno fa un ultimo viaggio a Modena, Padova e Venezia. Muore a Napoli il 30 ottobre 1787.

Opere
Orazione alla maestà di Carlo di Borbone, Re di Napoli e di Sicilia…nel nascimento del suo primogenito… (di Giannantonio Sergio), Napoli 1747.
Per la ricuperata salute del…Principe delle Due Sicilie Filippo di Borbone. Canzone di Giannantonio Sergio, Napoli 1748.
Per l’immacolato Concepimento di Maria. Componimento di Giannantonio Sergio, Napoli 1749.
Con Pasquale Carcani, Componimentii varj per la morte di Domenico Iannaccone, Carnefice della Gran Corte della Vicaria, Raccolti e dati in luce da Giannantonio Sergio, Avvocato napoletano, [Napoli], s. t., 1749.
Della moneta. Libri cinque, Napoli, Giuseppe Raimondi (sebbene datata 1750, quest’opera fu pubblicata, anonima, nel 1751).
Della perfetta conservazione del grano. Discorso di Bartolomeo Intieri, Napoli, Giuseppe Raimondi, 1754.
Le pitture antiche di Ercolano e contorni, incise con qualche spiegazione, vol. I, Napoli, R. Stamperia, 1757.
Delle lodi di papa Benedetto XIV, Orazione dedicata a Sua Eccellenza reverendissima mons. Lazaro Opizio Pallavicino, arcivescovo di Lepanto e nunzio apostolico, Napoli, per Giuseppe Raimondi, 1758.
Carta geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli, Disegnata da Gio. Ant. Rizzi-Zannoni padovano, accademico di Gottinga e di Altorf, e fatta incidere per ordine del re delle Due Sicilie in Parigi, nel 1769, Paris, Germain e Perrier, incis., G. André, 1769.
Dialogues sur le commerce des bleds, A Londres [ma Paris, Merlin] (pubblicato anonimo), s.t., 1770.
Catalogo delle materie appartenenti al Vesuvio, contenute nel Museo, con alcune brevi osservazioni. Opera del celebre autore de’ Dialoghi sul commercio de’ grani, Londra, [ma Napoli?], pubblicato anonimo, s. t., 1772, ristampato in Dei vulcani e monti ignivomi più noti, e distintamente del Vesuvio, Osservazioni fisiche e notizie istoriche di uomini insigni di vari tempi, raccolte con diligenza e divise in due tomi, Livorno, Calderon e Faine, 1779.
Socrate immaginario, Commedia per musica, rappresentata nel Teatro Nuovo sopra Toledo, nell’autunno dell’anno 1775, con musica del signor d. Giovanni Paisiello, Napoli 1775.
Dialogues sur les femmes, Napoli, s. t., 1778.
Del Dialetto napoletano, Deus nobis haec otia fecit, Napoli, per Vincenzo Vocola, impressore di S. M. (D.G.), 1779.
Spaventosissima descrizione dello spaventoso spavento, che ci spaventò tutti, coll’eruzione del Vesuvio, la sera dell’otto agosto del corrente anno, ma (per grazia di Dio) durò poco, di d. Onofrio Galeota, poeta e filosofo all’impronto – Fratiè, non m’ammalì – Il Teatro de’ Fiorentini nel corrente dramma, [Napoli, nel MDCCLXXIX], “Stampato a spese dell’autore, e si vende grana sei a chi lo va a comprare”.
Della moneta. Libri cinque. Edizione seconda, Napoli, Stamperia Simoniana, 1780.
Delle lodi di papa Benedetto XIV, Orazione dedicata a Sua Eccellenza reverendissima mons. Lazaro Opizio Pallavicino, arcivescovo di Lepanto e nunzio apostolico, Napoli, Stamperia Simoniana, 1781.
De’ doveri de’ principi neutrali verso i principi guerreggianti e di questi verso i neutrali. Libri due, [Napoli], s. t. (pubblicato anonimo), 1782.
Guazzabuglio filosarmonico o sia miscellaneo versoprosaico sulle probole, antiprobole ed aneddoto forense, di d. Onofrio Galeota, poeta e filosofo all’impronto. Unus non sufficit. Il tredici e due grana, Fantasianapoli, 22 luglio 1785.

Opere inedite pubblicate dopo la morte

i) Corrispondenza

Correspondance inédite de l’abbé Ferdinand Galiani, conseiller du Roi, pendant les années 1765 à 1783, avec Madame d’Épinay, le Baron d’Holbach, le Baron de Grimm, Diderot et autres personnages célèbres de ce temps; augmentée de plusiers lettres à Monseigneur Sanseverino, archevêque de Palerme, à M. le Marquis de Caraccioli, ambassadeur de Naples près la cour de France, à Voltaire, d’Alembert, Raynal, Marmontel, Thomas, Le Batteux, Madame du Bocage; précédée d’une notice historique sur l’abbé Galiani, par l’abbé Bart. Mercier de Saint Léger, bibliothécaire de Sainte-Geneviéve. A laquelle il a été ajoutée diverses particularités inédites concernant la vie privée, les bons mots, le caractère original de l’auteur. Par M. C*** de St M***. membre de plusieurs académies, 2 voll., Paris, J. B. Dentu, imprimeur-libraire, 1818.
Correspondance inédite de M. l’abbé Ferdinand Galiani, conseiller du Roi de Naples, avec Mme d’Épinay, le Baron d’Holbach, le Baron Grimm et autres personnages célèbres du XVIIIe siècle. Édition imprimée sur le manuscrit autographe de l’auteur, revue et accompagnée de notes, par M*** [A.-A. Barbier], membre de plusiers académies. Précédée d’une notice historique sur la vie et les ouvrages de l’Auteur, par feu Ginguené, avec des notes par M. Salfi, et du Dialogue de l’abbé Galiani sur les femmes. Tome premier [- Tome second], 2 voll., Paris-Strasbourg-Londres, Treuttel et Würtz, 1818.
Un napolitain du dernier siécle. Contes, lettres et pensées de l’abbé Galiani, avec introduction et notes, par P. Ristelhuber, Paris, Libraire Centrale, 1866.
Ottantasei lettere inedite dell’ab. Ferdinando Galiani al march. Bernardo Tanucci, pubblicate nel periodico Il Paese, rivista di materie politiche, scientifiche, religiose, amministrative, finanziarie, letterarie, giuridiche, ecc. ecc., Napoli, 1869, pp. 29-67; 101-117.
Lettere di Ferdinando Galiani al Marchese Bernardo Tanucci, pubblicate per cura di Augusto Bazzoni, Firenze, Vieusseux 1880.
Lettres du XVII et XVIII siécle – Lettres de l’Abbé Galiani à Madame d’Épinay, Voltaire, Diderot, Grimm, le Baron d’Holbach, Morellet, Suart (sic), d’Alembert, Marmontel, la Vicomtesse de Belsunce, etc. Publiées d’aprés les éditions originales augmentées des variantes, de nombreuses notes et d’un Index avec notice biographique par Eugéne Asse, Tome premier [Tome second], 2 voll., Paris, G. Charpentier, 1881-1882.
Ècrivains du XVIII siècle: L’abbé Ferd. Galiani. Correspondance avec Madame d’Épinay, Madame Necker, Madame Geoffrin etc., Diderot, Grimm, d’Alembert, de Sartine, d’Holbach, etc. Nouvelle édition, entièrement rétablie d’aprés les textes originaux, augmentée de tous les passages supprimés et d’un grand nombre de lettres inédites, avec une étude sur sa vie et les oeuvres de Galiani, par Lucien Perey [pseudonimo della signorina Luce Herpin] et Gaston Maugras, 2 voll., Paris, Calmann Levy, 1881.
Lettres, publiées d’aprés les éditions originales, augmentées des variantes, de notes et d’un index, avec notice par Eugéne Asse, 2 voll., Paris, Charpentier, 1883.
L’abbé F. Galiani. Correspondance avec Madame d’Épinay-Madame Necker-Madame Geoffrin etc. Diderot-Grimm-d’Alembert-de Sartine-d’Holbach etc., entièrement rétablie d’aprés les autographes, augmentée de tous les passages supprimés et d’un grand nombre de lettres inédites, avec une étude sur la vie et les oeuvres de Galiani par Lucien Perey [Clara Herpin] et Gaston Maugras. Ouvrages couronné par l’Académie française. I-II, Paris, Calmann Lévy, 1889-1890.
Lettere inedite di Bernardo Tanucci a Ferdinando Galiani, con introduzione, note, e un copioso indice, a cura di F. Nicolini, Bari, Laterza, 1914, 2 voll.; estratto dall’Archivio storico per le province napoletane, anno XXVIII-XXXIII, 1903-1908. (Contiene tutte le lettere del Tanucci, dal 1763 al 1769, e nelle note, integralmente o per larghi estratti e riassunti, quelle del Galiani di tale periodo. Nell’introduzione sono contenuti ampi riferimenti alle lettere del Galiani dal 1759 al 1763).
Il carteggio Galiani-Bottari (1751-1759), a cura di L. Felici, in Atti e memorie dell’Arcadia, serie III, vol. V, fascicolo IV, 1972, pp. 173-217.
L’illuminismo a Genova. Lettere di P.P. Celesia e F. Galiani, a cura di S. Rotta, I-II, Firenze, La Nuova Italia, 1973-1976.
Opere di Ferdinando Galiani (a cura di F. Diaz e L. Guerci), in Letteratura italiana. Storia e testi. Illuministi italiani, vol. 46, tomo VI, Ricciardi, Milano-Napoli, 1975 (nella parte VII del volume – Epistolario – è contenuta un’ampia antologia della corrispondenza dell’abate; si tratta per lo più di lettere già edite nelle raccolte sopra citate; si rinvia a questo testo per ulteriori indicazioni bibliografiche).
Una riedizione della corrispondenza tra Galiani e Tanucci è in B. Tanucci, Epistolario, IX (1760-1761), a cura di M. G. Maiorini, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1985; X (1761-1762), XI (1762-1763), a cura di S. Lollini, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1990; XIII-XIV (1764), a cura di M. Barzio, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1994-1995 (altri volumi sono in corso di stampa).
F. Galiani-L. d’Épinay, Correspondance, a cura di D. Maggetti, 4 voll., Paris, Desjonqueres, 1992-1997.
L. d’Épinay-F. Galiani, Epistolario 1769-1782, a cura di S. Rapisarda, I-II, Palermo, Sellerio, 1996.
ii) Altre opere pubblicate postume

Orazione recitata in un’assemblea nel capo dell’anno MDCCLIX, in occasione di tirare a sorte i cicisbei e le cicisbee, [Napoli], 1788.
Vocabolario delle parole del dialetto napoletano che più si scostano dal dialetto toscano, con alcune ricerche etimologiche sulle medesime, degli Accademici Filopatridi. Opera postuma supplita ed accresciuta notabilmente. Tomo primo-Tomo secondo, Napoli, Giuseppe-Maria Porcelli (nella Collezione di tutti i poemi in lingua napoletana, voll. XVI e XVII).
Del Dialetto napoletano, Deus nobis haec otia fecit. Edizione Seconda corretta ed accresciuta, Napoli, Giuseppe-Maria Porcelli (nella Collezione di tutti i poemi in lingua napoletana, vol. XXVIII), 1789 (questa edizione fu cominciata e preparata dal Galiani prima della morte).
Croquis d’un dialogue sur les femmes, in Tablettes d’un curieux, 1789 (pubblicato per la prima volta nel Journal des gens du monde, 1784, II, pp. 65-83: si veda la voce Galiani Ferdinando nel Dizionario Biografico degli Italiani, redatta da S. De Majo). Ristampato in Opuscules philosophiques et littéraires la plupart inédites, a cura di J.S. Bourlet de Vauxelles e J.B. Suard, Paris, 1796.
Réponse aux questions concernants les Monts de Piété, autrement dits Lombards, envoyée de Génes, dans le mois de Juillet 1769, a M.de de Sartines, et qu’on croit égarée, in P. Custodi, Scrittori classici di economia politica, 1803, vol. XIII.
Opuscoli editi ed inediti dell’abate Ferdinando Galiani. Opuscolo I – Opuscolo V, Napoli, Gio. Battista Seguin, 1825 (contiene: Dello spaventoso spavento che ci spaventò tutti coll’eruzione del Vesuvio la sera degli otto d’agosto 1779, ma (per grazia di Dio) durò poco. Di d. Onofrio Galeota poeta e filosofo all’impronto. Opuscolo I; Componimenti varj per la morte di Domenico Jannaccone carnefice della G.C. della Vicaria. Raccolti e dati in luce da Giannantonio Sergio, avvocato napoletano. Opuscolo II; Le donne. Dialogo. Libera traduzione dal francese di M.[ichele] D[`]U.[rso]. Opuscolo III; Orazione recitata in un’assemblea nel capo dell’anno MDCCLIX in occasione di tirare a sorte i cicisbei e le cicisbee. Opuscolo IV; Delle lodi di papa Benedetto XIV. Orazione dedicata a sua eccellenza reverendissima monsignor Lazaro Opizio Pallavicino…Opuscolo V).
Scritti due inediti di Ferdinando Galiani, con un cenno sulla vita di Enrico Errico, pubblicati da Vincenzo Livigni, Napoli, Stabilimento tipografico di Nicola Jovene, 1878.
Difesa per lo sig. d. Andrea Bottiglieri contro il signor Gaetano Castromediano, Attitante il bar. Quaranta, [1759], pubblicato in Rivista nuova di scienze, lettere ed arti, anno II, pp. 229-237, Napoli, 1880.
Cela revient toujours au même [scritto nel 1770], pubblicato sulla rivista La critica, II, 1904, p. 81 ss; poi in Il pensiero dell’abate Galiani. Antologia di tutti i suoi scritti a cura di Fausto Nicolini, Bari, Laterza, 1909, cit. pp. 253-258.
Galeota in Parnaso, venticinque motti di Ferdinando Galiani ed una satira in terza rima, con prefazione e postille di Gaetano Amalfi, Napoli, V. Pesole, 1885. (Sugli scritti attribuiti a Galiani con lo pseudonimo di Onofrio Galeota, v. B. Croce, “D. Onofrio Galeota poeta e filosofo napoletano”, in Napoli Nobilissima, XV, 1906, pp. 74-80).
Pensieri vari di Ferdinando Galiani sul tremuoto della Calabria Ultra e di Messina, pubblicato a cura di F. Nicolini, in Archivio storico per le provincie napoletane, XXX, 1905, pp. 184-189.
Il pensiero dell’abate Galiani. Antologia di tutti i suoi scritti a cura di Fausto Nicolini, Bari, Laterza, 1909.
Piano di riforma proposto da Galiani dopo la cacciata dei Gesuiti da Napoli, pubblicato a cura di F. Nicolini, in B. Tanucci, Lettere a Ferdinando Galiani, Bari, Laterza, 1914, vol. II.
Sull’annona di Genova, pubblicato a cura di L. Dal Pane, in F. Galiani, Dell’annona di Genova, Bagnacavallo, Società tipografico-editrice, 1935.
Dialogues sur le commerce des bleds. Giusta l’editio princeps del 1770 con appendici illustrative di Fausto Nicolini, Milano-Napoli, Ricciardi, 1959 (contiene, oltre ai Dialogues e un’ampia raccolta di lettere del Galiani sull’argomento, le seguenti opere inedite: Istoria vera della controversia de’ grani di Marsiglia; Storia sugli editti del libero commercio de’ grani in Francia promulgati nel 1763 e 1764; Una relazione galianea sul commercio dei grani).
Continuazione de’ pensieri di Ferdinando Galiani sul tremuoto della Calabria, pubblicato a cura di R. Villari, in Il Sud nella storia d’Italia. Antologia della questione meridionale, Bari, Laterza, 1961.
Sullo stato della moneta ai tempi della guerra troiana per quanto ritraesi dal poema di Omero (scritta tra il 1747 e il 1748), pubblicata con lo stesso titolo da F. Nicolini, Napoli, 1962.
Della moneta e scritti inediti, a cura di A. Caracciolo e A. Merola, Milano, Feltrinelli, 1963 (contiene in appendice, a cura di A. Merola, alcuni brani della traduzione di Locke, Considerations of the con-sequences of the lowering of interest etc.; il testo della dissertazione Sullo stato della moneta ai tempi della guerra troiana per quanto ritraesi dal poema di Omero; Sull’arte di governo; Pensieri miei sulle cause della spopolazione della Maremma sanese e su’ rimedi; Parere sul marco generale dell’oro; Pareri riguardanti i dazi della seta).
Relazione di Galiani circa un progetto di trattato fra la Russia e il Regno di Sardegna e le prospettive di un trattato fra Russia e Regno di Napoli, pubblicato a cura F. Diaz, in “L’abate Galiani consigliere di commercio estero del Regno di Napoli”, in Rivista storica italiana, anno LXXX (1968), fascicolo IV; anche in F. Diaz, Per una storia illuministica, Napoli, Guida, 1973.
Notizie del commercio d’importazione ed esportazione che varie nazioni di Europa fanno in Russia (Questa relazione è stata mandata dal duca di Serracapriola nell’anno 1784 senza le annotazioni marcate per alfabeto, quali contengono le mutazioni arrivate da quel tempo), pubblicato a cura F. Diaz, in “L’abate Galiani consigliere di commercio estero del Regno di Napoli”, in Rivista storica italiana, anno LXXX (1968), fascicolo IV; anche in F. Diaz, Per una storia illuministica, Napoli, Guida, 1973.
Breve racconto di quel che è mia notizia rispetto al Trattato di navigazione e commercio colla Francia (Questo foglio fu scritto per ordine di S. M. la Regina e ad essa inviato alla fine di Agosto 1784), pubblicato a cura F. Diaz, in “L’abate Galiani consigliere di commercio estero del Regno di Napoli”, in Rivista storica italiana, anno LXXX (1968), fascicolo IV; anche in F. Diaz, Per una storia illuministica, Napoli, Guida, 1973.
Nuovi saggi inediti di economia, (a cura di Achille Agnati), Padova, Cedam, 1974 (contiene: Sul regolamento delle Poste nel Regno; Per la privativa di una fabbrica di saponi; Per la riduzione delle feste).
Opere di Ferdinando Galiani (a cura di F. Diaz e L. Guerci), in Letteratura italiana. Storia e testi. Illuministi italiani, tomo VI, Ricciardi, Milano-Napoli, 1975 (contiene: Della moneta, Delle lodi di papa Benedetto XIV, Dialogue sur le commerce des bleds, Croquis d’un dialogue sur les femmes; De’ doveri de’ principj neutrali verso i principi guerreggianti, e di questi verso i neutrali; Scritti vari e inediti: Il piano di riforma proposto da Galiani dopo la cacciata dei Gesuiti da Napoli; Sull’annona di Genova, Pensieri vari di Ferdinando Galiani sul tremuoto della Calabria Ultra e di Messina; Continuazione de’ pensieri di Ferdinando Galiani sul tremuoto della Calabria; Quarto foglio de’ pensieri di Ferdinando Galiani sul tremuoto di Calabria e sue conseguenze; Pensieri generali sul ristabilimento di Messina; Parere sul disgombro e il riedificamento della città di Messina; Discorso sull’amore; Sopra la morte di Socrate; Notes au Pacte de famille; Considerazioni sul trattato di commercio tra il Re e il Re Cristianissimo; Sui contratti alla voce; Dell’uso che potrebbe farsi delle pensioni che godeva il fu marchese Tanucci; Sulla decadenza della marineria; Piano del modo come si potrebbe condurre a buon fine la negoziazione per conseguire dalla Porta Ottomana la libera navigazione nel Mar Nero ai bastimenti mercantili delle Due Sicilie; Rapporto all’Acton sul Comune di Castellammare; Epistolario).
L’intérét général de l’État ou La liberté du commerce des bleds démontrée conforme au droit naturel; au droit public de la France; aux lois fondamentales du Royaume; à l’intérét commun du souverain et de ses sujets dans tous les temps; avec la réfutation d’un nouveau systéme de bagarre publié en forme de feu d’artifice, par M.L.A.R. economiste indigne, pubblicato nel 1979 a cura di S. L. Kaplan, Boston-London, The Hague, M. Nijhoff.

