LA TERZA VIA


– Cenni storici

“Il fascismo è un metodo, non un fine; una autocrazia sulla via della democrazia”

Dopo la fine della prima guerra mondiale i fautori della nuova teoria economica si riunirono a congresso presso piazza San Sepolcro a Milano, dalla quale il movimento prese il nome di Sansepolcrismo, elaborando il “programma di Piazza San Sepolcro” dal quale nacque il fascismo.

La constatazione di partenza fu che le normali democrazie fossero in realtà effettivamente partitocrazie plutocratiche manovrate dalla massoneria, da considerarsi dunque all’opposto rispetto al significato letterale di “democrazia”. Obiettivo dei congressisti fu un sistema politico che più si avvicinasse all’ ideale ateniese di “democrazia”.

Il più rilevante difetto che riscontrarono nella democrazia è il paradosso insito in se stessa, ovvero se la maggioranza delle persone desiderasse un governo antidemocratico, la democrazia cesserebbe di esistere. Tuttavia se si opponesse cesserebbe di essere democrazia in quanto andrebbe contro alla volontà della maggioranza. Quindi sostenevano che in pratica la democrazia non può esistere, è solo una teoria utopica. Per entrambi i casi dell’ esempio si citano come validi gli esempi dei colpi di stato di tipo sudamericano anche allora esistenti.

In secondo luogo si puntualizzò un fattore semantico troppo spesso volutamente frainteso: le parole “democrazia” e “libertà” non sono sinonimi. Molto spesso il travisamento della semantica porta a pensare che gli antidemocratici siano contrari alla libertà. In realtà si presume che nessuno si dica contrario alla libertà (se non in ambito restrittivo giudiziario). Ogni sistema politico può essere democratico o non democratico. In ogni sistema politico può esserci libertà oppure non esserci. Ma queste due parole non necessariamente vanno di pari passo. In un sistema può esserci democrazia senza libertà, e può esserci libertà senza democrazia. Quindi secondo i sansepolcristi le dittature di tipo sudamericano altro non sono che fasi in cui democraticamente la maggioranza della popolazione desidera che il sistema partitico venga sospeso. Viene ripristinato allorquando democraticamente la maggioranza pende nell’ altro senso. Questo discorso non avrebbe dovuto valere per la nascente “Terza via”, impostandola sul superamento del sistema partitocratico nella consapevolezza che per i problemi di una nazione non esistono soluzioni valide una quanto l’ altra a seconda dei punti di vista (o meglio del punto di vista del partito a cui si appartiene) ma una soltanto migliore su tutte.

“Nessuno vorrà gabellare per “rivoluzionario” il complesso dei fenomeni sociali che si svolgono sotto i nostri occhi. Non è una rivoluzione quella che si attua, ma è la corsa all’abisso, al caos, alla completa dissoluzione sociale. Io sono reazionario e rivoluzionario, a seconda delle circostanze. Farei meglio a dire -se mi permettete questo termine chimico- che sono un reagente. Se il carro precipita, credo di far bene se cerco di fermarlo; se il popolo corre verso un abisso, non sono reazionario se lo fermo, anche con la violenza. Ma sono certamente rivoluzionario quando vado contro ogni superata rigidezza conservatrice o contro ogni sopraffazione libertaria. I peggiori reazionari in questo momento sono, per il Fascismo e per la storia, coloro che si dicono rivoluzionari, mentre i Fascisti, tacciati cretinamente di “reazionari”, sono in realtà, coloro che eviteranno all’Italia la terribile fase di un’autentica reazione. Chiunque in Italia abbia il coraggio di fronteggiare le degenerazioni della sovversione e non, corre il pericolo di essere bollato come reazionario; ma poiché tali degenerazioni esistono e poiché il coraggio di fronteggiarle lo abbiamo dimostrato seminando anche di nostri morti le piazze d’Italia, noi abbiamo la spregiudicata disinvoltura di sorridere se ci chiamano reazionari. Io non ho paura delle parole. Se domani fosse necessario, mi proclamerei il principe dei reazionari. Per me tutte queste terminologie di destra, di sinistra, di conservatori, di aristocrazia o democrazia, sono vacue terminologie scolastiche. Servono per distinguerci qualche volta o per confonderci, spesso”
(Benito Mussolini, dal discorso tenuto al senato il 27 novembre 1922[1])

E la Terza via secondo i suoi fondatori avrebbe dovuto rappresentare una forma di governo al di sopra delle divergenti opinioni dei partiti. Questo certamente contrasta con la creazione di un partito, quale il congresso si proponè alla fine. Ma essendo esso inserito in una nazione avente forma di governo partitica era necessaria tale entità onde poter ottenere il potere, salvo poi smantellarlo una volta assestato. Queste considerazioni vengono da un aspetto del sansepolcrismo, che è riassunto nel famoso discorso di Benito Mussolini nella frase