Voce biografica tratta dal “Repertorio bio-bibliografico degli scrittori di economia in Campania”, a cura di Lilia Costabile e Rosario Catalano, con la collaborazione di Luigi de Iaco e Guglielmo Forges Davanzati, Napoli, La Città del Sole, 2000, pp. 85-89.

tratto da: http://ase.signum.sns.it/galiani.html

Scarica gratis il trattato:”sulla moneta”
http://www.ilportaledelsud.org/galiani.htm

LA RELIGIONE OLOCAUSTICA


Filosofia DI GILAD ATZMON
Counterpunch

Yeshayahu Leibowitz, il filosofo che era anche un ebreo osservante, disse una volta ad Uri Avneri (figura storica del pacifismo israeliano, ndr): «La religione ebraica è morta due secoli fa. Oggi nulla unisce gli ebrei nel mondo, a parte l’olocausto».
Il filosofo Leibowitz , nato in Germania, è stato il primo a vedere che l’olocausto è diventato la religione degli ebrei. L’olocausto è ben più che una narrazione storica, contiene anzi molti elementi di una religione. Ha i suoi grandi sacerdoti (Elie Wiesel, Simon Wiesenthal, ecc.), i suoi profeti (Shimon Peres, Benjamin Netanyahu e tutti quelli che «profetizzano» l’imminente giudeocidio da parte dell’Iran). Ha i suoi comandamenti e dogmi («Mai più», «Sei milioni» e così via).
Ha i suoi rituali (Giorno della Memoria, pellegrinaggi ad Auschwitz).
Ha i suoi santuari e templi, Yad Vashem, il museo dell’olocausto e oggi l’ONU.

Come non bastasse, la religione dell’olocausto è mantenuta viva da una potente rete economica e da infrastrutture finanziare globali («l’industria dell’olocausto» di cui parla Norman Finkelstein).
Fatto altamente significativo, è tanto coerente da imporre l’identità del nuovo «anticristo» (i «negazionisti»), e tanto potente da perseguirli per legge (norme contro il negazionismo).
I dotti obietteranno che l’olocausto non è una religione perché non contempla l’esistenza di un Dio da adorare e da amare.

Io mi permetto di obiettare: l’olocausto è precisamente la religione che incorpora la visione del mondo laico e progressista d’oggi.
Ha trasformato l’amore di sé in una convinzione dogmatica, in cui il fedele osservante adora sé stesso. In questa religione, gli ebrei adorano «l’Ebreo».
E’ l’adorazione esclusiva dell’ego mio, in quanto soggetto di sofferenza infinita che avanza verso la propria auto-redenzione. […]
Marc Ellis, il teologo ebraico, coglie nel segno; «La teologia dell’olocausto», dice, «comporta tre temi che sussistono in tensione dialettica: sofferenza e liberazione, innocenza e riscatto, unicità e normalizzazione».
Tale religione pone l’Ebreo nel ruolo centrale dentro il suo proprio universo ego-centrico.
Il «sofferente» e l’«innocente» marcia verso il «riscatto» e la sua «liberazione».

E’ ovvio che Dio resti fuori dal gioco: è stato licenziato perché ha fallito la sua missione storica, non era lì a salvare gli ebrei.
Nella nuova religione, l’Ebreo diventa il nuovo dio degli ebrei, tutto si gioca sull’ebreo che riscatta sé stesso. […] Nello stesso tempo, l’olocausto funziona come interfaccia ideologica.
Fornisce al seguace un logos, un discorso.
A livello cosciente fornisce una visione del passato e del presente che sembra storica e fattuale, ma non si ferma qui: definisce anche la lotta futura.
Dà la visione del futuro ebraico.
Contemporaneamente, nell’inconscio, riempie il soggetto ebraico dell’angoscia più definitiva: la paura della distruzione dell’Io.
Un’ottima ricetta per una religione vincente. […]
E’ interessante notare che la religione dell’olocausto si estende molto al di là della comunità ebraica.
Essa è missionaria; eleva santuari in terre lontane.
Anzi vediamo che questa religione emergente sta già diventando il nuovo ordine mondiale: è l’olocausto che oggi viene usato come alibi per incenerire l’Iran con bombe atomiche.
Chiaramente l’olocausto serve al discorso politico israeliano , ma fa appello anche ai goym, specie a quelli che sono impegnati a massacrare spietatamente «nel nome della libertà».
Siamo tutti soggetti a questa religione: solo che alcuni sono i suoi credenti, gli altri semplicemente soggetti al suo potere.
I negatori dell’olocausto sono soggetti alla persecuzione da parte dei gran sacerdoti della religione. La religione dell’olocausto costituisce oggi «il Reale» per l’Occidente.
Non siamo autorizzati a toccarlo, a guardarci dentro.
Proprio come gli israeliti, che sono obbligati ad adorare il loro YHWH, ma non autorizzati a porgli domande. […]

Io sostengo che la religione dell’olocausto esisteva già molto tempo prima delle «soluzione finale» (1942), ben prima della Kristalnacht (1938), prima delle leggi razziali di Norimberga (1936) e ben prima che l’American Jewish Congress dichiarasse una guerra economica contro la Germania nazista (1933); anzi, prima che Hitler fosse nato (1889).
La religione dell’olocausto è antica quanto gli ebrei.
In un articolo recente ho parlato del «Disordine da Stress Pre-traumatico» come tipica sindrome ebraica.
In questo stato clinico, lo stress è il risultato di un evento fantasmatico-immaginario che può avvenire nel futuro, che non è mai avvenuto.
Al contrario del «Disordine da Stress Post-traumatico», che è una reazione ad un evento traumatico che ha avuto luogo nel passato [è il PSTD, che colpisce i soldati traumatizzati dalla guerra] nello «Stress Pre-Traumatico» lo stress deriva da un evento potenziale «immaginario».
Qui, la fantasia di un terrore futuro dà forma alla realtà presente.
La dialettica della paura domina l’esistenza e la mente ebraica molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.
Questa paura è sfruttata politicamente dai capi ebraici fin dai giorni dell’emancipazione; ma è molto più antica della storia ebraica moderna.
Di fatto, è l’eredità del Tanach (la Bibbia ebraica) che ha posto gli ebrei nello stato pre-traumatico. E’ la Bibbia ebraica che ha posto la vita ebraica nel binario dell’innocenza-sofferenza e della persecuzione-riscatto.
Più specificamente, la paura del giudeocidio è intessuta nello spirito, nella cultura e nella letteratura ebraiche.
In questo senso, io affermo che è la religione dell’olocausto che ha trasformato gli antichi israeliti in ebrei.

Versione originale:

Gilad Atzmon
Fonte: http://www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/atzmon03032007.html
3/4.03.07

Tratto da: http://polemicamentescorretto.splinder.com/tag/storia

ISRAELE – Uno Stato terrorista, razzista e sanguinario


Perchè gli israeliani, che avrebbero conosciuto nel passato le sofferenze della discriminazione, hanno riciclato a proprio vantaggio le scelleratezze della schiavitù e della tirannia?
Perchè, nonostante ciò, gli israeliani sarebbero i “buoni” ed i “perseguitati”?
Perche’ gli schermi di tutto il mondo continuano ininterrottamente a reiterare le immagini di Shindler’s List, di Train de Vie, per non parlare dei continui ed ininterrotti documentari e degli speciali trasmessi da Raitre sui sopravvissuti ai campi di sterminio tedeschi… ma non dedicano mai nemmeno un briciolo di attenzione alle lunghe e tragiche sofferenze del popolo Palestinese?
La condanna o la critica verso Israele o verso il sionismo non è antisemitismo. Da anni i sionisti conducono una lotta impari contro la Palestina, occupata senza alcun diritto dal loro esercito, scatenando odio e disprezzo da parte dell’opinione pubblica mondiale, oltre che dagli stessi palestinesi. Israele potrebbe avere la pace senza pagare alcun prezzo, però continua a condurre una campagna sistematica di espropriazione e occupazione, rendendo lentamente, deliberatamente, la Palestina un luogo invivibile per i palestinesi, e vivibile per gli ebrei. Il suo obiettivo non è la difesa o l’ordine pubblico, ma l’estinzione di un popolo. La ragione principale per la crescita dell’antisemitismo sia fondamentalmente da ricercare (solo ed esclusivamente) nella politica criminale che Israele sta conducendo ai danni dei palestinesi. Ma se qualcuno osasse criticare, mettendo in evidenza i crimini perpetrati dai sionisti, basta agitare il “manganello dell’Olocausto” (nel 1991 lo storico tedesco-israeliano Michael Wolffsohn, un professore di storia, aveva coniato il termine “manganello dell’Olocausto”) per zittire coloro che muovono critiche verso Israele.
Fabio GALANTE

Lo sapevate che…

Lo sapevate che gli israeliani non-ebrei non possono
comprare o affittare terra nell’entità sionista?

-Lo sapevate che, nonostante la sua recentissima fondazione, (1948) è il Paese che ha collezionato il maggior numero di risoluzioni di condanna dell’ONU?

-Lo sapevate che nega sistematicamente il diritto di voto alla maggioranza palestinese, che altrimenti eleggerebbe il proprio Governo?

-Lo sapevate che ammette legalmente la tortura come metodo poliziesco e di coercizione, passando inosservato agli occhi di Amnesty International?

-Lo sapevate che è stato condannato da una risoluzione dell’ONU del 1974 che definiva il sionismo come ideologia razzista?

– Lo sapevate che le targhe palestinesi sono di colore
diverso per distinguere gli ebrei dai non-ebrei?

– Lo sapevate che Israele assegna l’85% dell’ acqua agli
ebrei ed il 15% restante è diviso fra tutti i
Palestinesi nei territori? Per esempio ad Hebron,
l’85% dell’acqua è convogliato a circa 400 coloni,
mentre il 15% deve essere diviso 120.000 Palestinesi?

-Lo sapevate che occupa impropriamente ampi territori fregandosene dei continui avvertimenti da parte della Comunità Internazionale?

– Lo sapevate che gli Stati Uniti danno ai sionisti 5
miliardi di dollari di aiuti ogni anno?

– Lo sapevate che gli aiuti che annualmente gli Stati
Uniti concedono ad Israele sono maggiori di quelli che
gli Stati Uniti assegnano all’intero continente africano?

– Lo sapevate che Israele è l’unico paese del Medio
Oriente che ha armi nucleari?

– Lo sapevate che Israele è l’ unico paese del Medio
Oriente che rifiuta di firmare il trattato di non
proliferazione nucleare?

– Lo sapevate che Israele attualmente occupa i territori
di una nazione sovrana (la Siria) sfidando
impunemente le risoluzioni del Consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite?

– Lo sapevate che Israele ha ordinato l’assassinio dei
suoi nemici politici in altri paesi (le famose ‘operazioni chirurgiche’…)?

– Lo sapevate che gli ufficiali dell’Alto Comando delle
forze israeliane hanno ammesso pubblicamente di giustiziare i prigionieri di guerra disarmati?

– Lo sapevate che Israele rifiuta di perseguire i
soldati che hanno riconosciuto ed ammesso l’esecuzione dei prigionieri di guerra?

– Lo sapevate che Israele confisca ordinariamente i
depositi bancari, i commerci e la terra e rifiuta di
pagare le compensazione a coloro che le subiscono?

– Lo sapevate che Israele si oppone o ignora 69
risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite?
– Lo sapevate che l’ odierno Israele si estende su di un
territorio sul quale esistevano oltre 400 villaggi palestinesi ora scomparsi?

– Lo sapevate che i quattro primi ministri dell’ Israele
(Begin, Shamir, Rabin e Sharon) hanno partecipato ad
azioni terroristiche o altri attacchi contro civili, a
massacri di donne e bambini, ad espulsioni forzate dei civili dai loro villaggi?

– Lo sapevate che il ministero degli esteri israeliano
paga due ditte americane di pubbliche relazioni per
promuovere Israele agli Americani?

– Lo sapevate che il governo di coalizione di Sharon
include un partito xenofobo – Molodet -che sostiene
l’espulsione di tutti i Palestinesi dai territori occupati?

– Lo sapevate che gli insediamenti illegali sono
aumentati durante gli otto anni trascorsi dagli accordi di Oslo?

– Lo sapevate che la costruzione di nuove colonie è più
che raddoppiata durante il governo del ‘moderato’
Barak rispetto al tempo dell”estremista’ Netanyahu?

– Lo sapevate che Israele ha dedicato un
francobollo ad un uomo che ha attaccato un bus civile
uccidendo diverse persone ed ha dedicato un monumento ad un fanatico colono – Baruch Goldestein – che nel 1996 uccise senza motivo più di 30 musulmani in preghiera?

– Lo sapevate che Israele è l’unico paese al mondo in
cui la tortura verso i prigionieri e detenuti è legale?

– Lo sapevate che i rifugiati palestinesi compongono
maggior parte della popolazione di rifugiati del mondo?

66 DOMANDE E RISPOSTE SULL’OLOCAUSTO


pubblicate dall’Istituto di Ricerche Storiche
1822 ½ Newport Blvd. – suite 191 – COSTA MESA – California 92627 – USA

1) Quali prove abbiamo che i nazisti hanno praticato il genocidio o che hanno deliberatamente sterminato 6 milioni di ebrei?
Nessuna. Le uniche prove sono le testimonianze di singoli “sopravvissuti”. Queste testimonianze sono estremamente contraddittorie e nessun “sopravvissuto” afferma di essere stato testimone di una gasazione. Non ci sono prove concrete di nessun tipo: nessun mucchio di ceneri, né forni crematori in grado di eseguire il lavoro richiesto, né mucchi di vestiti, né sapone fatto con grasso umano, né paralumi in pelle umana, né dati precisi, né statistiche demografiche.

2) Abbiamo prove che dimostrino che 6 milioni di ebrei NON sono stati sterminati dai nazisti?
Disponiamo di numerose prove – di natura giudiziaria, analitica e comparativa – che dimostrano quanto tale cifra sia assurda. Si tratta di una esagerazione di forse il 1000%.

3) Il famoso “cacciatore di nazisti” Simon Wiesenthal ha scritto che “sul suolo tedesco non ci sono stati campi di sterminio”?
Sì, nel mensile intitolato “Books & Bookmen” (Libri e amatori di libri) dell’aprile 1975. Ivi dichiara che le gasazioni degli ebrei hanno avuto luogo in Polonia.

4) Dato che Dachau si trova in Germania e che Simon Wiesenthal ha detto che non era un campo di sterminio, perché migliaia di ex soldati dell’esercito americano hanno dichiarato che lo era?
Perché a migliaia di soldati americani, condotti a Dachau dopo che gli “alleati” ebbero liberato il campo, furono mostrate delle costruzioni che, fu detto loro, erano camere a gas; inoltre i mass-media hanno diffuso la falsa notizia che Dachau era un campo in cui la gente veniva “gasata”.

5) Auschwitz è in Polonia e non in Germania.Ci sono prove dell’esistenza di camere a gas destinate allo sterminio di esseri umani ad Auschwitz?
No. E’ stata offerta una ricompensa di 50.000 dollari a chi avesse portato una prova del genere; il denaro era tenuto in custodia da una banca, ma nessuno si è presentato con prove concrete.
Occupato dai Sovietici, Auschwitz è stato considerevolmente modificato dopo la Guerra e gli obitori sono stati ricostruiti in modo da assomigliare a grandi “camere a gas”. Attualmente Auschwitz rappresenta una grande attrazione turistica per il governo polacco.

6 ) Se Auschwitz non era un “campo di sterminio”, qual era allora il suo vero scopo?
Era un vasto complesso industriale. Vi si fabbricava del caucciù sintetico (“Buna”) e gli internati erano utilizzati come manodopera. Il processo di fabbricazione della Buna era adoperato anche negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale.

7) Chi istituì i primi campi di concentramento? E dove e quando furono impiegati per la prima volta?
Probabilmente, i primi campi di concentramento apparvero nel mondo occidentale negli Stati Uniti, durante la Guerra di indipendenza nord-americana. Gli inglesi internarono migliaia di nord-americani, parecchi dei quali morirono in seguito ad epidemie o sevizie. Il futuro presidente americano Andrew Jackson e suo fratello,che vi morì, furono tra questi sventurati. Alla fine dell’Ottocento, gli Inglesi installarono dei campi di concentramento in Sudafrica, per potervi detenere donne e bambini olandesi durante la conquista di quel territorio (Guerra contro i Boeri. Decine di migliaia di persone morirono negli infernali campi sudafricani, che furono ben peggiori di qualsiasi campo di concentramento tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale.

8) In che cosa si differenziano i campi di concentramento tedeschi e i campi di deportazione nord-americani in cui furono internati,durante la Seconda Guerra Mondiale, i tedeschi e i giapponesi residenti negli Stati Uniti?
A parte la diversa denominazione, l’unica differenza significativa è che i tedeschi internavano le persone che costituivano una minaccia – reale o presunta – alla sicurezza dello sforzo bellico della Germania, mentre gli americani internavano le persone basandosi unicamente sulla loro origine razziale.

9) Perché i tedeschi hanno internato gli ebrei nei campi di concentramento?
Perché ritenevano che gli ebrei rappresentassero una diretta minaccia alla sovranità e alla sopravvivenza della Germania e perché ebrei erano la maggior parte degli affiliati alle organizzazioni sovversive comuniste. Comunque, tutti quelli che erano considerati un rischio per la sicurezza dello Stato nazionalsocialista – quindi non solamente ebrei – rischiavano l’internamento.

10) Quale drastica misura aveva preso l’ebraismo internazionale nei confronti della Germania fin dal 1933?
Un boicottaggio internazionale di tutti i prodotti tedeschi.

11) E’ vero che gli ambienti ebraici internazionali “dichiararono guerra alla Germania”?
Si. I giornali di quel periodo ostentavano titoli come ” L’Ebraismo mondiale dichiara guerra alla Germania”.

12) Questo accadde prima o dopo che incominciassero a circolare voci sui “campi della morte”?
Circa sei anni PRIMA. Gli ambienti ebraici mondiali dichiararono guerra alla Germania nel 1933.

13) Qual è la nazione che cominciò ad effettuare, durante la Seconda Guerra Mondiale, bombardamenti massicci sulla popolazione civile?
La Gran Bretagna, l’11 maggio 1940.

14) Quante camere a gas, per sterminare persone, esistevano ad Auschwitz?
Nessuna.

15) Quanti ebrei c’erano, prima della guerra, nei territori che poi furono occupati dai tedeschi?
Meno di 4 milioni.

16) Se gli ebrei europei non sono stati sterminati dai nazisti, che ne è stato di loro?
Dopo la guerra,gli ebrei europei si trovavano ancora in Europa – eccetto forse 300.000 di loro che erano morti in diversi modi durante la guerra – e quelli che erano emigrati in Israele (Palestina), negli Stati Uniti, in Argentina, in Canada etc.
La maggior parte degli ebrei avevano lasciato l’Europa dopo e non durante la guerra. Ciò non impedisce che li si includa nel presunto “Olocausto”.

17) Quanti ebrei si rifugiarono nelle regioni più interne dell’Unione Sovietica?
Più di 2 milioni. I tedeschi non poterono entrare in contatto con questa popolazione ebraica.

18) Quanti ebrei erano emigrati prima della guerra, sottraendosi in questo modo ai nazisti?
Più di un milione (senza contare quelli che vennero assorbiti dall’URSS).

19) Se Auschwitz non è stato un campo di sterminio, per quale ragione il suo comandante Rudolf Hoess (da non confondersi con Rudolf Hess, delfino di Hitler) ha detto che lo era?
Con Hoess furono utilizzati metodi molto persuasivi per costringerlo a “confessare”, esattamente quello che i suoi carcerieri volevano ascoltare.

20) Esistono prove che gli americani, gli inglesi e i russi ricorressero alla tortura per estorcere delle “confessioni” ad alcuni ufficiali tedeschi?
Ci sono prove in abbondanza che la tortura è stata usata sia prima che durante il famoso “processo di Norimberga”- ma anche in seguito, durante i processi per “crimini di guerra”.

21) In che modo la storia dell’ “Olocausto” giova agli ebrei oggi?
Come gruppo sociale, li pone al riparto da ogni critica. Stabilisce un “legame comune” che torna utile ai suoi dirigenti. Si è dimostrato uno strumento estremamente efficace nelle campagne destinate a raccogliere fondi e a giustificare il sostegno accordato ad Israele: il che, in cifre, si traduce in 10 miliardi di dollari l’anno.

22) In che modo la storia dell'”Olocausto” giova allo Stato di Israele?
E’ servita a giustificare i miliardi di dollari, versati a titolo di “riparazioni” che Israele ha ricevuto dalla Germania Occidentale (la Germania Orientale si è sempre rifiutata di pagare. Viene utilizzata dal gruppo di pressione sionista per tenere sotto controllo la politica estera statunitense nei confronti di Israele, e per costringere i contribuenti americani a versare tutti i fondi desiderati da Israele. E l’ammontare di questi contributi aumenta ogni anno.

23) In che modo la storia dell’ “Olocausto” giova al clero?
Corrisponde all’idea espressa nell’Antico Testamento secondo la quale gli ebrei
sono il “popolo eletto” perseguitato. Permette, inoltre, di continuare a rendere la Terra Santa, che è sotto il controllo di Israele, accessibile al clero.

24) In che modo la storia dell’ “Olocausto” ha giovato all’Unione Sovietica?
Le ha consentito di tenere nascoste le atrocità e i crimini commessi prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale.

25) In che modo la storia dell’ “Olocausto” giova alla Gran Bretagna?
Nello stesso modo in cui ha giovato all’Unione Sovietica.

26) C’è qualche prova che Hitler fosse al corrente dello sterminio in massa degli ebrei?
No.

27) Che tipo di gas venne usato dai nazisti nei campi di concentramento?
Lo Zyklon-B,un gas cianidrico.

28) A quale scopo questo gas era – ed è tutt’ora – prodotto?
Per sterminare i pidocchi – portatori del virus del tifo. E’ inoltre usato per la disinfezione di vestiti ed abitazioni. E’ facilmente reperibile anche al giorno d’oggi.

29) Perché venne utilizzato questo prodotto anziché un gas più adatto ad uno sterminio in massa?
Ottima domanda. In effetti, se i nazisti avessero avuto veramente l’intenzione di effettuare stermini di massa, avrebbero avuto a disposizione dei gas molto più efficaci. Lo Zyklon-B è adatto soltanto alla disinfezione.

30) Quanto tempo ci vuole per aerare completamente un locale che è stato disinfettato con Zyklon-B?
Circa venti ore. Il procedimento è molto complesso e richiede personale specializzato; inoltre sono d’obbligo le maschere antigas.

31) Hoess,comandante del campo di Auschwitz, ha dichiarato che i suoi uomini entravano nelle camere a gas dieci minuti dopo che gli ebrei che le occupavano erano morti e ne estraevano i cadaveri. Come si può spiegare questo?
E’ del tutto inspiegabile, per il fatto che se gli uomini di Hoess avessero veramente agito così, avrebbero subito lo stesso destino degli ebrei.

32) Nelle sue confessioni, Hoess ha affermato che i suoi uomini erano soliti fumare sigarette mentre estraevano i cadaveri degli ebrei dalle camere a gas. Ma non è lo Zyklon-B un gas esplosivo?
Infatti lo è. Le “confessioni” di Hoess sono, evidentemente, false.

33) In che modo i nazisti avrebbero praticato lo sterminio degli ebrei?
Svariate sono le versioni fornite in merito: si va dalla storia del gas versato in un locale pieno di gente da un buco praticato nel soffitto a quello del gas spruzzato sulle persone dalle “cipolle” delle docce.
Milioni di ebrei sarebbero stati uccisi in questo modo.

34) Un simile programma di eliminazione di massa avrebbe potuto essere tenuto nascosto agli ebrei destinati allo sterminio ?
Non era possibile. Il fatto è che non ci furono stermini di massa col gas da nessuna parte. L’origine di queste dicerie è esclusivamente ebraica.

35) Se gli ebrei destinati allo sterminio erano al corrente della sorte che li aspettava, perché si sono arresi al loro destino senza combattere né protestare?
Non hanno lottato né protestato semplicemente perché sapevano che nessuno aveva intenzione di ucciderli. Gli ebrei venivano soltanto internati e costretti a lavorare. (n.d.t. la lobby sionista si è resa conto di questa contraddizione all’interno del mito dell'”Olocausto”; così da un po’ di anni a questa parte, parallelamente all’ “Olocausto”, è sorto il mito addizionale della “eroica resistenza opposta allo sterminio”).

36) Quanti ebrei morirono nei campi di concentramento?
Circa 300.000.

37) Come morirono?
Principalmente a causa delle epidemie di tifo che imperversavano periodicamente nell’Europa devastata dalla guerra. Sono morti anche per mancanza di nutrimento e di cure mediche verso la fine della guerra, quando la quasi totalità dei trasporti stradali e ferroviari era stata distrutta dai bombardamenti “alleati”.

38) Cos’è il tifo?
E’ una malattia che si manifesta regolarmente allorché molte persone sono radunate in uno spazio ristretto per lungo tempo, senza potersi lavare. La malattia viene propagata dai pidocchi che infestano i capelli e i vestiti. E’ a causa del pericolo rappresentato dal tifo che gli eserciti di tutti il mondo hanno sempre imposto ai soldati un taglio dei capelli corto.

39) Che differenza c’è se 6.000.000 o 300.000 ebrei sono morti durante la Seconda Guerra Mondiale?
5.700.000. Inoltre,contrariamente a quanto affermato dalla propaganda dell’ “Olocausto”, non ci fu alcun deliberato tentativo di sterminare gli ebrei.

40) Molti ebrei, sopravvissuti ai cosiddetti “campi di sterminio”, affermano di aver visto montagne di cadaveri gettati in fosse comuni, cosparsi di benzina, e bruciati. Quanta benzina sarebbe stata necessaria per effettuare un lavoro del genere?
Molta di più di quanto potesse disporne la Germania in quel momento, in cui le scorte si andavano rapidamente esaurendo.

41) Si possono cremare dei cadaveri nelle fosse?
No. E’ impossibile che dei cadaveri possano venire integralmente bruciati dal fuoco, perché il calore prodotto in fosse a cielo aperto non è sufficiente.

42) Gli autori di opere sull’ “Olocausto” affermano che i nazisti erano in grado di ridurre dei cadaveri in cenere in circa dieci minuti. Secondo gli specialisti del mestiere, quanto tempo è necessario per cremare un cadavere?
Circa due ore.

43) Perché i campi di concentramento avevano dei forni crematori?
Per disfarsi, in modo pratico ed igienico, dei cadaveri provocati dalle epidemie di tifo.

44) Supponendo che i forni crematori situati nei campi di concentramento abbiano funzionato 24 ore su 24 per tutto il tempo della guerra, quanti cadaveri, al massimo, sarebbe stato possibile cremare?
Circa 430.000.

45) E’ possibile far funzionare un forno crematorio 24 ore su 24 ?
No. La metà del tempo (12 ore al giorno) sarebbe già molto. I forni crematori devono essere puliti bene e con regolarità quando vengono usati continuativamente.

46) Quanta cenere lascia un corpo umano che è stato cremato?
Dopo che le ossa sono state ridotte in polvere,le ceneri possono essere contenute in una scatola da scarpe.

47) Se sei milioni di persone sono state cremate dai nazisti, che ne è stato delle ceneri?
Questo non si sa. Sei milioni di cadaveri avrebbero prodotto tonnellate di ceneri. Ma non si sono trovati depositi abbastanza grandi da poter contenere una tale quantità di ceneri.