“Noi ci permettiamo di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente”
che viene spesso stravolto nel significato, a volte volutamente in quanto appare evidente che una persona che ambisse solamente al potere tout court non avrebbe bisogno di fondare un partito dal nulla ma basterebbe entrasse in uno che il potere già lo detiene. In effetti in uno stato come l’ Italia i poteri erano, allora come oggi, molti e diversificati, e non solo la monarchia, il che impediva un accentramento del potere in una sola persona. Il fascismo scaturito dal congresso di piazza San Sepolcro quindi non si considerava una “crociana” esigenza temporanea, ma un nuovo sistema politico a se stante a tutti gli effetti. Essi ritennero di aver finalmente creato la “terza via”, la soluzione ai problemi sociali creati dal capitalismo e a quelli di diritto e di ordine pubblico creati dal comunismo. Una “via” applicabile in ogni luogo e ogni tempo.

“I fasci italiani di combattimento non sono un partito, ma piuttosto l’ antipartito. Non sono un’organizzazione di propaganda, ma di combattimento. Più che al proselitismo, per vendere marchette, tendono all’ azione. Non hanno programmi immutabili. Non si propongono di vivere all’ infinito. Non promettono il paradiso in terra e la felicità universale. Nella vasta democrazia della civiltà essi rappresentano l’ aristocrazia del coraggio. Libertari, sono per necessità antidemagogici. Spregiudicati, sanno andare contro corrente. È una associazione di uomini che possono provenire da tutti gli orizzonti perché si “ritrovano” in alcune identità o affinità ideali”
(Benito Mussolini, dal discorso tenuto alla prima adunata fascista il 6 ottobre 1919[1])

Come è noto tuttavia il modo in cui il Partito nazionale fascista governò l’ Italia nel ventennio poco coincise con gli ideali proposti nel congresso di San Sepolcro, ma questo viene addebitato proprio al freno posto da quei poteri (Monarchia, finanza, massoneria, chiesa, militari, borghesia) verso i quali il fascismo aveva un debito di riconoscenza per averlo inizialmente favorito come scudo contro il bolscevismo, e dai quali non poteva esulare data l’ influenza che essi avevano nel sistema sociale italiano, come poi si rivelò prima con l’ omicidio di Giacomo Matteotti e poi con i fatti del 25 luglio 1943.

Solamente nella sua fase crepuscolare della Repubblica sociale italiana una volta fuori gioco molti di quei poteri ostracisti si poté proporre argomentazioni più ardite. I cardini su cui si rifondò la politica fascista riprendendo le posizioni del sansepolcrismo furono originati dal sincretismo tra teorici comunisti quali Nicola Bombacci, economisti eretici quali Giuseppe Spinelli e Giuseppe Solaro, politici quali Angelo Tarchi e Stanis Ruinas, e un poeta, Ezra Pound.
Essi furono:

Socializzazione
Corporativismo
Fiscalità monetaria


“I nostri programmi sono decisamente rivoluzionari le nostre idee appartengono a quelle che in regime democratico si chiamerebbero “di sinistra”; le nostre istituzioni sono conseguenza diretta dei nostri programmi; il nostro ideale è lo Stato del Lavoro. Su ciò non può esserci dubbio: noi siamo i proletari in lotta, per la vita e per la morte, contro il capitalismo. Siamo i rivoluzionari alla ricerca di un ordine nuovo
. Se questo è vero, rivolgersi alla borghesia agitando il pericolo rosso è un assurdo. Lo spauracchio vero, il pericolo autentico, la minaccia contro cui lottiamo senza sosta, viene da destra. A noi non interessa quindi nulla di avere alleata, contro la minaccia del pericolo rosso, la borghesia capitalista: anche nella migliore delle ipotesi non sarebbe che un’alleata infida, che tenterebbe di farci servire i suoi scopi, come ha già fatto più di una volta con un certo successo. Sprecare parole per essa è perfettamente superfluo. Anzi, è dannoso, in quanto ci fa confondere, dagli autentici rivoluzionari di qualsiasi tinta, con gli uomini della reazione di cui usiamo talvolta il linguaggio “
(Benito Mussolini, Milano, 22 aprile 1945[2])

Ma a causa delle vicende della seconda guerra mondiale nulla fu possibile sperimentare. La Repubblica Sociale Italiana scomparve e con essa ogni velleità di “terze vie”, il cui progetto fu portato avanti nel dopoguerra dal solo partito Movimento Sociale Italiano e altri gruppi minori. Fin quando con l’entrata nella NATO anche il MSI e con il simbolo di Destra Nazionale incominciò a cambiare rotta.

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