48) Le foto di Auschwitz scattate dagli Alleati durante la guerra (quindi nel periodo durante il quale si presume che le “camere a gas” funzionassero a tempo pieno) rivelano l’esistenza di camere a gas?
No. Infatti, queste fotografie non rivelano la minima traccia dell’enorme quantità di fumo che, pare, ricopriva costantemente il campo. Non mostrano nemmeno le “fosse a cielo aperto” nelle quali si dice che i cadaveri venivano bruciati.

49) Qual era lo scopo principale delle “Leggi di Norimberga”, promulgate in Germania nel 1935?
Le “Leggi di Norimberga”, così come quelle in vigore attualmente in Israele, impedivano matrimoni misti e rapporti sessuali tra tedeschi ed ebrei.

50) Sono mai state promulgate in America delle leggi simili a quelle di Norimberga?
Molto tempo prima della promulgazione delle “Leggi di Norimberga”, in molti stati degli U.S.A. erano state adottate leggi che proibivano matrimoni e rapporti sessuali tra razze diverse.

51) Quale è stata la posizione della Croce Rossa Internazionale nei confronti dell’ “Olocausto”?
Un rapporto sull’ispezione condotta ad Auschwitz nel settembre 1944 da un delegato della Croce Rossa Internazionale, segnala che agli internati era permesso ricevere pacchi dall’esterno e che non era stato possibile avere conferma dell’esistenza delle camere a gas.

52) Quale è stato il ruolo del Vaticano nel periodo in cui si dice che siano stati sterminati i sei milioni di ebrei?
Se ci fosse stato un piano di sterminio,il Vaticano ne sarebbe venuto senz’altro a conoscenza e avrebbe preso una posizione in merito. Il Vaticano non potè sollevare proteste semplicemente perché non esisteva nessun piano di sterminio.

53) Che cosa prova che Hitler sapeva che era in corso lo sterminio degli ebrei?
Niente.

54) I nazisti hanno collaborato con i sionisti?
Si. Sia i nazisti che i sionisti avevano interesse ad allontanare gli ebrei dall’Europa, quindi mantennero relazioni amichevoli durante tutto il periodo della guerra.

55) Che cosa ha causato la morte di Anna Frank soltanto qualche settimana prima della fine della guerra?
Il tifo.

56) Il “Diario di Anna Frank” è autentico?
No: lo scrittore ebreo svedese Ditlieb Felderer e il professore francese Robert Faurisson hanno raccolto prove che dimostrano in modo inequivocabile che il celebre “Diario” non è che un falso.

57) Cosa pensare delle innumerevoli fotografie e dei filmati girati nei lager (campi) nazisti che mostrano cataste di cadaveri emaciati? Sono fotomontaggi?
Indubbiamente non è difficile truccare delle fotografie. Ma è di gran lunga più semplice aggiungere una didascalia ad una foto o un commento tendenzioso a un filmato che dicano il falso riguardo a quello che la foto o il filmato mostrano effettivamente. Per esempio:un mucchio di cadaveri emaciati significa necessariamente che si tratta di persone che sono state “gasate” o lasciate deliberatamente morire di fame? O significa, invece, che sono state vittime di una epidemia di tifo, o che sono morte per mancanza di cibo nei lager verso la fine della guerra? Fotografie di mucchi di cadaveri di donne e bambini tedeschi morti sotto i bombardamenti “alleati” sono state fatte passare per foto di ebrei “vittime dell’Olocausto” .

58) Chi coniò la parola “genocidio”?
Lo scrittore ebreo polacco Raphael Lemkin, in un libro pubblicato nel 1944.

59) I film-TV “Olocausto” e “Venti di guerra” sono film storici?
No: nessuno di questi due sceneggiati ha la pretesa di essere rigorosamente storico. Si tratta di film che si basano, più o meno, su eventi storici realmente accaduti. Disgraziatamente, troppi spettatori li hanno presi per resoconti fedeli di fatti realmente svoltisi.

60) Quanti libri che contestano alcuni aspetti della versione ufficiale dell'”Olocausto” sono stati finora pubblicati?
Circa 60. Altri sono in corso di pubblicazione.

61) Cosa è successo quando un Istituto di Ricerche Storiche ha offerto 50.000 dollari a chiunque fosse in grado di provare che gli ebrei erano stati gasati ad Auschwitz?
Nessuno è stato in grado di portare delle prove tali da meritare la ricompensa promessa. Tuttavia, l’Istituto è stato querelato per 17 milioni di dollari da un cosiddetto “sopravvissuto all’Olocausto”, il quale ha affermato che questa offerta di una ricompensa gli ha fatto perdere il sonno, ha pregiudicato i suoi affari e che comunque rappresenta una “ingiuriosa negazione di fatti stabiliti”.

62) E’ vera l’affermazione secondo la quale chi dubita dell’ “Olocausto” è un antisemita o un neonazista?
Si tratta di una vera e propria calunnia, avente lo scopo di sviare l’attenzione dai fatti reali. Tra coloro che dubitano della veridicità delle asserzioni sull'”Olocausto” ci sono democratici, cristiani e non cristiani, socialisti ed altri. Non c’è nessuna relazione tra il rifiuto dell’ “Olocausto” e l’antisemitismo o il neonazismo. Difatti, un numero sempre maggiore di storici revisionisti ebrei riconosce apertamente che non ci sono prove per stabilire con certezza che l'”Olocausto” ha avuto luogo.

63) Che cosa è capitato agli storici che hanno messo in dubbio la veridicità dell’ “Olocausto”?
Sono stati vittime di campagne diffamatorie; hanno perso il loro posto di lavoro nelle scuole o nelle università e si sono visti sospendere il diritto alla pensione. Le loro proprietà sono state oggetto di vandalismi e le loro persone di minacce e violenze fisiche.

64) L’Istituto di Ricerche Storiche (Institute for Historical Review ) è stato vittima di rappresaglie a causa dei suoi sforzi per salvaguardare il diritto alla libertà di parola e alla libertà accademica?
Per tre volte questo Istituto è stato vittima di attentati dinamitardi; per due volte è stato circondato da un cordone di manifestanti che ne impedivano l’accesso. In questa occasione vi fu una manifestazione di dimostranti del gruppo estremista “Lega per la Difesa Ebraica” (Jewish Defense League) che sventolavano la bandiera israeliana proferendo insulti e minacce di morte. Il 4 luglio 1984 gli uffici e gli archivi dell’Istituto sono stati completamente distrutti da un incendio doloso.

65) Perché viene data così poca pubblicità alle vostre opinioni?
Perché, per ragioni politiche, il sistema non permette la minima discussione approfondita sui fatti che riguardano il “mito dell’Olocausto ebraico”.

66) Dove posso procurarmi altre informazioni riguardanti “l’altra versione” della storia dell’ “Olocausto”,così come anche riguardo alle cause e allo svolgimento della Seconda Guerra Mondiale?
L’Istituto di ricerche, il cui indirizzo è quello in alto nel titolo offre una grande varietà di opere, audio e videocassette, che trattano importanti problemi storici.

REVISIONISMO OLOCAUSTICO
http://www.vho.org/aaargh/ital/ital.html

“BENITO MUSSOLINI – NELL’ITALIA DEI MIRACOLI” e poi: POVERA ITALIA


di Filippo Giannini

Una breve premessa: “Benito Mussolini – nell’Italia dei miracoli” è il titolo del mio ultimo libro che verrà distribuito quanto prima. Ma il titolo del libro rispecchia, in riduttivo, i miracoli compiuti in “quegli anni”. Dato che non è ancora in distribuzione, non credo di fare facile propaganda. E poi, anche se fosse…

Ricordo, dovevo avere sette-otto anni, frequentavo la scuola elementare Grazioli Lante della Rovere, a Roma, nel corso di una lezione la maestra, Signora Gandolfi, ci avvertì di tenerci pronti e avvertire i nostri genitori che era in programma una sorpresa: una gita scolastica. Venne il giorno, indossai la mia divisa di Figlio della Lupa e dalla scuola, con altre classi, prendemmo posto su un pullman e partimmo. Il breve viaggio si concluse quando giungemmo ai piedi di una collina spoglia di vegetazione dove era ad attenderci il Duce. Ci vennero consegnate delle piantine ed un bastone appuntito. Con un brevissimo discorso il Duce ci spiegò il motivo della nostra convocazione, poi si mise alla nostra testa ed iniziò a piantare quelli che poi, in futuro, sarebbero diventati alberi. Noi lo seguimmo e lo imitammo, consci di fare qualcosa di importante.

Oggi, a oltre settant’anni da quel giorno assistiamo ai miracoli dell’Italia democratica: l’Italia va in pezzi. Quello che allora, con mirabile previdenza fu compiuto, è stato distrutto. Il disboscamento, la cementificazione dissennata del territorio hanno fatto sì che si verifichino frane e smottamenti con morti e distruzioni. L’imponente patrimonio forestale e demaniale dello Stato realizzato, curato, protetto e incrementato grazie alla legge fascista n. 3267 del 30/12/1923 fu tradotta in realtà da Arrigo Serpieri, il quale con altri validi dirigenti forestali trasse in realtà norme sul “Riordinamento e riforme della legislazione in materia di boschi e di terreni montani”. Si consideri che la superficie boschiva ereditata dal governo Mussolini ammontante a 4,5 milioni di ettari del 1920 fu portata a circa 6 milioni nel 1940. E questo significa un incremento di centinaia di milioni di alberi i quali, affondando le radici in profondità nel terreno lo solidificano, all’incirca come agisce il ferro nel cemento.

Era tanto sentita la cura e susseguentemente l’assetto territoriale che il Governo fascista istituì (come ha scritto Armando Casillo) “l’Accademia Militare Forestale (abolita dai governi democratici nel dopoguerra) ove si svolgevano i corsi universitari da cui uscivano Ufficiali Forestali con il grado di C.m. (Tenente) ed il titolo di studio in Dottori in Scienze Forestali, che li poneva, rispetto ai pari grado delle FF.AA. e di Polizia in una posizione di particolare prestigio, analoga agli Ufficiali Medici e Veterinari”. Aggiunge Casillo: “Accademia che andrebbe ripristinata”. Certo! Se gli amministratori democratici di oggi avessero a cuore gli interessi del territorio almeno simile a quello che animava il male assoluto.

La saggia politica agraria ispirata e pilotata da Arrigo Serpieri promosse numerose leggi di carattere fondamentale, tra le quali, le più importanti: la legge N° 3256 del 30/12/23, sulla bonifica idraulica e della difesa del suolo; la legge N° 753 del 18/5/24 sulle trasformazioni agrarie di pubblico interesse.

Serpieri venne eletto deputato al Parlamento nel 1924, incarico rinnovato fino al 1935 quando fu nominato Senatore del Regno e capo della Commissione Agricoltura. Dal Senato fu epurato nel dopoguerra dal Governo Bonomi perché fascista.

Come Sottosegretario di Stato organizzò e diresse i servizi per la prima applicazione della legge n° 3134 del 24/12/28 (Legge Mussolini) per la Bonifica integrale, le cui opere vennero affidate all’ONC.

Le prime bonifiche, con impianti idrovori per il sollevamento delle acque, ebbero inizio nel basso Veneto e in Emilia. Nuova terra venne posta al servizio dell’agricoltura e, con essa, si crearono nuovi posti di lavoro.

Dal suolo bonificato sorgono irrigazioni, si costruiscono strade, acquedotti, reti elettriche, opere edilizie, borghi rurali ed ogni genere di infrastrutture. Con questa tecnica la bonifica di Serpieri va ben al di là del semplice prosciugamento e diventa strumento di progresso economico.

Dalle Paludi Pontine sorsero in tempi fascisti (così detti per indicare in poco tempo) vere e proprie città: Littoria, inaugurata il 18 dicembre 1932, Sabaudia (giudicata uno dei più raffinati esempi di urbanistica razionale europea) il 15 aprile 1934; Pontinia, il 18 dicembre 1935; Aprilia, il 29 ottobre 1938; Pomezia, il 29 ottobre 1939. Nell’Agro Pontino furono costruite ben 3040 ca¬se coloniche, 499 chilometri di strade, 205 chilometri di canali, 15.000 chilometri di scoline. Furono dissodati 41.600 ettari di terreno, furono costruiti quattordici nuovi borghi che portano il nome delle principali battaglie alle quali parteciparono i nostri fanti. La bonifica di Maccarese, nell’Agro romano, è un’altra importante realtà: un’azienda modello agricolo-zootecnico-vivaistica, sorse su oltre 5 mila ettari di terreni bonificati con centinaia di case, campi sperimentali, caseifici, cantine sociali: tutto gestito da oltre 1500 lavoratori tecnici ecc.

La bonifica integrale continuava senza soste: quella dell’Isola Sacra a Roma, con la fondazione di Acilia e di Ardea; quella dove poi sorgeranno Fertilia (Sassari), Mussolinia (oggi Arborea-Oristano); quella del Campidano (Cagliari), quella di Metaponto (Matera). E così le bonifiche si estenderanno in Campania, Puglie, Calabria, Lucania, Sicilia, Dalmazia.

Questi miracoli venivano seguiti e apprezzati anche all’estero, tanto da muovere l’ammirazione e la curiosità di tecnici europei, americani e sovietici. Le Corbusier, il maestro del movimento moderno d’architettura, venne a Roma e in una conferenza tenuta all’Accademia d’Italia, ne elogiò i pregi.

Non possono essere dimenticate le grandi opere realizzate in Somalia, Eritrea e in Libia; a solo titolo d’esempio citiamo il lavoro svolto da Carlo Lattanzi che visse per oltre quarant’anni sulla Quarta Sponda. Si deve alla sua instancabile attività la bonifica e la messa a coltura di ampie aree a grano, oliveti, vigneti, frutteti ecc. su oltre 2600 ettari di terreni aridi e sabbiosi.

Un cenno merita anche la gigantesca opera realizzata dall’in¬gegnere idraulico Mario Giandotti progettista di un poderoso canale che, attingendo acque dal Po, irriga ampie aree di terreni coltivati nelle pro¬vince di Modena, Mantova, Bologna, Ravenna, Forlì. Oltre 340 chilometri di canali danno vita a ben 325 mila ettari di terreno.

Armando Casillo (dal cui lavoro abbiamo attinto alcuni dati) riporta i risultati delle bonifiche e delle leggi rurali. Ecco un sommario elenco: 5.886.796 ettari bonificati, tra il 1923 e il 1938, un confronto è necessario fra il periodo pre-fascista, quando in 52 anni nell’intera Penisola furono bonificati appena 1.390.361 ettari. A queste vanno aggiunte quelle delle colonie, dell’Etiopia e, poi, dell’Albania. Si aggiungano 32.400 chilometri di strade; 5.400 acquedotti; 15 nuove città e centinaia di borghi; oltre un milione di ettari di terreno rimboscati; un milione di fabbricati rurali; l’incremento della produzione che passò da 100 a 2.438; il lavoro agricolo per ettaro che aumentò da 100 a 3.618; i lavorato¬ri occupati nelle opere di bonifica e nei nuovi poderi superavano le 500 mila unità.

Politica territoriale se ne faceva anche in periodo pre-fascista, ma fu solo col fascismo che si parlò per la prima volta esplicitamente di “piani” – generali, speciali, zonali, di settore ecc – in altre parole il tutto veniva abbracciato in un programma strategico di sviluppo, il piano mussoliniano della società italiana.

Per presentare un parallelo con la società di oggi, possiamo sostenere che non tutte le iniziative del Ventennio in materia di assetto del territorio nacquero dal nulla; al contrario la politica fascista del territorio riprese e rilanciò vecchi progetti dell’età giolittiana, quando, cioè tutto si stava stancamente trascinando da anni di rinvii. Il fascismo avviò, in tutta Italia, con decisione quei lavori imprimendogli quelle caratteristiche dell’inconfondibile stile del Regime: scuole, prefetture, stadi, mercati, colonie e quant’altro fosse necessario, sia per l’assetto del territorio, che per la modernizzazione del Paese. Né va dimenticato che questo miracolo fu compiuto nel pieno della gravissima crisi congiunturale esplosa nel 1929. Non può mancare una nota antifascista (sempre quella nata dalla Resistenza); ha scritto Piero Palombo, a pag. 84 ne “L’Economia Italiana tra le due guerre”: “(…). Duole (sì, è scritto proprio così: duole, nda) ricordarlo: i primi ecologisti indossano l’orbace”.

Per tornare ai “miei alberelli piantati ai piedi di quella collina”, come ho scritto all’inizio, voglio doverosamente ricordare che in quell’epoca, che oggi non si può nominare, venne istituita la Festa degli Alberi, per proteggerli e incrementarli, festa caduta in disuso proprio perché voluta da Mussolini.

In questi giorni assistiamo al continuo, costante dissesto idrogeologico, alle disastrose frane avvenute in provincia di Messina e a Ischia che non sono che un microscopico esempio di come, oggi, il territorio sia stato abbandonato. Ma un richiamo ancora più severo va prospettato per la leggerezza (termine riduttivo, assolutamente improprio) con la quale sono state permesse costruzioni eseguite sino quasi alla bocca del Vesuvio. L’incuria, la superficialità criminale, la leggerezza di tutto ciò è solo un classico esempio di come la cura del cittadino non venga assolutamente presa in considerazione. Si pensi solo cosa potrebbe accadere se quel vulcano riprendesse ad eruttare, come è già accaduto in passato, con violenza ed improvvisamente.

Gli attuali amministratori dell’Italia antifascista e democratica (nata dalla Resistenza), “impelagati come sono a salvaguardare il presente e l’avvenire del popolo italiano” (bah!) non hanno tempo né modo (certe cose sono tassativamente proibite dal Diktat imposto dai liberatori) di ispirarsi alle iniziative dei grandi italiani, nomi come quello di Arrigo Serpieri del quale desidero, per terminare, aggiungere una brevissima nota. A questo grande italiano si debbono, oltre alle leggi sopra citate, anche quelle della bonifica integrale del 1928 e, soprattutto quella del 1933, a lui si deve anche la legge del 1940 per la colonizzazione del latifondo siciliano. Abbandonata la politica attiva, fu Rettore dell’Università di Firenze dal 1937 al 1943. Epurato dai liberatori, riprese l’insegnamento solo nel 1949.

Non bastano certo le presenti brevi considerazioni a rendere dell’Uomo un’immagine completa, sia per quanto riguarda il suo contributo scientifico, sia per ciò che si riferisce alle opere da Lui promosse. Volendo approfondire la Sua personalità citiamo le parole con le quali dettò il Suo testamento nel 1946: “Ho stracciato commosso un mio primo testamento scritto l’11 giugno 1940 primo giorno di guerra, con l’animo vibrante di fede nella vittoria e nell’avvenire della Patria; lo riscrivo in uno dei più tristi periodi della mia vita, quando è crollato quel fascismo nel quale avevo creduto; quando l’Italia è tragicamente sconfitta, materialmente e moralmente rovinata; quando è pure caduta in rovina quella posizione sociale e quella modesta posizione personale che con quarant’anni di assiduo, onesto lavoro avevo conquistato e pensato di poter godere – per me, ma soprattutto per la mia Iole – nella vecchiaia. Quando la morte verrà sarà una liberazione. Iddio protegga e salvi l’Italia”.

La preghiera NON è stata ascoltata da Dio.

Termino questa testimonianza ricordando che anche nella Repubblica Sociale Italiana, quindi nel periodo più grave, ma anche più puro, la cura del territorio continuò; ne fa fede quanto ha scritto Antonio Pantano nel suo libro “Ezra Pound e la Repubblica Sociale Italiana”, nel Capitolo “Edoardo Pantano (padre di Antonio Pantano) Commissario straordinario a Valenza nel 1944”: “(…). 6) Trasformazione radicale della provincia comunale dell’alluvione del Po, con impianto di 5300 pioppi, di 3000 salici e di 6000 talee in vivaio, per una superficie complessiva di 16 ettari. Utilizzazione di qualsiasi superficie, che ha portato a realizzare, tra l’altro, negli intervalli dei nuovi pioppi, un seminativo di 12 chilometri di fagioli. Piantagioni sperimentali di girasoli”. Nel paragrafo 8): “Progetto di nuove innovazioni per la creazione di una vera e propria azienda agrario-boschiva-comunale”. E tutto questo, ripetiamo, nel pieno di una guerra distruttiva, fra bombardamenti terroristici e altrettanto terroristici attentati dei partigiani e incitamenti al sabotaggio provenienti da Radio Londra, Radio Bari, Radio Napoli.

Questi erano gli uomini del miracolo di Mussolini. Poi sono arrivati i liberatori e ne godiamo le attività.

Fascismo, Nazionalsocialismo, gli Arabi e l’Islam


di Stefano Fabei* – Giovanna Canzano – 17/11/2009

…“L’Italia fu il primo Stato europeo ad appoggiare la resistenza palestinese contro la potenza mandataria, cioè la Gran Bretagna,
e contro i sionisti e il loro progetto di insediamento in Terrasanta.
Tra il settembre del 1936 e il giugno del 1938 l’Italia versò al Gran Mufti, che guidava la rivolta contro le forze militari inglesi e contro l’immigrazione ebraica,
circa 138.000 sterline, circa 10.000.000 di euro attuali.
Tale contributo fu voluto dal Duce in ragione della posizione assunta dall’Italia
nei confronti del nazionalismo arabo…” (Stefano Fabei)

CANZANO 1- La politica filo-araba del fascismo aveva un fine prettamente idealistico o politico-ideologico o sottintendeva anche a un discorso territoriale?

FABEI- Nei primi otto anni di potere Mussolini non portò avanti un’autonoma politica araba per diverse ragioni: la politica estera italiana aveva come punto di riferimento quella inglese e dall’andamento dei rapporti con la Gran Bretagna dipendeva l’atteggiamento di Roma verso gli arabi; inoltre gli impulsi a una politica estera rivoluzionaria, verso questa parte del mondo, sostenuta dai fascisti più dinamici, erano soffocati dall’influenza esercitata sul regime da nazionalisti e cattolici conservatori.
Nella seconda metà degli anni Venti il Duce, per quanto riguarda il vicino Oriente, tentò di creare un contrappeso alla posizione storica di predominio dell’Inghilterra e della Francia e assumere in qualche modo la loro eredità mediante l’influenza culturale, economica e politica italiana in Siria, in Palestina, in Egitto e sul Mar Rosso. Per questo obiettivo si schierò al fianco degli arabi, che però scarsamente ricambiavano le simpatie di Roma, dato che era in corso la riconquista della Libia, colonia che, secondo gli italiani, doveva essere allargata a ovest con la Tunisia, ritenuta importante dal punto di vista strategico.
L’area su cui l’Italia mirava a esercitare il controllo comprendeva la penisola araba, l’Iraq, la Siria, la Palestina, l’Egitto, il Maghreb e la costa orientale africana fino al Tanganica, tutti Paesi alla ricerca dell’indipendenza. I movimenti anticolonialisti in lotta contro la Francia e l’Inghilterra non arrivavano, allora, ad azioni unitarie di vaste proporzioni: la rivoluzione del Partito Wafd in Egitto (1919-1920), il movimento Destour in Tunisia (1922-1929), o anche i fermenti antisionistici in Palestina (1922-1929), permettono di concludere che le intenzioni italiane potevano realizzarsi solo contro la resistenza araba e franco-britannica.
Fu dall’inizio degli anni Trenta che la politica araba del regime cominciò a caratterizzarsi in senso più autonomo. L’Italia tendeva adesso a presentarsi come «ponte» tra Oriente e Occidente e a diventare un punto di riferimento per le nazioni islamiche. Tra il 1930 e il 1936 Roma cercò di accentuare l’azione culturale ed economica in Medio Oriente e nell’area arabo-islamica in generale. Senza dubbio un’iniziativa tendente ad accentuare tale programma fu l’inizio a Bari della Fiera del Levante. Nel 1933 e nel 1934 furono organizzati a Roma, sotto il patrocinio dei Gruppi universitari fascisti, i GUF, due convegni degli studenti asiatici, e Radio Bari iniziò le sue trasmissioni in lingua araba nel maggio del 1934. Le linee direttive della politica araba italiana emersero il 18 marzo di quell’anno dal discorso che il Duce pronunciò all’assemblea quinquennale del regime in cui disse che di tutte le potenze occidentali la più vicina all’Africa e all’Asia era l’Italia, chiarendo di non pensare a conquiste territoriali, ma a una politica di collaborazione con le nazioni arabe. Il Mediterraneo doveva riprendere la sua funzione storica di collegamento fra l’Est e l’Ovest. In tale contesto sono da inserirsi la creazione, nel giugno 1935, dell’Agenzia d’Egitto e d’Oriente con sede al Cairo, come di altre istituzioni come l’Istituto per l’Oriente e l’Istituto orientale di Napoli, centri di attività culturale, ma anche politica.

CANZANO 2- Quali sono state le principali differenze tra la politica araba del fascismo e del nazionalsocialismo?

FABEI – Al contrario dell’Italia, il Terzo Reich aveva, nei Paesi arabi, obiettivi solo economici. Dopo la sconfitta del 1918, la Germania aveva perso le sue poche colonie e con esse gran parte dei mercati interessanti il commercio tedesco. A quest’ultimo, almeno per quanto riguarda i rapporti coi Paesi dell’Oriente, aveva poi assestato un altro duro colpo la crisi del 1929. La Repubblica di Weimar non rinunciò a recuperare le colonie strappatele a Versailles, ma la Società delle Nazioni si rifiutò di procedere alla loro restituzione come «mandati».
La propaganda contro «la menzogna della colpa coloniale» e la richiesta di terre per l’emigrazione e di mercati, fu condotta da vari gruppi e organi di stampa, ma questo problema, nella politica estera weimariana, ebbe una parte poco rilevante. Fino al Terzo Reich le discussioni rimasero sul terreno accademico. Hitler, nel Mein Kampf, aveva fatto da tempo i conti con la politica estera guglielmina e messo da parte qualsiasi possibilità di espansione extraeuropea per orientarsi verso l’Est europeo, in cui, secondo lui, stava il Lebensraum, lo spazio vitale necessario al popolo tedesco. A parte le non sempre chiare prese di posizione ideologiche contro il colonialismo esposte nella sua opera, Hitler, negli anni del potere, si disinteressò quasi sempre alle colonie. Qualche volta furono usate come strumento di pressione sull’Inghilterra e le altre potenze occidentali, ma la sfida tedesca rimase più che altro un intermezzo diplomatico e non si trasformò in un vero pericolo per il predominio coloniale europeo. L’atteggiamento tedesco non fu neppure propriamente anticolonialista.
Dal 1935 in poi il Reich iniziò a importare dai Paesi orientali, in quantità sempre maggiori, rame, nichel, tungsteno, cromo, prodotti agricoli e a esportare in essi prodotti farmaceutici, chimici, articoli elettrotecnici, generi di chincaglieria, mezzi di trasporto e impianti ferroviari, nonché attrezzature industriali e, in misura crescente, materiali bellici. Ciò contribuì ad aumentare la stima per la Germania e il disprezzo per Francia e Gran Bretagna. Fin dal 1934 poi la Germania svolse in Siria, in Palestina, in Iraq e in Libano, un’intensa opera di propaganda attraverso l’Ufficio di politica estera, diretto da Alfred Rosemberg. I nazionalsocialisti miravano a eccitare l’elemento arabo contro gli ebrei e contro la Francia e l’Inghilterra, e a preparare la rivolta del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale nell’eventualità di una guerra europea.
Nel 1937, Baldur von Schirach, il capo della Gioventù hitleriana, con altri rappresentanti del suo governo, visitò Iran, Iraq, Siria e Turchia, suscitando ovunque consensi. La recente riapertura di legazioni, consolati, scuole e istituti del Reich nel Vicino Oriente era ben vista perché la Germania aveva lasciato un buon ricordo della sua collaborazione con la Turchia durante la Prima guerra mondiale. La condotta dei suoi ufficiali e soldati nei Paesi arabi era stata ottima; non avevano mai commesso spoliazioni e usurpazioni, pagando tutto quello che occorreva loro. Insomma erano stati modelli d’onore militare, e anche dopo i loro tentativi di penetrazione si erano limitati alla cultura e al commercio. Nessuna mira espansionistica in Africa settentrionale o nel Vicino Oriente…

CANZANO 3- Nei suoi studi sulla politica mediorientale del fascismo, si è mai chiesto quale situazione si sarebbe venuta a creare qualora l’Asse avesse vinto la guerra e tanto le mire italiane quanto quelle tedesche si fossero concentrate in una ridefinizione di quella parte del mondo rispondente ai propri interessi?

FABEI – La diversità di obiettivi tra Italia e Germania nell’area mediterranea aveva portato Hitler, il 24 ottobre 1936, giorno precedente la costituzione dell’Asse, a dichiarare a Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri italiano, che il Mediterraneo era un mare italiano e che qualsiasi modifica futura nell’equilibrio di quell’area doveva andare a favore dell’Italia, così come la Germania doveva avere libertà di azione verso l’Est e verso il Baltico. Orientando i dinamismi italiano e tedesco in queste direzioni esattamente opposte, non si sarebbe mai avuto un urto di interessi tra le potenze fasciste. In altri termini, secondo Hitler, i Paesi arabi sotto controllo francese e inglese facevano parte, quasi nella loro totalità, della sfera di influenza dell’Italia. Se l’Asse avesse vinto la guerra, e i patti tra Hitler e Mussolini fossero stati osservati, l’Italia avrebbe esercitato sul Mare Nostrum la propria egemonia, dal Marocco all’Iraq. I tedeschi, da parte loro avrebbero probabilmente rivendicato quale propria sfera di influenza i Paesi a oriente dall’Iran all’Afghanistan, all’India, dove però anche il Giappone aspirava a esercitare la propria leadership. Era comunque l’Italia ad avere i maggiori interessi nell’area nordafricana e mediorientale. Con l’assunzione, il 18 marzo 1937, del titolo di Spada dell’Islam da parte del Duce si aprì, non a caso, un altro capitolo della politica araba del fascismo che diventò argomento della stampa di regime: aumentarono gli articoli e gli studi di autori arabi e musulmani, alcuni dei quali riguardanti i legami ideologici tra fascismo e islamismo e la maggior corrispondenza del fascismo, rispetto al comunismo, ai valori religiosi, morali e ideologici degli arabi. Per quanto riguarda l’aspetto culturale e storico-politico della questione si assistette a una serie di iniziative curate da studiosi e da istituzioni quali il Centro studi per il vicino Oriente e l’Istituto di studi di politica internazionale.

CANZANO 4- Si trattò quindi di una vera svolta nella politica del fascismo…

FABEI – Sì, ma non più di tanto perché la politica araba dell’Italia restava ancora, tra il 1936 e il 1939, condizionata dall’andamento delle relazioni con Londra. Temendo che l’Inghilterra, grazie alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina, rafforzasse le sue posizioni nel Mediterraneo orientale, l’Italia, grazie ai programmi trasmessi da Radio Bari, iniziò ad aizzare le popolazioni arabe contro gli inglesi. La carta araba, negli interventi di Mussolini e di Ciano, continuò a essere considerata moneta di scambio nel caso che si fosse aperto un varco per un’effettiva trattativa per un accordo generale mediterraneo tra Roma e Londra; tanto è vero che, sull’onda delle speranze suscitate dagli «accordi di Pasqua», Roma bloccò subito gli aiuti ai movimenti antibritannici mediorientali – molto consistenti ai palestinesi – e moderò il tono delle trasmissioni di Radio Bari.

CANZANO 5- I tedeschi, in quegli anni, che atteggiamento assunsero verso i nazionalisti arabi? E questi ultimi cosa si aspettavano dalla Germania?

FABEI – Berlino sviluppò allora una politica non molto diversa da quella di Roma. Il ministro degli Esteri di Hitler, il 1° giugno 1937, inviò un telegramma alle sue rappresentanze di Londra, Bagdad e Gerusalemme da cui emergeva la contrarietà del Reich alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina che se non era ritenuto capace di assorbire gli ebrei di tutto il mondo, avrebbe comunque creato per il giudaismo una base di potere sancita dal diritto internazionale.
Per gli arabi questo era già qualcosa, ma si aspettavano dal Hitler un po’ di più di una semplice, per quanto gradita, manifestazione di simpatia, peraltro priva di impegni. Il 15 luglio 1937, Hajj Amin al-Husayni, il Gran Mufti di Gerusalemme e della Palestina, in un colloquio con il console generale tedesco, cercò di ottenere una chiara risposta alla domanda circa la disponibilità della Germania a contrastare, pubblicamente, l’eventuale costituzione di uno Stato ebraico. Due giorni dopo il primo ministro iracheno, Hikmet Suleiman, fece capire all’ambasciatore tedesco a Bagdad che il suo governo contava sull’appoggio tedesco, oltre che turco e italiano, nel momento in cui alla Lega delle Nazioni l’Iraq si fosse opposto al piano di divisione della Palestina in tre zone. Se Ribbentrop era disposto ad appoggiare il rappresentante iracheno alla Lega delle Nazioni, Hitler tuttavia non si impegnò, nella questione palestinese, al fianco degli arabi, almeno in un primo momento.

CANZANO 6- Per quale ragione?

FABEI – Perché, come nella politica araba dell’Italia, così in quella della Germania si tendeva a non pregiudicare i rapporti con l’Inghilterra. Pertanto Berlino in principio si astenne dal fornire armi ai nazionalisti arabi e dal rafforzare la loro resistenza alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina. Comunque nella capitale del Reich non tutti condividevano questa posizione, cui, per forza di cose, dovevano adeguarsi perché era al Führer che spettava, in ogni caso, l’ultima parola. Si tentarono, con cautela, altre strade per sviluppare rapporti col mondo arabo. Dal 1937, per esempio, la Germania iniziò a intrattenere relazioni diplomatiche con l’Arabia Saudita che mirava a mantenere la propria «indipendenza» dall’Inghilterra, la cui influenza si estendeva a tutti gli Stati circostanti. Ibn Sa’ùd chiese a Berlino appoggio politico e forniture militari, sottolineando le affinità tra Germania e il mondo arabo, soprattutto circa la posizione difensiva di fronte alla Gran Bretagna. Sebbene l’Ufficio di politica estera del NSDAP, il partito nazionalsocialista, fosse da tempo favorevole alle forniture belliche ai sauditi, queste ultime non ebbero luogo poiché la sezione politica del ministero degli Esteri era contraria. Solo nel 1939, in seguito al rafforzamento delle posizioni britanniche in Medio Oriente, Hitler e Ribbentrop assicurarono a Ibn Sa’ùd un concreto aiuto alla formazione di un suo esercito. Il 17 giugno il Führer promise all’incaricato del re saudita un aiuto attivo e due mesi dopo un credito di 6.000.000 di marchi fu accordato ai sauditi che volevano acquistare fucili, carri armati leggeri e pezzi antiaerei. La Germania offrì tali forniture col nullaosta di Roma, che aveva rapporti buoni, ma non certamente ottimi, col regno dei Sa’ùd dopo l’accordo anglo-italiano del 16 aprile 1938, con cui le due potenze europee «garantivano» l’indipendenza dell’Arabia. Il 1° settembre 1939 scoppiò la guerra e Berlino non poté procedere alle forniture, anche perché, dietro forti pressioni inglesi, l’Arabia Saudita fu costretta, l’11 settembre, a rompere le relazioni diplomatiche con il Terzo Reich.

CANZANO 7- Tornando alla questione palestinese, potrebbe chiarirci meglio l’atteggiamento tedesco inizialmente favorevole all’emigrazione ebraica verso la Terrasanta?

FABEI – Nei primi anni di regime Hitler, volendo liberarsi degli ebrei presenti in Germania, vide nella Palestina sottoposta a mandato britannico la meta verso cui indirizzarli: se questo poi serviva a creare difficoltà agli inglesi tanto meglio, per quanto Hitler temesse allora la Gran Bretagna, ritenendola assai più forte del Terzo Reich. Già dal 1933, desiderosa di favorire l’emigrazione ebraica dalla Germania e di indirizzarla verso la Palestina, l’Agenzia ebraica era pervenuta coi tedeschi a un patto, denominato Haavara (trasferimento), che prevedeva la partenza verso la Terra Santa degli ebrei tedeschi. L’accordo sembrò ai nazionalsocialisti un’ottima occasione per «purificare il Reich» e sbarazzarsi degli ebrei; i diplomatici della Wilhelmstrasse, tradizionalmente filoarabi, pur non condividendo la scelta, dovettero adeguarsi. Contrari erano anche i quadri dell’Auslandsorganisation e cioè della sezione del NSDAP da cui dipendevano le cellule in seno alle comunità residenti all’estero, riflettendo il punto di vista dei 2.000 cittadini tedeschi presenti in Palestina, che vedevano con orrore la prospettiva che gli ebrei cacciati dal Reich potessero insediarsi in Palestina e far loro concorrenza in varie attività. Tale politica non piaceva, ovviamente, nemmeno ai palestinesi e il Gran Mufti chiese a Hitler di interrompere il flusso migratorio e mettere fine all’insediamento sionista in Palestina.
I nazisti, inizialmente convinti dell’incapacità degli ebrei a creare uno stato ebraico, nella seconda metà degli anni Trenta furono costretti a ricredersi e a constatare che l’insediamento sionista in Palestina era cresciuto sia di numero che di risorse. Dovettero prendere atto che la Commissione reale britannica guidata da Lord Peel, dopo una lunga indagine sul problema palestinese, aveva pubblicato nel luglio del 1937 un rapporto in cui raccomandava di dare parziale soddisfazione a entrambi i nazionalismi, sionista e palestinese, mediante una spartizione della Palestina mandataria e la conseguente creazione di due Stati, uno arabo e l’altro ebraico. Questo non era più soltanto il parto della fantasia sionista ma diventava una proposta concreta e l’oggetto di una raccomandazione contenuta in un rapporto del governo inglese. A siffatta mutata realtà i nazisti fecero seguire un diverso atteggiamento e se fino allora scopo preminente della politica della Germania era stato favorire il più possibile l’emigrazione degli ebrei, adesso dovettero rendersi conto che la formazione di uno Stato ebraico sotto tutela britannica non era nell’interesse della Germania, dato che non avrebbe assorbito l’ebraismo mondiale, ma creato, sotto leggi internazionali, un’ulteriore posizione di potere all’ebraismo internazionale, qualcosa come lo Stato del Vaticano per il cattolicesimo politico o Mosca per il Comintern. Pertanto l’opposizione alla creazione dello Stato sionista in Palestina comportò l’appoggio a chi tra gli arabi vi si opponeva. Vennero impartite da Berlino istruzioni alle sedi diplomatiche tedesche, esortandole ad assumere un atteggiamento favorevole verso gli arabi e le loro aspirazioni, senza tuttavia prendere impegni condizionanti. Tale cautela era ancora determinata dalla speranza di evitare una rottura definitiva con Londra e gli aiuti finanziari ai ribelli arabi, già elargiti con fondi dei servizi segreti tedeschi, continuarono a essere esigui e irregolari. Nel 1938 il patto di Monaco e la crisi cecoslovacca chiarirono inequivocabilmente che Londra e Berlino erano ormai su posizioni antitetiche, tali da comportare opposti schieramenti di campo nel caso dello scoppio di un conflitto. Da questo momento la propaganda tedesca s’intensificò esercitando una crescente influenza sull’opinione pubblica del mondo arabo, che vedeva nel Reich il nemico dei suoi nemici. Si rafforzarono i rapporti con il movimento nazionalista e con chi, come il Gran Mufti di Gerusalemme, dimostrava di essere un nemico irriducibile degli ebrei. Lo stesso Führer in più occasioni espresse ammirazione per gli arabi, la loro civiltà e la loro storia. Nel corso della conversazione a tavola con Keitel, ad esempio, la sera del 1° agosto 1942, Hitler, oltre a dichiarare la sua convinzione circa la superiorità della religione islamica rispetto alla cristiana, parlando della Spagna affermò che quella araba era stata «l’epoca d’oro della Spagna, la più civile». A questo apprezzamento del Führer corrispose l’ammirazione per il nazionalsocialismo da parte degli arabi. In un’opera autobiografica, il siriano Sami al-Jundi, uno dei primi capi del partito al-Ba’th, descrivendo lo stato d’animo che caratterizzava gli arabi negli anni Trenta afferma: «Eravamo razzisti, ammiratori del nazismo, leggevamo i suoi testi e le fonti della sua dottrina, specialmente Nietzsche…, Fichte e I fondamenti del secolo XIX di H. S. Chamberlain, tutto incentrato sulla razza. Fummo i primi a pensare di tradurre il Mein Kampf…».

CANZANO 8- Parliamo adesso dell’Egitto nei piani del fascismo: protettorato, occupazione diretta o semplice inserimento nella propria sfera di influenza? I movimenti «filofascisti» egiziani erano più ricettivi alle sirene tedesche o a quelle italiane?

FABEI – Molto tempo prima della guerra la propaganda dell’Asse aveva tentato di staccare la borghesia egiziana dalla sua alleanza con la Gran Bretagna e di attirare gli elementi nazionalisti delle classi meno abbienti alla sua ideologia. Mussolini agiva con la mediazione della famiglia reale, legata a casa Savoia, mentre Hitler era l’eroe dei giovani nazionalisti ostili all’Inghilterra. Fathi Radwan e Nureddin Tarraf, col loro gruppo di giovani dell’ex partito nazionale, e Ahmed Hussein, dirigente delle Camicie verdi del partito Misr al-Fatat (Giovane Egitto) assistettero nel 1936 a Norimberga al congresso del Partito nazista, nel quale cercavano ideali ed esempi di azione. Nel 1938 tornarono in Europa soggiornando oltre che in Germania anche in Italia, alla ricerca di appoggi e di finanziamenti.

CANZANO 9- Quale fu l’atteggiamento degli egiziani di fronte al conflitto?

FABEI – Allo scoppio della guerra l’Egitto era formalmente uno «Stato sovrano», con un proprio re, un proprio governo e un proprio esercito, ma il Paese faceva parte dell’Impero britannico: gli inglesi infatti controllavano direttamente il canale di Suez, stazionavano in Egitto con le proprie truppe e con il diritto di utilizzarne basi e risorse in caso di guerra. I seguaci e i simpatizzanti dell’Asse sfruttarono a fondo la crisi alimentare e l’irritazione sempre più viva provata dall’uomo della strada contro lo stato d’assedio e la trasformazione del Paese in base militare per il Middle-East Commando. Il governo egiziano, dietro la spinta dell’opinione pubblica, si rifiutò di entrare in guerra contro le potenze dell’Asse e tale atteggiamento continuò anche allorché le truppe italiane entrarono per la prima volta in Egitto. Si giunse addirittura all’assurdo che, mentre britannici, australiani, neozelandesi, sud africani e indiani difendevano l’Egitto dagli invasori italotedeschi, i 40.000 uomini dell’esercito egiziano si mantenevano neutrali, agli ordini di ufficiali che spesso non nascondevano le loro simpatie per l’Asse.
La tensione aumentò all’inizio del 1942, quando, guidati da Rommel, gli italo-tedeschi penetrarono in territorio egiziano avanzando fino a el-Alamein, a ottanta chilometri a ovest di Alessandria. Questo fu visto dagli egiziani come il preludio a una «liberazione» dell’Egitto. Le manifestazioni contro la mancanza di viveri degenerarono in un’esplosione di sentimenti antibritannici al grido di «Vieni avanti Rommel!». Anche in questa occasione quindi gli egiziani non presero parte a quella che, in teoria, era la difesa del proprio territorio nazionale. Era evidente che se gli eserciti fascisti avessero raggiunto Alessandria il popolo e l’esercito egiziani sarebbero insorti come avevano fatto gli iracheni l’anno prima. Ufficiali, tra cui i giovani Nasser e Sadat, tentarono di mettersi in contatto col comando di Rommel per coordinare l’attività degli egiziani filofascisti con l’offensiva italo-tedesca. Gli alleati allora decisero di correre ai ripari e il mattino del 4 febbraio 1942 i tank inglesi circondarono il palazzo di Abidin imponendo a re Faruq un ministero presieduto da Mustafà al-Nahas. Vennero istituiti tribunali speciali e migliaia di «nazisti», nazionalisti egiziani e fratelli musulmani furono incarcerati come «agenti dell’Asse» o «elementi eversivi».
Il 4 luglio i governi italiano e tedesco pubblicarono una dichiarazione per il rispetto dell’indipendenza dell’Egitto, dichiarandosi intenzionati a rispettarne e garantirne l’indipendenza e la sovranità. Le forze dell’Asse non entravano in Egitto come in un Paese nemico, ma con lo scopo di espellerne gli inglesi e di liberare il Vicino Oriente dal dominio britannico. La politica delle Potenze fasciste era ispirata al concetto che l’Egitto era degli egiziani: liberato dai vincoli che lo legavano alla Gran Bretagna il più importante Paese arabo era destinato a prendere il suo posto tra le Nazioni indipendenti e sovrane.
Per l’intera durata della guerra in Egitto si registrarono attività filofasciste e antialleate: le Camicie verdi organizzarono il boicottaggio dei negozi stranieri, una radio clandestina operò al Cairo, membri dei comitati degli Ufficiali liberi fecero filtrare agenti nazisti attraverso le file alleate; altri egiziani, studenti in Europa e fuoriusciti, svolsero attività propagandistica al servizio del ministero degli Esteri italiano e del ministero della Cultura popolare, intervenendo spesso nella stampa italiana e tedesca con articoli e analisi. Più ancora che a mezzo stampa la loro attività propagandistica si attivò via etere, da Radio Bari e da tre emittenti minori: la Nazione araba, Radio Egitto indipendente e Radio Giovane Tunisia, ispirate rispettivamente dal Gran Muftì di Gerusalemme, dal principe Mansur Daud e da el-Tayeb Nasser, presidente della società Misr (Egitto) in Europa, e dal leader desturiano Habib Thammer. La fiducia degli egiziani andava comunque maggiormente ai tedeschi perché la Germania non aveva mai colonizzato aree abitate da musulmani ed era stata l’alleata dell’Impero ottomano. L’Egitto rientrava nella zona di interesse italiano indubbiamente, anche se sul suo futuro ordinamento le opinioni tra Mussolini, il ministero degli Esteri ed altri ambienti politici militari erano diverse…

CANZANO 10- Solo nella seconda metà degli anni Trenta il regime fascista iniziò a connotarsi in senso antisemita: questa linea politica ha delle connessioni precise e individuabili con la politica filo-araba? Come mai, proprio da allora, si decise di interrompere il ventilato progetto di uno Stato ebraico nella regione dei falascià, gli ebrei neri d’Etiopia?

FABEI – Mussolini cercò di giocare a suo vantaggio sia la carta araba sia quella ebraica. Tra il 1934 e il 1936 la politica filosionista dell’Italia ebbe finalità più che altro economiche e non conobbe, sul piano politico, né l’impegno né la molteplicità di articolazioni caratterizzanti quella verso gli arabi. Mussolini s’incontrò più di una volta con Cahim Weizmann e i capi sionisti che volevano portare gli ebrei in Palestina. Oltre che con quello di Weizmann ebbe rapporti con il Partito revisionista, l’ala destra del sionismo, il cui programma, piuttosto radicale e intransigente, presentava caratteristiche in qualche modo «fascistizzanti». Ma anche in quest’ambito l’atteggiamento di Mussolini s’improntò a grande prudenza nella consapevolezza che il violento atteggiamento di ostilità verso la Gran Bretagna, proprio delle rivendicazioni di questa componente estremista del nazionalismo ebraico, fosse in qualche modo utilizzabile ai fini della politica araba del regime solo se circoscritto entro limiti ben precisi. I legami dell’Italia con il sionismo, sempre nel biennio 1934-1936, subirono un progressivo allentamento; con lo scoppio della rivolta in Palestina e il conseguente moltiplicarsi delle manifestazioni di solidarietà panaraba sul Mar Rosso e nel Golfo Persico, la carta sionista perse presto valore, ma non al punto da essere del tutto scartata dal Duce che si proponeva di riutilizzarla qualora si fossero manifestate le circostanze favorevoli. I contatti con il sionismo e Weizmann ripresero nel giugno-luglio 1936, allorché, grazie al massiccio spiegamento delle forze britanniche, venne meno la possibilità che la rivolta si estendesse oltre i confini della Palestina. Terminata la guerra in Etiopia, l’Italia assunse un atteggiamento più aggressivo che sembrava poter minacciare le posizioni britanniche nel Mediterraneo e in Medio Oriente e quelle francesi in Tunisia e in Marocco. In questo contesto si inseriva la fortificazione del porto di ‘Assab, sullo sbocco meridionale del Mar Rosso, con cui l’Italia si garantiva una posizione strategica, rafforzata dagli accordi commerciali con l’Yemen dove la costituzione di reparti ospedalieri offriva una comoda copertura per attività antibritanniche di propaganda e spionaggio. Sembrava comunque rimanere la Palestina il principale obiettivo di Mussolini, il cui emissario a Ginevra, il marchese Theodoli, aveva dichiarato a Nahum Goldmann che il problema ebraico non avrebbe mai potuto essere risolto dagli inglesi. L’esigenza del focolare ebraico avrebbe potuto essere soddisfatta solo da Roma con una larga e immediata colonizzazione ebraica in Abissinia. Questo stesso disegno venne esposto al Cairo da Ugo Dadone, direttore dell’Agenzia per l’Egitto e per l’Oriente e del «Giornale d’Oriente». Egli inserì il progetto in un contesto imperialista e antibritannico, prospettando come inevitabile un conflitto anglo-italiano in tempi più o meno ravvicinati. Essendo il dominio del Mare Nostrum l’obiettivo di Roma, il disporre in Abissinia di 500.000 soldati italiani e di altrettanti di truppe di colore, cui si dovevano aggiungere i 150.000 in Libia, poneva l’Italia nella condizione di prendere l’Egitto e di espandersi ulteriormente. Per il consolidamento di tale posizione ci sarebbero voluti alcuni anni, ma la Gran Bretagna non sarebbe riuscita ad arrestare questo processo d’espansione dell’Italia, con la quale gli ebrei avrebbero dovuto collaborare. Roma – affermava Dadone – avrebbe mirato alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina, controllando l’Iraq e la Siria. Intanto gli ebrei avrebbero dovuto stabilirsi nell’area abissina del Gojjam. Era con ciò previsto un duplice obiettivo: il consolidamento italiano in Abissinia, e l’attrazione delle simpatie sioniste per Roma. Dadone era consapevole che una colonizzazione ebraica in Abissinia non poteva soddisfare gli ebrei il cui obiettivo finale era un altro. In cambio del sostegno ebraico alla colonizzazione dell’Etiopia l’Italia era, tuttavia, disponibile a permettere la creazione di un vero e proprio Stato in Palestina. Agenti italiani riformularono la proposta della colonizzazione ebraica in Abissinia ad altri capi sionisti. L’idea del focolare abissino era nata al gabinetto del ministero degli Esteri in seguito alle richieste che ebrei di tutto il mondo avevano formulato al Duce, cui avevano espresso solidarietà e offerto la propria disponibilità a raccogliere i fondi necessari a dar concreta attuazione al progetto. A metà giugno del 1936 il progetto fu abbandonato e Ciano, per volontà di Mussolini, dichiarò, d’accordo con il ministero delle Colonie, che il governo italiano non riteneva più opportuno dargli corso; pertanto si dovevano lasciar cadere le iniziative in tal senso intraprese e affermare, in termini generici, che lo studio della colonizzazione in Etiopia era stato appena iniziato da parte degli organi tecnici competenti, e che era quindi prematuro parlare di un’eventuale immigrazione ebraica. Questa inversione di tendenza fu determinata dalla freddezza con cui Weizmann aveva accolto la proposta e dal venire meno della sua fiducia verso l’Italia. Senza un accordo politico con il sionismo la colonizzazione ebraica dell’Etiopia se, da un lato, avrebbe comportato il vantaggio di una grossa speculazione finanziaria, dall’altro avrebbe compromesso sia la politica araba sia i rapporti con la Gran Bretagna. Questo non era quanto auspicato dal Duce che con il suddetto progetto aveva sperato di recuperare la carta sionista dando come anticipo il focolare etiopico e lasciando la Palestina agli arabi. In effetti, qualora fosse riuscita a realizzare un’intesa con Weizmann, l’Italia si sarebbe garantita la sua collaborazione per pacificare e sfruttare l’Etiopia, risolvendo in tal modo la contrapposizione fra la linea filosionista e quella panaraba. L’accordo con il sionismo avrebbe anche potuto garantire all’Italia l’appoggio degli ebrei quali mediatori presso Londra in vista dell’auspicato accordo generale. In funzione di quest’ultimo, nel corso del 1936, l’Italia cercò un riavvicinamento alla Gran Bretagna e alle altre democrazie occidentali, proponendo una distensione dei rapporti. Nello stesso tempo strinse i legami con la Germania, con la quale in ottobre creò l’Asse. Questa fu la duplice strategia di Mussolini il cui primario obiettivo era accrescere il prestigio e il peso dell’Italia, senza legarla – finché ciò fosse stato possibile – né a Berlino né a Londra e conservando a Roma la funzione di potenza mediatrice tra i due blocchi. Prima di una scelta definitiva l’Italia avrebbe dovuto continuare, con il suo «peso determinante», a essere l’ago della bilancia della politica in Europa e nel bacino del Mediterraneo. Del resto queste due realtà geopolitiche non potevano essere considerate separatamente e a ribadire la loro inscindibilità all’inizio del 1936 Roma provvide dando vita, con la Germania, a una comune attività in Palestina il cui obiettivo era quello di sviluppare un’intensa opera di propaganda e alimentare attività sediziose. Mantenendo la leadership in questo ruolo, Roma nel corso dell’anno successivo, allargò il campo d’azione all’Egitto e al Medio Oriente.
L’alleanza con la Germania, l’ostilità di molti antifascisti fuoriusciti ebrei nei riguardi del regime, e i sempre più stretti legami con la leadership nazionalista araba indussero il Duce ad abbandonare la carta del sionismo, individuato come strumento e alleato irrinunciabile della «perfida Albione».

CANZANO 11- Lei ha scritto che l’Italia fascista fu il primo Stato europeo a sostenere in modo concreto la lotta di liberazione del popolo palestinese. In che modo il governo fascista aiutò la resistenza palestinese?

FABEI – L’Italia fu il primo Stato europeo ad appoggiare la resistenza palestinese contro la potenza mandataria, cioè la Gran Bretagna, e contro i sionisti e il loro progetto di insediamento in Terrasanta. Tra il settembre del 1936 e il giugno del 1938 l’Italia versò al Gran Mufti, che guidava la rivolta contro le forze militari inglesi e contro l’immigrazione ebraica, circa 138.000 sterline, circa 10.000.000 di euro attuali. Tale contributo fu voluto dal Duce in ragione della posizione assunta dall’Italia nei confronti del nazionalismo arabo, e «per dar fastidio agli Inglesi», oltre che in omaggio alle posizioni anticolonialiste del Mussolini socialista rivoluzionario e del primo fascismo. Il ministero degli Esteri decise allora di inviare ai combattenti palestinesi, oltre al denaro, un consistente carico di armi e munizioni, in principio destinato al Negus ma acquistato in Belgio tramite il Servizio informativo militare, il SIM. Questo materiale, accantonato per quasi due anni a Taranto, sarebbe dovuto arrivare, tramite intermediari sauditi, ai palestinesi impegnati nella prima grande intifāda per abbattere il regno hascemita di Transgiordania, porre fine al protettorato britannico, bloccare l’arrivo di altri ebrei e quindi il progetto sionista in Terrasanta. Il denaro giunse a destinazione, non le armi e ciò a causa della paura dei sauditi di pregiudicare i loro rapporti con l’Inghilterra.

BIOBIBLIOGRAFIA

* Nato a Passignano sul Trasimeno nel 1960, Stefano Fabei insegna all’Istituto Tecnico per le Attività Sociali «Giordano Bruno» di Perugia. Suoi saggi sono apparsi su «Studi Piacentini» e «Treccani Scuola». Collabora a «I sentieri della ricerca», «Eurasia» e «Nuova Storia Contemporanea». Ha pubblicato:
La politica maghrebina del Terzo Reich (All’insegna del Veltro, Parma, 1988)
Guerra santa nel golfo (All’insegna del Veltro, Parma, 1988)
Guerra e Proletariato (SEB, Milano,1996)
Il Reich e l’Afghanistan (All’insegna del Veltro, Parma, 2002)
Il fascio, la svastica e la mezzaluna (Mursia, Milano, 2002)
Una vita per la Palestina. Storia del Gran Mufti di Gerusalemme (Mursia, Milano,2003)
Mussolini e la resistenza palestinese (Mursia, Milano, 2005)
Le faisceau, la croix gammée et le croissant (Akribeia, Saint-Genis-Laval, 2005)
Les arabes de France sous le drapeau du Reich (Ars Magna, Nantes, 2005)
I Cetnici nella Seconda guerra mondiale, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2006)
Carmelo Borg Pisani: eroe o traditore? (Lo Scarabeo, Bologna, 2007)
La «legione straniera» di Mussolini (Mursia, Milano, 2008)
Di prossima uscita, per Mursia, «Barbarossa»: operazione preventiva o pura aggressione?

Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]

Giovanna Canzano – © – 2009

giovanna.canzano@alice.it

http://ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=28949

PERCHE’ FU SCELTO PIAZZALE LORETO


29 aprile 1945 – I corpi di Mussolini, della Petacci, di Bombacci e dei gerarchi catturati e poi fucilati a Dongo, furono trasportati durante la notte a Piazzale Loreto. Furono scaricati sul selciato, poi per offrire al pubblico un migliore spettacolo, i corpi furono issati e appesi per i piedi alla tettoia di un distributore di benzina a testa in giù.

Il luogo non era stato scelto a caso per fare questo sacrificio degno di una tribù della più profonda, nera ed arcaica Africa; ed era stata fatta alcuni mesi prima (il 10 agosto 1944) quando furono per rappresaglia da altri pazzi, trucidati 15 partigiani e, come monito, lasciati lì a terra nella piazza per giorni, come delle carogne di animali in mezzo alla civilizzata “savana” civile “metropolitana” milanese. Un monito orribile. Ma perché ? Cosa avevano fatto questi malcapitati da essere trucidati e messi in simile mostra ? Forse nulla. Come quelli delle Fosse Ardeatine a Roma. Erano solo dei malcapitati. Toccò a loro pagare la rappresaglia di un inutile e folle gesto, molto simile a quello di via Rasella e anche questi ultimi non erano tedeschi, ma italiani con addosso le uniformi tedesche, aggregati volenti o renitenti ai reparti germanici. Erano di Ora, località tra Trento e Bolzano, sono ancora oggi in quel cimitero, salvo considerare che Ora non è in Italia.

La verità sul perché, la mattina del 10 agosto 1944, quindici antifascisti detenuti a San Vittore …

(Andrea Esposito, maglierista; Domenico Fiorano, industriale; Umberto Fagagnolo, ingegnere; Giulio Casiraghi, tiratore di gomena; Salvatore Principato,insegnante; Renzo Del Riccio, operaio, Libero Temolo, operaio; Vittorio Gasparini, dottore in legge; Giovanni Galimberti, impiegato; Egidio Mastrodomenico, impiegato; Antonio Bravin, commerciante; Giovanni Colletti, meccanico; Vitale Vertemarchi, Andrea Ragni e Eraldo Pancini)

Furono condannati a morte assieme ai loro compagni Eugenio Esposito, Guido Busti, Isidoro Dilani, Mario Folini, Paolo Radaelli, Ottavio Repetti, Giovanni Re, Francesco Castelli, Rodolfo Del Vecchio, Giovanni Ferrario e Giuditta Muzzolon…

La verità è tutt’altra

Non fu (come si legge in qualche libro – che coraggio) una scellerata rappresaglia per un innocuo botto dimostrativo ai danni di un autocarro tedesco “che non causò nemmeno vittime”

No. Il sangue del 10 agosto 1944 era stato provocato da altro sangue sparso 48 ore prima precisamente alle 7,30 dell’8 agosto, al margine della stessa piazza (angolo viale Abruzzi-Loreto)
Quando una bomba “gappista” era esplosa tra la folla compiendo una strage che era costata la vita a cinque soldati tedeschi, a tredici civili italiani fra i quali una donna e a tre bambini, rispettivamente di tredici, dodici e cinque anni.

Ecco i nomi dei civili italiani che morirono sul colpo nell’attentato gappista o nei giorni successivi, tutti per “ferite” multiple da ordigno esplosivo”: Giuseppe Giudici, 59 anni; Enrico Masnata, Gianfranco Moro, 21 canni; Giuseppe Manicotti, 27 anni; Amelia Berlese, 49 anni; Ettore Brambilla, 46 anni; Primo Brioschi, 12 anni; Antonio Beltramini, 55 anni; Fino Re, 32 anni; Edoardo Zanini, 30 anni; Gianstefano Zatti, 5 anni; Gianfranco Bargigli, 13 anni; Giovanni Bargigli, 16 anni.
Rimasero inoltre feriti più o meno gravemente:Giorgio Terrana, Letizia Busia, Luigi Catoldi, Maria Ferrari, Ferruccio De Ponti, Luigi Signorini, Alvaro Clerici, Emilio Bodinella, Antonio Moro, Francesco Echinuli, Giuseppe Formora, Gaetano Sperola, e Riccardo Milanesi. Dei cinque soldati tedeschi uccisi, i cui nomi non furono annotati nei registri civili italiani, è rimasta memoria solo di un maresciallo di nome Karl, che per la sua mole era stato bonariamente soprannominato dai milanesi di Porta Venezia “El Carlùn” il Carlone).

Quel nomignolo Karl, maresciallo di fureria, se l’era guadagnato fermandosi ogni mattina, all’angolo fra viale Abruzzi e piazzale Loreto, con i suoi camions per distribuire alla popolazione qualcosa da mangiare, ma soprattutto latte per bambini, che la “Staffen-Propaganda” acquistava al mercato di Porta Vittoria, aggiungeva agli avanzi delle mense militari e regalava ai milanesi, tutti a quell’epoca, dannatamente a corto di viveri. Una operazione di “pubblic-relations”, si direbbe oggi, intrapresa dalle Forze Armate Tedesche nei confronti dei civili e che, dati i tempi di fame, aveva riscosso successo immediato.

“Il latte non si trovava, e questo anziano bonario maresciallo, spinto da impulsi personali, come e quando faceva il giro delle campagne con un piccolo camion e si riforniva di un po’ di latte, parcheggiava poi all’angolo fra piazzale Loreto e viale Abruzzi, subito attorniato da padri e madri che si dividevano quel latte, con quella fratellanza che viene dalla comune disgrazia”(Questo tra virgolette è il racconto dello storico Franco Bandini. Il Giornale, 1 settembre 1996)

Troppo, per la sensibilità antifascista della “GAP” di Milano, allora comandata da Giovanni Pesce, detto “Visone”, Tutt’oggi vivente e quindi in grado di ricostruire nei dettagli l’azione che venne decisa e attuata per spezzare il feeling alimentare promosso dalla Wermacht con alcuni milanesi affamati.
Ma c’è da dire che nessuno rivendicò questo attentato.

UNA INTERROTTA CACCIA ALL’UOMO

Il risultato fu che la mattina dell’8 agosto 1944, i terroristi si mescolarono alla piccola folla affamata che si accalcava come di consueto davanti al camioncino del “Carlùn” e posero sul sedile di guida una bomba ad alto potenziale che, poco dopo, avrebbe seminato la strage indiscriminata: 18 morti e 13 feriti, quasi tutti poveracci milanesi.(né poteva fare altro danno, visto il luogo, l’bbiettivo e la dinamica)

Diciotto morti e 13 feriti innocenti, tutti assolutamente dimenticati, abrogati, cancellati dalla memoria storica, politica, e giudiziaria italiana.
Giovanni Pesce detto “Visone”, “medaglia d’oro al valor partigiano” il quale nei libri da lui scritti sulla sua militanza gappista non ha mai raccontato questa azione che pure non è di poco conto (18 morti e 13 feriti in un colpo solo e senza subire perdite rappresentano un risultato ragguardevole); li ha ignorati, a quel che sembra, il procuratore militare Paolo Rivello riaprendo il caso Saevecke; li ignorano L’Unità, L’Ulivo e Rifondazione comunista nelle loro rievocazioni e mozioni; li ignora persino l’amministrazione comunale di Milano (di centro-destra) che avalla senza fiatare la mutilazione della verità storica, con gli abituali silenzi, sul suo periodico d’informazione e nei suoi atti politici.

E se, ancora dopo 53 anni, tutti ignorano (o vogliono ignorare) perfino nella sua tragica essenzialità la strage gappista indissolubilmente legata alla fucilazione del 10 agosto 1944, figuriamoci se qualcuno ricorda ciò che accadde fra il massacro e la rappresaglia.

Eppure, in quelle disperate ore, mentre la gestione dei rapporti fra militari tedeschi e popolazione passava dalle “pubblic-relations” della Staffen-Propaganda del defunto maresciallo Karl, alla Gestapo del capitano Saevecke per fare una “pubblica-rappresaglia”, si diede il via a un braccio di ferro durissimo fra le autorità fasciste, contrarie alla rappresaglia e i militari tedeschi inferociti che non volevano sentire ragione.

Si oppose il prefetto Piero Parini, che arrivò a minacciare le dimissioni; si oppose il federale Vincenzo Costa; si oppose Mussolini, intervenendodirettamente sul maresciallo Kesserling e telefonando allo stesso Hitler. La prova è, tra l’altro, negli atti del processo politico subito nel dopoguerra da Vincenzo Costa il quale, nel suo diario (“Ultimo federale”, il Mulino 1997) ricorda: “Alle 14 (del 9 agosto, ndr) mi trovavo nell’ufficio del capo della provincia quando arrivò una nuova telefonata del duce; abbassato il ricevitore, Parini mi permise di ascoltare la voce inconfondibile del capo. Tra l’altro egli disse: “il maresciallo Kesserling ha le sue validi ragioni; ogni giorno nel nord soldatim o ufficiali tedeschi vengono proditoriamente assassinati…. Ha deciso di attuare la rappresaglia. Ma sono riuscito a ridurre a dieci le vittime … Ho interessato iul Fhurer e spero ancora””

E proprio mentre le autorità fasciste e i militari tedeschi si contendevano le vite degli ostaggi appese ad un filo, i gappisti milanesi colpirono di nuovo.

Anche questo nella Storia è stato dimenticato.

Alle 13 del 9 agosto 1944 un terrorista in bicicletta, armato di pistola, fulminò con un colpo alla nuca, davanti alla porta di casa, in via Juvara 3, il capitano della Milizia Ferroviaria Luigi Leoni, della brigata nera “Aldo Resega”, che era sopraggiunto e si era gettato all’inseguimento del primo.
Erano italiani e forse ai tedeschi importava poco, ma quando ci fu subito dopo a distanza di qualche ora l’attentato anche a un autocarro di tedeschi (anche se non fece nessuna vittima) il grave fatto decise la sorte dei quindici sventurati rinchiusi a San Vittore.

Portati il giorno dopo a Piazzale Loreto furono fucilati e abbandonati sul selciato. Nessuno osò toccarli per non essere accusati di connivenza con i partigiani e nel quartiere non venne più nessun “Carlùn”.

Questa magra soddisfazione la si era dunque ottenuta. Anche se a caro prezzo; cioè coinvolgendo due volte due gruppi di innocenti.

Sangue chiama sangue. Il resto è sulle altre pagine di questa brutta storia.

Tratto da: http://cronologia.leonardo.it/storia/tabello/tabe1544.htm

L’Uomo nero e la flotta Rossa (fascismo e Urss)

di Franco Bandini
tratto da: Il Sabato, 15.12.1990, n. 50, p. 50-52.

Il fascista Mussolini che costruisce la potenza navale sovietica. Sembra un paradosso. E invece è storia. Sino a oggi quasi inedita

Il 28 agosto 1938 le grandi gru del cantiere Orgionikidze di Leningrado deposero sullo scalo la prima lamiera della “Savietzskj Sajus”, nave da battaglia capostipite di una classe di quattro che sarebbero state le maggiori e le più potenti in acque occidentali, dato il loro dislocamento di quasi 60mila tonnellate, e l’armamento di nove pezzi da 406 millimetri in tre torri trinate. Il 17 luglio dell’anno dopo, nei cantieri Marti di Nikolajev, sul Mar Nero, fu la volta della gemella “Savietzkaja Ukraina”, e tre mesi dopo, ma nei cantieri di Severodvink, nei pressi di Arcangelo e quindi in un fiordo interno del Mar di Barents, fu messa sullo scalo la “Savietzkaja Rassja”: accanto a lei avrebbe dovuto esser costruita la quarta unità, ma il progetto venne cancellato, forse per difficoltà nell’approvvigionamento delle grosse artiglierie.
Tutte e quattro le gigantesche navi da battaglia non erano altro che le repliche maggiorate, ma sostanzialmente identiche, delle nostre «Littorio». Il che non stupisce, dal momento che i relativi piani di costruzione completi erano stati ceduti nel corso del 1936 e 1937 dalla Regia Marina italiana.
Per quanto già sorprendente al massimo grado, non si trattava di un fatto isolato, ma del segmento terminale di una lunga collaborazione tra le due Marine, iniziata anche prima di quel 2 settembre 1933 in cui Mussolini e l’ambasciatore sovietico Potemkin avevano firmato, in Roma, quel Trattato di amicizia, non aggressione e mutua assistenza che doveva durare intatto, nonostante la guerra di Spagna e il Patto Antiocomintern, sino al 22 giugno 1941. Infatti, già prima di questa firma, la genovese Ansaldo aveva costruito per la Marina sovietica due grandi vedette rapide, che avevano raggiunto Vladivostok l’11 dicembre 1934. Assieme a queste due prime unità vennero ceduti un gran numero di Mas, siluri ed artiglierie leggere.

Grande accordo
Nel corso del 1934, 1935, 1936 e 1937, il fascismo ricostruì dal nulla ed in pratica una intera e temibile potenza navale sovietica, per un complesso finale di oltre 400mila tonnellate di navi da guerra. Furono ceduti i piani dei cacciatorpediniere classe “Oriani”, ed i russi ne costruirono 54, trenta dei quali prima dello scoppio del secondo conflitto. Cedemmo quelli degli incrociatori leggeri “Montecuccoli”, di quasi 8mila tonnellate, e la Marina sovietica ne trasse la classe “Kirov”, i primi quattro dei quali furono impostati tutti prima della fine del 1936. Cedemmo anche i paini degli incrociatori pesanti “Zara”, che dettero origine alla classe “Ciapaiev” di 15mila tonnellate. In più costruimmo a Livorno, presso la Odero Terni, il più veloce supercaccia del mondo, quel “Taskent” che mise in allarme vivissimo i giapponesi, i quali temevano di vederselo comparire nelle acque dell’Estremo Oriente, con la sua velocità di quasi 45 nodi. Ma l’impegno per il «Taskent» era in realtà doppio e forse quadruplo, poiché l’accordo prevedeva che altre tre unità dello stesso tipo, però più ridotte, sarebbero state costruite sotto nostra sorveglianza nei cantieri di Leningrado e di Nikolajev: e difatti presero puntualmente servizio da questi scali il “Leningrad”, il “Moskvà” ed il “Minsk”.
Per quanto sia difficile stabilire oggi cosa realmente recitasse l’accordo indiscutibilmente esistito tra il governo italiano e quello sovietico, pure una miriade di notizie accessorie permette di stabilire che esso fu amplissimo. Non soltanto fornimmo anche i piani per un’intera e moderna classe di sommergibili, ma inviammo in Russia due missioni di ingegneri navali che presiedettero alla costruzione, varo e collaudo delle unità navali capofila di ogni serie. Fornimmo le turbine e le piccole artiglierie per un imprecisato numero di scafi, nonché gli apparati di guida e puntamento di quasi tutte. La Siai Marchetti di Sesto Calende costruì nella fabbrica numero 23 di Leningrado alcune squadriglie del suo idrovolante S62 monomotore per il servizio di esplorazione della Flotta Rossa, e vi furono trattative, alle soglie della guerra, per la cessione del “Re 2000”, l’eccellente caccia della Reggiane, all’Aeronautica sovietica.

Cortina di silenzio
Questo panorama, che ho schizzato in modo molto sintetico, pone svariate e inquietanti domande, la prima delle quali è che di esso non si è mai saputo nulla, né allora né oggi, in sede storica. Nessun commentatore navale, indagando sui precedenti del secondo conflitto, ha mai minimamente alluso alle alterazioni nella bilancia marittima che l’entrata in servizio delle nuovissime e potenti unità sovietiche avrebbe comportato. E nessuno sembra abbia mai avuto la curiosità di chiedersi, e di spiegare, come mai Mussolini, il fiero anticomunista di sempre, sia stato di fatto il ricostruttore della potenza navale sovietica, con uno sforzo unitario e prolungato che non trova alcun riscontro negli annali dei rapporti tra potenze moderne. Questo silenzio è comunque totale nelle pubblicazioni tecniche ed ufficiali della Marina italiana, benché larghe frazioni dello Stato maggiore e del Comitato progetto navi siano state assorbite per anni in rapporti bilaterali dei quali però non è rimasta alcuna traccia. Egualmente dicasi per il “Diario” di Galeazzo Ciano, che per essere a quel tempo il ministro degli esteri, nonché personalmente interessato alle vicende del cantiere Oto della sua Livorno, dovette ben sapere quanto si stava facendo per la Russia, pur nel pieno della Guerra di Spagna. Invece, non una parola.
Sul piano tecnico-politico, l’opera di ricostruzione della Marina Rossa intrapresa da Mussolini pone un problema storicamente assai grave, al quale in qualche modo si dovrà dare soluzione. Un’analisi minuta delle nuove costruzioni sovietiche dimostra molto bene quali fossero gli intendimenti perseguiti dall’Ammiragliato Rosso dal 1935in poi.
Due delle supercorazzate erano evidentemente destinate, col naviglio di appoggio, alla Flotta Artica, con la possibilità di penetrare in Atlantico girando attorno a Capo Nord. Una avrebbe operato nel Baltico, anche qui con un potente appoggio di incrociatori, sommergibili, un incrociatore da battaglia ed una portaerei. L’ultima “super” avrebbe operato in Mar nero, e difatti venne trovata in avanzato stato di costruzione a Nikolajev dai tedeschi, quando si impadronirono della città nell’agosto 1941. Accanto ad essa vi sarebbe stato il secondo incrociatore da battaglia, una portaerei, ed uno stuolo di incrociatori leggeri e pesanti: tutti di disegno italiano.
E’ immediatamente possibile concludere che questo schieramento navale non era diretto contro il Giappone, ma contro le potenze occidentali.
Le due grandi unità dell’Artico avrebbero causato seri imbarazzi alla Gran Bretagna. Oltrechè a Svezia e Norvegia. In aggiunta alla terza unità del Baltico, gli imbarazzi tedeschi sarebbero stati ancora più gravi. Non esiste alcuna documentazione sull’allarme che le nuove costruzioni, ed anzi la nuova politica navale sovietica, sicuramente generarono in tutta l’area nord europea, segnatamente a Londra e Berlino. Ma, mentre può essere avanzata l’ipotesi che l’inquietudine tedesca abbia potuto essere moderata sia per una corretta valutazione delle capacità sovietiche a servirsi bene di questi formidabili strumenti, sia per la certezza che Hitler nutriva di arrivare comunque ad un accordo con Stalin, l’allarme britannico dovette essere invece notevole, poiché una possibile collusione tra le tre dittature sarebbe stata disastrosa a partire dal 1942. In quell’anno, i programmi navali italiani, tedeschi e sovietici sarebbero stati completati, e la già angusta superiorità navale britannica sarebbe divenuta soltanto un malinconico ricordo.
Non c’è alcun dubbio che queste considerazioni, indubbiamente fatte, accelerarono di molto la “fatalità” del secondo conflitto. E forse è per questo che se ne tace.
Per ciò che riguarda il Mar Nero e l’Italia l’aiuto prestato da Mussolini alla allora inesistente Marina Rossa in quel mare sembra, di primo acchito, il prodotto di un cervello malato. Difatti, una potente flotta istallata a Sebastopoli avrebbe portato al calor bianco le apprensioni turche, come difatti avvenne: ed avrebbe accentuato la pressione sovietica su tutti gli stati rivieraschi, Romania, Bulgaria, ed indirettamente anche sulla Grecia. Alla lunga sarebbe stato impossibile mantenere in vigore il regime degli Stretti sancito a Montreux, col risultato di veder comparire la Flotta Rossa in Egeo. Non si trattava dunque, per Mussolini, di una politica specialmente illuminata, ammenoché…
Ammenoché egli non fosse persuaso che gli sarebbe stato più facile intendersi con i sovietici, piuttosto che con le potenze occidentali, dalle quali, nonostante tutto il primo decennio del 1922, non era riuscito ad ottenere nulla di consistente, e per le quali, da buon socialista, nutriva un rancoroso livore di classe.

L’annuncio mancato
Dopo questo passo, per un istante, Mussolini pensò di spedire a Mosca Galeazzo Ciano, per un “clamoroso annunzio”, evidentemente sulla falsa riga degli accordi Hitler-Stalin dell’anno precedente: poi ci ripensò, o forse fu indotto a ripensarci. Ma pare indubbio che i precedenti della guerra di Grecia nascano qui: su questa storia “non detta”, e che un giorno sarà bene chiarire. Non a difesa di Mussolini, il cui gioco fu obiettivamente pericoloso in ragione direttamente proporzionale alla debolezza italiana, che egli ben conosceva: se avesse scelto di vincere con le democrazie, non avrebbe potuto attendersi da tali “alleati” più di quanto l’Italia aveva ottenuto dopo il 1918, e cioè poco o niente del tutto. Se avesse abbracciato l’altra opzione, in un ipotetico schieramento a tre, avrebbe dovuto comunque fare i conti con una Russia padrona del Medio Oriente, dei Balcani e del Mediterraneo di Levante.
L’aver riarmato sul mare la Russia sovietica fu forse l’errore decisivo. Fa parte dell’ironia della Storia che l’unica porta ad aprirsi sia stata quella dell’Italia fascista di Mussolini: e questa potrebbe essere la non ultima ragione per la quale gli inglesi – sempre attentissimi alle questioni navali – cominciarono a concepire per Mussolini, ma anche per l’Italia industriale e borghese, quell’astio permanente che ci costò così caro durante e dopo la guerra. Ai conservatori inglesi, a Churchill, Hitler non andava giù: ma odiavano silenziosamente Stalin, da buoni inventori del “cordone sanitario”. Che qualcuno coltivasse clandestinamente quello che essi ritenevano un virus mortale, di certo non li rallegrò. E con ragione.

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